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poesia

 

 

Libri     libri     libri
soltanto libri
maledetti libri     ibridi
maledetti libri calligrafi
maledetti libri     castrati     senza sesso.
          Frugare nella spazzatura
          una postilla di felicità.
E il cielo ruttò
un suono celeste      eppure cupo,
sconvolse      la pioggia      i compiti versi del poeta
e neri corvi      calligrafi
si posarono      sui neri fili elettrici
che alimentavano i sogni:
nella città di bulloni
la fiamma ardeva alta.

La lampadina mi fissa
e me ne vengo      così
innocentemente
inavvertitamente
sul lenzuolo
a seguito di un’erezione tremenda
che mi scombussola tutto;
si sveglia,
mi guarda sorpresa      più
costernata                        più
incredula.
Mi chiede dove sta il barattolo del caffè,
la sento frugare
e sento tintinnare
                       di là,
poi torna     rassegnata.

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Icona di scatoletta per preziosi con mattoncino lego

Occhi di triglia nello sguardo dietro gli occhiali. Occhi liquidi di acqua senza luce, stagnante. Il sorriso, quello è soddisfatto. Quasi ingrassato più di lui. Penso non ne sia ancora del tutto sazio; il loden infatti è in crescere, largo da per tutto. Cade che è una meraviglia. E lui sotto il suo cappello blu, oggi ha dimenticato il libro. Passa diritto e ci risparmia la sua saggezza e le sue colte amenità. Non che… cultura raffazzonata la sua. Di grana grossa. Fatta più di supponenza. Anche quando ascolta sembra dire che lui sa. Non che sia un tipo singolare. Se ne vedon più d’uno, in giro, basta guardare. Vedon solo davanti; mai di lato. Non cambiano loro, è il mondo che cambia. Quello che prima era rosso ora è nero, non solo in senso politico. Forse nemmeno il macchiato è più lo stesso da quando chiede un macchiatone. E già da come lo sorseggia grida al mondo la sua superiorità. Il modo nel quale si ama è osceno, faticoso.

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Se ne stava sulla porta. Stancata di anni e di acciacchi. Se ne stava seduta a guardare passare. Guardava passare il tempo e le persone. Non vedeva molto. Dietro quella cataratta si nascondeva alcune sofferenze. E quelle persone erano solo ombre sfumate. Le riconosceva solo per abitudini. Era il tempo che camminava come avesse cent’anni. Lentamente. Faticosamente. La verità era che non era più il suo. Era il tempo degli altri. Un tempo che non gli apparteneva più. Il suo era passato. Non sarebbe tornato. Aspettava ma non sapeva cosa. Forse solo quel gocciolare silente. Forse l’ora di rientrare. Il richiamo dello stomaco. Forse suo figlio, ma forse non sarebbe passato nemmeno quella sera.

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