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Posts Tagged ‘pesce’

raccontiDi Lei forse è meglio non parlare. Per simpatia. Per galanteria. Per rispetto. Per conservare quel minimo di intimità anche nelle situazioni più tragiche. Su Lui, lo stesso narratore, che solo per sua innata fortuna non è stato direttamente presente, preferisce non farlo. Non saprebbe come giustificarlo. Che ragioni addurre. Raccapezzarsi. I fatti, in sé, parrebbero di una banalità disarmante. Insomma era il suo compleanno; di Lei, per inciso. Si era organizzata una cenetta. Forse il primo errore era stato organizzarla a tre. Infondo cosa centrava l’altro. Era una caro amico ma una coppia dovrebbe riservare solo per sé le proprie scadenze. Certe intimità. Loro, Lui e Lei, erano una coppia da anni. Da tanto tempo che quasi non serviva nemmeno che si parlassero. Bastava un’occhiata.
Forse il secondo errore era stato che lui era passato ugualmente in ufficio; non aveva potuto prendersi una giornata di ferie. Lei invece aveva tutto il tempo a disposizione e voleva che tutto fosse perfetto. Quando erano arrivati i fiori aveva letto il bigliettino e si era lasciata appena commuovere e li aveva messi in un bel vaso. Sarebbero stati il centro della tavola. Aveva deciso di preparare pesce perché sapeva che a Lui piaceva il pesce. Era andata presto al mercato ed era soddisfatta di averlo trovato fresco. Un rombo che era una meraviglia, delle alici e un chiletto di cicale di mare tutta carne che, con un cucchiaio di aceto, sarebbero venute una meraviglia. Al terzo tentativo era riuscita anche a far montare la maionese. Le quattro uova impazzite erano finite giù per lo scarico del lavello. Le sembrava di avere fin troppo tempo ma avvicinandosi l’ora si accorse di avere solo quello necessario. Si guardò allo specchio è provò ancora soddisfazione di sé. Lui doveva portare il vino. Sperava arrivasse presto perché è buona norma servirlo fresco, quasi ghiacciato.
Lui l’aveva messaggiata appena giunto in ufficio e aveva lavorato guardando continuamente l’ora nella attesa. Era certo che lei avrebbe preparato il suo famoso brasato al barolo. Veramente era Lui che faceva un magnifico brasato al barolo e Lei ne era ghiotta. Aveva procurato un paio di bottiglie dello stesso vino, barolo, le più costose, per bagnare il manicaretto. Sarebbe volato a casa e il tempo di darsi una rinfrescata e cambiarsi e sarebbe stato tutto per Lei, per la festa. Certo non poteva nemmeno lasciare quell’ultima pratica. Aveva pensato ad una collana, poi aveva ritenuto che fosse troppo impegnativa, l’aveva già vista, poi era tornato ancora sui suoi passi, e un’altra volta ancora. Alla fine se l’era fatto consegnare in ufficio giusto in tempo e raccolte le bottiglie era sortito per la serata. All’ospite avevano dato appuntamento alle nove. Forse tardi. Sarebbe rimasto, dopo, poco tempo per loro. Fu in quel preciso istante che si pentì dell’ospite.
La cosa invece si complicò appena giunto a casa, vestito ancora così come si era vestito il mattino. Lei lo pregò di mettere il vino il frigo. Lui Le spiegò che il rosso va solo fatto ossigenare. Lei gli chiese, cominciando ad innervosirsi, da quando si serviva con il rosso. A questo punto per Lui fu chiaro che non avrebbero avuto brasato per cena, e che non era quel vino che Lei si aspettava portasse. Gli animi si cominciarono a scaldare. Lei che aveva pensato al pesce per essere carina con Lui. Lui che aveva immaginato il brasato perché infondo era la festa di Lei. Lei che osservava che ormai era tardi e, come avrebbero potuto fare, non poteva certo servire il pesce con un rosso e oltretutto anche robusto. E poi che idea era la sua, anche si fosse trattato di brasato mica è fine accompagnarlo con lo stesso tipo di vino usato per la cottura. Succede. Una parola tira l’altra. Il senso delle parole si perde man mano che si alza la tensione e gli animi si scaldano. Alla fine lui brandì le bottiglie, prima l’una e poi l’altra, e ne fece l’uso a cui non erano destinate. Fece un gesto che se avesse contato almeno fino a ventiquattro non avrebbe fatto e che, certo, non avrebbe ripetuto, e di cui si sarebbe pentito. Poi infilò la porta e lasciò la casa. Detto per inciso, e fuori del contesto del racconto, da quella porta non sarebbe mai più rientrato. Per il gesto e per l’orgoglio reciproco e le reciproche ripicche. Può sembrare stupido porre fine ad un’unione di ventiquattro anni per una bottiglia di vino, anzi due, rosso anziché bianco, quando sarebbe bastato parlarsi. Anche se a volte le parole servono per quello che servono e a volte trovano una loro utilità; ormai erano inutili.
Lei aveva messo un vestito nuovo delizioso e già s’era convinta di averlo fatto inutilmente. L’ospite arrivò puntuale che il disastro si era consumato. Lei stava piangendo ma erano lacrime di rabbia. Cercò di capire cos’era successo ma per risposta non ebbe che un “Non metterti anche tu, ora! Mai è poi mai mi si convincerà di portare a tavola del pesce con il rosso”. Quel pesce era finito nel sacchetto dell’umido, e lui comprese che sarebbe stata una cenetta piuttosto leggera. Certo non aveva potuto immaginare e non si era organizzato nessun programma alternativo. Finse che la cosa non avesse troppa importanza. Lei prese a scusarsi. Lui cercò di confortarla. L’aiutò ad arginare il sangue nella piccola ferita che si era fatta nella foga della rabbia. Lei non riusciva a liberarsi di quelle lacrime. Lui, uscendo, decise che in qualsiasi prossima occasione simile avrebbe preferito il vino portarlo lui.

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Elaborazione fotografica con bandiera italianaCi siamo lasciati la Risiera alle spalle. Una Trieste estiva. Il cielo terso come lucidato con uno straccio. Già mentre ci incamminiamo, e Gerardo guida in un silenzio suo, forse abitato, forse solo abitato di noi, mi rendo conto che è tutto solo un pretesto. Toni è sempre lì, immobile nelle sue idee. Dietro me, perché quello è semplicemente il posto a sedere che abbiamo scelto per lui. A tratti fatico a sentirlo. A tratti debbo tirare il collo. Il tema dei nostri discorsi continua a ruotare su “i giovani e la storia”. Io sono testardo di mio. Cerco di spiegargli come se fosse semplice parlare a chi non vuole sentire e a chi non vuole capire. Impossibile perdersela. Lui è così. Ed è onesto anche in questa sua testarda sordità. E poi lui non è diverso dai molti. Mi è sempre più difficile parlare. E’ colpa degli altri o sono io che sto cambiando? E mi rendo conto che sono soprattutto io a parlare. E le parole si scompongono e diventano suoni eccitati.

Se mai la storia è servita a qualcosa o a qualcuno vorrei riuscire a spiegargli che l’ignoranza, purtroppo, non risparmia l’età, non ha rispetto nemmeno dei vecchi; infondo è molto democratica. E poi ci confondiamo, e confondiamo l’ignoranza alla stupidità.

E’ strano rendersi conto che con l’età alcuni fatti di cronaca son diventati storia; la nostra storia. Forse è quella che lui chiama la storia. O almeno anche quella. Allora è inutile cercare di parlarne e tentare di fargli capire che non esiste una storia ma esistono le storie. Dove c’era il forno c’è il segno di mattoni più giovani, proprio perché hanno cercato di cancellarla quella storia. Chi? Chi l’aveva prodotta, i carnefici; non certo le vittime. Eppure alle vittime sarebbe dovuta pesare di più che la vergogna. Eppure per loro dovrebbe avere un prezzo ben più pesante. Non vorrei disilluderlo; lui, vecchio compagno, militante, credente, di una fede cieca (come ogni fede).

Penso a cosa potranno pensare di noi chi sopravviverà a noi, di questa nostra storia, a come potrebbero raccontarci nei libri e mi spavento. Difficile regalare una bella prosa al vuoto. E la storia resta una gran bella baldracca; al servizio di chi la racconta. Parliamo come se la storia fosse solo chiusa dentro il televisore. Se la morte non fosse morte ma immagini. Se il dolore non appartenesse alla carne. E qui siamo sulla terra delle foibe. Poi Toni scende per farsi fotografare con pugno chiuso alzato. Martino si occupa di fotografarlo e alle sue spalle resta la frontiera. Sulla linea di frontiera sventola la bandiera della Slovenija. Dovremmo, certo, allungare il tragitto e andare fino a Srebrenica. Anche quella è storia. Fresca fresca che non hanno ancora stampato i libri. Che non si è ancora sciolto il sangue in inchiostro.

Ma poi c’è questa nostra storia quotidiana, fatta di piccoli momenti inutili. Le cose di cui si riempiono le nostre bocche. Di cui si gonfiano le nostre parole. Provate a pensarci anche voi. Io sprofondo nel silenzio. Ho bisogno di tempo. Ho bisogno di riprendermi. Non vorrei svegliarmi domani e accorgermi che è veramente vero che i nostri carri armati esportano democrazia. Ma non faccio l’anima candida. Ci sono dittature (tante) che non si possono tollerare. Ci sono dittature (tante) che ancora oggi, se ci va bene in tasca, continuiamo a tollerare. Quello che è certo è che saranno i “vincitori” a scrivere, come ogni volta, la storia. Quello che è altrettanto certo è che gli errori di quei “vincitori”, ancora una volta, non troveranno parole nelle pagine, o al massimo saranno meno errori. Poi, forse, un giorno, verrà qualcuno a dirci che quegli errori erano orrori.

Eppure forse un poca di ragione, Toni, ce l’ha se tanti si danno tanto da fare per riscriverla, questa benedetta storia. Ma questo è solo un blog.

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Siamo partiti in quattro, quattro amici, di domenica, per una gita: una gita per magiare in Croazia; possibilmente pesce; naturalmente pesce. La compagnia è buona. La giornata è buona. Il tempo aiuta senz’altro l’umore che quello, però, tra i quattro, non manca mai.

Non c’è più di tanta gente in strada. Meno di quanta pensavo. Forse qualcuno teme che cambi. La strada, così, è diritta e veloce. Si parla e si ride. Si parla del più e del meno. Soprattutto si parla di più. Gerardo, il più giovane, si fa per dire, è alla guida. Lui è un Arrigò; figlio di una figura storica della sinistra locale. Lui guida e ascolta. Il più vecchio, Toni, che è un poco l’ospite di riguardo, è dietro me, alla destra. E’ l’ospite bersaglio. Lo doveva immaginare. Se lo poteva aspettare. Lui è un vecchio compagno. Uno di quelli… lui non ha bisogno di un perché. Lui ci crede. Come si fa a non amarlo? Ma come si fa a non prendersene gioco?

Toni sostiene che si dovrebbe insegnare ai giovani la storia. Ormai s’è recentemente perso con i rifondaroli. Famiglia numerosa la sua. Dei giovani lo dice convinto. Lo dice ad ogni occasione e lo ribadisce per essere sicuro che lo si ascolti. Anche stavolta la sua osservazione passa quasi tra noi distratta ma solo quasi. Per certe cose i veneziani sanno essere spicci; gli si risponde solo: “Ma va in mona“. A pensarci c’è un attimo di silenzio, per precauzione, vista l’età. Tutto serve a ridere.

Al primo autogrill gli regalo un libro. Gli spiego che quello è un libro; fa solo parte del gioco. “Ora sai com’è fatto; un libro“. Il sole ci viene incontro. Incontriamo il mare. Siamo a Trieste. La spiaggia dalla mia parte buona. Senza dir nulla fermiamo la macchina davanti alla Risiera di San Sabba. E’ la prima volta per il buono e paziente Toni. Piomba nel silenzio. Ascolta quello che gli si spiega. Attonito. Si commuove. Ci vuol nulla a vederlo commosso. E’ fatto così; ve l’avevo detto. Fosse per lui allungheremmo il giro; dovremmo andare a rendere omaggio anche a Redipuglia (dallo sloveno “sredij polije” ovvero “terra di mezzo”). Ormai siamo troppo avanti. Lo faremo lungo il ritorno.

Mi rendo conto che quel monumento all’idiozia umana non è più solo testimonianza della memoria. Quanto è passato… vediamo… sessantacinque anni, circa. Una storia. E’ cambiato tutto. Non è cambiato abbastanza. Non è cambiato quasi nulla. E’ sempre di attualità. Cosa abbiamo visto da allora? Guerre calde e fredde. Guerre guerreggiate e guerre civili. Popoli senza terra. Popoli in fuga. Guerre di religione. Pulizie etniche (anche pochi chilometri più avanti, appena fuori casa nostra, mentre guardavamo).

[MI FERMO QUI: anno 2008 in quello di maggio; quasi giugno]

Magari il fuoco lo usiamo sui vivi. Ho un attimo di rattristamento. Non riuscirò mai a capire che senso abbia esistere e cercare di togliere di che esistere ad altri come noi. Ma siamo partiti decisi a passare una buona domenica. Non posso e non possiamo mettere questa amarezza dietro, nel bagagliaio, con le ombrelle e le giacche. Il primo sorriso riparte faticoso. “Questi che sono al comune ora non sono… Riusciremo stavolta a mandarli a casa“. Abbiamo ancora un anno davanti. La sinistra… vecchia e quella… storica… mi chiedo ancora quante volte litigheranno cercando la corda con cui impiccarsi. Come riusciamo a farci del male noi è impossibile.

Sappiamo tutti che sarà un giorno in cui il tempo si mette fretta ma anche un giorno che non vorrà finire.

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