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Posts Tagged ‘pettegolezzi’

Padre santissimo”.
Dimmi cara figliola”.
Cara figliola un cazzo. Avete avuto la soddisfazione e ora mi trovo incinta”.
Il religioso si esprime in un sussurro per invitare la donna ad abbassare il tono della voce: “Non vorrete fare schiamazzi? A tutto c’è rimedio”.
Voi pensate alle vostre anime che io penso alla mia carne. Rimedio, un cazzo. Avevate detto che era per la santissima vergine Maria madre del suo figlioletto Gesù. E che Diego avrebbe trovato lavoro”.
Bisogna aver pazienza. Pazienza e fede”.
Pazienza un cazzo. Io v’ho creduto. Lui è ancora a casa. E adesso che gli racconto”?
Da quanto ne avete la certezza? Potete sempre confonderlo ch’è suo”.
Suo, un cazzo. Son quattro mesi che sta ubriaco per il dolore e la mortificazione, povero uomo. Son quattro mesi che non mi tocca”.
Meglio, molto meglio. Vedete che il signore vi aiuta”?
Cosa mi vorrebbe dire questa ciarlataneria”?
Non agitatevi Teodora, in quanto non serve a nulla. Siete una donna scaltra, non avrei di che ingegnarvi. Aiutatelo e fatelo bere. Poi, dopo averlo coricato a letto, siate gentile con lui. Fategli qualche lusinga, qualche lusinga. Non vi chiedo grande sacrificio. Basta cosa leggera. In fondo è pur sempre vostro marito. Siete uniti dal santissimo sacramento del matrimonio. L’indomani non sarà in grado di ricordare e sarà pronto a credere a qualsiasi fola”.
Dite”?
Ho detto. Non vi sembra sensato”?
E… per quel lavoro”?
Il Signore vede e provvede. Che vi metta una mano in testa. Ci vuole penitenza, figliola. Tanta penitenza”.
Poco distante dal confessionale una pia donna è intenta nel suo pregare e nel chiedere grazia in un bisbiglio, gli occhi bassi in segno di penitenza che solo di tanto in tanto, e fugacemente, hanno l’adire di correre fino alla pala dell’altare che rappresenta il dolore e il sacrificio massimo: una crocifissione. La pia donna muove le labbra quasi in silenzio con un ritmo di cantilena ma questo non le distrae gli altri sensi. Riesce a dialogare con la madre veneratissima ed il frutto del suo ventre e, contemporaneamente, dall’inginocchiatoio tende l’udito per rubare frammenti della confessione. Con quei frammenti lei ricostruisce una storia che è un’altra storia da quella in cui sono coinvolti gli altri due presenti, cioè La donna Teodora e il confessore Fra Caigo. Non corre nessun sangue tra le due devote, né buono, né cattivo, semplicemente la differenza d’età crea un solco che le fa appartenere a mondi diversi. Non hanno in comune nessuna frequentazione. Nessun’altra ragione apparente e ragionevole motiva la forte antipatia che anima Rachele nei confronti dell’altra. Certo Teodora porta la svergogna entrando nel luogo sacro senza coprirsi il capo, ma non è solo questo. Sono gli abiti di cui si veste, è il tono della voce, quel modo di camminare, eretta, il modo in cui dice le cose, il trucco che mette e i trucchi che usa, come la guardano gli uomini; insomma tutto.
La poveretta, e quel poveretta è aggettivo che accettava commiserazione ma non comprensione, è l’antonimo di un complimento, della solidarietà, con quel marito che si era ritrovata, che non lavorava e passava tutto il suo tempo e sperperava quei pochi soldi all’osteria, non poteva certo sottrarsi al suo destino. Certo che una donna deve esserci portata a certe cose, una ci nasce, non ci diventa; e non era nemmeno bella. Era chiaro che anche con l’oste era costretta per fargli perdonare i debiti del marito. L’aveva vista, mentre aspettava, impallidire e sentirsi venir meno. Era chiaro che la meschina aspettava un bambino, tanto chiaro da essere evidente fino all’esagerazione, Solo il becco poteva non accorgersene, è sempre così, e certamente non era suo. Quella donna civettava con tutti e se le cercava, se apri la porta al male non ti puoi fare poi meraviglia se quello entra.
La donna andò allora ad inginocchiarsi davanti all’edicola della confessione, ma non per confidare i propri peccati, li aveva già riconosciuti solo mezz’ora prima, e nel frattempo li aveva anche emendati, che nemmeno con tutto l’impegno del maligno avrebbe potuto commetterne altri in quel lasso di tempo e in quel luogo sacro –sul luogo le sorse un estremo veloce dubbio– ma solo per chiedere consiglio: “Padre, voi che mi siete confessore, dove ho trovato sempre saggezza e le risposte giuste, una cosa ho da chiedervi: se una donna timorata di Dio viene a conoscenza di un delitto ha il dovere di andarne a parlare alla polizia”?
Fra Caigo ne aveva abbastanza di quella vecchia pettegola che passava la vita china a pregare per poi trovare brevi pause per peccare, fino inventarsi peccati, suoi o indifferentemente di altri, solo per la soddisfazione di andare da lui a raccontarli. In quel momento aveva ben altri grattacapi, possibile che nessuno si distragga un attimo a farsi gli affari suoi? Quella donna lo assediava. Lui aveva sempre cercato di fare della propria vita virtù, un bicchierino ogni tanto, una sigaretta dopo cena, e quasi nient’altro; e soprattutto preghiera. Se aveva peccato quei peccati li aveva sempre spiati. Ora aveva quella seccatura. Perché la carne gli piaceva, soprattutto se giovane; non sapeva che farci. Sì mortificava ma quelle, quelle tra le sue pecorelle, lo tentavano. Naturalmente per quella… quella carne vecchia nulla avrebbe potuto convincerlo; aveva solo repulsione, non avrebbe potuto convincerlo nemmeno con mille pater nostro. Nonostante l’irritazione il fratello non poteva rischiare in peccato del bugiardo e si sentiva costretto a dire quello che pensava veramente; anche se si sarebbe volentieri preso gioco di quella bacchettona. Deliberatamente finse di non riconoscere quella voce, anche per non inasprire la pena e nella speranza di togliersela velocemente dai piedi: “Certamente, buona donna. Ritengo sia dovere del vero credente rispettare anche i doveri della legge e delle regole terrene”.
Teodora era sempre stata persona spiccia, nel parlare e nel fare, ma onesta. Delle tante cose che non sopportava in quell’uomo una delle peggiori era il suo bisogno di santità e la sua necessità di condire il poco di tante parole. Però convenne che quando l’acqua arriva alla gola anche un uomo del genere, un immondo profittatore delle disgrazie degli altri, si faceva scaltro. Tra la certezza e l’incertezza vi avviò resoluta verso l’uscita, con una certa fretta, augurandosi che avesse ragione e che le speranze, oltre le ansie, potessero farsi vere. Uscì dalla tempio sibilando: “Laido vecchiazzo”.
Aveva voglia di piangere; di piangere di rabbia, di incertezze, di rassegnazione, di orrore, di solitudine, di miseria, di nausea, di sporco, di disprezzo. Per una bestemmia. Perché non aveva nessun’altra a cui dirlo se non a se stessa. Aveva voglia di piangere per tutte quelle cose. Non per vergogna. Quel figlio non lo voleva. Non in quel modo. Non da lui. Era stata una volta, una volta sola. Lo aveva fatto per lui. Per bisogno. E le aveva fatto schifo. E rimorso. E quello se l’era portato addosso. Per giorni. Ancora lo provava. Niente era stato lo stesso; dopo. Aveva cercato di convincersi che non era successo; non c’era riuscita. Non c’è mai nessun modo per fuggire i ricordi. E ora ne era marchiata.
Il cappellano si era regalato una breve pausa e aveva osservato attentamente l’uscita della sposina e non aveva potuto non restare affascinato, ancora una volta, della perfezione di quel posteriore che parlava; si era subito chinato e segnato tre volte. Ora andava spegnendo le candele, perché era un uomo che sapeva prevedere ed è sempre meglio risparmiare che trovarsi poi in disgrazia, prima di mettersi ad abbellire l’altare con gli iris e i garofani bianchi per il matrimonio che si sarebbe dovuto celebrare nel pomeriggio, ma si avvicinò proprio al confessionale per la curiosità di rubare qualcosa da quelle parole. Non poté udire nulla della risposta ma era inorridito e si chiedeva di quale misfatto poteva essersi macchiata la vecchia poiché la parola l’aveva sentita bene a chiaramente con le proprie orecchie. Non aveva mai avuto simpatia per quella, così falsa e intrigante che sputava veleno su tutti, anche su quella santa donna della Tea, con le sue maldicenze, calunnie e sentenze. Aveva anche da tempo il sospetto che trattenesse la sacra ostia sotto la lingua per poi portarla a casa per chissà quali usi. Sulle sue mire verso il confessore invece aveva solo certezze, e gongolava del fatto che possedesse solo l’unica attrattiva di una misera pensione. Probabilmente era stata proprio lei a passare a filo di coltello il gatto del Tonio; se non di peggio. Si sarebbe informato un po’ in giro.
In tutto quel suo darsi un grande daffare Lieto non poteva certo accorgersi che due occhi lo scrutavano nella penombra. Erano due occhi rapidi e attenti e quei due occhi erano certi che il piccolo uomo, che non era nemmeno tanto pulito, moltiplicasse i propri guadagni vendendo quei mozziconi di candele e mercanteggiando sulla sua tanto sbandierata parsimonia. Ne erano certi, solo che non erano in possesso delle prove; ma prima o dopo le avrebbero trovate. Velocemente riuscirono a sparire lì, vicino all’acquasantiera, prima che Lieto di girasse.
Il sagrestano, proprio nello stesso medesimo istante, fu sorpreso dal vedere entrare in chiesa Spartaco, e per di più in canottiera, e si segnò di nuovo. Quell’uomo, che di nome intero faceva Spartaco Josef Stalinino, non s’era mai visto in un luogo come quello. Il nuovo venuto percorse tutta la navata e si inginocchiò davanti all’altare maggiore fingendo di pregare. Il buon sacrestano era certo che non potesse riconoscere un inno sacro da una canzonaccia da bettola di infimo ordine. La ragione di quella visita insolita era che da tre mesi il figlio dello stesso Spartaco, Che Karl, che si doveva pronunciate esattamente con C’è Karl, era stato arrestato per possesso di stupefacenti in quasi modica quantità, e così il bracciante si era detto: “Vedi mai”. Solo che, cercando di parlare, la prima e unica cosa che gli venne fu una bestemmia che ingoiò prontamente. Non sapendo che dire accese una candela. Il frate lo vide e restò rintanato nella nicchia che lo nascondeva, non aveva voglia di altri incontri.
Priamo, dopo aver frugato intorno con gli occhi per accertarsi di non essere visto, aveva affidato il suo segreto in un biglietto che aveva nascosto dentro il libro delle preghiere certo che Gabriele Santo l’avrebbe trovato. Beniamino aveva offerto il braccio a Benedetta perché vi si appoggiasse sorreggendosi per scendere i gradini. Solo a quel contatto l’uomo aveva provato quella indicibile emozione, che provava sempre, della prima volta che aveva marinato la scuola, o del contatto del primo bacio quand’era ancora un ragazzino, e le parole gli si erano conficcate in gola come stele di ghiaccio uscendo, a fatica, sillaba dopo sillaba. Il sentimento dell’uomo non era più un segreto per nessuno, nemmeno per la donna, tranne che per lui stesso. Lei aveva alzato il naso all’insù con aria regale gonfiandosi e pavoneggiandosi di fierezza. In fondo nessuno avrebbe potuto dire nulla poiché lei era vedova e anche l’uomo era rimasto solo. Non si era ancora decisa, e non sapeva se l’avrebbe mai fatto, intanto si beava della soddisfazione e dei vantaggi di quelle attenzioni.
Marieta era la più temuta e rinomata pettegola di tutta la regione. Era stata lei la prima a scoprire che al casotto di Vauro era stato lui stesso ad appiccicare il fuoco; altro che un fulmine, i fulmini non si lasciano dietro le taniche di benzina vuote. Era così che lui, come tanti, ora non teneva più animali ma era diventato padrone di una bella palazzina e ora pascolava solo inquilini. Poi era passata ad altro. Era riuscita a convincere presenti e assenti che Aristide aveva una relazione con la capra Elisabetta per la quale aveva letteralmente perso la testa, e che questo amore era follemente ricambiato. Stava raccontando gli ultimi sviluppi alla sua compagna di chiacchiere, che di natura già era una inguaribile credulona, sempre bisognosa di nuove storie come linfa per sentirsi viva, tutto quello che aveva visto con i suoi propri occhi. “Da quando è cominciata questa storia quell’uomo s’è fatto taciturno, evita tutti. Ti dico che l’ho incontrato anche ieri e non mi ha degnata di uno sguardo. E sai, non per dire, io non voglio essere pettegola e odio le malelingue, ma sai come lui mi ronzasse sempre intorno, mi soffocasse di premure. Anche se io non ne ho mai dato motivo né occasione, ma non facevo che averlo tra i piedi. Marieta qua, Marieta là. L’ho persino trovato ad aspettarmi e… indovina un po’? non ci crederai, in mano aveva un mazzo di fiori. –invece l’altra non solo credeva ma quella storia, che non sentiva per la prima volta, era risaputa e aveva avuto persino dei testimoni.– Faceva ridere. Ma io niente. Sai come sono fatta. Nemmeno la soddisfazione di non ridergli in faccia. Dove vai con un tipo simile? –e sapeva, l’altra anche dov’erano andati– Sarei stata la novella di tutti i giorni”? Marieta si era fatta prendere tanto dalla foga del racconto e dall’argomento che senza accorgersene aveva alzato di parecchio la voce. Smettendo i panni del paziente confessore il servo del Signore s’era inchinato verso l’altare mentre si stava allontanando. Sentire quelle voci è stato un tutt’uno con il rimbrotto del buon uomo nel richiamare le fedeli ad un maggior rispetto dovuto a quella sacra dimora.
Tonando a casa per la scorciatoia, che era poco frequentata anche durante il giorno, la vecchia venne aggredita, spinta in una corte cieca e riempita di botte. Il marito le aveva detto mille volte di non passare per quei posti che erano posti da ladri, forse questa era la ragione ultima proprio perché la donna decidesse di scegliere quel percorso. La distanza e il tempo erano gli stessi sia andando di qua che di là. L’aggressore, naturalmente a volto coperto, vedendola per terra che vociava, facendo un inferno come se stessero spennando vive un coro di galline, le tappò la bocca, quella belva non voleva starsene ferma, e decise di togliersi anche quell’ultima soddisfazione. Andandosene poi ancora in preda alla furia della collera si trovò a chiedersi se la soddisfazione se l’era presa o l’aveva data. Si fece il segno della croce e la maledì per l’ennesima volta augurandole tutti i mali conosciuti e non.
Venier aveva visto tutto dalla finestra, ma l’unico istinto che aveva avuto era stato quello di scendere e aiutare quell’uomo coraggioso, tenendo ferma quella vecchia matta che continuava a scalciare e protestare proprio come in pazzia, per poi calmarsi e trattenersi finalmente per mantenersi zitta. Se l’era voluta e proprio meritata. Finita quella tempesta era rimasta ferma, per un po’, sul selciato e poi si era alzata a stento, tutta ammaccata, alzando occhi imploranti, allora lui aveva fatto un passo indietro tornando verso l’interno, fuori dalla luce, e lei s’era avviata zoppicando, borbottando e controllando nella borsetta.
Quando il benevolo frate confessore era tornato in sacrestia aveva trovato, con grande sorpresa, un biglietto che naturalmente non recava il nome di chi ne era l’artefice: «Nessuno è al di sopra del giudizio di Iddio. Siamo tutti peccatori, ma il peccato più grande è quello commesso nella sua casa o comunque da chi pratica la sua parola e in sua vece. Il vostro sacrilegio non è più un segreto e sarà punito prima che dalla giustizia divina da quella umana. C’è il tempo della vendetta prima di quello del perdono. La parola del signore dice di non fare agli altri… Rammentate prete». Si guardò intorno senza scorgere nessuno mentre già si chiedeva come e in che modo avesse potuto essere così distratto da tradirsi. Le sue debolezze per la carne, ancor giovane, nonostante le sue cautele, ormai dovevano essere un mistero per nessuno. Nemmeno per quel suo breve incontro con la giovanissima Giuditta, era un bocciolo non ancora colto, anche se aveva dovuto faticare per persuaderla, non si sarebbero scandalizzati che per un attimo, forse tranne proprio i genitori; comunque era convinto che la graziosa ragazzina presto o tardi avrebbe fatto in qualunque caso commercio delle sue grazie. Rileggeva quelle poche righe senza venirne a capo. Cercò di pensare a chi poteva aver vergato quel messaggio, passò in rassegna tutti i suoi fedeli, uno ad uno, per giungere alla conclusione che poteva essere stato ogn’uno di loro, che potevano averla scritta tutti; quella gente non conosceva la riconoscenza. E allora dove poteva essere arrivata ad attenuarsi e venir meno la sua circospezione?
Non ci sono segreti che in una comunità si possano veramente mantenere, né segreti che in quell’interno non si trasformino in leggenda. Quel sacro silenzio fu rotto da un grido, una voce si alzò tra quelle altissime colonne indicando l’immagine dentro la cappella: “Nostra Signora la Madonna santissima sempre vergine Maria piange”. Onestamente quell’immagine era sempre sembrata, a più d’uno, un po’ eretica, anche se non avrebbero saputo dire perché.

N.B. Anche questa foto è stata “rubata” dal profilo Facebook di Enrico Mazzucato.

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Luigi dice che parlo troppo. E parlo troppo di me. Non mi sembra. In verità parlo molto anche di noi. E delle mie e nostre cose. Ma anche di altre cose. Di quello che succede intorno sono informata. Ma io mi chiedo: perché dovrei parlare degli altri? In fondo gli altri sono gli altri. Non è che ne sappia tanto. E poi cosa c’è da dire? E io credo che lui, Luigi, esageri. Molto spesso non mi sta nemmeno a sentire. E ultimamente tutto sembra dargli fastidio. Così preso dai suoi pensieri. E dal suo lavoro. Sembra che solo le sue siano cose importanti. Già! ma lui è un uomo. Come tutti sembra che ogni sua parola cambi il mondo. Loro sono giusti. Sono intelligenti, loro. Loro sono pratici. E poi non sanno cambiare una lampadina. O cucinare un uovo. Alla fine restano sempre bambini. E dobbiamo essere noi a risolvergli i problemi. Pronte a proteggerli e a nasconderli tra le braccia. Sì! dobbiamo essere noi a risolvere tutti i loro presunti problemi.
A volte ci vuole tutta la pazienza dell’universo. E ne ho tanta. La nostra è una storia lunga. È forse per questo che non c’è più quell’entusiasmo. Non che non ci sia cioè… Non mi posso lagnare. E’ una storia d’amore. Lui non mi fa mancare nulla. Ma qualche volta dice che è stanco. O forse sono io che chiedo troppo. E quando non è stanco è anche comprensivo. Che qualche volta vorrei lo fosse meno. Mi sembra così, in quei casi, di interessargli meno. Lo vorrei, a volte, un po’ più geloso. Non vorrei che ci fosse qualcun’altra. Giuro che gli strappo gli occhi. Certo che io sono cambiata. Ma chi non cambia? E’ il tempo che ci cambia. Un giorno dopo l’altro. E al tempo non possiamo rifiutarci. E chiamiamole pure rughe di espressione. Senza crederci nemmeno noi. E mi viene da pensare, ora, a come si è ridotta Giovanna.
Don Igino (a questo proposito non vi sembra strano un nome così, come quello?) invece ha la pazienza che Luigi non ha. Lui sì che sa ascoltare. Non fosse per la tonaca… ma quando la toglie è pur sempre un uomo come tutti gli altri. All’inizio non l’avevo guardato così, voglio dire come un uomo. All’inizio era solo un prete. Poi le cose sono andate avanti. Ci si è cominciati a conoscere. E ci si è conosciuti bene. Molto bene. Ed è stato tutto più facile. Anche per me. Non so per lui. Una di queste volte glielo devo chiedere. È come se sia passato dal mio confessore al mio confidente. Insomma un vero amico. Questo è don Igino. A proposito: “Vi ho detto che è un prete? Non si direbbe, vero”?
A volte credo di andare anche senza il bisogno della confessione. Solo per parlare. Anche senza un motivo di cui parlare. Ma per una donna per bene e un bene liberarsi dei propri peccati. Dopo mi sento meglio. Povero don Igino. Deve avere una pazienza infinita. Non parlo per me. Con tutte quelle donnette che gli riversano addosso tutte le loro squallide storie e le loro perversioni. Dio solo lo sa cosa avviene dietro a tutte quelle finestre. Ne ho sentite di storie. Ma in fondo non è forse questo il lavoro di un prete; avere pazienza, stare ad ascoltare. È soprattutto questo che amo in don Igino. Non che non sia un bell’uomo. Tra lui e Luigi… beh! dieci a due. Ma non è il caso di parlare d’amore. Non con lui, perché l’amore ha anche bisogno di certezze, e di futuro. La sua certezza e nella fede. E allora non so dare un nome a questo sentimento. Gli sono affezionata. E nessuna parola può sporcare il nostro rapporto. La stima che ho di lui. Di don Igino, non di Luigi, perché la stima va conquistata. E poi mantenuta. E quello è più il tempo che passa con la televisione, o fuori. Sospetto che ami di più tenersi quel bicchiere in mano.
Poi c’è sempre qualcuno che viene ad insegnarti che si dovrebbe essere più discreti. Ed è il primo che non si fa gli affari suoi. Solitamente è così. Io quello che ho in cuore ce l’ho in bocca. E dico quello che deve essere detto. Non faccio sconti. E la gente un po’ mi guarda con rispetto. Anche perché io quando mi ci metto mi ci metto. A me non la si fa. So io chi va ogni mattina in visita a quella santerellina di Stefania mentre il marito inforna il pane e non è ancora giorno. So io le vere doti di infermiera di quella bionda evidente e svampita che lavora per il dott. Landonfi, il dentista. Lui è un vero cane ma quando c’è lei non c’è maschio che esca scontento dall’ambulatorio; lui compreso. E la moglie zitta. Ma a proposito di mogli c’è Adele, e ce ne sono tante, che si divertono loro perché così si diverte il marito. E poi li vedi magari a braccetto come due innamorati della prima ora. Già Adele, che se lo facesse per mestiere lavorerebbe meno e meriterebbe più rispetto. Invece lo fa, e “Diobono!” tanto, e solo per il gusto del piacere. Perché io non sono una da credere a tutte quelle storie. Al fatto che sia lui che vuole che lei lo faccia. Non che mi faccia gli affari degli altri. E’ che te li fanno sotto gli occhi. Praticamente alla luce del sole. E si credono anche furbi. E vogliono far passare gli altri che vedono per fessi.
E devo ammettere che provo uno strano piacere a confessarmi. E a confessare anche tutti i loro peccati. Mas quello che importa sono i miei. E’ naturale. Per quelli provo un piacere di cui certi momenti mi trovo a chiedermi se me ne dovrei vergognare. Pentire. E poi confessare quella mia confessione. Quella voglia di dire le cose. Fino al desiderio di esagerarle. Non lo so cosa mi spinge. Forse per avere ancora più cose da dire. Forse per sentirmi rimproverare. Forse solo per avere il suo parere. E gli dico: “Igino”, perché ormai io lo chiamo così, c’è confidenza tra noi, quel don mi imbarazzerebbe, così come dicevo gli dico direttamente “Igino, dimmi Realmente cosa ne pensi. Voglio dire di me. Senza scrupoli. Non trovi che sono ancora una bella donna”? Oppure: “Guardami, ti sembro sia da buttar via”? Soprattutto domande; non ci avevo mai pensato. Non fino ad ora. Ma questi sono solo degli esempi. Solo per dare un’idea. Per farmi capire. Anche se lo so che poi in questo paese tutti finisce in gloria. Ma gli chiedo anche della fede. Non sono certa che la mia e la sua siano la stessa cosa. Io non le so molte cose. E spesso sono confusa. E spesso mi tengo le domande. Per la paura di sembrare una sciocca. Ma ho un capriccio che mi frulla in testa. E glielo vorrei proprio chiedere a lui: “Cosa ne pensa dio dei tatuaggi”?

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Dietro la finestra. Nessun suono. Con gli anni Claudia aveva imparato la pazienza. E a guardare la gente. A riconoscerla. A raccontare le loro storie. Storie che diventavano anche un poco sue. E quel giorno era un venerdì. Normalmente il venerdì Giovanni non riceveva nessuno. Forse quello non era nemmeno il suo nome. Non gli aveva mai rivolto la parola. Gli piaceva immaginare che si chiamasse così. Come l’ultimo degli evangelisti. Ultimo anche in quello. Ebbe un dubbio, ma era proprio venerdì. Ed era mattina quando quella donna entrò. Parlando lei gesticolava molto. In maniera esagerata e insolente.
Stava quasi per andarsene quando lei gli allungò uno schiaffo. E lui la spinse lontana. Peccato non fosse ancora abbastanza caldo. E le finestre fossero chiuse. Doveva frenare la sua immaginazione. Cercò di celarsi dietro la tenda. Aspettava di assistere ad un dramma famigliare. Ne succedono tante e di ogni genere dentro le quattro mura. Cercò inutilmente di leggere il labiale. Probabilmente lei lo aveva apostrofato con uno “Stronzo”. Son cose che si dicono. Che sfuggono. Il rimmel le colava con le lacrime. Lei s’era pulita con la mano. Continuavano a fronteggiarsi. Aveva frugato nella borsetta probabilmente in cerca del coltello. Sicuramente il colpevole era lui. Lei fece per andarsene. Lui gridò qualcosa. Li separava il tavolo. Lei si fermò. Si stava condannando da sola. La prese per un polso. Si divincolò. Lo guardò con furore. La sua bocca si chiuse in una morsa di disprezzo. Quel Giovanni strinse ancora i pugni con fare minaccioso. Stava per scoppiare la tragedia. A Claudia non era mai capitato, in tanti anni, di assistere ad una scena simile.
Fu tentata di chiamare il 113. Non sarebbero arrivati in tempo. Pensò a dove poteva aver messo la macchina fotografica. Non poteva togliere gli occhi dalla finestra. Era sicuramente l’unica testimone. Avrebbero dovuto darle ascolto. Lei gli gettò il vino rimasto nel bicchiere in faccia. Lui si asciugò con la manica della camicia continuando a fronteggiarla. Sicuramente le aveva sputato in fatta: “Puttana”. Lei scosse i capelli. Scoppiò n una risata isterica. Gli sputò in faccia una serie di insulti. Alzò nuovamente la mano per colpirlo. Invece sbottonò un bottone della camicetta, poi un secondo, poi si mise a nudo un seno. Giovanni parve interessato. S’ammutolì. La sua espressione si rilassò. Sorrise a quella donna. A quel gesto. Girò attorno alla tavola e la spinse sulla stessa. Claudia guardò l’orologio incredula. La moglie non sarebbe rientrata che nel tardo pomeriggio. Con la scusa delle lezione in casa il vecchio professore… Si baciavano con furore. Lo stavano per fare in cucina. Lui fece scorrere la mano sulla coscia fino a sollevarle la gonna. La donna sotto non aveva messo mutandine.
Lei lo aveva scritto alla poveretta. E più d’una volta. Forse non aveva ricevuto le lettere. Certo le aveva ritirate lui dalla cassetta. Oppure la picchiava; anche lei. E lei s’era rassegnata. Comunque non riusciva a capirla. E si trovava senza altre spiegazioni. E quella non era mica la sola. Comunque i due amanti si davano da fare, così, in cucina, e con passione. Doveva fare qualcosa. Doveva smetterla il vecchio porco di portarsi le donnacce per casa. Ma nessuno sembrava volerla ascoltare. Intanto i due amanti si erano un po’ calmati. Lui l’aveva aiutata ad alzarsi e così com’era, con i pantaloni a mezz’asta e tutto fuori l’aveva accompagnata verso la camera. La fedifraga aveva finito di sbottonarsi la camicetta e sembrava divertita. Zoppicava perché le si era sfilata una carpa. E lo seguiva accondiscendente. A Claudia non sfuggiva un solo particolare ma non poteva vedere proprio bene tutto. Le finestre erano troppo distanti. Doveva ammettere che lui era un bell’uomo. Anche se un po’ avanti con l’età. Aveva mantenuto un certo fascino. Continuava a non capire come quella donna, le donne, potessero cadere in tentazione, subire le sue lusinghe. E come detto non poteva esserne certa per la distanza tra i due palazzi. Si spostò incuriosita nell’altra stanza per continuare a tenere i due concubini sotto controllo, ma i due avevano le tende accostate. Delusa andò a farsi un caffè nell’attesa di rivederli in cucina.
Ormai da anni la vita degli altri era la sua vita. Che lei ricordasse, da sempre. Cercò disperatamente di mettersi nei panni di quella donna, senza riuscirci. Con una estrema confessione cercò anche di togliersi quei panni come la donna sconosciuta. Una cosa la colpì allo stomaco, sospesa tra un languore e un colpo al basso ventre. La caffettiera cominciò a borbottare. Certe volte s’erano incrociati casualmente, e lui l’aveva guardata in quel certo modo. Lei gli avevo mostrato tutto il suo disprezzo. Convenne che non era poi così vecchio. Forse aveva pochi anni più di lei, anzi erano sette; lo sapeva. Ma lei era una signora a modo, di quelle che una volta chiamavano signore per bene, donne serie. Lei non era mai andata con i mariti delle altre. Non lo avrebbe ammesso ad anima viva: nel dubbio non era mai andata, o quasi. Solo quella volta, che lei ricordasse. Ma lui le aveva detto che in casa non andavano d’accordo. Senza che lei glielo chiedesse. Intanto quei due sembravano non stancarsi mai e ancora si si vedevano. Veramente lei aveva anche un bel seno, doveva ammetterlo. Non riusciva ad essere contenuto in una mano. Ma ora aveva le sue faccende da sbrigare. Non poteva indugiare in quei pensieri dove non trovava nemmeno conforto. Lei era la vera guardiana di quel piccolo mondo. Intanto la televisione andava ad alto volume. L’abbassò anche se dubitava che ci sarebbe stato qualcosa da sentire. Lei la faceva andare la tele ma non riusciva mai a restarne affascinata. Non era come quelle che seguivano ogni programma con gli occhi appiccicato sullo schermo quasi che il mondo fosse quelle. Lei non ne era interessata e non si beveva quelle favole.
Tra i caffè e i pensieri s’era distratto un attimo; quello giusto. I due si stavano salutando sulla porta e nel frattempo s’erano ricomposti e riassettati come se nulla fosse successo. Ma a lei non era sfuggito un attimo, o quasi. Lei lo sapeva che quello del terzo frugava nella posta e leggeva le lettere degli altri inquilini. Che Stefano aveva attaccato nel proprio garage elettrodomestici alla luce condominiale. E credeva che quel piccolo vano fosse un laboratorio di falegnameria. Come potevano non sentire la sega e il trapano che andavano di continuo? Sapeva che il figlio dei Ciabottini succhiava la benzina dalle auto in sosta. Prima o poi l’avrebbero preso, anche se non avevano mai preso in considerazioni le sue segnalazioni anonime. Quel ragazzo sarebbe sicuramente finito male. E poi si faceva anche gli spinelli. Non che la madre si potesse considerare una donna irreprensibile. E dov’era finito suo marito, se mai l’aveva avuto un marito? Povero ragazzo. E lei sapeva che e come il signor Gaetano facesse gli occhi dolci alla signora del quinto, quella Pernilla che si dava tutte quelle arie. Anche quella era destinata a non finir bene. E sapeva anche chi c’era dentro quando l’ascensore si bloccava e non arrivava mai. E chi lasciava le immondizie fuori dal bidone. E non era un mistero per nessuno che il tanto distinto ragionier Bonifazi era fallito. Aveva perduto lo studio e poi la moglie. Non i polli da spennare. Era tornato a spassarsela bene. Una sera l’aveva invitata. Aveva detto per un drink con gli amici. Fossi matta, s’era risposta. Lui non aveva insistito e non glielo aveva più chiesto. Ma era certa che la guardasse dietro.
Quando c’era del marcio lei era incapace di tacere. Lei era una che si faceva gli affari suoi, ma il troppo è troppo. Non poteva vedere le cose e starsene buona a subire. Prese carta e penna e si mise a scrivere l’ennesima lettera alla moglie di quel Giovanni. Stavolta l’avrebbe infilata nella cassetta il mattino presto, prima che uscisse per andare in ufficio. Poi avrebbe scritto alla finanza, la macchina nuova del caro ragioniere Carlo era un offesa per tutti quelli a cui aveva fatto perdere i soldi. Non se la poteva permettere nella sua posizione. Sicuramente era il frutto di una truffa. Infine si sarebbe liberata di quel segreto che la tormentava da tempo: avrebbe confessato ai Carradori che il Di Carlo, che la signora trovava tanto simpatico, si puliva le scarpe sul loro zerbino. Perché tutti la ascoltavano tranne chi avrebbe dovuto? Non era invidia la sua ma bisogno di giustizia. No! non avrebbe voluto essere nei panni della donna e trovarsi tra le braccia di quel Giovanni. Certo avrebbe voluto sentire le cose che s’erano detti. Lei le sue occasioni le aveva avute. Non era certo mossa da invidia. Certo qualche sera si sentiva sola. Un giorno un signore distinto le aveva anche chiesto se aveva esperienze e se le sarebbe piaciuto fare l’indossatrice.
Era giovane allora. Come poteva “con tutto quello che ciò da fare”. Allora le aveva lasciato il suo bigliettino. Ma la Luisella, quella smorfiosa, che era presente, lei sì c’era andata. L’aveva scritto a quel gran signore che della Luisella non ci si poteva fidare, che ha l’alito pesante e non si fa troppi scrupoli, nemmeno per quello. Cioè che era chiacchierata, non che si sapesse qualcosa per certo ma si diceva, e visto come si vestiva e si veste non è difficile da credere, che avesse avuto una certa relazione e fosse una facile da convincere. In testa d’altronde non aveva granché. Erano rimaste amiche ma lei non aveva potuto tacere. Non solo perché non aveva molta simpatia per Luisella, in fondo lei aveva vissuto la sua occasione, gliel’aveva rubata, ed era solo svenevole davanti al primo uomo. E poi cosa c’è di male nel dire la verità. Lei, la Luisella, gliel’aveva anche chiesto ed era stata Claudia a dirle di andare pure, ma le persone debbono sapere. E in verità lei aveva solo chiesto un parere: se a lui sembrava opportuno. Mica gli aveva messo in bocca una risposta.
Inutile rivangare i tempi passati. Allora prese in mano il telefono e lo chiamò il signor Giovanni, ma quando la sua voce rispose lei non riuscì a dire nulla. Certo aveva una bella voce, e doveva essere una persona convincente. Era ormai ora di infornare l’arrosto. Chissà se lui amava la buona cucina.

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luna, castello, uccello e personaggiNon c’è niente di meglio dopo che una buona sigaretta”. Le persone si riconoscono anche da come bevono il caffè. Ero stato a guardarla attentamente, Olga non aveva lasciato sulla tazzina la minima traccia di rossetto. Il sole la colpiva di sghimbescio senza riuscire ad infastidirla. Alice, naturalmente, stava sorseggiando svagata un the alla menta. Gabriele la guardava come vedesse una visione e versò dello zucchero sul piattino. Marcello aveva una macchina fotografica digitale nuova e non la lasciò nemmeno un attimo; il cucchiaino tintinnava senza gentilezza nella tazza. Era una regalo di Carla: Carla aveva uno dei suoi soliti piccoli malanni ed era stata aspettata per nulla. Aveva mandato un messaggio diverso per ognuno. Alessia non riusciva a stare ferma per ricordare a tutti ogni sua grazia e teneva il mignolo teso e il naso all’insù. Non ne aveva molto di seno ma non era un mistero per nessuno. Gli angoli della bocca di Giuseppa erano rivolti in giù e anche quel caffè sembrava avere un sapore terribile. Flavia era in ansia per presentare alla compagnia il suo nuovo; l’ultimo. Diede di gomito alla vicina. Lui portava gli occhiali e tutti si aspettavano qualcosa di intelligente, ma era solo una questione di vista. Tutti ancora si chiedono il perché del gesto di Isabella.

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(Una storia italiana)

Possibile che in questa maledetta penisola tutto debba sempre finire a tarallucci e vino? Pare proprio che ormai non ci sia scampo e allora tanto vale raccontare anche questa ennesima storia italiana. Secondo Giuliana, mia moglie, ne vale la pena; io conservo tutt’ora qualche dubbio.
Eravamo andati, io e la mia compagna, a passare qualche giorno di vacanza in un vecchio castello in Toscana da poco trasformato in albergo. L’aveva scoperto lei, non ricordo come, e la guida prometteva una tavola raffinata e abbondante.
L’atmosfera era ottima e l’intero stabile ben conservato. Le stanze ampie e comode. Il mobilio antico eppure funzionale. Ma si narra, attraverso la voce della commovente credulità del popolino, che il vecchio edificio, quasi interamente rimodernato, sia tutt’ora abitato dal fantasma del suo antico padrone.
Molti hanno raccontato di questo castello e della sua storia tanto che ne ha parlato anche il grande scrittore colombiano e non vale perciò la pena soffermarsi su come l’antico signore abbia ucciso la donna amata e poi abbia trovato la morte quasi cercandola; basti dire che girerebbe nottetempo per quelle ottantadue stanze “cercando di raggiungere la quiete nel suo purgatorio d’amore”, e tanto è sufficiente.
Certo ne io ne lei crediamo più ormai da anni ai fantasmi; e come è possibile di questi tempi? Forse può riuscirci solo un vecchio scrittore che ha favoleggiato tanto nei suoi libri da confondere la realtà e cominciare a vivere, nella vita reale, una delle sue innumerevoli favole. E poi quella storia così assurda dell’odore di fragole fresche che rimarrebbe nell’aria; via! tutto diventa ancora più assurdo.
Comunque questo fatto, contrariamente a quanto avevo pensato quando decisi di partire, bene a conoscenza di tali dicerie, invece di allontanare gli ospiti, per quanto possa sembrare strano, li richiamava a frotte; la gente accorreva entusiasta alla dimora secolare di quell’impalpabile spirito e ne avemmo conferma appena arrivati
Le stanze erano tutte occupate e certo non ci sarebbe stato possibile pernottare senza la provvidenziale prenotazione che avevo fatto telefonicamente già con due mesi di anticipo, quando ero ancora completamente all’oscuro delle attrattive del posto; per fortuna che io sono sempre previdente e cerco di considerare ogni eventualità in anticipo.
Tutta quella gente, durante tutto il giorno, faceva traboccare di rumori i corridoi e la vasta sala da pranzo ma la cosa non infastidiva punto perché le spesse mura fornivano sufficiente riparo e pertanto, chiusi nella propria stanza, si ritrovava il silenzio e la pace della campagna. Anche se non era proprio come lo avevamo immaginato riuscivamo così a ritagliarci finalmente momenti sereni solo nostri perché avevamo bisogno unicamente di assoluta quiete e di ritrovarci; stanchi di lavoro e di città.
La giornata del nostro arrivo trascorse tranquilla e infiacchita come tutte le giornate che proseguono un viaggio di trasferimento con quelle loro ore pesanti consumate nel prendere confidenza, anche fisica, col posto e nell’organizzare in modo provvisoriamente nuovo la propria vita; come in una qualsiasi prima giornata di una vacanza.
Dopo una cena pantagruelica, fatta di mille squisitezze preparate in modo sublime e bagnate di chianti, finita con una fetta enorme di stupenda crostata di fragole fresche, passammo una notte insolitamente tranquilla rintanati nel sonno in cui ci avevano fatto sprofondare gli acidi delle nostre fatiche e non udimmo che un silenzio spesso come una trapunta d’inverno e qualche grillo toscano in vena di stornelli.
Nei giorni seguenti ci avventurammo senza fretta alla scoperta di quella campagna e nella ricerca della nostra serenità e pian piano cominciammo a entrare in confidenza anche con altri ospiti dell’albergo; prendemmo a cenare anche qualche sera in compagnia con qualcuno di loro, e poi si conversava volentieri. Una coppia era stata dalle nostre parti, giusto un anno fa, e avevano trovato il posto incantevole; così avevano detto.
Quello che mi sorprese ancor più era come tutti, forse perché pensavano di aver pagato anche per questo, fossero convinti della veridicità della leggenda anche se nessuno poteva affermare di aver personalmente visto o sentito il fantasma muoversi per le stanze dopo la mezzanotte, allorché gli ospiti sembravano mantenere un rispettoso silenzio. Finivano per essere patetici così certi che era persino ridicolo provare a contraddirli.
Era puerile ma ci credevano e si adombravano come se dovessero difendere l’onore della moglie o dei figli ma io che amo evitare, fin tanto che posso, ogni possibilità di diverbio e preferisco lasciare stare e lasciare che ogn’uno si cucini nel proprio brodo che poi si vede chi ha carne, sorvolavo elegantemente; in fondo la maggior parte di loro erano persone amabili con cui era anche bello discorrere; e non volevo misurare le loro suscettibilità. Con Giuliana invece si stava assieme ormai da sette anni e avevo avuto modo di conoscere a fondo il suo concreto disincantato; fra noi non si fece mai veramente cenno della leggenda.
Così ci soffermavamo spesso a parlare dopo ogni pasto, io con gli uomini e mia moglie poco distante con le mogli e le fidanzate perché lì abbondavano le giovani coppie, e si parlava del più e del meno come si usa con persone con cui si ha poca dimestichezza e una conoscenza relativamente breve e fresca e quando parlavano del fantasma mi limitavo ad assentire cercando di celare assieme alla mia incredulità anche il fatto che non partecipavo affatto.
Per la contiguità delle donne al nostro tavolo una sera mi accorsi che anche loro stavano parlando di questo benedetto fantasma, proprio un fantasma di fantasma giacché se ne parlava sempre ma in tutta una settimana che eravamo lì non si era mai vista la benché minima traccia, naturalmente, di quell’odore di fantasma, nemmeno un’ombra.
Grazie a quegli enormi spazi verdi tra file di olmi e distese di olivi nella maggior parte quelle donne possedevano una allegria e una serenità soddisfatta che raramente si riscontra in città e cicaleggiavano volentieri bisbigliandosi mille confidenze e quando una temette, o ebbe solo il dubbio, che la potessi udire abbassò improvvisamente il tono della voce e guardò verso di me con sospetto, ma ebbi la prontezza di girarmi distratto fingendo noncuranza.
Non si parlava d’altro. La vita di tutti gli ospiti gravitava attorno al castello. Quasi tutti restavano sempre nei dintorni senza allontanarsi mai molto ne per lungo tempo e se lo facevano era solitamente per passeggiare lungo i sentieri o i boschi limitrofi. In verità il costo di quel soggiorno non era popolare, pensai che fosse compreso nel conto anche il fantasma.
Nemmeno noi viaggiavamo molto più degli altri, avevamo trovato una specie di compromesso tra i borghi diroccati, un ampio parco e le vetrine, comprammo un po’ delle solite cose che appioppano ai turisti: inutili cianfrusaglie, dell’ottimo vino rosso e dell’olio verde e denso come gelatina, ma rientravamo rapidamente alla meta. Forse era questo che rendeva l’argomento del fantasma la cosa più viva di quelle vacanze. Anche perché si aggiungeva che non avesse avuto un gran che bell’aspetto nemmeno da vivo.
Dopo quella settimana, curiosando qua e là con la mia tipica estraniata disinvoltura, avevo raccolto una variante ancora più bizzarra di questa storia; l’avevo montata attraverso i frammenti rubati sia dalle conversazioni delle donne, che finivano in risa stridule e sgangherate a mala pena frenate, che dai bisbigli del personale conditi di mugugni e oscenità: il fantasma, a sentir loro, purgherebbe ogni notte le sue colpe trovando così la quiete in un letto ogni volta diverso e partecipando inoltre alla quiete di un’ospite diversa per ogni diversa sera: segretamente sentii una confidare che quella notte il fantasma l’aveva visitata durante la pennichella del pranzo.
Certo che in quanto a idiozie la gente perde spesso la misura dei limiti e della vergogna ma mi meravigliava pure come mia moglie, di solito alquanto riservata, partecipasse attivamente a quelle chiacchiere di donne e non provasse più di tanto imbarazzo davanti a confidenze assurde che poi finivano con il decantare laide quanto enormi prestazioni del fantasma, il quale sembrava anche insaziabile e inesauribile; certo era la persona più occupata che io conoscessi. Pensare tra me e me che lui non potesse, per sua natura, possedere limiti e dimensioni umane mi metteva di buonumore.
Aveva un arnese di proporzioni gigantesche; veramente enorme.” –udii affermare arrossendo ad una signora fine e di modi squisiti, sicura di non essere udita, mentre accompagnava le parole con una misurazione delle mani di eccezionale esagerazione. Restai così inorridito dallo stupore che devo essermi tradito per un attimo; credo di essere rimasto attonito con gli occhi palesemente spalancati e la sorpresa a impacciarmi qualsiasi reazione. “Io ci metto sempre un battutino di prezzemolo e aglio.” –completò glissando mia moglie con una dose notevole di prontezza e faccia tosta.
Quella sera Giuliana era leggermente più nervosa del solito e sembrava anche un po’ delusa. Presi la cosa molto alla larga cercando di menare, come si dice, il can per l’aia ma lei eluse la mia circospetta investigazione sostenendo che si stava parlando, così come fanno i pescatori, di figli e di nipoti. Mi disse anche di non far molto caso perché le donne, quando parlano tra donne, si lasciano a volte in confidenze anche un poco intime che nascondono sempre un po’ di esagerazione; che, in quei casi, possono anche sfuggire commenti un poco leggermente pesanti, cosa per lei alquanto disdicevole eppure, ma lo si fa per stare in compagnia.
Se proprio vogliamo anche l’impossibile è possibile ma quando si ha a che fare con un fantasma, cioè un’illusione, è meglio lasciar dire, riderci sopra e alzare le spalle; eppure in qualche modo mi ero lasciato un poco coinvolgere dall’argomento principe della locanda, che sembrava quasi ormai una mania, anche perché ogni favola ha un suo fascino e anche se ogni favola è un gioco.
Quella sera giocava il Milan e noi uomini ci eravamo radunati nella saletta al piano terra. Lei, Giuliana, si era ovviamente fermata ancora un po’ a parlare a tavola prima di salire. Eravamo liberi di fumare e anche di commentare a voce alta con gli ultimi bicchieri ancora pieni e quel poco di sano cameratismo che unisce gli uomini nel calcio. La partita era spettacolare e veloce e aveva continui capovolgimenti di fronte ma qualcuno disse: “Chi visiterà stanotte”?; qualcun altro usò espressioni più crude; finalmente l’arbitro fischiò un fallo a favore che era macroscopico.
Notai come le visite del fantasma erano relative sempre alle mogli degli altri, strano paese questo nostro paese che chiamiamo Italia; dove si crede veramente solo in poco cose: Dio e la Madonna, spesso per una comoda bestemmia, un poco alla moglie, in come la sai raccontare e prima di tutto alla squadra del proprio cuore. Il mondo va sempre nel verso in cui gira. Quel mattino, per il puro gusto della pigrizia, avevo finito col non fare neanche la barba e, quella sera, mi godevo appieno della mia libertà.
Dopo la partita si formarono, come sempre, due fazioni: non trovammo accordo se sul primo goal fosse più merito delle capacità balistiche dell’attaccante o demerito della posizione infelice in cui si era piazzato il portiere avversario. E discutemmo per ore sulla regolarità del rigore, di tecniche di gioco e, ovviamente, sulle sviste della terna arbitrale; il più feroce era al castello per il terzo anno consecutivo, la moglie lo trovava così romantico. Ebbe pane per i propri denti particolarmente da uno che, voci sottobanco dicevano, la moglie avesse già ricevuto due visite solo durante questa ultima loro permanenza (donna notevole la sua signora, di quelle che non passano certo inosservate: alta, rossa, vestita da provocare e che se tardavi un attimo di guardarla era già stata lei a metterti gl’occhi addosso). Come sempre le ore passarono in fretta e veloci e quando raggiunsi la camera era a notte fonda.
Mentre salivo silenziosamente le scale pensai e risi della signora alta, rossa, dalle gambe lunghe e affusolate e dai seni tesi; che si mangiava il marito, quell’uomo più piccolo di lei, se lo mangiava a merenda pranzo colazione e cena, non solo con gli occhi; che se lo coccolava tutto il giorno per poi continuamente scappare con lui come fossero sempre presi da bisogni e appuntamenti urgenti; che lo portava a passeggio come un cucciolo di razza pregiata; che rideva sguaiata e si tratteneva meno di tutte; che ancora baciava quel suo marito, anche in pubblico, ma riservava sguardi assassini, con grande generosità, anche per ogni maschio di sesso maschile si trovasse nei paraggi.
Nella nostra camera lei dormiva accoccolata tranquilla, e aveva un mite sorriso soddisfatto che le allargava il viso che pareva mi sognasse. Non feci caso a null’altro e spensi subito la luce per non disturbare il suo sonno. Mi lasciai cadere sul letto, qualunque cosa sognasse mia moglie faceva le fusa. Nel suo sereno torpore emetteva piccoli e rauchi mugolii e lunghi e intensi sospiri. Diversamente dalle sue abitudini si era addormentata senza nulla addosso; al tepore del suo corpo mi abbandonai rapidamente addormentandomi subito in un letargo profondo.
Il mattino Giuliana si destò tardi ma comunque pur sempre prima di me. Quando aprii gl’occhi lei già usciva dal bagno preparata di tutto punto ma con ancora addosso la sua vestaglia da notte. Si liberò di un largo sbadiglio soddisfatto e si scosse con un “Buongiorno caro!” zampillante e cristallino, anzi esplosivo e fragoroso. Si apprestò a tutto con inconsueta celerità: saltabeccava impaziente da una cosa all’altra senza soffermarsi più di un attimo su niente, e cicaleggiava gaia volteggiando tutto intorno.
Aveva una vivacità e una allegrezza piuttosto insolite per lei, per quella stagione e per quelle ore, una vera gioia di vivere e gli occhi ridevano autonomamente. Continuamente si lasciava prendere dall’ilarità e cadeva prigioniera di qualcuna di quelle sue risatine sfrigolanti che sembravano poi dover proseguire fino alle lacrime e oltre. Era ciarliera, quei giorni assieme e senza angosce ci avevano fatto bene e anzi erano stati miracolosi.
Mentre finiva il trucco notai, per la prima volta, che la nostra stanza odorava come di un penetrante sapore di fragole fresche nonostante fosse situata molto distante dalle cucine. Forse fu quello a metterci di appetito ma appena scesi annientammo una colazione più che abbondante e soprattutto lei si accanì con una voracità formidabile. Ironizzava, scherzava, canticchiava e mangiava e sorridendo sembrava scambiarsi sguardi d’intesa con le inquiline degli altri tavoli, tanto che le dissi: “Giuliana; chissà cosa potranno pensare che abbiamo fatto”. Uscimmo ma restammo fuori poco, gironzolammo come da fidanzati e lei fu dolce e carina con me e mi regalò un’orribile enorme cravatta rossa con il David di Michelangiolo.
A pranzo si appartò presto con le donne, quasi si affrettò, e mi accorsi che parlava fitto fitto davanti agli occhi sognanti sgranati di una giovane arrivata nella tarda mattinata mentre tutte ridevano stridule e alcune sembravano colme di invidiosa allegria, e ogni tanto lei guardava verso me e mi faceva un cenno ridendo. Una donna di poche attrattive, che era ospite ormai da più di tre settimane, l’ascoltava attenta e sembrava sul punto di piangere. Udivo nient’altro che il movimento delle labbra e il brusio informe di noi uomini che consumavamo gli ultimi argomenti della partita e commentavamo un paio delle ultime notizie dei giornali.
Circolava, dalle nove di quello stesso mattino, la notizia che qualcuno credeva di aver fatto luce sul mistero del fantasma ma era ridicolo poter pensare, anche per un solo momento, guardando quel piccolo cuoco sardo butterato dalle mani enormi che lo impacciavano continuamente, al vecchio padrone del maniero; ridicolo e assurdo. Certo una minima somiglianza c’era.
Dicevano di averlo notato poco dopo mezzanotte passare silenzioso e furtivo per i corridoi deserti e che era sparito all’improvviso scivolando in una stanza che non avevano saputo localizzare con precisione; a conferma aggiungevano di aver udito, subito dopo, dei mal attutiti lamenti; come dei guaiti di cuccioli ma certo dei veri ululati d’amore che pian piano si spandevano fino a diventare tonanti.
Naturalmente l’albergo non prese provvedimenti non dando credito a quegli assurdi pettegolezzi anche perché non potevano certo privarsi in quel momento del suo prezioso aiuto e spero non solo per questo; ho già detto come il fantasma era una vera, insperata, manna per il luogo. Per fortuna che qualche volta il buonsenso trionfa ancora anche là dove sembra si stiano affermando superstizioni che credevamo scomparse.
Quel cuoco aveva comunque, seppure involontariamente, distrutto in me tutta la magia di quel castello, il pensiero di quell’uomo goffo e onestamente anche un poco ignorante, non molto pulito e col viso devastato dal vaiolo, potesse essere in qualche modo mescolato alla leggenda del castello aveva reso tutto anche troppo ridicolo; e inoltre non potevo permettere che anche mia moglie mostrasse, seppur minimamente, di prestar fede a credenze da medioevo e a una favola certamente seminata da buontemponi che ora se la ridevano anche alle nostre spalle. Così, lasciandola ultimare le sue ultime sciocchezze, senza neanche provvedere ad avvertirla, feci segno al cameriere
Una favola è bella proprio in quanto favola. Per intavolare un minimo di conversazione chiesi quale era la specialità del cuoco. “Crostata di fragole fresche; –mi disse– le facciamo arrivare anche fuori stagione”. Ne ordinai due porzioni e poi provvidi a disdire la camera. Dissi quasi con disprezzo: “Per favore, mi può far preparare il conto di tutto”? Mi guardò sorpreso. Poi: “I signori partono già”? –mi chiese dispiaciuto. Risposi inventando impegni urgenti improvvisamente insorti che mi costringevano a tornare. Aggiunse solo leggermente stizzito: “Spero che i signori siano rimasti soddisfatti e di rivederli presto”. Non mi spiego perché verso la conclusione ammiccò in direzione di mia moglie.
Con quei prezzi certo non sarà facile che ci si possa rivedere tanto presto; comunque non ero affatto pentito di aver speso così i miei soldi. Ero solo un poco irritato perché anche a me seccava non poco dover rinunciare a tre giorni di vacanza solo per le sue sciocchezze, ne avrei volentieri fatto a meno ma non avrei mai potuto minimamente immaginare che fosse così… così… frivola e facile preda dell’idiozia: ma come si può a trent’anni credere ancora all’esistenza dei fantasmi? E pensare che era servita più a lei che a me.

I suoi occhi guardano nel vuoto. E’ tutto il viaggio che vorrei dirle di smettere di canticchiare quella mielosa maledetta canzone ma è meglio evitare anche perché non vorrei toccare la sua sensibilità e suscettibilità, in certi momenti è meglio lasciarla stare, ed è già stato così complicato spiegare la mia improvvisa decisione; perché dovevamo lasciare anzitempo l’albergo frettolosamente andandocene all’alba quasi come due ladri.
Ho dovuto dire anche a lei una bugia perché si ostinava ad insistere che non ce ne potevamo andare senza salutare nessuno, almeno le più intime; che così avrebbero potuto pensare qualsiasi cosa di noi; che forse mi ero dimostrato ancora una volta per il tirchio che ero; che non posso decidere da solo per tutt’e due; ecc… Intanto si è già lasciata riprendere dai nervi e non vorrei che: ricominciasse con le sue eterne emicranie; riprendessero, almeno per un po’, i suoi continui sbalzi di umore e le sue malinconie; fosse già svanito l’incanto della vacanza. Per il momento mi accontenterei che riuscisse a stare ferma, anche un solo istante, e che smettesse di torturarsi le dita. Ma soprattutto che la finisse con questa maledettissima filastrocca che miagola da quando siamo partiti.¹


1] scritto il 16.02.1995

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Già! oggi sono qui a dirmi ma quanto stupida sono stata? Ma com’è stato possibile? Ma che stupida? E mica né ho questo grande piacere. Non mi va. Decisamente preferisco non parlarne. Il massimo di esposizione: parlarmene da sola nel silenzio. Nemmeno Michele mi deve sentire. Nemmeno lui che dorme qui a fianco, come un angioletto. Come se se questo oggi fosse solo un ventre dolce. Le coperte tirate sulla testa. Un sorriso che non nasconde un sonno tranquillo. Forse anche una qualche avventura notturna. Una scappatella incolpevole. Ne dovrei essere gelosa? Il suo volto sereno mi mette allegria. Invece me ne sto qui. Succede. Qui vittima del passato. Frammenti di discorsi e di dubbi che mi assalgono. Senza motivo né giustificazione. Cose non del tutto distinte che riemergono. Da quella poltiglia indefinita. Per quanto faccia. Eppure non voglio. Ma è di questo che è fatto, il passato. Non sopporto che lui possa dormire, così tranquillo. Una rabbia mi monta. Mi andrebbe di svegliarlo. Per dirgli cosa? Che capita che il mattino si faccia di cattivo umore? Vorrei tornare a dormire. Una qualsiasi via di fuga. Anche la più stupida. Cerco il suo calore. La tenerezza che mi da scivolare e andargli vicino. Ascoltare solo il rumore del suo respiro. Avessi potuto nascondermi sempre in questa sorta di morbida pancia vaporosa.
Oggi è lui la mia storia, e la mia vita. Ma allora… Di storie simili chi non né ha vissuta una o almeno sentito parlarne? Ne sono piene le strade. E’ bello, a volte, lasciarsi al chiacchiericcio, anche solo per parlare. Niente di meglio che una storia d’amore, travagliata; cioè di sesso e corna. Non si può condannare una se si lascia andare a qualche consiglio, sempre e obbligatoriamente in assenza dell’interessata, a qualche considerazione moraleggiante, a qualche fantasia anche crassa; a supposizioni più o meno colorite. Si sa come siamo noi donne. A volte non c’è maschio che tenga, e sui maschi, a parlare di maschi, magari su particolari anatomici, con tanto di misure, più o meno documentate. Certo che per sé si sogna sempre il meglio. E si vorrebbe che tutto appartenesse alla favola. Invece è la vita che si inventa il tuo futuro.
Solo che finché sono quelle degli altri… solo che invece era la mia storia. E quando la storia è la tua storia allora mica né parlano con te. E nemmeno le chiacchiere ti divertono. Gliele leggi semplicemente negli occhi, quelle velenose maldicenze, nelle voci che si abbassano quando vieni scorta, in ogni gesto. Poi ci sono uomini come Francesco che credono che questo gli dia un qualche permesso. Una donna che ha una storia è una donna disponibile a qualsiasi storia; come esibita in offerta speciale. Non tutti gli uomini sono così ottusi e stupidi, per fortuna, ma molti certo che sì. E allora Francesco si era fatto allusivo e pareva non potesse accettare che venissero respinte le sue avance. Ma io non avevo ancora nemmeno quella storia, e poi la mia sarebbe rimasta sempre solo una piccola storia malata. Ed ero cresciuta così all’improvviso che avevo smesso di riuscire a trovarmi. Ed ero stata costretta ad imparare sulla mia pelle. A capire il silenzio. Ad abituarmi ed accettare la solitudine. Non erano, allora, certo le parole a sfidarmi. Poco me ne importava. Mica mi ero fatta stupida per quello.
In questo coacervo di pensieri mi annego; maledetta mattinata. Alba di merda. Già! la stupidità è una libera scelta. Per quanto si possa essere liberi con se stessi, con le cose, con i fatti della vita. Tenendo conto di tutto, dei pro e dei contro, in questo contesto, libera lo ero stata. A dirla con la ragione di oggi niente e nessuno mi aveva spinto. Non avevo né potevo avere allora la ragione di oggi. Ne avrei di cose da raccontarmi. Meglio di no. Meglio non farlo. Basta quel poco; quei frammenti galleggianti; tornati, senza ragione, in superficie. Questo male. Ma c’è qualcosa che avviene senza ragione? Ho il sospetto che quando non c’è sia semplicemente perché non vogliamo che ci sia. E’ solo oggi che mi sembra di non capire. Allora capivo benissimo. Chi era causa di quel male di vivere se non io? Ma allora ero un’altra donna e oggi sembra solo un’altra storia. Persino la storia di un’altra che un poco sono tentata di non crederci.
E oggi mi ritrovo con la testa piena di idee e la bocca di parole. Parole che non si possono che tacere. Semplicemente perché non c’è di meglio che un silenzio. E perché lui dorme e non né ha colpa alcuna. Si tira le coperte ancora più su sul viso proprio come un bambino. Nessuno ne ha colpa, nemmeno il mattino. Nessuno tranne me e la mia capacità di ricordare, all’improvviso. Queste cose che tornano dal nulla; dall’infinito. E vorrei liberarmene, di queste idee e di tutto. Lui non lo merita. E lui ha avuto la forza anche di perdonare. Ma io non avevo nulla da perdonare perché semplicemente ho vissuto la mia vita. E in fondo lui non c’era e non può certo vantare diritti e recriminare. Quello è il mio passato ed è solo passato, una vita fa, trascorsa. L’importante è che sia qui e che ci sia quando si sveglia. E so già che quando si sveglia tutta questa angoscia smetterà di essere. Verrà cancellata. Ma perché vivere e soffrire ancora per quei ricordi come non l’avessi già fatto abbastanza?
Allora, quando ho scelto di stare con lui cioè di mettermi con lui, non è che l’ho scelto ma è la cosa che mi ha scelta. Tutto è iniziato in silenzio. E’ sempre così, le cose accadono mentre ti succedono e crescono e si fanno fatti e storie, ed è come se in quei momenti ti fossi distratta dalla vita. Così è stato anche per me: una gentilezza che diventava sempre più carineria, una amicizia che tra una parola e l’altra metteva radici e diventava sempre più confidenza, per poi trasformarsi e spingersi fino all’intimità ed è così che è cominciato tutto, lentamente. Tutto in modo così naturale e, in un certo senso, subdolo perché l’amore, se possiamo chiamarlo così, non da appuntamenti, non si annuncia, non manda lettere. E quando ho capito era già troppo tardi. Io lo sapevo che aveva già una famiglia. E sapevo tutto. Sapevo anche che non sapeva dire no a nessuna lusinga. Che non sapeva resistere al fascino e ai corteggiamenti. Che gli piaceva sedurre e farsi sedurre. Anche se tra noi non è mai successo e non è mai stato così. Ma ero già una donna che ama e lo vedevo già meglio di quello che ero. Ma non ho mai imparato a vergognarmene. E’ così che ha cominciato ad esserci. E lui c’era. C’era sempre. Sempre quando non serviva.
E ho imparato, e ho imparato ad aspettarlo. Perché quello è il prezzo di un amare ammalato. E io ero lì ad aspettarlo. Come una stupida. Nemmeno come un amante, ma solo proprio come una stupida. A sperare e a soffrire, senza nemmeno un appuntamento. Quando veniva era sempre come per un caso, una fatalità. Ero persino incapace di gelosia. Lo odio per questo. L’ho odiato anche allora. E’ così stupido a pensarci. Ed è così stupido svegliarsi, tornare a pensarci, e odiarlo ora. Quel mattino di pioggia è stato solo per un attimo, sapevo che non era possibile, che non poteva essere, ma ho voluto illudermi; raccontarmelo. Forse solo perché… come sarebbe stato bello. E volevo vederlo bello, comunque. E poi mi sono vista. Vista veramente. Lucidamente. Completamente. Com’ero buffa. E soprattutto stupida. Anche di più, se possibile. E mi assale ancora quel riso sgangherato. Eppure, nonostante tutto, non posso ricordare un addio più doloroso.
Per fortuna oggi c’è Michele e queste cose che riemergono ritrovano dolore ma restano solo ricordi. Cosa aspetta a svegliarsi e a stringermi tra le braccia? Oggi che mi sono liberata di tutto e vivo una vita che non è più quella vita, non sono più lei. Oggi sono la sua Rossana, e sono tornata, e lui le sa tutte queste cose. Non voglio parlarne con lui. A cosa servirebbe? E allora: “Chi è colpa del sensale pianga sul prezzo”. Sempre per la serie dei proverbi e dei modi di dire rivisti. Ma oggi lo so, e l’ho imparato, che l’amore ha un altro sapore quando una persona si sente amata.

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4.Ora cos’è che non va? Lo so che non ci dobbiamo mescolare ma io mica mi solo mescolato; almeno per ora. Mi sono limitato a… a… quello”.
In fondo non è colpa mia se ho gli occhi. E di quello che mi è capitato nemmeno lo so cosa mi è capitato. E’ che provo per lei qualcosa di strano dentro di me, ma non è colpa mia. Non so cos’è né com’è successo. E’ un qualcosa di simile a quello che gli umani chiamano approssimativamente “amore”; e, nel mio caso, per giunta del terzo tipo. Gli umani sono sempre così approssimativi nel loro linguaggio. Io non so come altro definirlo ma è come uno strano calore che mi prende quando le sono vicino, quando me la vedo davanti. Più precisamente delle vampate che se lei mi potesse vedere le distinguerebbe perché danno colore alle mie gote. Mi salgono dallo stomaco e mi scombussolano tutto che comincio a sudare. Non è bello perché dopo mi sembra anche di sentire quello stesso odore. Non quello che dopo traspira lei che è sempre così profumata. Piuttosto quello che traspirano gli uomini come se fossero stati costretti ad una fatica immane. Tra di noi non ho mai sentito parlare di nulla di simile. Credo ci sia qualcuno che sa, ma si guardano bene di parlare con me. Mi trattano tutti un po’ come se fossi sempre un bimbo.
In verità a me era stato affidato Gustavo, cioè Gustavino, il suo piccolo o, come lo chiama lei, il suo “angioletto”, scusatemi se mi lascio prendere dall’allegria. Un marmocchio che non se ne sta tranquillo un istante neanche a sedarlo. Lo so già che qualcuno bisbiglierà che l’ho trascurato, ma sono solo diffamazioni e io non mi occupo di simili insinuazioni. Non mi fanno né caldo né altro. Io la so la verità, non ho mai tolto gli occhi di dosso a quella peste. Almeno quasi; salvo per qualche breve attimo, poca roba, ma solo quando dorme o quasi. E poi, in quei momenti, mi accerto che non corra nessun pericolo. Per il resto l’ho sempre vigilato, cioè custodito, con la massima attenzione. Giorno e notte. Salvo, appunto, quei brevi attimi quasi sempre notturni. E’ che sei sempre lì e vedi tutto quello che ti succede intorno. E sei lì anche in quei momenti. Ma anche se non avessi mai voluto vedere avrei dovuto comunque vedere. Come dicevo non è certo un mestiere facile quello dell’angelo custode. Invece di questa aureola preferirei un cappello a tesa stretta. Piuttosto di questa specie di saio preferirei un bel paio di calzoni. Piuttosto che queste ali che nemmeno so usare preferirei, di gran lunga, niente che mi muovo agevolmente con i mezzi di trasporto pubblico.
E’ che sei lì a guardare il terremoto e non puoi, guardando lui, ignorare cosa gli sta intorno. E una madre è una madre. E lei gli è sempre sopra come ogni madre, cioè come la migliore delle madri; piena di attenzioni. E’ lui che non smette mai di piangere e frignare, nemmeno quando gli infili il ciuccio in bocca che mi verrebbe di spingerglielo fino in gola. E’ lui che ha sempre fame nei momenti meno opportuni o male al pancino ad ogni sospiro. E’ che, a proposito di sospiri, con le persone, dopo un po’, ci si può anche affezionare. Sei lì e sei come uno di famiglia anche se non sei proprio della famiglia; o no? In fondo non sono un po’ come una babysitter? Io mi prendo cura, come posso, della piccola carogna. Vorrei fare anche di più ma faccio quello che posso e che mi è permesso di fare. Se distraggo un occhio da lui tolgo solo un occhio. Se poggio quello distratto su qualcosa che richiama la mia attenzione, per esempio lei, si può star certi che con l’altro continuo a fargli da balia. E non ho trovato nulla che mi potesse distrarre quando lei. Non so proprio come fare ma è una miniera di distrazioni e di curiosità, per me, e di sorprese.
Lei era, cioè è una donna buona; buona e generosa. Con degli occhi grandi e benevoli. E se parlassi solo degli occhi le farei torto perché dentro i vestiti, ma anche quando non li ha addosso, ha tante di quelle belle cose e qualità da far perdere la testa. E tanti sono quelli che quella, la testa, la perdono. E per tutti lei trova sempre una parola o un gesto. E io sono certo l’ultimo a poter giudicare. E’ che non voglio né posso soffermarmi su questi particolari irrilevanti, anche se proprio irrilevanti non sono, altrimenti di cose da raccontare ne avrei talmente tante che non mi basterebbe tutto il tempo a disposizione. E cose che a dirle si fatica persino a crederle. E poi non è certo colpa mia se quei momenti lì succedono anche in ore che non sono ore della notte. Magari Gustavino è a giocare nel box o è imbragato nel passeggino davanti alla veranda oppure è incatenato dalla cintura nella sua culla con il carillon che suona la sua musichetta malinconica e lenta. Ho imparato a mettermi seduto. Mi alzo solo se ho bisogno di vedere meglio. Anche se a me quel guardare comincia a essere accompagnato da un rimescolamento, come se una mano mi frughi dentro allo stomaco. Questo ha cominciato a manifestarsi non da subito ma col tempo. Inizialmente era semplicemente proprio come solo una strana vorace curiosità.
Non è una bella vita la sua anche se cerca di non subirla, ma con un marito come quello: sempre in casa, non una distrazione tranne quelle visite; le sue amicizie. Lui, Giovanbattista, non a caso il nome che hanno dato a quel demonietto comincia con quella G, è uno di quegli uomini che non hanno altro per la testa che se stessi. Gran lavoratore, certo, ma non pensa che al lavoro e crede che il lavoro sia vita, e quando torna non ha nemmeno la forza per guardare sua moglie. E poi ha il calcio. E le carte all’osteria con gli amici ogni sera. E non per essere pettegolo ma è uno che non si tira certo indietro quando ha davanti un buon bicchiere di vino. Anche ieri è rincasato cantando e sono convinto che poi nemmeno aveva coscienza di quello che faceva né può portarne ricordo. Non per questo lei si è rifiutata di fare quello che ogni buona moglie ha il dovere di fare con il marito; come con gli amici. Mi chiedo solo, ma lo faccio tra me è me, in silenzio, cosa la fa essere così sensibile e gentile da fare il suo dovere di moglie anche con uomini con i quali quel dovere dovrebbe essere rispettato dalle loro mogli? Forse per qualche motivo che non posso conoscere quelle loro mogli non possono farlo o forse sono semplicemente donne aride. E forse lei lo fa per quel destino insondabile che lega le donne ad un ruolo prestabilito. Non lo so ma lei riesce ad essere una buona moglie per Giovanbattista e per tutti gli altri. Non deve essere la cosa più facile. A volte è così spossata che sembra priva di forze, in certi momenti i suoi occhi si assentano e pare priva di sensi, ma sa riprendersi rapidamente.
E’ lei il vero angelo. Mai spaventata dalla fatica. E quelli, i suoi amici, sembrano apprezzare molto la sua disponibilità ed esserle grati. Lei, come detto, ha attenzioni per tutti e non sempre è facile. Anche ieri, quando lui è rientrato in anticipo e ubriaco, lei è stata costretta a salutare frettolosamente Piergiorgio Giordano che lui nemmeno ha avuto il tempo di accomiatarsi come si deve e ringraziarla né di finire di ricomporsi. E lei si è infilata sotto le coperte come se stesse già aspettandolo con quel piacere che una donna dovrebbe avere di aspettare un buon marito e non un etilista da par suo; con il fiato che puzza. Un rantolo ancora le rantolava in gola, ma ha saputo controllare e governare quell’affanno ricacciandolo in petto. Certo non ha poi potuto avere lo stesso impeto che quella intempestiva venuta aveva interrotto, ma non è lui la persona più adatta a stimolarlo. Non è certo il tipo, quel marito, che ti mette addosso quella voglia di collaborare e stare in compagnia. Non avrebbe potuto rimproverarglielo comunque, ma lo vedevo da me che lei non poteva avere più quell’entusiasmo.
Se una colpa mi si può imputare è quella di essermi lasciato prendere da questa cosa che mi sento scaldare dentro quando i miei occhi la vedono, ma soprattutto quando li vedono. Lo chiamano privato ma per uno che fa il mio mestiere non c’è privato che tenga, tutto quello che riguarda la vita ti scorre sotto gli occhi e, come per il resto, non puoi farci niente. Nemmeno i miei colleghi possono non vedere quello che ti si para davanti e che sei costretto a vedere. Ti senti uomo anche tu quando un uomo fa ciò che solo un uomo può fare. Vorrei vedere qualcun altro al posto mio, ma comincio a pensare che forse, spiegandolo bene, mi si possa anche capire. In fondo non ho chiesto io di fare l’angelo custode e se è per me posso anche rassegnare le mie dimissioni. Che poi io sono anche una sorta di apprendista, solo un ancora angelo di secondo livello; e della carriera oggi mi interessa meno di niente. Se mi viene data la possibilità di scegliere vorrei scegliere di non essere più puro spirito e di poter fare l’uomo o meglio l’amico. Sono certo che troverei in lei quella cordialità che mi farà passare quello che mi ha preso come una malattia. E se non me lo farà passare almeno lo allevierà e allevierà anche questa mia curiosità.

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