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Posts Tagged ‘piacere’

Disegno a matita di un volto di giovane donnaLo infastidiva sentirsi chiamare Matteo anche se quella storia era durata diciassette anni. Capita che era il risultato dell’abitudine, per tanto tempo al suo fianco c’era stato Matteo. Capiva ma la cosa continuava ad infastidirlo soprattutto quando lei pronunciava quel nome sospirando anche in quei momenti. Ne era infastidito e pensava che era anche un nome molto comune. La cosa l’aveva vissuta nel silenzio certo che col tempo lei avrebbe dimenticato. Era certo che non fosse nemmeno un problema di memoria, che fosse una sorta di associazione automatica. Poi ne avevano parlato. Capitava anche a lui la tentazione di chiamarla Giuseppina anche se lui riusciva a trattenersi e correggersi in tempo. E poi lei gli aveva assicurato che era finita; finita veramente e completamente. E si scusava con quel suo sorriso grazioso e mesto. Ma lui non immaginava che sarebbe durato. Invece con il passare dei mesi il fastidio cominciò a mutarsi un rabbia. Una rabbia sorda e prolungata. Dopo l’amore si portava dietro un lungo rimprovero senza soddisfazioni. Sapeva tutto di quel Matteo, solo non sapeva perché fosse stato così importante e come sopravvivesse alla fine del rapporto. Eppure era certo del suo sentimento. E che lei pensasse solo a lui. Era il nome che le era rimasto appiccicato tra le labbra. Si disse che col tempo… E che avrebbe pazientato.
Ma quel tempo sembrava non arrivare e sentire quel nome, Matteo, anche nei loro momenti di intimità era diventato un supplizio. Ne veniva ferito in modo sempre più doloroso. Eppure lei lo ringraziava continuamente della sua gentilezza, della sua pazienza e della sua dolcezza. E gli diceva che era un amante attento e sensibile. Ma a volte anche nel dirgli questo di ingarbugliava e lo chiamava Matteo. E lui, in quei momenti, gridava nella sua testa: Aldo! Aldo! Mi chiamo Aldo! Prova a dirlo. E, sempre nella sua testa, la rimproverava violentemente. Salvo poi darsi dello stupido. E allora aspettava che passasse la rabbia del momento e glielo diceva con dolcezza. Lo rinfacciava ma cercando di farsi vedere comprensivo e di non ferirla troppo. La pregava. E lei non mancava di scusarsi mostrando anche di impegnarsi, ma era più forte di lei e di quello che avrebbe voluto. Era ormai arrivato ad odiare quel Matteo che era anche un nome molto comune. A farsene quasi una fissazione ripetendo cose già ripetute. Che poi quell’uomo non meritava né rispetto né gratitudine: Se n’era andato per un’altra in modo mediocre e da codardo. Se n’era andato e non era la prima volta, ma questa volta era stato per sempre. Certo che l’amore è cieco, ma quella fuga era stata anche la sua fortuna. Se Matteo non se ne fosse andato lui non avrebbe mai trovato il coraggio di avvicinare Aurora. Ma in quel non volersene veramente andare aveva smesso di ringraziarlo e di ringraziare il momento in cui era sparito. Quel giorno lei gli disse una cosa destinata a rimanergli ben piantata nella testa: “Non provare a lasciarmi, potrei ammazzarti”.
Perché avrebbe dovuto lasciarla? Era ancora bella e aveva sempre sognato tutto quello che lei gli dava. Era la cosa più bella che gli fosse capitata. Poteva definirsi completamente felice e sapeva che lei, prima o poi, avrebbe finito con lo scordare anche l’abitudine dell’uso di quel nome che ormai lo ossessionava. Nel frattempo aveva fatto sparire tutte le foto in cui quel lui appariva e quelle che li ritraevano assieme. Lei non si era opposta, capiva che gli potessero arrecare disturbo. Lui le aveva spiegato, con calma, che quel gesto avrebbe aiutato la fine di una cosa finita. Glielo aveva spiegato poco convinto perché era difficile anche per lui capire come una cosa del genere potesse sopravvivere alla propria fine. In fondo lui dopo Giuseppina non aveva più amato e nemmeno molto prima, e non gli era riuscito difficile scordarla, e scordare tutte le cose che le rimproverava, i cibi precotti e surgelati, le sue amnesie e le assenze, e tutto il male che gli aveva fatto. E poi Aurora era bella. E non aveva e vedeva che Aurora. E Aurora aveva solo quel piccolo difetto, quel tatuaggio proprio lì. Ma era solo un piccolo difetto, gli pareva bella ugualmente anche se lui odiava i tatuaggi.
Non l’avrebbe mai sospettato ma provò ancora più indignazione quando nell’apice di un amplesso si sentì apostrofare col nome di Sandro. Anzi quando tra un gridolino e una interruzione di fiato la sentì sospirare un ispirato: “Oh! Sandro”! Aveva tanto sperato che lei scordasse Matteo e non immaginava che potesse sostituire quel nome con nulla tranne che con il suo. E sapeva fin troppo bene chi era quel Sandro, quel vigliacco, e oltretutto quello non era il suo nome ma una abbreviazione confidenziale giacché lui si chiamava Alessandro. Si chiese se era vero quello che si diceva in giro. Sulle prime lei si provò a dire che non sapeva perché aveva pronunciato quel nome, poi si provò a inventare delle scuse poco credibili ed infine ammise che era stato solo un incidente, una cosa di poco conto, un capriccio. Che forse era stata stupida, in un momento di debolezza, e che lui, Sandro, aveva approfittato di lei. Certo son cose che capitano, normali, comprensibili, fin che capitano gli altri. Insistendo arrivò quasi alla conferma che quello non era nemmeno il primo momento di debolezza da quando erano assieme. Ed ebbe anche la conferma di quello che si diceva di Sandro; e fu proprio lei a confermarglielo confidandogli che era stata solo una debolezza ma una… grande debolezza. Gli uomini sono sempre in competizione fra loro e non amano perdere, soprattutto soffrono di sentirsi inferiori e ancor più inferiori in quello. Ma hanno un difetto gli uomini che è anche la loro condanna ed è la loro curiosità. Lui voleva sapere e alla fine lei cedette: di quella grande debolezza si era sentita proprio riempita tutta. Lui non riusciva a perdonarla anche se lei gli giurava che non si sarebbe ripetuto mai più. Aveva perso la fiducia nella propria donna, ormai Aurora non era più la sua Aurora e il sospetto gli avrebbe rovinato l’esistenza. Decise di porre fine al loro rapporto anche se la cosa gli sarebbe costata fatica e dolore e si apprestò a rifare le valigie.
Il mattino si sentì male e chiamò in ufficio per avvertire che non sarebbe passato. Nel ventre sentiva l’infermo come se un acido lo corrodesse tutto dentro. Non riusciva più a muoversi e anche il suo sguardo andava annebbiandosi. Si ricordò delle parole che lei aveva pronunciato quel giorno quando gli si avvicinò dicendogli: “Non lo dovevi proprio fare”. Poi la vide spogliarsi e salire sul letto e non ebbe più nessun dubbio che era stata proprio lei la causa di quel suo strano male, ma la vide ancora bella, forse bella come non gli era mai parsa. L’ultima immagine fissata dai suoi occhi fu quella di Aurora che lo possedeva ed era come completamente scatenata sopra di lui. Era scossa dalla passione e dal delirio dell’orgasmo che si presentava singhiozzante e ripetutamente. Lei continuava a incitarlo. Gli dava dello stronzo. Lo ringraziava. Gli ripeteva che non era mai stato così. E’ anche più bello. Non temi paragoni, anche Sandro non è niente a confronto di te in questo momento. Lui sentì che la vita lo stava lasciando mentre lei non aveva ancora trovato completamente la pace del corpo e le ultime parole che udì furono: “Non lo sai che l’abitudine è sempre l’ultima a morire”?
In seguito lei non parlò mai di quella cosa con Sandro né con nessun altro. Sarebbe rimasto per sempre un segreto solo suo. Di Aldo nessuno si sarebbe più interessato né avrebbe più sentito parlare. Era solo suo e lo portava in cuore. Restavano solo quelle poche fotografie che avevano fatto assieme. Si chiese come si fa ad essere gelosi di chi non c’è più. Ma forse lui non poteva capire. In fondo quell’uomo era stato stupido ma lei lo aveva molto amato. E come sempre non era stata capace di liberarsene, di farne senza e perdonare. Come sempre era stata golosa di lui. Sarebbe rimasto per sempre con lei, dentro di lei. Tranne le ossa che aveva provveduto a seppellire, con le altre, in giardino. L’unico guaio era che aveva messo su qualche chiletto. Poco importava perché a Sandro piaceva anche così, e poi, avesse voluto, avrebbe ripreso il suo peso con un minimo sforzo, anche perché si stava veramente innamorando di Sandro. E Sandro aveva veramente perso la testa per lei. E Sandro, ovvero vederselo intorno, era diventato una bella abitudine. In realtà per lei era l’amore la più bella delle abitudini. Non si può che ammetterlo che anche il sesso alla fine si riduce a poca cosa se non c’è l’amore.

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L’amore è pur sempre un senso di ebetudine. Nonostante le sue infinite colorazioni: ottunde.
Per lei: no! Il suo era certamente stato delicato e cortese ed era cresciuto di sé come cresce l’edera; sicuro.
Era nato quasi da niente, o da piccole cose: come profumo insinuante da una figura affascinante allontanatasi (l’immagine si fa fantasia o sospetto ma comunque resta meno che accessoria); evanescente. Ma coltivato con pazienza, in attese serene, in tremori impercettibili, in taciti sussurri. Silenzi.
All’inizio era stato un corteggiamento appena palpabile, sfumato quel tanto da confondersi con la gentilezza. Meno che un dubbio o un sospetto. Meno ancora che uno sguardo confuso.
Lui, davanti allo sportello: brevi domande poste con sorriso convenevole; rapide interrogazioni sempre meno giustificabili; un gioco di casualità fragili.
Poi attenzioni sempre più frequenti ma mai invadenti. Saluti lungo la via. Fiori. Non se ne era quasi ancora accorta finché quei mazzi di fiori, anche se di poco impegno, non sostituirono i suoi dubbi.
Di lì era nata la prima tenera simpatia. Non era più una ragazzina; non era donna ancora. Quell’andamento lento, senza strappi, sereno, aveva trasformato impercettibilmente quelle attenzioni in attese.
Lui sempre così composto, prese ad aspettarla finito il lavoro. Passeggiate lente e sempre meno frettolosi commiati davanti a casa. Anche a conoscerlo aveva imparato lentamente.
La prima volta che lo fece entrare apprezzò riservatezza e quel muoversi pieno di impacci. Fu una visita breve, come si conviene. Si salutarono sulla porta ma le mani per un attimo si trattennero.
A lei piaceva ascoltarlo parlare mentre passeggiavano, nella sera mite, tenendosi sottobraccio; anche lui sapeva ascoltare. Le regalava un senso di composta pace e di impudica confidenza; la sua voce.
Raccoglieva le preoccupazioni e esternava i dubbi, le proprie ansie. Seppure non si fosse certo fatta ciarliera parlava con piacere e varietà e lui era paziente, pronto a dedicarle complimenti, disposto ad assecondarla sul vestire e per l’acconciarsi. Sempre attento.
Si può dire che senza accorgersene cambiarono insieme e si cambiarono contemporaneamente. Ormai se un impegno li teneva lontani questo produceva una lunga attesa.
Non fu mai, come si legge, qualcosa che divampa. Le prese la mano e ritardarono finché le loro ombre non si furono allungate alla luce dei lampioni. La guardò incerto negl’occhi in modo mite eppure alle sue parole ella non seppe sottrarsi dall’arrossire e abbassare lo sguardo.
Si sposarono in maggio, in un lucente tepore, in un mare di fiori bianchi e gialli. Mai avrebbe scordato quell’istante. Mai! Lui: la sua pudicizia e quel bianco assoluto.
Il momento del sì fu forse la loro maggior emozione, poi uscirono a posare davanti alla facciata della chiesuola e ritrovarono il passo forzato delle loro passeggiate fra il ritmo dei rintocchi delle campane festose.
Cominciarono insieme quella nuova vita. Lei lasciò il suo posto al comune. Lei non si girò indietro. Lei imparò a curare meticolosamente la loro casetta.
Imparò, come si deve, ad aspettare il suo ritorno e si sentiva soddisfatta quando lui rincasava anche se questo si faceva precedere sempre da una leggera impazienza. Con lui non aveva mai fretta, le attese eppure non erano mai abbastanza brevi.
Eppure lui arrivava sempre puntuale, appoggiava il giornale piegato con cura, la salutava con un bacio leggero e si metteva subito le pattine e la giacca da camera aspettando paziente l’ora di cena.
Lei allora iniziava gli ultimi preparativi, affrettava i gesti e disponeva in tavola mentre lui alzava di tanto in tanto i suoi occhi dalla lettura per rispondere ai quesiti sulla giornata, per rinnovare la sua presenza.
Forse non esiste un amore più grande di quello che cresce di sé e si fa giorno per giorno. Pian piano passò dall’interpretare meticolosamente al precedere tutti i suoi desideri; persino i suoi silenzi.
Conosceva ormai ogni suo gusto, le parlava dei suoi sogni. La casa racchiudeva tutto il loro mondo e quell’amore continuò a rafforzarsi senza che il minimo screzio gli creasse nemmeno una pausa.
Decisero insieme e di comune accordo, anche se in modo quasi completamente taciuto, di non aver figli. Come se il rumore di un bimbo potesse inquietare quel loro sentimento ormai tanto cresciuto da farne una sola cosa. Quasi non ci dovesse essere suono alcuno a turbarli.
Solitamente la domenica il pranzo era un po’ più abbondante e ricercato; dopo andavano a passeggiare fino al parco, tenendosi la mano e lungo il fiume tacevano per lunghi tratti lasciando chiacchierare solo le esili onde e i rumori del silenzio.
Rientravano sempre prima dell’imbrunire. Le premure di lui non le erano mai venute a mancare. Lei accudiva alle dalie; le loro finestre erano sempre fiorite. Poteva scoppiare la guerra (e una guerra scoppiò, seppure distante, come tante) ma restava fuori dai loro confini.
Lui prendeva un bicchierino di brandy prima di coricarsi e ormai, tranne i periodi in cui lei era indisposta (solite cose di donne), non passava sera che non si amassero.
Dalla prima volta in cui lei aveva frainteso il piacere (non era stata quella prima notte, aveva amato in lui anche quell’averla saputa attendere), dalle prime volte in cui lei non aveva avuto bisogno di fingere vergogna, era scomparso ogni impaccio.
Ogni gesto era naturale, spontaneo, come sempre ma sempre atteso. Qualcuno potrebbe pensare al subentrare di un che di abitudine ma non nel loro caso. Non si erano lasciati tradire.
Si cercavano non come non rito, piuttosto come necessità; come se ogn’uno dei due traesse altra vita dall’altro. Come se nascessero ancora. Come esistessero per quello.
A volte lui amava vederla nuda prima, ammirarla e sfiorare il perfetto liscio corpo quasi senza toccarla; o solo guardarla.
Subito dopo lui fissava per un po’ il soffitto; a lei rimanevano gl’occhi lucidi e arrossati, il viso congestionato, si lasciava scappare lunghi sospiri. Poi, nel buio, si addormentavano abbracciandosi.
Qualche volta lui la cercava ancora, e lei non ne rimaneva sorpresa anzi si accorgeva di aver atteso il ritorno alle sue premure.
A volte lui amava guardarla dopo; le sue labbra fattesi più carnose nei baci, intumidite; i riccioli inumiditisi nel sudore che li appiccicavano alla fronte; i suoi occhi sereni. E si annegava nel suo dolce tepore.
La sera del loro decimo anniversario lei andò ad attenderlo al lavoro. Consumarono una cena leggera con sottofondo di musica barocca in un grazioso ristorantino. Lei aprì gaia come una bimba la piccola scatola e lo baciò forte con gratitudine lasciandosi a sonori segni di meraviglia. Lungo la via del ritorno si fermarono a guardare la grande luna, una cialda enorme e netta. E la luna li scrutò, finché le loro ombre non furono schiacciate in un perimetro circoscritto.

Quando si incamminarono nuovamente, con i lampioni a moltiplicare quelle loro ombre, a sfumarle e reinventarle, con le cicale a rifarsi il verso, fu bello tacendo passeggiare soltanto alzando gl’occhi, a tratti, sulle sagome buie dei palazzi. Pochi erano i passanti che incrociavano, ogn’uno nella propria direzione con la propria indifferenza. Pochi i suoni, forse un latrato ma indistinto; solo quello sfrigolio di fondo e il calore che le mani si trasmettevano. Una promessa.
Giunti in salotto, al gesto deliberato di lei (solo un sfiorargli la tempia) seguì, in entrambi, la consapevolezza che non avrebbero mai raggiunto la camera da letto; ogni altra attesa sarebbe parsa come una forzatura, una inaudita violenza, una modo di sfuggirsi o di mentirsi. Si spogliarono in fretta distribuendo gli abiti con disordine; gettandoli distrattamente tra un bacio e l’altro, senza staccarsi e soffocandosi in quei baci. La luce nella stanza giocava con quelle forme distratte.
Voleva essere sua ancora una prima volta, darsi, e darsi in un modo come fino ad allora, assieme, si erano negati; gl’occhi di lui rimandavano insoliti bagliori inquieti; i baci di lei non tradivano fretta, erano sempre più precisi ma delicati. La notte proseguiva a narrarsi.
Poteva solo immaginare il volto di lui ma lui era tutto su lei e lei lo sentiva mentre cercava di rintracciare il profumo della sua lavanda. Dapprima fu solo dolore, un dolore che la lacerava tutta, poi il suo dolore si confuse a un profondo piacere, comune e intimo (suo e loro), e non sapeva se era per l’uno o per l’altro ma le sfuggivano di gola ansiti e gemiti, grida. Lui sudava teneramente e la chiamava con dolci epiteti; abbracciati come un’unica cosa: a cercarsi ancora. Non sazi.
Non le parve come un sacrificio né una scoperta, tutto così naturale, niente di prestabilito, aveva deciso mentre si frugavano, mentre i momenti fuggivano fra baci appassionati, nel farsi automatico dei gesti d’amore e la passione era la vera scoperta di quella serata che né lui né lei avrebbero potuto scordare perché non si possono mai scordare le prime volte senza uccidere la memoria. Aveva voglia di dirgli grazie o di dimostrargli quella sua riconoscenza.
Lui si versò il suo brandy e lo bevve in un sorso, forse finse di non capire, poi lei attese che dormisse. Sembrava tranquillamente assopito, come spesso avveniva in taluni pomeriggi assolati quando il calore dell’aria aiuta quella specie di estraneazione, non in modo profondo eppure come un giovane intento in un sogno incorruttibile.
Lui non ebbe certamente possibilità di distinguere quel sonno ristoratore dalla morte. Il suo volto neppure mutò; quelle prime sottili rughe, da poco apparse, continuavano a disegnare un sorriso ininterrotto come a volte una cicatrice disegna in un viso un tracciato sereno di cui viene voglia con il dito di seguirne la trama.
Lei spense la luce e dormì completamente soddisfatta.
Lo divorò come in un grande rito. In ogni gesto c’era una cura precisa e una lentezza misurata per mantenere vivo il ricordo del gesto stesso e non sprecare nemmeno un minuto. E, con grande meticolosità, non trascurò nulla. Adesso, e per sempre, sarebbero stati come una sola cosa, come di più non era possibile; in modo assolutamente completo.¹


1] scritto il 6 maggio 1991

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Quella notte si svegliò improvvisamente. Cercò il tepore morbido del suo corpo. Trovò il desiderio.
La prese e stranamente non aveva fretta; solo con dolcezza. Si riaddormentò subito dopo soddisfatto e dormì tranquillo.
Al mattino era allegro. Lei non capiva quella sua allegria.¹


1] scritto il 4 aprile 1991

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(Una storia italiana)

Possibile che in questa maledetta penisola tutto debba sempre finire a tarallucci e vino? Pare proprio che ormai non ci sia scampo e allora tanto vale raccontare anche questa ennesima storia italiana. Secondo Giuliana, mia moglie, ne vale la pena; io conservo tutt’ora qualche dubbio.
Eravamo andati, io e la mia compagna, a passare qualche giorno di vacanza in un vecchio castello in Toscana da poco trasformato in albergo. L’aveva scoperto lei, non ricordo come, e la guida prometteva una tavola raffinata e abbondante.
L’atmosfera era ottima e l’intero stabile ben conservato. Le stanze ampie e comode. Il mobilio antico eppure funzionale. Ma si narra, attraverso la voce della commovente credulità del popolino, che il vecchio edificio, quasi interamente rimodernato, sia tutt’ora abitato dal fantasma del suo antico padrone.
Molti hanno raccontato di questo castello e della sua storia tanto che ne ha parlato anche il grande scrittore colombiano e non vale perciò la pena soffermarsi su come l’antico signore abbia ucciso la donna amata e poi abbia trovato la morte quasi cercandola; basti dire che girerebbe nottetempo per quelle ottantadue stanze “cercando di raggiungere la quiete nel suo purgatorio d’amore”, e tanto è sufficiente.
Certo ne io ne lei crediamo più ormai da anni ai fantasmi; e come è possibile di questi tempi? Forse può riuscirci solo un vecchio scrittore che ha favoleggiato tanto nei suoi libri da confondere la realtà e cominciare a vivere, nella vita reale, una delle sue innumerevoli favole. E poi quella storia così assurda dell’odore di fragole fresche che rimarrebbe nell’aria; via! tutto diventa ancora più assurdo.
Comunque questo fatto, contrariamente a quanto avevo pensato quando decisi di partire, bene a conoscenza di tali dicerie, invece di allontanare gli ospiti, per quanto possa sembrare strano, li richiamava a frotte; la gente accorreva entusiasta alla dimora secolare di quell’impalpabile spirito e ne avemmo conferma appena arrivati
Le stanze erano tutte occupate e certo non ci sarebbe stato possibile pernottare senza la provvidenziale prenotazione che avevo fatto telefonicamente già con due mesi di anticipo, quando ero ancora completamente all’oscuro delle attrattive del posto; per fortuna che io sono sempre previdente e cerco di considerare ogni eventualità in anticipo.
Tutta quella gente, durante tutto il giorno, faceva traboccare di rumori i corridoi e la vasta sala da pranzo ma la cosa non infastidiva punto perché le spesse mura fornivano sufficiente riparo e pertanto, chiusi nella propria stanza, si ritrovava il silenzio e la pace della campagna. Anche se non era proprio come lo avevamo immaginato riuscivamo così a ritagliarci finalmente momenti sereni solo nostri perché avevamo bisogno unicamente di assoluta quiete e di ritrovarci; stanchi di lavoro e di città.
La giornata del nostro arrivo trascorse tranquilla e infiacchita come tutte le giornate che proseguono un viaggio di trasferimento con quelle loro ore pesanti consumate nel prendere confidenza, anche fisica, col posto e nell’organizzare in modo provvisoriamente nuovo la propria vita; come in una qualsiasi prima giornata di una vacanza.
Dopo una cena pantagruelica, fatta di mille squisitezze preparate in modo sublime e bagnate di chianti, finita con una fetta enorme di stupenda crostata di fragole fresche, passammo una notte insolitamente tranquilla rintanati nel sonno in cui ci avevano fatto sprofondare gli acidi delle nostre fatiche e non udimmo che un silenzio spesso come una trapunta d’inverno e qualche grillo toscano in vena di stornelli.
Nei giorni seguenti ci avventurammo senza fretta alla scoperta di quella campagna e nella ricerca della nostra serenità e pian piano cominciammo a entrare in confidenza anche con altri ospiti dell’albergo; prendemmo a cenare anche qualche sera in compagnia con qualcuno di loro, e poi si conversava volentieri. Una coppia era stata dalle nostre parti, giusto un anno fa, e avevano trovato il posto incantevole; così avevano detto.
Quello che mi sorprese ancor più era come tutti, forse perché pensavano di aver pagato anche per questo, fossero convinti della veridicità della leggenda anche se nessuno poteva affermare di aver personalmente visto o sentito il fantasma muoversi per le stanze dopo la mezzanotte, allorché gli ospiti sembravano mantenere un rispettoso silenzio. Finivano per essere patetici così certi che era persino ridicolo provare a contraddirli.
Era puerile ma ci credevano e si adombravano come se dovessero difendere l’onore della moglie o dei figli ma io che amo evitare, fin tanto che posso, ogni possibilità di diverbio e preferisco lasciare stare e lasciare che ogn’uno si cucini nel proprio brodo che poi si vede chi ha carne, sorvolavo elegantemente; in fondo la maggior parte di loro erano persone amabili con cui era anche bello discorrere; e non volevo misurare le loro suscettibilità. Con Giuliana invece si stava assieme ormai da sette anni e avevo avuto modo di conoscere a fondo il suo concreto disincantato; fra noi non si fece mai veramente cenno della leggenda.
Così ci soffermavamo spesso a parlare dopo ogni pasto, io con gli uomini e mia moglie poco distante con le mogli e le fidanzate perché lì abbondavano le giovani coppie, e si parlava del più e del meno come si usa con persone con cui si ha poca dimestichezza e una conoscenza relativamente breve e fresca e quando parlavano del fantasma mi limitavo ad assentire cercando di celare assieme alla mia incredulità anche il fatto che non partecipavo affatto.
Per la contiguità delle donne al nostro tavolo una sera mi accorsi che anche loro stavano parlando di questo benedetto fantasma, proprio un fantasma di fantasma giacché se ne parlava sempre ma in tutta una settimana che eravamo lì non si era mai vista la benché minima traccia, naturalmente, di quell’odore di fantasma, nemmeno un’ombra.
Grazie a quegli enormi spazi verdi tra file di olmi e distese di olivi nella maggior parte quelle donne possedevano una allegria e una serenità soddisfatta che raramente si riscontra in città e cicaleggiavano volentieri bisbigliandosi mille confidenze e quando una temette, o ebbe solo il dubbio, che la potessi udire abbassò improvvisamente il tono della voce e guardò verso di me con sospetto, ma ebbi la prontezza di girarmi distratto fingendo noncuranza.
Non si parlava d’altro. La vita di tutti gli ospiti gravitava attorno al castello. Quasi tutti restavano sempre nei dintorni senza allontanarsi mai molto ne per lungo tempo e se lo facevano era solitamente per passeggiare lungo i sentieri o i boschi limitrofi. In verità il costo di quel soggiorno non era popolare, pensai che fosse compreso nel conto anche il fantasma.
Nemmeno noi viaggiavamo molto più degli altri, avevamo trovato una specie di compromesso tra i borghi diroccati, un ampio parco e le vetrine, comprammo un po’ delle solite cose che appioppano ai turisti: inutili cianfrusaglie, dell’ottimo vino rosso e dell’olio verde e denso come gelatina, ma rientravamo rapidamente alla meta. Forse era questo che rendeva l’argomento del fantasma la cosa più viva di quelle vacanze. Anche perché si aggiungeva che non avesse avuto un gran che bell’aspetto nemmeno da vivo.
Dopo quella settimana, curiosando qua e là con la mia tipica estraniata disinvoltura, avevo raccolto una variante ancora più bizzarra di questa storia; l’avevo montata attraverso i frammenti rubati sia dalle conversazioni delle donne, che finivano in risa stridule e sgangherate a mala pena frenate, che dai bisbigli del personale conditi di mugugni e oscenità: il fantasma, a sentir loro, purgherebbe ogni notte le sue colpe trovando così la quiete in un letto ogni volta diverso e partecipando inoltre alla quiete di un’ospite diversa per ogni diversa sera: segretamente sentii una confidare che quella notte il fantasma l’aveva visitata durante la pennichella del pranzo.
Certo che in quanto a idiozie la gente perde spesso la misura dei limiti e della vergogna ma mi meravigliava pure come mia moglie, di solito alquanto riservata, partecipasse attivamente a quelle chiacchiere di donne e non provasse più di tanto imbarazzo davanti a confidenze assurde che poi finivano con il decantare laide quanto enormi prestazioni del fantasma, il quale sembrava anche insaziabile e inesauribile; certo era la persona più occupata che io conoscessi. Pensare tra me e me che lui non potesse, per sua natura, possedere limiti e dimensioni umane mi metteva di buonumore.
Aveva un arnese di proporzioni gigantesche; veramente enorme.” –udii affermare arrossendo ad una signora fine e di modi squisiti, sicura di non essere udita, mentre accompagnava le parole con una misurazione delle mani di eccezionale esagerazione. Restai così inorridito dallo stupore che devo essermi tradito per un attimo; credo di essere rimasto attonito con gli occhi palesemente spalancati e la sorpresa a impacciarmi qualsiasi reazione. “Io ci metto sempre un battutino di prezzemolo e aglio.” –completò glissando mia moglie con una dose notevole di prontezza e faccia tosta.
Quella sera Giuliana era leggermente più nervosa del solito e sembrava anche un po’ delusa. Presi la cosa molto alla larga cercando di menare, come si dice, il can per l’aia ma lei eluse la mia circospetta investigazione sostenendo che si stava parlando, così come fanno i pescatori, di figli e di nipoti. Mi disse anche di non far molto caso perché le donne, quando parlano tra donne, si lasciano a volte in confidenze anche un poco intime che nascondono sempre un po’ di esagerazione; che, in quei casi, possono anche sfuggire commenti un poco leggermente pesanti, cosa per lei alquanto disdicevole eppure, ma lo si fa per stare in compagnia.
Se proprio vogliamo anche l’impossibile è possibile ma quando si ha a che fare con un fantasma, cioè un’illusione, è meglio lasciar dire, riderci sopra e alzare le spalle; eppure in qualche modo mi ero lasciato un poco coinvolgere dall’argomento principe della locanda, che sembrava quasi ormai una mania, anche perché ogni favola ha un suo fascino e anche se ogni favola è un gioco.
Quella sera giocava il Milan e noi uomini ci eravamo radunati nella saletta al piano terra. Lei, Giuliana, si era ovviamente fermata ancora un po’ a parlare a tavola prima di salire. Eravamo liberi di fumare e anche di commentare a voce alta con gli ultimi bicchieri ancora pieni e quel poco di sano cameratismo che unisce gli uomini nel calcio. La partita era spettacolare e veloce e aveva continui capovolgimenti di fronte ma qualcuno disse: “Chi visiterà stanotte”?; qualcun altro usò espressioni più crude; finalmente l’arbitro fischiò un fallo a favore che era macroscopico.
Notai come le visite del fantasma erano relative sempre alle mogli degli altri, strano paese questo nostro paese che chiamiamo Italia; dove si crede veramente solo in poco cose: Dio e la Madonna, spesso per una comoda bestemmia, un poco alla moglie, in come la sai raccontare e prima di tutto alla squadra del proprio cuore. Il mondo va sempre nel verso in cui gira. Quel mattino, per il puro gusto della pigrizia, avevo finito col non fare neanche la barba e, quella sera, mi godevo appieno della mia libertà.
Dopo la partita si formarono, come sempre, due fazioni: non trovammo accordo se sul primo goal fosse più merito delle capacità balistiche dell’attaccante o demerito della posizione infelice in cui si era piazzato il portiere avversario. E discutemmo per ore sulla regolarità del rigore, di tecniche di gioco e, ovviamente, sulle sviste della terna arbitrale; il più feroce era al castello per il terzo anno consecutivo, la moglie lo trovava così romantico. Ebbe pane per i propri denti particolarmente da uno che, voci sottobanco dicevano, la moglie avesse già ricevuto due visite solo durante questa ultima loro permanenza (donna notevole la sua signora, di quelle che non passano certo inosservate: alta, rossa, vestita da provocare e che se tardavi un attimo di guardarla era già stata lei a metterti gl’occhi addosso). Come sempre le ore passarono in fretta e veloci e quando raggiunsi la camera era a notte fonda.
Mentre salivo silenziosamente le scale pensai e risi della signora alta, rossa, dalle gambe lunghe e affusolate e dai seni tesi; che si mangiava il marito, quell’uomo più piccolo di lei, se lo mangiava a merenda pranzo colazione e cena, non solo con gli occhi; che se lo coccolava tutto il giorno per poi continuamente scappare con lui come fossero sempre presi da bisogni e appuntamenti urgenti; che lo portava a passeggio come un cucciolo di razza pregiata; che rideva sguaiata e si tratteneva meno di tutte; che ancora baciava quel suo marito, anche in pubblico, ma riservava sguardi assassini, con grande generosità, anche per ogni maschio di sesso maschile si trovasse nei paraggi.
Nella nostra camera lei dormiva accoccolata tranquilla, e aveva un mite sorriso soddisfatto che le allargava il viso che pareva mi sognasse. Non feci caso a null’altro e spensi subito la luce per non disturbare il suo sonno. Mi lasciai cadere sul letto, qualunque cosa sognasse mia moglie faceva le fusa. Nel suo sereno torpore emetteva piccoli e rauchi mugolii e lunghi e intensi sospiri. Diversamente dalle sue abitudini si era addormentata senza nulla addosso; al tepore del suo corpo mi abbandonai rapidamente addormentandomi subito in un letargo profondo.
Il mattino Giuliana si destò tardi ma comunque pur sempre prima di me. Quando aprii gl’occhi lei già usciva dal bagno preparata di tutto punto ma con ancora addosso la sua vestaglia da notte. Si liberò di un largo sbadiglio soddisfatto e si scosse con un “Buongiorno caro!” zampillante e cristallino, anzi esplosivo e fragoroso. Si apprestò a tutto con inconsueta celerità: saltabeccava impaziente da una cosa all’altra senza soffermarsi più di un attimo su niente, e cicaleggiava gaia volteggiando tutto intorno.
Aveva una vivacità e una allegrezza piuttosto insolite per lei, per quella stagione e per quelle ore, una vera gioia di vivere e gli occhi ridevano autonomamente. Continuamente si lasciava prendere dall’ilarità e cadeva prigioniera di qualcuna di quelle sue risatine sfrigolanti che sembravano poi dover proseguire fino alle lacrime e oltre. Era ciarliera, quei giorni assieme e senza angosce ci avevano fatto bene e anzi erano stati miracolosi.
Mentre finiva il trucco notai, per la prima volta, che la nostra stanza odorava come di un penetrante sapore di fragole fresche nonostante fosse situata molto distante dalle cucine. Forse fu quello a metterci di appetito ma appena scesi annientammo una colazione più che abbondante e soprattutto lei si accanì con una voracità formidabile. Ironizzava, scherzava, canticchiava e mangiava e sorridendo sembrava scambiarsi sguardi d’intesa con le inquiline degli altri tavoli, tanto che le dissi: “Giuliana; chissà cosa potranno pensare che abbiamo fatto”. Uscimmo ma restammo fuori poco, gironzolammo come da fidanzati e lei fu dolce e carina con me e mi regalò un’orribile enorme cravatta rossa con il David di Michelangiolo.
A pranzo si appartò presto con le donne, quasi si affrettò, e mi accorsi che parlava fitto fitto davanti agli occhi sognanti sgranati di una giovane arrivata nella tarda mattinata mentre tutte ridevano stridule e alcune sembravano colme di invidiosa allegria, e ogni tanto lei guardava verso me e mi faceva un cenno ridendo. Una donna di poche attrattive, che era ospite ormai da più di tre settimane, l’ascoltava attenta e sembrava sul punto di piangere. Udivo nient’altro che il movimento delle labbra e il brusio informe di noi uomini che consumavamo gli ultimi argomenti della partita e commentavamo un paio delle ultime notizie dei giornali.
Circolava, dalle nove di quello stesso mattino, la notizia che qualcuno credeva di aver fatto luce sul mistero del fantasma ma era ridicolo poter pensare, anche per un solo momento, guardando quel piccolo cuoco sardo butterato dalle mani enormi che lo impacciavano continuamente, al vecchio padrone del maniero; ridicolo e assurdo. Certo una minima somiglianza c’era.
Dicevano di averlo notato poco dopo mezzanotte passare silenzioso e furtivo per i corridoi deserti e che era sparito all’improvviso scivolando in una stanza che non avevano saputo localizzare con precisione; a conferma aggiungevano di aver udito, subito dopo, dei mal attutiti lamenti; come dei guaiti di cuccioli ma certo dei veri ululati d’amore che pian piano si spandevano fino a diventare tonanti.
Naturalmente l’albergo non prese provvedimenti non dando credito a quegli assurdi pettegolezzi anche perché non potevano certo privarsi in quel momento del suo prezioso aiuto e spero non solo per questo; ho già detto come il fantasma era una vera, insperata, manna per il luogo. Per fortuna che qualche volta il buonsenso trionfa ancora anche là dove sembra si stiano affermando superstizioni che credevamo scomparse.
Quel cuoco aveva comunque, seppure involontariamente, distrutto in me tutta la magia di quel castello, il pensiero di quell’uomo goffo e onestamente anche un poco ignorante, non molto pulito e col viso devastato dal vaiolo, potesse essere in qualche modo mescolato alla leggenda del castello aveva reso tutto anche troppo ridicolo; e inoltre non potevo permettere che anche mia moglie mostrasse, seppur minimamente, di prestar fede a credenze da medioevo e a una favola certamente seminata da buontemponi che ora se la ridevano anche alle nostre spalle. Così, lasciandola ultimare le sue ultime sciocchezze, senza neanche provvedere ad avvertirla, feci segno al cameriere
Una favola è bella proprio in quanto favola. Per intavolare un minimo di conversazione chiesi quale era la specialità del cuoco. “Crostata di fragole fresche; –mi disse– le facciamo arrivare anche fuori stagione”. Ne ordinai due porzioni e poi provvidi a disdire la camera. Dissi quasi con disprezzo: “Per favore, mi può far preparare il conto di tutto”? Mi guardò sorpreso. Poi: “I signori partono già”? –mi chiese dispiaciuto. Risposi inventando impegni urgenti improvvisamente insorti che mi costringevano a tornare. Aggiunse solo leggermente stizzito: “Spero che i signori siano rimasti soddisfatti e di rivederli presto”. Non mi spiego perché verso la conclusione ammiccò in direzione di mia moglie.
Con quei prezzi certo non sarà facile che ci si possa rivedere tanto presto; comunque non ero affatto pentito di aver speso così i miei soldi. Ero solo un poco irritato perché anche a me seccava non poco dover rinunciare a tre giorni di vacanza solo per le sue sciocchezze, ne avrei volentieri fatto a meno ma non avrei mai potuto minimamente immaginare che fosse così… così… frivola e facile preda dell’idiozia: ma come si può a trent’anni credere ancora all’esistenza dei fantasmi? E pensare che era servita più a lei che a me.

I suoi occhi guardano nel vuoto. E’ tutto il viaggio che vorrei dirle di smettere di canticchiare quella mielosa maledetta canzone ma è meglio evitare anche perché non vorrei toccare la sua sensibilità e suscettibilità, in certi momenti è meglio lasciarla stare, ed è già stato così complicato spiegare la mia improvvisa decisione; perché dovevamo lasciare anzitempo l’albergo frettolosamente andandocene all’alba quasi come due ladri.
Ho dovuto dire anche a lei una bugia perché si ostinava ad insistere che non ce ne potevamo andare senza salutare nessuno, almeno le più intime; che così avrebbero potuto pensare qualsiasi cosa di noi; che forse mi ero dimostrato ancora una volta per il tirchio che ero; che non posso decidere da solo per tutt’e due; ecc… Intanto si è già lasciata riprendere dai nervi e non vorrei che: ricominciasse con le sue eterne emicranie; riprendessero, almeno per un po’, i suoi continui sbalzi di umore e le sue malinconie; fosse già svanito l’incanto della vacanza. Per il momento mi accontenterei che riuscisse a stare ferma, anche un solo istante, e che smettesse di torturarsi le dita. Ma soprattutto che la finisse con questa maledettissima filastrocca che miagola da quando siamo partiti.¹


1] scritto il 16.02.1995

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pittura con tecnica mista su cartone telatoNon lo sopportava. Non era una stupida. Forse non ne conosceva la ragione ma lo vedeva. Vedeva il modo in cui gli occhi di Eva, sua figlia, guardavano Ermes. E non riusciva a convincersi che si era trattato di un caso. Per caso si erano trovati lì. In vacanza. Nello stesso posto. Nello stesso periodo. Certo era stata mirabile l’interpretazione di Eva. Sembrava veramente sorpresa. Non potevano dargliela a bere. Lei non era una stupida. E poi erano sempre assieme. Non va certo bene. Anche per gli altri, per la gente. E poi non è una questione di etica. Certe cose non si fanno. Né in pubblico né in privato. Nemmeno si pensano. Quando una donna ha marito dovrebbe pensare solo a lui. Nemmeno farsi sfiorare dalle distrazioni. Non che lei volesse pensare male. Solo che il male viene anche quando non lo pensi. Ed è una buona politica tenersi distanti dalle tentazioni. Lei aveva sempre fatto così e si era sempre trovata bene. Insomma una donna seria ha delle regole. Deve avere dei comportamenti. Aveva deciso di parlarne nuovamente. Non era molto sicura che alla fine l’avrebbe fatto. Invece si fece forza e trovò il coraggio.
Il suo solito imbarazzo. Non era riuscita che a ricevere frammenti; risposte evasive. “Tu non puoi capire”. Cosa c’era da capire? E perché? Non era più una ragazzina. Lei, a quasi sessant’anni. Ne aveva viste di cose. Credeva di aver visto tutto. Cioè molto. Insomma avere comunque imparato quello che le serviva. Lei non aveva più guardato nessuno dopo il suo povero marito. “E’ solo un amico”. Cosa voleva dire? Non si guarda così un amico. Non sapeva come si guarda. Anzi lo sapeva. Non sapeva cioè non conosceva quello sguardo. In una donna. In sua figlia. Ma una donna sposata può avere un amico? E guardarlo così? Si vergognava dei propri pensieri. Si sentiva stupida. E stupita. E confusa. Aveva visto ragazzine guardare così. O almeno in un modo simile. Con quell’aria confusa. Sorpresa. Sognante. Ma erano solo stupide ragazzine. Non avevano delle figlie quasi da marito. Avrebbe fatto meglio a non pensarci. Semplicemente a non pensarci. Pensò a Genziana.
Era rientrata. Perché toccava a lei ricordarsi. Preoccuparsi delle spese. Non fossero mai partite. Madre e figlia in vacanza. Le nipoti ormai per conto loro. Stava riponendo le cose. Canticchiando semplicemente una canzone. Sicuramente non l’avevano sentita. Le erano giunti quei rumori. Senza un perché era salita. Provenivano dalla sua camera. Era come un guaito. Non era riuscita a resistere. Qualcosa la tratteneva. Qualcosa la spingeva. Aveva ancora le scarpe addosso. Come voleva non averlo fatto. Aveva avvicinato la testa. Aveva spiato. Era Eva. Cosa facevano nel suo letto? Ci fosse stata possibilità di dubbio. Nessuna. Era nuda. Sotto Ermes. Erano sudati. Ignari. Troppo presi di se stessi. Troppi abbrancati ad un amore osceno. Era quella la loro amicizia. Forse lo era fin da sempre. Pensò a suo genero. A quel povero marito. Rimasto a casa. Ignaro. Per lavoro. Era come se fosse lei quella tradita. Non trovava giusto quello che faceva sua figlia. Non aveva parole per giustificarla. E per di più sul suo letto. Lui, suo genero, avrebbe avuto tutte le ragioni del mondo…
Si sentiva colpevole, come una ladra. Non solo per averli spiati. Non era stata nemmeno curiosità. E poi quel suono non era un suono… di due che lo fanno. Avrebbe voluto sprofondare. La verità è che non riusciva a togliere gli occhi. E sua figlia ansimava, si liberava di sillabe, suoni gutturali. Forse voleva, in quel modo, gratificare il suo amico. Il suo amante. Come suonava assurda e oscena quella parola. E non voleva credere che fosse proprio sua figlia. E non aveva mai sentito quel modo di fare, per così dire, l’amore. Quel modo così sconveniente. Di giorno. Senza intimità. Senza buio. Lasciandosi andare. Gridando. Così. Sguaiatamente. Come cani. Come pazzi.
Come se non conoscesse l’amore. Come se non avesse amato suo marito. Era vedova da nove. Ne conservava memoria. Una buona memoria. E improvvisamente si ricordò: spesso si era risposta se era tutto lì? Ma soprattutto… comunque una donna non avrebbe dovuto farlo. Non con un amico. Non con un estraneo. Una donna per bene dovrebbe farlo solo con il marito. Con il proprio marito. Così era scritto. E si vergognò di sé. E per lei. Non era forse amore anche il suo? Quello con il suo povero Piero? Cos’era quel bisogno di… di… gridare? L’amore sta nelle parole. Sta nel cuore. Il sesso c’è quando c’è l’amore. Ma era quell’amore che le sembrava in qualche modo diverso. Esagerato. Sudati. Sembravano impazziti. Scatenati. Incapaci di controllarsi. Era come qualcosa che aveva solo letto. In qualche romanzo. Senza averlo mai cercato. A cui non aveva mai creduto. Un pettegolezzo esagerato. Se ne dicono tante che non ci sono. Fu il quel preciso momento che decise. Si allontanò prima di poter essere scoperta.
Il mattino seguente disse a Eva che se n’era proprio scordata. E non poteva farne a meno. Prese il primo treno e se ne tornò. Non voleva restare oltre. Non voleva sentirsi di più responsabile. Non voleva collaborare ulteriormente a quella… bestemmia. Sua figlia. Non poteva ancora crederci. Durante il viaggio pensò a Gualtiero. All’uomo tradito. Al marito ingannato. Alla vera vittima. Se avesse saputo… non sarebbe stata certo lei a dirglielo. Non avrebbe potuto. Era un segreto che le pesava. Che avrebbe voluto non avere. Che avrebbe mantenuto. Le sembrò più solo che se fosse rimasto l’ultimo uomo al mondo. Ma pensò anche a quel modo di fare all’amore. A come quei due corpi sembravano provare quella sorta di pazzia. Le sembrò un modo indecente. Un uomo è una donna non dovevano farlo. Avevano entrambi dei doveri. Lei verso il compagno di una vita. Il padre delle sue figlie. Lui anche verso l’amico. E non dovevano farlo in quel modo. Era una follia. E sembravano proprio folli. Non riusciva a togliersi quell’immagine dagli occhi. Forse era stata stupida. Ingenua. A non averlo capito prima. E forse non doveva sbirciare. Poteva pensarlo trovando la porta chiusa. Ma una madre non pensa. E poi questo non cambiava. Anche se lei avesse continuato ad ignorare. E a crederle. La cosa era successa e stava lì. Non avrebbe spostato di una virgola. La colpa di sua figlia c’era.
Quella sera lo invitò a cena. Quel povero uomo non poteva restare solo. Le sembrava un modo di scusarsi. Di liberarsi di un rimorso. Preparò le lasagne come gli piacevano. E poi l’arrosto con le patate. E lui la raggiunse puntuale. E portò il vino. Gualtiero era sempre stato così, non si era mai fatto attendere. Era sempre stato una persona a modo. Non capiva cosa non andava in lui. Forse era solo Eva che non capiva cosa si perdeva. Pian piano la sua tensione prese a stemperarsi. Si rendeva conto che lui non sapeva. Che lui si fidava della moglie. Che nemmeno sospettava. Che tutto era rimasto uguale. Che il mondo continuava. E lui aveva la stessa voce. Aveva sempre quella sua invidiabile calma. Si trovava bene con lui. Parlare cominciò a esserle più facile. Le parole scivolavano leggere. Scorrevano. Qualcosa di più. Le scappò anche qualcosa che forse avrebbe dovuto pensare prima. Niente di sconveniente. Pensò che… Forse avrebbe dovuto fermarsi. Smettere di bere. La testa le ronzava. Lui le versò un altro bicchiere. Le sembrò di tornare ragazzina. Non aveva più cinquantanni. Per dirla tutta cinquanta tre. Era tornata ad averne venti. Pensò ad una cosa stupida: aveva ancora un bel seno.
Cercò di capire cosa le stava succedendo. Un poco tutto intorno girava. Era tutto confuso. Provava quella specie di euforia. Si sentiva come ubriaca. Non lo era mai stata. Vide quella mano. Sentì la mano di lui sul suo ginocchio. Lui le spiegò calmo che le cose con Eva non andavano proprio bene. Che stavano passando… Non riusciva più a capire. Le venne da ridere. Non sapeva perché. Non riusciva a trattenere quella euforia. Il vino scendeva fresco. Leniva l’aria di quella sera torrida. Tutte le sue preoccupazioni. Tornò a guardare quella mano. Continuava a non capire. Ne sarebbe dovuta essere lusingata? Stava per aprire la bocca. Cercò di dire qualcosa. Improvvisamente non seppe più cosa doveva dire. Era suo genero. Era un uomo. Non capiva più alcunché. Gli disse Gualtiero! Lui le disse Adelina! Non aveva nessuna scusa. Aveva sentito il respiro dell’uomo addosso. E non riusciva a crederci: era stata proprio lei a tirarlo fuori. A liberarlo. E aveva scoperto quanto quell’uomo, suo genero, era uomo. Non aveva mai visto niente di simile. Ne era rimasta affascinata. Si erano trovati sul divano. Non ricordava come né perché. Chi era stato… Chi aveva guidato l’altra. E si era persa. Aveva finito di perdersi.
Non può una donna della sua età… Quello era il marito di sua figlia. Era Gualtiero. Aveva scordato chi era lui. Chi era lei. Ed era tanto Gualtiero. Certo che non ci aveva mai pensato. Non ci aveva più pensato da quando era rimasta vedova. Ma non avrebbe mai immaginato. Era una persona diversa. Era solo un uomo. E lei… lei… quello che la sconvolgeva di più… era solo una donna. E per la prima volta… quella donna. Un’altra donna. Ma era ancora una donna. Tutto era… era tutto un’altra cosa. Una fretta la prendeva. Lo accolse come una condanna. Come una liberazione. Con un’enorme impazienza. Qualcosa le era impazzito dentro. Non poteva essere lei. Non quella che gemeva. Non quella che si sentiva crescere quel grido in gola. Non quella che provava… le sembrava di impazzire. Non poteva pensare di non provarne vergogna. Quello che provava la squassava dentro. Non riusciva più a trattenersi. Era una cosa… indescrivibile. Lo teneva a se. Lo tratteneva. Lo stringeva. Lo implorava. Lo incitava. Sperava che non smettesse mai. Le scappavano parole che credeva che nessuna bocca di donna potesse dire. Le frasi più oscene. Era un’altra nel suo corpo; una che non conosceva.
Non era mai stato così. Aveva cominciato a provare un piacere che non aveva mai provato. A ondate. Che sembrava mai pago. Mai domo. Non finire mai. Che chiedeva… ancora. Che inseguiva altro piacere. Senza nessun pudore. Senza tregua. Senza nessuna vergogna. Affogava nella sua bocca. Nei suoi baci. Non voleva aprire gli occhi. Non voleva vederlo. Non voleva svegliarsi. Non voleva scoprire che era proprio lui. Ma allora era vero? Esisteva quell’amore? Quel modo di fare all’amore? Poteva essere così pieno. Così coinvolgente. Cos’era stato quello con Giuseppe? Non le importava più nulla. In quel momento era solo… solo quella donna. Era solo in quel piacere folle. Illegittimo. Smisurato. Pazzesco. Ed era solo in ansia per lui. Voleva solo… cioè non voleva… ma voleva. Voleva che lui restasse soddisfatto. E che le strizzasse il seno. Anzi le tette. E continuasse a succhiargliele. E non finisse mai. Ma anche di sentirlo dentro. Non sarebbe nemmeno riuscita ad immaginarlo che farlo poteva essere così… così… bello. Stupendo. Gli passò una mano tra i capelli e sospirò mentre lo sentì. E lui cadde tra le sue braccia.

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Niente di grave che il programma non avesse preventivamente individuato e bloccato. Un po’ di affollamento nella quarantena. Nessun virus. Qualche spam. Niente di più. Un unico indirizzo e qualche mail fermata direttamente dal server che fornisce il servizio. Era solo l’unità C piena; piena e incasinata. Il solito limite di un gestione fatta partizionando il disco. Non aveva mai capito quella politica. Prima o dopo lo spazio diventa stretto. Solitamente molto presto. E c’era l’esecuzione automatica da pulire. Ma l’unità centrale era zeppa di file anche inutili e doppi. Qualche copia era stata causata dai soliti programmi che, come sempre, gestiscono malamente la registrando più volte lo stesso file. Quasi tutti erano solo questione di sbadataggine o incuria. Non si poteva far altro che cancellare. Dopo non si sarebbe risolto nulla ma almeno si sarebbe potuto lavorare con meno fatica e meno avvisi. In realtà la macchina aveva fatto il suo tempo. E lui non poteva starsene lì. Gli ci sarebbe voluto troppo tempo. E non era andato per quello. Gli aveva solo chiesto una cortesia. Gli avrebbe detto di farlo lui; con tutta calma, in seguito.
Aspettando di mettersi a cena aveva cominciato a gironzolare nei contenuti. Mentre girava qualcosa di inutile aveva cominciato a toglierlo. Soprattutto mp3 e immagini che queste ultime sono anche molto pesanti. Poi era stato incuriosito dal none della cartella, Brillantina. Il contenuto era di immagini porno. Con directory recanti il nome delle protagoniste. Niente di trascendentale. Chi non ne ha? Immagini più o meno porno. In parte scaricate dalla rete e in parte no. Le solite immagini, non sempre obbligatoriamente troppo spinte. Giovani ragazze in bikini, poi seni, sederi, etc. e poi anche immagini più esplicite: di veri e propri atti sessuali. Accoppiamenti. E tutte le variazioni. Rapporti di tutti i tipi, naturalmente. Multiformi. Singoli e multipli. Senza che l’insieme lasciasse vedere una predilezione. C’era una di colore. Sembra ci debba sempre essere una di colore. E sembra anche che loro lo facciano con maggiore allegria. In fondo sono tutte uguali. Alla fine possono anche annoiare. E poi c’era, non poteva mancare, uno colorato. Non proprio nero ma proprio esagerato.
Poi c’erano quelle altre, le seconde; quelle prese nel locale o comunque quelle di Ernesto. Ernesto aveva sempre avuto la passione per la fotografia. In quel caso c’erano molte più immagini, soprattutto di ragazzine, ma anche di altre donne di tutte le età, intente semplicemente a divertirsi. Quasi innocenti. E quelli erano tutti scatti fatti dentro. Molte mostravano semplicemente momenti di bevute. Qualche laurea. Qualche compleanno. Incontri meno numerosi. Cene. Una certa cordialità e non molto di più. Risate e qualche bacio. Qualcuno che allungava la mano. Con l’altro o altra che ne era compiaciuto e lusingato. Finto coraggio. Donne orgogliose di sé. In alcune però non provavano imbarazzo anche se si rendevano conto che nello scatto lasciavano si vedessero, più o meno chiaramente, le mutandine. Anzi ne sembravano divertite. In alcune non avevano nessun imbarazzo a gonfiare il seno. Ma anche a spingersi e denudarlo. Si vede di peggio andando al mare. Ma in qualcuna addirittura scostavano il bordo di quelle mutandine per farsi vedere e fotografare quasi con orgoglio. E spesso quelle che lo facevano erano così giovani. Quelle immagini non erano meno imbarazzanti.
Qualcuna si spingeva anche oltre. Casualmente la navigazione pareva averle ordinate per soggetto e, per così dire, genere. Più proseguiva più sembravano diventare esplicite. Come in un casuale crescendo. In mezzo tornava qualcuna di quelle scaricate dalla rete. O di quelle meno indecenti. Come dire professionisti e dilettanti assieme. In realtà non si potevano definire vere e proprie foto d’arte. Difetti se ne potevano trovare a iosa. Qui e lì una luce che tradiva. Vizi probabilmente di frettolosità. E i soggetti ritratti erano quello che erano. Lui era teso e attento. E impaziente. Le passava a tutto schermo rapidamente. Fin troppo. Gli altri erano di là. Li sentiva parlare. Navigava ed era pronto ad uscire dal programma di visualizzazione. A cliccare la ics. Non voleva che, entrando all’improvviso, vedessero quello che stava guardando. Come sempre provava un po’ di imbarazzo. Ma anche una muta sottile eccitazione. Non una vera eccitazione. Forse solo una spinta curiosità. Qualcosa di simile. Ed era anche un bel po’ che non visionava materiale del genere. Cioè che non aveva bisogno di ricorrere al porno per distrarsi e persino eccitarsi. Con Vera le cose andavano alla grande. La loro luna di miele continuava e non avrebbe saputo dire quando poteva cominciare a finire. Ecco! forse non gli sarebbe dispiaciuto vederle insieme a lei. Non che tra loro ci fosse bisogno di quello. Semplicemente perché le avrebbe mostrato come non tutte sono come lei. Che c’erano donne che si facevano molti meno riguardi. Cioè che siamo fatti in mille e mille modi.
Una sui quarantanni aveva un paio di seni da competizioni. Certo doveva sostenerli con le mani. Erano veramente enormi. Poi una ragazzina vestita da pescatore. Come in costume. Non mostrava niente ma era veramente ben fatta. Ed aveva occhi ammiccanti e una sensualità molto naturale. Un giorno che era passato lei era lì. Era stato colpito da quel suo fascino. Un paio di gruppi si limitavano a brindare. Si stava perdendo in quei pensieri quando incontrò quella foto, la IMG_2824.JPG. Dovette tornare indietro perché era già andato oltre. Ne aveva già incontrate di simili ma in quella c’era proprio lei, la sua Vera. Non aveva alcun dubbio: vi era ritratta chiaramente. L’ambiente dietro era la cucina di quello stesso locale. Lei era un poco meno bionda, forse a causa dell’illuminazione, ma era lei, indiscutibilmente. Stessi occhi che erano fissi all’obiettivo e le labbra strette attorno a qualcuno. Cioè era intenta a fare del vero sesso orale. E quegli occhi mostravano l’orgoglio di soddisfare il suo partner. Forse semplicemente l’orgoglio di soddisfare un uomo. E impegno. E sfacciataggine. Allora non era vero che lo loro era rimasta solo amicizia? Lei che aveva sempre sostenuto che non ci può essere sesso tra amici. E tra Vera ed Ernesto c’era sempre stata solo una grande amicizia. Una amicizia che era durata nel tempo. Anche se Ernesto, da ragazzo, un po’ aveva spasimato per lei. Questo a sentire lei. Ma forse quello non lo si poteva ritenere sesso? Non completamente? Cioè forse lei voleva dire che due amici non avrebbero mai dovuto scopare. E in verità non stavano scopando. Non sapeva dire lì per lì se quel gesto ritratto era più o meno… intimo. Si fosse dovuto decidere avrebbe affermato che per lui era sesso. Anche se magari poi la donna si ferma e si rifiuta. Ma poi ognuno la pensa a modo suo; in queste faccende. Insomma era più che sorpreso di trovare lì la sua donna; fotografata. E se fingeva lo faceva con la maestria della vera professionista.
Veramente non poteva essere certo che quello fosse di Ernesto. Né che a scattare la foto fosse stato Ernesto. Dell’uomo si vedeva ben poco. Solo quel particolare che lei cercava caparbiamente di ingoiare. Con bramosia. Quasi lo volesse divorare. Invece quello di Vera era una vero e proprio ritratto. Quegli occhi spalancati e sorridenti erano i suoi occhi. Il fotografo aveva fatto lo scatto in quella cucina ma poteva essere anche qualcun altro. Chiunque. O lo stesso Ernesto senza però essere lui il partner. Certo che doveva essere molto vicino ai due. L’angolazione sembrava proprio quella ripresa dallo stesso amante della donna, cioè di Vera. Non riusciva a crederci. Quella era un’altra Vera. Ma allora non era vero, come diceva, che lei non aveva mai tradito. Poi si ricordò che veramente era stata per tre anni libera da qualsiasi impegno, dopo il divorzio, prima di mettersi con lui. Non bisognerebbe mai parlare prima di riflettere. La foto mica aveva la data. Poteva essere stata scattata in quel periodo. Ma poteva essere stata scattata anche prima del divorzio. E allora… E poteva anche essere molto recente. Fin troppo. Certo recente lo era abbastanza. Le sue rughe erano già tutte lì. Quello non bastava a fare o non fare di lei una bugiarda. Certo che quello non faceva della foto un documento meno… imbarazzante. Una denuncia vera e propria. Perché lei, Vera, si era sempre mostrata molto… come dire? contegnosa. Aveva sempre denunciato qualsiasi eccesso negli altri.
Come può una della sua età? E per di più con un figlio grande? Lei che sosteneva di non averle nemmeno mai guardate. Guardate forse ne ma almeno quella l’aveva fatta. Lei che gli aveva confessato di aver passato una vita avara; quasi priva di piacere. Di aver dovuto quasi sempre mentire e fingere. Di aver sempre trovato partner che avevano lasciato a desiderare; sotto tutti i punti di vista. E scarsi di passione. E privi di attenzioni. Che era anche per quello che aveva pochissimo frequentato sesso e letti. Che era per quello che l’aveva trovata… come dire? scatenata come una ragazzina. Come se avesse incontrato con lui il bisogno di recuperare il tempo perduto. Tanto da restare sorpresa lei stessa. Ma in quella foto c’era un’altra Vera; quell’altra Vera. Che quello che le riempiva la bocca fosse Ernesto o no cambiava poco. Certo che qualcosa cambia se l’altro è un amico o uno sconosciuto. Se non lo conosci, non sai chi è, non l’hai magari mai visto, oppure se ce l’hai sotto gli occhi anche spesso. Si sentiva comunque tradito. E se quello era lui si sentiva ancora più stupido. E si sentiva guardato e indagato dagli stessi occhi di Vera. E lei non mostrava nemmeno un minimo di pudore, anzi. Continuava immobile a fissarlo. Il tutto era tutt’altro che casuale. Già quando ritratta era un’estranea si era sempre chiesto cosa spingesse una donna. Ancor più adesso che nella foto c’era la sua donna.
Si trovò intrigato nel dubbio. Ernesto, l’amico, poteva essere stato così stupido di lasciarlo navigare, anzi di pregare di farlo, scordandosi della presenza di quella foto compromettente? Oppure il caro amico era stato così scaltro da invitarlo a controllare il suo vecchio pc proprio per fargliela vedere? Forse proprio per mostrargli chi era veramente la sua donna? Forse per rendere palese una qualche forma di rapporto o di tradimento? Ma non aveva timore Ernesto che Domitilla, sua moglie, vedesse quelle foto? Che rapporto c’era fra loro, dentro quella coppia? Al solo vedere le prime immagini aveva scoperto un Ernesto diverso. Certo cose simili si possono trovare in ogni computer. Ma non si pensa mai che l’amico, chi ti sta vicino, si diletti con certi vizi. Certo l’aveva fatto anche lui; cosa centrava? Quando uno lo fa si sente come se fosse il solo, ovvero tra i pochi a farlo. Si sente un poco in colpa. Non pensa di condividere quel peccato anche con quelli con cui cena e esce qualche domenica. Fosse entrato in quel momento avrebbe avuto tutte le risposte che cercavano le sue domande dall’espressione della sua faccia. Fosse entrata lei, la sua dolce Vera, le avrebbe chiesto spiegazioni. Ma non le sarebbe stato difficile giustificarsi. Poteva dire che era uno scherzo e che comunque era stata scattata quando lei era sola e libera. Dopo aver lasciato il marito. Prima di mettersi con lui. Magari si sarebbe scusata. Non sarebbe bastato ma ne sarebbe uscita quasi indenne. Avrebbe potuto anche rifiutarsi di fare il nome del… coso che aveva in bocca. Sostenendo che non faceva differenza.
In realtà, per assurdo, quello poteva essere anche Ernesto ma quella poteva anche essere un fotomontaggio. Cioè l’amico poteva essersi sostituito utilizzando un programma apposito di editing. Se lo aveva fatto lo aveva fatto abbastanza bene. Poteva essere tutto e il contrario. Comunque restava quello che era. La cosa certa restava che quella che apriva le labbra era proprio la sua donna. La posa era inequivocabile. Non poteva aver preso quel volto da un momento di semplice convivialità. Da nient’altro. E poi lo sguardo era pieno di sfida e di libido. Certo se fingeva lo faceva perfettamente. E come scherzo sarebbe stato di pessimo gusto.
In realtà, per assurdo, Ernesto poteva anche non saperne molto. Certo che la cucina era quella cucina. Ma la colpa poteva essere solo di Vera. E poi lei aver regalato la foto all’amico. Era comunque solo sua. E poi non si fa una foto simile senza un motivo. Figurarsi poi se la si regala. Ma forse lei sapeva della passione dell’amico. Allora chi era il suo compagno? In quei giochi? E come aveva fatto quella foto senza che Ernesto ne sapesse. Era un’ipotesi improbabile. Non poteva escluderla con certezza. Cercò immagini con una numerazione in diretta successione a quella. Niente. Nemmeno nel disco D, né in quell’unità esterna. Poi scoprì che ce n’erano un paio nel cestino. Non ebbe il tempo di vederle, forse nemmeno la voglia, perché si sentì chiamare da Carla. Forse, se fosse stato tranquillo, l’avrebbe lanciata alla stampante. Magari lei poteva dirgli che non era vero. E lui cancellare. Ormai la frittata era fatta. Comunque la cena era in tavola. Pensò che nella cucina di un locale pubblico non ci si può spingere molto oltre. Anche per una questione di scomodità. Seduto sulla tavola non è lo stesso che steso sopra un morbido letto. Era sempre stato un tipo amante delle comodità.
E se avesse preso Carla da parte? Magari con tatto. Sondando da lei se ne sapeva qualcosa. Di quella storia. Scartò subito l’idea. Meglio non mettere di mezzo altre persone. E poi Carla poteva non saperne niente. Solitamente non sono notizie da dare ai giornali. Magari gli avrebbe dato del pazzo. Per tutti erano una coppia di ferro e felice. A prova di tutto. Geloso non lo era mai stato. Non voleva mostrare di esserlo diventato. Certo che era infastidito. Ma anche… personalmente eccitato. Pensò che era meglio se teneva la bocca chiusa. Se non diceva niente a nessuno. Tanto meglio se si teneva la cosa per sé. Si sentiva anche come se avesse fatto un gesto, anche se involontario, in qualche modo indiscreto. Ormai non poteva proprio più trattenersi e farli aspettare ancora. Scelse la funzione arresta il sistema. Avvertì gli altri: “Vengo subito”.

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Il momento

Stringendo le rose mi sono punta al seno ma non è colpa mia se mi sono sbadata. Forse ha ragione Carla, o forse Elisabetta, è che non lo conosco bene come loro. Certo che fa piacere; sicuro che lo fa; e poi anche una sera può essere sufficiente. Ma da come mi ha vista e da come mi guardava sono certa che non era così. Non so né come né perché ma certe cose si sanno anche se mica le si sanno per sicuro. Voglio dire… che… insomma le rose rosse son sempre rose rosse. E io nemmeno mica compivo il compleanno. Questo è certo come è certo che il cane non muove la coda se non cerca dalla mano la carezza. Però è vero anche che il cane la piscia per dire che quel posto è suo. Cane e uomo in fondo non sono poi così diversi e quando mi ha guardata con gli occhi da cane la carezza mi aveva anche fatto prurito nel palmo e gliela volevo dare. E a volte è solo che non sai prendere il momento e quello, il momento, ti sfugge, maledizione; maledizione anche a lui che stava guidando. E alla strada che s’era fatta scivolosa e alla pioggia. E soprattutto maledizione al vino che alla fine era stato lui ad essere brillo. Dovevo pensarci prima, al cinema. Cosa posso sapere io cosa prova un uomo portando quella vita in mezzo alle gambe?

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