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Posts Tagged ‘piazza’

Scusa la digressione. Oggi sento intorno la guerra, a Gaza, in un mondo in sfacelo. Una guerra più o meno silenziosa. E’ per questo che voglio ricordare questo pezzo di un grandissimo cantautore non abbastanza conosciuto tratto dall’album Disimpegnate le strade dai sogni del 77. Claudio Lolli fa parte di quella schiera di artisti che ha vissuto e raccontato i drammatici e dolorosi e funesti anni settanta. Quelli che sono stati l’inizio tragico di una fine. Non voglio aggiungere altro che un augurio: “Riportate per le strade i sogni”.

Il giorno di solito comincia sporco
come l’inchiostro del nostro giornale
scritto sui bianchi muri delle prigioni della repubblica federale.
Che giorno per giorno avanzando tranquille
son quasi davanti alla tua finestra
con un corteo di stesse e scintille e i tamburini la banda l’orchestra.
Spegnete la luce pensava Ulriche
che la foresta più nera è vicina,
ma oggi la luna ha una faccia da strega
e il sole ha lasciato i suoi raggi in cantina.
Spegnete la luce pensava Ulriche
che la foresta più nera è vicina,
ma un jumbojet scrive “viva il lavoro”
col sangue, nel cielo di questa mattina.

Con un megafono su un autobus rosso
un Cristo uscito dal Circo Togni
comincia un comizio con queste parole
“disoccupate le strade, dai sogni,
disoccupate le strade dai sogni
sono ingombranti, inutili, vivi
i topi e i rifiuti siano tratti in arresto
decentreremo il formaggio e gli archivi.
Disoccupate le strade dai sogni,
per contenerli in un modo migliore,
possiamo fornirvi fotocopie d’assegno,
un portamonete, un falso diploma, una ventiquattrore.
Disoccupate le strade dai sogni,
ed arruolatevi nella polizia,
ci sarà bisogno di partecipare
ed è questo il modo
al nostro progetto di democrazia.
Disoccupate le strade dai sogni
e continuate a pagare l’affitto
ed ogni carogna che abbia altri bisogni
dalla mia immensa bontà sia trafitto.
Da oggi è vietata la masturbazione
lambro e lambrusco vestiti di nero
apriranno le liste di disoccupazione
chiudendo poi quelle del cimitero,
e poi, e poi,
poi costruiremo dei grandi ospedali,
i carabinieri saranno più buoni,
l’assistenza forzata e gratuita per tutta la vita
e un vitto migliore nelle nostre prigioni.
Disoccupate le strade dai sogni
e regalateci le vostre parole,
che non vi si scopra nascosti a fare l’amore
i criminali siano illuminati dal sole.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate.
Disoccupate le strade dai sogni,
disoccupate, disoccupate … ”

A questo punto arriva un trombone
cammina col culo però sembra alto
intona commosso una strana canzone
il Cristo la canta e mi è addosso, in un salto.
“Disoccupate le strade dai sogni
non ci sarà posto per la fantasia
nel paradiso pulito operoso
della nostra nuova socialdemocrazia.”

A questo punto mi butto dal cielo mi butto dal letto
e do un bacio in bocca a un orribile orco
e lecco l’inchiostro, lecco l’inchiostro, del nostro giornale.

E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco
E’ vero che il giorno sapeva di sporco

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Le piazze sono vuote. Sarà l’estate. Rimandiamo l’appuntamento a settembre. Forse a ottobre. Meglio. Si sa che ottobre è un mese più propizio. Ce lo insegna la storia. Le scuole sono già iniziate. Abbiamo smaltito la fatica delle ferie e l’euforia della quattordicesima; almeno chi ce l’ha. Ne abbiamo tutti due cose piene. Siamo tutti indignati. Oggi va di moda. Vanno di moda i pantaloni a vita bassa e l’indignazione. Lo fanno anche in Spagna. Perché non dovremmo farlo noi? Ma la Spagna ha il gazpacho e ha avuto il franchismo fino alla morte del caudillo il 19 novembre 1975. Fortuna che il generalissimo è morto così non possiamo chiedere di avere una simile dittatura ornata di garrota prima di scendere in piazza indignandoci. Che poi in quel momento eravamo distratti da una quasi guerra civile. I nostri anni settanta non sono stati certo un esempio di diffusa pace sociale. In realtà loro facevano saltare Carrero Blanco ma da noi hanno trucidato Moro e la sua scorta. Non ci resta che chiedere anche noi di avere almeno il gazpacho, che è solo una zuppa fredda ma è rosso. Ma io ripeto che sarò sempre apartitico ma mai apolitico. E’ un difetto genetico. I termini non sono nemmeno sinonimi. E il qualunquismo non mi interessa, oltre a farmi paura. Non essendoci mai privati di nulla abbiamo avuta anche un Partito qualunquista, non rispondeva alle mie aspettative. Non ho una tessera ma sono sempre stato comunista e non ho intenzioni di dimettermi da me stesso. Eppure ci sono anche altre questioni che con tutta serenità, ed un po’ di ironia, vorrei sottolineare. Preferisco sempre il fare che il dire, ma so che non sempre la storia da appuntamenti. La grande manifestazione delle donne chiamata “Se non ora quando?” a Venezia era apartitica e quasi apolitica. Io c’ero ma c’erano anche quegli indignati che tanto gridano? Dicono di essere milioni, eravamo un po’ meno. Qualcuno ha detto: noi veniamo domani. Abbiamo chiesto le dimissioni del governo, ma forse questo era politicamente scorretto. Comunque i presenti erano tornati al loro fare. A Roma per sostenere la “Freedom Flotilla 2” per gli aiuti a Gaza e il sostegno al popolo palestinese eravamo un po’ meno, io e la mia compagna c’eravamo. E gli altri indignati? Troppo pochi per esserci tutti, eppure anche quelle era una manifestazione apartitica. Tranne che non vogliamo considerare la bandiera della Flotilla o quella palestinese come un simbolo partitico e di appartenenza. Riassumendo e saltando alcuni appuntamenti a Genova per il decimo anniversario dell’omicidio di Carlo Giuliani c’eravamo nella manifestazione “Voi la crisi, noi la speranza”. Non conosco la faccia degli altri indignati ma avrebbero dovuto essere a Roma e la piazza di Roma era vuota. Ora non posso fare la “rivoluzione di professione”. Ho una famiglia e, per fortuna, un lavoro anch’io. Magari alla prossima occasione non riuscirò a scendere in piazza. Per quanto me ne dispiacerà dovrò piegarmi a questa società del profitto. Stiamo parlando di Capitalismo quando non c’è nemmeno più il Tardo capitalismo né il Post-capitalismo ma bensì la Società della finanza. Pertanto sono d’accordo per un azzeramento dell’attuale classe politica ma non in cambio del “Tanto peggio tanto meglio”. Sono contrario persino ad una fusione di attuali segreterie. Sono tutti loro che ci hanno portato fin qui. A questa immane e infame crisi. Se ci penso sono solo per una società più solidale, più veramente democratica; insomma che marcia verso un comunismo. Ma la sinistra, pardon! la vera sinistra, cerca una casa comune. Salvo poi i distinguo pure sulla C maiuscola o minuscola di Comunisti. Io uso la “C” maiuscola come si può notare. E se va bene ci dividiamo sulle virgole, ma riusciamo ancora a dibattere il tema di grande attualità: con Stalin o con Trovskji? Sarebbe un falso storico affermare che Stalin ha dato una gran mano ai franchisti, ai fascisti e ai nazisti a far perdere il fronte popolare nella guerra di Spagna. E’ un falso storico dire che i morti sono vivi. E mi riferisco alle purghe. Ed è una verità dire che forse manca un po’ di disciplina di gruppo. Sogno una sinistra che discuta, senza ammazzarsi. Sogno i distinguo nella gestione dello “stato” non questo frantumarsi prima di combatterlo. Il fatto è che ho un vizio: se proprio debbo farmi male preferisco farmi meno male possibile. Parlerò del mio caso personale. Lo so che non si dovrebbe parlare del personale in politica, ma a volte il personale diventa politico. Soprattutto quand’è di molti. Ho lottato con una giunta di centro-sinistra (si può leggere anche staccando le due parole senza la lineetta) per aprire e difendere un Centro sociale. Una giunta di centro-destra ce l’ha chiuso insieme ad un nido. Per le mie idee politiche, non partitiche, quella giunta ha cercato di togliermi il lavoro, e sono un dipendente pubblico, e mi ha fatto cinque anni di mobbing duro. Onestamente a Mussolini non ho nessun dubbio di preferire Pertini. Onestamente mi fa star male vedere i saluti romani al Campidoglio. Sono Comunista ma prima ancora antifascista. Sarà un limite ma me lo tengo, e con orgoglio. ORA E SEMPRE RESISTENZA.
P.S. e correggerei in ORA E SEMPRE RESISTENZA ATTIVA.Manifestazione: Voi la Crisi, Noi la Speranza - Genova 2001-2011

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Voi la Crisi, Noi la Speranza - Genova 2001-2011Insomma la folla riempie la piazza per andare a veder giustiziare il tiranno ma anche il brigante, allo stesso modo, gridando la proprio rabbia, la propria indignazione. Vorrei ascoltare la piazza senza farne un mito perché la piazza è sempre polifonica e facile preda di tribuni improvvisati quanto temporanei. Allora guardo la pazza (oggi) e non sono certo che su di essa vi si possa costruire un progetto politico. Certo politiche e partiti sono, ancor più oggi e lo sono sempre stati, concetti ben distinti. Al di là di ogni dubbio se ne deve tener conto. Mi chiedo se siano anche superati i concetti di sinistra e destra. Resisto e continuo a non crederlo.
E’ bene ricapitolare alcune cose. Memori delle piazze del ’68 sappiamo che non c’è una piazza univoca con un unico progetto, e soprattutto che la piazza è sempre minoranza. Inoltre, come detto, abbiamo visto la novità nel dopoguerra di una piazza occupata da forze conservatrici a sostegno del governo. Inutile dire che vi è una piazza ancora più allarmante, quella della lega i cui leaders professano anche idee esplicitamente reazionarie e razziste costituendo una nuova virulenta destra destabilizzante. Sopravvive una limitata destra che si richiama al fascismo e al nazismo ma questa sceglie la piazza solo in modo antagonista. Il problema resta la crisi di rappresentatività dei partiti che dopo i “partiti di massa” hanno portato la politica verso la “partitocrazia”, ma anche questo è già stato sottolineato, in una forma di parlamentarismo forte. La politica diventa a questo punto unicamente privilegio e casta. Si così invece al superamento, fin troppo rimandato, del soggetto, o oggetto, Partito. Del partito come catalizzatore di consensi. Ma non abbiamo ancora una alternativa e viviamo di una democrazia partecipata, limitatamente, di delega, anch’essa ormai sottratta al cittadino.
Pensare di portare in piazza chi non è mai andato in piazza, e al massimo assiste dalle finestre, mi sembra quasi utopia. Costruire quella piazza, tanto richiesta, interclassista mi pare allo stesso modo una pura denuncia di intenti. Forse dovremmo parlare di soggetto politico neutro più che di classe giacchè è il concetto di classe forse il termine più obsoleto nella lettura attuale dei fatti. Si può parlare di blocchi sociale ma non credo sia ancora sostenibile con la stessa forza quello di classe.
Concludo questo mio piccolo e modesto intervento sottolineando che sono spaventato da alcune proposte recenti, soprattutto la regolamentazione delle primarie. Mi sembra una forzatura e un grave attacco alla libertà. Vanno ad incidere nell’organizzazione interna dei partiti. Si continua cioè il tentativo di togliere progressivamente ancora sovranità e autonomia ai cittadini in un processo di asservimento, per renderli ancor più sudditi. Ed è ancora più inverosimile che il progetto esca da una forza politica che è nata senza alcun strumento veramente partecipativo e democratico al suo interno. Cioè in una forma di cortigianeria attorno ad una autoespressa sovranità. Ma è su differenti piazze che dovremo tornare a pensare.

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Uno dei logo dei referendum 2011Torno da quella piazza; dalla Piazza. Non ho domande, tantomeno dubbi. Mentre si stanno preparando altre piazze. E forse sono state mentre questo post aspetta la luce. Non è una provocazione. E’ solo il tempo per pensare a dopo. Ed è già dopo. E mi scrive un amico (ponterosso2010). Non posso evitare di farlo. Di cercare di mettere ordine nelle mie sensazioni. Nel mio girovagare tra l’oggi e il passato. Nel tentativo di spingermi oltre. Allora torno su quella piazza dei “4 Sì”. Torno a chiedermi cos’è successo. Soprattutto cosa succederà.
Io che sono uomo di unione, non di divisione, ma di parte, mi sento però il dovere di una prima precisazione. E’ quella la piazza della rete, di facebook? E’ quella la piazza dei comitati? Se questo è vero come è vero è solo un primo punto di incontro. Qualcuno è salito sul palco e si è proclamato rappresentante della vittoria. Proprio in quanto comitati sono questi una figura multipla. Non hanno una soggettività definita. Lui non mi rappresentava. Io non sono partito, non sono comitato. Io ho, come detto, partecipato e festeggiato. E il mio è stato un voto politico. Non mi nascondo dietro un dito. Una banalità. Non faccio demagogia. Non cerco sotterfugi. Non un voto di partito o di sindacato. Nessuna simile adesione. Ma un voto politico proprio perché espresso contro alcune leggi di questo governo e di questo paese. E del governo oggi al governo. Per un governo e un Paese diversi. Io sono comunista. E’ vero che la politica (quella di ieri, almeno) non ha tutte le risposte, ma resto comunista e antifascista. Io credo che il bene comune, la difesa dell’ambiente, l’uguaglianza e la libertà (come quella dello stesso mezzo) siano (o debbano diventare) patrimonio di tutti e progetto della sinistra. Di una sinistra nuova; magari che non scordi però il passato. Di una sinistra UNA. Partendo da questo io decisamente ho vinto; ai referendum. Al di fuori di ogni dubbio. Chi perderà domani sono quelli che credono di poter dire che sono loro che rappresentano quel voto. La pluralità. E chi lavora per dividere. E non si voglia che trascinino tutti nella loro sconfitta.
Però dopo quel voto sarebbe tempo di ripartire dall’inizio. Di misurarsi con la realtà. Non possiamo aver paura della piazza. La piazza non è un posto di mediazione. E’ un posto di frontiera. E’ il posto degli estremi. E’ però un posto dove si esprimono le ansie e le istanze della “folla”. Cosa possiamo fare perché le giuste “esigenze”, le ottime sensazioni, non finiscano gestite dalla conservazione quando non dalla reazione? Come si dice con un cattivo modo di esprimersi per “incanalarle”, possibilmente, verso un progetto. La piazza nel “ventennio” (brutto periodare), che speriamo volga alla conclusione, ha mostrato una novità: quando la sinistra è scesa in piazza (come dice il titolo) l’ha trovata occupata. Vi si radunavano (soprattutto) le forze a sostegno del “governo”. In verità questa politica è stata fatta attraverso forme stranamente referendarie. O meglio plebiscitarie. Slogan a cui l’elettore era chiamato a dare il suo assenso.
Oggi paghiamo un’idea un po’ ottocentesca della politica per scoprire che la politica da tempo non parla di Politica. E che la politica deve imparare ad ascoltare. Abbiamo allora anche classificato ogni forma di differenza, non solo di conservazione ma anche di progressismo (pessimo termine) e persino di leggero dissenso, annoverandola tra i fascismi. In questo momento si cerca di omogeneizzare tutto mettendo tutto sullo stesso piano. Il male non è nei termini ma è impossibile assimilare progetti di società diametralmente opposti. Destra e sinistra non saranno mai la stessa cosa. Ma andiamo con un minimo di ordine perché c’è una profonda e lontana carenza di analisi. Ad un attento esame, con proiezione ampia, quella piazza occupata non è una novità, ma una banalità. Tutti i regimi plebiscitari e dittatoriali hanno occupato e occupano la piazza negandola a qualsiasi dissenso (oggi la piazza è anche media, rete, virtuale in genere). Il regnante ha sempre mostrato il proprio consenso in grandi spettacoli di folle. La novità è vedere noi, la sinistra, il dissenso, la disobbedienza tornare e guardare lo spazio Piazza come con aria stranita; da stranieri. Così è stato dopo i referendum, così era stato dopo “Se non ora quando?”. Mi soffermo a dire che dovremmo ringraziare le donne per la scossa che hanno dato ad una politica in stato comatoso. La lezione è che sono sempre molti, e a volte troppi, i vincitori. Chi su quel palco si è preso il merito della vittoria non aveva diritto di arrogarsi la rappresentatività di un popolo non omogeneo. Non era i comitati e il mio impegno era stato dato senza comitati, al di fuori, in assenza, oltre.
Allora, nei miei vent’anni, si era espresso un grande movimento di critica al sistema dei partiti di massa. Si è poi verificato il fallimento dell’assemblearismo. Nel frattempo tutto è cambiato e quella critica è superata, figuriamoci quella marxiana quando entra nei dettagli. Dovremmo riscoprire Marx e ripartire da lui guardando l’oggi come lui stesso farebbe. Il punto non è più il capitale, diventa difficile indicare l’avversario di classe nel padrone (e i suoi sgherri) quando il capitale è stato sostituito dalla finanza, e lo stato ormai completamente dal mercato. Abbiamo bisogno di nuovi strumenti per affondare i denti della critica e di un progetto nella realtà. Troveremo questi strumenti dentro quelle Piazze? La risposta deve ancora essere nemmeno accennata. Quello che è certo che al sistema dei “partiti di massa” si è sostituita una condizione sociale basata sulla “partitocrazia”. L’accesso alla politica (come delle notizie in una speranza di libera informazione) da parte della gente si è ristretto. Credo si debba comunque cominciare a pensare a Partiti di stampo nuovo o a contenitori nuovi che vadano oltre questa “forma partito” conosciuta oggi dove tutti sembrano uguali e non c’è margine di cambiamento.
E’ pur vero che espressioni tipicamente di destra e populiste si avvalgono in gran parte di una sostanziale base di sinistra, ma questo è un altro discorso. La rete non è posto adatto ad allungare il brodo. La rete cerca risposte facili, rapide, sintetiche. Ma questo è solo l’inizio. Così, consapevole di aver già parlato troppo, qui mi fermo, ma mi fermo ripromettendomi di tornare.

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Uno dei logo dei referendum 2011Non ho nessun ruolo per azzardare un’analisi del voto. E’ solo che vorrei capire, ma che diritto ho io di pretendere di cercare di capire? Hanno perso tutti e ora cercano di perdere anche quelli che stanno festeggiando. Con quel tutti voglio dire i partiti. Nessuno certamente può prendersi il merito di questa vittoria. Magari hanno collaborato, strada facendo. Magari qualcuno, per i secondi due referendum, si è anche speso a raccogliere le firme. Non ho risposte. Solo dubbi. Una cosa è certa: i quesiti non avevano valore politico. E’ quel quarto quesito che mi frastuona.
La mia non appartenenza a partiti. Attenzione, questo non significa che non sia di parte, tutt’altro. Il mio non coinvolgimento diretto in un comitato. Tutto questo mi consiglierebbe un mite silenzio. Ma ho firmato, invitato, partecipato, collaborato, posto i miei 4 doverosi ““, infine goduto. Goduto come un porco. Proprio come nel vero senso della parola. Cosa mi spinge a chiedermi cosa è cambiato? Forse solo una speranza o una illusione. Forse un vizio.
Sicuramente è una vittoria degli italiani, delle genti di questo paese chiamato Italia. E’ sempre una vittoria degli elettori ad ogni elezione. Questa volta lo è di più. Trovo inutile tornare su quanto quel popolo si sia manifestato in piena autonomia e, anche, in aperto contrasto con il mondo della politica. Un mondo forse quest’ultimo che ha definitivamente e drammaticamente perso il rapporto con il paese reale. Un mondo che ha paura della piazza. Della gente. Della sua stessa gente. Che non sa tessere un rapporto con la realtà. Con quella famosa società civile. Con l’universo delle associazioni. Che non ha sensibilità per capire le “nuove” esigenze. Ma cosa spinge chi ha vinto a mutilare la vittoria?
C’è sempre quel quarto quesito che mi frastuona. Intono a me ho tutte persone di sinistra e tutte si sono spese per il “”. Senza risparmio. Ma è probabilmente un campione non attendibile. Si dice in giro che è una vittoria della “Rete”. La mia pagina di Facebook è invasa da richieste di dimissioni del Premier, e di bandiere rosse. Tutte, le une e le altre, del popolo del “”.Ma anche quello può essere un campione non significativo. I comunisti si mescolano solo tra loro. La televisione ci spiega che hanno votato, e perciò vinto, anche quelli del centro destra. Mi sento un po’ espropriato, è il prezzo delle vittorie di oggi che paiono sempre mezze sconfitte. I “” a questo quarto quesito però non mi sembrano un consiglio amichevole.
Roma – Piazza Bocca della Verità: giustamente i romani si ritrovano a festeggiare. Qualche bandiera “di parte” ma soprattutto vessilli referendari. E tanta gioia. E tanto orgoglio. Giustamente. Sono anche i miei sentimenti. Mi sento parte, piccola parte, di quel popolo. Il popolo del “se non ora quando” con cui mi sono mescolato. Il popolo di tante piazze che in tanti anni ho vissuto e gioito. I comitati, che paiono essere usciti dal niente, chiedono di essere loro i protagonisti, giustamente. Chi? Non vogliono il dialogo in televisione perché non accettano l’intrusione dei partiti, giustamente. Vogliono il palco. Loro hanno proposto i quesiti, almeno (in via quasi esclusiva) i primi due. Loro hanno fatto il lavoro duro, anzi tutto il lavoro. Ma chi rappresenta quei voti? Anche il mio? Lo rappresenta quel manipolo che attacca un unico politico: Bersani? Quelli che non accettano il dialogo con quella parte del servizio pubblico che è RAI3? C’è un unico nome o una elite di nomi che può rappresentare quel voto e che decide che la piazza non dialoga e non è politica? Di quella politica che è di parte e può essere persino ideologica pur non militando sotto una precisa bandiera? Cioè senza incrementare il mercato delle tessere?
E tutto come ieri? Non credo. E’ un voto privo di carattere politico e senza una ricaduta sull’assetto del potere? Non credo. Il dato finale non è patrimonio della sinistra ma, a mio modesto parere, ne contiene una gran parte. Di quella stessa sinistra che ama farsi male. Di quella sinistra che diventa mille sinistre e mai una vera. Qui potrei anche aver usato il termine di centro-sinistra. Non vedo istanze radicali in questa espressione di volontà che sono i “”. Se c’è una radicalità dovrà andarsi ad esprimere trasformando il risultato in politiche. Ed è a questo punto che è doveroso tornare alla piazza. A questa ed a ogni piazza. A quelle piazze che gridano insieme e che nel fare si muovono in mille individualismi e autonomie. Mi resta in gola la domanda: allora, sono tra chi ha vinto, tra chi ha perso o tra chi ha pareggiato? Nel mio comune siamo andati oltre il 60% e al successo ho partecipato anch’io che non sono né partito né comitato. Io, cittadino. E uomo di sinistra.

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Tecnica mista su cartone telatoCon una breve serie di dischi Gianfranco Manfredi si è reso ottimo testimone di quegli anni. Ricordiamo ai troppo giovani e a quelli a cui manca un po’ la memoria che era la metà dei famosi e tragici anni settanta. Anni di impegni, di violenza, di piombo, di piazze, di rabbie, di bulloni e contestazioni, di antagonismi, di radicalismi e tanti altri ismi, gli anni dell’autonomia e della P38. Gli anni in cui torna Ricky Gianco, che per lui scrive musica. Di Claudio Lolli. Di Eugenio Finardi e di tanti altri. Ma anche gli anni (appunto) dei I Festival del proletariato giovanile‎ e della musica prog ovvero degli Osanna, della Premiata Forneria Marconi, del Banco del mutuo soccorso, dei Napoli centrale, fino agli Area. Di allora restano molti ricordi non solo nella storia della nostra musica.
Di Gianfranco Manfredi avevo già qui riportato Zombie di tutto il mondo unitevi, Dagli Appennini alle bande, Agenda ’68; mentre avevo scordato di postare Un tranquillo festival pop di paura e così rimedio. Poi il cantautore è pressoché sparito dalla scena musicale italiana (o almeno è scomparso dalla grande vetrina, forse aveva già detto quello che aveva da dire) per dedicarsi a fumetti, letteratura, teatro e cinema, con altalenante fortuna (per questo rimandiamo al suo sito). Qui di lui vorrei ricavare altri due pezzi: Quarto Oggiaro story (che si può ascoltare solo da un sito a cui ho collaborato) e Non c’eri di cui porto sotto il collegamento a YouTube. Faccio seguire i testi delle due canzoni così che si possa cogliere l’ironia di questo autore e il suo modo di stare all’interno degli avvenimenti di un mondo che stava cambiando e forse trasformava il pubblico in privato e l’impegno in esasperazione dentro tanti di noi.

QUARTO OGGIARO STORY
T’ho incontrata a Quarto Oggiaro davanti al Supermarket
saccheggiato (oh ye) avevi in tasca una scatola di tonno dello
Wyoming… si vede che la tua coscienza politica era scarsa…
lo ci ho qua il bourbon, io ci ho qua il vischi io ci ho qua
il caviale che a differenza del tonno non fa male, lo questa sera
mi bevo lo champagne circondato da quattro compagne…
Mentre tu te mange ‘o tonno
con quel fesso di Totonno

Ti ho incontrata alla prima visione, dopo l’appropriazione. Tu hai
visto un Franchi ed lngrassia mentre lì vicino facevano un film
inchiesta sulla CIA. Eh ma la tua coscienza politica è proprio
scarsa lo ho visto il Bertolucci, ho visto la Cavani S. Francesco
e i sette nani vestiti da nazisti ho visto Scapponsanfan’ dei
fratelli Taviani, C’eravamo tanto armati e diciotto film di marziani
(micidiale!) in cineteca. lo questa sera mi vedo i filmini svedesi
con due compagne cinesi…
E tu te vede ‘a televisione
co’ Totonno fetentone

Ti ho incontrata alla Feltrinelli, tu fregavi solo gialli, neanche
belli… ristampe. Si vede che la tua coscienza politica è proprio
scarsa. Guarda me: io ci ho qua il Kerouac, ci ho qua il Garcia
Marquez ci ho qua il teatro di Fo, chissà che cosa me ne fo…
lo questa sera mi leggo la Morante con una bimba tutta
pimpante
E tu te legge Agata Criste
co’ Totonno poro criste

T’ho incontrata davanti all’armeria in attesa, con la borsa della
spesa… esagerata! Io compravo i soldatini, tu un fucile coi
piombini. Si vede che la tua coscienza … è in crescenza. lo ci
ho a casa la Corazzata Potiemkin Politoys, ci ho la spada del
nonno carabiniere, ci ho le pistole di madreperla e il matarello
di madre pirla, ci ho le guns di plastica di Jasse James e il
mitra in simillegno con il fodero in similpelle e proiettili in
silmilsalve
E tu te mette a ffa cagnara
co’ stu cazz’ de lupara
e Totonnino ‘o fetentone
tene ‘na sberla de cannone
e un tuo amico di Potopp
tene quaranta molotopp
e uno dell’autonomia viaggia sempre co’ la zia
” cocosa c’entra la zia?” Pesa cinquecento kili e può sempre
servire.., calata dall’alto. Forse la tua coscienza è troppo
in crescenza…
Brrrr…

NON C’ERI
Non c’eri
ieri in piazza tu non c’eri
ho il sospetto che dormivi
dimmi come fai…
Non c’eri
ieri con i pendolari
bello steso sui binari
eri mica tu.
Ma dai: basta leggere i giornali o accendere il TV
tutto fa spettacolo: il Soggetto, il Complemento Oggetto
e forse pure tu.
Ma tu non c’eri
tu stai lì a contarti i peli
o a schiacciarti i punti neri
te ne pentirai
…di gran lunga
Lo so: non ti curi delle fasi o dei momenti clou
anche il David Bowie dice che per un momento si può essere eroi
Ma tu non c’eri
tu vai dietro ai tuoi pensieri
quasi sempre poco seri
no, cosi non va
Tu non c’eri
in silenzio te ne stavi
chissà cosa poi covavi
dimmi dove sei
Non c’eri
c’erano tutti e tu non c’eri.
C’erano i piccoli editori sinceri e tu non c’eri
tu non ci sei mai
Non c’eri
c’erano i discografici alternativi e tu non c’eri
c’erano i Partigiani Reggiani e tu non c’eri
tu dove sei.
C’era la federazione bagarini democratici
il comitato di fabbrica delle cartine RIZLA
il comitato Madri Antifasciste
e tu non c’eri, e tu non c’eri.
C’erano questi qui che suonano la tromba
i trombettisti leninisti
ma tu non c’eri
non c’eri neanche nel gruppo dei bambini
armati fino ai denti da latte
della centrale del comune democratico
tra i carmelitani scalzoni
e tu non c’eri
nell’unione inquilini del terzo piano
nel comitato comparse cinema politico
tu non c’eri
nei centri mimi yogi spirituali
non c’eri
e qui qualcuno accende i ceri
e qui qualcuno accende i ceri.
E tu non c’eri
io c’ero io c’ero
si io, nel senso di ego io c’ero
mi sembra mi parve che ci fui
adesso non saprei dirti se venivo di qua di là
però c’ero, mi sembra che c’ero
o non c’ero
c’ero o non c’ero?
Mah?…

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Foto della manifestazione in campo santa Margherita a VeneziaTorniamo a parlare di donne. Donne con la loro diversità. Cosa c’è di meglio per introdurre l’argomento che questa canzone del grande Faber.

Cento voci. Le donne hanno deciso il giorno 13 di febbraio di ricavarsi un giorno per loro, una spazio, di tornare a far sentire la loro voce. In piazza c’erano donne di sinistra (molte), di destra (invero pochine), e senza bandiera. Certo non tutte. Una parte delle donne era contro quella manifestazione. Per vari motivi. E anche perché la ritenevano partigiana, manipolatrice. Del dibattito tutti sono al corrente. Ma non erano contrarie solo quelle di una parte. Anche in questo caso la scelta è stata trasversale. E’ però singolare che alcube di quelle contrarie continuino ancor oggi a ripetere che “non hanno bisogno di andare a gridare la loro dignità. Il coraggio delle donne, e le madri coraggio, sono un fatto notorio nella storia e non ha colore politico, né nazionalità”. Si può anche essere d’accordo e lo sono, certo. Ciò che mi riesce più difficile capire è il motivo per continuare a ribadirlo. In quella Piazza le donne ci sono andate liberamente. Per far sentire la loro voce. Non contro qualcuno e senza alcuna condanna. Non c’era coercizione. Io credo che chi ha fatto una scelta diversa resta donna ed è altrettanto rispettabile. Mi sembra però di trovare, in quel continuò ricordare la loro scelta “diversa” una sorta di disapprovazione delle ragioni della manifestazione. Ognuno è certamente libero di pensarla come crede. La piazza è uno dei luoghi dove far sentire la propria voce. In fondo la piazza è anche un simbolo di libertà (come mostra la cronaca più recente). Io ho accompagnato la mia Compagna, come più volte detto, in quella Piazza. Potrei stupidamente dire che io sono d’accordo con i metalmeccanici, ma a volte gli stessi metalmeccanici hanno bisogno di sentirsi manifestare quel sostegno. Mi limiterò a dire che condividevo le ragioni che spingevano e spingono la mia Compagna. E che quella “riprovazione”, quella sì, mi sembra un tentativo, assieme a tanti e troppi distinguo, di manipolazione. Ma forse seno stati proprio i commenti negativi che i giorni seguenti hanno percorso giornali e televisione a mostrare quanto fosse giusto e coraggioso scegliere la Piazza. Mostrare la faccia. Non ho niente contro chi ha ritenuto inutile andarci ma qualcosa contro chi continua, in vari modi, a sostenere che non ci si doveva andare. Il sabato precedente avevo avuto la prova di chi era l’intollerante mentre raccoglievo le firme per “invitare” il nostro premier ad andarsene. Mi è stato gridato che dovevo vergognarmi. Credo di non essere io ad avere qualcosa di cui vergognarmi. Ma questo è un altro argomento. Quello del post resta… W LE DONNE, e ancor più quelle donne.
Le passanti
Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà
a quella conosciuta appena
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più.

A quella quasi da immaginare
tanto di fretta l’hai vista passare
dal balcone a un segreto più in là
e ti piace ricordarne il sorriso
che non ti ha fatto e che tu le hai deciso
in un vuoto di felicità.

Alla compagna di viaggio
i suoi occhi il più bel paesaggio
fan sembrare più corto il cammino
e magari sei l’unico a capirla
e la fai scendere senza seguirla
senza averle sfiorato la mano.

A quelle che sono già prese
e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato
ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia
di un avvenire disperato.

Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino
per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.

Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste
dei baci che non si è osato dare
delle occasioni lasciate ad aspettare
degli occhi mai più rivisti.

Allora nei momenti di solitudine
quando il rimpianto diventa abitudine,
una maniera di viversi insieme,
si piangono le labbra assenti
di tutte le belle passanti
che non siamo riusciti a trattenere.

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