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Posts Tagged ‘Pierangelo Bertoli’

musicaDal post precedente continuiamo un po’ di confuso e disordinato chiacchiericcio ovvero divertimento, noi di quella generazione che ha scoperto per la prima volta l’essere ragazzi e che il mondo in fondo è più piccolo di quanto si va a favolare. Noi, quelli del viaggio (cominciando da dopo con una cosa nostrana dal leggero sapore “forestiero”). Anche perché questo è uno di quei momenti in cui le parole mi sporcano gli occhi e non mi va di trattenerle:
Modena City Ramblers: La strada

Perché noi allora (come detto) leggevamo del viaggio e abbiamo cominciato a viaggiare. In verità per me il periodo è durato un po’ poco; poco per i miei gusti. Ma un po’ la pigrizia e un po’ è che la vita ti impone le sue regole. E così ti ritrovi adulto ancor prima di volerlo diventare. E non abbiamo ucciso il padre. E il sogno si è liquefatto lentamente. La rivolta permanente è durata una lunga stagione ma alla fine ha ritrovato il cadavere in un portabagagli. E tutto è diventato niente. Però… le distanze si son fatte più brevi e il mondo quasi un cortile. Ed era così che si partiva, senza prendersi troppo sul serio:
Dik Dik: Viaggio di un poeta

Ma a volte anche le favole si sparano mentre fuori è buio (di questo ne parlerà Faber). Forse il mondo non è mai cambiato con tanta rapidità ma eravamo i primi figli della guerra. Ignari ancora di essere anche quelli del boom.
Luigi Tenco: Ciao amore, ciao

Anche se ora capisco che mi sarebbe bastato un autobus (ma con la stessa voglia di cambiare e lo sporco della vita reale). E questo non è altro che un pugno di canzoni:
Pierangelo Bertoli: L’autobus

Ma certe notti…
Ligabue: Certe notti

Perché non puoi che andare:
Eugenio Finardi: Diesel

E allora partiamo e torniamo in amerika. Sì: “Tieni gli occhi sulla strada, le tue mani sul volante, Sì! stiamo andando al Roadhouse, stiamo per spassarcela”:
The Doors: Roadhouse blues

Sì! avevamo anche noi l’Amerika in testa, la frontiera. Quale fosse la nostra frontiera, noi contro le frontiere, ancora non lo so:
Canned Heat: On the road again

E da qui riprendo un percorso. Il dialogo pazzo di quattro anni fa quando ho ritrovato l’amore in quella ragazzina rossa che nel frattempo s’è fatta donna: una bellissima donna.
Io alla mia ragazza rossa: “l’amerika della route 66, descritta sotto anche dai Rolling, il buon Jack l’attraversava con la radio a palla sul Bebop di Charlie “the birds” Parker. comunque i Rolling” (ma non saremmo rimasti ragazzi per sempre):
The Rolling Stones: Route 66

Commenta un’amica di allora: “ENGLAND´S NEWES HIT MAKER — THE ROLLING STONES: Este es el nombre del primer la”… Eccetera…
Io (ma si cazzeggiava, mica ci davamo delle arie, mica volevano scrivere qualcosa sulla musica; ci piace ascoltarla): “Noi la conosciamo negli anni 60 ma è quella degli anni 50 poi ricordata anche così”:
Steppenwolf: Born to be wild (Easy rider)

Meravigliosi, violenti e terribili anni 60. Easy Rider è un film drammatico del 1969, diretto e interpretato da Dennis Hoppe… (un film sull’america che divora i suoi figli e gli stessi sogni che ha partorito)
La mia ragazza rossa: «Mi voltai e c’era Bird, conciato peggio di una merda, con la faccia gonfia, gli occhi arrossati e l’aria di aver dormito nei suoi vestiti spiegazzati per giorni. Ma era fico, con quell’aria hip che gli riusciva di avere anche quando era ubriaco e strafatto. Sal lo chiama Oruni (Divinità-dio) Bird… e poi smettila di fare il musicosaccente che lo sai che mi batti».
(ancora questa storia di Oruni, quasi tutto dipendesse da quello)
Io (senza dare tregua né respiro, a rispondere con messaggi che non lasciavano tregua; era il nostro gioco, lo è sempre stato) “Per farmi perdonare la mia arroganza un sax (lo conosci?) e anzi… tutto l’album”:
Sonny Rollins: Saxophone Colossus (Full Album)

[Great Jazz 0:00 – St. Thomas 6:48 – You Don’t Know What Love Is 13:17 – Strode Rode 18:31 – Moritat 28:36 – Blue 7]
La mia ragazza rossa: “Sì Sal si riferiva a Parker non a Miles, ma erano i suoi idoli” (già! noi eravamo allora come ora ancora un po’ troppo provinciali per l’anima nera e per lasciarci veramente tutto dietro le spalle).
E LA MUSICA CONTINUA…

Francesco De Gregori: Sulla strada

Probabilmente dev’essere strada
la vita lavorata
per il tempo ed il denaro
e la casa costruita

Come un ponte su una cascata
come un ponte su una cascata
e quel che vedi dai finestrini
di questa macchina usata
E’ difficile capire cos’è
ma dev’essere strada

E se quindi dev’eesere strada
ci deve stare chi ci cammina
e chilometri di passeggiata
le poche case sulla collina

E dev’esserci acqua che piove
ci dev’essere acqua che piove
per il fiume che porta al mare
in fondo a questa vallata
E da qui non si vede granché
Ma dev’essere strada

E tu che parlavi una lingua
da tempo dimenticata
dov’è che l’avevo sentita?
quand’è che l’avevo scordata?

La tua voce era alta e credibile
oltre il suono della cascata
Ed un cielo di zucchero nero e di carta stellata
prometteva esperienza e mistero per tutta la strada

E c’era una porta segreta
E un’uscita mascherata
sotto gli occhi di un leone di pietra
e di una vergine chiaccherata

Usciti dalla notte dei tempi
o da una pagina patinata
E c’era pianto
stridor di denti

Ma poi la porta fu spalancata
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada

Probabilmente dev’essere strada
anche la vita consacrata
al tuo corpo e alle tue mani
e alla curva complicata

E rasenta l’innocenza
e l’abisso della cascata
E che conosce l’invenzione
prima ancora che sia inventata
E che conosce la canzone
conosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada

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Mario e Ross a Ponza nel loro eremoNon credo ci sia qualcosa da aggiungere per questa canzone che festeggia il mio amore, la mia donna e, come ogni domenica, tutte le donne. Dovrei solo cambiare la prima strofa con: “Avrei voluto trovare le parole”. Spesso sono le parole a tradirci, ma credo di averle sempre trovate. Non sono queste le parole che mi riescono difficili. Il grande Pierangelo Bertoli canta un testo che parrebbe scritto perché io, come tanti altri, potessi recitarlo alla mia donna, cioè a te amore mio. Ed è quello che faccio.
Avrei voluto dedicarti una canzone
con le parole della televisione
tutti quei fiori e quei discorsi complicati
che al cine fanno nei locali raffinati.
Ma mi sembra di commettere un reato
perché per dirti che sono innamorato
perché per dirti cosa penso in fondo al cuore
non c’è motivo che mi finga un grande attore.
Per dirti t’amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale.
Non voglio chiuderti in nessun mondo fatato
e non ho voglia di tornare nel passato
io so, potremmo avere il mondo nelle mani
se siamo forti e fiduciosi nel domani.
Avremo un posto dove andare a lavorare
e avremo figli da allevare e da curare
e tanto amore tanta gente come noi
e avremo un mondo, un mondo nuovo intorno a noi.
Per dirti t’amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale.
La vera vita non si alleva in una serra,
chiedo il tuo amore, che è nutrito dalla terra,
perché è cresciuto con la pioggia e con il sole
e sa capire anche queste mie parole.
Per dirti t’amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale

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Io finisco la mia settimana il venerdì. Il primo pomeriggio. Mi godo questo piccolo privilegio. Dopo un incerto e poco convinto tentativo non sono mai stato in fabbrica. E nemmeno era fabbrica. A pensarci un po’ mi pare buffo. Ma avevo vent’anni; poco di più. Ormai mi rimprovero meno di non essere mai stato Operaio. Non sono più nemmeno Proletario. Sono poco padrone della mia poca prole ed è mio il tetto che mi copre la testa. Ma i tempi stanno cambiando; vero mister Bob? E forse non è più indispensabile appartenere a quella condizione. Inoltre, nella più precisa realtà, quel minimo-mini nemmeno mi copre la testa. Sta là, attualmente vuoto. E freddo. Oggi vivo altrove, con la mia compagna, a casa sua. Come un rifugiato politico. Con i miei libri e i miei dischi un po’ qua e un po’ là e il resto in una vita che è solo passato. Resti tra noi ma mi guardo intorno come quello spazio sia ancora provvisorio. Le chiedo scusa perché so che mi legge. Non ha nessuna colpa. Forse sono sempre stato così. O forse sono gli anni. Sono, in un certo senso, sradicato. E vivo anni che mi sembrano senza patria. E di trincea. E fatti solo di giorni.
Sarei tentato di dire che sono questi tempi di superficie, ma non mi arrischio. E mi tengo il sospetto che invece della ideologia abbiano cercato di sottrarmi gli ideali. Così tutto sembra niente. Sembra quasi inutile essere Antifascisti. A che serve chiedere un mondo più giusto ed equo se abbiamo la democrazia? Se viviamo già nel mondo migliore possibile? Non mi sembra così (ma questo detto tra noi; sottovoce). Discorsi da fare ne avrei tanti. Mi da gioia vedere il tricolore testardamente esposto alle finestre delle case. Mi da gioia e mi rende perplesso. Che stia diventando nazionalista, campanilista o qualsiasi altro misera lista che sconfina in un senso di appartenenza? Mi continuo a sentire Partigiano, nel senso di parte, di quella, e un po’ (molto) Internazionalista. Tifo per i magistrati e improvvisamente mi ricordo di vecchie battaglie. Dei processi ai compagni. Di una legge a tutela del potere, come è sempre stata. Guardo la piazza e si riempie di bandiere diverse. Nemmeno quella è più la stessa. Potrei proseguire questi discorsi per molto. Non avrebbe alcun senso.
Se mi definisco Compagno sembra debba sempre aggiungere un aggettivo. Ma forse era così anche allora. Il male della sinistra. Mica solo quella riformista. E anche qui il brodo potrebbe allungare. Ma a che varrebbe? In questi giorni cerco di rintracciare documenti di quegl’anni. Anche questa è forse necessità solo mia. Un po’ di amarcord. Eppure mi sembra una situazione di silenzio, di bisbigli e di pettegolezzi. Ho come la sensazione di una non partecipazione. Di un sradicamento. E di questo rimugino da giorni. Mi sembrava che l’Italia uscita dalla guerra e dalla Resistenza avesse come un’ansia. La necessità (per altro falsa) di recuperare un tempo perduto. Una pausa nell’inutilità. Il vuoto di una dittatura che aveva annebbiato non solo le coscienze. E c’era, mi sembra, grande fermento. Oltre all’inno alla libertà. Un grande tessuto intellettuale e allora si stigmatizzava quella figura che sembra stia per scomparire. Senza presunzione e senza assumere un ruolo non mio provo una sensazione strana. Si stava ricostituendo una cultura e fondando una cultura altra. Ho letto allora splendide riviste. Letteratura da lasciarti a bocca aperta. E della grande poesia. Gli artisti che avevano fatto i partigiani erano tornati a dipingere, etc. E ci si chiedeva ragione di tutto. Non c’erano vere certezze.
Non è solo per rimpiangere. Troppo facile chiedersi dove sono finite (ad esempio) le Edizioni del Sole e quelle del Gallo, e gli Editori Riuniti, e quelle riviste che rivisitavano tutto. E non parlo solo di una cultura di parte. E parlo di informazione ma anche certamente di contro-informazione. Dell’approfondimento. Di avere, oltre la volontà, strumenti per capire le cose ed il mondo e le dinamiche. Ora mi sembra ci sia solo una informe marmellata. E gli amici di Maria De Filippi (con tutto il rispetto per quel lavoro che però mi sembra organico). E le case e le isole. E i problemi di letto, che per quanto importanti hanno sempre fatto solo in parte la storia. E di quella ma anche dell’altra storia. Ma forse lo sfascio è solo nella mia testa. Continuerò a chiedermelo; testardamente. A verificarlo e ad interrogarmi su ipotesi per le eventuali cause. Certo nessuno si chiede più quel’è il ruolo dell’intellettuale.
E allora vorrei “festeggiare” questo fine settimana proponendo una canzone a cui faccio seguire anche il testo. Non esclude né conclude il discorso fin qui fatto. Ne è solo un frammento. Non mi sembra siano venuti a mancare solo strumenti come i quaderni de “Il Nuovo Canzoniere Italiano” con le Edizioni Bella Ciao. Forse sono quelli che son venuti a mancare di meno. Perché forse corrono ancora sotto traccia. Ma è del dare spazio a quella voce che sarei interessato. La cultura da salotto la lascerei volentieri a quelli del salotto. E allora, caro Popolo, come il 13 febbraio, torniamo in piazza. Ringraziamo di questa ultima illusiuone le donne. Abbiamo bisogno di tornare a guardare le nostre facce nude.Pierangelo Bertoli > Eppure soffia (1976) > Racconta una storia d’amore
Ho scritto una storia d’amore perché mi portasse fortuna
la solita storia melensa, un lui, una lei e la luna
avevo con me la chitarra, decisi così di cantarla
il canto si alzò pigramente, qualcuno gridò di piantarla.

Ma certo, tu canta alla luna, coi gatti randagi e rognosi
racconta di stupide fole e lascia che il mondo riposi
Riposi di pace artefatta da gente che succhia il sudore
racconta che il mondo e’ felice, che importa la gente che muore?

Racconta che lei era bella non dire che esiste il dolore
non dire che siamo sfruttati, racconta una storia d’amore
e dopo nascondi la testa perché non arrivi una voce
distogli i tuoi occhi dal mondo, ignora la bestia feroce

Non dire di quanti bambini avranno una vita da cani
non dire che siamo milioni, e abbiamo soltanto le mani
racconta stucchevoli storie di principi ad otto cilindri
nascondi miseria e violenza, insabbia, nascondi, dipingi

Dipingi di storie marziane perché sulla Terra è diverso
il popolo lotta e lavora e tante battaglie ha già perso
ha perso, incassato e riparte, tu lì col tuo pezzo di carta
ma ad ogni battaglia si schiera chi sta da una parte o dall’altra

Se mai ti dovesse colpire la luce di un bel sentimento
se un giorno dovesse arrivarti la voce portata dal vento
allora persino la luna avrebbe un suo giusto decoro
invece di spandere nebbia racconta di me che lavoro
invece di spandere nebbia racconta di me che lavoro

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Presentazione prima di una storia
Avevo provato a spiegarlo a Ornella di come il nostro tempo era ormai fatto senza domeniche. C’ero tornato sopra con la forza disperata di chi non ci vuole credere, di chi non si sa accontentare e non può arrendersi. Era stato tutto inutile, lei aveva già il suo gran pensare alla casa e alla famiglia; a fare tornare i conti. I miei giorni erano diventati solo fabbrica; fabbrica e produzione, senza nemmeno che me ne accorgessi. E’ sempre così. Non potevo farci nulla. Lei ripeteva che non ci si può accontentare di così poco; vivere di questo niente. Lei non sapeva rassegnarsi.
Poi erano cominciate ad arrivare le lettere e a circolare le voci. Sono queste ultime, le voci, quelle che ti distruggono. Ne avevamo ingoiata di merda e adesso, sia quelli che si erano impegnati per lavorare bene sia quegli altri, indiscriminatamente, ci saremmo ritrovati a casa tutti. Guardavo i compagni smarriti. La crisi: a parole ero stato tra i primi a sostenere che si trattava di una crisi di struttura, epocale, che ne sarebbe uscito un mondo completamente diverso. Sono facili le parole. Poi i primi dubbi che anche se diverso non era obbligatorio che sarebbe stato proprio il nostro mondo; un futuro più giusto. Così mi sono ritrovato dopo più di vent’anni a pensare. Mi rendevo conto che mi stavano togliendo il futuro. E non riuscivo ad immaginare cosa altro avrei potuto fare. Non sapevo essere che in fabbrica. Quella era ormai la mia storia. E non c’era già più lavoro per nessuno e da nessuna parte.
Come aveva incominciato ad avvicinarsi il momento sempre più mi incalzava la sensazione che occupare fosse un gesto dell’ottocento. E che tutto fosse una situazione senza vie di uscita. Me lo tenni dentro. Avrebbero, certo, dovuto capire, starci ad ascoltare, l’impressione era che non ci potessero essere orecchie che potessero sentire. La rabbia che mi era salita non aveva nessun senso, lo sapevo. A cosa sarebbe servito restituire la tessera, prendersela con i delegati? Che colpa ne avevano loro? Nessuna, come quei nostri padri che ci avevano promesso un mondo migliore, e forse ci avevano creduto. Credo che il mio si sia lasciato morire anche un po’ per quella vergogna.
Potevamo combattere ma non avremmo mai potuto cambiare nulla. Non era possibile finché c’era questa società. Niente può cambiare finché c’è un padrone e un uomo disposto a vendersi, uomini pronti o costretti a farsi pecore. Mi sentii morire quel giorno che disse: “Sarà meglio per tutti, anche per te, soprattutto per Alvise. Lì avremmo sempre almeno un piatto di minestra”. Non mi sono nemmeno sentito tradito. Ma mi sono voluto illudere che fosse solo per rabbia, per farmi semplicemente del male. Lo capii solo quando cominciò a fare le valigie. Mi aveva spiegato che in certi momenti non basta l’amore.
Mi ricordo che pioveva, quel giorno. Stupidamente pensai solo che si sarebbe bagnato tutto. Le raccomandai di prendere l’ombrello, di fare attenzione e riparare Alvise, come fosse ancora quel bambino. Quanti anni aveva? Ormai venti, ma come poteva, anche lui, capire? Dovevo pensarci io e non ero più stato capace di pensarci. Ero solo inutile. Poi uscii per andare al lavoro e appena in strada cominciò a montarmi questa angoscia dentro.
Non riuscivo a volergliene e forse aveva ragione. Cosa avevo saputo dare alla mia moglie bambina, in tutti quegli anni? Eravamo solo invecchiati. Quei sogni cominciavamo a non riuscire nemmeno a ricordarli più. Cosa mi restava? E mi accorsi che ero completamente e definitivamente e veramente solo. Forse c’erano stati giorni migliori, o forse semplicemente diversi. L’unica cosa che riuscii a fare fu di pensare ad un vecchio disco di mio padre.

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politica4Michele, dopo aver ritrovato lei, la sua città, una cena calda consumata senza fretta, un letto morbido, quegli attimi di tranquillità e fiducia, e poi tutte le loro canzoni, l’altra metà del cielo, e quella parte di se stesso, aveva impazienza di ritrovare tutto, anche i vecchi amici e quelli nuovi; ma su questo ci sarà altro spazio per ritornarci. Ormai era deciso a fermarsi e l’incontro era stato forse l’episodio più gustoso, in quanto tra i più divertenti se non il più, di quei giorni e da molto tempo a quella parte. Il tempo era corso veloce e ormai le ombre della sera si scioglievano tra le case e i palazzi che si affacciavano sul Canal Grande dando loro una trasparenza quasi irreale ed era bello tornare a parlare la propria lingua. Guardava il lento scorrere del rio e quel frammento di Canal Grande come un’ immagine che lo rendeva tranquillo e la loro euforia era contagiosa e lei, Rossana, come detto, aveva fretta di raccontarlo al mondo intero, e poi tutte le frette di cui era capace, mentre presto si sarebbero illuminate le finestre come occhi curiosi.
Dopo quel lungo fine pranzo erano saliti in altana, loro, perché del gruppo erano quelli che fumavano e tutti lo facevano con un impegno quasi maniacale come una professione; così erano saliti per rispetto verso lei e Gabri lo guardava come se vedesse un fantasma; trasformando gli occhi in sottili crepe, ma forse aveva ragione e un fantasma lo era. Ma non si sentiva un fantasma ma tutto aveva una sorta di inconsistenza e intorno tutto era soffice di ricordi lontano come se un giorno si fosse tornato a ripresentarsi, con quell’alone di soporosa incredulità e attraversava cautamente le attenzioni dell’amica. In fondo era quella che era cambiata di più ma anche quella che era rimasta più simile a se stessa: di quella ragazza aveva riposto la ribellione ed ogni asperità ma gli anni sembravano avere lasciato il suo volto quasi intatto o forse anche era entrata in possesso di una maggiore consapevolezza e luce, e la sua rabbia era diventata una rabbia di superficie.
Lui aveva usato tutte le gentilezze per quella donna che era stata ragazza, e incerta come si è incerti a quell’età, ma tra lui e Gabri era rimasto quel segreto irrisolto che stranamente si raccontava in modo ancora così nitido. Forse era vero e lui, allora, quando non è certo chi si è, non aveva la capacità di vedere, e poi non c’era che Rossana, e poi lui non sapeva che amare in quel modo, e poi non provava per lei, l’amica, che quella grande delicatezza e aveva tempo solo per altro tempo. Non capiva però perché lei ritenesse che quella vita le era stata avara: se era cambiata era perché aveva smesso di mentire, e in fondo tutti erano cambiati, ed ora era più consapevole di quello che in fondo era sempre stata e voleva essere, non di più e non di meno di una donna che non cantava più canzoni di lotta, e si coccolava il suo uomo paziente; chissà dove aveva lasciato la sua chitarra.
Ma tu e lei, e Rossana…”?
Forse le doveva quella spiegazione o forse la doveva a sé anche perché ciò che per lui era naturale per gli altri, per chi non sapeva, poteva a buon diritto non esserlo e non né aveva ancora parlato, ma pensava che gli si leggesse naturalmente dal suo sorriso e da quello di lei; e poi il fatto d’essere là e in quel momento, ma forse la domanda dell’amica era solo la domanda di tutti e che tutti avrebbero voluto fare. Piccolo uomo dalla voce roca di gigante, dai sussurri come grida, Giovanni detto comunemente Nane, naturalmente, aveva quell’aria, sempre la stessa, quell’espressione, e la raccontava come se lui lo sapesse già e l’avesse sempre saputo; anzi la sgolava, e ne era felice.
Certo, non vedi? Non poteva che essere così. E’ tornato per riprendersi quello che era suo. Sapevo che sarebbe successo. Quando mi ha detto della sorpresa, giuro, me la sono sentita. L’ho detto, a Diana, chiedile se vuoi, vuoi vedere che è tornato. Lei non ci credeva”.
Naturalmente era salito portandosi appresso il suo bicchiere di rosso fresco, felice sino alla commozione come se la storia lo riguardasse direttamente; felice per l’amico e di quel loro ritrovarsi e di quel loro amore. In realtà, allora, per un breve lasso di tempo, anche lui aveva amato Rossana; solo lui sa per quanto tempo si sia portato, in silenzio, quel suo sentimento e quel segreto, come l’abbia vissuto e come ne sia uscito ed era soddisfatto di essere stato lui, proprio lui, a farli incontrare. Il cuore gli scoppiava negl’occhi e non riusciva a tenere a freno la lingua né a starsene fermo ma altre mille cose avrebbe voluto dire perché nulla gli sembrava bastante. “Ti ricordi”…
Certo che ricordava tutto ovvero quel tutto e altre cose e frammenti: “Volete sentire la parte bella di una storia; interessa”?
Michele aveva pensieri che si allungavano come rilassarte cantilene ed era calmo e tranquillo, come se dovesse mettere ordine tra le cose. Ma non era quello il momento per denunciare ancora: “Se ne sono dette tante su questa seconda prima volta. Forse, anche, troppe” o forse troppo poche. Sembra sempre che anche gli altri debbano sapere certe cose che solo chi le vive può conoscere; è che sono così naturali che paiono scontate. Era così che non cercava in particolare gli occhi di nessuno ma solo di mettere ordine nei suoi pensieri e tra tutte quelle emozioni come fosse facile. E poi si dispiaceva di non avere ricordi più precisi; non sapeva se alla fine c’era stata ancora neve per i loro occhi e se poi aveva finalmente trovato il coraggio di dirle in faccia il suo ti amo; sciocchi ragazzi che avevano paura persino della luna, non c’erano posti che non avrebbe voluto vedere con lei, ma anche a Rawalpindi, ma lei conservava pagine di diario e allora avevano guardato un cielo azzurro, azzurro come una tavola compatta, come fosse una promessa altrettanto enorme e per sempre.
La sua memoria invece correva attraverso flash a volte nemmeno del tutto giustificati rincorrendo soprattutto attimi fuggiti ed episodi comuni senza particolari connessioni né particolari valenze, ma, anche attraverso quei percorsi, sapeva di averla amata. La verità che conosceva da solo era stata la sua impossibilità silenziosa, a volte dolorosamente persino confessata, di non aver saputo mai più scordarla del tutto che poi ad ogni incontro un turbinio di cose lo aveva macerato dentro. Tutto dovrebbe avere una seconda opportunità ma così sarebbe fin troppo facile; e quel primo attimo di quel primo nuovo incontro gli era rimasto stampato indelebile davanti agli occhi. Quando l’ho guardata mi sono detto «questa non può essere lei». Era stata lei a riconoscerlo e allora si era detto che lei era lei credendosi. Quando l’ho guardata negli occhi mi sono detto «questa non può non essere lei». Era molto cambiata, tanto da non essere più lei, ma non negli occhi, allora non girarsi al suo passaggio sarebbe stata una stupidità miope, ma questo Michele non lo dice agli amici, per pudore, rispetto verso di lei, e poi per non offendere l’amicizia che portano per quella donna che è la sua donna, gli piace dirselo nella testa perché quella è la verità, e questa è un’altra storia che Michele dovrà, prima o poi, decidersi a raccontare; anche se lui, sappiamo, le cose le dice e poi le pensa. Scopre che loro la vedono ancora bella e dice loro però che lei era intimidita e confusa da fargli tenerezza e, come in ogni favola, tutto è successo come se lo dovesse, con quella naturalezza, magia, e fretta, ed era stato come se il tempo non fosse passato, e che non sapeva che fosse anche una brava cuoca, e il vino era tornato a scorrere come allora, e sembrava lo stesso, mai abbastanza per dissetarli da quella eterna sete, e poi era parte del loro linguaggio, forse amico delle parole seppure non si sarebbe detto necessario, ed era Nane a mescerlo ora, senza parsimonia e con allegria; ma quell’uomo non chiedeva perché l’emozione era troppa e gli incrinava la voce, e a lui non piaceva dar a vedere che gli si inumidivano gli occhi, come se gli altri non lo sapessero. Michele avrebbe potuto mettergli in mano la vita, a quell’uomo, sicuro che l’avrebbe difesa come cosa sua; come s’era sbagliato allora e come l’aveva creduto superficiale, se serve tempo a ricredersi quello era stato tempo ben speso, e come si sentiva in colpa per averli dovuti dimenticare di silenzio.
Eppure quel tempo gli gravava addosso e non voleva pensarci, ed era anche questa indecisione a confondergli le idee, ma lui, Michele, era consapevole di dover loro qualcosa e forse molto di più. “Forse l’avete sentito dire, o forse ancora non lo sapete, perché me ne sono andato; allora. Oggi non ha più molta importanza. Ciò che conta è che sono tornato, e tornato per restare. Non per lei ma con lei. Sono tornato perché questo è il mio posto. Sono tornato per riprendermi quello che è sempre stato mio. Già! come si può non amarla? Ho una scatola e dentro la scatola un anello. Le ho già promesso di cancellare le sue rughe”. E lo sapeva, come lo sapeva lei, che se era stato l’unico, allora, ad essere amato tutti l’avevano amata, chi in silenzio, chi meno e anche chi senza il coraggio o con un sotterfugio e una buona dose di bugie, ma era tempo di smettere di pensarci; ma loro mica le potevano capire le tristezze e le angosce della vita di quella regina che trovava sempre un sorriso. Nemmeno lui le avrebbe potute immaginare, non così, prima di ritrovarle nelle sue parole e nei suoi racconti di vita vissuta; non poteva sapere cos’era stato e quanto difficile fosse stato, e poi quella decisione e poi quel figlio, Matteo, da far diventare grande. Certo che ritrovarla, e dopo tutto quel tempo, era stata la sua più grande fortuna, anzi una cosa da non credere; e poi come poteva credere come si poteva essere soli in mezzo a tanta gente. Eppure quella sua regina fragile sembrava in grado di affrontare e vincere tutte le sfide e poteva parlare di tutto di lei, perché era rimasta giù con gli altri ospiti, mentre resisteva a quel continuo bisogno di abbracciarla.
E’ che le storie si incrociano e si confondono, è sempre così, col rischio di perdere il filo e allora non c’è mai una storia sola e nemmeno era più certo che fosse veramente quella la ragione per cui se n’era andato, era passato troppo tempo, ma mai aveva smesso di pensarla e ora lo sapeva con precisione anche se da allora aveva continuato a pensarla persa; intanto anche il mondo era cambiato. Non aveva mai creduto alla storia come utopia, non si inventa niente e tutto è lotta, organizzazione, e gli sembrava di averli gettati tutti quegli anni, che non erano e non erano stati: i compagni cileni esuli in Italia e lui migrante del mondo; come una fuga; utopia, forse, ma la rabbia era rimasta la stessa, e anche in loro, sopravissuta, era convinto, infatti, che il suo AK-47 era ancora dove l’aveva lasciato, ingrassato a dovere; che coglione pensare di poter essere diverso. Ora sapeva che lei lo aveva aspettato, valle a capire le donne, e anche loro, ma lei mica lo sapeva, capita che le cose si sappiano dopo, abbiano bisogno del tempo, e aveva il dubbio che nemmeno la politica fosse tutto e solo non gli piacevano alcuni modi di ragionare di Alvise, no! non sarebbero mai stati uguali, non era possibile, ma ci si poteva sempre fidare di lui che poi lui era stato cresciuto nella violenza e non potrebbe mai rinunciare. Solo dopo, quando era tornato, aveva continuato a fare il fantasma per tutto quel tempo perché ormai sapeva che quello, il caro amico, era stato lui a tradirlo e lei, Rossana, che gli aveva creduto ed era diventata la donna di un altro, ma aveva anche capito, lei, Rossana, che la lotta è solo lotta dura; anni belli quegli anni ma anche anni grami e lontani ed improvvisamente seppe che non era mai stata così bella. “Non sono stato io. Non ho fatto niente, ma non per incapacità. Forse solo, ancora una volta, per stupidità. E’ stata lei, e molto il caso, a darci la fortuna. Se me lo avessero raccontato non avrei saputo crederlo. Poi tutto ha cominciato a correre come ci fosse una fretta sconosciuta. Come per sconfiggere quello che ci era sfuggito. Per perdonarci. E stringerla tra le braccia è diventato un bisogno; è tornato un bisogno. Ora sono tornato per rimanere”.
Michele pensava ancora a com’era successo e ancora non voleva rendersene conto, tutto quel tempo sprecato invano, quella che era sembrata allora una incomprensione e poi la stoltezza e la giovane età e un mondo che stava velocemente cambiando, ma non abbastanza, proprio come loro; ci pensava e non voleva pensarci, e si sentì vigliacco, vigliacco del proprio coraggio. Lui non c’era e non avrebbe dovuto esserci e non ci sarebbe mai stato, lui: il caro amico; aveva perso il diritto di avere anche solo un nome perché gli era rimasto addosso solo quello della colpa come un odore che non se ne va più e non puoi lavare; come per tutti i traditori. Pensava allora che tutto era stato conseguente, e non se ne dava pace, e sapeva già come sapevano tutti che questa volta sarebbe stato per sempre; anche perché aveva dimenticato in quale modo si può perdonare; ma non poteva e non voleva tornare a dire e non dire.
Le loro notti aspettavano il mattino in febbrile attesa, avevano paura di perdere anche un solo attimo; in quel momento era, se possibile, ancora più sua scrivendo lettere al futuro: “La cosa bella è che in questa storia non c’è una parte brutta”.

 

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1967. Montava la rabbia. Allora la mia compagna era “la rossa”. E’ durata troppo poco. Non è finita mai. Ci siamo ritrovati. Tutto è sembrato tornare uguale. In questa epoca di menestrelli, imbonitori, ruffiani, ho bisogno, a volte, di riascoltare certe canzoni a cui sono particolarmente legato perché, al di là del loro valore musicale, mi ricordano che non sono cambiato. Anche se non è una nostra canzone.  Non credo servano molte parole. Oggi la può ascoltare con me.  Ma la dedico anche alla più cara delle amiche perché è meraviglioso avere una donna accanto. Non riuscirò mai ad accettare un mondo dove c’è chi ha troppo e chi non ha niente. Dove c’è chi deve attraversare mari e monti per scappare alla morte. Dove non c’è un sogno, un progetto di città futura. Contro ogni schiavitù e i vigliacchi. A tutti i compagni che lo sono rimasti, nonostante tutto e i tempi, e compagni lo sono per davvero; non solo per qualche vecchio slogan recuperato dalla memoria.
Pierangeli Bertoli: Rosso colore [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Rossocolore.mp3”%5D

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musicaOggi voglio postare semplicemente una canzone. Lo faccio per rendere omaggio ad un grande cantautore sempre presente vicino a me. Lo faccio perché tira una brutta aria in questo paese. Io forse non sono più il ragazzo del sessantotto. Forse non sono più il giovane uomo di allora. Il tempo è passato ma la rabbia è la stessa.
E dedico questo pezzo alla compagna ritrovata. Lei mi legge e lo sa. Il sogno di un mondo migliore, più giusto, non è mai venuto meno. Percorrere la strada assieme è uno splendido viaggio.
Pierangelo Bertoli: Non vincono
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/NonVincono.mp3”%5D

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