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Posts Tagged ‘pietre’

Ebrei contro l'occupazione alla manifestazione di Roma a sostegno della Freedom Flotilla 2Volevo inserire qui un post sereno, di incontro, perché io sono una strenuo sostenitore di pace, da per tutto e per tutto. Volevo, dicevo, ma poi vengono dei momenti davanti ai quali non ti sai sottrarre. E non posso fingere di non capire le presunte argomentazioni di chi difende le ragioni dell’invasore, di una politica miope e di sterminio etnico. E non posso nemmeno capire il silenzio di notizie e degli stati cosiddetti civili. Gli interventi dell’ONU disattesi che non danno più nemmeno una speranza vana.
Quelli che difendono quelle ragioni ti chiedono perché non parli degli atti di terrorismo. Non è mai bello fare il conto delle vittime e non servirebbe a nulla e a nessuno. Ma invece di strombazzare una voce di parte perché non leggere le pagine che Vittorio ha dedicato in questo martirio ai cittadini di Gaza in: Restiamo Umani. Lui è italiano e non si può certo accusare di terrorismo; ha dato la vita per i suoi ideali di pace. Lui racconta una guerra mai dichiarata: la cosiddetta operazione “Piombo fuso”. Carri armati e bombardieri contro civili inermi armati solo delle loro mani e nemmeno di quelle. Certo è vero che non è stato ucciso dal piombo Israeliano, almeno così c’è stato raccontato. Non ci sono riusciti. Lo hanno affondato due volte mentre era su pescherecci; non su cacciatorpediniere. Lo hanno ferito e imprigionato portandolo in Israele. Lo hanno trascinato con la forza nelle loro carceri e poi condannato per immigrazione illegale.
Ti raccontano che quella terra è loro, degli ebrei, e che ne hanno diritto. Se cerchi di spiegare quello che racconta la storia allora la storia non è vera. E allora qualcuno mi ha detto che quella terra era la terra promessa. Da chi, dagli inglesi? E’ stato lo stesso terrorismo sionista a cacciare gli inglesi. E un altro però mi ha detto che dal 48 non si può parlare ancora di storia, perché ci vogliono almeno cent’anni. E per ciò è solo cronaca e la cronaca non è veritiera. E’ tutto vero tranne le ragioni degli altri, tranne i diritti degli altri, tranne il diritto di esistere dei palestinesi.
Sembra non interessare a nessuno veramente di loro. I checkpoint sono aperti. Certo. Trascuro il fatto che mi chiedo con che diritto si creano barriere a casa degli altri o in casa di tutti. Con che diritto si fermano navi di aiuti in acque internazionali. Ma se ci fosse un diritto, e ripeto se, quei checkpoint sono aperti quando vogliono i soldati, dove vogliono i soldati, e si passa solo se lo vogliono e quando vogliono i soldati. E quei soldati altro non sono che un esercito di invasione. Non esiste uno stato di Israele, esiste uno spazio chiamato Caserma Israele. Quello che noi chiamiamo popolo di Israele non è un popolo ma un esercito, anche nell’espansionismo dei coloni. La loro è una politica razzista. Certo non tutti gli ebrei la pensano allo stesso modo, nemmeno tutti gli israeliani. Come non tutti i palestinesi sono terroristi.
Mi viene spiegata la grande umanità di Israele, che gli ospedali israeliani curano anche palestinesi. La Palestina non può avere uno stato, non ha ospedali. Sono stati cancellati dall’esercito aguzzino. E negli ospedali anche i palestinesi curano gli ebrei, se gli ebrei si lasciano curare da uno sporco palestinese. Ma gli ospedali sono sovraffollati. Una politica meno miope cercherebbe la prevenzione, se non si stermina un popolo non ci sarebbero così tante vittime, e tante persone ferite; da curare. Gaza è la più grande prigione a cielo aperto. La Palestina vive in guerra da sessanta anni e non vede ancora nessuna speranza. Come sono generosi gli assassini e poi si vantano di tanta generosità. Lo so che non dovrei lasciarmi alla rabbia.
Cosa potrei rispondere se un amico mi raccontasse la verità: “Avevo una casa, me l’hanno rubata. Avevo una terra, me l’hanno tolta. Avevo un nome, è diventato una bestemmia. Avevo dei figli, erano il mio futuro, sono morti sotto il loro bisogno di sicurezza, ancora bambini. E’ doloroso vedere morire i propri figli prima di te. Vago senza una speranza; vestito di stracci. Anche i topi hanno un buco dove nascondersi, io no. Non in ospedale, non mentre prego, nemmeno in cimitero mi lasceranno tranquillo. Poi mi hanno costruito un muro tutto intorno. Mi lasciano uscire se vogliono e quando vogliono. Mi hanno spiegato che non posso essere più un essere umano, che sono con disprezzo solo “Quello”. Non vivo, sopravvivo. Lo faccio ormai solo perché non so fare altro. E vivo se arrivano gli aiuti. E devo dire grazie di quel pane. Io non posso guadagnarlo. Non posso seminare il grano. Non posso farlo con le mie mani. Sono solo un pericolo, un possibile obiettivo. Ora mi chiedono di amare la pace. Io ho sempre amato la pace. E’ difficile non odiare dopo tanto dolore”.
Io non posso dire di più di un ebreo che era imbarcato nella flotilla e la cui testimonianza ho rintracciato in un bellissimo sito. Certo quell’ebreo sarà considerato un pericoloso terrorista palestinese. E allora mi limito a aggiungere solo una poesia (che ho trovato in quest’altro splendido sito) lasciando parlare il cuore del poeta.

Dedico questa poesia ai bambini palestinesi
Che di loro rimanga memoria

A Buchenwald nel corso della guerra mondiale, come in altri campi di
sterminio, vennero uccisi molti bambini. Questa poesia li ricorda.
di Joyce Lussu

C’è un paio di scarpette rosse
numero ventiquattro
quasi nuove:
sulla suola interna si vede
ancora la marca di fabbrica
Schulze Monaco
c’è un paio di scarpette rosse
in cima a un mucchio
di scarpette infantili
a Buchenwald
più in là c’è un mucchio di riccioli biondi
di ciocche nere e castane
a Buchenwald
servivano a far coperte per i soldati
non si sprecava nulla
e i bimbi li spogliavano e li radevano
prima di spingerli nelle camere a gas
c’è un paio di scarpette rosse
di scarpette rosse per la domenica
a Buchenwald
erano di un bimbo di tre anni
forse di tre anni e mezzo
chi sa di che colore erano gli occhi
bruciati nei forni
ma il suo pianto
lo possiamo immaginare
si sa come piangono i bambini
anche i suoi piedini
li possiamo immaginare
scarpa numero ventiquattro
per l’eternità
perché i piedini dei bambini morti
non crescono
c’è un paio di scarpette rosse
a Buchenwald
quasi nuove
perché i piedini dei bambini morti
non consumano le suole…
(da Pietro Ancona – resistenza_partigiana@ 27.1.2007)

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Il segno della paceC’era una canzone a cui Lei era particolarmente affezionata. Non sono certo di ricordare il perché. Forse perché avevamo ballato anche quella assieme stringendoci in quella nostra ultima festa. Era A whiter shade of pale (Procol Harum). L’ha rintracciata in quel diario. E’ sopravvissuta come le altre, più delle altre, al tempo. E alle nostre stupidità. Ma è facile essere stupidi a quell’età. Ed è una stupidità che si può perdonare. Anche quando ha fatto tanto male. E vorrei cominciare da quella. Per non cominciare con una nota triste: Se stasera sono qui (Wilma Goich). Anche perché non ho mai creduto di aver nulla da dimenticare. Né tanto meno da perdonare. Ma è Lei che ha voluto ricordarlo con quelle canzoni. E in fondo è stato bello. E’ bello. E’ bello ricordare. E la vita è fatta anche e soprattutto di questo. E poi questo non è nemmeno un post. E solo un commento riuscito troppo lungo ed eccessivo e sottosopra.
In realtà era il 1967, o meglio stava finendo pigramente, e le canzoni erano quelle di quell’anno. La vita era la piazza. Anzi la Piazza. Da bambini ci trasformavamo in ragazzi e ci credevamo uomini. Pensavamo di vincere e di cambiarci per cambiare. Leggevamo molto. Parlavamo troppo. Era la rivolta permanente. E ci accompagnavano i Nomadi con Dio è morto. Senza paura. Per non lasciare nulla come prima. E Donovan, quello di Mellow yellow, era un giullare che raccontava sogni delicati. Per una scorza di banana. Era l’altra faccia del grande Bob. Ma anche la sfida. In realtà non tanto antisociale, quanto anticonvenzionale. Questa era la parola. Ma non c’era nulla di eroico. E la rivolta era nell’aria. La rivoluzione solo una parola. E non conosceva il dolore. E quella pazzia. Tutto sarebbe arrivato dopo. E in fretta. E allora Fragole ancora, come per i Beatles di Strawberry fields forever. Fragole e sangue.
Non metto note perché le dovrei mettere a bizzeffe. Chi ha la nostra età può ricordare e comprendere. Ai più giovani chiedo scusa e pazienza a tutti. A dirla tutta io parteggiavo per i secondi. Questo non faceva alcuna differenza. Naturalmente a quel tempo preferivo i Rolling. Più irriverenti. Più arrabbiati. Più blues. Più“negri” (se mi si consente il termine). E allora… Na… na… na… «(Oh my) – I’m going red and my tongue’s getting tied (tongues’s getting tied) – I’m off my head and my mouth’s getting dry. – I’m high, But I try, try, try (Oh my) – Let’s spend the night togheter – Now I need you more than ever – Let’s spend the night together now» …na… na… na… (E non parlo di quella e delle alter nostre notti. Non lo faccio per pudorte e perché non avrebbe valore). Poco importa se qualcuno ci guarda; come due pazzi. Dicevo… preferivo gli Stones. O i Who di Happy Jack che cantavano già nel futuro ma non ricordavo nemmeno un verso. E nemmeno Lei. Anzi Lei ricordava vagamente che erano un gruppo. Importava poco, anche se erano stati loro i primi a cantare della nostra generazione. Cercava di venirmi dietro. E ce ne andavamo come fossimo soli. Senza nemmeno la vergogna per tutti gli anni passati. Per aver lasciato che le cose ci invecchiassero. Forse anche un poco più di quanto sarebbe stato loro permesso. Ma era quella la storia di cui eravamo curiosi e che ci volevamo raccontare.
Che noi volevano ritrovare. Noi a parlare di cose viste, ormai lontane. Del nostro girovagare Qui e la (Patty Pravo). A ricordare. Con un sorriso e il piacere di ricordare. Con gli occhi persi nel sole. E di sole. Tanto tempo era passato da allora. Tanto da non sapere se eravamo ancora noi. Un mese dopo essere tornati assieme mi ha portato per mano a Ponza; a conoscere il suo sogno. A mano camminavamo e nemmeno ce ne accorgevamo che cercavamo di rintracciare le melodie e le parole di allora. E tutto fu facile. Cantare insieme Dove credi di andare di Sergio Endrigo e capire che quelle parole ci erano di piccolo imbarazzo. No! in fondo non eravamo andati lontano. Non eravamo andati da nessuna parte. Avevamo continuato ciechi a cercarci. Ma forse anche no. Se guardi il passato, a volte, te lo puoi immaginare come vuoi. Puoi persino riscrivertelo su misura. Ed eravamo stai noi a inventare la musica. Per vivere. Per sognare. Anche per ballare. Per andare tutti al Bandiera gialla (Gianni Pettenati) a sgranchirci le gambe. O al Piper. Che poi a ballare non è che proprio ci piacesse tanto. Ci piaceva esserci, come gli altri. Stare tra quelli come noi.
E oggi?… Noi a tornare a parlare d’amore. Perché se è vero che E’ dall’amore che nasce l’uomo (Equipe 84) non era mai stato tanto vero come per noi. Noi. Due ragazzi nel sole. (Insomma… come due ragazzi), nel sole eppure. Con I sentimenti (Françoise Hardy) nudi. Cosa ne sapevamo allora dell’amore? E tutto aveva corso così in fretta. Ma Lei lo sa che io con lei festeggio anche i mesiversari (Lei stessa ha coniato allora il vocabolo con sorpresa). Nel tempo s’è diluita ormai quella sorpresa. Avremmo anche potuto non parlare. Avremmo anche potuto non aver bisogno di parole (se sapessimo vivere serenamente di silenzi). Delle canzoni, delle nostre canzoni, non possiamo assolutamente fare a meno. Certo erano molte e molte di più, quelle canzoni. Alcune avevano solo la consistenza di un sorriso. Di un abbraccio. Della gioia di condividere. Di cercarci la mano. Di provare la stessa emozione. La stessa leggerezza. La stessa fuga. O il sapore di un chewing-gum. Perché quella canzone di aveva spiegato che Il cammino di ogni speranza [Caterina Caselli] si ferma un momento e poi se ne va. Anche se tutta la nostra filosofia si poteva anche trovare in una canzoncina commerciale che sfruttava l’aria del momento, che pure era il lato B del disco: quella C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones [Gianni Morandi].
E questo momento mica vuole essere esaustivo. Avrei bisogno di ben altro spazio. E non solo quello avevamo in comune. C’erano i romanzi, la poesia, molti interessi e le nostre curiosità. E quella voglia di vivere e di correre. E allora dai [Giorgio Gaber]. Non era certo la fiducia o la speranza a farci difetto. Andavamo a muso duro. Avevamo forse il coraggio dell’incoscienza. E da raccontare una storia che non avevamo ancora scritto. Rifiutavamo tutto. Certo non ci potevano fermare quelle Pietre (Antoine). Ce l’avevano venduta come farina del suo sacco (cioè di Gian Pieretti). Era una sorta di riproposizione di una del grande Bob. Ancora lui. E allora mica le chiamavamo cover. Spesso non si sentiva l’originale. A trovare i soldi per il disco si faceva fatica. Il mondo si muoveva ancora a 45 giri. Ed è difficile far capire oggi che quella era un’altra povertà. Forse sarebbe più facile da capire per quelli che arrivano da Lampedusa. Avevamo poco e ci sembrava abbastanza. Il resto era solo da cambiare.
Inseguivano una strana fiaba. Tutti dietro ogni pifferaio. Allora anche il signor tamburino, pazzo, [Mr. Tamburine Man (Byrds. Dylan; ancora lui)] ci accompagnava per le strade del mondo e per quelle della notte. Ed era tornato per accompagnarci nel nuovo viaggio. Un viaggio che questa volta avevano iniziato assieme e assieme avremmo proseguito. Così è stato. E ci dicevamo: “Ti ricordi? E questa”? Certo non avevamo bisogno di rimpiangere [Piangi con me (The Rokes)]. In fondo ci accontentavamo di poco. Ci bastava sentirle assieme. Anche con la pelle. Anche odorarle. Gustarle. E poi cercare di cantarle. Di accennarle. Di mugugnarle. Nessuna ci aveva lasciato. Anche quelle con cui avevamo solo ballato come Winchester Cathedral (New vaudeville band). O che avevano accompagnato i nostri silenzi. In una sorta di gara con il tempo. Con quello che passa e quello che ci resta. Quello che credevamo non sarebbe finito. Senza porci domande. Per quelle vibrazioni che erano buone vibrazioni, appunto Good vibrations [Beach Boys]. Era così che non eravamo mai soli. Anche se abbiamo aspettato molto, troppo, per conoscerla la notte.
Certo non tutte le canzoni stringevano momenti di allegria e leggerezza, naturalmente. Anche nella loro malinconie o tristezza era bello ritrovarle. Molte di loro si sono rivelate premonitrici. Quasi volessero farci capire che poteva, che qualcosa sarebbe successo. Forse non abbiamo dato a loro retta. E’ strano trovarci ancora a cantare Ciao amore ciao pensando alla triste sorte di Luigi Tenco. Il mio non era quel viaggio. Era un viaggio. Sempre un viaggio. A guardare bene per molti versi simile. Non sarei tornato, non per noi. Andavo in un altro mondo. Non sarei tornato nello stesso. Ma tutto questo era solo dietro le spalle. Ce n’eravamo già liberati. Non serviva pensarci. Era tornato il nostro anno. Semplicemente. Era il… beat [The beat goes on (Sonny & Cher)]. Era già l’impegno. Era la pace. Era il sogno. Era la strada. Insomma…. Che ne so? Tutto torna e si confonde. Era tornato qualcosa. E una sorta di smania dentro. E la voglia di tornare a sognare. Ed era tornata Lei per me. Ed io forse non me n’ero mai andato. O almeno non avrei mai voluto farlo e averlo fatto.
Naturalmente non posto ancora una volta quella canzone, la nostra. Dovrei? Ne ho riempito le scatole a chi ci ascolta, che magari nemmeno la ama. Noi ce la teniamo; stretta. Noi ce la siamo portata dietro. Sulla voce di Patty ci siamo ritrovati a ballare con gli occhi gonfi di lacrime. E’ stato come se quelle note ci restituissero la stessa paura di perderci che avevamo provato quella domenica. Quella canzone non ci aveva mai lasciato. Io non sapevo di Lei e Lei di me. A perderci, allora, c’eravamo riusciti. Con molta fatica ma c’eravamo riusciti. Certo non ne conoscevamo il prezzo. Non lo sapevamo prima. L’abbiamo elaborato lungo tutti questi anni. Oggi lo sappiamo. Allora credevamo di avere tutto davanti: una vita, un futuro, i sogni e le illusione. Credevamo di esserne padroni e padroni del mondo. E’ sempre così a quell’età. Vai e non sai nemmeno dove e perché. Ma tutto questo l’abbiamo detto fino alla noia. Per favore perdonateci e non ascoltateci. Bisogna imparare ad affrontare anche quello che non ci fa bene sentire [La donna dell’amico mio (Roberto Carlos)] Ma nemmeno è necessario. La vita vive ugualmente. Ma tutto fa parte di noi.
Annastella nel momento ha detto che le sembra di passeggiare attorno ad un Juke-box. Ve le ricordate quelle macchine, un incrocio tra un frigo e un videogame, che riempivano le nostri estati e i bar di musica? Preferivamo quelle in italiano, di canzoni, più facili da cantare per noi. In inglese qualche verso e molti mugugni su un’aria che cercava di somigliare all’originale o a come le ricordavamo. Tornavano così come loro volevano. Anche un poco disordinate. E allora mando gli ultimo pezzi in ordine sparso: [Put Spell On You (Alan Price), Sunny afternoon (Lovin’ Spoonful), Stasera mi butto (Rocky Roberts), Chain of fools (Aretha Franklin)]. Proprio come un juke-box. Ultimi perché le dita sono stanche. Ed è finito lo spazio. E la pazienza. Mentre noi continuiamo a cantare. E le canteremo sempre, quelle canzoni. E le altre che non hanno trovato spazio. Qui e nella testimonianza di questo frettoloso momento. Lei ha più memoria. Io sono stato meno distratto, cioè né ho viste (cioè sentite) di più. Non ne ho dimenticata nemmeno una. Semplicemente le parole tardano a soccorrere la memoria. Vorrei chiudere con una canzone d’amore: Dite a Laura che l’amo (Michele). Anche se Lei non si è mai chiamata Laura. E’ solo perché non è stata ancora scritta una canzone d’amore col suo nome. E dire una cosa che ho pensato solo ora anche se avrei avuto tutto il tempo di farlo prima: è bello accorgersi che Lei è stata, ed è, anche la mia migliore amica.Una figlia dei fiori

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Accetto, naturalmente a modo mio, la provocazione di Efesto. Lui, cioè lei, invita a recuperare grandi artisti dimenticati. Io mi limito a proporre un pugno di vecchie canzoni, alla rinfusa, che vengono da un allora. Qualcuna riproposta in vari programmi di Revival con un po’ di nostalgia. Naturalmente non c’è nulla di strettamente autobiografico, tranne il sapore agrodolce di canzoni che hanno accompagnato momenti più o meno agrodolci in anni lontani; che hanno detto delle cose, allora, che mi sono rimaste in gola. Al di là di qualsiasi altra considerazione (ci fu un leggero sospetto di pedofilia nei confronti della canzone di Dalla interpretata da Ron, allora Rosallino Cellamare) provate semplicemente a far correre queste canzoni e ascoltarle nonostante l’evidente logorio degli anni.

Michele: Se ti senti sola

Antoine: Pietre¹

Gian Pieretti: Quando il vento dell’est

Don Backy: Cara

Michele: Dite a Laura che l’amo

Dino: Te lo leggo negli occhi

Don Backy: L’amore

Ricky Shane: Cosa pensi di me²

Ron: Il gigante e la bambina

Don Backy: L’immensità

Gene Pitney: Quando vedrai la mia ragazza

Neil Sedaka: Il re dei pagliacci

Don Backy: Poesia

Alice: Prospettiva Nevski

I ribelli: Pugni chiusi³

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1] All’ora, inizialmente, Antoine era un cantante di protesta. Veniva definito la risposta francese a Dylan e a Donovan.

2] Di lui, barese, si raccontava che venisse direttamente da Liverpool e diventò famoso cantando le gesta delle bande giovanili dei Rocks e dei Moods.

3] In quel periodo cantava con i Ribelli il grande Demetrios Stratos che, prima di morire prematuramente, sarà con gli Area.

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Strano mondo il blog. E’ solo quando nel post c’è un accenno autobiografico che non si sospetta che stai parlando di te; che perdi un nome e un cognome e persino il nick e non sei quello che sei. Per il resto sei tutto o niente e ogni giorno un diverso. Sei le figurine di una raccolta: tante facce diverse appiccicate allo stesso modo e tutte fanno un’unica storia distratta. Ammiro quelli di ibrid@menti che si interrogano, con tutto l’impegno possibile, su cos’è un blog. Sfoderano tutte le loro armi; producono dati e né fanno grafici; lineari, a torta. Un grande lavoro di grandi cervelli. Mi sembra incredibile. Mi sento un niente. Ho la massima stima nei loro confronti. Poi giro per la rete ed è tutto lì, proprio sotto gli occhi. Questo non è altro che un blog. Potrei dire: e questo, e questo, e anche questo, etc. ma sono troppo pigro per mettermi a riempire di link questo spazio. Ci limiteremo ad un esempio. Noi chi? Si usa il plurale, ma ci si parla addosso da soli.
C’è uno che arriva ogni giorno al mio sito cercando “tutto su quella gran troia di mia moglie“. Mi sono chiesto che avevo a che fare, io, con sua moglie per un po’ prima di realizzare cosa lo portava qui. Alcuni giorni fa, per fingere un tono colto al blog, ho scritto una cosa richiamandomi agli scavi della famosa e antica città di Troia. Ecco scoperto l’arcano. Avevo ragione nell’affermare che si dovrebbe cambiare il nome della città resa famosa dall’Iliade, anche per non deludere nessuno.
Mi contatta in chat una di novantanove anni. Novantanove anni è un’età fatidica. Molte donne che circolano per la rete, e nei suoi pressi e rivoli, dichiarano quella età. Il sospetto è che sia una rete gerontocratica. Lei, la donna, sembra in preda al ballo di SanVito. Mi dice: “parliamo“. Mi dice: “facciamo amicizia“. Mi dice: “possiamo fare in sacco di cose“. Cioè mi chatta tutte queste suppliche. Io non ho idea di quali e quante cose. So solo che uso la chat come un telefono scritto. Un po’ la cosa mi infastidisce. Non do confidenza e parlo cioè digito con due persone due. Un maschietto e una femminuccia che conosco, tra l’altro, molto. La sconosciuta mi dice che è una persona reale. Che ha cinquant’anove anni (se ricordo bene). Insiste. C’è una piccola disputa chattofonica sull’età. Mi sembrano comunque sufficienti, evito di dirlo. Dovrebbe comunque corrispondere all’età della ragione. Bene. Lei, la tipa della chat, cerca anche di telefonarmi con il telefono. Crea un casino. Suonano tutte le suonerie. Mica ho le cuffie e il microfono per skype. Glielo grido. Fiuuu…. Io sono pigro. Non faccio nessuna attività fisica. Vivo solo questa vita virtuale. Esisto solo nel web. Non lo faccio nemmeno nella vita reale, figuriamoci se sono disposto a fare qualcosa, sesso o altro, in modo digitale. Figuriamoci se posso sudare attraverso uno stupido computer.

Qualcuno lì racconta le sue emozioni. Qualcuno cerca (come quella lei della chat). Qualcuno saluta gli amici. Qualcuno compie gli anni. Qualcuno si ricorda e inneggia al duce (nostalgico). Qualcuno si rode. Qualcuno inveisce contro Berlusconi [ma va]. Qualcuno lo difende [ma va]. Qualcuno lo insolentisce. Qualcuno lo santifica. Qualcuno litiga con la tastiera. Qui e altrove si litiga con la lingua, ma si sa che l’italiano è un ambiente infido. Qualcuno cerca testardamente di inventarsi autore di satira (come se in Italia ce ne fosse bisogno e non bastasse la cronaca). Qualcuno cerca di crearsi una professione e una carriera. Da qualche parte, non ricordo dove, c’era una che postava un Fanculo al giorno. Solo quello. Nient’altro. Forse un fanculo al giorno toglie il medico di torno. Non sono riuscito a capire la sua “filosofia”. Non saprei da dove partire per inserirla in un grafico. Per ridurla ad un elemento di analisi. Per farla contare in un progetto. Strano mondo quello del blog cioè questo.
Parlavo con un amica, non quella, non la solita, un’altra, anzi un’altra ancora (ogni tentativo di depistaggio è reale). Una che conosco non nel blog ma proprio dal vero. Un’amica veramente amica. Proprio in carne e ossa e tutto il resto. Voglio dire con tutte le sue cose apposto. Non so se mi spiego. Una con le tette al posto delle tette, per parlarci chiaro. Una con un culo e persino con un cervello. Una con cui ci posso parlare anche col vivavoce e anche facendo due passi cioè senza avere a portata di mano la tastiera. Una che nessuno conosce, qui come altrove. Una che diciamo che se veramente c’è non c’è.
Io, a questa amica (di cui non farò il vero nome, come per tutti gli altri, perché non interesserebbe ad alcuno, e poi voglio evitare possibili querele), ho detto, “virtualmente”, un “ti amo”. Cazzo! mi è proprio scappato. Mi è uscito spontaneo. Non era una proposta indecente. Il sesso non centrava come tante altre cose. Non c’era nessuna malizia. E, ma forse, sono anch’io d’accordo. Come sono belle le bellezze dell’amicizia. Non c’era nessuna malizia. Veramente. Lasciamo stare i prima e i dopo e i segue e i connessi. Quelli, a dire il vero, fanno parte di un’altra storia. Di altre storie. Non centrano. Al momento sono come le perle e i porci. Ora tanto per stare nel gioco e giocare, ora facciamo finta che non si tratti di me né di Lei. Parliamo ipoteticamente. Non riporto la frase per intero che forse chiarirebbe ma al fine resta superflua. Lei mi risponde, sempre nel modo virtuale, anche un po’ molto ipoteticamente, che non mi devo azzardare a dirlo. Che posso dire “ti voglio bene”. Sinceramente, nello specifico, non cambia di una virgola. Le parole non sono pietre ma a volte infide come le serpi. Lei minaccia che si potrebbe anche incazzare. A parte il fatto che l’incazzarsi la renderebbe bella; ops. più bella, c’è il fatto che si prenderebbe un diritto che non ha. Che non sarebbe… giustificata. Ipoteticamente: il tutto, qui, ora, sarebbe anche abbastanza stupido.
Cioè era un semplice “ti amo”. Messo lì nel senso dell’amicizia, sul quale non varrebbe la pena tornare. Venuto spontaneo e bello. Messo lì nel senso di vicinanza (soprattutto in difficoltà). Di grande vicinanza (cioè un amo ma non amo tanto la donna ma quanto la persona). In fondo, la sua, non doveva essere nemmeno una vera ipotetica minaccia. E poi io sono tipo che ha una grande paura delle minacce, (questo nemmeno ipoteticamente) tanto da non riconoscere un vero tono minaccioso. Ma poi figuriamoci se mi possono far spavento le parole. Insomma era il più innocente dei “ti amo” che mi sia mai capitato di pronunciare tra i pochi “ti amo” che ho pronunciato nella mia vita. Forse il più bello. Forse il più vero. Certo il più innocente.
Giuliana “ama” il suo cagnolino, una bassotto rompiballe. Beh! non era proprio una cosa così. Bruna ama suo figlio, anche se non è proprio la cosa che le è riuscita meglio. Io amo (anche) mia figlia, ma mi rodono i suoi silenzi. Lei stessa, l’amica, ama andare al mare. Irene si ama allo specchio. Che c’è di strano? C’è anche chi si ama col pettine ed è una tratta da un post. Tina ama la fotografia e ama scattare fotografie. Eppure lei, come Annastella, che altri non è che bambola (ma non è un indizio o forse si), non ama farsi fotografare. Giustino ama prendere il caffè alle dieci del mattino. Mio nonno amava la regata storica e la Spal e faceva la schedina col giornale; naturalmente vorrei che le potesse amare ancora. Michele ama parlare di politica anche se non è che ne sa. Uno, troppo noto per essere nominato senza che venga riconosciuto, ama dipingere ma almeno lui lo sa fare (naturalmente nessuno è una persona vera, sono tutti archetipi). Un altro, che si crede egualmente noto, ma che comunque qualcuno potrebbe identificare, ama essere incensato e si crede dio; forse quando bestemmia se la prende con sé e si ama (in una sorta di masturbazione mistica). Martino amerebbe commentare e muore dalla voglia di farlo, ma non ha ancora capito come si fa. Gerardo ama. Per amare ama anche troppo. Ama saltando da un letto all’altro. Fatica a trovare il tempo per ritrovare quello di casa sua. Uno di quantità; Gerardo. Infaticabile lavoratore. A questo verrebbe da pensare che ci son donne che non lo fanno nemmeno con un amico e donne che lo fanno anche con un estraneo. Infatti Giovanna ama la sorella, ma molto di più, e più spesso, il cognato [punti di vista]. Lo stesso Martino ama compiangersi (lui di archetipi ne è almeno due). Infondo questo post è dedicato indirettamente anche a lui che riesce ancora a farsi meravigliare. Contemporaneamente ama scoprire le persone vere nascoste dietro i nomi fasulli (vizio diffuso). Michele amerebbe. Zazà amerebbe essere amato, si accontenterebbe di essere stimato. Aldo Fossaluppa ama definirsi socialista, spacciarsi per socialista; di quel partito è stato anche il segretario e ha avuto la tessera ed è tornato a comprarla. Il sindaco Taragnin ama abbaiare alle pecore e nascondersi nel gregge quando arriva il pastore. Il suo assessore Pinco Pallo¹ (la prudenza non è mai troppa) ama batterti una mano sulla spalla e non chiede mai più di trenta denari. Marc’Antonio, dissidente di rifondazione, ma dissente anche da quello che sta dicendo, ama la storia contemporanea, ma un po’ gli sta sulle balle perché ha cancellato i comunisti e lui non vuole farsi cancellare. Toni Schiavon ama il Partito (si noti la P) e non vuole sapere se viene tradito. Certo fuori dal gruppo -noi siamo una ammucchiata di sfigati- c’è qualcuno che ama far soldi. Il matto, che di tanto in tanto ama sedersi al nostro tavolo, ama parlare di sé e lui è sempre molte persone; anche diverse contemporaneamente, e tutte persone davanti alle quali anche i grandi dovrebbero sentirsi nullità. Il più noto di tutti amava il padre e la madre, ma con quel padre non è che avesse infondo un gran che bel rapporto. Finiva sempre che si trovava lui ad essere messo nella croce.
Io amo cazzeggiare. Ho delle lettere d’amore fasulle, nel cassetto, che non oso postare. Se mi avanzano due parole le dedico anche allo sconosciuto che passa. E gioco a giocare. Prendendo tutto questo -e in mezzo c’è il vero e il falso- e mettendolo in un blog non resta più nulla di vero, non resta più nulla di inventato. Sulla zuppa galleggiano stelline e pezzettini di persone; piccoli frammenti. Occhi. Unghie. Denti. Una costola. Odori. La sua cravatta migliore. Se un blog è un blog, cioè un diario elettronico, il padrone del blog può dire che cazzo vuole, compresa la parola cazzo, se non offende nessuno. Posso dire a te che leggi: “Ti amo” senza che “ti incazzi”?²


1] il noto Erberto Guidi
2] Anche se lo diceva anche Joan Baez e forse oggi non è più di moda.

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