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Posts Tagged ‘pigrizia’

tazzina di caffèLa ricetta per il brasato è una sorta di delirio. Non che il delirio stia nella difficoltà. Non c’è niente di difficile in quello che si sa. Soprattutto nei compiti che normalmente sono affidati alle donne. E poi ci sono gesti che ormai diventano automatici. Il fatto era che a lui non piaceva nulla di quei lavori. Non ne fosse stato costretto, per necessità, li avrebbe evitati. Ma cucinare doveva se voleva mangiare. E anche tutto il resto anche se, il più delle volte, le cose restavano là. Le faceva per disperazione. Quando non ne poteva fare a meno. Come per i piatti. Se poteva le rimandava. Le rimandava finché era possibile rimandarle. La casa non si poteva dire in ordine, ma ogni primo venerdì del mese faceva il brasato. Aveva saltato il venerdì. Aveva saltato il sabato. La carne era rimasta nella sua marinatura. Era domenica e si accingeva a farlo. Non avrebbe voluto mai che la carne andasse a male. Erano già fin troppi gli alimenti che gettava. Il delirio non era nemmeno nei tempi di preparazione; non si imbarcava mai in manicaretti troppi elaborati. Era nei tempi di cottura. E c’era poi il costo del barolo. Si chiedeva da dove lo spremessero per avere quel costo. Si chiedeva… e in quel momento squillò il telefono. Due suoni acuti e uno greve. Due suoni acuti e uno greve. Cominciavano ad urtargli il sistema nervoso. Erano Carlo ed Elena. Ripose la terrina in frigo. I grani di ginepro galleggiavano avvizziti e tristi.

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tazzina di caffèEra stato un anno duro e non aveva voluto smentirsi fino all’ultimo. Il mattino, se così si può dire, fuori era un silenzio irreale. Di tanto in tanto qualche botto isolato. Era naturale che si sentisse pigra. Sembrava quasi che non fosse finito un altro anno ma la vita. Non le sembrava bello iniziare lavorando e lasciò le camicette da stirare. C’è sempre un altro giorno per fare le cose. Scese ma era difficile anche trovare un caffè e le sue impressioni ebbero conferma: anche le strade erano deserte. Avrebbe chiesto a tutti i venditori di illusioni e di fragili dolori a poco prezzo di restituirle i suoi vent’anni. Ma lei non aveva santi e le sarebbe stato doloroso aggrapparsi ai ricordi. Si può promettere ogni cosa e si può mentire anche a se stessi. Si sarebbe accontentata almeno di qualcuno a stappare lo spumante; lei aveva timore nel farlo. L’aveva fatto. Aveva dovuto. “Non pensarci. Ora sei tra amici”. Lo sapeva. Lo sentiva. Stava bene con loro. Non ci pensava ma il ricordo tornava da solo. Eppure qualcosa gli mancava. Sorrideva e non si sentiva spontanea. Stava bene e non si sentiva sincera. Le era mancato persino quello che era stata. Piccole cose. Un insieme di cose. Un po’ tutto. Non avrebbe saputo come dirlo. Le mancava persino la parola. Non le era stato d’aiuto nemmeno lo zodiaco. Il cellulare non suonava. Avrebbe voluto semplicemente che lui le restituisse quell’amore ma non lo poteva fare.

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… Di pigrezza

raccontiCi sono persone per le quali è naturale. Nascono così, fortuna loro, senza alcuna fatica. Anche quando attraversano sulle strisce sono rilassate. Guardano la macchina che arriva, il guidatore infastidito, e non provano nemmeno la soddisfazione di tenerlo là. Magari intanto scatta il rosso e arriva il ragazzetto per pulire il vetro o con i fazzoletti di carta. La cosa fa semplicemente parte di una quotidianità del tutto naturale.
Ci sono poi persone che lo fanno per la vocazione di una vita. A volte perché quel correre non lo capiscono. Altre volte senza una vero motivo apparente o con una scusa qualsiasi che non chiede nemmeno di essere plausibile. A volte per una soddisfazione dispettosa. Si direbbe, tranne nell’ultimo caso, che anche a loro nemmeno costi fatica e non se ne sentano realmente ricompensati. E così si danno arie riflessive. E sempre a narrare che loro non erano così, una volta. Basta prendere la vita come viene. Tanto lei viene quando e come vuole, la vita. E sono in una sorta di rivincita. Quasi il loro fosse in atteggiamento di rifiuto, di ribellione; o un rigurgito vero e proprio. Guardano l’orologio ma non per controllare l’ora. Non ne hanno rispetto. Bisogno. Spesso nemmeno lo vedono. Quando lo vedono è per misurare lo spazio che li separa da una sorta di potenza (misurano la loro capacità e l’etica dell’arbitrio). Si sentono completamente padroni di sé. Ma loro non lo sono veramente. Come per altre attività umane vogliono solo ostentare d’esserlo in quel mondo che si affaccenda.
Per lui, l’Arnoldo, no! lui ci stava arrivando dopo un lungo e impegnativo percorso. Doveva essere meticoloso e non distrarsi mai.
Le regalò un mazzo di fiori di plastica; belli ma di plastica. Poteva lui ignorare che le donne non amano i fiori di plastica, anzi li odiano. Almeno li odiano offerti ad una serata che pareva dovesse essere una serata galante. Ma lui, appoggiato molle alla sua sedia, aveva pensato che quelli, i fiori di plastica, durano per sempre, e sono buoni anche per la volta successiva e per ogni successiva volta.
Infondo lui era sempre stato un uomo insofferente alle regole; un vero ribelle.

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yin-yangLascio in coda quello che mi va poco di fare. Credo sia un classico. Credo sia per tutti così. Ad esempio ci sono cosa che stanno lì da mesi. Che non trovano mai il loro adesso. Certe pratiche antipatiche del loro. La disdetta dell’abbonamento. Certa corrispondenza. Eppure lo so che le devo fare. Giro per le stanze. Apro il frigo per vedere cosa mi ha lasciato per stasera la donna. Guardo qualsiasi cosa per distrarmi. E rimando: lo farò dopo. Per quelle cose, per quella telefonata, per quella mail, cioè per quella persona o quel problema c’è sempre un dopo. Un dopo che non arriva. Hai mai visto un dopo che non abbia a sua volta un più tardi. Non c’è un più tardi solo quando si è a letto o pensi lo possa essere la persona che cerchi di evitare. O comunque farlo non sarebbe adatto all’ora. L’ultimo dopo è che dovrei invitare Alice a cena ma s’è fatto tardi. Sarebbe da veri cialtroni invitarla a cena dopo l’ora di cena. Magari lei poi pensa ad un dopocena; un dolcetto, un bicchierino, un digestivo, un po’ di musica, ginnastica della mente, e non, non è proprio il caso. Ci mancherebbe che questa. Era la volta buona che avrei potuto fare una grassa porca figura. L’arrosto era quello che si chiama arrosto. Col vino si sposava una meraviglia. Già! si sposava bene. Rimandando rimandando sei sotto le coperte. Mica puoi dirle di raggiungerti direttamente in pigiama. Magari ti prende sul serio. Magari lo fa. Magari prende un taxi e fa in un attimo. Te la vedi arrivare prima ancora di abbassare il ricevitore. Mentre stai ancora parlandole al telefono. Magari di toglierlo in ascensore; il pigiama. Vestita solo di cinque gocce di Chanel n. 5. L’ho già sentita. E poi te la riesci ad immaginare? La Alice, con tutte le sue arie, senza trucco, slavata? Senza tacchi? Col culo che scopa terra? E le ginocchia rosse? E te ne stai lì al calduccio. Ci pensi. Glielo avevi promesso. Ti coccoli. Magari ci aveva anche creduto. Sperato. Magari dirle di restare lì sulla porta. Guardarla per bene finché lei non lo capisce. Da come fatichi a trattenere una risata. Sarà per domani. Anche in questo caso c’è sempre in domani in cui rifugiarsi. Lo pensi e già non ci credi.
A proposito di donne ieri ci mancava proprio lei. Proprio il giorno adatto. Con tutta quella cataratta di pioggia e lei che chiama. Sono Valeria. Quando ho visto il numero sul display sono stato tentato di non rispondere. E’ stato un attimo. Ho fatto male a non ascoltarmi. Il suo ultimo viaggio. La sua ultima fiamma. Lei ne ha sempre una ultima. Tra l’ultimo e il prossimo. E gli acciacchi della madre. Con l’età che ha è normale. Sua madre ne ha sempre una; povera donna. Si potrebbe riempire un’intera biblioteca. Non si fa mancare nulla. Che poi il suo vero male è che è da sola. L’ho conosciuta. Ha bisogno di parlare. Di sentirsi pietire. Di confidarsi con qualcuno. Certe cose è certo che se le inventa proprio. Solo per dirle. Hanno bisogno di parlare; madre e figlia. Ciao Valeria. Vorrei proprio esserci. Sentire quando lo fanno tra loro. Quando ogn’una rovescia sull’altra la propria esondazione di parole. Sfoga la propria libidine del raccontare. Dove trovano tanta fantasia? Solo una donna può parlare quanto una donna. Quando comincia non finisce più. Non ha pietà nemmeno per la segreteria telefonica. E’ che quest’ultima non ha una pazienza umana. E’ una macchina. Un nastro. E’ temporizzata; a scadenza. Le sue registrazioni finiscono tutte con una parola a metà. Di un discorso monco. E’ Stata una vera fatica; un lavoro. Lei parla e mi accendo una sigaretta. Non la finiva più. Mentre parla mi ricordo di Selmo. Dovrei proprio chiamarlo. Glielo devo. Questo lo devo proprio fare. Non si scappa. Ci dovevamo vedere per un aperitivo. Quand’era? Il fatto è… da quando s’è lasciato con Marina, insomma è stata lei, non fa niente. Il fatto resta. Non fa che parlarne. Non si parla d’altro. Lei qui, lei là. Lei è là, con quello. Lo so che non è facile. Ma non riesce a farsene una ragione. E’ insopportabile. Devo ricordarmi di prendere il pane. Se non lo prendo alla solita ora rischio di scordarmene. E’ stato lui a insistere. Siamo saliti. Non aveva nemmeno srotolato il tappeto. Parlavo piano per non alzare polvere. C’era da per tutto la mancanza di lei. Della stronza. Ormai la chiama solo così. Quasi. Poi lì a rimpiangere. A giù con Fagottino. E Marina diventa un sospiro. Il nome diventa una preghiera. Una invocazione. L’amore che ottunde. Fortunato quando il discorso non finisce con le lacrime. Dice che non è vero ma continua ad aspettarla. Lei s’è portata via persino il cardellino. Che una volta era anche un bel parlare a parlarci.
Puttana, lei, lo è sempre stata. Magari di fretta. Come con me. Senza perdere tempo. Tra un ti va? e un ne avevo proprio bisogno. Cosa vuol dire? Quasi bastasse. Quasi fosse sufficiente. Quasi fosse un buon motivo. Che poi il suo cara diventa persino imbarazzante. Avrei dovuto dirglielo. Fargli aprire gli occhi. Ma come fai a dirlo a uno che non vuole sentirselo dire? Che non vuole sapere? Rischi di non essere nemmeno creduto. Certo che siamo tutti uno diverso dall’altro. Mi stai ad ascoltare? Fossi pazzo. Ma certo che ti ascolto. Sono qui. Mi sono perso quando ancora stava disfacendo le valigie. O forse quando ha cominciato a spiegarmi quanto lui è carino. Nemmeno lo conosco. Non sono abbastanza veloce per tenermi aggiornato. Stavolta è stata a Sherm el Sheick. Sai che novità? Ormai ci vanno tutti. E’ anche il tono della voce. Valeria è micidiale. Come fa poi a fingere così tanto bene un eccesso di entusiasmo? Sarà la sua decima volta. Col rischio di trovare la stessa vana umanità di tutte le mattine; che incontri al bar. Come fai a far credere ancora dell’entusiasmo? Come può pretendere che le si creda? Solo lei può pretendere che sia tanto stupido. E poi che me ne frega che lui sia stato galante. Che sia arrivato con i fiori. Che ne so? Forse Valeria vale un mazzo di fiori. Io non posso giudicare; la conosco dalle medie. E’ una maledizione che mi porto da sempre. Allora non le aveva ancora. Sparisce e poi ricompare. All’improvviso. La stronza. Ha sempre fatto così. E non sente nemmeno il dovere di chiedere scusa. Tanto per tutto avrebbe quella buona; scusa. E come la vedessi. Scuotere la testa e far dondolare i capelli. Sorridersi soddisfatta. Sorridere; come potesse prendersi gioco assieme a te del mondo intero. Orgogliosa di tutto e delle sue tette. Dondolare sui tacchi. Dobbiamo proprio rivederci. Uno di questi giorni. Fare una bella rimpatriata. Ti ricordi… Quando s’era ancora assieme, cioè quando ci si vedeva più spesso, se le toccava più lei di quanto lo lasciasse fare a me. Strana donna, Valeria. Ogni volta pretendeva mille gentilezze. Gli piaceva essere corteggiata. Poi, se tardavi un po’, se perdevi l’attimo, eccola subito là: cosa c’è? Non ti va proprio, oggi? Che poi cosa poteva pretendere. Mai stati una vera coppia. Solo due amici. Due amici che lo facevano. E poi nemmeno così spesso. Forse ieri aveva l’ambizione di farmi ingelosire; povera cocca.
Il ricordo comincia a latitare. Certo che averla al telefono è peggio che averla davanti, di persona. Molto peggio. Al telefono non sai come limitarla. Come chiuderle le fauci. Fortunato se non ha qualche malumore da sfogare. Da riversare irritazione o rabbia su qualche presunto torto, o sgarbo. Su qualche rivale. Solitamente sono le ex. Alla fine ho cenato alle dieci. Ecco perché continui a rimandare certe cose. Ne esci sfiancato; affaticato, ti lasciano il segno. Rimandi tutto ciò che non ti da direttamente piacere. Rimandi tutto ciò che puoi rimandare. La fretta non è mai una buona confidente. Il subito non funziona quasi per niente. Rimando Alice, rimando Valeria, rimando Selmo; nel caso di Valeria è un caso a parte. E’ lei che chiama, Non la puoi rimandare. Ci sono riuscito si e no un paio di volte. La scusa sono occupato, ti richiamo dopo ha funzionato. Si può usare solo con parsimonia. E’ una scusa che però con Filippa non attacca. Lei non si fa rimandare. Devo decidermi a dirglielo. Non ho più l’età per certe stupidaggini. Per stare al telefono a sentirle fare l’eterna ragazzina. La fidanzatina. A chiedere mi pensi? Cosa gli vuoi dire? Ma certo che ti penso. Non faccio altro, da mattina a sera. Come non avessi altro da fare. E quanto mi pensi? Non faccio altro che pensare a lei e a come togliermela dalla testa. Tanto. Tanto quanto? Al diavolo tutto. Come si può essere così stupidi. Niente riesce ad essere più stupido di una donna stupida. Di una donna così. Certo che quando sono stronzo sono proprio stronzo. E mica glielo posso dire a come la penso, quando la penso. Non sarebbe educato. Magari domani chiamo proprio lei. Mi rompe le palle andare a quella presentazione da solo. Infondo è decorativa. Vada per Filippa. Domani. Potessi rimanderei anche quello. Farò bene a ricordarmi di passare a prendere un po’ di contanti, prima. Mi rode solo sentirla continuamente dire, con quel tono chioccio, Piacere Filippa. Sono la sua fidanzata. E nessuno mai lì pronto a rapirsela. Guardare la guardano. E’ da guardare. La guardano e forse pensano al rapimento del giorno dopo. Vada per Filippa. Domani. E’ lavoro. E il lavoro, quello, mica lo puoi rimandare. E’ l’unica cosa che non mi posso permettere di rimandare. Avrei proprio bisogno di qualche giorno di vacanza. Però potrei disdire il contratto del fisso; domani.

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desertoQuando hai un attacco di nonsochefare e le cose da fare ci sarebbero; eccome. Hai solo voglia di cazzeggiare. Di corteggiare la tua pigrizia. Cerchi un idea. Ti accendi una sigaretta. Le trovi le idee. Si fanno trovare. Numerose. Per trovarle sono là. Neanche serve cercarle. E’ che le scarti appena mettono il naso in quei minuti. Come dice Lei quello che mi piace, l’unica cosa, è scrivere. E’ proprio allora che non ti viene nulla su cui scrivere. Rileggi. Correggi. Niente da fare. Tanto lo sai che finirai per uscire perché stai male dentro. Ti guardi intorno e le vedi, le cose da fare. La casa è inguardabile. Ad ogni occhiata ti dice che andrebbe riassettata. Magari una passata frettolosa. Magari. Domani. Meglio scopare il deserto. Non ti piacciono i libri soffocati in vetrina. Ne sono sopravissuti pochi. Cerchi sempre uno di quelli che non hai potuto portare con te. I libri devono respirare, ma cominciano a tossire per la polvere. Almeno la lavatrice la potresti fare. Nel cesto hai voglia a spingere. Non c’entra uno spillo. C’è tempo. C’è sempre del tempo. Ci sarà tempo anche per quella. Ti accendi una sigaretta. Il tempo è l’unica cosa che non manca, quasi mai, in una casa. Il letto sarebbe da rifare. Le lenzuola sanno di sudore. Le stanze di chiuso. E fumo. Non parliamo poi della montagna delle cose da stirare. L’attaccapanni andrebbe liberato. Intanto arieggi la stanza. Ma a che vale pensarci. Fra un po’ è quasi ora di cena. Cosa si può preparare per cena. Meglio una cosa veloce; che non richieda tempo. Intanto riscarichi le mail. Erano buoni dieci minuti che non lo facevi. La bestia, la macchina, si limita a dire “nessun messaggio nuovo”. Lei, poverina, ci ha almeno provato. Non era possibile aspettare risposta diversa. La scritta infastidisce comunque. Ti accendi una sigaretta. Fuori fa freddo. Il mondo dov’è. Le pulizie non andrebbero fatte di festa. Non è il giorno adatto. Negli altri giorni è il tempo che manca. E dopo il lavoro te ne passa la voglia. Apri il browser e con lui si aprono le pagine che sei solito navigare. I tuoi siti e i tuoi blog amici; i soliti, quelli veramente preferiti. Toh! ne ha messo uno di nuovo, è anche un buon post. Troppo impegnativo. Ci penserai a commentare, magari domani. Per gli altri sono gli stessi. I più recenti sono ancora lì dal mattino. Ormai li sapresti recitare come una preghiera. Almeno una delle quattro, che quando era l’età giusta, t’hanno fatto mandare a memoria. Ormai è inutile pensarci. Non riusciresti a recitarne nemmeno l’inizio. Che poi, per più d’uno, quando l’età era giusta erano loro, le preghiere, ad essere sbagliate. Appunto a quelli, le facevano imparare in latino. Che era una lingua morta già allora. Non è che si capivano proprio tutte. Andavi dietro al vociare d’intorno. E anche un poco a senso. E un poco ti limitavi a borbottare. Ti accendi una sigaretta. Non ci credevi troppo nemmeno allora. Sarà l’aria delle feste. E’ che fuori è veramente un freddo cane. Le chiamano giornate da lupi ma persino i lupi si rintanano, e si accendono un focherello. Ciò non toglie che è una giornata inutile. E nelle giornate inutili il tempo passa lento. Sembra farlo apposta. L’orologio in cucina s’è addirittura fermato. Come dice qualcuno è l’unico modo per esser sicuri che almeno due volte al giorno indica l’ora esatta. E si credono divertenti. Spiritosi. E’ solo che son finite le batterie. Anche quelle. E poi mica sei in vena di spirito. Non che stai male, anzi; a momenti ci stai anche bene da infilartici dentro. Ti accendi un’altra sigaretta. Io, per conto mio, mi immergo in un bagno caldo. E’ un casino fare e contemporaneamente parlarne in terza persona.

P.S. dopo aver scritto il post, col proverbiale anticipo, e, naturalmente, prima di postarlo, mi sono accorto che anche Lei, Efesto, ha scritto qualcosa che ha delle affinità. Con grande simpatia e per solidarietà vorrei dirle che ho solo 47 m2, ma che da me troverebbe tanto di che soddisfare la sua voglia di fare.

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Scartare, per così dire, Claudia non gli era costato troppo tempo, quasi quanto quello che lei aveva impiegato per chiedergli un poco credibile “cosa fai?” Se lo aveva fatto lentamente era stato solo per la propria vanità. Per chiedersi se era sprezzante del pericolo. E perché aveva voluto guardarla e conoscerla bene. E poi lei, per gli occhi, ne valeva la pena.
Dopo si era acceso una sigaretta. Non l’aveva ancora spenta e lei aveva già esaurito ogni argomento. E fosse stato, almeno, solo silenzio. Invece si sentiva, forse, come in dovere; stesa, quasi a cercare comunque una posa fotografica. Non che lui si aspettasse di più. E nemmeno era molto interessato, ormai. Poteva al massimo dirsi lusingato. Di una lusinga esile. Che forse avrebbe ritrovata il mattino. Con l’odore di lei.  Ma non era andato certo lì per un dopo. Infondo è sempre meglio un buon libro per prepararsi al sonno. Si chiese se si sarebbe dovuto vestire per riaccompagnarla e si sentiva impigrito.


La Colonna sonora di questo mese su fulminiesaette è:

Il rimmel sognante

(Joni Mitchell: God must be a boogie man) [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/briciole/BoogieMan.mp3”%5D

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