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Posts Tagged ‘pioggia’

tazzina di caffèNon era stato molto diverso di come sarebbe stato se l’avesse pagata e gli aveva lasciato, dopo, dentro, quel senso vuoto di insoddisfazione; di vergogna e non solo quello. Aveva riserbo nel raccontarlo perché il giorno non è solo una notte pallida ma il suo rovescio e ci cambia. Ma ci sono cose che fai una volta perché credi di potertelo permettere e di riuscire a dimenticarle invece al mattino lei era ancora lì vicino, (in quel preciso caso) nello stesso cuscino. Lei che era solo un nome. Un nome, appunto, per la notte. E nemmeno quello. E una camera a poco prezzo. Tutto per il bisogno in una sera di non pensarci. E fuori una pioggia sottile, quasi nevischio, e un odore di gomma bruciata e un pallore senza luce. Lei, con le sue parole, che lo raccontava ridendo. Come se non gli bastasse già ripeterselo nella testa quando non ci sarebbe stato bisogno di parole, ma piuttosto di silenzio. E che cosa c’era poi da mostrare orgoglio? Nemmeno fosse lui. E anche in questo caso poi… parlava un italiano drammatico. Avrebbe voluto che non restasse nemmeno un capello sul cuscino. E ancora autostrada da fare. E nessuna scusa plausibile. Non sarebbe stato da lui. Ne era incapace. Con il dramma di una colazione, da consumarsi in fretta. E allora la borsa buttata distrattamente. Il viaggio che riprende. Lei che ripete che non ha nulla nemmeno per cambiarsi. Che sembra non capire. Che si interroga sui tempi del futuro. Alla radio davano Used Cars¹. Il paesaggio non aveva niente di epico sotto il cielo pesante e il viaggio sembrava non volere finire. Per fortuna che almeno aveva smesso la pioggia.


1] Bruce Spingsteen in Nebraska

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteMilano. Milano centro. Notte. I negozi sono aperti. Le luci. La gente va frettolosa. Sotto gli ombrelli. Il bavero alzato. Il vento imbizzarrito. Spettina. A quello vola il cappello. A quello cola il naso. Interno bar. Novembre è un mese crudele? L’Italia va sotto. Piove. Piove da giorni. E il cielo promette solo pioggia. Nuvole scure si accumulano. Si affollano. Le une sulle altre. Ora il cielo si è fatto solo una tavola nera. E’ cieco. Nemmeno un riflesso. Milano è una città che non dorme. Non ho voglia di mettermi in viaggio. Solo un caffè. Un caffè è sempre un caffè. Solo noi sappiamo cos’è un caffè. Guardo il cellulare. Ha campo. Non è per quello. Non suona. Non suona mai quando vorresti. Potrei chiamare Lisa. Sentire come va. Ma anche lei. Chi gliel’ha fatto fare. Infilarsi in quella merda di posto. Lontano da tutti. Con quella lingua del cazzo. Nessun posto è migliore di quello in cui stai bene. Nessun posto è più bello.
Il rumore delle notizie. E’ tutto fuori. Un allarme lontano. Nessun silenzio è mai solo silenzio. Ma il silenzio che fa più male è quello di chi ti sta vicino. Di chi è lì a due passi. Chissà cosa starà facendo? Chissà se sa che sono qua? L’ultima volta era sporco. Non potevamo restare in macchina. Eppure un posto vale l’altro. A quest’ora. Nemmeno posso restare qui. Devo decidermi. E’ pigrizia. Nemmeno la forza di andare alla macchina. Per prendere le valigia. Non ho portato che lo stretto necessario. Dovevo fermarmi solo questi due giorni. Questa cazzo di riunione. Se non era per lei… non sarei qui. In mezzo a tutto questo presente. E tutto questo passato. A tutti i miei ieri. Come cambiano i giorni. Basta poco. Basta niente. Non facevo che aspettare. Aspettare una occasione come questa. Sono qua e piove. Sono qua e lui nemmeno lo sa. Non gliel’ho detto. A che sarebbe servito? Non gliene doveva importare? Forse. Cosa conta? Perché rinvangare?
Le cose finiscono. E dopo sono finite. Lo dovevo sapere. Lo sapevo fin dall’inizio. E’ che le cose non le sai mai. E poi ti mancano solo quando ti servono. Ne hai bisogno. Cosa ci fai a Milano quando non hai altro da fare? Quando hai tutto un pomeriggio libero? Piove. Non è nemmeno il freddo. Non sono triste. Ho troppe cose e nessuna. Mi sento vuota. Non ho una vera ragione. E forse nemmeno è tristezza. E’ solo il tempo. Questa pioggia, appunto. Il mese. Una serata così. E’ così che ti prende la malinconia. Quello mi guarda. Niente di meglio che un po’ di compagnia. Proprio quello di cui avrei bisogno. Proprio quello che non voglio. Non ho voglia di parlare. Delle solite cose. Di qualche carineria forzata. Dei giochini. Mi va? Mi andrebbe anche. Ma il solo pensarci mi mette angoscia. Mi da alla nausea. Perché non possiamo semplicemente dircelo? Trovare quell’elementare coraggio? Chiederci: Andiamo da te o da me? Ma non sempre ciò che sembra facile lo è.
Anzi, sembra tutto così complicato. Anche una cosa così semplice. Basterebbe gli dicessi: Senti, mi sento sola. Più direttamente: Ne ho voglia. E’ un sorriso quello? Invece non so che vestire questi panni. Che essere donna. Cosa avrei da perdere? Nemmeno mi ha mai vista. Mai andare con gli sconosciuti. Come non accettare le caramelle. Sono cresciuta. E poi non ne ho voglia. Non veramente. Non proprio. Solo che è una notte così. Dove niente sembra andare. Solo un momento di quelli. E viene come senza motivo. Da solo. All’improvviso. E mi sento nervosa. Non ho voglia di dormire da sola. Lui si alza. Continua a guardare verso di me. Anche mentre esce. Ecco, è andato. In fondo siamo tutti estranei. Ed estranei per sempre. E non mi piaceva di chiamarlo. Di corrergli dietro. E poi per cosa? Magari mi avrebbe messo tristezza. Non sarebbe la prima volta. Magari avrebbe aggiunto tristezza alla tristezza. Non lo saprò mai. E’ meglio così. A volte non ti senti meglio nemmeno dopo. Ti lascia altro vuoto. Aggiunge altra solitudine. Aggiunge rimpianti.
Mi trovo a rinfacciarmelo: Diventa grande. E’ tardi per tutto. Anzi è proprio il dopo che mi spaventa. Forse è il dopo che mi ha sempre spaventata. Non ci sono parole per il dopo. Anche volessi cosa potrei dirgli? E se mi risponde lei? A volte le cose semplicemente sono. Sono e non lo vorresti. Non lo accetti. E’ la tua testa. E’ il tuo cuore. O quello che chiamiamo così. E’ qualcosa dentro che non lo vuole accettare. E le cose sono anche se non vuoi. Anche quando le sai prima non le vuoi sapere. E poi… sembrava tutto così semplice. Come se bastasse un: fanculo. Bastasse girare le spalle perché tutto svanisca. Invece non finisce niente. E continua a piovere. Ma non c’è niente che veramente cambia. E niente è più importante delle cose tue. E’ questa la vera verità. Nessun dolore fa più male. Niente è più nostro di noi. E’ forse questo che mi fa paura. Tutto comincia così. Tutto comincia ed è cominciato come avventura di una sera. Con una risata. Un momento in simpatia. Leggero. Con un’alzata di spalle. Con un: Va bene così. L’uomo non sa cambiare. Non si può uscire dagli schemi. Persino i passi ti riportano sugli stessi posti. I piedi, quasi da soli. E’ lì che tutto è cominciato. Insomma c’è un lì. E lì è rimasto un ricordo preciso. Imprigionato. Incatenato. E quel ricordo si fa ferita. Condanna. Nessuno è mai innocente. Siamo tutti questo e quello.
Guardo il cellulare. Ha campo. Continua a non suonare. Semplicemente anche lui è rimasto senza parole. E tutto sembra contro. Il tempo. La natura. La fortuna. E… persino la sua Inter; proprio non va. Sarà sicuramente di cattivo umore. Dovrebbe vincere una finale al giorno. Era tenero quella sera. Dopo Barcellona. Ma era Barcellona? Faccio fatica a ricordare. Lo sa che non ne so. Che non mi interesso. E che non me ne importa. Che lo facevo per lui. Per essere gentile. Per essere carina. Non gli importava. E facevamo entrambi come fosse vero. Non è sempre obbligatorio un motivo per festeggiare. Ma se serve perché ammalare il momento. Quando era contento ero contenta anch’io. In fondo gli uomini, tutti gli uomini, sono semplicemente complicati. Li può prendere per la gola. Attraverso le loro vanità. Per le loro debolezze. In mille altri modi. Anche per il tifo. E vorrei ancora quello che credevo che non avrei voluto più. Stasera lo vorrei. Stasera vorrei lui. Disperatamente. Ma forse è colpa di questa sera. Devo cercare una stanza. Una doccia. Un letto. Un cuscino. Il sonno. Mi sento stanca. “Perché ci si accorge dell’amore solo quando lo si ha perduto”?

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QUASI D’AMORE

Sussurra pressoché muta la
sigaretta King Size filter
evade l’idea, adagio srotola
di fumo sottili filamenti lo
sguardo scruta più oltre
–la strada costeggiata di
cipressi– dondolano nell’aria
frementi frasche vola un uccello
attraverso il divieto metallico
(grida soffuse l’aria che spettina
le frasche) luce diviene colore
in tutto un che d’impaccio nel
l’attesa schiaccia il resto della cicca

Si acquieta il camminare: sei barra
to sfregare di ruvide catene, ferro
vecchio, catenaccio:
Tu ti ricordi Anna – obliterare
il piatto destino – i foglietti.
Leggero dondolio come borbottare
richiude la porta frantumare di
immagini: Tu ti ricordi Anna.

Di questo mattino finestre sono
immagini veloci la strada
ci corre incontro.      –Un me
dico uccide mogli
e figlio, poi ri
volge l’arma (lucida; s
oggetto il freddo meccanismo
perfetto del
la folli
a) su se stesso – tu ti ricordi,

ripetuto ossessivo suono
ritrovato il mattino, –Tu ti ricordi
Anna i foglietti che ti passavo
in classe       sotto
il banco
(note di notte
quel quotidiano rintracciare
una storia diversa, un
verbo lontano: quotidiano) –Ti
disegnavo un fiore
… la folla s’af
folla di chiaro
scuro vestita cinta e bagli
ori di luce brucia
no e stracci
ano contorti spazi
e ti respira d
osso senza sincronia (uni
verso circonciso di rosso) suoni
e immagini      per esserci,
monotono paesaggio ossessionato, uguali:
un ridere dispettoso, una
parola      con l’erre che striscia di
vocaboli di saliva      atomizzata,
un filo di ciuffo le graffia la guancia
e parla con piacere
che sembra un gioco
Luisa ama Maria –la
scritta A–cerchiata tira su
con il naso       poi
passa il dorso della mano
sopra il labbro
(il polsino
è logoro) lo sguardo è
spento      paesaggio in frantumi
è made in italy,
reggersi agli appositi sostegni
.
Grande edificio incasellato
il minimarket gazzetta: auto
nomi a sos
pendere lo sciopero
vessillo bandi
era      occupata l’
ambasciata: sei gio
vani non voglio
no

:in car
cere      il mare
crolla impalcatura
secolare albero
inquinato lungo la
costa       muore il
mare      sul lavoro
cadendo (bagliori di
segatura e schegge) lievi scosse sismiche

(non si sa il numero delle
vittime:      incidenti al con
certo:      note
voli danni materiali
(nascosti
e muti pesci) finché
la violenza
(natura o qualità
coazione fisica o morale,
indurre) dello stato si chiamerà giusti
zia
(
o) la giustizia del proletaria
to si chiamerà
(ripensando
ad un film di Bunuel)
violenza. Firmato
Una Falcemartello
.

Tutto morso qua
e là      a piccoli sorsi, in piccoli
furti (armonia molecolare) e
parentesi fugaci il cibo tedesco gli
odori      i volti:
ha gl’occhi acquosi
di palude tranquilla
un nero sottile baffo
che gli piove sul labbro
capelli ritti che si diradano
unti      un tic sottile quasi
disinvolto      l’ultimo uomo,
ha uno sguardo di
malizia e di malizia
seni lovable impertinente sul
capo riflessi di corteccia e
negl’occhi (gazzella leggera
) per sorridere rag
grinza tutto il viso
torno il naso,
fragile e lunga come
un giunco, ha
occhi neri e nei capelli,
ha jeans stinti, ha
occhi e capelli, ha occhi
ali con montatura dorata.

Suono il clacson      stridore
di freni       le gomme graffiano
(inchiodano) l’asfalto brusco
frenare scompiglia
sentimenti      incompiuti: hai
visto quel modello di Courlan
de, di–sgraziato      anche ieri
guarda quel figlio
di puttana       guarda la strada
carino      mi ha detto
Ti prego non farti      Luigi
di silenzio       si infrange il suono
frenare: farsi più vicini
ancora di più,      ancora
il gomito sulle costole
lo stesso respiro      la
borsa sul ginocchio      la
tesa      del cappello che
acceca.

Poi…
lenta
mente…
il corpo sudato
si bagna
di sudore, sudore
mescola
(perle bianche
come
denti di cane)
sulle mani
si intrecciano
le dita,
anche il
ferro
freddo e decoroso
trasuda

leggera convessità del ventre
allusione di mussolina
sfiora       e      morbido il seno
seno ri
gonfio l’estate
veste sottile
quasi come      gusto di
cipria       e i merletti
polvere      di già stato
colmo il ventre
la coscia soda lancia
lungo la coscia      trapela
il dialogo      e soffice il
seno eppure elastico
eppure
preme lungo il braccio
forma distinta      quasi precisa ri
gonfia      e i sottili tentacoli
del sottile formichio       lenta
mentre percorre il percorso
quasi un percorso intero
delle tepidità      senza voce
un’espressione      quasi distratta
mentre corre      la strada e s
corre      sul seno pieno, sul sole, sui
tratti, su quei piccoli indici turgidi
espressi,      sulle grafie murali, a
tratti      lungo il fianco, sulle cinque
cento,      sul ventre con un dolce
foro in centro,      pallottola di Cristo, sulle
grafie morali,      sul ventre che s’affonda
sulla mano che suda       e sul ventre
(e tutto riconosce      e tutto ignora)
e sul ventre       che si discosta lenta
mente
Tu ti ricordi Anna

L’estate (se vuoi)
era un cornetto dolce col cuore di panna¹


1] 16 agosto 1978

Con questa finisce la raccolta di poesie di allora composta sotto il titolo Settembre

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PAESAGGIO E LUCE

Come sirene ossessionate
–suono compiuto; materia– le grida del mattino
i gabbiani (squittio, volo di cera)
che si conficcano nelle nubi,
che di nubi si bagnano le ali,
suicidi.      Al vento giacciono
come leggeri segreti, presaghi; tempo assoluto
–terra, mesi, ansie–
batte fulvo ai polsi in saracinesche si sole
batte sull’incudine dura dei segni
i rintocchi suoi gravi,      disfa
la tepida matassa:       i bimbi
anelli incastonati portano
di fantasia      e catene d’oro.
Colmi di se negl’occhi
(credenza onirica e laica l’infanzia)
umidi di sorrisi      –curvi di giochi–
consumano risa di mattino
raccogliendo rugiada nel vento, muta
passa: il paesaggio
i suoi contorni confonde       e fonde.¹

Fateli tacere.
Quasi fastidio è
il loro gioco.


1] 21 agosto 1972 (?)

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IL MURO

Queste pareti
queste mura che luce
soffrono, angoscia racchiudono.

Apre miopi finestre.

Segna il tempo
i coricarsi amari
stanchi ed esuli di gesti.

Consuete ombre
le ore ritraggono
in consuete pose

o si confondono
in ciò che solo riesci ad immaginare.¹


1] 21 agosto 1973

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BUIO
Mai tanto buio
mai quanto adesso
nemmeno un chiarore
muta intorno      la luna
un chiarore, nulla
nient’altro che buio      a essere.

Dove essere?
Come?
Fra cose distratte
dieta di quotidiano
oggetti che tentano identità      mentre
l’illusione tace i suoi neon:
Misero silenzio – silenzio
neanche rumori lontani porta
né lo sferragliare del treno.
Immobile      immenso globo,
sibilo tremendo,
sfera senza coda,
increduli spalanca      occhi d’acciaio.
Cerca il posto…
il posto dell’appuntamento
ma lei è andata, fuggita…
e con quei sussurri di voilà
difficili equilibri
acquieta la notte,
rincorrersi diVersi
mescolarsi di vuoti e ombre
quasi giustificazione
del tempo

scorre lento come lenta
la corrente spegne il rancore.

E chi non ha nulla
sceglie un dio
in cui credere.

E chi non crede in se
di se stesso i canti canta

mentre al suo corpo
usa violenza
e i suoi oggetti violenta
oppure
avvinghiato
a loro s’accoppia.

Ma chi si teme
d’altri parla
e balbetta.

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VIII. dal tempo in cui
di tempo in tempo
giaceva ai suoi respiri
con folle di trucidi ciclopi
nel tempo esauriva se stesso.
Unica follia, unico rancore
e schegge infisse nelle pupille vuote:
per riflettere
e solo per riflettere
cantò alla luna quel quinto verso d’Europa,
levigati chiaroscuri battevano alle porte
e batté girando le case
sui cieli in se      a mutarsi;
battere e suonare squilli brevi
e narrare la diagnosi
vendendo nel plico
la consumata ricetta dell’immortalità.
Ma
come non credere al tempo
se

e cuore
di te mi chiamano poeta.

NB oppure è impazzito, allora
per non ritrovarsi più

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