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Posts Tagged ‘pioggia’

VII. Lettere, lettere ed altre lettere
mio caro amico. Verrà mai domani?

“Infelice vagabondo”
attenta scorre la mano
(pietosa)
armonie consumate
e
AMORE: CAVO
(Ricchezza d’ebri incensi
similitudini
o vocazioni perse), quieta
ascoltavi di lontano.
Ed è nudo e muto
vagabondo senza tempo
in quartieri-residenza.
Lingua teneva in sé
colma di parole
che di parole languiva;
lingua tradita, non lingua
trafitta
in partecipe (estranea) al (del) vicino.
Aguzza accusa e cura
atto rovente rivolto al cuore
o cronometro
a misurarsi il sole;
lingua tradotta
giace, favella e in sé si piace
e dietro / Rifacimenti
e sei piccioni, da messaggi,
6; con ali di voilà
rapide che scostano i soffi dell’immagine
(passiva dolcezza) per ricomporre
un senso d’infinito
di sé negato
e la sua ombra,
lunga proiezione del caldo afoso,
nella quiete affoga e dello stagno
insegue il sasso: clinch
cerchi su cerchi s’ingoiano
come un eco lontana

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La luna era come un ostia masticata (seppure da una nuvola). Mica servono tanti ragionamenti, signor Somuch, per vedere la realtà. Il troppo è peggio del poco e aiuta a non capire, a impazzire; mondocane. Il fatto è che la luna è pur sempre una lampadina e oltre a sputare le ombre lunghe scontorna figure che hanno colori di nero. Il peggio è quanto le ombre sono molte ombre per una sola immagine. Maledetti i fasci di luce. Ci vuole altro che vino per scordare e per cantare. Non basterebbe tutto il vino di tutta l’uva che è stata spremuta. E dietro le prime case c’era quel paesaggio e quei grandi ingranaggi che dovevano essere festa e sembravano un meccano triste. E i pochi alberi erano secchi come gli artigli della fame. E avevano versato le loro lacrime di foglie che crocchiavano sotto i passi. E tutto questo dopo la pioggia. Con l’odore di pioggia ancora nelle nari. E quel gusto di cane bagnato e di carne decomposta. Era certo che Adelina lo stava aspettando, in piedi, in ciabatte; pronta per la notte, con gl’occhi arrossati di stanchezza. Era anche lei parte di un mondo in putrefazione. Non aveva più tempo. Ne aveva lasciato troppo passare senza nemmeno farci attenzione.. Quanto vuoi? –chiese. Solo un poca di ostinazione e il tutto fa un foglio da cinquanta. –rispose. Non era bella, certo, anzi era bruttina e volgare; con una voce gracchiante. Gli bastava che gli strappasse quell’idea fissa dalla mente.

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VI. Ora il treno ti passa in testa
grida in silenzio il dolore,
(di lieve gioia il dolore)
sferragliando ti passa in testa
quel treno senza stazione,
un merci, grigio pur’esso;
salta, salta se non vuoi
se non vuoi trovarti sempre
qui seduto a parlare d’altro
mentre il rumore ti impazzisce
e nemmeno ti odi, anche se non serve
salta, salta giù.

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La pioggia scendeva senza interruzioni, con gocce prima sottili ma insistenti, poi grosse e ugualmente fitte. Roberto D. gettò il giornale fradicio con cui aveva cercato inutilmente di ripararsi e rasentando i muri si approssimò alla fermata e si preparò, in disparte, ad aspettare l’autobus che naturalmente tardava.
Il volto sotto la pioggia prese lentamente via via a scolorare e a colare giù. Una confusa macchia che sì insegue sul soprabito. Una macchia che prende corpo e si lava da sé. Poi più nulla. La pioggia la trascinava inesorabilmente a cercare di perdersi fra le altre pozzanghere che cercavano di contribuire al fiotto d’acqua che sfiorava il marciapiede.
La strada era tutta una pozzanghera e ogni goccia vi si infrangeva disegnando cerchi sottili e vi annegava. Lui guardava gli altri passeggeri che distratti aspettavano come lui; li guardava cercandone e fuggendone lo sguardo. Poi scrutava in ansia la strada con la speranza e la paura che arrivasse la corriera. I suoi occhi frugavano nel piano opaco della pioggia che rumoreggiava. Non c’era un riparo per nessuno a quella serata di settembre e le prime luci si sbriciolavano incerte sull’asfalto madido. Pian piano non rimaneva niente di ciò che era stato, niente di ciò che avrebbe voluto essere o diventare. Ebbe solo la sensazione di quello che stava avvenendo ma non riuscì che a guardarsi attorno attonito.¹


1] ‎domenica ‎12 ‎febbraio ‎1995

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V. Spazi bianchi quando
il narrato è interrotto
da squarci di parete
dopo i confini delle
ombre sull’intonaco
l’uomo è quasi a confronto
tagliato netto eppure infisso
è una macchia violenta
si tortura le mani
è una macchia persino violenta
sfigura nell’immagine e
le parole lo dibattono
“sono stato in prigione trent’anni
e prigioniero di me stesso
e quale illusione
bevevo la luce del mattino
di lei mi bagnavo, quasi un ricordo
e frugavo in me, frugavo
bevevo la luce del mattino,
troppa luce la luce del mattino,
e i ragni sul muro giocavo
e le ombre allungavo
e non erano ombre come queste
e non erano…”

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IV. Occhi di piccole belve, le persiane
si giocano ignare la luna
in miti antichi d’acciaio e ululati
poiché urlano le ombre silenzi immensi,
inauditi.
Giace, come un freddo giaciglio, la strada
fra riccioli di verde incupitosi      e fradicio
quando di fatti in amore
è piena la tua memoria      e la fantasia
dolce      eterno      OIDIO.
Hai tratto di tasca le tue parole
e più amare
quelle ti consumano gl’occhi.
Il prestigiatore della notte
nasconde quegl’occhi       e il volto:
taciuta balbuzie.
E’ buio.

Dal vento freddo
fuggono i gabbiani il mare
ebri di riflessi, di storie

ed emigrano in terraFERMA¹.


1] 21 agosto 1973

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III. Aria piena.
Censimento di tuoni e rabbie
s’accendono in sul cemento       coi suoi
motori possenti e le meretrici d’acciaio
che trascurano minuti riflessi di stelle.
Ecco, si sconquassa pietà d’ore
e avvampa tempo rosso fra i decoltè della sera
quando le narici aspre raccolgono
il triste canto dell’armonia. Sole
dardeggia      e più in là, con presunzione,
sparla ed è prodigo stemperando contorni
in sottili fumi di neuriti.

L’astro del giorno      insolente
riplasma muri e case e beve il vino gonfio
dagl’occhi; accenna i desideri
fonte preziosa      giù dalle colline
farsi città l’animo umano      ERMO
e giocano i bianco-neri dei dubbi
in un alternarsi di compiacenze.
Balbetta.

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