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Posts Tagged ‘poliziesco’

Era un po’ che stava li seduto. In quella sala. Che lo guardava con la massima attenzione. Che lo ammirava. Era talmente perfetto che gli era sembrato che alcune delle figure ritratte si muovessero. Un po’ per la curiosità e un po’ per l’ammirazione si era avvicinato. Aveva cercato li leggere la firma del pittore. Ancora più vicino. Si era avvicinato un poco troppo. Certo nessuno ci crederà. Si era improvvisamente, prima ancora di rendersene conto, ritrovato dentro quel quadro. Non aveva notato l’avvertenza: Pittura Fresca.
Da prima incredulo. Poi sbigottito. Si era guardato intorno. Che posto era? Che mondo era? Forse nemmeno era mai esistito. Forse era solo nella fantasia dell’autore. E di certo parlava un linguaggio di un lontano passato. A guardare meglio… In verità le case non erano del tutto proporzionate, ora risultavano un po’ più piccole di quanto sarebbe stato vero. La collina la poteva toccare. Era tutto piatto. C’era poca profondità. Da così vicino poteva notare le macchie di colore; le pennellate.
Aveva ripensato a Dorian Grey, ma la sua era veramente tutta un’altra storia. I cavalli erano imbizzarriti ma immobili. Il villano, sotto il cappello, sembrava non saper come governare i buoi. Un cammino fumava ma non era stagione per avere il fuoco acceso. La macina macinava ma l’acqua era immobile. Sottigliezze. Aveva notato una contadina, carina. Non molto lontano. Vestita e non vestita. Un po’ discinta. I capelli nascosti sotto un fazzoletto. Con la camicetta scollata in modo benevolo. E un sano seno rigoglioso. Insomma era proprio carina. Non sembrava sudata, tutt’altro. Sembrava accettare il suo compito con molta pazienza. Aveva cercato di raggiungerla per chiederle come e dove fosse. Gli aveva subito dato un senso di fiducia. Pensava che lo avrebbe aiutato. Che ne sarebbe stata lieta. Aveva mille altre domande da farle.
Si rese subito conto che poteva muoversi solo in modo lentissimo. Insieme a tutto il resto. Come incollato allo sfondo. Era solo una presenza tra tante. Una figura minuta tra una folla di figure minute. Distinguibili solo da molto vicino. E per quanto cercasse di richiamare l’attenzione della giovane lei non lo notava. Non avrebbe fatto un passo per andargli incontro. A complicare ancor più le cose c’era il fatto che per quanto si provasse a gridare la sua bocca non emetteva un suono. Era muto in un mondo muto. Forse almeno questo se lo sarebbe dovuto aspettare. Non si è mai sentito di un dipinto che parli o che suoni. I quadri sono solo immagini, anche quando sono riproduzioni quasi perfette. Quando sembrano più reali del reale.
Dopo tre giorni e due notti d’immane fatica era finalmente riuscito a raggiungerla, o quasi. Era lì a due passi da lei. Come ebbe modo di scoprire, troppo tardi. Il tempo di miseri, anzi miserandi convenevoli. Di guardarsi. Di scambiarsi le loro opinioni sul tempo e su cosa poteva riservare. In verità lei lo trovava un approccio inusuale e divertentemente assurdo. Lì il tempo non cambiava mai. Di chiederle il nome. Di dirle il proprio. Di sbirciarle brevemente nella camicetta. E lei di assumere molto lentamente un’aria compiaciuta e provocante. Di chiederle se poteva accompagnarla almeno per un breve tratto. Che, ancor prima di poterle chiedere in che posto era capitato, lei gli spiegò che non si muoveva di lì da quasi vent’anni. Che quella era solo una copia. Che avrebbe dovuto sbrigarsi. Arrivare prima. Allora sarebbe stato tutto diverso. Ora non poteva rimanere un istante di più.
“Scusami, devo andare”.
Dove”?
Devo posare in un quadro tutta nuda”.
Posso venire anch’io”?
Mi spiace ma non puoi”.
Perché”?
Per te il maestro ha già in mente un altro soggetto”.
Cioè”?
Lui sa che sarai un perfetto san Sebastiano”.
Dimmi almeno chi è”?
Sei solo una figura a olio. Non sei più umano. Hai esaurito le domande che potevi fare”.
Lui non lo aveva notato, ma vicino c’erano degli spazi vuoti che attendevano altre opere dell’artista. E non aveva la più pallida idea di chi fosse questo santo. Sperava in un santo libertino; senza troppe speranze. Il quadro era veramente realistico, assomigliante al vero, da lasciare senza parole.

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Enrico Mazzucato 10501585_802104063173588_6744078126351244203_nEra la classica ragazza di campagna di quattordici anni. Non si poteva dire una bellezza. Con le guanciotte tondette piene di panne e tutto il resto pienotto, e con il torace desolatamente piatto. In verità era anche la mamma che la vestiva come un salame. Ma gli occhi erano di un bel colore e curiosi.
Quand’era più piccola ci aveva pensato qualche volta. Non la convincevano certe relazioni. Ad esempio: i mussulmani sono tutti terroristi. Non era così sciocca da pensarlo. Ad esempio; la purga fa sempre bene e serva prenderla ogni primavera. Ad esempio: Il buono è sempre bello, il cattivo è brutto. Ad esempio zio Augusto era cattivo, ma mamma diceva che non era niente male. Il giusto è bianco, il peccato è nero, come l’uomo nero. Il giorno è sempre fruttuoso, anche quando piove, perché dissenta i campi e aiuta i raccolti, invece la notte è sempre paura; nasconde gli assassini. I bambini, quando sono neonati, sono tutti belli anche quando non lo sono affatto, e sono solo mocciosi e piagnucolosi. Il diavolo naturalmente, per forza di cose, è condannato ad essere orribile.
Mamma le aveva detto come aveva corna. Il papà aveva sbuffato: so io chi ce l’ha. Zia Elvira le aveva spiegato che aveva gli zoccoli da capra e che puzzava di zolfo. Ma l’aveva sentita dire al suo papà, nella stalla: Tu sì che sei proprio un diavolo. E il suo papà non puzzava di zolfo. Lei rideva sotto i baffi pensando a quella zia Elvira; lei sì che sapeva puzza, anche in bocca. Si alzava presto ed era sempre tra i piedi. Sempre pronta a dire la sua. Veramente sempre piena di parole per brontolare. Mamma diceva che bisognava avere pazienza perché era sola. Anche se non era mai sola perché era sempre con loro. Si era anche chiesta perché le zie si chiamassero quasi sempre Elvira. Alla fine aveva deciso che lei non credeva più all’inferno.
Erano tutte stupidate quelle. Era cresciuta e aveva smesso di pensarci. I bambini non sono sempre buoni. Lei, Erica Nove, lo sapeva bene. L’aveva imparato nella sua pelle. Fin dai primi anni di scuola. Avevano presto cominciato a canzonarla chiamandola Erica Nova, che dalle loro parti, si sa, aveva il significato di nuova. E negli ultimi tempi avevano preso a beffeggiarla con Erica Quasi Nova. Ma non era vero. A lei i ragazzi non interessavano; forse solo un po’. Ma non era mai stata chiamata a fare la principessina, o Biancaneve, alle recite, e nessuno la invitava mai alle feste. Se avessero potuto l’avrebbero esclusa anche dal suo compleanno. Sollevò le spalle, rassegnata. Gli occhi intristiti. Lei aveva da fare in casa, e nell’orto.
Era in giugno. Era seduta sull’erba. L’aveva visto avvicinare. Biondo con gli occhi azzurri. Era bellissimo, da togliere il fiato. Elegante. Sembrava un tipo di città. Un forestiero di passaggio. Forse persino un principe. E odorava di buono. “Ciao”! Lei era rimasta con la bocca spalancata, dove entrava l’aria ma non uscivano parole. E si era fermato proprio lì, davanti a lei. Sotto l’ombra della quercia. Guardandosi intorno e poi chinandosi. Anche la voce era… suadente. Le disse alcune cose che lei nemmeno sentì. Era da un’altra parte. Era come stregata. La sua testa viaggiava tra le nuvole. Era bello come un attore. Come quelli di Teen Wolf. Adorava quella serie. Non se n’era persa una. Come Josh Holloway. Anche di più. Affascinante. Magnetico. Forse lo era un attore.
La pregò della gentilezza di un bicchiere d’acqua. Lei tornò con i piedi per terra e si offrì di portargli una birra, se la gradiva. Voleva solo essere cortese. Lui ammise, ringraziandola anticipatamente, che la birra era certo meglio. Il padre era dietro casa intento a governare le mucche. Lei corse dentro e tornò con una lattina fresca imperlata di goccioline. L’attraente straniero la bevve con avidità. Doveva essere proprio assetato. E il caldo era arrivato presto. Poi non si scordò di ringraziarla una seconda volta. Era anche molto educato. Non avrebbe dovuto parlare con gli sconosciuti. Era stata ammonita fin da bambina. Non era mai riuscita a essere diffidente, non era nella sua natura. E poi era a casa sua, cosa mai le poteva succedere? Non era nemmeno un vero sconosciuto. La dava una strana fiducia. Le sembrava di conoscerlo da sempre. E poi si presentò quasi subito.
Restò sorpresa, e un pochino delusa, quando gli aveva detto di chiamarsi Samaele[1]. Proprio così. Si sarebbe aspettata che anche il suo nome fosse altrettanto bello. Tipo Michele o Gabriele. Anche le persone belle possono avere un nome brutto. Anche se non sarebbe giusto. Quello dell’incantevole giovanotto non era certo un nome carino; ed era un nome buffo. Cosa avevano avuto in mente i suoi? Ma lei poteva chiamarlo Lello. Ed era solo… stupendo. Anche se si chiamava così. Lello era un nome che lo faceva sentire un suo amico, anche di più. Era confidenziale. Provò a farlo cantilenare nella testa. Le piaceva. Intanto lui aveva estratto un soldino dalla tasca e lo aveva messo sull’erba. “Guarda la moneta”. Lei si mise a osservarla con molta attenzione. Lello ci passò la mano, sopra di un palmo, e moneta si capovolse. Dov’è il trucco? Non c’è nessun trucco. Lei non era più una ragazzina, ormai era una signorina, non gli aveva creduto. Non lo disse per non offenderlo, ma era incuriosita da quello strano tipo di ragazzo che conosceva i trucchi. Che le prestava attenzione. Che stava lì a parlare con lei. Anche se era così bello. Splendido.
Lui rimase a guadarla, con degli occhi curiosi e deliziosamente intriganti. Lei continuava a sentirsi in un grande imbarazzo. “Vediamo… tu sei Erica, Enrica Nove?”… Come poteva conoscere il suo nome? Lei non glielo aveva mai detto. Era un vero mistero. La incuriosiva sempre più. Che poi non era abituata che qualcuno avesse tanto tempo per lei; mostrasse tante attenzioni. E poi un ragazzo così… così… cioè un uomo giovane. Un signore. Così… attraente. Se lo sarebbe sognato. Ne era certa. E in più sapeva anche il suo nome. Avrebbe scoperto che sapeva molte cose di lei. Al momento non ci pensò. Pensò solo di godersi di poter stare lì a guardarlo. A sbranarselo con gli occhi. Fosse stata un poco più grande, solo un poco, avrebbe fantasticato. Si sarebbe sognata con lui. Probabilmente si sarebbe immaginata di essere donna. Di prenderlo per mano e farsi accompagnare a scoprire l’amore. La sua fantasia stava scappando troppo. Se le avesse chiesto un bacio cosa avrebbe fatto? Sarebbe riuscita a dirgli di no? Probabilmente lo avrebbe fatto. Temeva che la giudicasse una ragazzina. Inesperta. Magari lui avrebbe insistito. Si era solo distratta. Tornò rapidamente nuovamente sbattuta nella realtà. Nella realtà di quello che lei era. Si era guardata bene allo specchio.
Allora perché era lì? Lui estrasse dalla tasca uno smartphone ultimo modello, bianco. Rapidamente trovò quello che cercava. Quel tipo, era proprio figo, assolutamente, straordinariamente, la affascinava e la continuava a sorprendere. La incuriosiva ma anche le metteva un po’ di apprensione. Come poteva conoscere il suo profilo in facebook? Perché? Non gli aveva mai dato l’amicizia. Non che si ricordasse. Non si poteva scordare un viso così. Certo lui poteva avere un’immagine dell’account dove non era lui. Perché? Troppe domande. Inutili. “Guarda la fotografia”. Odiava quella foto. Odiava tutte le foto. Non che fosse riuscita particolarmente male, solo che… era lei. Non ci poteva fare niente. Non era fotogenica. Ma lui era bellissimo. “Questa sei tu; ora. Ti prego di fare molta attenzione”. Lei nemmeno respirava. Passò la mano sopra il minuscolo schermo del suo telefono intelligente, come aveva fatto con la moneta, senza nemmeno sfiorarlo. L’immagine come d’incanto improvvisamente mutò. Le assomigliava, almeno gli occhi erano i suoi, ma quella era bella. Molto più bella. Era veramente forte. Come poteva fare quei trucchi?
Sicuramente sotto c’era un artificio diabolico. Magari era solo una app. Ormai l’informatica e la telefonia facevano cose incredibili. Cose che nemmeno il Padreterno si sarebbe potuto aspettare. “Vorresti essere così”? Peccato che lei… cioè… fosse così bella solo intrappolata dentro quell’inutile aggeggio. Con uno scattò di stupido orgoglio mentì e disse che si piaceva com’era. Certo che quella lei, che non poteva essere lei, era un’altra e proprio… più che bella. I capelli lunghi e lisci, non più crespi in quel disordine assurdo. Le labbra appena sottolineate da un velo di rossetto. Gli occhi resi interessanti, e ancora più grandi, da un sospetto di trucco. Magra ma con il seno che era un seno, e anche un bel seno. Impertinente. Persino un po’ troppo. Ed era vestita come una principessa. “Sei sicura”? lui sogghignava sotto i baffi. “Sicura”! ancora un briciolo di quello ottuso e inutile senso di dignità. Ma la sua voce non mostrava la stessa sicurezza. E poi chi non ha mai desiderato, almeno una volta, di essere diversa? In un altro posto? La sua insistenza non era stata gentile. Era crudele.
Se ne pentì nuovamente quasi subito, ma era già tardi. Certo che tutti i ragazzi l’avrebbero guardata con ben altri occhi. Diversi. Si sarebbero girati. Forse l’avrebbero invitata a tutte le feste. E anche solo per fare due passi. Anche quelli più grandi. Magari avrebbero anche provato a baciarla. Puah! Che schifo. Magari anche a toccarla. Stupidi. Villani. Zoticoni. Anche se lei sapeva come fare. Era giovane ma non era più una bambina. Aveva fatto le prove con la cuginetta Maddalena, anche con la lingua. Con lei, con Maddalena, si confidava. Aveva un anno più di lei, ma era più carina. E la invitavano ai festini. Diceva che l’aveva già fatto, e non una volta sola. Che poi… Loro due avevano provato nel fienile, naturalmente di nascosto. Non le era piaciuto. Ma forse con uno come lui sarebbe stato diverso. Ma uno come lui non pensava a quelle cose con una come lei. Non le pensava e basta.
Le spiegò che per un po’ si sarebbe fermato in paese. Lei non riuscì a farsi dire quanto. Forse lo avrebbe incontrato di nuovo. Forse. Intanto avrebbe voluto tenerselo stretto. Come il suo bambi di peluche. E si godeva il momento. Sognava che durasse. Per sempre. Sperava non terminasse. Sapeva che sarebbe rimasta delusa quando si fosse allontanato. Era consapevole che doveva succedere. Prima o poi. Meglio poi. Doveva essere stanco di stare in quella posizione; accucciato. Le chiese se poteva entrare. Anche un solo attimo. Per riposare le gambe. Per sederti al fresco. A malincuore dovette dirgli di no. Per papà? No! non possiamo disturbare il nonno. Sta male? Molto male, poveretto. Il suo Lello sembrò fin da subito dispiaciuto. S’interessò della salute del vecchio: “Nonno Giovanni, vero”? Come poteva conoscere anche il nome del nonno? Certo tanti nonni si chiamavano Giovanni. Sapeva troppe cose. Forse era amico di papà. Forse della mamma? Le sembrava impossibile. Gli amici del padre li conosceva tutti. Erano tutti tipi da osteria. Nemmeno poi tanto amici. La mamma non era il tipo. Cioè lui non era tipo da fare complimenti a una come sua madre. Una spiegazione ci doveva pure essere.
Alla fine si fece convincere. Lui sembrava avere una risposta per ogni domanda. Una soluzione per tutto. Il nonno dormiva e si lagnava molto nel sonno, disperatamente. Era attaccato alla vita solo da orribili sondini. Faceva pena, il poveretto. “È molto che sta così”? Soffriva maledettamente. Era un vero calvario, per lui e per tutta la famiglia. “Moltissimo, il dottore dice che non c’è più niente da fare”. Ogni giorno poteva essere fatale; l’ultimo. Ma i giorni passavano tra sofferenze atroci. Lui chiedeva spesso pietà. Aiuto. Non era vita quella. Implorava di essere liberato da quegli orribili patimenti. Ma nessuno aveva il cuore di farlo. E poi non era giusto. Mamma ripeteva che sarebbe finito all’infermo. Che, se Dio ci mette alla prova, noi dobbiamo rispettare il volere del Signore. Lui, il suo nuovo affascinante amico, le spiegò che erano solo stupide superstizioni. Che il dolore non è mai giusto. Che lei poteva porvi rimedio. Bastava che chiudesse quella valvola. Che staccasse quella cannula. Il nonno avrebbe riposato la pace dei giusti. Finalmente. E le prese la mano e guidò quella mano.
Lei cercò di resistere blandamente ma poi cedette. Sette minuti dopo il nonno non c’era più. Il suo volto aveva ritrovato tranquillità. Serenità. Il padre di suo padre era morto. Lello rimise le cose come stavano quando erano entrati in quella stanza, nella camera. Poi le ricordò che doveva avvertire il genitore. Solo allora Enrica trovò l’ardire di chiedergli cosa lo aveva portato là e cosa voleva da lei. Lo aveva fatto con il timore di sbagliare; naturalmente. Lui le spiegò da dove veniva, cioè che era il figlio prediletto di Lucifero. L’angelo tanto bello da avere la superbia di paragonarsi a Dio, e per questo scacciato all’inferno e trasformato in diavolo. Che non voleva da lei più nulla perché aveva già ottenuto la sua anima. Senza doverle promettere nulla in cambio. Ma lui era generoso. “Nella realtà sei stata tu ad ucciderlo, anche se per pietà, anche se te l’ha chiesto”.
Lei lo guardò sorpresa. Questo certo non s lo sarebbe aspettata. Nessuno. In una rapida carrellata le tornarono alla mente tutte quelle riflessioni che aveva fatto fin da bambina, sul diavolo e sull’inferno. Sulle stupidità popolari. Lo vedeva ancora bello, ma con occhi diversi. Era stata messa nel sacco. Dal bel tomo. Non aveva venduto la sua anima. L’aveva proprio regalata. Poi il suo sguardo lentamente si trasformò in un’espressione di furbizia. Forse a scuola non andava proprio bene, ma non era nemmeno stupida. “Tecnicamente non sono colpevole perché in un certo senso era già morto”. L’incantevole visitatore si mostrò contrariato e la salutò dalla porta. “Ci rivedremo”. Lei si guardò allo specchio, non era più lei. Era proprio come quella che gli aveva fatto vedere nel cellulare. Era quella. Bella come una principessa. Come un’attrice. Altrettanto elegante. “Non credo”. La cosa più gravosa era dire a papà del nonno. Nessuno avrebbe saputo mai che lei ci aveva messo mano. Che l’aveva aiutato. Per tutti, semplicemente, era arrivata la sua ora.
I diavoli, quando sono in giro, non sono come nei racconti. Non hanno corna né zoccoli. Non sono tutti uguali. Non si assomigliano affatto. Tante volte nemmeno vanno d’accordo tra loro. Puoi trovarli ovunque. Non si riescono a riconoscere. Sono tra noi e non li possiamo vedere. Magari è proprio quello zio che ti offre la pastarella. L’inquilino dalla porta accanto. Il contadino che non perde mai il raccolto. Quello che sta sistemando il tetto della sua abitazione. Chi è tanto carino e si offre di accompagnarti per un tratto di strana. Insomma sono persone come le altre. Una cosa è sicura: solo alle donne è stato concesso di essere diavoli e angeli allo stesso tempo.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Lista_di_demon%C3%AE
http://www.latelanera.com/divinita-demoni-personaggi/dio-demone-personaggio.asp?id=279
http://www.mariavaltorta.it/Ribellione%20di%20Lucifero.html

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Spesso si era domandato quali fervide menti folli e beffarde avessero partorito la toponomastica[1] della città e il suo nome stesso: Leviatano Brianza. Da bambino si era limitato a chiedersi semplicemente da dove venisse. Un giorno, poco prima delle superiori, aveva prevalso la curiosità. In wikipedia aveva trovato la risposta. Ora sapeva almeno l’origine del termine e lo trovava alquanto stravagante. Continuava a ignorare perché l’avessero adottato proprio per il loro piccolo paese. Ma tant’è. Lì era nato e lì era vissuto. Se quelli degli altri posti ridevano lui lo aveva accettato. Ci aveva fatto l’abitudine. Solo a volte continuava a trovare tutto un po’ macabro. E la notte buia lo metteva un poco in agitazione. Anche se si dava dello stupido.
In quei giorni il comune aveva provveduto a distribuire i nuovi raccoglitori in tutte le strade e nei condomini. A guardarli erano proprio orribili. Un colore diverso per ogni differenziata, ma tutti i colori sembravano sporchi già da nuovi. L’ordine e la pulizia erano principio tassativo per gli amministratori e per tutti. Era l’immagine del vivere corretto ed equanime della comunità. Così ognuno avrebbe pagato solo ed esclusivamente per le sporcizie prodotte da lui e dalla famiglia e/o conviventi. Era una questione di pulizia e di giustizia. Certi scempi ambientali non si dovevano più vedere né tollerare.
Vlad, non come Vladimiro, ma solo Vlad Barbaro, era un quarantenne separato. Quella sera era la sua sera, si era recato a trovare i figli e stava ritornando. Diversamente sarebbe stata una serata come tante. Ma era un sabato, un sabato dispari. Pensava di fermarsi Alla Casa della strega per un ultimo goccio. Per scordare quel po’ di malinconia che provava ogni volta che li incontrava. Dopo il divorzio niente era stato come prima. Aveva già fatto via del Sabba, girato per via Tiamtu fermandosi al semaforo minacciosamente rosso, attraversato piazza di Tantalo o dell’eterno riposo e imboccato il vicoletto del Golgota, quando si era ricordato di avere le immondizie ancora nel sedile posteriore. Se ne era proprio dimenticato. Allora aveva fermato la macchina allo stop, davanti ad un condominio piuttosto grande. Un lampione spettrale illuminava solo un portone e le serrande di due garage. In fila, a destra, erano allineati quei maledetti cassonetti; quasi invisibili dal suo posto di guida. Parcheggiò con perizia e attenzione poco più avanti. Forse era una pessima idea. Ci pensò ancora qualche attimo e poi scese impugnando la busta come una refurtiva.
Era una maledetta notte senza luna. Nemmeno lui avrebbe saputo dire cosa veramente l’avesse spinto verso quella decisione. Tutto era solo ombre e contorni. Le cose non avevano colore. Fortuna che avevano messo le scritte, e che i cassonetti erano sempre nello stesso ordine. Il primo a sinistra per la differenziata. Era un tipo rispettoso. Coscienzioso. Sua moglie, ormai ex moglie, diceva sempre che lo era anche troppo. Fino a essere pedante. Non superava mai i limiti di velocità. Parcheggiava solo nei posti assegnati. Mai nemmeno una multa. Era un tipo che non avrebbe mai fatto niente di simile. Era nato lì e lì era sempre vissuto. Ma quella sera avrebbe preso la decisione più sbagliata da quando era nato. Sapeva che se ne sarebbe pentito. Che si sarebbe sentito colpevole per sempre. Quella vocetta dentro gli diceva Fallo. Non puoi tornare a casa con le spazzature. Sicuro che te ne dimentichi ancora e te ne rammenti quando sei in ufficio. E poi ti resta la puzza il macchina.
Era stanco e un poco alticcio. Piuttosto che riportarle era disposto ad autodenunciarsi e auto-multarsi. Già lì aveva commesso la sua prima infrazione. La prima di tutta la sua esistenza. Non avrebbe mai dovuto mettersi alla guida in quello stato. Il campanile della chiesa in piazza batteva lugubre la mezzanotte; anche se erano solo le undici e cinquanta. Questo l’avrebbe ricordato per il resto della sua esistenza. Alla fine si era deciso. Si era guardato intorno, con fare furtivo, colpevole, non c’era anima viva. Nessuno l’avrebbe visto. Si disse Che sarà mai? per combattere e vincere la sua lotta contro il suo senso di scrupolo per la disciplina. Così si era diretto cauto. Sempre attento e in apprensione. Con le orecchie ben ritte e gli occhi che frugavano ogni angolo di quelle tenebre. Pronto, nell’eventualità, a cercare una scusa o darsela a gambe all’ultimo.
Sghignazzava una civetta. Passò la tessera magnetica davanti al lettore e gli sembrò di sentire emettere uno strano suono. Non poteva che sbagliarsi, doveva aver bevuto un bicchierino di troppo. Forse l’ultimo amaro. Infilò il sacchetto e il cassonetto, con sua sorpresa, lo risputò con una sorta di Puah! schifato. Stavolta non poteva essersi sbagliato. Il rumore veniva proprio dal contenitore. Lo fissò contradetto. Forse era uno dei tanti miracoli della tecnologia. Un semplice assurdo e innocuo cicalino. Cosa stava succedendo? Quella curiosità sarebbe stata l’ultimo sbaglio che avrebbe commesso, il fino a allora ligio, Vlad Barbaro. Provò nuovamente a inserire il sacchetto spingendo con energia e avvicinò la testa per guardare dentro quella sorta di bocca. Per svelare quel mistero. Sentì come un rantolo e il pertugiò lo risucchiò e se lo mangiò. Con un rumore sinistro come di una macina. Alla fine sputacchiò fuori sull’asfalto i suoi vestiti masticati e frammenti di denti e altri materiali bianchi indigeribili. E tornò il silenzio.
Le prime luci del mattino cercavano di illuminare le cose cospargendo il paese di ombre lunghe. Lucrezia SantIddio, che tornava dal turno di notte, vedendo tutto quel pandemonio di disordine, paziente raccattò quei frammenti che parevano d’ossa, si fece riconoscere e li mise nella differenziata. Quei quattro stacci, che sembravano azzannati da uno storno enorme di tarme, li infilò nel contenitore più grande: quello della Caritas. Si guardò intorno e se ne andò soddisfatta, non senza essersi chiesta chi era quel morto di fame che aveva potuto generare un simile disastro. Era decisa a denunciare la cosa al comando dei vigili urbani e alla direzione della stessa società per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Non era disposta a pagare un aumento di tributo per altri.
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Inferno

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Ore dodici e trenta in punto, spaccate. Salone enorme. Tavolo chilometrico. Ci doveva volere una fatica ciclopica per tenere pulita tutta quella stamberga. E un oceano di olio di gomito per tutti quegli argenti. Per non parlare degli altissimi vetri alle finestre. Naturalmente il Signor Conte era seduto a capo tavola. La Signora Contessa alla sua sinistra, poco distante. Il Signorino Rampollo all’altro capo della tavolata imbandita. Le luci non erano accese, per risparmiare. Il sole entrava timidamente di striscio. Anemico. Tutto questo quando era entrata la cameriera con la zuppiera fumante in mano. Cappelletti in brodo. Aveva la crestina in tulle immacolata inamidata in testa, naturalmente la donna a servizio, un bianco grembiulino in simil raso sopra l’abito in poliestere, obbligatoriamente nero, non troppo corto, e sotto ancora una sottogonna in tulle. In tutti gli indumenti si poteva però notare il prolungato uso. E anche gli abbondanti merletti cominciavano a sfilacciarsi.
Il Signor Conte, impaziente come sempre, col tovagliolo già infilato nel colletto, la rimproverò che era stanco di ripeterle che si doveva servire mettendosi dall’altra parte. Lei girò attorno al seggiolone e ubbidiente si mise a sinistra e lui le poggiò la destra dietro incurante di essere visto. Il piatto era leggermente sbrecciato ma quasi non si poteva notare. Lei versò nella porcellana, con molta perizia, il primo mestolo di minestra. Fai attenzione a non versare. La mano si era data un gran da fare per scostare tutte quelle stoffe. Certamente Signor Conte. Nel loro vocabolario le maiuscole erano d’obbligo. Versò con la massima cura anche una seconda razione del tutto simile alla prima. Il Signor Conte ci teneva alla precisione. Soddisfatto alzò la mano nel gesto che segnalava che bastava così. Le ricordò di aggiungere un bel po’ abbondante di parmigiano e la accomiatò, ridendo soddisfatto a quattro ganasce, con una gran patta sul sedere.
Lei passò a servire la sua Signora Padrona girando al largo dal Padrone. La Signora contessa era palesemente indispettita dal comportamento dell’Illustre Coniuge. Non riusciva a trattenere la sua giusta collera. Possibile che nemmeno a tavola tu ti sappia comportare come si deve? E davanti agli occhi innocenti di nostro figlio. Su tale innocenza ci sarebbero stati fiumi di parole da spendere, ma il Giovine Signorino trentenne se ne stava zitto a godersi il bisticcio aspettando la sua razione. Volevo solo controllare… i miei possedimenti. Non ti preoccupare, è ancora sodo anche il tuo. Non come quello di Cesarina, però… Era molto frequente che il loro desinare fosse ravvivato da discussioni simili. La cameriera ormai nemmeno li stava ad ascoltare. Badava a fare al meglio il suo lavoro. Sei sempre stato solo un gran bifolco. Dove avevo la testa? Il Signor Conte non si era premurato di non esporre le sue convinzioni. Dove sei solita tenerla, cara, nelle culottes. Quel giorno poteva sembrare un giorno come tutti gli altri, ma la Signora ne aveva a sufficienza; le tasche erano piene. In aggiunta, quel Signor Conte, fu colpito da un improvviso colpo di tosse e spruzzò tutto intorno di brodo e frammenti di cappelletti, colpendo anche l’Aristocratica Moglie. Ti prego, Cesarina, toglimi questo schifo di torno. Fai qualcosa. Il Signor Conte non fece a tempo di pulirsi labbra, barba e baffi, nella tovaglia, che la zelante domestica era accorsa sollecita in soccorso della Donna. Subito Signora Contessa. Si era prodigata nel liberarla dai risultati di quel disastro poi tornò dietro al Signore e dalla tavola prese il coltello affilatissimo per la carne e glielo conficcò decisa nel cervello. La lama entrò da una tempia ed ne uscì dall’altra perfettamente orizzontale e simmetrica. Il Signor Conte crollò sulla tovaglia rovesciando il piatto fondo. La Signora Contessa osservò come quell’uomo era morto com’era sempre vissuto: da pasticcione buzzurro.
La padrona sembrava soddisfatta. Osservò come il Marito avesse sporcato, inopportunamente e senza attenzione alcuna, la tovaglia quasi nuova di sangue. La serva le rabboccò rapidamente il piatto. La Signora le chiese energicamente di sostituirlo subito gettando lontano quello che aveva davanti. Lei eseguì immediatamente l’ordine. Alla Signora Contessa era sufficiente un mezzo mestolo. Cesarina non la lasciò nemmeno parlare e la prevenne, come faceva spesso, le aggiunse subito un’enorme pioggia di formaggio. Passò a servire il suo Signorino, e anche lui allungò le mani, la paziente cameriera ormai non ci faceva nemmeno più caso. Poi s’impegnò a raccogliere i cocci e infine si mise ritta ad aspettare che i due Signori, Madre e Figlio, finissero di rimestare nel brodo. Poi passò ad affettare il brasato per servire prima la Signora Madre e poi passare al Signorino Figlio.
La Signora Contessa masticava rumorosamente brontolando che questa volta il macellaio l’aveva imbrogliata, non aveva fatto loro un buon servizio, perché quella carne era coriacea, dura e piena di grasso. Il Figlio la guardava stupefatto e stancamente disgustato. E non sopportava che lei si togliesse il cibo dai denti con le unghie. E non sopportava tutto quel rossetto con il quale imbrattava a ogni boccone il tovagliolo. E il modo in cui lo chiamava caro il mio bambino. O il mio tesorino. Anche la signora contessa la congedò con una sonora pacca al culo. Questo sì che sorprese l’attenta ed esperta donna della servitù che credeva di averle già viste tutte. Non se l’era proprio aspettata e non aveva nemmeno potuto attutire il colpo. Ora sono io la padrona. In fine alla Nobile Signora sfuggì un’enorme rutto che l’autrice non riuscì a attenuare nemmeno di poco nonostante il tentativo tardo di soffocarlo nel tovagliolo. Lui, il Rampollo, guardò implorante la donna premurosa che si occupava di servirli. Cesarina, puoi farla smettere? Ancora una volta lei si prodigò per rendersi immediatamente utile. Stavolta prese il coltello affilatissimo per il pesce e lo conficcò determinata nel collo della Contessa. Anche in questo caso fuori per fuori. La Signora Contessa restò ritta sulla sedia appoggiata allo schienale come imbalsamata. La bocca spalancata per la sorpresa. Gli occhi increduli e fissi che lentamente perdevano luce. Il Figlio ingurgitò l’aria fin quasi a soffocarsi ed espresse un sospiro soddisfatto. “Finalmente quei due mentecatti rimbambiti si son tolti dai coglioni”.
Non si aspettava certo un grazie e nemmeno lo avrebbe gradito, comunque non le giunse. Interpretando i bisogni del giovin rampollo, che ormai conosceva alla perfezione, lo prevenne, come faceva spesso, chiedendogli se doveva preparargli il letto. Lei era una cameriera esperta, ormai serviva da anni quella famiglia, non avrebbe nemmeno avuto bisogno di chiederlo. E nemmeno sarebbe stato compito suo. Naturalmente lui le confermò che quello sarebbe stato proprio il suo desiderio e che lo desiderava come piaceva a lui, Già caldo. Le annunciò che sarebbe arrivato subito, il tempo di fumarsi un buon sigaro, di quelli che il Padre, ma lui non usò nessuna maiuscola, aveva tenuto per tanto tempo sotto chiave. Gli chiese come, anche in questo caso conosceva già la risposta, altresì sapeva che a lui piaceva comandarglielo. Nuda che devo fare presto. Ora ho io la responsabilità di tutto. Dì a Geremia che poi pulisca lui tutta questa baraonda che hai combinato. E devo avvertire la servitù. Cesarina corse nella stanza, che non era riscaldata, si spogliò rapidamente e s’infilò sotto le coperte. Tenne solo la crestina in tulle in testa, anche se dopo avrebbe dovuto inamidarla nuovamente, pazienza, e il grembiulino in simil raso perché sapeva i gusti del Padroncino.
Come promesso lui non tardò molto. Non la fece aspettare troppo. Scostò le coperte per restare a guardarla ancora un po’. Va bene così Signorino? gli chiese con garbo soddisfatta di sé e leggendo la soddisfazione negli occhi del Padroncino. Ma lui, per un attimo, parve adirarsi Non sono più il Padroncino. Ora sono io il Conte. Ora sono io il Padrone. Lei sorrise educatamente e lo afferrò proprio per quello scettro misero di cui lui andava scioccamente fiero. Non era un gran che di Conte. Aveva preso tutto dal padre. Mi scusi se mi permetto. Certo il padrone è Lei, ma finché la tengo in pugno, così, chi comanda, come sempre, è la paziente esperta e valente Cesarina. Poi batte sul suo fianco Ora si accomodi pure e veda di fare il bravo. Il Giovine Nobile non si provò a ribattere. Per la prima volta era solo preoccupato del suo giudizio. Un Conte è sempre un Conte e ora stava a lui, e soltanto a lui, tenere alto il nome del Casato. Scivolò nel letto e soffocò in beatitudine sotto le tette generose della sua Cesarina. La morale della storia è sempre la stessa: il padrone che cerca di fottere la giovane servetta deve averne gli argomenti necessari e corre sempre il rischio di restare fottuto. Parola di Cesarina.

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La guardia mi dice Nabucco hai una visita. Nessuno mi viene a trovare. Mi dice un pazzo. Uno che vuole scrivere la tua storia. Ma cosa c’è da raccontare in una storia come la mia? Curioso decido di vederlo. E’ una specie di giornalista dell’etere. Senza carta su cui scrivere e da stampare. Con una tastiera al posto del foglio bianco e la penna. Un blogger. Un intruso.
Gli ripeto, anche se lo sa, che sono Nabucco, ma che tutti mi chiamano da sempre Tex Mille. Mille perché allora c’erano le lire e quella era stata la mia prima refurtiva. Aggiungo prima di poterci pensare che il primo che mi ha affibbiato quel nomignolo l’ho riempito di botte. L’ho lasciato più morto che vivo. Poi mi sono accorto che non mi dispiaceva e me lo sono tenuto quel soprannome. Da allora tutti mi chiamano così, Tex Mille, ma solo quelli che hanno il mio rispetto e il mio permesso.
Vuole sapere tutto, ma non gli racconto la prima, con pudore, nemmeno la seconda. Non erano nemmeno ragazzate. Cose tra piccoli delinquenti ancora a scuola. Alle elementari. Non ho fatto altro. Nessuno mi ha mai potuto mettere i piedi in testa. Comincio da quella della televisione. Mai raccontata. Questa è la prima volta.
Ero entrato in quel negozio e sono uscito con l’apparecchio in spalla, disinvolto. Quello invece, il padrone, mi corre dietro. Mi chiede dove vado. Gli spiego semplicemente la verità: che sto andando a casa. Mi chiede ancora: “E quella”? Mi guardo sulla spalla e candidamente: “E’ una televisione. Non la vedi”? L’idiota: “Non pensavi di pagarla”? “Perché, si paga”? “Certo che si paga.” –mi precisa l’imbecille. Mamma avrebbe amato avere la televisione. Sono passati tanti anni. Mi giustifico che non me ne ero nemmeno accorto, che forse era stato qualcun altro a mettermela in spalla; magari lui l’aveva già pagata, o così ho pensato. Quello invece per tutto rimando ha chiamato i caramba e l’esercito. Per una stupidata come quella. Un vero citrullo.
Candido, così si chiama, lo sa che all’inizio sono stati solo semplici e innocenti furtarelli. Tranne quando sono entrato in quella casa dalla finestra e me ne sono andato con quel quadro. C’erano solo cose da signori ma niente di veramente utile. Per questo ho preso il quadro e ho svicolato via con quello sotto braccio, ma mica lo potevo sapere che era di un certo De Pisis. Sul campanello c’era scritto: Famiglia Graziani. Aveva, la tela, una firma che nemmeno si leggeva. L’arte è per chi ha anche il superfluo. Come potevo immaginare che un dipinto tanto brutto valesse così tanti denari. A dirtela tutta mi sono stancato, l’ho guardato e buttato in un canale. Ancora non sapevo. Mi sono dato dell’idiota solo dopo, quando ho letto cosa avevo fatto e quanto avevo gettato. Da quel momento ho fatto sempre vedere le refurtive a chi ne sapeva più di me.
Non avrei voglia di parlare tanto, mi sarei già stancato. Candido mi chiede di quando sono passato alle rapine. Beh! rapine è un termine grosso. Impegnativo. Almeno per quei primi tempi. Non sono un ladro di polli. Questo è certo. Chi ha provato a dirlo ha dovuto pentirsene, amaramente. Era solo all’inizio della mia attività e non avevo ancora finito con i furti. Mi ero perso soprappensiero proprio in centro. Strada da signori. Lo vedo dietro una larga vetrina pulita a tavola in un ristorante rinomato. Quello stava mangiando un gran piatto di gnocchi. Gliene ho chiesto una forchettata. Mi ha negato anche quel piccolo boccone, l’ingordo. Me ne sono andato col piatto minacciandolo con un martello che avevo trovato in un cantiere.
Ma la prima vera è stata a un portavalori, anche se mica ero da solo. Allora avevo trovato di riffa e di raffa la mia prima rivoltella. L’ho messa sotto il naso a quei cacasotto e loro hanno subito abbassato le brache. Mi avrebbero consegnato anche la moglie, già senza niente addosso, in un vassoio d’argento. Abbiamo caricato tutto sulla macchina e ce la siamo filata. Quattro sacchi belli gonfi. E’ stato proprio un bel colpo, veloce e pulito, ottimo bottino. Che ha fruttato un bel gruzzolo. Tanto le assicurazioni, come le banche, ne hanno tanti e quando finiscono se li stampano. Si è diviso tutto in parti uguali. Dopo avrei potuto fare il signore, ma io a fare il signore non sono bravo. Io devo lavorare. Non riesco a starmene con le mani in mano. E’ stato quello il mio difetto. Però da quel momento tutti, persino i giornali, hanno cominciato a portarmi veramente rispetto.
Mi chiede: “Perché sei qui”?
Una marachella, una storia da niente. Ho sbagliato lo so. Candido osserva che per quella che pende sulle mie spalle e sta agli atti insomma… si tratta di una bella accusa di omicidio. Che non uscirò tanto presto. Ha fatto i compiti a casa, lo scribacchino. Decido di dirgli papale papale come sono andati sinceramente veramente i fatti. Una semplice lite, banale, finita malamente. Non volevo fargli del nemmeno un graffio, un piccolo sgarro. Una pura baruffa solo che l’altro c’è scappato morto. Insomma… per farla breve… aveva una bella macchina, proprio bella, veloce; me ne sono innamorato a prima vista. Volevo solo farci una gita e una piccola rapina tra amici. Una cosa semplice che avevo in testa da tempo e che ero sicuro sarebbe filata liscia. Una gioielleria. Un gioiellino. Bisognerebbe tener presente che mi ero appena fidanzato con Aida, che avevo tolto dalla strada e ormai lo faceva solo per me. Forse questo non conta e può non essere un gran merito, ma si dovrebbe comunque prendere in considerazione. Lui, quello che chiamano povera vittima, stava salendo su quello splendido mostro di automobile. Forse la vera vittima è stato il sottoscritto. L’ho bloccato e quasi gentilmente gli ho chiesto le chiavi. Mi ha risposto maleducatamente e mi ha insultato, tipo sei pazzo? e vattene barbone. Cose così. Ho cercato di farlo ragionare, lo giuro. Lui niente. Mi ha spinto. Stava per alzare le mani. M’è scappato un colpo, involontariamente. Prima che ci pensassi. Giuro che non volevo. Sarebbe preterintenzionale. E’ stata tutta colpa dei miei precedenti e dei miei avvocati. Incompetenti.
Questa intervista sta volgendo al termine. Ammetto che… Certo che nella mia professione ci si fanno dei nemici. Però… per essere precisi non ho voluto mai averci nulla a che fare con quella, con la droga. Non è cosa da veri mariuoli. Non ci vado davanti alle scuole. Non ho mai fatto del male a ragazzini. Ho pagato quello e il fatto che non riesco proprio a piegare la testa. Se volevano la piazza, liberarsi di noi scambisti, dovevano prendersela. Questa è la mia idea. Non si dovrebbe mai dare niente per niente. Così… Certo non c’è l’hanno chiesta con gentilezza. Mica potevo farmi vedere che cedevo senza provare a combattere. Ho perso alcuni amici. Me ne resi conto subito che tutto si stava sfasciando. Alla fine ammetto per stanchezza: “Vuoi la verità: mi son fatto beccare. Qui sto bene. Sono al sicuro. Se dovessi uscire quelli mi ammazzano. Subito. Appena metto il naso fuori dalla gabbia. Non siamo noi i cattivi. Non lo siamo mai stati. Loro sì che sono veramente cattivi”.

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Enrico Mazzucato 10469303_801639323220062_8390893481013635969_oAlla fine, quando si tirano le somme, e si potrebbe guardare con il senno di poi, tutto è risultato chiaro e lineare, quasi banale, ma mentre procedeva l’indagine, tra momenti d’impasse e sconforti vari, tutto pareva ingarbugliato e la soluzione sempre più lontana. La scena del crimine era molto compromessa con reperti e impronte di tutti i generi. In casi come questo si pensa sempre per primo al povero marito. Ci si azzecca quasi sempre. Si era subito ipotizzato che si trattasse del classico delitto di gelosia, ma il coniuge sembrava veramente onestamente sconvolto e sbigottito. Comunque si era continuato, per gran parte del tempo iniziale delle investigazioni, a sospettare di lui, di quel povero marito della povera vittima, una donna, ma non sembrava possibile in quanto, al momento dei fatti, l’uomo stava parlando a un convegno davanti ad una cinquantina di ascoltatori distratti. Se fosse stato lui sarebbe stato quantomeno diabolico. Inoltre pareva che la coppia filasse in armonia, perfettamente d’amore e d’accordo.
Poi, per un po’, abbiamo seguito la pista della rapina. Ma non mancava nulla dalla scena del crimine tranne delle barrette di cioccolato fondente e una confezione di brioches. Il delinquente aveva lasciato gli involucri delle cioccolatine che aveva consumato sul posto. C’erano tracce di dna che non combaciavano con nessuno dei sospettati congetturati fino ad allora. Abbiamo analizzato anche i quattro mozziconi di sigaretta rinvenuti nel posacenere, due con evidenti tracce di rossetto, ma si sono dimostrati appartenere alla vittima –quelli con il rossetto– e all’uomo che era con lei in quel momento topico e delicato –gli altri due. Sul motivo perché quei due giacessero a letto alle quattro del pomeriggio di una bella giornata soleggiata sono state formulate abbondanti e attendibili ipotesi, ma, a me personalmente, viste le calze bianche e la ciocca in testa della signora, osservati il tipo di canotta e il fatto che si fosse sfilata gli orecchini, o non li avesse proprio messi, questo indicherebbe una precisa premeditazione ai fatti, visto il disordine in cui è stato trovato il letto, la ragione è sembrata fin da subito più che palesemente evidente.
Il cognato della vittima, un vero signore, è tuttora il nostro migliore e unico testimone, solo che a tutt’oggi resta traumatizzato e sostiene di non ricordare nulla dell’accaduto. Su alcuni particolare si è chiuso in un assoluto riserbo. Quando siamo arrivati, chiamati da una vicina protestante disturbata dai rumori mentre guardava la settantatreesima puntata del suo serial preferito, il poveretto era ancora sotto il letto e ancora senza nemmeno le mutande. Lo abbiamo dovuto pregare di uscire e di ricoprirsi. Fatta irruzione nell’appartamento dalla porta rimasta aperta davanti ai nostri occhi s’è presentata una vera alcova con tanto di telefono bianco, con la cornetta che pendeva attaccata al filo senza toccare terra. Quello che non siamo ancora riusciti a comprendere è la presenza di quelle due maschere di Topolino e Minnie appoggiate sopra le lenzuola stropicciate. In quanto pare proprio, e fuori di ogni ragionevole dubbio, che i due si conoscessero bene, anche per quei vincoli di parentela. Non abbiamo perso la speranza che l’uomo, col tempo e molta pazienza, ritrovi la memoria e sia in grado di darci le informazioni necessarie onde farci capire la ragione della presenza di quelle due maschere seppure carnevale sia passato da un bel pezzo.
Nel telefonino del signore, in seguito, abbiamo ritracciato uno scatto della vittima che è quello che si può vedere e che è stato allegato agli atti come referto probatorio numero nove b. Si può notare che la signora ha un’espressione sorridente che si potrebbe definire anche serena e in un certo senso candida con un bel sorriso e un indumento –un top– che non la copriva molto. Si sarebbe potuta classificare certamente come una bella donna molto avvenente. Quando abbiamo rinvenuto la vittima la minuscola canotta di lustrini, molto, anzi esageratamente scollata, la indossava ancora ed era sporca del suo stesso sangue, rosso su rosso. Mentre le mutandine e una corta gonna erano piegati meticolosamente su di una poltrona, difficile se non improbabile supporre che una signora come lei fosse arrivata vestita solo di quei vestiti perché i capi di abbigliamento erano atti a non passare del tutto inosservati. Probabilmente apparteneva alla stessa anche una giacca grigio perla rinvenuta nell’attaccapanni dell’entrata. Come ho avuto occasione di affermare nell’esposizione dei fatti brancolavamo nel buio, nessun ricettatore da noi contattato con solerte sollecitudine si era visto offrire un paio di due orecchini a stella con incastonate piccole perle.
Per fortuna tutto è cambiato in base ad ulteriori successivi approfondimenti sui reperti ritrovati da parte della scientifica e quel tutto è stato reso ancora più semplice quando abbiamo reperito la registrazione di quella telefonata. E io cretino che mi ero anche chiesto come lo spieghiamo al marito che abbiamo trovato la moglie a letto nel letto di un altro, del fratello, per giunta. Con le voci che si sovrappongono il primo a parlare è proprio il marito che stupidamente non aveva nemmeno avuto l’accortezza di cancellarla dal cellulare che l’arguzia e l’intuito dell’appuntato Santinbeni, di propria encomiabile iniziativa, aveva provveduto a far mettere sotto controllo: “Sì può sapere cosa hai combinato, cretino”?
Quello che mi hai detto”.
Ti ho dato l’indirizzo”?
”!
Hai seguito il piano”?
Sì! Il secondo, prima porta a destra. Tutto okkei”.
Ti ho spiegato bene che si trattava solo di prendere quel contratto con la firma di mio fratello e che non si doveva fare male nessuno”?
”!
Per via della sua partecipazione alla società. Ai proventi”?
”!
Che mia cognata non aveva nessuna interessenza nella società”?
Credo di sì”!
Ti ho dato le foto”?
”!
Le hai studiate bene”?
Sì! cioè credo di sì”.
Ti ho detto di far sembrare che fosse una rapina”?
”!
Dovevi dargli una botta in testa”.
”!
Hai preso su qualcosa prima di andartene”?
Qualcosina. Ero di fretta”.
Qualcosina cosa”?
A parte… non importa. Non li ho proprio presi. Insomma… un paio di orecchini che erano sul comodino e mi sembravano belli ma non di grande valore. E come mi hai detto li ho buttati subito. Sono stato bravo? Insomma… buttati… Me ne sono liberato”.
E allora”?
Che ne so”?
Ti ho detto di appostarti e aspettare che la moglie uscisse e lui restasse solo”?
”!
Ma hai fatto come ti ho detto”?
Perfettamente. Sono stato delle ore sotto fingendo di essere un mendicante suonatore di kazoo. E l’ho vista uscire con i miei occhi”.
Ti sei almeno coperto il volto per non farti riconoscere”?
Certo”!
Sei sicuro”?
Credo di sì”.
Cosa vuol dire credo”?
Avevo quel cazzo di kazoo nell’altra mano. Non sapevo dove infilarlo. Ed ero ancora vestito per la posta, ma avevo un gran bel paio di baffi finti”.
E allora com’è potuto succedere”?
Che ne so? Sarà rientrata. Mi sarò distratto, ma ti giuro solo un attimo, forse… probabilmente… quando sono andato a farmi un cicchetto”.
Cazzo, racconta”.
C’è poco da raccontare. Entro con la chiave che mi hai dato. Me li trovo davanti. Lui scivola terrorizzato e sparisce rannicchiandosi sotto il letto come una pulce. Lei urla come una forsennata da richiamare tutto il vicinato. Mi prende un tale spavento… Allora sparo alla bionda e me la filo perché le cose si stanno mettendo male”.
Bionda hai detto. Sua moglie è una bruna, anche graziosa”.
Ti assicuro che quella era bionda. Bionda naturale. Prima dovevano stare facendo degli strani giochini. Sai come siete voi ricchi? Lasciami dire, un gran bel pezzo di gnocca. Una vera porca. Uno e sessantasette circa; direi. Secondo me quelle non erano sue, troppo perfette. Un gran bel… sì, insomma. Due labbra gonfiate. Con uno strano tatuaggio sulla spalla destra. Direi un asso di bastoni, ma non ho guardano bene bene e con calma. Non potevo certo fermarmi molto. Stavo dimenticando, aveva la fede al dito. Mi spiace per il cornuto. Non le capisco certe donne, e tu”?
Ma… ma… allora hai fatto fuori mia moglie, deficiente”.
Che ne potevo sapere”?
Cazzo, come hai fatto a sbagliarti”?
Vorrei vedere te. Che ne so? Forse… Quand’è uscita aveva un cazzo di cappello in testa”.
Che ci faceva lì quando avrebbe dovuto essere a Ivrea”?
Lo chiedi a me, amico? La vuoi la mia versione? La verità che ho visto con i miei occhi? Si stavano semplicemente trastullando e alla grande, amico”.
Cosa vuoi dire”?
Mi dispiace per te, amico, ma lei era sopra e lui sotto. Sul grande letto. Dovevi vedere l’energia che mettevano. Sentire come gemevano. Vuoi che ti faccia un disegnino? Sono rimasto a guardarli un paio di minuti senza che nemmeno badassero a me. Come se non ci fossi”.
Ma sei proprio un dilettante”.
Me li dai quei cinquecento”?
Era mia moglie… cazzo, aveva lei il nostro pacchetto azionario”.
Non ne capisco di aziende”.
Il resto della conversazione e delle seguenti sono state trascritte e verbalizzate ma non sono state riportate nel presente sunto informale, per solo mio uso e memoria, poiché prive di grande valore giuridico. Da quel momento ho indirizzato le indagini nuovamente sul marito e su un suo caro amico della materna già noto a noi per piccoli reati quasi insignificanti contro la moralità. Il coniuge sospettato, a precisa domanda, risponde che il cretino corrisponde al nome di tale Saint-Honoré, strana coincidenza, altresì conosciuto con il suo vero nome che all’anagrafe risulta infatti quello del vecchio amico Luigi, detto Gigi, Battiston, già tratto tempestivamente in arresto e attualmente in fermo trattenuto in una cella presso la locale caserma. Un amico colto e interessato aveva ravvisato da subito nei fatti come si potesse trattare di un episodio che pareva sputato un classico esempio della teoria freudiana del dualismo di Empedocle ovvero, in parole povere, della stretta connessione tra eros e thanatos. A me veramente era sembrata sull’istante solo un’assurda e inutile, nel nostro caso, formula chimica.
Il marito si dichiara estraneo ai fatti in quanto non presente, come poteva dimostrare chiamando al banco dei testimoni numerose persone; per aver perso le tracce dell’amico che non aveva più rivisto da tempo, per il quale nemmeno allora provava molta simpatia e fiducia, ma di averlo solo sentito per una telefonata che doveva essere a compimento di una burla; in quanto innamoratissimo della bella donna che gli era sempre stata fedele, sostenendo anche che ci doveva essere certamente un’altra logica spiegazione per la presenza della propria moglie in quella stanza –camera da letto ndr–; in quanto lei non si sarebbe mai prestata a una simile cosa e non avrebbe mai indossato simili panni, dovevano certamente averla rivestita post-mortem; In quanto gli orecchini non erano un suo regalo e lei non era usa accettare regali dagli estranei che non fossero lui; e anche in quanto assertore convinto della non violenza; e aveva immediatamente chiesto quale tutela la presenza di un avvocato.
Il maggior indagato, ovvero il Saint-Honoré, si dichiara con caparbia ostinazione innocente in quanto nello stesso momento dell’orrendo omicidio era nelle vicinanze, ma si stava dilettando quale virtuoso di kazoo, anche per raggranellare qualche spicciolo, infatti aveva ancora in tasca la refurtiva per euri ventisette virgola quindici centesimi; perché lui poteva assomigliare a quello chiunque quello fosse, ma non aveva mai portato i baffi; perché lui non poteva essere un assassino in quanto non era mai stato un assassino; perché l’arma non era sua e non sapeva in quale cassonetto fosse finita; perché era vero che aveva in tasca quegli orecchini ma li aveva trovati in un uovo di pasqua la nipotina; e, in ultima istanza, aveva chiesto la clemenza della corte, senza chiedere un avvocato, per infermità mentale in quanto, trovando la porta aperta, e non essendo assolutamente vero che lui aveva ingoiato le chiavi, e nessuno lo poteva dimostrare, era stato traumatizzato e poi spaventato dall’indecente attività dei due e dal grido della donna.
Personalmente stento a credere che i due abbiano agito da soli.

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In qualsiasi altro posto tutti si sarebbero sorpresi di trovare una donna in un orinatoio per soli uomini, unico posto in cui non è consentita la presenza femminile. Non nel nostro paese dove tutti conoscevano il conte. Adelina lo seguiva in ogni posto accondiscendente come un cagnolino da compagnia. Lui s’era semplicemente messo davanti alla latrina di porcellana con le mani in tasca e lei era intervenuta subito: “Lasci fare a me, signor conte”. Se n’era rimasta buona in silenzio indirizzando il gesto dei nobili bisogni liquidi del suo insigne padrone: “Non si preoccupi, signore”. Lui arrogante tutto impettito del suo lignaggio come si conviene ad un gran signore: “Adelinaaa!!! Stai attenta, cretina, che mi schizzi”. Lei remissiva gli occhi chini ma attenti come si conviene a chi nella vita e nata destinata ad essere donna di servizio: “Scusi, signor conte”. Dopo una non troppo breve attesa si era premurata delle sue condizioni perché preoccuparsi di lui era nei suoi compiti, scordandosi però inopinatamente il titolo: “Tutto bene”? Il conte cercò d’essere gentile e di non far caso alla sbadataggine: “La solita scrolla”…
E fu subito premurosa: “Certamente, signor conte”. E il conte aggiunge solo: “Uhm! –e poi un non completamente soddisfatto– Bene”. Lei premurosa prese la salvietta. Ma la serva era educata a cogliere anche le sfumature e a prevenire ogni suo ulteriore bisogno nonché attenta a tutte le vicissitudini e necessità: “Serve altro”? La domanda era invero un po’ retorica e l’uomo fu lesto nella risposta anche se un po’ balbettata: “Veramente la mano mi”… Lei solerte non lo lasciò finire la frase, già sapeva, e si prodigò immediatamente: “Naturalmente, signor conte, ai suoi ordini e desideri”. Ma l’uomo a cui si accompagnava la zelante domestica era persona veramente esigente. “Non sarai già stanca, sembra la mano d’una morta”. La povera donna leggermente sconfortata cercò sollecita di renderlo soddisfatto con la destra che aveva tenuta in tasca del grembiule affinché ritrovasse la consueta circolazione del sangue e tepidezza: “Va bene il ritmo, signor conte”. Poi, sempre con l’intenzione di prevenirlo, lo tempestò di premure, intervallando ogni preghiera con il dovuto titolo gentilizio: “Ancora lenta? Forse stringo troppo? Se mi posso permettere, lei è proprio… maestoso. Non sarò troppo veloce? Mi dica pure”. Lei sapeva quanto quel maschio gradisse i complimenti, ma alle sue osservazioni l’aristocratico si limitava a sintetici borbottii che parevano più mugugni che altro, ma forse di apprezzamento. Lui dondolava come se fosse ritto nel vagone di un treno in viaggio con gli occhi socchiusi. Alla fine la poveretta con molta cautela e attenzione sistemò il padrone e con cura gli tirò su la lampo dei pantaloni. Lui la precedette soddisfatto, dopo aver scritto ridendo la sua valutazione sulle piastrelle per pura burla ai posteri invidiosi; e uscirono dal nauseabondo vespasiano.
I giorni della cameriera a volte potrebbero apparire molto duri. Dell’episodio non insolito dell’uscita dalla latrina lei cercò di ingoiare anche un po’ di vergogna. Appena condotti alla villa i due si separarono, l’uomo raggiunse lo studio per immergersi nelle sue letture del proprio albero genealogico, e la donna si dirette verso la cucina senza ricevere nemmeno un cenno di elogio, che per altro non era mai stato da lei richiesto. Si rimise subito all’opera e accese il fuoco ai fornelli e vi mise sopra la pentole. Poi alacre raggiunse le stanze della sua padrona e l’aiutò ad indossare l’abito per la sera, la pettinò con cura e le consigliò quelli che a lei sembravano i gioielli più adatti, sempre con la dovuta rispettosa cortigianeria e quel pizzico di adulazione. La signora moglie del signor conte decise di protrarsi ancora per qualche minuto nella stanza stesa a letto con le tende accostate a causa di un po’ di emicrania che l’affliggeva. Finché non si fece l’ora per servire a cena la docile sguattera fu costretta a trattenersi con lei per farle silenziosa compagnia nella penombra. Dovette scusarsi quando ormai incombevano le sette; il conte era rigido per quanto concerneva la puntualità ed era una buona e nota forchetta giacché si abbandonava facilmente tanto ai vizi della carne quanto a quelli della bocca, in questo specifico caso intesa come tavola. Quella sera non era atteso l’amico del conte, Adelina doveva limitarsi a preparare solo per due. Per lei era più facile interpretare i desideri del padrone, la di lui giovane consorte era spesso capricciosa ed era relativamente nuova alla casa pertanto ancora meno facilmente interpretabile nei tanti vizi quanto nelle minime virtù. In verità non provava molta simpatia nei suoi confronti, ma non lo avrebbe mai confidato a nessuno nemmeno sotto tortura, perché spesso doveva dannarsi a soccorrerla correndo dietro a tutti i suoi numerosi piccoli capricci. Ma quella sera era una sera speciale poiché era l’anniversario della presa della Bastiglia. Una sorta di festa all’incontrario in cui i suoi padroni cenavano con le luci smorzate e bardati a lutto.
La padrona prese posto all’altro capo della tavola e presto si spazientì, Adelina accorse premurosa servendole due buoni mestoli di zuppa; l’altra non soddisfatta chiese con fare indispettito: “Adelina. Non aspettiamo il signor conte”? La domestica imperturbabile, pur mantenendo la sua solita calma e gentilezza, le rispose alzando il coperchio e facendo cenno alla pentola: “Il conte è in tavola, signora contessa”. La contessa era solo un gran pezzo di zoccola.

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