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Posts Tagged ‘poliziesco’

cappuccettonero02Era insolito vedere una ragazzina, poco più che una bambina, girare per quelle viuzze mentre si faceva buio. Ma lei era piena di giudizio. Camminava diritta senza guardarsi intorno; sicura. Andava per la sua strada. Sola canticchiando tra sé e sé: «Son marinaio, marinaio della marina. Porto le chiavi dell’oro e dell’argento. Son capitato di questo bastimento. Finché l’Italia più libera sarà… sarà… … Sarà
Non si sarebbe fermata per nulla al mondo a parlare con nessuno. Ma lui era grande e grosso, e aveva un sorriso rassicurante. E camminava in centro della strada venendole incontrò. Da principio non ci aveva fatto caso. Certo che nessuno poteva vederli: «Se fossi una regina, sarei incoronata. Ma son na contadina, nei campi a lavorar
Lui le fece un altro di quei sorrisi e un cenno del capo, e lei rispose a quel sorriso senza pensarci un attimo. Era una bimba gentile e premurosa, e intelligente. Lui le si fermò davanti con la sua altezza imponente. La sua ombra nascondeva la luce e l’abbracciava tutta: “Come ti chiami”?
Susanna, ma tutti mi chiamano Susy”.
Bel nome”.
Me l’hanno detto”.
Sai che sei proprio carina”.
Me l’hanno detto. E tu”?
Io cosa”?
Tu, come ti chiami? Non importa. Assomigli proprio a mio zio. Mio zio Egidio. Posso chiamarti papino”?
Puoi chiamarmi come vuoi”.
Grazie”.
Dove stai andando”?
Dovrei tornare a casa”.
Posso accompagnarti? Queste strane non sono mai tanto sicure per una bambina bella come te. A quest’ora della sera. Col buio. Non si sa mai che incontri si possono fare”.
Mamma dice che… Non importa. Se vuoi. Sei gentile”.
Lei lo prese per quella grande mano e si incamminarono.
Hai la faccia piena di efelidi”.
Si dice così? Le lentiggini fanno bella”.
E due belle trecce bionde”.
Me le fa la mamma”.
A chi hai rubato quegli occhi azzurri”?
Ah! questi sono dello zio. Ti ho detto di…”?
Sei proprio carina”.
Me l’hai già detto. Lo so. «Do re mi fa, fa, fa. Sol la si do, do…»”.
Cosa stai canticchiando”?
Una canzoncina dei giochi. Me l’ha insegnata mamma. A lei l’la insegnata la nonna. Alla nonna gliela ha insegnata la sua… beh! non importa. Non credo che a te interessino queste storie. E non ha nessuna importanza”.
Ti sbagli”.
Lei lo guardò con due occhi di ghiaccio. Come se lui fosse lo stupido. Una nullità: “Mamma dice che io non mi sbaglio mai. Papino”.
Fu in quel preciso momento che quell’uomo grande e grosso ebbe per la prima volta un attimo di paura. Si sentì stupido. Era solo una bambina. Non più alta di un soldo di cacio. Tranquilla. Di niente sospettosa. Dopo si sarebbe fatto un buon bicchiere di vino: “Non facciamoli stare in pena”.
Non ti preoccupare. Loro mi conoscono. Si fidano di me. Però questa non mi sembra la strada per casa mia. Ed è buia”.
Non ti preoccupare. E’ solo una scorciatoia. Di qua facciamo più presto”.
Se lo dici tu”.
Posso dirti una cosa”?
Spara”.
Ti faccio paura”.
No”!
Possiamo fermarci un attimo. Solo un secondo. Ho il fiatone”.
Purché sia un secondo”.
Si era chinato per cercare di raggiungere la sua altezza: “Non bisognerebbe mai aver fretta. E dovevi saperlo che non si dovrebbe mai nemmeno parlare con gli sconosciuti. Sei stata un poco imprudente. Devi ammetterlo. Dovresti stare più attenta. Per questa volta… Non voglio farti del male. Tu sei così carina e se sei carina con me potrei farti un bel regalo. Che ne dici? Però non dovrai dirlo a nessuno. C’è qualcosa che desideri”?
Lei sfoderò ancora quegli occhi di ghiaccio, e lui, per la seconda volta, provò quel senso stupido di panico. Era certo che non era semplice vergogna. “Giro giro tondo… L’avevo capito. Sei uno di quelli. Si fingono tanto amici… In questo mondo nessuno fa più niente per niente. Cosa vorresti? Non sei nemmeno abbastanza intraprendente. Va bene. Cosa vorresti che facessi? Non dirlo. E’ inutile. Tanto lo so. Le leggo come le immagini di un film in televisione le tue fantasie. Ce le ho davanti agli occhi. Sei solo un porco pervertito. Magari hai anche bisogno di un po’ di roba per farlo. Potrei anche dartela. E’ solo che hai detto la parola sbagliata. Ma chi sono io per giudicarti? Tutti hanno i loro vizi. I loro sogni. Le loro preferenze. I loro capricci. Sbrighiamoci. Perché mi guardi così? Non sono abbastanza bambina da non sapere. Va bene. Te la sei voluta. Ma sai almeno chi sono”?
Chi sei”?
Giro giro tondo, casca il mondo… Ti aspettavo. Mamma dice che sono una principessa. Sono la principessa del buio. La puntura che hai sentito nel palmo non era una stupida zanzara. Non è nemmeno la stagione. Dovevi accorgertene. Non si dovrebbe mai essere così distratti. Sì! era benzodiazepine; o qualcosa del genere. Potrai sognare di farlo e di farmi tutto quello che vuoi mentre piombi davvero nel mondo dei sogni da cui non potrai risvegliati più. Scusami, è meglio lasciarsi andare. Cercare di resistere, ribellarsi, non farà che aumentare il tuo dolore”.
Lui bofonchiò “Io ti”… mentre si afflosciava al suolo. Ai piedi di quella piccola bambina. Forse più piccola della sua età. Lei gli si chinò sopra e appoggiò le sue labbra su quelle dell’uomo. Le ginocchia per terra senza il timore di sporcare le calze bianche. Se mai qualcuno, sfortunatamente, fosse passato in quel momento avrebbe avuto, con incredibile sorpresa, la convinzione che lei lo stesse baciando. Gli occhi divennero di brace. Lentamente gli aspirò la vita. Pian piano lui si svuotava come una camera d’aria. Succhiò tutto di lui e alla fine, sulla strada, rimasero i suoi abiti e poco più. Solo a quel punto, dopo essere certa del risultato, si rialzò per riprendere il suo cammino. Nella notte si lasciò sfuggire solo: “Peccato”.

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sera-nel-parco-di-autunno-64739288Non si può simpatizzare con le vittime. Chi nasce vittima è destinato a essere vittima. E a rimanere, se gli va bene tale per sempre. E’ la storia chiusa dietro tante mura, dentro tanti matrimoni. In tante famiglie. E loro, le vittime, sembra quasi che te lo chiedano. Che ti implorino. E lo farebbero se solo lo sapessero. Se si riconoscessero per quello che sono. Poi leggi i giornali e ne esce tutta un’altra storia. Era una povera ragazza. Così giovane. Non se lo meritava proprio di finire così. Tutti ne sono addolorati. Costernati. La città è in preda al panico. Domenica ci saranno i funerali. Parteciperà tutta la sua classe. E altre stronzate del genere.
E l’altro è sempre il bruto. Prendiamo Lucrezia per esempio. Lucrezia… e… il cognome proprio non lo ricordo. Lei è stata un vero caso esemplare. Frequentava ancora il ginnasio, ma ce l’aveva già scritto in faccia. In quei suoi occhi melanconici; grigi. Sempre bassi. In quel piercing alla narice destra. In quel piccolo tatuaggio sopra l’ombelico. Metteva tenerezza e malinconia al solo guardarla. Sembrava un piccolo cane bagnato, un randagio.
Era buio al parco a quell’ora. Anche questo è un chiaro indizio che lei cercava me come io cercavo lei. Era seduta su quella panchina restandosene in silenzio. Tutta pelle e ossa. I capelli falciati con indifferenza. Carnagione tanto bianca da essere opalescente. Praticamente con una maglietta vuota, senza seno, nemmeno un accenno. Dei jeans che erano più buchi che stoffa. Una di quelle borsette di stoffa multicolorata, di tipo indiano, con delle piastrine dai riflessi d’argento. Infradito ai piedi. Suoni gutturali in gola.
Mi sono avvicinato mostrando cautela: “Qualcosa non va”? E lei pronta a mentire con quelle parole piene di lacrime: “No! tutto bene, grazie”. Non c’era niente di vero e non si dava la pena di sembrare credibile. Mi sono seduto vicino a lei e le ho preso la mano. Forse è stato il gesto a liberarle il pianto. “Posso fare qualcosa per te? Sono bravo ad ascoltare”. E allora era diventata un fiume. Un fiume in piena. Un fiume senza argini. Un nubifragio in cerca di consolazione. Non era qualcosa a non andare. Era tutto. Almeno a sentire lei. In casi simili non si indaga sulla verità o sulla veridicità, ci si limita al conforto.
Sono bravo ad ascoltare ma non avevo troppo tempo, e intorno c’erano solo ombre. La sua famiglia era un disastro, non la capivano. La rimproveravano. Se n’era andata. Andata con un ragazzo, naturalmente; non ricordo da quale paese. Lui aveva speso tutti i pochi soldi per prendersi la roba, poi l’aveva lasciata. Ma lei lo amava veramente. Ed era in ritardo. Non aveva avuto le sue cose. Non aveva mangiato da quella mattina. Ma tanto non riusciva a trattenere nulla nello stomaco. La abbracciai e le diedi un bacio sulla fronte. Come potrebbe fare un padre con una figlia: “Cosa posso fare? Come”?
Lei abbandonò la testa sulla mia spalla e chiuse gli occhi. Ormai singhiozzava come una fontana. Non riusciva nemmeno a proseguire nel suo racconto. La pregai di calmarsi e aspettai che lo facesse. E dopo un po’ lei lo fece. Mi chiese se avessi degli spiccioli. Misi la mano in tasca e le allungai un paio di biglietti da dieci. Lei mi ringraziò e con i soldi in mano cercò di interpretare un sorriso. Disse che ero buono, che ero gentile. Mi chiese se poteva anche lei fare qualcosa per me. Le dissi: “Forse”… e lei alzò le spalle e ingurgitò la saliva. Le cinsi la schiena, l’attirai a me, lei mi lasciava fare come se non avesse consistenza, era vuota. Cercai i suoi occhi, volevo che mi guardasse. Controllai intorno e strinsi le mani sul suo collo.
Come si può non provare anche un po’ di fastidio e insieme compassione davanti ad una persona tanto incapace a vivere? Il suo sguardo sembrava continuasse a ringraziarmi. Forse c’era solo un che di sorpresa. E ancora quella sua rassegnazione. Solo con una mano graffiò l’aria. Una mano con le unghie rosicchiate. Poi il braccio cadde inerme. Mi ripresi i due biglietti da dieci, naturalmente. Tanto a lei non sarebbero serviti più. Spinsi il corpo sull’erba e lo ricoprii di foglie: “Buon riposo, Lucrezia”. Gettai la borsetta nel primo bidone. E mi incamminai verso casa. Non avrei mai voluto che stessero in pensiero per un mio ritardo.

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finestra-in-legnoSe andiamo proprio a vedere non si può dire che fu colpa mia. E’ tutta colpa del destino. E’ stato il caso. Per caso passavo di là quella sera. Per caso la mia attenzione fu richiamata da quella finestra. Una villetta. Piano terra. Giardinetto sul davanti. La luce era illuminata. Non è vero che la curiosità è solo donna. Così mi sono avvicinato. Passando tra la biancheria stesa. Solo per pura curiosità. Lei si stava spogliando con le imposte aperte e le tende discostate. Senza nessuna discrezione. Era caldo. Lo faceva lentamente con gesti morbidi. Quasi se potesse essere vista e amasse essere guardata. Trattenevo il fiato e non perdevo nemmeno un fotogramma dei suoi gesti. Si tolse tutto. Uscì. Penso per andare al bagno. Tornò e si mise a letto. Sparì sotto le lenzuola. Poi ricomparve per sopportare la temperatura. Scalciò lontano quel lenzuolo e tornò nuda.
Prese un libro in mano senza aprirlo. Lo ripose e spense la luce. Pensai di andarmene. Stavo per farlo. Avevo già girato le spalle a quella casa. Guardai l’ora: era ancora così presto. Sul campanello c’era scritto Santina Allatri. La luce si accese di nuovo. Forse non riusciva a prendere sonno. Forse aspettava qualcuno. Tra tanti forse mi misi ad aspettare anch’io. Un alito di vento, solo una sottile e quasi impercettibile brezza, fece sventolare le tende. La luce era più fioca. Era quella della lampada del comodino. I suoi occhi sognanti erano persi nel soffitto. Senza nessun timore. Senza nessun sospetto. Senza nessun pudore. Si limitavano ad abbandonarsi sognanti. Era bella. Era bella così nuda. Con le gambe lunghe e il ventre piatto. Sarei rimasto a guardarla per sempre. E in seguito mi sarei beato di quella visione. Sarebbe bastata nei giorni a venire. Mi sarei limitato a continuare a ricordarla. Anche nei miei sogni. Ma, per puro caso, mi accorsi che c’era un’altra finestra aperta.
Questa era buia. Scavalcai il davanzale. Mi trovai in una piccola cucina. Certo che certe donne proprio se la cercano la loro fortuna. La finestra della camera era aperta, come ho già detto. A un piano terra. Di una casetta isolata. Lei sembrava proprio non farci caso. Non ero certo che non si fosse accorta di me. Se io sono osservato mi sento addosso quella strana sensazione di chi si sente osservato. Aveva lasciato spalancata anche la finestra della cucina. Più che un caso si sarebbe potuto pensare a un invito. Non potevo esserne certo ma era come se lei mi volesse. C’era la sua borsetta sopra una sedia. Onestamente ci frugai dentro e presi il contenuto del portafoglio. Non si sa mai, meglio essere prudenti. Frugai un po’ in giro e nei cassetti. Fu così che mi trovai in mano quel coltello. Nemmeno io saprei dire perché lo presi. Fu come se cercassi un’assicurazione, una sicurezza. Se volessi proteggermi da qualsiasi sorpresa. Dalla sfortuna. Che ne so?
Senza far rumore presi un bicchiere d’acqua. Poi mi misi a girare per quella casa sconosciuta. Non c’era molto altro da vedere. Gli abiti sull’attaccapanni in corridoio e quel tipo di disordine mi fecero pensare che vivesse da sola. Non tutti i quadri erano di mio gusto. Un paio di porte erano chiuse. La sua mi pareva potesse essere la prima a destra. Stetti ad ascoltare. Percepivo appena il suo respiro. E una sorta di affanno. Abbassai lentamente la maniglia nel più completo silenzio. Sempre lentamente scostai la porta ed entrai. Lei mi guardò sorpresa. Io cercai di sorriderle infilando il coltello in tasca. Lei disse qualcosa, forse “Finalmente”, forse “Oh! Mio Dio”. Forse da quel momento fu solo la mia fantasia a galoppare. Tutto diventa nebuloso nel ricordo. So solo che ero nudo e le tenevo una mano sulla sua bocca spalancata. I suoi occhi erano bellissimi e altrettanto spalancati. Forse mi sentii mordere il palmo della mano. Forse cercò di gridare. Il libro cadde dal comodino. La lampada si rovesciò. Ci fu un attimo di confusione. Fui preso dalla paura. La mia mano ritrovò il manico di quel coltello e la colpii. Non potrei dire quante volte, ma credo tante volte.
Dopo ritrovai la mia calma. Lei era immobile, e bellissima. Credo di essermi innamorato da subito e di averla amata amando tutta la sua bellezza. Le parlavo. Cercavo di spiegarle. Se solo mi avesse guardato con occhi diversi. Se solo non avesse cercato di gridare. Se solo non avesse provato a scacciarmi. L’amore è un mistero. Ti coglie spesso all’improvviso e sempre di sorpresa. Ero sudato ma felice. Mi rinfrescai il viso e mi ripulii dal sangue. Era stato tutto un caso. Se non fossi mai passato per quella strada non l’avrei mai conosciuta. Se la luce non fosse stata accesa probabilmente non mi sarei innamorato. Se non l’avessi vista spogliarsi con i miei occhi non l’avrei mai desiderata. Se avesse chiuso la finestra della cucina non sarei mai entrato. Sospirai il suo nome: “Santina”. Mi chiusi la porta dietro le spalle non senza averla salutata. Parve non sentirmi. Dopo averlo fatto ho sempre la pessima abitudine di accendermi una sigaretta. Devo proprio togliermi questo brutto vizio.

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nonna-nipote-neonatoQuaranta due anni. Forse era presto. Non lo piaceva che glielo ricordassero. Era diventata nonna. Se glielo avessero chiesto non era pronta.
Susanna. Sei mesi. Un batufolo di tenerezza. Quando non frignava. Quando lo faceva, di strillare, era insopportabile. Sembrava non volere finirla mai. Per quanto la si dondolasse. Le si parlasse. Le si accarezzasse il pancino. Aveva provato anche con la tisana. Persino sciogliendo due pasticche sedative. Niente da fare. Era stata tentata di afferrare un cuscino.
Quella sera, quella sera maledetta, avevano deciso di andare al cinema; Claudio e Anna. Gliela avevano lasciata; Susanna. Senza nemmeno prendersi la briga di chiederglielo. Come se per lei fosse un dovere. Come se fare la nonna fosse un obbligo. E la piccola peste si era messa subito a sbraitare. Ogni attenzione sembrava vana. Pareva che sapesse che c’era solo lei. Di essere stata abbandonata da papà e mamma. Si disse di portare pazienza. Di sopportare. Cominciò a girare per le stanze. Non sapeva più cosa fare per calmarla. E la cena si era bruciata sul fuoco.
Fu così che, venendo pian piano meno la pazienza, prese un coltello e le tagliò la gola. Aveva le idee annebbiate. Non voleva più pensare. Quanto sangue poteva contenere una cosa tanto piccola. Ne succhiò un po’. Era dissetante. Aveva un sapore… buono. Il resto lo raccolse in alcune bottiglie, aveva intenzione di conservarlo. Del resto fece piccoli pezzi che ripose nella ghiacciaia. Tranne le guance che le servirono per quella cena che era andata in fumo. A lei bastava poco. Erano ormai le undici. Pulì tutto prima che tornassero. Poi ruppe una finestra. Rovesciò la poltrona. Un paio di soprammobili, compreso quel vaso da fiori che le piaceva tanto (con rammarico ne guardò i frammenti sparsi per il salotto). Sbatté per terra un paio di quadri. Sprimacciò i cuscini. Guardò il risultato di tutta quella sua laboriosità. Poteva andare, era stata brava, e chiamò i carabinieri.
Genitori e carabinieri arrivarono quasi insieme, come si fossero dati appuntamento. Si giustificò che stava guardando la televisione, però la bambina era buona. Si era addormentata subito. E anche lei aveva preso il sonno. Un sonno pesante. E poi quello era mascherato. Perché si trattava certamente di un uomo. E’ solo che le bugie hanno le gambe corte, proprio come le sue, e lo doveva sapere. La spiegazione di un rapimento perse presto di credibilità, di veridicità. E quelli, i maledetti carabinieri, presero a rovistare da per tutto. Mentre papà e mamma, che avevano lasciata da sola la loro bambina, si impegnavano ad interpretare nel modo più credibile possibile la disperazione. Basterebbe essere previdenti e pensarci prima alle cose.
Alla fine aprirono quella ghiacciaia. Cercò di inventare delle altre storie, su due piedi, ma quelli, i soliti carabinieri, sembravano non credere a niente. Nessuna giustificazione gli bastava. Fu così che fu tratta in arresto. Pensava si dicesse così. Non ne era certa. Era la prima volta. Fu tradotta in caserma. Chiusa in una stanza piccola e angusta. Una vera cella. Messa davanti al magistrato non le restò che ammettere la verità: «Dicevano tutti: Guarda com’è bella. Sarebbe da mangiare”». A lei non sembrava nemmeno così bella.

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interno_di_un_sala_da_cinemaGiustino non si era fatto vedere. Pazienza. Si infilò in un cinema di seconda visione, forse anche di terza. Avrebbe mangiato un boccone più tardi.
Il film era già cominciato. Non c’erano che un paio di spettatori. Il cinema non esercita più il fascino di una volta. Ormai è come un abito passato di moda. Ci vanno quattro gatti. I disperati e gli sfigati. E quelli che come lei non sapevano come sprecare un paio d’ore. Però, nonostante fosse solo una piccola sala, le poltrone erano comode; in velluto rosso. Ci si sprofondò dentro.
Stava guardando distrattamente lo schermo, forse seccata dal mancato appuntamento, troppo presa da sé e da quello che le succedeva intorno. Perché non avrebbe dovuto pensarci anche una donna della sua età? Si accorse che aveva sbagliato sala. Che era una storia stupida e che per di più l’aveva già visto. Raccontava, o cercava di raccontare, di una cosa che veniva chissà da dove, da un altro mondo, e la cui attività consisteva nel cacciare. In particolare, cioè in quel caso, dare la caccia a uomini. Tutto era di una banalità incredibile. Ne aveva già abbastanza. Forse facevano di meglio in televisione. Si stava per alzare quando era entrato quel tipo.
Era entrato senza fare troppa attenzione a rispettare il silenzio. Si era seduto due file dietro. Poi si era guardato intorno. Poi aveva tossito. Poi si era alzato ed era andato a sedersi proprio di fianco a lei, alla sua sinistra. L’aveva guardata. Sapeva di fumo e di vino. Un odore forte. Da dare quasi la nausea. Lei frugò nella borsa. Si sentì tranquillizzata. Non aveva mai imparato a lavorare a maglia, ma portava sempre con sé un paio di ferri. Non si poteva mai sapere chi si poteva incontrare girando, magari nelle ore più tarde, per le strade di quel quartiere. Era pieno di disperati. E di immigrati.
Magari era un vezzo ridicolo, non aveva certo mai pensato al perché, che le potessero tornare utili, semplicemente le davano sicurezza. E cercò di tornare a cercare di guardare quello stupido film. Lui, il tipo, sembrava irrequieto. Faticava a stare fermo e tranquillo. Forse era proprio uno di quei disgraziati arrivati per cercare fortuna. Tornò a guardarla. Forse nel buio le aveva sorriso. Difficile da dirsi. Certo era che le aveva appoggiato una mano sul ginocchio. Poteva essere suo figlio. Forse aveva l’età di sua nipote. Cercò di mettere disprezzo nel suo sguardo e gli tolse la mano. La sala era buia, se non aveva potuto vedere i suoi occhi, lui non poteva comunque ignorare il suo netto rifiuto.
Per un po’, quell’individuo, si mise tranquillo, se così si può dire. L’odore da sgradevole era diventato insopportabile. Si stava per alzare per andarsene quando si sentì di nuovo, ancora, quella mano addosso. Non avrebbe voluto che le smagliasse le calze. Era completamente fuori di sé. Era decisa. Stava per toglierla seccata un’altra volta. Tentata di fare uno scandalo. Di protestare con la maschera. O alla cassa. Magari si mettevano in testa che era solo una povera donna isterica. Preferì restare in silenzio. Non fare niente. Non reagire. Come curiosa di vedere dove quello strano tipo voleva arrivare. In un cinema. Non le era mai capitato.
Lui la guardò. Forse ripeté quel sorriso e si mise comodo. Dopo pochi attimi quella mano cominciò a salire. Era proprio una cosa dell’altro mondo. Ma come si permetteva? Non era più una ragazzina. Era una donna matura. Con due figli e una nipote. Stava per gridargli i peggiori insulti che fosse riuscita a scovare. Si vergognò per lui. E per se stessa. Senza sapere perché, senza nessuna decisione, curiosa, lo lasciò fare, almeno finché non decise che non poteva lasciarlo andare oltre. Ormai quella mano aveva superato il nailon. Ormai le dita dello sconosciuto le stavano sfiorando le mutandine. Poteva capire la disperazione e la solitudine. Non erano affari suoi. Non era Santa Maria Goretti. Quello era troppo. E si sentiva rimescolare dentro. Non sapeva. Indignazione? Rabbia? Vergogna? Questo e quello? Forse un inizio di… Ne era provocata? Impossibile.
Gli tolse la mano e gli sputò addosso un sussurro: “Stai fermo”. Lui la guardò sorpreso e confuso. Le sorrise e tornò a mettersi comodo. Stravaccato sulle poltrona fino quasi a scomparire. In quel momento lei poté leggere tutto nei suoi occhi. Si guardò intorno controllando gli altri spettatori. Sembrava che tutti trattenessero il respiro. Decise di fare lei: “Faccio io”. Doveva essersi impazzita. Nemmeno lo conosceva. Ma era strano avere un uomo, e per di più giovane, tra le mani, dopo tanto tempo. Quasi le sembrava come la prima volta, di non esserne più capace, di non essere certa di sapere cosa fare. Irritata. All’inizio la cosa la intimidiva. Poi sempre meno. Ritrovò la vecchia sicurezza di sé.
Lei stessa non riusciva a crederci. Come aveva potuto infilarsi in quella situazione? Per di più in quella scomoda posizione? Sotto tutti i punti di vista. Si ricoprì le gambe. I suoi occhi fissavano lo schermo senza vederlo mentre proseguiva determinata. Si dava dell’idiota. Dava a quel tipo odioso dello stronzo. Mandava tutto e tutti a quel paese: “Ora ti faccio vedere io”. Anche quegli spettatori ignari che continuavano e guardare il cinema. Come se tutto intorno a loro fosse solo trama. Trama e finzione. “Vediamo se la smetti di importunare le povere donne, le signore”.
Era passato tanto tempo da quando aveva fatto una cosa del genere, ma si ricordava ancora bene cos’era un uomo. Certo. Non ci volevano studi. Non ci voleva un genio. Era quasi naturale. Com’era facile da capire che quel delinquente stava ormai per restare soddisfatto. Pareva beato e aveva chiuso gli occhi. Si limitava ad aspettare. Fu proprio all’ultimo momento che la sua mano tornò a frugare nella borsetta. Trovò il ferro. Lo afferrò con decisione e gli trapassò la gola con un colpo secco e netto. Lui emise solo una specie di singhiozzo. Poi, cosa strana, soffiò fuori la vita con un sibilo. Lei lo spinse distante prima che gli si afflosciasse sulla spalla. Si pulì le mano. Si guardò intorno nel silenzio più assoluto. Si alzò e si avviò.
Un tipo che faceva la fila alla cassa le chiese se era già finito. Lei rispose che non era certa ma non doveva mancare molto, e che comunque l’aveva già visto. In strada fu tentata di chiamare un taxi. Non sapeva se era ancora irritata o appagata. Non aveva molto appetito. Certo si sentiva stranamente stanca. Quasi esausta. Non ne capiva la ragione. Pensò stupidamente nemmeno un bacio. Le strade del suo quartiere erano sempre meno sicure. Preferì comunque prendere la metro.

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cene-con-delitto-firenze-600x600Ogni delitto è uguale a tanti altri, ma ogni delitto ha le sue peculiarità e le sue particolarità. Basta scorrere i giornali. Basta ascoltare le chiacchiere della gente. Si sa tutto di tutti e non si sa nulla di nessuno.
E, alla faccia della letteratura, sono perfetti tutti i delitti che non vengono risolti, che sono i più. Spesso quella perfezione è nella banalità ed è il caso a renderlo unico o irrisolto. Magari solo un’indagine portata avanti nella noia. Senza troppa convinzione. Confusa tra tante altre inchieste. Sparita dalle prime pagine. Guardata senza interesse. Insomma le probabilità erano molte.
Aveva deciso di farlo quando Aristide Teodori aveva principiato a insultarlo dietro le spalle dipingendolo come un baciapile. Non tanto per l’insulto in sé, ma proprio per quel vigliacco dietro le spalle. Per altro non poteva nemmeno dire di conoscerlo. Avevano incrociato i loro sguardi al bar. E la cosa gli era stata riferita. Magari non era nemmeno del tutto vera. Ragione di più. Ma lui, Mariano Mariani, non era tipo da continuare a sopportare un insulto.
Quella sera s’era seduto sul divano a guardare la partita con Simona come altre volte. E lei come tante altre volte aveva preso il sonno subito. Allora era uscito senza fare rumore. Sapeva dove trovarlo. Non era la prima volta. Sperava fosse la volta buona. Aveva avuto fortuna. Un colpo di crick e via. Quel crick nemmeno era il suo. Il signor Aristide Teodori era diventato il fu signor Aristide Teodori. Non avrebbe più potuto sparlare alle spalle di nessuno.
Al suo ritorno Simona era confusa ma sveglia. Forse nemmeno del tutto consapevole. Gli chiese dove sei stato? In bagno a fare un goccio. Come sta andando? Lesse il risultato sullo schermo Stiamo vincendo uno a zero; ma stanno… Lei era già tornata nel mondo dei sogni. Si rimise tranquillo giurandosi che non ci avrebbe più ripensato.
La realtà non è mai come nei film. Quello che in seguito lo avrebbe angosciato non era una sorta di rimorso. Era solo ignorare come stava procedendo l’investigazione. Ma già al bar si parlava delle corna della vittima e si sospettava della povera moglie.

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inquisition_001Troppe volte la storia racconta le sue storie. Non è sempre bene crederci. A Salem non hanno mai bruciato una strega. Nella nostra contea preferiamo fare da noi. Non c’è altro modo per liberarsi di satana. Ogni male ha il suo rimedio. E le carte parlavano chiaro. E abbiamo fatto tutto quello che c’era da fare. Nel massimo rispetto della legge, e con la massima scrupolosità. Prima che quell’epidemia si diffondesse anche da noi.
Si era fatta notare a cucinare funghi che per qualsiasi essere normale sarebbero stati tossici quando non mortali. O a cantare alla luna piena strane filastrocche che solo le più vecchie credevano, a malapena, di ricordare.
In molti l’avevano vista dimenarsi per terra con la lingua fuori e gli occhi rovesciati. Cercare di strapparsi le vesti di dosso. Emettendo versi più simili a quelli di un maiale che viene scannato. Alcuni avevano osservato come aveva gambe lunghe. Altri erano stati più stregati dalle sue mammelle turgide che erano proprio come quelle di una donna che dovrebbe allattare il suo bambino. A questo punto non tutti erano concordi ma a volte la verità ha più di una faccia. E persino io non ero rimasto immune dalla sua avvenenza quando si era presentata davanti a noi, in tribunale.
La prima a dar voce al sospetto che già alleggiava nell’aria era stata Katrin, una donna timorata di Dio, sempre presente alle funzioni religiose. Katrin affermava sicura di averla vista parlare con le galline, e che aveva rubato il senno e il sonno del suo uomo. Lui, il marito, sentito, a testa bassa, non aveva voluto aggiungere nulla alle affermazioni della moglie. Si era chiuso in un silenzioso riserbo aggiungendo solo che lui non ne sapeva di quelle cose lì.
Come non cominciare a inquietarsi? Subito dopo si era presentata Elisabeth la quale aveva dichiarato che frequentava troppi uomini. Era stata pregata di limitarsi e non elencarli per nome. Lei, l’imputata, ne aveva riso affermando, senza rispetto né della testimone né della corte, che di Elisabeth puzzava anche il fiato. Non sembrava del tutto consapevole della gravità delle accuse che le venivano mosse.
Anthony aveva dichiarato che lei amava l’amore e che in quei momenti sembrava avere il diavolo in corpo. Appunto; e sotto giuramento. Non per essere stato presente ma per averlo sentito dire. E che qualche volta lo faceva anche chiedendo in cambio un piccolo tornaconto. Sempre riferendo voci che gli erano giunte alle orecchie, all’osteria. Lei, l’accusata, ne aveva riso e aveva risposto che con quello sfigato foruncoloso non sarebbe andata nemmeno al ballo della fiera.
Poi era stato Noam a presentarsi spontaneamente svelando che l’aveva vista spogliarsi mentre guardava casualmente da dietro una finestra, senza essere visto e senza che lei provasse alcun pudore. Secondo il testimone lei era una donna strana. E persino non disdegnava un buon bicchiere di vino, senza cercare di nascondere quel suo vizio. Erano state proprio queste le sue parole. Lei, l’incriminata, non aveva nemmeno risposto; sembrava divertita.
Tobia, sebbene straniero, aveva voluto dire la sua giurando sulla sacra bibbia che era troppo ben nutrita per frequentare così poco il suo negozio. Che la trovava bisbetica, poco incline a confidarsi e alquanto altezzosa; anche se lui si era sempre mostrato più che gentile con lei. Gli dispiaceva solo, a suo dire, ma la rea aveva negato, perché gli aveva lasciato un conticino ancora da pagare.
E poi c’era la deposizione di Sarah a cui era sparito il figlio, ancora in fasce, che non era più stato ritrovato. Sarah aveva anche insistito che fosse messo agli atti che quel figlio senza padre non poteva che essere lui stesso figlio del male. Giurava di non essere mai entrata in contatto con il peccato, almeno non in modo consapevole. E Sarah era giovane e bella, e sana; anche se non troppo sveglia. Come non crederle anche se spesso i suoi gesti e il suo vestire non erano del tutto rispettosi di quel minimo di decoro e di decenza che si richiederebbe in una piccola comunità come la nostra.
In molti avevano sostenuto di averla vista accoppiarsi con altri uomini. Spesso a uomini diversi. Persino farlo da sola. Altrettanti avevano testimoniato di averla osservata, senza essere notati, girare nel bosco, a piedi scalzi, di notte, come fosse in trance. E di avere, in quelle occasioni, sentito gridare il gufo. Qualcuno diceva invece che si trattava di una civetta.
Certo si erano levate anche alcune voci, tutte maschili, in sua difesa; ma poche e sempre più indecise e flebili. Ma Joan alla fine, dopo molte insistenze, non senza qualche incoraggiamento, ma senza troppa violenza, mostrò le cicatrici che lei aveva guarito con un impacco di strane erbe.
Le streghe nel fuoco solitamente alle prime vampe bestemmiano con voce roca il nome di dio. Invocano il maligno. Vanno in escandescenza. Sbraitano accuse incomprensibili. Cercano di liberarsi delle corde. Giurano vendetta. Quando non volano via, almeno nella loro anima terrena, di tra le fiamme, a cavallo di una scopa.
Invece lei era morta come muore ogni donna, e ogni essere umano. Gridando nelle fiamme con la sua voce rotta in un tanfo di carne arrostita. In me ora sorge il dubbio che lei non fosse una vera strega, o la moglie del maledetto. Se ciò dovesse essere vero vorrebbe anche dire che dobbiamo ricominciare tutto daccapo e ricercare le vere streghe.

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