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Posts Tagged ‘ponte’

Ciottolato fumoso

Giuseppe partì,
raccolta la sua roba
maledetto ordine. Quale
illusione fuggire da sé
dai propri panni
dai propri drammi:
e partì
sorretto ad un bastone
il cielo di cartone
sopra e sotto
un ciottolato nero,
fra sterpi secchi, nero
come il carbone      nero
quel cielo era          un grido enorme
silenzio e senso di morte
le pietre                    presaghe compagnie
dove i passi risuonavano
strusciate odi echi infranti
sogni taciuti, traditi
quel grido di bimbo
(leggero pigolare) una speranza?
una vergogna?
una menzogna?
quale fragoroso silenzio cela la notte.

Lo sorpresero sotto la volta della grotta celeste
(se c’era un senso nelle cose
egli lo ignorava)
e ancora le cianfrusaglie gli ricadevano
qua e là
tintinnando      sgraziatamente
(suono discordato
stonato) lo sorprese un grido
fra quelle grida della notte
e così subì
e poi migrò      tacito
con la testa china; pensoso forse?
con pagine messianiche in tasca
mai lette, mai dette
giammai tradite, ma mai tradotte
ma notte – pianse e pregò –
in te continuò ramingo
lasciandosi dietro spesso
cose affascinanti       e fuggevoli,
la fortuna,
calori e gesti, le
vele candide di gabbiani gonfie in volo,
la schiuma amara sull’onde,
le corde madide e tese
ma tese come un arco appena palpabile
percepibile il sussurro tenue e leggero
delle frasche appena sporche di
primavera
– si fermò alla ferrovia di Kalda –
(non aveva biglietto né destinazione)
ma vi raccolse solo malinconia amara
mentre il silenzio s’era fatto denso
soffocante      quanto la parola
prima di riandava gravido di umori
raccolti qua e là      anch’essi
come a Pisa      un’estate secca
in case buie e soffocate
redasse un manifesto
(quale estate?) che minacciò –
ostentò per tutta Nuova Delhi.
Tutto era terribilmente inutile,
la stanza sempre affollata
e pur sempre vuota
così restò teso un attimo      impotente
e mentre provò a rintracciare il senso
tutto tornò alla mente;
si sentì annegare,
un grido gli assalì la gola,
quel grido, quale dolore
ma si chinò a pregare
e tacque.¹


1] Qui è proprio finita questa raccolta poetica del ricordo. A chi mi ha amato e a chi ho amato… ora come allora…

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XIII – incontro:
se qualcosa è mutato
è forse solo il gesto
fra ciò che credemmo
e ciò che facemmo,
fra le parole e i silenzi,
fra un inginocchiatoio in noce
e un pensiero in nuce

Tutto può mutare il tempo,
non questo:
fra scegliere di vederci
e incontrarci
solo un sottile distinguo
poi siamo gli stessi
o forse mai lo siamo stati
come adesso;       ma
quella danza che ballammo stretti
il cantante non la canterà mai più.¹

Che strano
celiare per finire
e fra l’uno e l’altro
quindici anni e una vita
e
che incanto ritrovarti
nel corpo di una donna
e madre
e quegli stessi occhi
di quando volevi essere una poesia
una canzone.
Ed è novembre
Ancora.
²


1] 10 giugno 1972 – 5 marzo 1983
2] 12 novembre 2009
Con questa, manco farlo apposta, finisce questa lontana raccolta poetica giovanile, salvo un ultimo componimento che, almeno apparentemente, pare parlare d’altro.

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XII – A MISURA DI…
Quanto ci siamo amati
e quanto poi ci siamo amati
(barattando i nostri sospiri)?
molto ci siamo amati
e molto poco ci siamo amati
(il pudore è solo una serva gentile);
in fondo ci siamo scordati
– occhi attraverso gl’occhi –
senza per questo vederci
e molte parole abbiamo detto
ma molto poco è stato detto
e molto è stato taciuto
e ancor più è stato ignorato.

E dopo ancora a mentirci
perché scordare non serve e
la vita pare un battito di ciglia
quando stai per volare;
panni impacciano le mani
di esili drammi le inanellano,
si rompe il filo sottile d’argento
e il tempo fuggito si cerca
poiché del tempo avuto ben poco rimane.¹


1] 1972 [?]

 

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XI – CANZONE
Ciò ch’è cambiato è l’anno
(sul datario bianco) forse i suoi suoni
(forse noi) i suoi valletti ed i suoi giullari
e le nostre stanze di vita quotidiana
le ansie, le paure in grida
fatte passioni; i miti ormai consunti
i poveri cristi (pure loro)
ora non so più neanche illusioni.
Sì! diversi cauti ora si dà,
altre canzoni: ricordo quella in cui restavo
un bimbo che ha paura (la ricordi?),
quella che più dolorosamente c’ha legato,
ora la canto solo a labbra strette
o non la canto affatto;
o quella per cui Luigi s’è sparato.
Ora il gallo più non canta. Michele? Chi?
resta solo un chiodo, forse la corda
certo la cella; Esther e la bicicletta
sono sole (vedove del lavoro)
e Barbara non abita più lì;
si torna a cantar solo alla bella
e il dio morto forse tornerà;
chissà? Kety, lei no!
la porta è chiusa, la notte insonne
ma lei no! non tornerà.
Ah! le nostre canzoni
tutte le nostre canzoni
e le altre
ma soprattutto quella
qualsiasi ombra sarei diventato; qualsiasi
ma non sei rimasta, non è bastato
perle di pioggia perse, solo ricordo
questo è restato, la tua figura farsi
cosa altrui
il tuo andartene
e di noi cosa?
Queste righe veloci?
In verità      siamo (qui)
                        noi soli.¹


1] 5/8 marzo 1983

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X – Per gl’occhi perduti
alle ombre guaiscono
i cuccioli d’uomo
e quando amano
sbranano (quanta malinconia
negl’occhi) e si suicidano
di vino, di noia      e d’abbandono,
nel mistico dolore morbido,
strappandosi le vene dei sogni
stracciandosi in grigio      le vesti.

Una lametta
e la malinconia suona un’armonica grigia.
metti via la penna, per favore,
e non circondarmi di nero anche le lacrime
”.¹


1] 28 marzo 1983
di questi mesi l’autore ha cercato di vivere sempre solo di presente trovandosi continuamente a scontrarsi con il passato e il passato era diverso continuamente e spesso si accaniva intollerante

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IX – LA PORTA
la porta, la porta     chiudete
non lasciate entrare
l’aria della sera
non lasciate       udire l’ombra
non lasciate,      ai bimbi insonni
non fate
che acide le labbra
rinserrino le pieghe.
Non lasciate che il silenzio
sieda al tavolo
e prenda banco,
mostri il corpo
scostando le vesti
denudi      le cicatrici
che tessero i drammi
(che asciugarono come panni).
Perché questa sera?
o questa notte?
o tutto questo ancora?
che importa
      se è…

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IX – LA PORTA
la porta, la porta      chiudete
non lasciate entrare
l’aria della sera
non lasciate         udire l’ombra
non lasciate,       ai bimbi insonni
non fate
che acide le labbra
rinserrino le pieghe.
Non lasciate      che il silenzio
sieda al tavolo
e prenda banco,
mostri il corpo
scostando le vesti
denudi       le cicatrici
che tessero i drammi
(che asciugarono come panni).
Perché questa sera?
o questa notte?
o tutto questo ancora?
che importa
                     se è…

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