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Posts Tagged ‘Ponza’

Vorrei lasciare una firma: La vita è una bella avventura che vale sempre la pena di essere vissuta. Perché parlare di me? Per edonismo? Per presunzione? Niente di tutto questo. Perché è come parlare di un uomo comune. No! non ho una storia da raccontare ma tante piccole storie. Nessuna storia con la ESSE maiuscola. In un mondo, quello della rete, in cui esistono tante persone virtuali io sono entrato con il mio nome e con la mia faccia. Qualcuno ha creduto di conoscermi. Si conosce mai veramente una persona? Io sono questo e altro, come tutti. Difficile raccontarmi in poche parole. Cercherò di farlo cercando di essere il più possibile neutrale e onesto. Non ho nulla di cui andare fiero. Forse la mia prossima avventura: la mostra sui bambini di Gaza di cui ho più volte accennato, alla quale do, con entusiasmo, il mio piccolo contributo. Sono veneziano e provengo da una famiglia di sinistra, o per meglio dire Comunista. Anni pieni di entusiasmi quelli della mia infanzia. Non ho avuto altra scelta che essere a mia volta Comunista. Lascio presto la scuola, forse troppo presto. Essendo tra quelli che hanno compiuto i vent’anni nel 68, cosa potevo divenire se non un sessantottino e vivere la piazza e tutti quegli slogan e le occupazioni? Nei primi anni ’70 entro nel P.C.I. e vivo la segreteria Berlinguer, curo la FGCI; come sempre la mia attenzione è rivolta ai giovani. Dipingo un po’, scrivo un po’ di più; leggo abbastanza. Per molti motivi mi allontano dal Partito ma la ragione principale è che non voglio in nessun modo che i miei ideali diventino un mestiere. Mi piace dare idee e sudore e starmene nell’ombra. A farla breve a poco più di 40anni mi invento un Centro Sociale che presto diventa occupato: Marcos. Io 45anni circa e loro tutti 20enni. Grande spazio, grandi progetti. Naturalmente ci sgombrano. Allora con parte degli stessi ragazzi apriamo un circolo culturale in una struttura pubblica, una scuola: Icaro. Mi allontano perché considerato dall’amministrazione di centro sinistra un pericoloso sovversivo; per non creare problemi al gruppo. Torno a lavorare con quei ragazzi dopo un po’ di decantazione ad un progetto ambizioso, il recupero di un forte della prima guerra mondiale (Forte Sirtori), aprendo un Centro Sociale enorme non occupato cioè vincendo la gara d’appalto: Baracca e burattini. Dopo sei anni, sempre circa, una giunta di centro destra ci chiude quello che era per noi un grande sogno con tanti giovani. Cerco di difendermi durante i seguenti 5 anni di mobbing duro e di lottare. A 59 anni mia moglie, dopo 33 di matrimonio, chiede la separazione, poi otterrò il divorzio. Forse sono troppo sovversivo anche per lei. Mi invento per la quarta volta una lista elettorale e mando a casa quei politici di destra dai comportamenti un po’ fascistoidi: la lista ottiene il 6%, seconda della coalizione e torno a ritirarmi nel mio angolino. A 61, del tutto casualmente, ritrovo la mia ragazza del 68. E’ un incontro che non può non lasciare il segno, era stata una storia breve ma intensa e io avevo continuato a portarla nel cuore. Non può che tornare a divampare l’amore. Lei è la mia Compagna (in tutti i sensi). Il nostro rapporto ha un solo momento di crisi quando lei mi dice che economicamente sta abbastanza bene. Stupidamente temo che questo possa cambiarmi o averla cambiata. Con Lei ritrovo la mia città perché Lei ha una casa bellissima a Venezia. Veramente ne ha anche una per le vacanze a Ponza. Lo so: sono l’unico uomo che ha vinto alla lotteria senza nemmeno comprare il biglietto. E ora questa avventura della Mostra. Spero di non aver annoiato. Certamente non è tutto ma è una parte di quel tutto. Non si può mettere tutta una vita in un post. Che dire? non amo parlare di quello che ho fatto. Spero di aver sempre qualcosa da dire su quello che vorrei fare. Stare vicino a Lei è attraversare le cose con entusiasmo e serenità. Spero solo che Lei sia felice per tutto quello che merita e per quello che ha sofferto. Anche nel nostro rapporto cerco e cercherò di mettere tutto il mio entusiasmo e il mio impegno. Speriamo di mandarvi presto una cartolina dalla Palestina.

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Foto di un tramonto a ponza dell'isola di PalmarolaIl ritorno è sempre faticoso. Come ogni ritorno. A dirla tutta ormai il viaggio non mi crea più grandi ansie. Sono passati quei tempi. Nemmeno un leggero mare mosso riesce a togliermi il buonumore, e la calma o ad inacidirmi lo stomaco. Solo un senso leggero di mancanza d’aria. Il bisogno di deglutire. Lei mi ricorda di avermi sconsigliato di leggere durante la traversata. Forse Lei è saggia almeno quanto io sono testardo. Ah! le donne; sempre così orgogliose e così materne. E io devo vincere i miei limiti ed i miei timori. Alla fine tutto torna liscio. Ci salutano gli amici mentre sostiamo a Roma. Anche questo è il nostro viaggio. Un viaggio a quattro mani e a molti cuori. Sfruttare ogni occasione per l’incontro. Avere la possibilità, come in questo caso, nella nostra “Isola che non c’è” di aprire la porta. Di ospitare. Di conoscere nuove amicizie. E poi quel saluto veloce a quei vecchi amici. I nostri viaggi sono sempre viaggi attraverso le cose, i posti, e le persone. Portiamo sempre indietro un pugno di foto e gli occhi colmi di immagini e sorrisi. Nulla riesce a dissuadermi. Nemmeno quella casa che più la amiamo e più sembra volerci respingere. E’ una casa difficile e delicata, bellissima per noi, ma ha bisogno di tante cure e coccole. Ogni mattino ci chiede nuove attenzione. E il mare è bello e lì lontano mentre ci costringere a riprenderci cura di lei. Ma questa è una storia tra tante storie. Ad esempio… causa le attenzioni di Alvise per troppo amore la casa si è trasformata nella casa dei gatti, ma questo forse lo racconterò in un altro momento. Le ho anche scattato un paio di foto a ricordo. Pure a lei. Una gatta molto curiosa e molto aristocratica ha eletta la casa dimora della sua famigliola invitando anche un’amica o amico che fosse. Allattava i suoi due gattini, purtroppo il terzo non ce l’ha fatta, e ci chiedeva cinque pasti al giorno. Le abbiamo lasciato qualcosa prima di partire. Spero saprà far fronte al cambio di tavola calda. Solo la vita può spaventare, non certo il viaggio. Ed è stata solo vacanza. E un po’ lavoro. Distanti da tutto. Eppure tutto era là a aspettarci. Lo sapevamo. Solo sole e mare davanti agli occhi., Di che lagnarci? Posto incantevole come pochi; come sono incantevoli i nostri posti. In fondo è incantevole il mattino da quando Lei è al mio fianco. Si può essere più frivolo? E pensare che non ho mai amato parlare di me. Forse ho vinto quella mia riservatezza parlando di Lei; o di noi. Vorrei far vedere il sole ed è uno splendido sole quando uno ce l’ha negl’occhi. E dentro. E in fondo, per i piccoli lavori, comincio a sospettare che non sia colpa del nostro eremo. Sospetto che sia tornato a farsi vivo il mio fantasma personale. A richiedere anche lui le mie attenzioni. Troppi sono i piccoli disagi improvvisi e inspiegabili. Non ricordavo più nemmeno il suo nome. Tornerò a pregarlo di sedersi a tavola con me per spiegarsi. Dicevamo… Ma il ritorno è sempre una sorta di penitenza. Certo che capisco gli occhi sgranati di meraviglia di chi arriva nella nostra splendida città. Meraviglia ancora anche me, e lo sarà sempre. Venezia resta uno dei miei amori più grandi. Mi riportano a casa i suoi palazzi affacciati sul canal grande. Metto in fondo una povera foto per cercare di dire di questa mia emozione. Ciò non basta a mitigare che è un ritorno. E lui, il fantasma, lo ha fatto, il ritorno, con me. Solo piccoli dispetti per avere il mio interesse. Una connessione che all’improvviso non va. Un niente su un computer nel momento che ne restano altri due attraverso i quali ritrovare gli amici di rete e leggere i loro messaggi. Un interruttore che dispettoso non accende più le luci. Quello che mi infastidisce veramente è il lavoro che mi aspetta. Sono troppo vecchio e troppo felice per pensare al lavoro. Alla fine mi chiedo a cosa servono questo mie parole. La rai (due) ci fa leggere un racconto di ferragosto. Lettura d’autore. E allora capisco che se queste povere parole non hanno grande spessore non sono poi così inutili perché a scrivere banalità non serve un cosiddetto scrittore, posso riuscirci autonomamente anch’io.Foto della Ca' d'oro di notte illuminata di luci multicolore

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Insenatura a PonzaSi parlava stamattina, appena svegli. Nemmeno il tempo di aprire gli occhi e c’è già qualcosa di cui parlare. Mettiamo apposta la sveglia prima per non restare magari con una parola in sospeso. Dicevo, si parlava stamattina e tutto era nato da una frase di un’amica di blog: “ho comprato il mio primo bikini dopo 16 anni”. A parte la naturale e spontanea battuta ironica che m’era venuta e che naturalmente non ho postato: “Spero che nel frattempo avessi qualcosa con cui coprirti”. Comunque Lei mi parla del valore del bikini. Non è che io sia proprio un fulmine di guerra quando si tratta di capire. E poi non ho mai messo un due pezzi. Dopo “enne” tentativi ho il sospetto di aver approssimativamente capito di cosa volesse parlare. Mi spiega, con pazienza certosina, “Intendo il bikini come metafora. Pensa a…” e mi cita tre amiche blogger che, proprio in quanto blogger, non sono qui amiche reali ma valgono come prototipi di pensiero; e poi la loro attività di rete garantisce quell’anonimato necessario. Mi spiega che mentre la prima si chiede quando troverà il coraggio di indossarlo, una seconda fa circolare per tutta internet le sue foto al mare, appunto, in bikini, e la terza non lo mostra ma racconta che subito dopo la tal foto se l’è tolto per un’abbronzatura integrale. Accidenti, mancata per un paio di minuti. Devo ammettere che non ero al corrente della ricerca di quel coraggio da parte della prima. Le donne parlano tra loro e poi pretendono che noi si sappiano le cose. Ora lo so. Aggiungiamo che la mia compagna, cioè, come ben si sa Ross, voleva riferirsi al bikini come strumento di seduzione. Onestamente anche questo lo trovo un azzardo. Abbiamo incrociato al porto una giovane figura di donna, che sembrava uscita da una rivista di moda degli anni sessanta, che indossava una tutina, top e pantalone, bianca. L’ho rammentata perché il suo vestire certamente copriva meno della media dei bikini nazionali, mostrava anche il resto per una questione di trasparenza ed era usato assolutamente come strumento seduttivo. In realtà come richiamo per allodoli e uno doveva averlo già trovato perché, seppure attempato, le avvanzava accanto. Comunque la serata, fino a che mi è dato sapere, e scorsa tranquilla, fino ed oltre i fuochi artificiali che son stati sparati proprio sopra le nostre teste. Ora non so quando l’amica blogger troverà quel coraggio e se lo troverà. In spiaggia non mi sembrerebbe un grande azzardo, per andare ad una funzione religiosa o civile, magari in municipio, sì. Inoltre il bikini conta anche a seconda di come è riempito; credo. Nelle sue foto la seconda amica pare voler dire: “Guardate che gran pezzo di figa sono, cosa vi siete persi e vi state perdendo”. Nella realtà magari è solo una foto al mare ma stiamo chiosando liberamente. E anche La mia compagna sorride e condivide autonomamente questa riflessione. In realtà potrebbe aver ragione aggiungendo che una, o più, foto non mostra tutto. Sarebbe fin troppo semplice se la seduzione fosse legata esclusivamente all’abbigliamento. Verrebbe da dire: la seduzione no ma la provocazione e l’attrazione sì. L’abbigliamento può diventare un invito. Certo non mi sono mai sposato solo per il fascino di una, che ne so, scollatura. La parola scollatura, meglio precisarlo, non è precipitata in questo testo e in questo punto per puro caso. Qualcuna si lagna degli uomini che le sbirciano nella scollatura per qualcun’altra sono cafoni quelli che non lo fanno, ma non lo dice. Comunque, proseguendo, la terza nemmeno mostra, promette un domani migliore, anche spostato solo di pochi minuti. In quel caso veste in modo seduttivo solo le parole. Passa oltre e alla seduzione cerca di aggiungere la provocazione. Onestamente mi sono perso e onestamente mi chiedo cosa centri un bikini da poco comprato dopo lungo tempo. La risposta dovreste chiederla, a questo punto, a Lei. Però sorge un piccolo problema: Lei è praticamente priva di vanità, e non per una questione di possibilità o di età: almeno nei miei confronti i suoi occhi sono pieni di seduzioni. Pare, per quanto la conosco e per quanto Lei stessa confessa, ne sia sempre stata immune. Che anzi rifiutasse e rifuggisse lo stesso gioco e che male sopportasse anche le lusinghe dei maschi in tempesta ormonale. C’è da ammettere che la mia compagna, cioè, come ben si sa Ross, è un caso a parte, da analisi, ovvero, almeno in questo caso, una teste che non fa testo, ovvero un caso limite, più unico che raro. La vanità infatti è virtù diffusissima non solo fra le donne anche quando ben simulata. Se una giovin donzella afferma che vorrebbe essere bella come la tal dei tale è perché si aspetta che il suo lui le dica che lo è, anche se con un’acrobazia di grande virtuosismo grammaticale sull’etica e sull’estetica. Certo le occasioni non sono solo figlie dell’avvenenza e lo sono poche volte della seduttività. Parlo di occasioni anche quando la storia o l’avventura va a finire con il partner sbagliato. E’ facile sbagliare l’altro. Parlo cioè di quantità non di qualità, un sorriso ammiccante spara al mucchio ovvero solitamente e destinato a uno ma ad un tale. Solo il futuro saprà dire chi è quel tale. Che senso ha tutto questo? Semplicemente mi sono divertito. Se c’è un senso spero lo darà Lei cioè la mia compagna, cioè, come ben si sa Ross. In realtà c’è un secondo stato del post: anche questo post è una metafora: la metafora di un post. Il lettore, credo, io, per quanto mi riguarda, conto due lettori, compreso me. Dicevo che il lettore della rete quasi sempre cerca il chiacchiericcio anche leggermente pettegolo, vuole entrare nei fatti, per quanto dichiarati, delle persone. Vuole spunto per questa forma di amicizia virtuale e per parlottare. Argomenti per animare dialoghi che spesso sfociano in un conviviare da salottino del tè. Parliamo di corna? In realtà io mi intestardisco a postare racconti e raccontini che quasi mai hanno qualcosa a che fare con me o con una realtà vissuta. Oggi, con questo, spero di non perdere anche la mia unica lettrice, cioè la mia compagna, cioè, come ben si sa, Ross. Il mio timore è dato per la mia poca dimestichezza e piacevolezza nell’esprimermi su vizi e virtù di persone reali (o quasi). Mi rifiuto cioè qui di fare di fare il saggista dei sentimenti e delle debolezze. Preferisco farlo inventandomi dei personaggi. Osservando loro. Resta in sospeso la questione di un bikini: di che colore sarà quel maledetto due pezzi? E quanta superficie di pelle coprirà? E soprattutto riuscirà la nostra eroina blogger ad indossarlo in tempi ragionevoli? Le ho risposto che se porta il bikini noi le possiamo mettere a portata di bagno un meraviglioso mare.

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Ponza: veduta del mare
Oggi il mare è tranquillo. Di un blu cobalto. Attorno agli scogli non c’è un minimo di colletto bianco. Quelle che chiamano ochette. Solo poche vele sfruttano il poco vento. L’aria è calda. Un urlo d’estate. Estate: stagione di voglia di leggerezza. Lì in fondo il mare diventa cielo senza soluzione di continuità. E’ un unico sfondo. Tutto fa frivolo, allegro. Non ti aspetti di vedere le navi dei pirati. Si stanno radunando. Ormai manca poco. Sono pronte a dirigersi verso Gaza. Solo chiudendo gli occhi sembra di vederle. E sulla prua lui, il pirata che chiami per nome. Strani pirati pronti ad affrontare la flotta dei tiranni. I cannoni, se serve, il piombo e il fuoco. Armati solo del loro coraggio. E davanti a loro arroganza e disprezzo. Davanti a loro il potere della forza e della violenza. I fuorilegge del potere che seminano terra e mare di odio. Il pensiero va agli amici coraggiosi. Alla loro traversata, all’impresa. Ed è allora che ricorda quella vecchia storia di pirati; altri pirati. Un pensiero leggero va anche a loro, e un po’ d’invidia. Un pensiero dice che in quel mare c’è spazio per tutto e per tutti. Loro solcano un altro mare. Lui sale sull’albero, non c’è un orizzonte più lontano che possa vedere. E gli occhi si bagnano di mare. Ha una leggera vertigine, una piccola paura di vuoto. Gli sembra di poter sfidare il mondo. Ha un sogno folle che gli bagna le ciglia. E si sente libero.
Non prova più nessuna stanchezza. Non c’è altro rumore che quello impercettibile delle foglie. Il raro grido lontano di qualche gabbiano. Alcuni cinguettii. Due piccoli gattini nati da poco nascosti in un cartone, tra i rovi, chiamano mamma e pigolano sommessamente. Alvise ha aperto loro gli occhi. Con acqua, cotone e delicatezza. E’ quasi silenzio. Il grande gelso si allunga per due terrazzamenti ma non si alza mai troppo verso il cielo. Si lascia stuzzicare dalle ginestre. Le sue membra sembrano rattrappite come in un grido muto. Sembra incerto e volersi tenere sul sicuro, vicino a terra. E’ robusto e frondoso e pieno di frutti maturi e saporiti. Poi all’improvviso più in basso scorge due ragazzi. Come sono giovani. Golosi cercano i frutti più lontani. Quelli che sembrano inarrivabili. Sono sempre quelli a sembrare più gonfi e più buoni. E’ lui il più ardito. E li raccoglie con gioia per l‘amica. E glieli porge. Hanno solo i costumi, come corressero verso quel mare che continua a stare distante. E ha parole piene di risa. E qui sorrisi abbagliano come il sole. Non potrebbero vestire diversamente. Lei ha ancora forma da ragazzina. Lui si finge uomo e coraggioso. I frutti li sporcano di gioia e d’un rosso acceso. Ne hanno le mani impiastricciate, e i capelli, e il viso, e tutto il corpo. E si guardano e tornano a ridere. Lui ha paura di farsi scorgere, si raggomitola e sale più su. Non sa staccare gli occhi da quella loro allegria. Gli sembra un altro mondo il loro. Crede di ricordare qualcosa. E’ passato tanto tempo. Poi lo riconosce, quel ragazzo è lui. Quella ragazza è lei. Loro sono tornati. Sì! è passato veramente molto tempo, ma non troppo. Vorrebbe ma non può parlare, chiamarli. Si sente il cuore leggero. Non si tenesse aggrappato al ramo quei sogni d’estate potrebbero farlo impazzire. Chiude gli occhi e in quel cielo assolutamente sereno e luminoso si lascia volare. E tutto il mono è fuori. Ed è bello essere nuvola ed essere leggero. La ragazza chiede al ragazzo un bacio. Non bisognerebbe andare a Ponza se non si è disposti a credere ai sogni.

P.S. l’immagine del gelso è ancora dentro la macchina fotografica. Ci sarà bisogno di tempo perché possa essere postata.

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Ponza vista dall'Isola che non c'è

Un sole (uno solo) acceca. C’è là un mare d’incanto. Una leggera brezza lo increspa. Ne porta l’odore fin lassù: all’Isola che non c’è. Si sono distratti, come due ragazzi. E come un ragazzo Michele ha la meraviglia negl’occhi. Quello stesso senso di incredulità. E si sente sereno. Ed è felice. Se la coccola con gli occhi. Rossana lo sa, e se ne accorge. Sembra che il mondo sia solo colore, che non abbia suoni. E’ tutto così lontano. Non possono chiedere di più perché un di più non c’è. Guardano lontano abbracciati. In silenzio lui si scusa con gli amici. Gli sembra quasi di mancare. Vorrebbe averli tutti là. Anche se sa che è solo un breve arrivederci. Ma non proprio breve. Tutto è sospeso tra le pagine di una favola. Ogn’uno se la può scegliere la favola. Ma è una favola a lieto fine. E il promontorio è la prua della nave. E il grido dei gabbiani avvista terra. Nell’aria c’è già una canzone. Inutile disturbarla. Inutile interromperla. Come due ragazzi si tengono per meno e vanno verso quel sole. La felicità sa trovare lacrime dolcissime. La vita deve essere amata.

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Siamo tornati

porto di ponza

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Saremo assenti per una intera settimana:
da sabato scorso a domenica prossima, compresa.Immagine di Ponza

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Le ultime notizie che ho avuto di lui sono in una cartolina da un’isola tropicale che credevo esistesse solo per i films.

1. Aveva studiato ingegneria, e con ottimi frutti. Si sa poi come va la vita. Ma fu forse proprio per questo, grazie a questo, che aveva potuto raggiungere il posto di vicecapo dell’Ufficio Economato lasciando questo sogno nelle ambizioni di molti. Questo ufficio, si può dire, era posto ai vertici della piramide. Ma di quale non era mai stato chiarito.
Era, è facile capirlo, un posto della massima responsabilità; il suo. Un posto degno dell’uomo. In realtà non aveva niente a che fare, in nessun modo, con materiali d’uso vari; né con la vera prassi relativa agli approvvigionamenti nella struttura pubblica. Ne condivideva solo la polvere.
Non riceveva nemmeno gli ordini. Infatti il lavoro consisteva nella presa visione (e nel visto) delle cedole di carico e di scarico. Il timbro quadro nel primo caso, quello tondo nel secondo; e la sigla su entrambi.
Per essere precisi il compito diventava molto più complesso per la ragione che, a causa di una vecchia circolare, il timbro quadro andava posto a destra e quello tondo a sinistra; questo nei mesi pari. Nei mesi dispari i timbri dovevano essere invertiti a causa di un’altra circolare atta a rispondere ai quesiti sorti nell’applicazione della precedente.
Era però così possibile, grazie a questo semplice espediente, avere idea del mese di espletamento delle pratiche anche dalla posizione del timbro. Questo già prima dei successivi passaggi e delle ulteriori vidimazioni che quei documenti dovevano ancora subire prima del completamento della prassi di evasione.
Poi Lui provvedeva ad impilare separatamente le cedole in costruzioni ardite. Alti parallelepipedi incerti ma perfetti. I timbri destri a destra in ordine crescente. Quelli sinistri a sinistra in ordine inverso rispetto agli altri. E in questo non riusciva a nascondere il genere di studi frequentati e la laurea conseguita.
Io allora, come ora e come certo nel futuro finché la salute vorrà, ero solo un semplice vice aiuto generico. E puntualmente, pur nella modestia delle mie mansioni, restavo ogni volta attonito ad ammirare quei grattacieli di piccoli fogli di carta leggera come la vergatina. E mi domandavo come potevano sostenersi. Come potevano restare là e non essere spazzati dal primo refolo di vento.
Il mio compito consisteva nel verificare, il quindici di ogni mese, che il lavoro fosse in ordine per poi dare comunicazione per il ritiro. Anche il mio non era compito privo di responsabilità. Tutt’altro poiché molto dipendeva da quella mia comunicazione. Un’enorme meccanismo doveva mettersi in moto a seguito di quello che potrebbe sembrare un semplice O.K.
Senza voler mancare di rispetto nei confronti della sua figura professionale, in ossequio alle diversità delle mansioni, per altro ben delimitate dalla stessa declaratoria enucleata nelle Leggi & Regolamenti, eravamo due importanti bulloni (per così dire) nel grande ingranaggio. Eravamo una parte non marginale del luminoso progresso.

2. Lui era un uomo alto e robusto che lavorava volentieri con solerzia e grande impegno. La sua massima applicazione d’altronde non mancava di mostrare i suoi naturali frutti. Seppure trattato con un po’ di distacco era considerato bene da tutti. Si diceva che anche lassù…
Quella leggera patina di freddezza che riscontravo fra i colleghi nei suoi confronti non era dettata da invidia né d’altra bassezza umana, ma forse solo dal fatto che dimostrava un poco più vecchio di quanto in realtà fosse, che vestiva vestiti dall’aria annoiata e, soprattutto, dalla leggera ombra che si addensava nel bordo inferiore dei suoi occhi regalandogli un’espressione leggermente triste.
Lui non si curava troppo degli atteggiamenti meschini di quel piccolo universo meschino. Non faceva niente per farsi accettare meglio. Portava avanti il suo compito con tutta la dignità che imparai a riconoscergli e ad apprezzare col tempo; e senza mai nessun tentennamento né, ancor meno, cedimento.
Credeva nel paradiso, ma sapeva che il paradiso non è di questo mondo. Così proprio nella misura in cui credeva nell’uomo; fra dubbi e rinuncie. E non pretendeva riconoscimenti per la sua arte. Era bene al di sopra dei normali istinti terreni.
Per Fausto in verità un cruccio c’era. Era rappresentato dal fatto che non gli riusciva del tutto naturale scrivere il 9 (nove) in senso inverso, così come facevano quelli che avevano seguito regolarmente gli studi di ragioneria. Ma la sua tempra e la sua ostinazione non si lasciavano piegare nemmeno da questo non lieve handicap. E dissimulava questa preoccupazione mirabilmente.
Riusciva anche spesso a trovare modo di offrire i suoi preziosi consigli a chi poteva trovarsi in difficoltà. Senza con questo trascurare nulla. Ma quella gente non era gente in grado di apprezzare una così grande prova di suprema gentilezza. E poi lui si liberava subito, senza aspettarsi niente. Anzi rifuggiva dalla mielosa riconoscenza.

3. Imparai a conoscerlo solo con del tempo. Anch’io, all’inizio, certo influenzato, ero stato tratto in inganno. La sua figura massiccia e l’espressione sempre incupita mi avevano intimidito e trattenuto dal prendermi anche la minima confidenza. Temevo di esserne ripreso o di essere frainteso o di essere creduto indelicato e invadente.
Si fa presto ad sentirsi addebitare di una partenza sbagliata e poi riprendersi è sempre un lavoro arduo da certosino che richiede pazienza, da parte di chi ha errato, e comprensione, negli altri. E io tenevo troppo al compito assegnatomi.
Fu un’opera meticolosa. Una parola a seguire l’altra. Pian piano venne a stabilirsi fa noi un certa confidenza. Quasi una intimità. E allora scoprii un uomo come non avrei mai saputo immaginare. Rideva con facilità anche se subito dopo ripiombava nel suo stato apatico.
Presi ad andarlo a visitare anche lontano dal quindici del mese. Escogitando ragioni che nulla avevano a che fare con il mio vero e proprio servizio. Trovando scuse, che per quanto mi potessero sembrare poco verosimili, ben servivano al mio caso.
Con la frequentazione più assidua mi diventò facile ridere con lui. Era sempre pronto; anche al mio più piccolo lazzo che a me poteva anche sembrare leggermente stupido. Erano risate brevi ma piene di buona luce. Era prodigo di ottimi e pertinenti consigli e di comprensione. E fu allora che cominciò anche a degnarmi delle sue confidenze.
Amava ascoltare, ma io avevo ben poco da dirgli. Lui invece era una vera e propria miniera per me. Della famiglia mi parlava poco. Parlava del lavoro. Parlava del tempo. Parlava di quelle cose minime che riempiono la vita attraverso i discorsi quotidiani.
Così presi il coraggio a due mani e trovai l’ardire di chiedergli come mai fosse sempre così tanto esageratamente imbacuccato quasi come continuasse sempre l’inverno fuori e dentro. Anche quando i suoi rigori erano finiti ormai da un pezzo fuori e gli altri lasciavano le finestre aperte al sole, nelle ore più calde del giorno.
Mi raccontò con religioso tono che, da quando aveva avuto quel maledetto incidente, mille piccoli e grandi dolori lo accompagnavano sempre. E quando il male se ne andava non se ne andava veramente, ma era solo per spostarsi in un’altra parte del corpo. E quando non sentiva tutti i denti sbriciolarsi in bocca e tutta la famiglia stava bene aveva lavori in casa ed erano costretti a vivere come zingari.
Non fumava, più; non beveva; molti cibi gli erano vietati e tutte le stagioni gli erano ostili. Lui non imprecava mai e non imprecò nemmeno quella volta quando fu, dalla mia stupidità, costretto a ricordare quel maledetto incidente che non riusciva eppure avrebbe voluto tanto poter dimenticare.
Da allora in poi mi tenne sempre al corrente degli spostamenti. “Tu non puoi immaginare quanti sono” mi diceva “ma io conosco tutti i sintomi; così almeno non mi fregano più”. E veniva in ufficio stoicamente e poi mi confidava di aver lottato tutta la notte con l’insonnia e di esserne uscito naturalmente vinto. O di avere tutto il capo attraversato da un’emicrania che sembrava procedere con un piano preordinato.
Il giorno appresso il suo stomaco giocava divertendosi con una piccola lacerazione ulcerosa che gli gridava violenta nella carne. E lui riusciva anche a sorriderne stringendo i denti; o almeno denti e protesi e più di quest’ultime ormai. Oppure si beava di una nevralgia diffusa.
L’indomani arrivava ancora gonfio dell’ascesso della sera e riempito come un oco di antibiotici tanto da esserne quasi intontito. Se non era devastato tutto dal riacutizzarsi di un violento attacco di febbre da fieno. Per sua fortuna aveva molti amici nell’arte della medicina.
Aveva passato tutto un fine settimana con la noiosa compagnia di un otite raccontando alla moglie come le piccole scosse pulsavano con frequenze variabili, ma non tanto da lasciargli un attimo di respiro. Poi il lunedì tutto si era risolto in un raffreddore, ma senza alterazioni. Ma come poteva vivere con persone come quelle che non erano in grado di comprendere appieno la sua grande missione.
Quando aveva un attimo di tregua era allora un’angoscia puttana a sederglisi sulle ginocchia e a cantargli la sua melensa filastrocca. E così, giorno dopo giorno, viveva coltivando amorevolmente i suoi mali e rendendomene partecipe. Lui era come un bosco nel quale gli animaletti selvaggi del dolore si sbizzarrivano in una favola tragica e movimentata.
Solo quando la tensione si faceva insostenibile, e lui sembrava doversi piegare a lei, trovava sfogo ponendo distrattamente barba, baffi e occhiali alle foto sul quotidiano del giorno, appena letto, o ancora durante la lettura. Riusciva a farlo con noncuranza ormai, anche mentre parlava.

4. Un giorno, eravamo vicini al quindici, indicando con gesto ampio orizzontale del dito entrambe le altissime pile di bollette mi disse: “Vedi! non devi farti trarre in inganno. Forse potrei costruire il più grande grattacielo che c’è sopra di un uovo senza romperlo. Forse. Un grande vero grattacielo; intendo. Ma non è questo che mi interessa. Che mi importa”.
Io intanto invidiavo quella sua robusta tempra e sprecavo tesori di ammirazione nei suoi confronti. E’ vero, parlavo poco di lui e con gli altri colleghi spesso cercavo anche di distrarre il discorso. Ma solo per una stana forma di gelosia; forse temevo che parlandone la nostra amicizia si sarebbe fatta in un qualche modo meno preziosa.
Allora mi confidò che era anche preoccupato per la situazione politica. Il mondo stava impazzendo in quei giorni. I pesci pretendevano di volare e gli uccelli di nuotare. Gli stolti cercavano di imparare a recitare il silenzio. Come si può essere precisi quando le cose vanno come vanno. Io non ne capivo molto di politica ma mi sembrava di poter cominciare a capirne.
Le cose non possono che farsi sempre più dure per quelli come noi.” –mi disse ancora.
Come amavo quel “noi”. Così maschio e così confidenziale. Non sapevo a cosa appartenevamo insieme, cosa ci apparentava, ma ero certo che qualcosa c’era. E ne ero orgoglioso. Noi infatti vedevamo quello che gli altri non riuscivano. E lui mi spiegava quello che noi riuscivamo a vedere e gl’altri no.
Così mi mostrò come, quelle bollette che a me sembravano carte, carta non erano. Come erano catene. Catene dure come un rimorso per una condanna che si allungava e rischiava di non finire mai. Catene belle e buone, più forti del più forte acciaio. E anch’io vedevo quelle carte e le vedevo catene. Allora mi disse: “Non perdere tempo. Leggi un buon libro”.
Era quel suo “tutto questo è niente” ad atterrirmi e a emozionarmi contemporaneamente. Era la vera misura della sua grandezza. Tutto quello era niente: il nostro lavoro, lo sviluppo, la società. Tutto era in quelle carte e quelle carte erano niente. Capivo che non potevo capire. E allora mi disse qualcosa di ancora più oscuro: “La carta ha portato la storia. Ha servito i re e i popoli. Ha ben altri scopi che soggiacere a questa polvere”.

5. Avevo il sospetto che fosse quel suo affaccendarsi nel lavoro ad alimentare ancor più le sue malattie. Quel suo non risparmiarsi davanti ai compiti e alle responsabilità anche più gravosi. Sì! forse anche le preoccupazioni. Certo anche la vita fuori dell’Ufficio, che pure doveva avere e di cui era tanto parco di parole.
Intanto l’estate si avvicinava con modi ormai frettolosi e bruschi. Forse il caldo, forse tutti quei discorsi non sempre chiari, fatto sta che il lavoro mi cominciava ad apparire noioso e futile. Mi pesava un po’ in groppa. Quel lavoro che così tanto era stato per me. Quel lavoro che mi aveva dato una dimensione e una dignità.
Un giorno mi sussurra, come in segreto: “Sono mesi che accumulo carte. Questa mi sembra particolarmente buona. Robusta, resistente; e bella lucida. Qui scivola via anche il peggior peccato”. E mi parla con una strana luce negl’occhi. Un misto di gaiezza e furbizia: “Vieni a vedere”. Mi guida allora fino a un armadio che aperto, svela, al suo interno, una vera montagna di fogli di ogni dimensione. Tanti che sembravano voler far scoppiare il mobile.
Cosa posso dire io che me ne pare? Dovevano essere mesi se non anni che accumulava carta. Che accumulava carta perché quella potesse giungere a quella spaventosa quantità che sembrava non aver mai fine, e non trovare argini al pericolo di un suo franare su tutto e su tutti.
Tutto senza che nessuno potesse esser mosso dal minimo sospetto. E tutta quella carta metteva ansia. E mi sembrava tanta che nemmeno quella che era servita per scrivere tutti i libri della Biblioteca Comunale mi sembrava altrettanta. Ce ne sarebbero volute ancora di penne per scrivere sopra a tutti quei fogli dai vari formati, dalla varia consistenza, e persino dai vari colori.
Se l’avessi saputo forse avrei potuto anch’io… ma forse era un uomo come non avevo ancora completamente capito che portava in porto i lavori anche da solo e soprattutto da solo. Con tutto l’orgoglio per sé di aver compiuto la missione per cui era stato destinato.
Era un’opera ciclopica. La sua opera. Richiuse l’armadio dicendo che ormai mancava poco; molto poco. Io con imbarazzo non gli chiesi niente. Temevo di apparire il solito sprovveduto. Il solito che capisce le cose quando tutti gli altri se ne sono già allontanati e dimenticati. Di far la figura dello sciocco o del cretino. E non ci tenevo proprio.
Ma, senza farmene accorgere, cominciai a prestare ancor più attenzione, se possibile, a lui. Seguivo ogni sua parola e ogni suo gesto con gl’occhi finché non fossi certo che si fosse definitivamente compiuto. Ma non scoprii mai come riusciva a procurarsi quella carta.
Mi sentivo inutile nel momento che non potevo partecipare completamente al suo segreto né essergli di alcun aiuto. E cominciavo proprio a temere che avesse ragione lui. Quando mia madre mi aveva detto che vi avrei trovato un lavoro sicuro e tranquillo mi ero sentito riconciliato e pieno di speranze e di entusiasmo. Ma ero solo il 7403.

6. Una sera, quando tutti erano ormai usciti, sentii dal suo ufficio un rumore sfrigolante, come se un esercito di topi fosse intento a rosicchiare tutto. Entrai ed era lì tutto preso nel lavoro. I fogli per tutta la stanza come una marea di carta. E i fogli cantavano fra le sue dita, cantilene allegre. E lui che si muoveva febbrile: incollava, tagliava, aggiustava, rattoppava. Fu ben felice di ricevere il mio aiuto.
E’ facile capire la mia di felicità. Certo non potevo che limitarmi a passargli i fogli; al massimo a passarci la colla sopra. Le carte prendeva forma e vita. Ma solo ai suoi occhi avevano già una struttura definita. Lui già vedeva la sua opera compiuta e diventava ancora più sicuro e più impaziente.
Subito dietro l’ansa leggermente a gomito del grande canale l’acqua si riempiva dei frammenti di stagno della luna e l’aria fresca e sottile accarezzava le tranquille onde che coccolavano ogni immagine che capovolta vi si volesse specchiare.
La facemmo passare direttamente per la finestra e, con molta delicatezza, appoggiammo alla superficie del canale quella enorme barchetta di carta. Disse solo: “E’ tempo che vada”. I suoi occhi erano appena arrossati dalla commozione e dalla felicità. Mi strinse la mano con tanta forza e tanta energia che capii che non l’avrei più rivisto. E scivolò dalla finestra e sull’acqua col vento in poppa.¹


1] 17 ottobre 1994

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Latitanza

Salvo contrattempi da stasera fino a settembre, affacciandomi alle finestre, non vedrò la mia amatissima Venezia, ma avrò davanti agli occhi la veduta che nella foto è stata presa dalla terrazza più alta forse di tutta Ponza. So che non mancherò a nessuno ma ogni eventuale assenza dal blog è giustificata da una, vi assicuro meritata, vacanza. Come vedete nella stessa foto provo già un bel po’ di mal di mare davanti a quelle trasparenze e a tutta quell’acqua. Le isole, Ponza non fa eccezione, hanno un solo difetto: troppo mare intorno. Io sono abituato alle superfici, alle piccole profondità dei miei canali. Ci risentiamo.

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E sopra il cielo era il più bel cielo
pieno di notte, limpido, sereno e complicato
gonfio di stelle come se non ne avesse bastanti
così gettate lì su tutto e alla rinfusa
tanto che le luci luccicavano a sconfinare
una con l’altra a ingarbugliare il lucore
e poi vezzose a riflettersi del mare palpitanti
e, stringendola, a mancarsi il respiro
perché di parole non si può esser parco
ma tutte mancavano a rimestare
o non trovavano voce; confuso
e davanti solo spazio e ancora spazio
e quello tra le braccia in cui annegare

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