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Posts Tagged ‘potere’

tazzina di caffèGli abitanti di Carvo erano un popolo di gente strana. Quando gli avevano imposto le regole avevano creduto di poter restare quelli che erano e invece (come avviene) le regole li avevano cambiati (un poco per volta). Allora erano una comunità operosa ma anche generosa, aperta a tutto. Per loro non esistevano gli stranieri ma solo gli esseri umani, ma forse avevano cuori e vene troppo fragili per questo giorno. Anche quando era arrivato lui era diverso ma loro non lo avevano visto diverso e le piccole egeni avevano fatto a gara per preparargli la tavola, per stirare le sue camice, per lavare i suoi panni, per pulire le sue stanze e (con piccoli sorrisi appena maliziosi) per scaldare le sue lenzuola (forse non conoscendo ancora nemmeno quelle pieghe dell’egoismo). La pietra che nascondeva nel petto non si era fatta bagnare dall’umidore di quegli occhi generosi. Aveva comprato tutto quello che poteva comprare ed era stato facile perché nessuno lì aveva mai venduto nulla, e aveva insegnato loro l’uso del denaro. Poi con una nave aveva fatto arrivare il liquore di mele e le banane, che non avevano mai visto, e nascosto il frumento dopo esserselo accaparrato. Era uscito di giorno con la donna della notte per insegnare alle altre l’invidia. Lui conosceva il suo mestiere e molto lentamente la peste si era diffusa. Il gorzino lo affrontò sfoderando il coltello e lui seppe che aveva vinto. Quando li minacciò di andarsene loro furono costretti a scegliere: deposero il loro re per offrirgli il trono. Ma lui voleva di più, voleva anche ogni loro sogno.

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tazzina di caffèCome dice un amico (si può parlare di amicizia scrivendo le stesse lettere? Io dico di si) il popolo delle formiche è una comunità laboriosa. Tutte a correre dietro le altre frenetiche e sempre in silenzio. Per dire la verità anche industrioso: avevano scavato delle lunghe gallerie così da non essere costrette ad uscire e correre pericoli di un qualche genere come quello d’essere calpestate da incurante distrazione o di fare incontri come la signora Carla (donna pettegola e appiccicosa come poche). E’ pure vero che quelle piccole creature non pensano agli altri troppo prese da quel che inseguono; ma cosa inseguono per correre tanto e non avere nemmeno il tempo di farlo? Nella loro città suona in continuo una musica che scaricava ogni possibile tensione e così ogni pulsione. L’aveva ordinata la regina ed era sopravissuta anche a lei. Vivevano di una pace complessa e completa. Loro eseguivano gli ordini anche se non c’era più nessuno a impartirli. Anche se al posto della sovrana si era insediato in ragno impaziente. Avevano finto di non notare il cambiamento dopo avere invocato un nuovo inquilino per quell’incarico. Lavoravano per lui ma in fondo lavoravano perché era giusto lavorare. E se qualcuna spariva erano tante e appena ci si poteva accorgere solo a causa di certi affetti che sopravvivevano. D’altronde il ragno era per natura ragno e le scomparse erano solo tra quelle che avevano dovuto spingersi troppo vicine al cuore del loro sistema, alle stanze del potere. Si sa che il potere si giustifica solo con se stesso.

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QUASI UNA NOTA DI SERVIZIO
Foto di Chessman per la copertina di LifeCon la mia compagna stiamo scrivendo una storia quasi di pura fantasia che ha il titolo di questo post. L’ultima “immagine” racconta un episodio che, anche se in modo diverso, mi ha segnato. Nei commenti ne è nata una, non del tutto giustificata, riflessione sulla pena di morte. Non mi sono lasciato coinvolgere e continuerò a non farlo perché ritengo non fosse il luogo e poi perché così. Per me è stata una sorta di iniziazione, una primissima presa di coscienza diciamo così politica. Direi, per quanto possa ricordare, che fu la mia prima partecipazione ad una manifestazione pubblica, anche se una ben strana manifestazione.
E’ la notte del 2 maggio 1960 e io ho solo 12 anni, esattamente tanti quanti lui ne aveva passati nel braccio della morte “aspettando” la pena capitale. Eravamo un piccolo drappello in campo S. Boldo. Uomini e donne e mi sembra solo quel bambino che ero. Ogn’uno con la sua candela accesa in mano a guardare il riflesso della piccola fiamma sul canale. Dovevamo sembrare una strana processione immobile e silenziosa. Composta in gran parte da non credenti. Lì ad aspettare che il governatore Edmund J. Brown sospendesse ancora una volta, la nona, la sentenza. Invece il governatore della California rigettò quella nona richiesta di sospensione e Chessman fu gassato.
L’episodio è significativamente molto emblematico. Non sapevo nemmeno chi era questo Brown, forse non mi era chiaro nemmeno dov’era la California e cos’avrebbe dovuto fare un governatore. Forse semplicemente mi ricordo più stupido di quanto fossi. Solamente ero lì mentre nell’aria sembrava stesse per nascere qualcosa. Col senno di poi il ’68 si sarebbe fatto parecchio aspettare, eppure forse quelli della mia generazione cominciavano a percepire che qualcosa stava fermentando. E Caryl Chessman era un bianco la cui unica colpa pareva la povertà ed essere nato nello stato sbagliato. Dove, purtroppo per lui, sopravviveva il ricordo del rapimento, mai risolto, del piccolo Lindbergh. Non solo si sarebbe sempre proclamato, fino alla fine, innocente ma affermò di conoscere il vero nome dell’assassino. Attraverso i suoi libri e la sua lotta volle volontariamente intraprendere una campagna contro la pena di morte.
E’ quasi certo che fosse innocente dei delitti imputatigli che tra l’altro non erano delitti di sangue. Quella America di quegli anni aveva bisogno di un “capro espiatorio” e lo trovò in lui. Il potere si manifestò nella sua capacità di mostrare i muscoli e incutere timore. Fu così anche soddisfatta la sete di sangue che spesso passa nella curiosità del piccolo popolino che così ama il dramma e la manifestazione della crudeltà. Non saprei oggi dire i segni che lasciò in me e nel mio diventare uomo il ricordo di quella sera; quella battaglia. Posso dire che come spesso succede l’esercizio della “legge” coincide con quello del potere, ed è funzionale ad esso. Che l’arbitrio è fin troppo spesso troppo presente. Che troppe poche volte il Giudice è imparziale. E tutto quanto fin qui ben prima di prender nota della possibilità di errore.

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foto di Antonio Gramsci proiettata sullo sfondo al Festival di Sanremo 2011Cosa dire? non sono uno spettatore attento. Più che distratto sono un non spettatore. Amo la musica, non la kermesse. Così stavo guardando un po’ qua ma anche un po’ là. Con il linguaggio di oggi si direbbe che stavo facendo zapping. Per quello non ho visto tutto. Semplicemente, con un po’ di fortuna, ho visto quello che conta. Se non si è capito sto parlando del festival. Quale? Ma quello di Sanremo naturalmente. Quello ultimo; di quest’anno. Perché allora: cose dell’altro mondo? Essendo dovrebbero essere di questo. In verità è un modo di dire. Indica l’insolito e anche di più. Mi mette un po’ a disagio che in quella manifestazione vinca quella che a me sembra la migliore. Non ne faccio solo una questione di simpatia né voglio darne un parere critico. Personalmente ho dei dubbi nel definirla una grande canzone. Forse sarei per il buona. Semplicemente mi sembrava la meno peggiore del lotto.
Non bastasse questo arriva seconda una ragazzina con una voce e una grinta che si fa rispettare. Una ragazzina, tale Emma Marrone, già anche di “Amici” ho una conoscenza tanto superficiale da poter affermare che ignoro la trasmissione volutamente, dicevo che Emma aveva già mostrato di che pasta era intervistata per la manifestazione di Roma delle donne: quella titolata Se non ora, quando? Svoltasi domenica 13 febbraio 2011 (data da ricordare). Mi ero formato l’opinione senza sapere a chi apparteneva quel viso grazioso e grintoso. Dentro quel contenitore solitamente frivolo che è il “Festival della canzone italiana” si inserisce anche l’intervento del grande Roberto Benigni (vedi sotto) che definire comico e criminalmente riduttivo. Lui, l’autore di “La vita è bella”, ci fa riscoprire l’orgoglio dell’appartenenza, della nostra terra e del nostro inno. Alla faccia di chi predica nel deserto della separazione. Forse assestando un colpo micidiale a chi si è fatto affascinare da quei facili slogan: che soli è bello. Un po’ come dire che chi fa da se fa per tre e anche per tutti. Potrei chiedermi se è possibile che in questo paese la politica sappiano farla gli attori, i comici, i cantanti, gli eccetera mentre i politici non sanno né di questo né di quello. Ormai sono stanco di chiedermi alcunché.
Se non bastasse Luca e Paolo, che paiono gli unici che riescono a divertirsi veramente e non sono tra gli apostoli, se ne escono a leggere una brano di Antonio Gramsci. Proprio di Antonio Gramsci; quello lì. E sullo sfondo c’è un immagine dello stesso con fondo rosso. La stessa appiccicata in testa a questo post (appunto vedi sopra). Un’immagine che non è la solita del Gramsci giovane. Né è quella, tanto cara ad un amico, del Gramsci dell’ultima ora; quello gonfio e sofferente. Quello che la dittatura fascista sta portando alla morte in carcere. In verità anch’io “odio gli indifferenti”. Forse nemmeno li odio. L’odio è un sentimento troppo forte e non lo so molto frequentare. Diciamo che mi schifano. Ma io già volevo, qui o altrove, parlare del Grande Compagno, per altro e trovarmelo al festival mi ha fatto un po’ sobbalzare. Strano paese l’Italia. A volte simpaticamente strano. Anche a pensare che ormai una cultura “altra” sembra non essere all’ordine del giorno di nessuno; non interessare più.
In quel mentre in un altro canale mi sono imbattuto in Dario Fo che recitava uno dei suoi “Misteri buffi”. Ancora una volta mi ha affascinato attorno al monologo che ruota sulla storia della figura di Bonifacio ottavo, dove ottavo non è il cognome ma un numero progressivo. Non avevo mai pensato che ci fosse potuto essere stato anche un Bonifacio uno, un Bonifacio due, e tutti gli altri Bonifaci eccetera. Mia distrazione ma anche perché degli altri nessuno me ne ha mai parlato. Mi si tacci pure di ignoranza ma siamo tutti ignoranti di quello che non sappiamo. Certo che certe cose non invecchiano mai, restano sempre attuali. Il potere si assomiglia sempre. Ha sempre quei tratti di protervia e cialtroneria e sfacciataggine e prepotenza. Così, girovagando per il palco, il grande autore e attore e mimo e cantante ci ha ricordato che: “La storia la fanno i popoli, e la raccontano i padroni”. Così il gatto si mangia la coda. E torniamo all’inizio. Se la nostra memoria la raccontano gli altri non lagniamoci di quel racconto. Non so se è finita la classe operaia, ma la cultura da esse prodotta è scomparsa per suicidio e per apatia. Cosa ci è rimasto di quarant’anni della nostra storia? Di tanti tentativi di raccontarla da noi la nostra storia?

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Anch’io quel venerdì 15 gennaio ero a Trieste a salutare il ritorno dell’amico Luca. Ne avevo parlato e volevo scriverci un post, ma lo hanno fatto in molti così come egregiamente l’ha fatto l’amico Marco. Resta l’assurdità dell’esperienza e l’amarezza frustrata davanti all’arroganza esibita del potere. Cosa conta se quell’arroganza condanna il mondo? Oggi di Luca arriva una mail e mi sembra possa essere un bel giusto post. Arbitrariamente e senza permesso posto le sue parole così come mi sono arrivate e sono arrivate agli amici. Spero che il buon Luca mi perdoni la libertà che mi sono preso.

Ok. L’ho fatto. Con un ritardo di poca eleganza.
Il primo impulso è di dire almeno “grazie”.
“Ma de che?”, sarebbe la giusta replica. Io c’entro poco.
Solo, di essere fra noi, coloro che disdegnano parimenti di essere oppressi e di divenire oppressori. Coloro che vivono il mondo senza dimenticarsi di sognarlo.
Alla fine non ho resistito e mi sono affacciato su fb. E ora anche ai anche ai gruppi su fb.
Ieri scadeva il termine perché l’accusa facesse ricorso.. e non l’ha fatto (e volevo anche vedere, cazzo). Allora mi son detto: diavolo posso meta-iscrivermi anche alla mia meta-liberazione sui gruppi di fb. Come farsi il caffè con il caffè precedente.
Il computer mi ha fatto capire che non ce l’avrei fatta a leggere tutto. Del resto sono già abbastanza intimidito così. Il primo impulso è, appunto, di dire almeno “grazie”.
“Ma de che?”, sarebbe, appunto, la giusta replica.
Dopo gran cogitare di cervello, mi sono reso conto – e ci ho messo un po’ – che non ce la faccio ad arrivarci. Direi per un decimo di quanto vorrei solo un decimo delle cose che vorrei.
Soprattutto, io c’entro poco. Non sono qualcuno, sono uno. E potrei essere ognuno e ciascuno di noi. Noi, coloro che disdegnano parimenti di essere oppressi e di divenire oppressori.
Coloro che vivono il mondo senza dimenticarsi di sognarlo, che sono ricchi di prospettive e poveri di paure, che non credono ai muri ma piuttosto alle carovane di desideri che attraversano i deserti aridi dei nonluoghi.
Noi che sciamiamo in mille rivoli e in mille storie, senza obbedire alla tristezza, con amore, giustizia, dignità (e rabbia, che quando ce vo’ ce vo’).
Allora, invece di ragionare tanto, vi scrivo solo quello che sento, che ho già scritto alle compagne e ai compagni di ogni giorno (diversi dei quali se lo ciuffano qua un’altra volta). Sono le parole più semplici e più immediate.
Ognuno e ciascuno ci troverà quel che vuole.
Intanto, semplicemente, grazie.
Ma de che? dell’amore, giustizia e dignità.

Gracias a la vida,
Que me ha dado tanto,
Me ha dado la risa
Y me ha dado el llanto
[Me ha dado la rabia
Y me ha dado la dignidad]
Asi yo distingo
Dicha de quebranto
Los dos materiales
que forman mi canto
y el canto de ustedes
que es el mismo canto,
y el canto de todos,
que es mi propio canto

Gracias a la vida,
Que me ha dado tanto

Ero sommerso dagli abbracci mentre ero in galera e mi raggiungeva quello che in tant*, tantissim* mi avete scritto, lo sono stato non appena fuori e continuo ad esserlo mentre leggo tutto quello che avete scritto, detto e fatto, immaginato e pensato.
Quello che tutti noi avremmo fatto per ognuno, perché di noi ognuno è ciascuno, è un canto, ed è lo stesso canto di tutti.
Se – anche quando ero convinto che sarei stato dentro tre, quattro o più mesi, per dovermi poi reinventare un lavoro di crisi – ho mantenuto 2 pences di dignità lo devo a questo canto, di tutti e di ognuno, a “la family” nordestina che ha firmato quel (vigliacco 🙂 ) manifesto con la mia faccialinguaccia sui muri di Trieste e al fatto che non avevo colto che chi lava i piatti nelle galere danesi guadagna 1700 euro al mese (se lo scoprivo prima.. era ovvio che le avevo buttate io le bocce).
Ora quel canto è di rabbia, di lotta, di pianto per chi è in galera ancora, per rosarno, per la shock economy di haiti, per la vita di ogni giorno nella crisi e in ogni dove, che in italiano si dice “precaria”, in francese “intermittente”, in spagnolo “eventuale” (in danese “fanculo”). Un canto con i denti di fuori e con i bastoni, ma pur sempre di abbracci e di sorrisi a chi ti è compagn*, fratello e sorella in ogni luogo: perché l’unica “giustizia giusta” è la conquista delle lotte e dell’intelligenza comuni e mai è un regalo.
E pure, in questo che è un fottuto mondo non facile, gracias a la vida che mi ha regalato qualche oretta di galera (di lusso per di più) per provare la meraviglia di questo canto collettivo che, non me ne vergogno, risuona anche di amore.
grazie. adelante “with a wind stronger than ever”.
..e cominciamo dal primo marzo, perché gli stranieri a questa violenza costante contro la vita siamo noi, tutti noi.

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Sì! proprio quello stronzo. Anzi quel gran figlio di grandissima. Fortuna che io sono educata e so dove mettere la lingua. Che so come trattenermi. Altrimenti gliene avrei dette io. Che secondo me se le porta bene lui, le corna. E se le merita. Del cornuto ha anche la faccia. Ma si è mai chiesto dove va sua moglie, quella santa donna, si fa per dire, quando lui non c’è. Come quando è a Fiuggi. Che chi di corna ferisce. Nessuno mi convince di quell’ingegner Grazioli. Si è mai chiesto come mai il bravo ingegnere ha sempre da fare quando c’è da andare a Fiuggi? Perché il fisso di casa risponde sempre occupato? Non fosse perché non amo i pettegolezzi e non so parlare male glielo avrei ben spiegato. La bella è dal ganzo. Che poi lo dicono tutti. Ma l’ultimo è sempre l’interessato. Che ho visto io lei come lo guarda, l’ingegnere, quando lo viene a prendere. Che nemmeno capisce quello che lui le parla. Secondo me quella è porca. Ma fa bene. Certo che se l’è voluto un marito come il suo. Forse l’ha fatto per quello. Non si può dire certo che le fa mancare qualcosa. Che poi il letto non è mai il più grande dei problemi. Nemmeno in un matrimonio. Guarda me. Se dobbiamo stare lontani non ne ho mai fatto una malattia. Ma so che io di Guido mi posso fidare. Come lui si fida di me. Ma dire che le cose a Guido, non con lui ma a lui, non vanno bene è un eufemismo. Per quei quattro è quasi mortificante alzarsi il mattino, povero cucciolo. Forse sono stata precipitosa, mi si può capire. Sono solo una donna. In fondo l’ho fatto anche per lui; e per noi.
Sembrava un padreterno ed poi vengo a scoprire che è solo un ragioniere. Ma chi si crede? Non che… anzi all’inizio mi ero detta che non era nemmeno male. Che se dovevo proprio fare un sacrificio era meglio così. Nemmeno bene ma certo non malaccio. Insomma per uno della sua età. Anche per le cravatte aveva gusto. Poi non mi è sembrato nemmeno questo grande sacrificio, lui è stato anche sempre molto gentile. Certo che è normale che una donna si lasci anche un po’ affascinare dal lusso. Non ne ho mai visto troppo. Non c’è sempre caviale a tavola. Le luci. Le cene. Non l’avevo mai assaggiato il carpaccio di tonno. Se è per quello nemmeno il fagiano. E poi cucinato a quel modo. Certo che non si è sprecato troppo. In nove mesi cioè otto appena quella collanina. Che se non ero io a vederla. Fortuna che mi sono caduti gli occhi e che è caduta con il compleanno. E mi ha creduto. Ma in fondo cosa sono? Solo un paio d’anni. Che anche io quelli dimostro. In fondo un po’ di bene glielo voglio anch’io. Più come un papà. O un fratello. Meglio un vecchio amico. Sì! meglio.
Non sono mica una di quelle. Che poi nemmeno era granché. Però sempre meglio di quel buzzurro del Martinengo. Che se non me l’ha detto fuori dai denti poco ci mancava. Come fossi una di quelle. E me l’ha fatto capire con la delicatezza del bovaro. E quelle mani larghe e ruvide. Stupida! mi dicevo: “Ti piace il gioco duro? Hai trovato pane per”. Ma cosa potevo fare? Gli uomini sono uomini. Difficile trovarne che fanno della gentilezza, del garbo, filosofia di vita. Non è il primo che mi si presenta. Ormai so come prenderli. “Signora lo sei già. Sai come vanno. Io do una mano a te e tu la dai a me. Capisci”? Certo che avevo capito. Lo avrei capito anche se i suoi occhi non si fossero abbassati. Se non avessero accennato a lì. E non avevo bisogno che mi mostrasse che lì lui era già… impaziente. Quasi lo aveva tirato fuori. Avrei voluto vedere io se gli avessi chiesto “Riesce ad aspettare o gliela debbo dare qui, subito, sulla scrivania, davanti a tutti”. Perché poi mi vengono in mente questi pensieri stupidi. Se avesse risposto “subito!” poi cosa facevo? Avrei dovuto sul serio aprire le gambe su quella scomoda stupida scrivania. Preferisco un bel letto. Come con lui. Al massimo se ci si deve accontentare va bene anche la macchina come con quel cornuto d’un porco del Martinengo. In fondo anche con Guido le prime volte è andata così. Ma si è accontentato di poco. E per quel poco la macchina era più che sufficiente. Non il massimo della riservatezza, soprattutto in quell’ora e in quel posto, ma non più di tanto scomoda. Deve prendere bene oppure ruba per permettersi una macchina così.
Invece con lui è stato diverso. A parte l’occasione. Che non sempre è quella a fare il ladro. Ma lui non mi ha rubato nulla. E cosa doveva rubare? Non c’era nulla da rubare. Quando mi ha chiesto di Fiuggi per poco non mi è preso un coccolone. Ci speravo, certo. Mi sono detta: E’ fatta. Ma finché non mi è arrivata la lettera non ci volevo credere. Quasi pensavo ad uno scherzo. Ho pensato che l’avesse detto per vedere cosa facevo. Cosa ero pronta a fare? Insomma se ci stavo pur di andarci. Non so. Credo di no. Ma forse anche sì. E’ vero che il posto ormai era mio ma l’occasione era l’occasione. Si fosse trattato di uno scherzo avrei saputo io come convincerlo. A sentirmi pensare così sembrerei una che spacca il mondo. Non mi ci si crederebbe. Che poi l’avevo già convinto con quello che l’avevo lasciato vedere. Perché a lui piace vedere che quasi di più. Certo qual è quello a cui non piace guardare. Se è uno da guardare mi piace guardare anch’io. Anche se per una donna sono importanti altri cose. Ma un bell’uomo è sempre un bell’uomo. Che se uno si trova davanti George mica può dirgli di no. Ma certe fortune capitano solo alle altre. Le leggi solo su certe riviste. Che poi sono storie destinate a non durare. Certo che il fisico e tutto ce l’avrei.
E poi quell’albergo. E le luci. Tutte quelle luci. E lo champagne. Basta meno per una donna. Per fortuna che io so stare con i piedi per terra e so come comportarmi. E’ naturale che mi sentissi al settimo cielo. Anzi avevo smesso di contarli i cieli. Che poi se non era per me staremo ancora lì ad aspettare. Ci sono certi uomini che proprio non li capisco. Che nemmeno se glielo spieghi e gli fai un grafico. Eppure glielo avevo certo fatto capire. Eppure per guardarmi mi guardava. E sapeva come guardarmi. E ormai conosceva abbastanza di me e le mie mutandine come i biglietti del tram. Con tutto quello che ho fatto per farmi notare. Perché nonostante tutto so esserlo quando voglio. Intendo dire che non fossi così timida non ho bisogno di lezioni di malizia da nessuno. Anzi potrei giurare che alla faccia della mia riservatezza, che Guido mi dice sempre che sono anche troppo riservata, e come Guido non mi conosce che Guido, se dovevo essere sfacciata lo sono stata sfacciata, anzi proprio porca. Che non so come ho fatto. Che mi dovrebbe ancora ringraziare. Altro che fiori. Ma chi è che potendolo non farebbe come me?
Comunque sembrava tutto bene. Ero convinta di averlo convinto; dopo quella prima volta. Ero stata convincente. Ne sono sicura. Non so cosa ma è certo che ci deve essere qualcosa sotto. Non me lo spiegherei diversamente. Lo vedevo da me che era stato soddisfatto. E dalla sua faccia. Poi quando mi ci metto mi ci metto. Non sarò neanche una troppo esperta ma le cose le so. Non ho più nulla da imparare. Lo dice anche Guido. Mi sa che lui prima di me qualche volta è andato con qualcuna di quelle. Me lo fanno pensare certi commenti. Mica sono scema. Ma prima è prima. E poi dopo quando lo trovava, il tempo. E la voglia. E la forza. Lui lo sa che se ha bisogno ha me. E gliela tolgo io la voglia. Sono sua moglie anche per questo. Certo che per lui questo non conta. Lui la moglie, bella o brutta, la tiene a casa. Mi sembra sia la seconda. Sembra ormai quasi normale. Che uno si possa sposare due volte. Anche tre. Non dovrebbe essere così. Non ha mai fatto cenno di lei. Sembra che sia un segreto.
Ma i figli secondo me sono della prima. Però bravi ragazzi. Che il primo non mi dispiace proprio. Sembra più alto anche di Guido. Se l’altezza è in proporzione. Credo abbia un negozio. Mi sembra di lingerie. Dovrei andarmi a provare qualcosa. Ma con i tempi grami. Magari dopo me la regala quel qualcosa. Solo che non mi sembra bello. Certo che sono proprio una stupida. In fondo non ho nessun dovere. Chissà com’è conoscere il figlio dopo aver conosciuto il padre? Decisamente potrebbe sembrare di cattivo gusto. E poi credo che se cercano personale il padre me l’avrebbe detto. Non penso che sia stronzo o geloso fino a questo punto. Ma poi cosa vado a pensare che è anche più giovane di me, quello. Certo che se vado a provarmene un paio, di mutandine, da lui lo rendo balbuziente. Come faccio a pensarle. Certo che ci vuole nulla. Basterebbe lasciare appena scostata la tenda. Solo che se poi mi chiede i soldi non ne ho un becco. Certo ne avrei proprio bisogno.
Comunque sfortuna è sfortuna. C’ero quasi riuscita. Sono convinta che l’avevo quasi convinto. Bastava ancora un poco. Ce l’avevo in pugno. Ci ho messo fin dal primo momento tutto il mio impegno. E quando Mi impegno mi impegno. Eppure ne ho un ricordo piacevole. Di quella mattina. In seguito mi ha detto che solitamente non gli era capitato di mattina. A Fiuggi. Non ho ancora capito. E non vedo la differenza. Forse voleva mostrarsi uno che sa. L’uomo resta sempre un po’ bambino. Ha sempre bisogno di un piccolo incoraggiamento. Di un complimento. Vuole sentirsi dire che è importante. Che è bravo. Che ce l’ha grande. Beh! proprio grande non era. Così. Una cosa come tante. A volte è stupido. Pensavo che Guido. Allora. Cioè che ci fosse proporzione. Vedendolo così alto me l’ero immaginato. Mi aspettavo di più di quello che era. Ma nemmeno quello è tutto. Non sono le dimensioni che fanno il maschio.
Ma parlare di sfortuna è da stupide. La fortuna va da chi la merita. E da chi la sa meritare. E da chi la sa aiutare. E se una donna. Una donna è una donna. E se una donna è donna, ma veramente, ce là lì la sua fortuna. In mezzo alle gambe. Basta un niente per far girare la testa. Sono eterni bambinoni. A volte più che guardare basta far intravvedere; immaginare. L’immaginazione e tutto. A volte mi viene da pensare a quanto siamo fortunate. Non serve nemmeno concedere. Nulla. Basta far pensare che sì! potrebbe anche essere. Mostrare quel minimo. Di disponibilità. Della bella biancheria. Ancora! Essere semplicemente cortesi. Carine. Accondiscendenti. Sbattere le ciglia. Guardare in quel modo. Sistemarsi. Essere solo un po’ puttane. Sbattersi. Soprattutto quando uno proprio non ti va. Ci sono uomini con cui proprio no. E’ più forte di me. Non ci riuscirei. Ma con lui non è stato difficile. Ma mica l’ho capito dov’ho sbagliato. Mica l’ho capito cos’ha quella più di me. Spero non sia stato per quella strega di suo moglie. O forse ho fatto troppo la signora. Eppure doveva capirlo. Mica si può andare avanti solo a parole. Quando viene il freddo non ti può coprire di lusinghe. Quando è ora di pranzo non basta un ammiccamento per apparecchiare.
Certo che il problema ora è solo mio. Ma chi è che ha fatto il malanno? Del Martinengo non può essere. Lo sa anche lui come si fanno i bambini. Lui l’ha capito che non è stato lui. Non è nemmeno suo. Anche se è stato gentile con la lettera. E si è offerto di aiutarmi. In fondo mi ha capito. Sa che io non sono così. Secondo i conti nemmeno di Guido. Ho il dubbio. Vuoi vedere che è di Arturo. Dovevo immaginarlo. Quello stupido. Le feste tra ex compagni di corso vanno sempre a finire allo stesso modo. Non poteva mica stare un poco più attento? Ora, se non mi sbrigo, come lo trovo un lavoro? In questo stato? Tra un po’ si noterà. La guerra è guerra. Cosa devo fare? Ognuno deve mettere in campo le armi che ha. Anche volessi due tette come le mie mica le posso nascondere. Senza contare il resto. Ma come faranno? Se capita così a me che si può dire che sono una santa, che nemmeno lo faccio, come faranno quelle che neanche ci pensano? Guarda la Luisa. Con tutto che dovrebbe avere sempre una pancia così. Certo che quando la sfiga ci si mette sa dove cercare. Se non mi sbrigo. Perché nemmeno i bambini crescono solo a baci e carezze. E hanno bisogno degli omogeneizzati. E hanno bisogno dei pannolini. E hanno bisogno di tutto. Ma io sono una fiduciosa. Sono sicura che lui una mano ce la da. Che si avvicinano anche le feste. Mancavano anche quelle. In fondo quello che c’è stato non è stato acqua. L’ho fatto… sognare. E se la sua cortesia vuole dire qualcosa vuole dire che non mi ha scordata. Non credo sia facile.
E questi fiori non possono che dire quello. E quel bigliettino: “Ci vediamo dove sai”.

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Quando c’è un problema, anche se è un piccolo problema come quello, tanto vale affrontarlo subito. Il tempo non si sostituisce alle persone e non risolve quasi mai. Ci ripenso mentre scrivo la lettera di presentazione. Lo ritengo, da parte mia, un atto di gratuita generosità.
Già dalla prima occhiata dovevo aspettarmelo ma come in ogni storia è meglio andare con ordine. Mi era stata raccomandata dall’ufficio assunzioni e io so come selezionano il personale in quell’ufficio cioè come prova le aspiranti il buon Martinengo; ha sempre avuto quel vizio. Nella mia legittima autonomia avevo cercato di accoglierla nel migliore dei modi e devo ammettere che era veramente carina e che si impegnava. Era gentile con tutti e, dopo i primi momenti, un po’ più che gentile soprattutto con me. Aveva percepito subito, con buon fiuto, come vanno le cose da noi.
Forse avrei dovuto usare più cautela, cercare di mantenere il lei, ma non sono mai stato troppo esigente sulle questioni di forma con i miei sottoposti. Per restare sulla forma veramente lei era una di quelle donne su cui c’è poco da eccepire: anzi era molto convincente in tutte le sue forme, cioè si lasciava guardare e anzi si faceva guardare. In realtà era bastato uno sguardo per capirci perché credo che in fondo siamo fatti della stessa pasta. Lei non fingeva di non accorgersi di come la osservavo, io non fingevo di non accorgermi di come apprezzava quei miei sguardi interessati.
Debbo ammettere che ha proprio delle belle gambe tanto che mi sembrava persino inutile quel suo cercare di convincermene sistemandosi continuamente le calze, ne sono stato convinto da subito, ovvero da quando ha preso posto nel suo posto, proprio davanti alla mia scrivania. Certo non basta questo per fare di una donna una donna. Ma lei sapeva come farsi stimare. Nei primi giorni mi lasciava generosamente sbirciare, poi ho notato che non c’era bisogno nemmeno di quel piccolo alibi, mostrava con un sorriso compiaciuto il suo gradimento per i miei occhi, là; senza pudore né moralismi. Quel sorriso mi diceva “hai visto?” e “guardami” e io non me lo sono mai fatto ripetere da una donna. Non ho avuto certo bisogno di prometterle o imporle nulla; non ho mai pensato che fosse una stupida.
E’ stato così del tutto naturale che la portassi con me un paio di giorni per quel convegno a Fiuggi; Fiuggi mi ha sempre portato fortuna. E’ stato naturale anche perché era l’ultima arrivata e non era mai stata a Fiuggi, inoltre è bene trattare bene quando si tratta di clienti importanti. Si potrebbe obiettare che nell’occasione più che i clienti avevo trattato bene me stesso, non lo nego, ma si sa come vanno le cose. E poi lei, debbo ammetterlo, oltre alla presenza masticava l’inglese con sufficiente disinvoltura, il che mi sarebbe stato nell’occasione abbastanza utile. Niente era, in quel momento, più appropriato della sua presenza per rendere gradevole soggiorno e lavoro.
Fiuggi è ormai una appuntamento che si ripete tutti gli anni ed è un passaggio essenziale negli affari del gruppo. L’ingegner Grazioli tiene a che tutto sia al meglio per l’occasione, e lei garantiva a quel meglio anche quel qualcosa in più con la sua presenza gradevole. Anche l’occhio, cioè l’estetica, vuole la sua parte. Tutto doveva essere perfetto al dettaglio e necessariamente accattivante. Lui, l’ingegner Grazioli, mi accorda tutta questa fiducia proprio perché ho saputo guadagnarmela nel tempo, ma al riguardo è intransigente. Si fida ormai tanto da mettere tutto nelle mie mani come fosse presente anche se ormai sono nove anni che impegni improrogabili gli sono da impedimento proprio per quei giorni. Come vanno a finire queste cose inutile dirselo, siamo in fondo tutti uomini di mondo.
Quando le era stata comunicata aveva preso la notizia con entusiasmo, anche se io le avevo chiesto se c’erano difficoltà, ma la mia era solo una formalità, un modo di dire. Con il marito non c’erano stati problemi perché era un impegno di lavoro e il lavoro è lavoro; ci mancherebbe. Viene prima di qualsiasi cosa, il lavoro. L’albergo era il solito albergo, lei lo trovò lussuoso ma elegante. Era disinvolta anche se non credo le capitasse spesso di frequentare simili ambienti. L’ho dedotto dalla meraviglia che non riusciva a trattenere negli occhi sgranati. La scoprivo meravigliosa, affascinante in quella espressione anche se trovavo un po’ sfacciato quel suo prendermi subito così sottobraccio con tanta disinvoltura come ci fosse già e ci fosse sempre stata una grande intimità. Oserei dire una famigliarità. Non che la cosa mi potesse creare disagio, inoltre il personale è sempre stato molto discreto e mi fanno trovare, con le valigie, già la bottiglia di prosecco ghiacciata in camera.
Come d’abitudine non prendo mai una stanza per due perché, anche se queste cose si sanno, è meglio mantenere la forma; le apparenze. L’ufficio ormai lo sa che deve prenotarmi una matrimoniale per me ed eventualmente una singola per ogni persona che mi accompagna. Più quelle per gli ospiti, con particolari riguardo per gli stranieri, soprattutto i giapponesi. Comunque la chiamo solo per sentire se si è sistemata bene e lei mi chiede subito se può salire perché è molto emozionata e vorrebbe avere da me qualche consiglio su come si svolgeranno gli incontri. Sul suo ruolo. Avrei potuto dirle che doveva sorridere e che quello sarebbe bastato. Che lasciasse fare a me. Non volevo sentisse sminuita la sua partecipazione. Così infilo la valigia nell’armadio, senza nemmeno il tempo per disfarla, e preparo il vino nei calici. Quando arriva e glielo offro mi spiega che le piacciono tutte quelle bollicine che le salgono al naso dandogli quel pizzicorino (dice proprio “pizzicorino”) anche se non c’è abituata, e il vino, soprattutto quello (dice proprio così), la rende confusa e le mette in corpo un’allegria che non sa trattenere. Si scusa se la vedrò ridere come una scema (anche questo è di sua bocca) mentre già comincia a ridere proprio come una scema.
Aggiunge che la sua è piccola ma graziosa. Intanto aveva fatto due occhi immensi e stupiti. Aveva respirato a fondo. Mi aveva raccontato del portiere. Si era fatta riprendere da quella sua sguaiata ilarità. “Lo sapevo. Mi fa sempre così.” –aveva aggiunto per spiegazione mentre si stava già sfilando la gonna seduta sul letto. In un certo senso avevo apprezzato il suo gesto perché sono sempre stato contrario a certi falsi moralismi. Amo le persone dirette. Mi piaceva che fosse il gesto di una donna libera. Insomma non mi piace fare nulla che può essere evitato; odio il superfluo. In realtà l’unica novità era che con lei era la prima volta che “iniziava” così subito, cioè prima ancora che si cominciasse veramente a lavorare. Mi aspettavo di dover inventare qualche banale scusa di facciata, sfacciata, per quella sera, invece è bastato avvertire che avremmo ritardato a scendere per il pranzo. Mentre ero al telefono lei continuava a far sentire quella suo cantilenante risatina soddisfatta e ammiccante. Mi strizzava d’occhio in quella sua maldestra finzione di piccola ubriacatura e mostrava di gradire quell’aria di intrigo, anzi proprio di tresca. Si divertiva e io non riuscivo a staccare gl’occhi.
Così è iniziata come così sono iniziate altre storie simili in azienda e non, più storielle che vere storie. Buone al massimo per alimentare le chiacchiere dei pettegoli, e qualche invidia in chi certa strada la deve ancora fare. Il rango, infatti, comprende anche certi privilegi e tutti lo sanno. Tornando a quella mattina avevo apprezzato meno, e forse questo avrebbe dovuto mettermi sull’avviso, quel dopo. Aveva assunto quell’aria sognante e s’era inventata quelle sconvenienti parole sentimentali, ma ero stato confuso nel mio orgoglio maschile per quel suo testardo interessarsi a me. Aveva insistito per sapere se mi era veramente piaciuto ed io, per cortesia, le avevo risposto distrattamente che avevo apprezzato quel suo sacrificio, se sacrificio era, e che sì! “lei mi era proprio piaciuta” e anzi “era stato tutto proprio bello”. Cose insomma che si dicono perché una donna te le chiede.
In fondo ero solo un pelino deluso: preferisco che la donna mi lasci almeno l’illusione della conquista. Che si lasci almeno un poco corteggiare. Al caso anche cercare di forzare la mano e quel qualcosa per convincerla. Meno piacevole è stato quando poi ha accennato a Guido, credo sia il nome del marito, con un aria quasi di colpa, e quando mi ha chiesto quello, il nome, di mia moglie. Non ho tempo per sensi di colpa o per simili amenità e non né ho più nemmeno l’età. Ho finto di non sentire quest’ultima sua curiosità, mi sono anzi limitato a non rispondere. Preferisco lasciare le cose serie fuori da queste e dalle lenzuola. Credo che le preoccupazioni e certi pensieri nuociano anche al fare all’amore, il vero sesso ha bisogno della mente sgombra, e poi trovo tutto ciò così ipocrita e puerile. Il suo corpo è certamente sodo così come la maternità non le ha lasciato segni ma, seppure giovane, non ha certo più quell’età di ragazzina. Per tutto il resto non ho nulla da eccepire: per tutto il tempo che ci siamo trattenuti è stata una piacevole compagnia, soprattutto nelle pause, lo ammetto, e una discreta assistente.
In realtà questo è tutto senza tralasciare nemmeno il superfluo. Trovo sia giusto dire le cose come stanno e dare loro l’importanza che hanno. Niente allora, né in quello che tra noi è stato dopo, mi ha fatto sospettare che ci potesse essere alcun fraintendimento. Fuori è fuori ma in ufficio ogn’uno al suo posto e nel suo ruolo. Sul lavoro sono sempre stato esigente e inflessibile. Con lei ero sempre stato chiaro e non mi ero permesso alcuna promessa, né ne avevo avuto bisogno. E’ questo che mi ha lasciato allibito e deluso quando s’è trattato di sostituire il Carbosi dell’ufficio bilanci-due e lei ha aspettato che rimanessimo soli. Non senza obbligarmi a gratificarle ancora di uno sguardo compiaciuto e interessato le snelle cosce come dovesse rammentarmi qualcosa che avrei dovuto ricordare da solo. “Io speraro… cioè credevo… ma perché proprio Erika”?
Semplicemente in base all’anzianità e, scusa, per competenza.” –parlandomi mi ha guardato come avessi detto la più immensa delle assurdità. Una vera fesseria. Come cadesse da Marte. Ho anche aggiunto, senza che l’argomento lo meritasse o ne vedessi bisogno– “Lei è al suo posto da sei anni, tu solo da otto mesi” –ma nemmeno quello sembrava esserle sufficiente. Non che non ci avessi pensato. Capivo le sue esigenze così come capivo che il marito, se ricordo bene Guido, non aveva certo un posto da stare molto allegri con i tempi che corrono, penso che quello che portava a casa lui fosse quasi mortificante, ma capivo anche le esigenze dell’azienda. Negli affari non è permessa la beneficienza. E poi forse era anche tempo che la nostra storia finisse lì; di darci un taglio. O almeno di un chiarimento. Non ho mai sopportato storie che si dilungano troppo proprio perché rischiano di creare fraintendimenti e confusione e aspettative e cominciavo a sentire odore di bruciato. Avevo già pensato di dirle che potevamo restare buoni amici. Di spiegarle magari che potevamo anche mantenere quelle nostre piccole saltuarie frequentazioni, ma che tutto doveva continuare ad essere estremamente chiaro. Avrei evitato volentieri di doverle dire che si poteva anche risparmiare quei suoi occhioni languidi che tanto non facevano presa ed andavano bene solamente in una pessima commedia da teatro rionale. Come attrice non era certo un immenso talento. Credo anche che avrebbe fatto bene a cominciare a stare un poco più attenta, anche proprio per suo marito. Non ho mai amato le complicazioni.
Ho trovato ancor più sconviene che lei non si arrendesse e insistesse con la voce fintamente rotta: “Non è solo per una questione economica cioè di posizione ma anche. E poi… Ma io”…
E’ sempre spiacevole dover ricorrere a certi argomenti e magari alzare il tono: “Anche lei; prima. Come credi sia entrata? Proprio come te. La tua presenza è… piacevole. E poi sarebbe contro di noi. Avresti il tuo ufficio e ti vedrei così. Sai come mi chiamano? Il figlio di puttana. Lo so che lo sapevi. Evito per signorilità di spiegarti come chiamano te perché credo che anche questo tu lo sappia o puoi intuirlo. Non ultimo vorrei ricordarti che Fiuggi viene per noi una volta all’anno e la partita doppia ogni santo giorno. Lasciamo le cose come stanno”.
Ormai non era più in grado di controllarsi, lo capisco. I suoi occhi non riuscivano più a nascondere la sorpresa e un leggero stato d’ira. Forse credeva che il fatto che l’ufficio fosse ancora vuoto, tranne noi due, le desse il diritto… le potesse permettere di andare oltre il rispetto verso un superiore, di scordare la gerarchia dell’impiego. O come se la crisi ci fosse solo per lei. Non so darmi altre spiegazioni alla sua stupidità: “Tu non puoi. E poi… io… credo di aspettare”…
Questo proprio non se lo doveva permettere. Ma per chi mi aveva preso? E poi una bugia banale come quella. Non poteva scambiarmi con l’ultimo gonzo in circolazione. Avevo assistito ad interpretazioni migliori della sua e nemmeno allora avevo potuto permettermi degli scrupoli. Lo avrei spiegato io all’ufficio assunzioni e al caro Martinengo: “Io posso. Mi spiace ma… Allora non mi sono spiegato. Avrei preferito non doverlo fare ma mi ci costringi. Ti prego di lasciare libera la tua scrivania”.
E non è certo con le lacrime che ci si ammenda da certi errori. Alla fine credo che questo le sia stato anche utile perché le può aver insegnato la lezione. Ci si deve sbattere il muso per imparare a stare al mondo. Anzi sono convinto che una come lei non tarderà a trovare un nuovo impiego. Così come credo che basterà lasciar passare un po’ di tempo e poi potremo tornare amici come prima. Perché lei non è completamente stupida e carina è proprio carina.

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