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Posts Tagged ‘povertà’

Augusto aveva sempre fatto per intero il suo dovere. Tranne una eccezione: solo lui sapeva perché quella cartolina da Agatti¹ non l’aveva mai consegnata. Quell’incarico sembrava fatto su misura per lui. Conosceva tutti e con tutti trovava un sorriso e spesso anche qualcosa di più. Incontrava persone che si facevano prendere dalla sorpresa e altre che aspettavano impazienti le notizie, gente di tutti i tipi. Ormai conosceva tutti. Per tutti aveva una lettera, della corrispondenza, e una parola. Ormai l’intero quartiere non aveva segreti e aveva stabilito amicizie e conoscenze. Ma non c’è un altro modo di fare quel mestiere. Un postino e uguale a tutti gli altri postini. C’è chi ti lascia sulla porta e chi ti scarica addosso ogni suo patema. Si deve prendere le persone per quello che sono.
Aveva dovuto imparare anche gli orari più opportuni per il recapito. E spesso dietro quelle porte si nascondevano dei veri drammi umani. A Teresa erano tre anni che il figlio dall’Argentina non dava notizie. A Sante era venuto a mancare un fratello di quarantacinque anni. Veronica era a letto con una brutta bronchite. E via discorrendo così. Poi c’erano i poveri e i nuovi poveri. Era per lui spiacevole portare alla signora Giuseppina le bollette, ed era così anche per altri. A volte con la vecchia signora le riconsegnava dopo che aveva ricevuto la pensione, ma non era una soluzione, era solo per sentirsi bene con sé. Alla Gabriella, che aveva finito il contratto di progetto, aveva cercato di mostrarsi comprensivo e l’aveva consolata, non poteva fare di più. Non poteva certo assumersi la spesa con quella miseria che riceveva dalle poste e ad essere onesti la giovane aveva virtù per le quali era di piacevole consolazione.
In quel mestiere c’è anche quello. Con alcune aveva ormai un appuntamento fisso. Non aspettavano la posta, aspettavano lui. Doveva stabilire questo particolare giro minuziosamente perché non voleva deludere le sue sposine e nemmeno il suo amor proprio. Elisabetta, ad esempio, era una vera furia scatenata ma aveva argomenti a cui è impossibile dire di no. Quelle di Augusta erano una vera arma impropria, sode ed enormi, avrebbe dovuto assicurarle. Vincenza lo faceva per mestiere ma con lui lo faceva per simpatia. Caterina faceva degli ottimi agnolotti al sugo di cinghiale ma lui lo sapeva solo per sentito dire. Aveva avuto dei piccoli problemi con Ester, e con… al momento non gli veniva il nome, che diceva di essersi innamorata. Altre avevano avuto solo un attimo di, come la chiamavano loro, debolezza; o dolcezza. Altre ancora, ma queste si potevano proprio contare sulle dita, s’erano limitate a festeggiare con lui la buona notizia. Una volta sola. Insomma, erano donne.
Ma non era sempre così piacevole. Il ragioniere del quinto era scappato all’estero nottetempo prima dell’arrivo della finanza. Il tapino aveva lasciato senza notizie una moglie e una giovane amante e la vecchia madre. Per contrappasso il meccanico dietro il distributore gli faceva sempre un prezzo speciale quando doveva ricorrere a lui. Per questo anche il veterinario. Poi c’erano i casi indelicati che avrebbe pagato per non trovarseli buttati addosso. Il martedì aveva dovuto raccogliere la disperazione di Filippo che aveva trovato la moglie intimamente abbracciata nuda con il garzone della macelleria nel loro stesso letto; nudo anche lo stesso garzone che era un ragazzotto alto e robusto. Cosa poteva dire al pover’uomo? cosa gli poteva consigliare? La sposina non riusciva a resistere alla presenza di un paio di pantaloni. Ne andava proprio di testa e se ne vedeva un paio non aveva altro pensiero che sfilarglieli. Lo sapevano tutti, tutti tranne naturalmente il povero cornuto. E lui avrebbe potuto ben testimoniare che la mogliettina sapeva cosa fare dopo, messo un uomo a suo agio senza calzoni e mutande. Ma lui portava la posta alla signora Vittori il mercoledì.
Ne avrebbe avute di storia da raccontare. Perché si incontrano quelle cotte e quelle da cucinare, di storie. Aveva interrotto Cosimo sul più bello mentre si sollazzava con l’amichetto. Non l’avrebbe mai immaginato. Come può un uomo essere uomo e no a seconda del momento del giorno? Magari nemmeno lo avrebbe capito se non si fosse presentato alla porta impacciato e sudato in accappatoio e voglia evidente e l’altro non avesse messo fuori la testa dalla porta della camera. La padrona di casa era ignara in vacanza o forse era disinteressata. Con la Albrigi era stato invece fortunato e l’aveva amaramente cancellata dalla lista. Il marito era rientrato all’improvviso senza preavviso. Per fortuna lui stava ancora prendendo il caffè e l’uomo aveva trovato tutto in ordine e nulla da ridire. Un postino in casa, se seduto in cucina davanti ad una tazza fumante, non desta sospetti, anche se la donna è il vestaglia e sotto non porta nulla. E poi anche l’abbigliamento si può capire alle dieci del mattino quando la poveretta non ha impegni di lavoro e l’obbligo di lasciare troppo presto il letto. Erano quelle le sue storie e il suo segreto. Gli amici gli chiedevano sempre meno fiduciosi, ma lui non aveva mai raccontato nulla, era come un parroco nel confessionale.
Quel dieci di giugno, la data l’avrebbe ricordata per un pezzo, quella busta l’aveva lasciata per ultima. Cosa poteva volere un avvocato da lui? L’aprì con precisione chirurgica. Adriana gli faceva scrivere e gli chiedeva la separazione. Così, all’improvviso e senza nessuna spiegazione. Passò per casa e si preparò la valigia, era meglio che lei fosse al lavoro, tanto sarebbero state inutili stupide spiegazioni. In fondo non aveva nemmeno molte cose da mettere in valigia né molte cose dietro che valesse ricordare. Avvertì la vecchia madre e richiuse la raccomandata con precisione, e la rispedì al mittente perché il destinatario non era reperibile all’indirizzo indicato.


1] Isola con aeroporto nelle Laccadive.
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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteFu una cosa rapida.
In quella piccola stradina, tanto piccola da sembrare complice, lui stava addossato al muro, lì con tutte le sue cose e una montagna di giornali che formavano il suo giaciglio.
Arrivò la polizia e subito dopo la nettezza urbana; dopo pochi istanti non restava che una pozzanghera d’acqua leggermente odorosa di cloro.
Quando l’agente gli sparò non accorse nessuno; ormai ogni interesse, ogni curiosità, ogni entusiasmo si erano assopiti e gli interventi di pulizia urbana avevano perso il fascino di quei primi giorni.
I residenti stavano ormai scordando il senso della gratitudine e forse con questo andava attenendosi anche quello del rispetto e della salvaguardia. D’altronde non ne parlavano più nemmeno i giornali.
Il corpo fu buttato nel contenitore dei rifiuti combustibili del palazzo; quel corpo non valeva più da morto che da vivo, altro non era che un cencio, un escremento, un oggetto vuoto.
Certo se ne sarebbe sentito l’odore.¹

Foto BN di barbone


1] scritto il 16 giugno 1992

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Nella brezza di quel pomeriggio di aprile le macchine che passavano erano rare e lucide al sole. Dall’aeroporto vicino si alzavano con fragori enormi aerei che riempivano il cielo con una invadenza preoccupante; così vicini che sembrava di poterli toccare. Non c’erano pause di silenzi nel chiacchiericcio di quella periferia a ridosso della città. Casermoni giganti esposti a tutti i rumori e rigurgitanti di vita e di voci di bambini che affollavano gli spazi comuni con i loro giochi senza sosta. Bambini di ogni età, razza e colore, perché nei giochi non si guarda tanto per il sottile anzi quel piccolo Aziz aveva anche un bel piede. I panni stesi erano bandiere pigre, le bandiere di quelle banlieues, uguali in tutto il mondo. Una bicicletta scassata. Un materasso appoggiato ai cassonetti andato a fuoco. Una vecchia tv. Un sacchetto dell’umido sventrato dagli artigli di qualche gatto e dai dispetti di qualcuno. Un motorino rubato e anch’esso abbandonato. La rete era stata presa la notte precedente da qualcuno che riteneva potesse ancora sostenere il suo bisogno di sonno. Una storia fatta così, di piccoli oggetti, usati e inservibili, che raccontano delle persone. Non per giustificarsi ma… stava semplicemente facendo la pipì contro quel muro perché gli scappava troppo.

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L’aria che porta dal mare; quel gusto di sale. La città che si capovolge tranquilla e si trastulla. Le invasioni son sempre di barbari che calpestano sui loro passi. Non sono che bivacchi. Ersilia non lo sapeva nemmeno lei perché ma si sentiva vuota e inutile. Quel rancore di cui era preda e che l’attanagliava era insapore e quasi indolore. Aveva cercato il vuoto e aveva trovato il vuoto. Nella vetrina era esposto il vestito che non si poteva permettere. Alvise le aveva passato il braccio sulle spalle. Anche lui si mentiva e non avrebbe mai ammesso che il loro era solo un piccolo amore. Aveva un lavoro ad orologeria e nessun motivo per cui essere orgoglioso. Mattia cresceva bene ma era più figlio di sua nonna che loro. Tutti stavano trasformandosi in un popolo di migranti a trentadue pollici.

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Il mercato arrivava tutti i sabati, tranne quando lo spazio era precluso per qualsiasi motivo, e c’era sempre una frettolosa e allegra confusione. Davanti al banchetto si soffermò e prese tra le dita un pomodoro osservato con sgarbo dal fruttivendolo. Acquistò un paio di quelli e un chilo di patate e quattro mele. Si trovò curiosamente a ripensare alle parole dell’amico che gli aveva detto che gli uomini tendono alla periodicità come gli umani all’infinito e le volpi all’uva. Quell’uva era bella e attirava il suo occhio, ma era verde alle sue tasche soprattutto all’ultima settimana del mese. In quel mondo che credeva di poter scordare la vera povertà essere poveri era diventata una colpa e ne provò vergogna. Cercò di rammentarsi di quanto gli rimaneva. Decise che preferiva non rinunciare a prendere quel libro.

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Cara mamma e caro papà
So che qui mi leggerete. Ognuno per conto proprio. Ognuno a modo proprio. Per ritrovarmi in questo spazio incerto e ignoto che è la rete. Spero solo che non lo farete con occhi che sono solo occhi. E’ allora non posso che tranquillizzarvi. Certo qui è Africa. Qui è l’altro mondo.
Come saprete vi scrivo da questo “slum” della periferia di Nairobi, nella zona di Kasarani, a pochi chilometri a est di Kariobangi. Una città di 180.000 abitanti che non è nemmeno una città. Solo una banlieue; poco più. Il nome kikuyu “Korogocho” significa “confusione”. E quella “confusione” regna sovrana. Nemmeno qui, tra le baracche e la miseria, si è tutti uguali. Farete fatica a capire ma qui è ricco chi ha le scarpe; chi riesce a rubare un boccone di pane.
Vi scrivo affacciato ad una finestra con vista sulla vita e sulla sofferenza; sul volto più duro e avaro del dolore. Una finestra che non ha vetri che trattengano e così entrano tutti i rumori della strada e della disperazione. Non da una finestra normale. Da questa miseria inaudita che non lascia respiro. Per questi uomini che vivono ogni attimo della morte; nati solo per morire, come se fosse un semplice appuntamento. Padre Antonio è vicino a me. Niente mi ha mai insegnato altrettanto. E non ci sono parole bastanti.
Niente è come sembra e nulla pare vero. Di sangue e rabbia mi sento pervaso, ma non di sconfitta. Tra le tante lingue che si affollano i giovani bantu mi narrano lo swahili con le mani e gli occhi. E noi, per alcuni di loro, siamo l’unica speranza. Occhi immensi che hanno il pudore di dire grazie, occhi ancora orgogliosi, occhi che sanno inventarsi sorrisi meravigliosi. Siamo tutto e la loro patria e la loro casa e il loro riscatto. Non ho mai avuto tanto in cambio di così niente perché tutto non mi sembra abbastanza. E mi sento vigliacco e colpevole delle mie fortune. E mi sento immensamente grato del loro più piccolo gesto, anche del solo allungarmi una mano. Amo infinitamente questi piccoli guerrieri tristi. La collana di conchiglie che uno di loro mi ha regalato come fosse la cosa più preziosa. Il morso di pane che un altro ha spezzato; con le mani sporche.
Questo popolo non popolo che vive rifiutato nei rifiuti e tra i rifiuti. Se questa pare letteratura mi scuso; è solo vita. Vita che scorre e che noi non crediamo più. Il volto più duro della vita, dove persino la pietà è un bene troppo di lusso. Bisogna venire qui per conoscere la miseria. Dire non hanno niente qui vuol dire che non hanno proprio niente. Come faccio a spiegarvi? Non mi avete mai fatto mancare nulla. Io posso tornare; ho già in tasca il biglietto. Loro invece non possono che aspettare. Eppure qualcosa mi mancava. Forse proprio questi esseri umani d’ebano che sono stati guerrieri e sono solo ombre. Cercavo di capire. Cercavo non un uomo ma cosa, e quell’uomo l’ho cercato; in questi luoghi.
Cara mamma, non essere in apprensione per me. La notte ha i rumori della notte. Ti viene da stare sveglio ad ascoltarli. E’ come se tutto il mondo parlasse qui. E tutto ha un suo fascino, anche se lancinante. Sono loro stessi a proteggermi, da loro; da tutto. E’ qui che, davanti a tanto strazio, solo e nudo, mi sono sentito vivo come non sono mai stato tanto vivo, né altrettanto in compagnia. Io, così protetto, non sono mai stato abbastanza io. Spero riuscirete a capire.
Vostro figlio

Lettera più o meno immaginaria scritta per il blog Lettere al futuro, su incitazione di Ross, postata il 27 c.m.

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Nell’assentarsi della parola
per lei parla il silenzio
(testardo, insistente, ingombrante).
Non c’è alcuna difesa
nessuna consolazione
alla sua testarda compagnia
e non ho più poesia,
facile a dirsi,
perché non ho parole di fascino ingombranti:
non c’è ne una che mostra meraviglia,
non c’è ne una che tradisca questo vuoto.
Abbiamo ormai persino paura del nostro egoismo,
nemmeno la vergogna di tacerlo,
solo la rassegnazione del sonno vuoto
incapaci di sognare in altri posti
in altri momenti;
eppure non mi so rassegnare
perché in ogni angolo ho un fratello che soffre.

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