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Mafifesto con Vittorio Arrigoni tra i bambini di Gaza e le parole della canzone UnadikomUNA PACE DIFFICILE. Quando si parla di Israele o di questione palestinese si dovrebbe essere certi di sapere di cosa si sta parlando. E’ possibile nel 2012 sostenere ancora un esercito di invasione, una politica di nuovo imperialismo e il progetto di genocidio, di una pulizia etnica? Sì! sembra sia possibile, ma è possibile farlo senza provare nemmeno un senso di vergogna? Le immagini del file PowerPoint che accompagnano il post sono foto raccolte qui e là in rete e testimoniano cos’è quello che viene comunemente chiamato stato di Israele e “la sua democrazia”. Non è difficile trovare in giro per internet testimonianze di quello che avviene veramente in quelle terre anche se i giornali e la televisione non ne parlano. Il progetto di uno “stato di stampo razziale” ovvero su base religiosa è molto precedente all’olocausto. Rispettiamo quello che hanno subito quei milioni di uomini di credo semita: la più grande tragedia e vergogna della storia dell’uomo. Questo nulla ha a che fare con quelli che, nascondendosi dietro il senso di colpa degli altri (dell’occidente), hanno messo in atto quello che è il più grande, organizzato e numeroso gruppo terroristico mai visto che chiamano esercito e hanno costruito la più grande caserma mondiale e l’hanno chiamata stato. Quale pace e democrazia è la loro? Ma io mi chiedo: come si può vivere un’intera esistenza in armi sognando solo di annientare un popolo e cancellarlo dalla sua terra? Per poi chiamare stato quelli che altro non sono che territori occupati. Dove ci porterà questa educazione all’odio? E nelle televisioni scorrono le immagini dei cattivi terroristi integralisti islamici. Nessuno nega che ci siano, e sempre più. Provate a mettervi nei loro panni. Non c’è famiglia palestinese che non abbia avuto un lutto, che non conti tra i suoi componenti vittime dei carnefici di Israele (sia dell’esercito che dei civili in armi, con particolare impegno da parte dei coloni). I palestinesi vivono oggi nel 18% (scarso) della loro terra. In prigioni a cielo aperto (non solo nella striscia di Gaza). In enclave. Andate a vedervi la cartografia storica. Quando va bene trattati peggio degli animali, sbeffeggiati, vilipesi, torturati. Di notte una rete Rai ha mostrato, finalmente, la situazione di Hebron. Tutto il mondo civile dovrebbe unirsi in un solo grido:

Palestina libera.

ISRAELE un popolo in armi

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da Giuseppina Fioretti
1 marzo 2012: appuntamento in tutte le piazze.
Una piazza in ogni città, tutta l’Italia come una piazza sola.

Locandina di invito per un flash mob in tutte le piazze italiane

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I bambini ci guardano attraverso il muroscritta in carcere nel 1961

Inginocchiati per un foglio di carta, inginocchiati.
Intingi la penna negli occhi di tuo figlio e scrivi quello che ti ordina:
I connotati di colui che ti massacrò
Sulla soglia di casa con la penna.
Ammucchia i tuoi giorni davanti a te come carta,
non essere timido… chiedi un fiammifero al tuo oppressore…
fabbrica col torbido miscuglio di cenere e fumo
qualche foglio per il tuo libro.
Vorrei che i morti sapessero come stai fabbricando una corda di parole
Per appendervi il verso.
Mordi il cuore dell’amata come un lupo… e presentalo
Su un vassoio di carta gialla,
tagliale le trecce per bendare la ferita d’una iena nera,
mordile gli occhi come uno scorpione… non esitare.
Vieni come una rana e suona
La tua campana per la palude stagnante
Firma in fondo a questo foglio, entra nella tua casa come un ladro,
stai attento, strada facendo, non cada la tua ombra su una fabbrica.
Mastica la tua ombra, ingoiala come s’ingoia uno straccio avvelenato.
Affrettati e bussa alla tua porta
Fino a che la tua mano vada a pezzi,
colei che ti amava non ti udrà.
Il suo braccio che fremeva in mano tua
Come una bandiera sventolante o una spada di diamante,
ora il tuo anello è simile a un anello di cenere, fumo e cardo…
Guarda se puoi immaginarti Farid¹ crocifisso sul mio cuore,
una lama di luce , un rosso caravan² cantare sommesso
gola per ogni muro, non cesserà mai il canto,
non finiranno mai le faville del mio canto.
La matita ubriaca di veleno barcolla:
inutilmente la sorreggerebbe il carceriere, o i tuoi versi.
I ricordi irrompono come onde di cardi sulle tue palpebre,
ti tengono sveglio fino al silenzio.
Tu continui a pestare a piedi nudi il pavimento della cella,
la notte sul tuo petto come una porta chiusa,
il carceriere giunse come un martello o un fossato.
Dove vorresti andare? A casa tua?
La tua casa è un pugnale alle spalle.
Da tuo figlio? Tuo figlio è su una croce di carta,
gelato nel suo pigiamino.
Tu sarai trascinato nella strada,
cammina e inciampa,
cammina e inciampa
davanti al tuo oppressore.
Dove vorresti andare, quando il vento ti sparpaglia sulla carta?
Inginocchiati per la carta, inginocchiati.

¹Prigioniero politico morto di torture
²Uccello canoro

Poesia di Mueen Bsyso
da ARABcomint – Informazione di cultura e attualità su mondo arabo ed islamico

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studio per una nuova locandina per la mostraIo condivido con il gruppo “Restiamo Umani con Vik” la speranza di Restare Umani in un momento in cui di umano sembra non essere rimasto più nulla e in uno spazio in cui la disumanità e la violenza degli uomini sembrano aver raggiunto l’apice. Coltiviamo la speranza che l’Umanità dei singoli prevalga sulle ragioni dei governi.
I disegni della mostra che vi proponiamo vengono da Gaza. Che cosa sia Gaza ce lo può dire una qualsiasi ricerca su Wikipedia, i dati riportati ci informano di una popolazione di circa 1.700.000 abitanti con una densità abitativa tra le più alte del mondo. Gaza è una striscia di terra tra cielo e mare, una fascia costiera a tratti coltivabile. Ma Gaza non è solo questo. Gaza è il rifugio di milioni di palestinesi che sono scappati dalle varie guerre con Israele. A partire dal 1948, dai primi massacri come quello di Deir Yassin e di altri villaggi che gli israeliani (non era ancora stato dichiarato lo stato di Israele, stiamo parlando dell’aprile 1948) mettevano a ferro e fuoco e causavano esodi forzati di migliaia di palestinesi. Molte delle zone che gli ebrei occuparono nel 1948 erano città costiere e da lì scapparono tanti palestinesi, chi verso il Libano, chi verso l’entroterra e chi verso Gaza. Ci sono Gazawi che conservano le chiavi e i lucchetti delle loro case lasciate nel 1948, altri invece sono arrivati a Gaza nel 1967 in seguito alla seconda occupazione. Ci sono famiglie divise che, provenienti dalla stessa città, si sono ritrovati divisi tra Gaza e una periferia giordana. Ci sono famiglie di profughi che si sono riunite a Gaza dopo la seconda occupazione, quella del 1967. A Gaza, negli anni, si sono ammassati milioni di profughi nella speranza di tornare. E quando questa speranza è andata scemando e sono aumentati i problemi di sopravvivenza, l’area si è trasformata in una zona disperata che attendeva solo un riscatto. Negli anni ’70 in Israele sale il primo governo di destra che appoggia tutti i movimenti oltranzisti dei coloni, tra cui il movimento ultrasionista del Gush Emunim, a quel punto anche a Gaza, dove i profughi continuano ad attendere il ritorno, si crea un movimento politico di ispirazione islamica che promette il ritorno alle loro case. E’ l’origine di Hamas, l’ala politica e militare del movimento religioso. Raccoglie le persone con posizioni più estreme perché estremo è stato fino ad allora il loro modo di sopravvivere. Gaza non è sempre stata governata da Hamas. A Gaza era molto forte l’Autorità di Arafat, c’erano e ci sono i Palestinesi del Fronte popolare (i comunisti), ci sono più di 5000 cristiani e, ultimamente, ci sono tanti giovani stufi dell’occupazione israeliana, delle divisioni interne al potere palestinese e stufi della regime teocratico di hamas. Nel gennaio 2006 Hamas sale al potere e viene subito definito un movimento terroristico pericolosissimo dagli USA. Questo autorizza Israele a bombardare e a colpire la Striscia di Gaza ogni volta che si presenta l’occasione ( e l’occasione è data dal lancio di missili Qassam, dal rapimento di Shalit, dalla fermezza delle posizioni dei leaders di Hamas che vengono fatti fuori uno ad uno con omicidi mirati. Omicidi mirati che il più delle volte coinvolgono i civili). Ma i civili palestinesi per Israele sono solo un dettaglio non importante. Con questa ottica tra dicembre 2008 e gennaio 2009 Israele sferra l’attacco aereo e terrestre dell’Operazione Piombo Fuso in cui morirono tantissime persone. Voglio riportare i dati di una ONG israeliana che si occupò di stabilire il numero delle vittime. Non a caso cito una ong israeliana, poiché è necessario sapere che la politica scellerata del governo militarista israeliano non è condivisa la 100% da tutti gli israeliani:
L’offensiva israeliana contro Hamas nella Striscia di Gaza ha fatto circa 1.400 morti palestinesi, più della metà dei quali non erano combattenti.
Lo ha annunciato oggi l’ong israeliana B’Tselem che ha pubblicato un bilancio rivisto dell’operazione ‘Piombo fuso’. B’Tselem, che ha condotto sue proprie ricerche, afferma che 1.387 palestinesi sono rimasti uccisi durante le tre settimane di conflitto.

Testo della presentazione della nostra carissima “umana” Giuseppina Fioretti.

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Locandina della mostra "i Bambin i disegnano il conflitto" a MuranoAl giorno d’oggi, l’attenzione, è una grande virtù, come lo è il comprendere, nel senso di contenere, includere e capire, e soprattutto grande qualità, è il partecipare, ma non nel senso di esserci in modo superficiale e presenzialista (partecipare in qualche luogo a una causa), ma di prenderne parte, nel senso etimologico del termine. Il senso meno facile e più responsabile, che riguarda la nostra capacità di vedere, capire le cose, entrare, riuscire a cogliere e alla fine scegliere da che parte stare. Ecco, questo crediamo sia il vero senso di partecipare, perché di fronte a certe realtà non si può più dire: “io non ho visto, non c’ero, non sapevo”, di fronte a certe realtà non si può tenere una irresponsabile equidistanza, soprattutto di fronte ad un conflitto che ha la forma e la sostanza di un genocidio. Non si può rimanere indifferenti e in equilibrio tra le ragioni di uno o dell’altro, mentre c’è chi muore e chi soffre e chi per “le sue buone ragioni” impone la sua forza e il suo diritto a esistere anche a scapito degli altri.
Non siamo qui, ovviamente, per fare un discorso morale, siamo qui, principalmente per presentare una mostra di disegni di bambini che, meno di altri loro coetanei, trovano una ribalta in cui parlare e denunciare il loro disagio. Bambini doppiamente sfortunati: perché, prima di tutto palestinesi e ulteriormente perché bambini della Striscia di Gaza.
Le ragioni del conflitto israelo-palestinese sono note quasi a tutti. Forse quello che è meno noto e che è più difficile far emergere, sono le condizioni di vita, che una parte della popolazione di quei Territori è costretta a sopportare. Non è certamente questo il luogo per parlarne. Certamente i disegni che fanno parte di questa Mostra ne parlano in modo chiaro e lucido e non lasciano dubbi: di fronte a questa realtà, generazioni future di uomini si stanno formando attorno a traumi psicologici tali da condizionare fortemente se non totalmente i loro comportamenti personali e sociali futuri.
Il Post Traumatic Stress Disorder è una sindrome che si presenta con effetti devastanti e invalidanti in una popolazione soggetta a forti traumi e stress, che possono essere di vario genere, ma per la popolazione di cui parliamo, vengono provocati da un aspro conflitto che ormai dura da più di 63 anni. Non siamo qui per trattare le ragioni del conflitto, sarebbe troppo lungo e questa non è la sede adatta, ma più che altro per valutarne gli effetti, e quello che questi effetti producono sulla popolazione che, in assoluto ha meno voce: i bambini.
Personalmente, non ho mai visto nella mia vita, disegni così terribilmente espliciti. Non ho mai visto bambini disegnare, soli, case, persone che piangono la loro disperazione, non ho mai visto la rappresentazione di bambini morire mentre giocano a palla per strada, il terrore di bombardamenti che scendono dal cielo come una pioggia sporca, chiese, moschee e scuole che bruciano. La disperazione di funerali, dell’incombente presenza di carri armati, elicotteri, aerei e in ulteriore sfregio, bulldozer che sradicano ulivi e abbattono case. Che realtà è questa per un bambino? Quale tipo di futuro gli viene promesso?
Noi non abbiamo risposte utili. Certo la “pace” sarebbe una risposta ragionevole, ma dovrebbe essere una pace che consenta a due popoli di convivere in modo equilibrato e paritario nello stesso territorio o quantomeno, un territorio diviso equamente in due stati sovrani senza che uno abbia comunque il predominio sull’altro e senza che ci sia lo sfruttamento delle risorse territoriali solo da una parte, a sfavore dell’altra.
Non siamo noi a dovere delle risposte, ma siamo noi a dovercene prendere la responsabilità, siamo noi a dover vedere, comprendere e partecipare, perché è attraverso l’intervento massivo dell’opinione pubblica che alcuni scempi possono venire fermati, e se non proprio fermati possono almeno essere denunciati.
Come abbiamo già detto, non servono molte parole, questi disegni parlano da soli e spero parleranno anche alle coscienze di molti che fino ad oggi hanno preferito non prendere parte e non entrare in merito ad una situazione che non è più sostenibile in un contesto umano e civile come il nostro.
In riferimento agli stessi disegni di questa mostra ho alcune altre cose da spiegare. Abbiamo deciso di uscire con le copie, come potrete vedere. La ragione è che alcuni di questi disegni abbiamo potuto farli uscire da Gaza, con grandi difficoltà, e solo con l’aiuto di attivisti internazionali che li hanno spediti da altre zone della Palestina. Pure i disegni dei bambini rischiano di essere censurati. È di qualche mese fa la decisione del MOCHA Museo dell’arte dei bambini di Auchland, di cancellare l’esibizione di disegni simili, dal loro programma, a seguito di pressioni di chi non sopporta troppo bene questo genere di denuncia.
Noi esibiamo queste copie e abbiamo inviato gli originali all’organizzazione che ha tenuto la mostra gemella che c’è stata a Roma nei giorni scorsi. Riteniamo importante il significato dei disegni non la loro originalità.
In queste immagini troverete alcune diversità: alcuni sono disegni di bambini in trattamento in un centro mentale e a dir il vero si differiscono dagli altri per una certa organizzazione, un ordine e una lucidità che gli altri non hanno. La maggioranza però sono disegni di bambini “normali”, ossia disegni raccolti nelle scuole da bambini non trattati, che comunque portano, come potrete vedere il profondo segno del trauma che stanno vivendo quotidianamente.
Ad onore del vero non solo i bambini palestinesi vivono i terribili effetti di questi traumi, benché ne soffrano per una percentuale decisamente maggiore, ma anche una parte dei bambini israeliani ne sono soggetti e ne vivono gli effetti devastanti. Nessuno di questi bambini ha chiesto di vivere questo dramma, nessun bambino dovrebbe vivere in questa situazione e dovrebbe vedere quello che a loro è stato dato a vedere e a vivere.
Ma ora lasciamo a voi il giudizio e spendo solo qualche parole sul gruppo che ha fortemente voluto questa mostra.
Noi siamo: RESTIAMO UMANI con VIK. Chi ha avuto l’onore e il piacere di conoscere Vik, ossia VITTORIO ARRIGONI, il volontario che ha perso la vita alcuni mesi fa a Gaza, sa che queste due parole RESTIAMO UMANI erano la chiusa di ogni sua lettera, messaggio o articolo lui inviasse dalla Palestina. Ovviamente un invito che noi abbiamo raccolto da subito e che oggi che Vittorio non c’è più, e che ci manca molto, pensiamo di tenere come un testimone e abbiamo deciso di portarlo avanti in questa “corsa” per la vita, per una informazione chiara e perché no “di parte”, per non lasciare che la sua morte diventi inutile e anche per non abbandonare questi bambini sfortunati al loro destino.
In questo, dobbiamo ringraziare la Municipalità di Venezia che ci ha sostenuti e che ha concesso gli spazi per queste mostre, don Nandino Capovilla e il Centro Pace di Pax Christi con cui abbiamo collaborato e che hanno creduto fortemente nel nostro progetto e ringrazio anche tutti quelli che vi hanno partecipato sia nell’organizzazione che nella presenza. Abbiamo pensato di raccogliere dei fondi che saranno destinati all’Ospedale pediatrico “Nasser” di Khan Younis a Gaza e che faremo pervenire al destinatario attraverso il supporto della Mezzaluna Rossa Palestinese della quale noi, come gruppo, veniamo considerati collaboratori e di questo ci sentiamo veramente onorati.
Vi lasciamo noi umani, come ci chiamiamo scherzosamente l’un l’altro, con le parole di Vittorio e le nostre stesse parole di sempre: malgrado tutto Restiamo umani, con Vik nel cuore.

Testo di Rossaura Shani

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Poesia Araba di TEWFIQ ZAYADQuesto popolo ha sette anime:

Il dramma dei profughi ebbe nel settembre del 1970 il «settembre nero» – uno dei momenti più sanguinosi, quando Hussein tentò di attuare il piano di sistematico sterminio dei palestinesi, nel silenzio del resto del mondo.
Sei anni dopo doveva ripetersi il tentativo a Tell el Zataar.
Il dramma continua.

Oggi è sabato,
terzo giorno dall’inizio della strage
io sono vivo e voglio scrivere
di un popolo che sfida la morte
in una Giordania
che rifiuta di essere sgozzata
in silenzio.
Oggi è lunedì,
quinto giorno dall’inizio della strage
e la iena Habes
figlio di iene mangiatrici di cadaveri,
impone al nostro popolo una guerra civile
nello stesso momento in cui lupi affamati
azzannano le nostre viscere
cosi noi moriamo
migliaia di volte al giorno
e migliaia di volte al giorno
rinasciamo.
“Oggi è venerdì,
nono giorno dall’inizio della strage
ma Amman non è caduta
come avevano predetto, – in poche ore,
essa è salda e forte
nella difesa e
sfida il nemico con colpi di pietra”
e cuore di ferro

sebbene stia immersa nel suo sangue
fino al ginocchio.
Amman è ancora Amman;
se ne sta in piedi
con il mitra in braccio
e nei suoi occhi c’è
fuoco e fumo.
I morti sono tanti;
quanti assassinati? diecimila?
duemila omicidi al giorno?
Chi lo sa quanti sono!
sopra le macerie
sulle soglie delle case
sui pali della luce
sui rami degli alberi bruciati
sulle piazze e sulle strade
nei veicoli incendiati dai carri armati.
Gli ufficiali del palazzo hanno detto:
il popolo intero è condannato a morte!
Questo hanno detto gli ufficiali del palazzo.
Le cose vengono fatte in fretta:
ufficiali perquisiscono le case, in fretta
e coi calci dei fucili
pestano le mani di chi non è armato
,mani di donne e di bambini, in fretta,
perché non riescano a chiudersi
attorno a un sasso da lanciare.
Le cose vengono fatte in fretta:
il Je con un colpo di coltello, in fretta,
taglia le vene del popolo
e rifiuta di dargli
àcqua da bere
pane da mangiare,
qualche ora per seppellire i morti
(cento e cento in ogni tomba)
e qualche ora per raccogliere i feriti.
I cadaveri sparsi
non sono stati tutti raccolti né contati.
Le macerie non sono state sgombrate,
chi può dirlo quanti? E tutto questo per far cadere Amman.
Ma Amman non cade
Amman è ancora in piedi
tutta vestita di sangue
coi suoi fucili
i suoi pugnali
le sue unghie
la carne dei suoi cadaveri
le sue pietre
i suoi bastoni
pronta a ricominciare la battaglia.
Il primo giorno
il mio occhio si fa di pietra
neanche una lagrima!
Il secondo giorno
piango, ma le lagrime scorrono dentro di me
come un ruscello furioso, senza trovare uscita.
Il terzo giorno
il cuore mi diventa un tizzone
rosso di rabbia e di indignazione.
Il quarto giorno
il quindo, il sesto,
il settimo, l’ottavo giorno
le mie labbra si aprono e parlano da sole
gioiosamente dicono:
questo popolo ha sette anime
ogni volta che muore
rinasce più giovane e più bello.

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Ca’ Tron – San Stae ore 29 novembre 2011 ore 18.30
Restiamo umani, con Vik e Ca’ Tron Città Aperta organizzano la Giornata internazionale di solidarietà con la Palestina:
apertura con aperitivo a cui seguirà cena con piatti tipici palestinesi
ore 20.00 spettacolo teatrale di parole suoni, luci, ombre: “Io sono Palestina
dopo balleremo assieme balli popolari tipici della Palestina.

Volantino per la festa a Ca' Tron Città Aperta

Dal 1977 il 29 novembre di ogni anno si celebra in tutto il mondo la Giornata ONU per i diritti del popolo palestinese. Un’iniziativa e una data che passano ogni anno nel totale silenzio dei media e nell’assenza di partecipazione istituzionale o popolare. Solo in questi ultimi anni questa Giornata è stata celebrata, su iniziativa del movimento Pax Christi, con convegni e testimonianze nella prestigiosa sede dell’Università Europea di Fiesole. Quest’anno l’iniziativa principale si terrà il 26 novembre a Bulciago (Lecco), il paese natale di Vittorio Arrigoni, dove è quest’anno convocato il Convegno nazionale per celebrare la Giornata ONU per i diritti del popolo palestinese, con esperti e appassionati che non si rassegnano all’indifferenza del mondo per l’oppressione, l’occupazione e la colonizzazione che fanno a pezzi la terra di Palestina. Ma è l’acqua quest’anno al centro dei lavori, in particolare nella Valle del Giordano e nella Striscia di Gaza.
ASSETATI DI GIUSTIZIA
Acqua e vite rubate da Gaza alla Valle del Giordano – ricordando Vittorio Arrigoni
per vedere il programma completo della giornata vedi il sito di Pax Christi
Accanto a questo momento si è lanciata la proposta di cominciare finalmente a celebrare la Giornata ONU in tutte le Città d’Italia
per vedere le iniziative in programma ad Alessandria apri il PDF
La data del 29 novembre venne scelta dalle Nazioni Unite per esprimere un messaggio di solidarietà al popolo palestinese, e vuole ricordare il 29 novembre del 1948, quando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu stabilì la ripartizione della Terrasanta in due Stati autonomi e indipendenti: Israele e Palestina.

N.B. il testo è tratto dal Blog Centro pace Rachel Corrie.
Mario Dal Gesso

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Con la mostra di Venezia patrocinata dalla Delegazione Diplomatica Palestinese di Roma, che si inaugurerà il prossimo 2 dicembre 2011, è nostra intenzione riflettere assieme sulla situazione e sulle conseguenze dei conflitti sui civili e soprattutto sui bambini. Per questo abbiamo scelto Gaza come “ambiente” emblematico e simbolico cioè come conflitto dei conflitti. Quando si pensa alla parola guerra, oggi tornata prepotentemente di moda ancor più che nel recente passato, si è portati a raffigurarla nei profili delle persone combattenti, pensiamo ai soldati, ai mezzi armati. Le vere vittime di tutte le guerre sono invece tristemente le popolazioni, le donne, i vecchi e i bambini. Vivere il conflitto, ovvero subire il conflitto, comporta soprattutto nei bambini il vivere in una situazione che non può che produrre gravi sofferenze psicologiche. Noi non vogliamo fare politica, soprattutto di parte: i soggetti che mostrano i segni di PTSD nell’area sono per 80% palestinesi e per il restante 20% israeliani. Né crediamo di avere risposte o rimedi e non è nostra intenzione fermarci ad un approccio puramente scientifico, di cui vi è una ricca documentazione anche nella rete anche se in inglese. Vorremmo cercare di riflettere da persone comuni sulle conseguenze della guerra e sulle possibilità di alleviare le pene ai bambini e dare il nostro piccolo contributo a politiche di pace. I fondi che verranno eventualmente da noi raccolti attraverso questa mostra e altre iniziative che intendiamo mettere in atto saranno perciò devoluti all’Ospedale Pediatrico Nasser di Khan Younis a Gaza. Ne parleranno con noi:
Prof. GIOVANNI ANDREA MARTINI Delegato alle Biblioteche della Municipalità.
Dott. JOUSEF SALMAN – Pediatra – Delegato Nazionale della Mezzaluna Rossa Palestinese (Red Crescent).
Dott. FABRIZIO RAMACCIOTTI – Neuropsichiatra – Direttore del Dipartimento di Salute Mentale Usl 12 Venezia.
Prof. PATRIZIA CECCONI – Presidente degli Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese.
MIRYAM MARINO – scrittrice – esponente della Rete ECO (Ebrei Contro l’Occupazione).
BETTA TUSSET – della campagna “Ponti e non muri” per Pax Christi Italia.

Vi salutiamo dandoci appuntamento alla mostra il giorno 2 dicembre 2011 alle 17.30 a Venezia presso la Scoletta dei CalegheriCampo San Tomà ringraziandovi dell’attenzione e regalandovi, come nostra consuetudine, una poesia:

I MURI, Constantinos Kavafis

Senza riguardo senza pietà senza pudore
mi drizzarono contro grossi muri.

Adesso sono qua che mi dispero.
Non penso a altro: una sorte tormentosa;

con tante cose da sbrigare fuori!
Mi alzavano muri e non vi feci caso.

Mai un rumore una voce, però, di muratori.
Murato fuori del mondo e non vi feci caso.

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Bozza Manifesto Mostrada Mirnaloi Sammour
COMUNICATO

Bambini in guerra – La guerra dei bambini..
Un viaggio tra disegni, parole e musica per raccontare come i bambini vivono, sentono e attraversano la guerra e come immaginano il loro futuro

Roma – Venezia Dal 2 al 9 dicembre 2011

Mohammed (*) , sette anni, di Gaza, orfano, disegna solo carri armati, usa solo il nero e il rosso e e con le sue matite graffia il foglio.
Nour (*) , 12 anni , disegna ad occhi chiusi perché li aveva chiusi e dormiva quando i soldati sono entrati nella sua casa e gli hanno portato via la famiglia, lasciandola da sola per cinque giorni e cinque notti .

Poi c’è Mansour, 9 anni, che così si immagina il suo futuro da adulto:
Quando sarò presidente, sarò il presidente della Spagna perché amo molto la Spagna.
Io vivrò a Barcellona e la prima cosa che farò è che raccoglierò il mio esercito per andare a salvare la Palestina

*****
Da Gaza a … VeneziaRoma si inaugura una mostra di disegni e poesie dei bambini che vivono in zone di guerra, organizzata da Hope NGO (associazione umanitaria internazionale).
Senza connotazioni politiche, la mostra vuole indagare su come i bambini stanno vivendo la guerra, cosa ha tolto loro e come la violenza sia ormai una presenza quotidiana nelle loro vite, tanto da compromettere spesso anche il loro futuro. Molti di loro mostrano i segni della PTSD (Sindrome post trauma). Per tutti i bambini l’adulto ha perso ormai il ruolo di punto di riferimento e di protezione che invece nella vita “normale “ ha.
Lo scenario cambia quando si guarda ai disegni dei bambini del Sudafrica: giallo, arancio, verde e azzurro riempiono i fogli di una speranza che laggiù comincia a farsi più concreta.
Accanto ai disegni, si trovano i quadri di alcuni pittori mediorientali tra cui il siriano Ismail Shammoud e la palestinese Shahd Sallumane e le musiche sono state offerte dal compositore ebreo Rick Siegel.

Il problema è che le stesse organizzazioni umanitarie non possono spesso garantire assistenza a lungo termine perché operano con tempi stretti e condizioni nelle zone colpite dai conflitti.

La mostra è un’occasione per aprire una finestra, gettare un occhio là dove normalmente non arrivano le telecamere e in città blindate come Gaza e per osservare la guerra con gli occhi dei bambini

(*) I nomi sono di fantasia per ragioni di sicurezza

Per ulteriori informazioni : hope2011_2011@libero.it

Mirna Loi Sammour
HOPE Organization For Palestine Emergencies

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Cartina della Palestina in divenire, anni dal 1946 al 2005Torniamo a parlare di Palestina. Per chi a voglia di parlare. Io ho immensa voglia di ascoltare. Ma i sordi non interessano a nessuno. Non mi rivolgo perciò a chi mi spiega che non so e difende ideologicamente un abominio della storia. Per me la situazione che si è venuta a creare in quella terra si può spiegare in pochi e semplici termini; anzi con due parole. E sono parole in lingua ebraica, anzi parole che provengono proprio dalla casa dei sionisti. Io credo che qualsiasi persona di buon senso non può che arrivare alle stesse mie conclusioni: Libertà per la Palestina.
Il progetto della cosiddetta “terra promessa” cioè della costruzione dello stato di Israele nasce ben prima dell’olocausto, di quello a cui e genericamente dedicato il nostro intendere il giorno della memoria; non dell’olocausto che stanno subendo tutti i palestinesi. Quel progetto nasce da un semplice assunto: “Un popolo senza terra per una terra senza popolo”. Ciò non teneva volutamente presente che in quella terra un popolo c’era ed era il popolo palestinese. Ma questo concetto lascia chiaramente intendere come le radici del sionismo affondino in un humus colonialista e/o imperialista e razzista. Non solo non si consideravano quelle persone come popolo, ma nemmeno si sono mai considerate come persone. Ci sono migliaia di testimonianze a riguardo a dimostrare come gli israeliani considerino gli autoctoni razza inferiore o peggio. E’ in atto una pulizia etnica e si accampano chissà quali scuse o si giustifica senza nemmeno sentire il bisogno di alcuna scusa. Come abbiamo visto ieri l’intervento militare israeliano si preoccupa di presidiare anche ben altri confini “sicuri”. Una occupazione, è bene ripeterlo, continuata attraverso interventi militari senza soluzione di continuità in “territorio da guerra” quanto anche in assenza di guerra. La politica armata degli israeliani ha spogliato i palestinesi di tutto, nel silenzio generale, anche durante i momenti cosiddetti di pace o di tregua. Inutile tornare a commentare l’atteggiamento di “coloni” la cui ostentata e orribile violenza, anche contro i bambini che si recano a scuola o almeno ci provano, è difesa dall’esercito.
Il secondo assunto che vorrei ricordare è la definizione adottata da coloro che, fuori ma anche dentro lo stesso stato di israele, si battono per la fine di questa assurda tragedia; di questa carneficina: “Ebrei contro l’occupazione”. Tre brevi e succinte eppure significative parole che nascono sempre all’interno del mondo ebraico. Questi affermano subito la loro appartenenza di ebrei, non di israeliani o di sionisti ma di ebrei. Quel contro afferma con forza la loro contrarietà alla politica portata avanti dallo “stato di israele”. E soprattutto usano la parola occupazione. Ecco, di occupazione si tratta. Io onestamente non vedo la necessità di aggiungere altro. Mi sembra tutto così semplicemente chiaro. Inutile rimandare a quanto più sopra, a come si stia continuando a sviluppare questa occupazione. Di come il sogno sionista del grande israele vada anche oltre i confini attuali in un movimento che rischia di coinvolgere nuovamente tutto il mondo arabo.

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