Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘prete’

Luigi dice che parlo troppo. E parlo troppo di me. Non mi sembra. In verità parlo molto anche di noi. E delle mie e nostre cose. Ma anche di altre cose. Di quello che succede intorno sono informata. Ma io mi chiedo: perché dovrei parlare degli altri? In fondo gli altri sono gli altri. Non è che ne sappia tanto. E poi cosa c’è da dire? E io credo che lui, Luigi, esageri. Molto spesso non mi sta nemmeno a sentire. E ultimamente tutto sembra dargli fastidio. Così preso dai suoi pensieri. E dal suo lavoro. Sembra che solo le sue siano cose importanti. Già! ma lui è un uomo. Come tutti sembra che ogni sua parola cambi il mondo. Loro sono giusti. Sono intelligenti, loro. Loro sono pratici. E poi non sanno cambiare una lampadina. O cucinare un uovo. Alla fine restano sempre bambini. E dobbiamo essere noi a risolvergli i problemi. Pronte a proteggerli e a nasconderli tra le braccia. Sì! dobbiamo essere noi a risolvere tutti i loro presunti problemi.
A volte ci vuole tutta la pazienza dell’universo. E ne ho tanta. La nostra è una storia lunga. È forse per questo che non c’è più quell’entusiasmo. Non che non ci sia cioè… Non mi posso lagnare. E’ una storia d’amore. Lui non mi fa mancare nulla. Ma qualche volta dice che è stanco. O forse sono io che chiedo troppo. E quando non è stanco è anche comprensivo. Che qualche volta vorrei lo fosse meno. Mi sembra così, in quei casi, di interessargli meno. Lo vorrei, a volte, un po’ più geloso. Non vorrei che ci fosse qualcun’altra. Giuro che gli strappo gli occhi. Certo che io sono cambiata. Ma chi non cambia? E’ il tempo che ci cambia. Un giorno dopo l’altro. E al tempo non possiamo rifiutarci. E chiamiamole pure rughe di espressione. Senza crederci nemmeno noi. E mi viene da pensare, ora, a come si è ridotta Giovanna.
Don Igino (a questo proposito non vi sembra strano un nome così, come quello?) invece ha la pazienza che Luigi non ha. Lui sì che sa ascoltare. Non fosse per la tonaca… ma quando la toglie è pur sempre un uomo come tutti gli altri. All’inizio non l’avevo guardato così, voglio dire come un uomo. All’inizio era solo un prete. Poi le cose sono andate avanti. Ci si è cominciati a conoscere. E ci si è conosciuti bene. Molto bene. Ed è stato tutto più facile. Anche per me. Non so per lui. Una di queste volte glielo devo chiedere. È come se sia passato dal mio confessore al mio confidente. Insomma un vero amico. Questo è don Igino. A proposito: “Vi ho detto che è un prete? Non si direbbe, vero”?
A volte credo di andare anche senza il bisogno della confessione. Solo per parlare. Anche senza un motivo di cui parlare. Ma per una donna per bene e un bene liberarsi dei propri peccati. Dopo mi sento meglio. Povero don Igino. Deve avere una pazienza infinita. Non parlo per me. Con tutte quelle donnette che gli riversano addosso tutte le loro squallide storie e le loro perversioni. Dio solo lo sa cosa avviene dietro a tutte quelle finestre. Ne ho sentite di storie. Ma in fondo non è forse questo il lavoro di un prete; avere pazienza, stare ad ascoltare. È soprattutto questo che amo in don Igino. Non che non sia un bell’uomo. Tra lui e Luigi… beh! dieci a due. Ma non è il caso di parlare d’amore. Non con lui, perché l’amore ha anche bisogno di certezze, e di futuro. La sua certezza e nella fede. E allora non so dare un nome a questo sentimento. Gli sono affezionata. E nessuna parola può sporcare il nostro rapporto. La stima che ho di lui. Di don Igino, non di Luigi, perché la stima va conquistata. E poi mantenuta. E quello è più il tempo che passa con la televisione, o fuori. Sospetto che ami di più tenersi quel bicchiere in mano.
Poi c’è sempre qualcuno che viene ad insegnarti che si dovrebbe essere più discreti. Ed è il primo che non si fa gli affari suoi. Solitamente è così. Io quello che ho in cuore ce l’ho in bocca. E dico quello che deve essere detto. Non faccio sconti. E la gente un po’ mi guarda con rispetto. Anche perché io quando mi ci metto mi ci metto. A me non la si fa. So io chi va ogni mattina in visita a quella santerellina di Stefania mentre il marito inforna il pane e non è ancora giorno. So io le vere doti di infermiera di quella bionda evidente e svampita che lavora per il dott. Landonfi, il dentista. Lui è un vero cane ma quando c’è lei non c’è maschio che esca scontento dall’ambulatorio; lui compreso. E la moglie zitta. Ma a proposito di mogli c’è Adele, e ce ne sono tante, che si divertono loro perché così si diverte il marito. E poi li vedi magari a braccetto come due innamorati della prima ora. Già Adele, che se lo facesse per mestiere lavorerebbe meno e meriterebbe più rispetto. Invece lo fa, e “Diobono!” tanto, e solo per il gusto del piacere. Perché io non sono una da credere a tutte quelle storie. Al fatto che sia lui che vuole che lei lo faccia. Non che mi faccia gli affari degli altri. E’ che te li fanno sotto gli occhi. Praticamente alla luce del sole. E si credono anche furbi. E vogliono far passare gli altri che vedono per fessi.
E devo ammettere che provo uno strano piacere a confessarmi. E a confessare anche tutti i loro peccati. Mas quello che importa sono i miei. E’ naturale. Per quelli provo un piacere di cui certi momenti mi trovo a chiedermi se me ne dovrei vergognare. Pentire. E poi confessare quella mia confessione. Quella voglia di dire le cose. Fino al desiderio di esagerarle. Non lo so cosa mi spinge. Forse per avere ancora più cose da dire. Forse per sentirmi rimproverare. Forse solo per avere il suo parere. E gli dico: “Igino”, perché ormai io lo chiamo così, c’è confidenza tra noi, quel don mi imbarazzerebbe, così come dicevo gli dico direttamente “Igino, dimmi Realmente cosa ne pensi. Voglio dire di me. Senza scrupoli. Non trovi che sono ancora una bella donna”? Oppure: “Guardami, ti sembro sia da buttar via”? Soprattutto domande; non ci avevo mai pensato. Non fino ad ora. Ma questi sono solo degli esempi. Solo per dare un’idea. Per farmi capire. Anche se lo so che poi in questo paese tutti finisce in gloria. Ma gli chiedo anche della fede. Non sono certa che la mia e la sua siano la stessa cosa. Io non le so molte cose. E spesso sono confusa. E spesso mi tengo le domande. Per la paura di sembrare una sciocca. Ma ho un capriccio che mi frulla in testa. E glielo vorrei proprio chiedere a lui: “Cosa ne pensa dio dei tatuaggi”?

Read Full Post »

Foto dell'attivista dell'ISM Rachel CorrieNon solo Palestina. Sabato 1 ottobre 2011. Venezia, cinema ai Frari, per la presentazione del film RACHEL, l’attivista che come Vik ha donato la sua vita per la lotta palestinese. Quel Vik, per i pochi che ancora non lo sanno, sta per Vittorio Arrigoni. Rachel invece è la volontaria pacifista americana Rachel Corrie. Il film è il pretesto, brutto termine questo, anche per un incontro. Un incontro tra il nostro gruppo (Restiamo umani, con Vik) e don Nandino Capovilla di Pax Christi Venezia-Mestre. Don Nandino è uno dei preti meno preti che abbia conosciuto. In realtà ci eravamo già incrociati ma ancora non c’era un progetto comune, era solo per parlare in occasione della partenza della Freedom Flotilla 2. Praticamente eravamo ancora degli sconosciuti uno agli altri. Per me la Flotilla è sempre in mare. Questo è oggi il mio viaggiare. Non so se è una nuova partenza o solo una stazione. Non mi interessa. Si va.
Ma c’è in questo appuntamento una storia del tutto personale. Questo è un blog, spesso ameno, che spesso vuole solo raccontare piccoli frammenti di fantasia, ed è per quello che la introduco. Mescolo il sacro al profano. Quello che per qualcuno può sembrare una missione con quello che è chiacchiericcio. L’incontro e la proiezione del film avvengono nella sala del cinema parrocchiale dei Frari. Più di cinquant’anni fa ci andavo, ragazzino, a guardare i films e a tirare due calci al pallone nel campetto. Per gli sprovveduto specifico che si tratta di una campetto di terra battuta, allora, oggi in cemento, non ci avventuravamo cerco a camminare sulle acque. Quello lo poteva uno solo, ma è passato tanto tempo da allora e nessuno ci ha più provato. Il cinema era l’unico che allora potevo permettermi perché il biglietto costava poco e spesso nemmeno quello; mi ci infilavo di nascosto. Credo di ricordare di aver visto là il mio primo film, penso Zanna bianca. Films, come narrano le leggende, pieni di tagli e con molta partecipazione. Col coro di arrivano i nostri che roboava da tutta la platea. Lì ho provato le prime simpatie per le prime ragazzine. Lì mi nascondevo nel buio e dentro di me e nella mia timidezza. Come sono futile oggi. Sono uscito a tirare un calcio al pallone in quel campo degli anni cinquanta. La palla non ha preso abbastanza effetto e il tiro ha solo lambito il palo.
Ma torniamo seri e alla ragione per cui eravamo, io e gli altri del gruppo, naturalmente compresa Ross, andati lì. L’appuntamento era per il film-documentario di Simon Bitton ma con don Nandino. Siamo lì, numerosi, per presentare il progetto “Bambini di Guerra” (titolo provvisorio) che ci ha proposto la Hope Association for Palestine Emergency e che stiamo seguendo. Magari del progetto comincio a parlare domani in un post più “serio”, anche se penso che si possa parlare di tutto mantenendo il sorriso tra le labbra. Abbiamo assistito in religioso silenzio alle immagini strazianti che ci proponeva lo schermo. La storia di Rachel è comunemente conosciuta. Era (ed è) una giovane americana attivista dell’ISM International Solidarity Movement uccisa il 16 marzo del 2003 quando aveva solo 24 anni a Rafah, nella striscia di Gaza. Rachel, con i suoi amici attivisti, era lì per fare da “scudo umano” ai palestinesi per cercare di permetter loro, se non una vita normale, almeno di poter esercitare quei bisogni elementari come andare a scuola ai bambini, coltivare i campi, etc. Per difenderli dalla violenza di un paese militarizzato che non li considera come esseri umani e dai coloni armati sempre pronti alle soprafazioni e alle imboscate. Fu ferita a morte mentre protestava nel tentativo di impedire ad un bulldozer dell’esercito israeliano di distruggere alcune case palestinesi. La versione dell’esercito occupante è che l’enorme e spaventoso bulldozer l’ha seppellita sotto una montagna di calcinacci senza vederla e che non era in programma nessun abbattimento. E’ incredibile come le possibilità di dimostrare i fatti sia stata resa vana dalle stesse autorità israeliane finalizzate a nascondere come l’imponente macchina sia passata, più o meno deliberatamente, sul corpo della ragazza. E’ stato poi persino reso difficile per gli altri attivisti suoi compagni seguirne le spoglie. Si sono trovati ad affrontare un viaggio allucinante e giunti a Tel Aviv hanno trovato sostegno a casa di un amico ebreo anarchico.
Alla fine della commovente proiezione c’è stato, naturalmente, un breve ed interessante dibattito con la partecipazione anche di attivisti appena tornati dalla Palestina. Mi ha particolarmente colpito la testimonianza del ragazzo che spiegava come la cosa più difficile per quel pacifismo militante è trattenere la propria reazione di fronte alla prepotenza di una violenza provocatoria e gratuita. Spiegava bene che non viene naturale non reagire, anzi. Che devi fare violenza a te stesso. Non c’è alternativa però. Per esempio quando scorti i bambini l’unica arma è il proprio corpo di occidentale e una telecamera che possa documentare come un testimone attendibile. Questo mi ha fatto riflettere su come ci siano molte risposte ad una stessa domanda e su come la risposta giusta dipenda da caso a caso. E mi ha fatto anche giungere alla conclusione che ho ancora molto da imparare per rendermi utile anche in situazioni come quelle.
Alla fine sono rimasto interdetto quando don Nandino si è calorosamente complimentato con noi e la nostra iniziativa ringraziandoci e assicurandoci tutto il suo sostegno e quello della sua associazione, aprendoci altre vie. Mi sono sentito, e tutti noi, molto in imbarazzo per quello che ci sembrava il poco che facciamo davanti al tanto che fanno tutti loro. In questo momento una di noi è a Jenin. Luca partirà in un prossimo futuro per Gaza. Altri progettano e/o sognano di andare sul posto. Certo che è anche importante un’opera di sensibilizzazione al problema di quella terra. Noi porteremo la mostra e il suo corollario in giro per l’Italia. Vorremmo fare di più. Comunque quei complimenti mi hanno fatto bene, anche se lavoriamo “al sicuro”. Don Nandino è in partenza con sette giovani per andare a raccogliere le olive sotto le torrette dell’esercito invasore. Racconta che è una esperienza da fare e che ti cambia, che non ti lascia tranquillo quella raccolta, ma ti fa sentire “vivo”. Gli credo. Io non guardo in faccia a chi sa fare. In fondo li invidio quelli che stanno partendo e già mi chiedo, nonostante la mia non più verdissima età, quando potrà essere il turno mio. Nel frattempo arriva anche questa notizia. Del resto (mostra e mia personale posizione su queste vicende) ve ne parlo spero domani, nel mentre… RESTIAMO UMANI.Disegno di un bambino palestinese

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: