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Prefazione
Mi ero fermato per pisciare.
Mi trovavo lungo la strada che porta a Urbino con nulla che mi mettesse fretta quando la mia attenzione fu richiamata dal frastuono di due cani che si contendevano lo stesso osso. Quel rumoreggiare mi aveva sottratto ogni possibilità di discrezione. Quel posto non poteva più essere solo mio, cercai di pensare a altro e mi trovai a ripensare a lei.
L’aria si era fatta irrespirabile, il calore evaporava da ogni cosa e sudavo.

Capitolo I
Il suo primo giorno di lavoro le aveva creato un certo allarmismo. l’ambiente era polveroso e grigio, come tutti gli uffici comunali, e i suoi colleghi erano persone anziane che sembravano (ai suoi occhi almeno) prendere colore da quel posto.
Lei, che non sapeva simulare, se lo era lasciato sfuggire fra un discorso sul tempo e uno sulle sue attività lavorative passate. “Ma sono tutti così vecchi, qui?” Ma infine tutti l’avevano accolta con simpatia (e rassegnazione).
Presto cominciò a sguazzarci dentro in piena naturalezza (come nella sua acqua); a suo completo agio.
Certo aveva le sue responsabilità e anche le sue preoccupazioni; qualche screzio, anche. Ma infondo chi non ne ha?
Non avrei mai creduto di vincere quel concorso” – ripeteva spesso e in molte occasioni – “anche oggi il treno ha portato ritardo ma devo ringraziare i colleghi che mi hanno fatto sentire subito una di loro nonostante il mio livello inferiore però anche oggi Giovanni (suo figlio; n.d.a.) non stava bene ma anche il figlio di una mia amica pensa gli ha fatto già tre otiti quest’inverno ed é ancora sottosopra fra antibiotici e…”
Solo una leggera inflessione di dialetto estraneo nella voce e un suono solo, atonale, quella voce che scorreva veloce e sempre uguale col sapore dell’acqua o come l’acqua che corre sulla pietra.

Capitolo II
Le colleghe, quasi tutte, si recarono a trovarla durante la sua gravidanza; come per dovere contratto. Avevano raggiunto quella periferia con il treno illudendosi di poter trovare un taxi in quella piccola stazione di cui tutti dubitavano l’esistenza. Percorsero l’ultimo lungo tratto a piedi. Erano attese e trovarono dolci e vino secco.
Furono costrette a un ritorno carico delle borse dei prodotti del suo orto.
Lei era la rivincita per tutti. Ricompensavano la sua presenza (chi la circondava, chi la incontrava) con qualcosa di simile alla tenerezza.
Per quel suo essere disarmata e disarmante sarebbe stata comunque per sempre perdonata anche se non aveva mai chiesto tutori.

Capitolo III
A trent’anni aveva scoperto il teatro ad una rappresentazione di Oreste Lionello. Come ogni grande prima …volta: l’aspettativa, per altro pienamente soddisfatta, aveva creato un profondo stato di eccitata attesa completamente risolta in quel locale così particolarmente affascinante dove tutto sembrava concorrere allo spettacolo.
Ce ne fece un’ampia cronaca il giorno seguente.

La sala (un piccolo cinema di periferia con palco improvvisato) aveva una sua propria fascinazione, le luci discrete, lo stesso pubblico elegante sembrava farne parte. L’emozione circolava come una scossa elettrica attraverso i bisbigli e le parole sussurrate. Infine il buio e il silenzio, prima di religiosa attesa (per pochi istanti), poi di attenta partecipazione.
In cuor suo aveva sempre amato quel mondo, non aveva forse cantato, da ragazzina? Aveva i capelli lunghi a quel tempo, lunghi e biondi. Lo ricordava spesso con nostalgia e allora, in qualsiasi posto si trovasse, cominciava a canticchiare un qualche motivo, di quando non importava; con voce decisa.
Amava anche la lettura, ma col bimbo (e la casa) non trovava più tempo per lei tantomeno da dedicare alla letteratura. Aveva ancora tre romanzi della collana Harmony non mai iniziati. Un po’ se ne dispiaceva.
Si teneva informata ascoltando il telegiornale mentre era intenta a preparare la cena. “Non ho capito cos’è successo ieri; con questa guerra…”
No, la pittura no, era rimasta come il prodotto di mediocri artigiani che si esprimeva in quei paesaggi insicuri e falsi con cui aveva ornato le pareti del soggiorno. Copie mal riuscite di brutte cartoline. Era qualcosa da cui non si era mai lasciata rapire.

Capitolo IV
5 marzo:
Quel giorno subì uno di quei piccoli incidenti che rischiano di essere di rovina ad una giornata. Nell’inchiostrare il timbro di quell’inchiostro, per incauta distrazione, si sporcò i polpastrelli. Se non fosse stato per quelle dita (portate in giro pencoloni dai polsi stesi avanti come stessero gocciolando) non si sarebbe percepito alcun disagio; per il resto appariva come sempre (sicura di sé) né allegra né mai triste, semplicemente immutabile in un sorriso diafano e inamidato.
Solo Dio sapeva come avrebbe affrontato la pioggia nel ritorno. Guarda se potevo immaginare un tempo simile e non ho nemmeno un ombrello…

Capitolo V
6 marzo:
Anche oggi il treno ha portato ritardo e io non ricordo un freddo così … sembrava di gelare e il vento poi in quella stazione mi sento tutto il viso come tagliato (intanto si toglieva il cappotto) hai visto il film di Bud Spencer per tivù ieri sera ahò che forza perché mi sono addormentata sul divano e ho perso la fine … non so se lo sai ma domani Giovanni va al cinema lo portano al cinema con l’asilo a vedere gli “Aristogatti” ed era tutto emozionato perché per lui é la prima volta dopo devo telefonare a casa per sentire com’é andata da mia suocera perché quel bimbo non mi ascolta non sò forse sono troppo severa con lui che ha l’argento vivo addosso é vivace una cosa da non credere e tu gli parli e lui non stà a sentire e poi fà quel che vuole come se non gli avessi detto niente pensa ieri stava dando fuoco al fienile ma come mi stanno i cappelli devono essere indecenti e io devo essere tutta impresentabile con tutto il vento che c’era e l’umidità lì ad aspettare in quella stazione…”
Poi le parole si trasformavano in ronzio di fondo: “Posso prendere il giornale poi te lo riporto(?)… io non potrei mai accettare che mio marito vada con un’altra o anche che parli in modo meno che rispettoso di me magari con sarcasmo io gli metterei le valigie alla porta e gli direi “Vai piccolo dove vuoi” (poco importava che quella fosse la casa dei genitori di lui) perché innanzitutto credo nel rispetto reciproco (era un bell’uomo) io avevo altri pretendenti tutti anche più belli di lui e ho scelto lui non per interesse ma per amore e l’amore non é solo sesso non ti pare(?) ma qualcosa di molto di più…” e si allontanava con quel quotidiano locale per cui avrebbe cercato tutto il giorno di trovare il tempo per leggerlo fra un lavoro e un discorso e intanto proseguiva raggiungendo la sua scrivania.
7 marzo:
Arrivò tutta trafelata col suo solito fare rapido e frettoloso. Come si può amare (la parola allo stato puro) un sacchetto di praline senza confezione e nutrirsi della letteratura di quei messaggi da cioccolatini? Aveva il bavero alzato e i capelli spettinati.
Anche oggi il treno che noia e il freddo posso(?) (disse indicando il quotidiano del giorno prima poiché quel giorno non era uscito; con tono velatamente di formale domanda) grazie non so se te l’ho detto che oggi mio figlio và al cinema con l’asilo a vedere gli “Aristogatti” e adesso devo sentire casa perché era emozionato e io anche oggi ho un sacco di lavoro da fare e allora dàje e spero di trovare il tempo per leggere dell’incidente sull’autostrada perché hai sentito di quei poveretti mi fanno pena ma come sono finite le partite di ieri sera non so chi ha vinto perché a casa mia noi non ci interessiamo di calcio mica che mi lagni per il lavoro anzi mi piacerebbe tanto lavorare per un uomo importante come un consigliere che poi quando fai un lavoro per un uomo importante ti senti attiva e utile e gratificata e anche tu importante non ti sembra(?) anche se oggi non mi sento tanto bene forse ho preso freddo e mi sto raffreddando ma mi devo riassettare perché devo avere dei capelli che Dio ci salvi sentivo che parlavano della guerra e delle partite in treno ma poi ho trovato quella mia amica Cinzia di cui ti ho detto che ha litigato con il marito perché aveva bruciato l’arrosto e ci siamo messe a parlare…” Del tutto inconsapevole; si era nel frattempo tolta il cappotto e si allontanava verso il bagno, come sempre, per andare a riassettarsi prima di cominciare a riordinare le carte e decidere le precedenze dei lavori in base agli ordini ricevuti la sera precedente.

Capitolo VI
8 marzo:
La spiegazione del suo ritardo venne svelata da una tempestiva telefonata: era ammalata. Anche se questo non succedeva che di rado la notizia venne presa dalla maggior parte senza molto panico ma, proprio perché insolita la sua assenza, generò sorpresa. “Non prendertela con Grazia – aveva detto, a suo tempo, Antonio – è una buona ragazza (lapidario).” e ne avevano riso.
Sai che lei prende tutto troppo sul serio.”
Nessuno l’aveva in seguito chiamata, preoccupato dalle sue condizioni di salute, dopo quella sua prima telefonata di avviso di malattia che aveva avuto una durata alquanto lunga e articolata, e di cui il malcapitato testimoniava continuamente il ricordo.
Forse nessuno aveva colto la gravità ma la tragedia spesso si mescola alle banalità quotidiane provvisoriamente (ma solo provvisoriamente) svilendosi (e dissimulandosi) e poi si é tanto abituati al peggio, a tutto, da distrarsi come per disperazione.
Ma forse nessuno aveva alcunché di cui rimproverarsi se non per aver ignorato una fragilità oggi compresa.

Capitolo VII
(finale)
E morì come era sempre vissuta, soffocata da un eccesso di parole inutili. Chi ne soffre ne parla ancora. Altri senza partecipazione alcuna.

Io che per raggiunti limiti di età ho abbandonato il lavoro (e non posso dire di averla mai veramente amata; ma provavo simpatia, questo certo) chiedo di rado (nell’incontro con i pochi amici comuni) sue notizie, e con pudore, ma queste son sempre più frammentarie.
Qualcuno, non ricordo chi, mi disse (tempo fa) di averla vista alla stazione di quel paesino che parlava tranquillamente con l’orario ferroviario esposto in sala d’attesa; e che non lo aveva quasi veduto. O forse l’avevano sorpresa in ufficio intenta a parlare con lo specchio del bagno, o con la fotocopiatrice, o col giornale (lasciandosi sfuggire alcune imprecazioni, come sempre non troppo pesanti).¹


1] Scritto il 18 aprile 1991

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linguacciaCarlo Alberto Dazzena di anni 43. Unoesettanta. Occhi: Castani. Capelli: Castani. Stato civile: Celibe. Segni particolari: nessuno. Cittadino: Italiano. Residente in: via Spigolatrice di Sapri al civico diciassette.
Il corpo era lì, ricomposto; nella camera mortuaria. Freddo. Solo. Nessun parente era venuto a trovarlo, nessuno sarebbe venuto ma aveva la patente in tasca. Era stato facile riconoscerlo. Non poteva esserci alcun dubbio: si trattava di suicidio.
Per quanto riguardava l’inchiesta questo era tutto. Non ci sarebbe stato null’altro da dire. Era già a disposizione per le onoranze funebri e quant’altro. Era già pronto il suo pezzetto di terra e quella terra l’avrebbe ricoperto. Poi nient’altro che la pietà del guardiani. Il silenzio. I cipressi. Una storia presto detta. Poche righe.
Eppure dietro un fatto del genere c’è, naturalmente, sempre una storia. Importante o meno ma pur sempre una storia. Un uomo di quarantatre anni non si più racchiudere semplicemente tra due date: quella di nascita e quella di morte. Non è solo una stele mortuaria. Una lapide in un camposanto con fiori di plastica ad ascoltare le preghiere bisbigliate dalla vedova della fossa vicina. Bella donna, tra l’altro; ancor giovane. Destinata, con tutta probabilità, a durare poco. A diradare quelle visite e a cedere rapidamente ad altre lusinghe. Non si può vivere solo di ricordi.

Era una giornata speciale. Non nel cielo. Non nel tempo. In niente che potesse essere visibile. Invero c’era qualche nuvola. E un’aria pregna di umidità. Appiccicosa. S’era alzato alla stessa ora in cui si alzava ogni mattina nonostante fosse sabato. Lui la credeva importante, speciale, per quanto da quella giornata si aspettava. Per quanto si era preparato. Con tutto il tempo necessario per cercare di essere il meglio di sé. Parzialmente soddisfatto al giudizio dello specchio. Rassegnato a non potere fare di meglio. Si era pettinato di nuovo. Poi aveva lucidato, nuovamente, nervosamente le scarpe. Controllato la piega dei pantaloni. Infilata, per prova, la giacca e poi tolta e messa nell’attaccapanni in entrata. Quel vestito era ancora come nuovo. Era stato un grosso sacrificio per comprarlo. S’era fidato della commessa e non se n’era mai pentito. Aveva cercato di far passare il tempo che doveva lasciar passare cercando di governare la sua tensione. Di controllare l’emozione. Non gli era stato facile consumare il pranzo. Stare seduto. Guardando l’orologio ogni pochi minuti. Forse è meglio concedersi un minuto. Un piccolo passo indietro. Cercare di capire come c’era arrivato. Il tipo.
A pensarci più opportunamente non c’era molto da dire: Carlo Alberto Dazzena stava invero veramente tutto in poche parole. Facile da raccontare. Un tipo normale. Niente di speciale. Niente di cui si potesse accorgere. Non bello ma nemmeno padrone di una bruttezza che si potesse notare. Più che altro un tipo insipido, incolore, che passava inosservato. Di quei tipi che si fatica a ricordare anche il nome sebbene i suoi gli avessero dato quello fin troppo importante cioè gliene avessero affidati addirittura due. Naturalmente della cosa era stato fatto oggetto di scherno dai compagni da bambino. I piccoli sono così, hanno quella spontanea crudeltà tipica della loro età. Lui ne aveva pagato piegandosi le conseguenze. Avrebbero avuto comunque da ridire. Riuscivano a farlo anche sul suo cognome. Lui non reagiva. In realtà era incapace di reazione. Se trovava una risposta, quelle poche volte, ci giungeva talmente tardi da renderla inutile; superata. Già allora non aveva dimestichezza con le parole. Preferiva i silenzio. E di silenzi era piena la sua vita. Qualcuno, benevolo, pensava che fosse arte e vezzo di un pensatore.
Aveva dovuto superare, prima ancora di nascere, la prova del decotto di prezzemolo. Era nato lo stesso, a dispetto di tutti e di tutto. Era nato poca cosa da genitori anziani, senza essere cercato quando ormai quelli credevano di aver evitato il pericolo. Quasi un segno del destino. Quarantatreanni prima; appunto. In un certo senso era nato senza compleanno essendo venuto al mondo il venticinque dicembre cioè il giorno di Natale quando la festa è festa per tutti. I suoi l’avevano accolto bofonchiando come una prova del signore ancor più giacché era nato lo stesso medesimo giorno. A dirla tutta quasi come un dispetto del grande e irascibile Padrone; il grande architetto che disegnava i destini secondo un disegno per tutti incomprensibile. Per questo motivo mamma aveva pensato a Natalino per il nome. E aveva osservato, in questo caso, che i lavori pesanti poi alla fine toccavano sempre a lei. Fortuna volle che ne erano nati altri cinque quell’anno in quel giorno di cui gia i primi quattro s’erano divisi tra Natale e Natalino. Il padre per un attimo ebbe la tentazione di Santo o di Donato o di Mariano o Cristiano o Claus; persino di Indesiderato. Poi, di propria iniziativa, gli diede il nome del nonno. Non sapendosi decidere optò sia per l’uno che per l’altro, in pratica sia per il nome del nonno materno che per quello di suo padre. Uscì soddisfatto della sua decisione così come aveva appena lasciato finalmente soddisfatto anche l’addetto dell’anagrafe invero non molto paziente.
CarloeAlberto, perché all’anagrafe era stata registrato così, con quella congiunzione tra i due nomi, era stato un bambino normale. Forse cagionevole di salute ma aveva frequentato la materna e l’asilo con abbastanza regolarità Le suore avevano solo notato la sua propensione a stare con sé stesso. Fin da allora faticava a legare con gli altri. Sorrideva e giocava poco e per lo più se ne stava in disparte. Se si cercava un motivo lo si poteva anche trovare nel fatto che il pupo tendeva a circondarsi di odori maleodoranti. Non solo puzzava di suo ma faticò fino a tarda età a trattenere i propri bisogni e si liberava in abbondanza. Allo stesso modo tardò a imparare a camminare e a parlare. Solo di intestino non era mai stato pigro.

Gli altri non lo invitavano al compleanno perché lui non li invitava al suo.
Perse presto i genitori, uno dopo l’altra, a breve distanza. Si trovò presto da solo, ad arrangiarsi; tra mille difficoltà.

Anche Carlo Alberto aveva un sogno che si era sempre portato dentro in petto: quello di fare l’animatore di comunità o di villaggio.

Era ormai nei pressi quando in controluce si avvide di una macchia sulla cravatta. Era una piccola macchina. Si sarebbe anche potuta non vedere. Se la vedevano? Decisamente dava un’idea di trascuratezza. Di poca cura. Di cialtroneria. Fece quello che probabilmente chiunque avrebbe fatto in un simile frangente: si tolse la cravatta e l’infilò in tasca convinto d’aver risolto il problema. Soddisfatto di sé. Cioè soddisfatto di quella sua decisione e dalla rapidità con cui aveva affrontato quel problema imprevisto. Nonostante l’ansia che lo prendeva. Leggermente insoddisfatto del risultato: un uomo in cravatta e sempre più… vestito.

Sbagliò a tirar fuori la cravatta mentre stava attraversando la strada. A volte certe distrazioni non ce le possiamo permettere. Il prete avrebbe raccontato la sua verità. La stessa di sempre.¹


 

1] scritto l’ 11.11.1994

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No! non ero io. Non era possibile. Io non potevo avere tutto quel coraggio. E invece sì. C’ero riuscita. Finalmente mi ero decisa. Lo avevo trovato, quel coraggio. Senza cercarlo. Certo lì non c’era nulla. Non era che la rete. Ma era già tanto. Io che diventavo ancora rossa per una parola. Solo ieri. Io che non avevo mai tolto il pezzo sopra nemmeno in spiaggia. Quasi mai. Solo perché lui aveva insistito così tanto. Era stato così convincente. Quella prima volta. Ma insomma, lì si è tutti così. E’ il luogo dei luoghi. Fuori da lì, dal mare, era diverso. La mia nudità mi abbacinava persino davanti allo specchio. Non che non me lo avessero chiesto. Il primo era stato Giuliano. Ero solo una ragazzina. Ma le avevo già. E stavano diventando orgogliose. Mi ero chiesta cosa ci trovassero gli uomini. Me lo ero chiesta spesso. Non lo capivo del tutto. Cioè… non riuscivo a capire completamente quella insistenza. Quella cupidigia. Quell’emozione. Quella facile eccitazione. Povera stupida. Eppure avevo tutto lì davanti.
Invece è stato semplice. E lo avevo deciso quasi da sola. All’improvviso. Forse per quello. Non era solo paura. Di cosa, poi? Lo avevo chiesto a Umberto. Lo avevo coinvolto. Sembrava non aspettare altro. E poi, allo specchio, mi ero piaciuta. Tutta. Come vedessi un’altra. I miei occhi mi sembravano maliziosi. Tutti mi avevano sempre detto che erano belli. Ora sembravano pieni di storie. E di misteri. E di promesse. Forse il trucco. Avrei potuto fare come tante. Prendere l’immagine di un altra. Perché? Non avevo nulla da nascondere. Tutt’altro. Ero anche meglio. Tutto per l’immagine. Per crearmi il profilo. Ma forse non era stato nemmeno per quello. Forse era stato perché doveva essere. E Umberto era euforico. Fuori di se. Pareva non credere ai suoi occhi. Ed erano diventati enormi, i suoi occhi. Ma non avevo ancora visto niente. E non aveva ancora visto niente.
Non che sia stato facile. O forse non volevo ammetterlo. Volevo fargli vedere che non lo era. Cercavo di convincere me. Di mostrarlo a me. Almeno all’inizio. Era caparbietà Semplice testardaggine. Perché no? Poi più niente. Il difficile è sempre cominciare. Ho iniziato abbassando le spalline. E a guardare con quell’aria. Sorniona. Dietro la spalla. Come una promessa. Come un invito. “Ferma così”! E ormai la cosa era fatta. Non avevo più vergogna di me. Sparita. E mi sentivo donna. E per cercare dovevo promettere. E volevo che fosse di più. Non una promessa. Una lusinga. E ho abbassato il vestito fino a farlo intravvedere. E poi l’ho denudato, il seno. Decisa. Prima la destra e poi anche l’altra. E l’ho sbattuto in faccia all’obbiettivo. Cioè le ho sostenute, quelle tette. Alla faccia di chi guardava. Di chi le avrebbe guardate. Immaginando già quella faccia. Vedendo quella di lui. Solo a pensarlo mi sono sentita eccitata. Non avrei mai creduto. E’ stato in quel momento che ho deciso che non potevo. Che non avrei nascosto più nulla. Che avrei mostrato tutto. Proprio tutto. Solo una incertezza. Un attimo da niente. Ma neanche un incertezza. E lui mi ha detto subito “Stupida, vai che vai bene. Che sei bella”. Non gli ho creduto. Non ne avevo bisogno. Lui voleva vedere. Io sapevo già di esserlo. Una consapevolezza improvvisa.
Intanto mi dicevo “è la rete. Chi vuoi che ti veda. Che ti riconosca. Ci vanno solo gli altri, gli estranei”. Mica ci credevo. Anzi, speravo che non lo fosse. Che mi vedesse chi mi conosceva. Chi non aveva mai potuto vedermi così. E quelli che mi avevano anche vista. Ma non proprio così. Non mostrata. Esibita. E chi l’aveva solo sperato. L’avrebbe voluto. Ma anche Cristiano. Anzi soprattutto lui. Ho temuto che stessi facendolo per quello. Proprio per lui. Lui che sapeva a chi aveva detto di no. A cosa. Sbattergli in faccia il mio coraggio. Dirgli che potevo anch’io. Che lo potevo fare. E volevo essere porca. Non solo per lui. Per tutti. Per gli amici. Quelli nuovi. E anche i vecchi. Quelli che navigavano. Quelli che avrei conosciuto. E quelli che non avrei incontrato mai. Questo corpo cerca amici. Cerca emozioni. Mi sentivo importante. Ancora più bella. Era il mio momento. Non era più un problema mostrarmi nuda. E vedermi. E mostrami davanti ad Umberto. E mostrarmi a tutti. Mi sentivo libera. Intanto glielo chiedevo: “Non sarà troppo? Vedrai che mi bannano. E se mi vede qualcuno”? Certo che non mi dispiacerebbe. Ho sempre sognato di fare televisione. Chi non l’ha mai fatto? Anche quelle che, come dire… proprio non possono. Ma era mostrarmi che mi piaceva. Che mi eccitava. Solo quel mostrarmi. Che poi Umberto era veramente bravo.
Un po’ imbranato ma bravo. Ma quello lo era sempre stato, imbranato. Meglio così. Ma non mi aspettavo niente. Solo riempire quella scheda. Se doveva essere sarebbe stato. Se no, pazienza. Ero già contenta così. E alla fine mi sarebbe bastato trovare qualcuno. Uno che mi desse qualcosa. Anche se non molto. A cui piacere per quello che sono. E per quello che prometto. Per il mio spirito. Per il mio coraggio. E per tutto questo ben di dio. Forse mi sarei dovuta rasare. Ho la mania di nutrire dubbi. No! meglio così. O magari qualcosa di intrigante. Una storia. Delle storie. Qualcosa. A noi donne piacciono queste cose. Le storie. Insomma… anche non molto. Qualche cena. Un po’ di compagnia. Di evasione. Quelle chiacchiere; frivole. Sentirmi libera. Cose così. Persino solo quel parlare. E Umberto ci sapeva fare. Avevo scelto bene. Sapeva come mi dovevo mettere. Le pose giuste. Insomma come piaceva agli uomini, naturalmente. “Va bene così. Fai colà. Umetta le labbra. Più ammiccante”. Occhi come i miei non se ne trovano molti. Mi fece quello che presi per un grande complimento. “Sei proprio eccitante”. E nemmeno due labbra così… carnose. Non che fosse di molte parole. E sembrava mancargli il respiro. Povero piccolo, lo capivo. Non gli avevo mai dato molta confidenza. Era più sorpreso di me. Ed eccitato lo era veramente.
Scattava. E ad ogni scatto ne seguiva un altro. Rapidamente. Click! Click! Click! Non aspettai che me lo chiedesse. Le tolsi da me. Decisa. Le avevo prese proprio per quello. Per le foto. E mi ero sentita strana. Era strano averle addosso. Così piccole. E leggere. Come non avere nulla. Come essere nuda sotto. Anzi no. Era il contatto con una presenza… intrigante. Suadente. Era come girare per strada con una mano lì. Leggera. Tra le cosce. E morbida. E gettai quelle mutandine lontano dal letto. E con loro quell’ultimo pudore. Ma a volte glielo chiedevo. Solo per gratitudine. Per farlo sentire più importante. “Va bene così”? Ma lo sapevo da me. Non ci vuole molto. Una donna impara subito. Una donna le sa le cose. Ci vuole così poco a vedere quegli occhi. E poi te lo senti dentro. Come un formicolio. Che ti parla al cuore. All’anima. E anche nel fondo. E poi una donna le vede le cose. Ma fino a quel momento non avrei potuto immaginare la soddisfazione di sbatterla in faccia ad un obiettivo. Il piacere di mostrarla proprio bene. Senza ritegno. Di vantarmene.
Avremmo scelto le migliori. Assieme. Io e lui. Era anche quello un modo di ringraziarlo. Pensai che nessuno avrebbe potuto riconoscere la stanza. In quella stanza la mia camera. Ci avevamo pensato prima. Avevo tolto il Mirò. Già! è solo una stampa; naturalmente. Forse, se ne avessi uno di vero, non le farei; queste foto. Chissà? E mi resi immediatamente conto che era solo un pensiero stupido. E che avevo perso la testa. Era come se lo stessi facendo. Con lui. Con la macchina fotografica. Con me stessa. Era un pensiero incredibile. Con lui no! non potevo. Non sarebbe mai potuto succedere. Non con lui. Non davanti a lui. Quell’eccitazione mostrata. Solitaria. Condivisa. Esibita. Impudica. E mi sono completamente lasciata andare. Facendomi cullare da quel piacere diffuso. Completo. Sconosciuto. Era qualcosa di più.
Poi è successo. Naturalmente. Quello che doveva. Ma questo non c’entra. Ci avrei pensato dopo a quel maledetto nick. Ora mi sento un’altra. E abbiamo continuato a scattare. Ma questi non per mostrarli. Solo per noi. Per me. Insomma per il privato.

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