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La grande manifestazione di Roma

Foto di Elena Bellini

Tra i tanti video “amatoriali” sugli scontri del 15 ottobre a Roma in uno c’è una frase sulla quale ho soffermato in particolare la mia attenzione. E’ rivolta ai “violenti” tra i “dimostranti” da un “poliziotto” in tono di spregio e di sfida: “…mi fate schifo. Siete tutti cagasotto”. Perché mi soffermo su questo poche e povere parole di astio che non rappresentano nemmeno chissà quale novità? Forse rappresentano solo ignoranza e intolleranza. Mi soffermo considerando che la piazza non è unita, è anzi frantumata. Ci si unisce solo nella piazza, dentro al vocabolario degli slogan, anzi ci si divide in una semplificazione tra chi vuole utilizzare gli strumenti del pacifismo e chi invece crede nella necessità dello scontro anche violento. Onestamente mi sembra una inutile semplificazione. Quel poliziotto è un frammento di uno stato frammentato. Certo che finché si tollerano interi settori degli apparati dello stato che deviano dallo stesso ordinamento statuale, come è sempre stato, interi settori con profonde matrici fasciste, nessun confronto è possibile tranne quello della Resistenza, qualsiasi Resistenza portata attraverso qualsiasi forma si renda possibile. E’ però sconsolante il modo in cui la sinistra, nelle sue organizzazioni, non ha capito quella piazza andando completamente in confusione. O diamo delle risposte progettuali o rischiamo una deriva autoritaria come risposta.
Io non credo, in tutta onestà, nel grande complotto. Non ho mai creduto in una regia occulta. Credo che un corpo disordinato produce sia gli effetti dello scontro sia una situazione di instabilità che porta la “paura” (che destabilizza) e la conservazione (la richiesta di ordine come sicurezza). Quella piazza ha bisogno di una leadership? Non se ne esce allo stato attuale. Non vedo apparire figure significative al di sopra di quelle divisioni. Ma perché non una “intelligenza” diffusa, una scienza multipla? Ma queste domande mi portano fuori tema, non sono un teorico. Cerco di dire solo alcune cose piuttosto pratiche. La rivoluzione come cambiamento radicale della società può passare attraverso strumenti difformi. La storia ci insegna che è passata attraverso la lotta armata come attraverso un movimento popolare pacifista. Unico dato comune è in quel “popolare”. Ora abbiamo Pacifismo e pacifismo e Violenza e violenza. Non starò qui a soffermarmi in analisi, magari altrove o un’altra volta. Mi sembra solo che la situazione attuale sia piena di incognite ma anche di speranze. Mi pare sia alquanto complicata. Io credo che un “movimento” dovrà inventarsi nuovi strumenti di lotta. E che nulla dovrebbe essere trascurato. E’ pur vero che la mia visione, che può apparire utopia, mi spinge a sostenere che solo una lotta “pacifica” di massa può portare quel cambiamento radicale costruendo contemporaneamente una nuova concezione di struttura statuale. Solo un paese di uomini liberi sarà un paese realmente libero. La domanda in fondo è ancora la stessa: Ma chi aveva interesse a non far arrivare quel mare di folla nella “loro” Piazza?

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Roma dopo gli scontriRoma: 15 ottobre 2011. Arriviamo in piazza della Repubblica con moltissimo anticipo. Ci metto un po’ per capire dove siamo. Anche la politica è un’arte. Questo movimento (15-M più conosciuto come “indignados”) è un soggetto multiplo, una sorta di idra dalle moltissime teste. In grossa parte dice niente bandiere. La traduzione di quella parte è: nessuna bandiera di appartenenza, di partito; tutti sono responsabili di questa crisi. La totalità la riconosce come quella famosa crisi strutturale. Alcuni si spingono persino oltre l’utopia e vorrebbero mettere in piazza assieme destra e sinistra. Nella realtà in piazza già troneggia un enorme striscione: “Falce e martello”. Subito dopo arrivano in pompa magna, con tanto di gazebo e bandiere, quelli di SEL. Come dire che spuntano all’improvviso quelli che fino a ieri erano solo fantasmi impalpabili. La rete dopo si divide tra chi nega il diritto a queste presenze e quelli che soffrono della mancanza della destra. Non sono certo sbigottito: non c‘è piazza, almeno di questo tipo, in Italia possibile senza la sinistra e nel corteo la sinistra rappresenterà una presenza se non totale molto maggioritaria. Quella dietro le proprie orgogliose bandiere di appartenenza e quella, come noi, dietro istanze specifiche come, appunto, la richiesta di giustizia per la Palestina (ma di ciò ho più che parlato). Di cosa vogliamo parlare allora?
Alcune osservazione schizofreniche, altre di assoluta improvvisazione priva di veri strumenti di analisi, altre ancora solo parziali o funzionali e comunque davanti ad un fatto di tale rilievo richiederebbe lo sforzo di cercare di capire. Sospeso tra chi condanna incondizionatamente quella violenza (e forse tutta la violenza), chi a giochi fatti ancora continua a cavalcarla e glorificarla e quelli che condannano per pavidità qualsiasi espressione ancor ferma ma pacifica. Vorrei provarci almeno su alcune piccole cose senza la presunzione di riuscirci perché a volte è sottile la frontiera che passa tra eversione e sovversione, cioè può sembrare quasi labile. Riparto allora da un piccolo messaggio di accompagnamento ad una testimonianza fotografica trovato in rete: “qua colgo l’occasione per ringraziare pubblicamente l’esemplare servizio d’ordine svolto dai compagni del “Cafiero” di Roma, senza i quali difficilmente avremmo portato le chiappe più o meno incolumi”. E’ naturale che dopo la violenza le anime candide la condannino in toto e ne prendano le distanze e venga criminalizzata qualsiasi forma di violenza fino alla resistenza. Che cosa c’è in gioco, a mio avviso, in quella manifestazione: “la possibilità di dare da sinistra «una prospettiva, una piattaforma, un progetto» alle variegate proposte di quella indignazione spontanea e generalizzata fatta di mille anime”. Il tempo ci dirà chi ha partecipato agli scontri e, se c’è, chi li ha provocati e fomentati.
Parte una caccia alle streghe contro gli anarchici e gli antagonisti che va respinta. Io non condanno nessuno soprattutto i compagni né accetto di entrare nella logica della delazione. Onestamente io non ho ancora elementi per parlare almeno con approssimazione di responsabilità e credo sia sbagliato criminalizzare un intero movimento. Però dobbiamo andare a fondo prima di una sollevazione indignata in difesa generalizzata dei coraggiosi. Il primo arrestato, o tra i primi, il lanciatore di estintore, si dimostra essere un ragazzo bene estimatore di Hitler. Non corro in soccorso di questo tipo di “compagni”; scusate ma dopo una pausa qualche domanda dovremmo porcela. Come dicevo certo FB è uno strumento schizofrenico se il 18.10 trovi commenti come questo da parte di una persona non giovanissima di cui è inutile fare il nome non essendo un caso singolo: “sarò considerato una merda ma sabato godevo come un riccio…” quando la stessa persona sabato 15, di ritorno, per esempio non solo li definisce teppisti ma va oltre esternando così il suo pensiero: “NON BLACK BLOC… QUELLI VESTITI DI NERO CON I CASCHI E IL TATOO S.P.Q.R. SONO FASCISTI …e Alemanno li conosce…”. A questo punto si tira in ballo il Che, la Resistenza, i tupamaros fino ai fedain, tutte figure (o figurine?) su cui si può tornare e probabilmente tornerò ma non ora perché renderebbe il post eccessivamente lungo. Mi preme dire che sono stati richiamati tutti, a mio avviso, in modo improprio e inopportuno. Comunque non mi nascondo certo che in momenti simili ci possano essere quelli che possiamo definire “danni collaterali”. Non è questo il posto idoneo, ripeto non è questo, per parlare di “guerra per bande” o di “guerriglia urbana” o di “strategie insortive”. Non credo alle notizie che ci vendono i giornali e le televisioni. I primi obiettivi colpiti non erano certo strategici. Nessun centro del potere ha tremato, tutt’altro. Nella manifestazione oceanica c’erano donne, bambini e invalidi, con loro si sarebbe dovuta prendere e difendere quella Piazza. Sono stati messi in pericolo. Molti in quella piazza, me compreso, nemmeno ci sono mai potuti arrivare. Non i pavidi. I numerosi e organizzati Compagni del PMLI nemmeno sono partiti, nella pratica. Tutto stava finendo ed erano ancora davanti alla stazione Termini. Quale politica si nascondeva dietro quelli scontri che sono almeno inizialmente sembrati come semplici atti di vandalismo? Difendiamo i Compagni ma non evitiamo i distinguo. Col senno del giorno dopo dobbiamo capire cosa abbiamo ottenuto e cosa abbiamo perso. Non posso finire che con: “niente finisce, tutto continua”. ORA E SEMPRE RESISTENZA.

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Voi la Crisi, Noi la Speranza - Genova 2001-2011Insomma la folla riempie la piazza per andare a veder giustiziare il tiranno ma anche il brigante, allo stesso modo, gridando la proprio rabbia, la propria indignazione. Vorrei ascoltare la piazza senza farne un mito perché la piazza è sempre polifonica e facile preda di tribuni improvvisati quanto temporanei. Allora guardo la pazza (oggi) e non sono certo che su di essa vi si possa costruire un progetto politico. Certo politiche e partiti sono, ancor più oggi e lo sono sempre stati, concetti ben distinti. Al di là di ogni dubbio se ne deve tener conto. Mi chiedo se siano anche superati i concetti di sinistra e destra. Resisto e continuo a non crederlo.
E’ bene ricapitolare alcune cose. Memori delle piazze del ’68 sappiamo che non c’è una piazza univoca con un unico progetto, e soprattutto che la piazza è sempre minoranza. Inoltre, come detto, abbiamo visto la novità nel dopoguerra di una piazza occupata da forze conservatrici a sostegno del governo. Inutile dire che vi è una piazza ancora più allarmante, quella della lega i cui leaders professano anche idee esplicitamente reazionarie e razziste costituendo una nuova virulenta destra destabilizzante. Sopravvive una limitata destra che si richiama al fascismo e al nazismo ma questa sceglie la piazza solo in modo antagonista. Il problema resta la crisi di rappresentatività dei partiti che dopo i “partiti di massa” hanno portato la politica verso la “partitocrazia”, ma anche questo è già stato sottolineato, in una forma di parlamentarismo forte. La politica diventa a questo punto unicamente privilegio e casta. Si così invece al superamento, fin troppo rimandato, del soggetto, o oggetto, Partito. Del partito come catalizzatore di consensi. Ma non abbiamo ancora una alternativa e viviamo di una democrazia partecipata, limitatamente, di delega, anch’essa ormai sottratta al cittadino.
Pensare di portare in piazza chi non è mai andato in piazza, e al massimo assiste dalle finestre, mi sembra quasi utopia. Costruire quella piazza, tanto richiesta, interclassista mi pare allo stesso modo una pura denuncia di intenti. Forse dovremmo parlare di soggetto politico neutro più che di classe giacchè è il concetto di classe forse il termine più obsoleto nella lettura attuale dei fatti. Si può parlare di blocchi sociale ma non credo sia ancora sostenibile con la stessa forza quello di classe.
Concludo questo mio piccolo e modesto intervento sottolineando che sono spaventato da alcune proposte recenti, soprattutto la regolamentazione delle primarie. Mi sembra una forzatura e un grave attacco alla libertà. Vanno ad incidere nell’organizzazione interna dei partiti. Si continua cioè il tentativo di togliere progressivamente ancora sovranità e autonomia ai cittadini in un processo di asservimento, per renderli ancor più sudditi. Ed è ancora più inverosimile che il progetto esca da una forza politica che è nata senza alcun strumento veramente partecipativo e democratico al suo interno. Cioè in una forma di cortigianeria attorno ad una autoespressa sovranità. Ma è su differenti piazze che dovremo tornare a pensare.

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Uno dei logo dei referendum 2011Torno da quella piazza; dalla Piazza. Non ho domande, tantomeno dubbi. Mentre si stanno preparando altre piazze. E forse sono state mentre questo post aspetta la luce. Non è una provocazione. E’ solo il tempo per pensare a dopo. Ed è già dopo. E mi scrive un amico (ponterosso2010). Non posso evitare di farlo. Di cercare di mettere ordine nelle mie sensazioni. Nel mio girovagare tra l’oggi e il passato. Nel tentativo di spingermi oltre. Allora torno su quella piazza dei “4 Sì”. Torno a chiedermi cos’è successo. Soprattutto cosa succederà.
Io che sono uomo di unione, non di divisione, ma di parte, mi sento però il dovere di una prima precisazione. E’ quella la piazza della rete, di facebook? E’ quella la piazza dei comitati? Se questo è vero come è vero è solo un primo punto di incontro. Qualcuno è salito sul palco e si è proclamato rappresentante della vittoria. Proprio in quanto comitati sono questi una figura multipla. Non hanno una soggettività definita. Lui non mi rappresentava. Io non sono partito, non sono comitato. Io ho, come detto, partecipato e festeggiato. E il mio è stato un voto politico. Non mi nascondo dietro un dito. Una banalità. Non faccio demagogia. Non cerco sotterfugi. Non un voto di partito o di sindacato. Nessuna simile adesione. Ma un voto politico proprio perché espresso contro alcune leggi di questo governo e di questo paese. E del governo oggi al governo. Per un governo e un Paese diversi. Io sono comunista. E’ vero che la politica (quella di ieri, almeno) non ha tutte le risposte, ma resto comunista e antifascista. Io credo che il bene comune, la difesa dell’ambiente, l’uguaglianza e la libertà (come quella dello stesso mezzo) siano (o debbano diventare) patrimonio di tutti e progetto della sinistra. Di una sinistra nuova; magari che non scordi però il passato. Di una sinistra UNA. Partendo da questo io decisamente ho vinto; ai referendum. Al di fuori di ogni dubbio. Chi perderà domani sono quelli che credono di poter dire che sono loro che rappresentano quel voto. La pluralità. E chi lavora per dividere. E non si voglia che trascinino tutti nella loro sconfitta.
Però dopo quel voto sarebbe tempo di ripartire dall’inizio. Di misurarsi con la realtà. Non possiamo aver paura della piazza. La piazza non è un posto di mediazione. E’ un posto di frontiera. E’ il posto degli estremi. E’ però un posto dove si esprimono le ansie e le istanze della “folla”. Cosa possiamo fare perché le giuste “esigenze”, le ottime sensazioni, non finiscano gestite dalla conservazione quando non dalla reazione? Come si dice con un cattivo modo di esprimersi per “incanalarle”, possibilmente, verso un progetto. La piazza nel “ventennio” (brutto periodare), che speriamo volga alla conclusione, ha mostrato una novità: quando la sinistra è scesa in piazza (come dice il titolo) l’ha trovata occupata. Vi si radunavano (soprattutto) le forze a sostegno del “governo”. In verità questa politica è stata fatta attraverso forme stranamente referendarie. O meglio plebiscitarie. Slogan a cui l’elettore era chiamato a dare il suo assenso.
Oggi paghiamo un’idea un po’ ottocentesca della politica per scoprire che la politica da tempo non parla di Politica. E che la politica deve imparare ad ascoltare. Abbiamo allora anche classificato ogni forma di differenza, non solo di conservazione ma anche di progressismo (pessimo termine) e persino di leggero dissenso, annoverandola tra i fascismi. In questo momento si cerca di omogeneizzare tutto mettendo tutto sullo stesso piano. Il male non è nei termini ma è impossibile assimilare progetti di società diametralmente opposti. Destra e sinistra non saranno mai la stessa cosa. Ma andiamo con un minimo di ordine perché c’è una profonda e lontana carenza di analisi. Ad un attento esame, con proiezione ampia, quella piazza occupata non è una novità, ma una banalità. Tutti i regimi plebiscitari e dittatoriali hanno occupato e occupano la piazza negandola a qualsiasi dissenso (oggi la piazza è anche media, rete, virtuale in genere). Il regnante ha sempre mostrato il proprio consenso in grandi spettacoli di folle. La novità è vedere noi, la sinistra, il dissenso, la disobbedienza tornare e guardare lo spazio Piazza come con aria stranita; da stranieri. Così è stato dopo i referendum, così era stato dopo “Se non ora quando?”. Mi soffermo a dire che dovremmo ringraziare le donne per la scossa che hanno dato ad una politica in stato comatoso. La lezione è che sono sempre molti, e a volte troppi, i vincitori. Chi su quel palco si è preso il merito della vittoria non aveva diritto di arrogarsi la rappresentatività di un popolo non omogeneo. Non era i comitati e il mio impegno era stato dato senza comitati, al di fuori, in assenza, oltre.
Allora, nei miei vent’anni, si era espresso un grande movimento di critica al sistema dei partiti di massa. Si è poi verificato il fallimento dell’assemblearismo. Nel frattempo tutto è cambiato e quella critica è superata, figuriamoci quella marxiana quando entra nei dettagli. Dovremmo riscoprire Marx e ripartire da lui guardando l’oggi come lui stesso farebbe. Il punto non è più il capitale, diventa difficile indicare l’avversario di classe nel padrone (e i suoi sgherri) quando il capitale è stato sostituito dalla finanza, e lo stato ormai completamente dal mercato. Abbiamo bisogno di nuovi strumenti per affondare i denti della critica e di un progetto nella realtà. Troveremo questi strumenti dentro quelle Piazze? La risposta deve ancora essere nemmeno accennata. Quello che è certo che al sistema dei “partiti di massa” si è sostituita una condizione sociale basata sulla “partitocrazia”. L’accesso alla politica (come delle notizie in una speranza di libera informazione) da parte della gente si è ristretto. Credo si debba comunque cominciare a pensare a Partiti di stampo nuovo o a contenitori nuovi che vadano oltre questa “forma partito” conosciuta oggi dove tutti sembrano uguali e non c’è margine di cambiamento.
E’ pur vero che espressioni tipicamente di destra e populiste si avvalgono in gran parte di una sostanziale base di sinistra, ma questo è un altro discorso. La rete non è posto adatto ad allungare il brodo. La rete cerca risposte facili, rapide, sintetiche. Ma questo è solo l’inizio. Così, consapevole di aver già parlato troppo, qui mi fermo, ma mi fermo ripromettendomi di tornare.

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politica4Domenica. C’è chi naviga e chi vorrebbe poterlo fare. D’improvviso una giornata primaverile (ma prova a dirlo a chi sta in galera). Non sai come fare a comunicarglielo. E poi fossimo tutti uguali sarebbe una noia assoluta. Questo non fa sì che ci si debba, per forza, sentirsi migliori. Veramente mi sento qualche acciacco d’età e qualche cattiva compagnia. Non sono nella forma più perfetta, ma basta non pensarci. Il sole è un invito troppo allettante. E poi, io, di galera mi basta sentirne parlare. Basta un cenno. Sono già insofferente di mio, per natura. Preferisco la strada alla rete. Alla fine mi sento solo un gran cretino. Mi chiudo la porta alle spalle. Le placche di ghiaccio però non si sono ancora sciolte.
Ma ad uscire ci sono i suoi pericoli. L’obiettivo, naturalmente, è il mio bar. Quello reso famoso in questi e in altri spazi. Così me ne vado con la solita fretta. Perché io non so andare in altro modo. Pare sempre che mi muova con grande ritardo. Che ci sia, nelle mie giornate, qualcosa di assolutamente importante da raggiungere. E che debba farlo subito, o meglio immediatamente. A differenza di chi coltiva il ritardo come una virtù e ad essere puntuale si sente in colpa. In realtà mi aspetta solo la sera. Ma, come dicevo, a cercare l’uomo si rischia di trovare, con lui, anche la sua parte meno nobile. E’ così che mi siedo ad aspettare l’ordinazione. E’ così che mi imbatto in alcune miserie. L’universo uomo è fatto anche di questo, di piccole miserie. Del famoso stupidario. A volte sarebbe utile starsene in disparte, ma Giancarlo mi riprende. E’ impossibile. “Non mi sembra di puzzare“. In realtà mi ero messo da solo per distrazione. Per non fargli torto lo raggiungo al tavolo con gli altri amici. Tavolo affollato.
Loro parlano e io, per lunghi attimi, torno a perdermi nei miei pensieri. Mescolo lo zucchero. Sorseggio il caffè. Mi prendo tempo. Faccio tutto con molta calma. E alla compagnia si unisce Maurizio. Maurizio è un tipo strano di cui ho parlato ed evitato di parlare. Infondo Maurizio anche quando c’è non c’è completamente. Deve raccontare qualcosa. Deve mostrarsi attraverso le parole. Non è alto ma con quelle si finge un gigante. Gli altri, generosamente, fingono di credergli. Questo è un pregio dell’uomo: quello di avere dei momenti di indulgenza; soprattutto al bar. Perché Maurizio molte ne sa ma ogni una è frutto solo di memoria. E’, purtroppo, un elemento gregario. Buon, anzi discreto, venditore di idee altrui. Solitamente arriva con Umberto. Umberto parla e Maurizio conferma. Ed è generoso Maurizio.
Di servi sciocchi è pieno dietro alle nostre spalle. Non manca certo documentazione. Libri, cinema, teatro, ne abbondano. Infondo questo ti può aiutare a non avere rimpianti. Di servi sciocchi sono piene le ore della giornata. Le strade. I palazzi. Infondo è su questo che naufragano certi ideali. E non farebbe strano osservare Maurizio che cerca di affermarsi con uno spazio proprio. Dire le stesse, solite, cose come fossero farina del suo sacco. Metterci persino entusiasmo. Ormai anche loro vogliono il palcoscenico. Scordiamoci Losey. Il servo è come il gatto che si avvicina per lasciarti sfogare quando torni con la luna storta. A proposito di luna… lasciamo stare, magari ci torniamo dopo. Il servo è quello che spolvera con la manica. Che si inpanica per timore che il principe possa trovare un intoppo. Insomma il servo è uguale nella storia e in qualsiasi luogo. Differisce solo quando confonde i limiti del ruolo.
Mentre lui imperversa non credo di ascoltarlo troppo. Conosco parola per parola, almeno per sentito dire; almeno in una decina di precedenti. Mi accendo una sigaretta. Mi ricordo di qualcosa trovato nelle pagine del libro che sto rileggendo lentamente in questi giorni: l’Ulisse di James Joyce. Questo non per darmi arie, ma anche sì. Anche per dire che anch’io a volte leggo. Magari non i libri giusti. Insomma fa un po’ di scena. Messa lì, una citazione, da al post una parvenza di colto. Riporto, dopo averlo debitamente rintracciato, il passaggio che mi era stato suggerito dal guardarmi, con aria distratta, torno: «L’urlo lo fece tornare quatto quatto dal padrone e un sordo calcio del piede scalzo lo fece volare incolume attraverso una lingua di sabbia, rannicchiato nel volo. Tornò furtivo descrivendo una curva. Non mi vede. Lungo l’orlo della gettata, saltellò, si gingillò, annusò una roccia e di sotto la gamba posteriore sollevata ci pisciò sopra. Trottò avanti e, alzando la zampa posteriore, pisciò presto breve contro una roccia non fiutata. I semplici piaceri dei poveri.»…
Il cane, ma mica solo lui, dopo il calcio ritorna. E’ l’istinto. Un istinto gregario. Riconosce il padrone. Come il servo. Anche sapendo che prenderà un altro calcio lui torna. Piscia mostrando una sorta di incuranza, di esibito menefreghismo, ma torna. Questa è l’unica libertà che almeno l’animale di razza canina si prende; almeno lui. La novità è che viviamo nell’epoca dell’apparire. In cui tutti tendono a mostrarsi. Non è prerogativa di Maurizio. Lui infondo è un dilettante, un piccolo gioiello ma pur sempre di periferia. Non ci sono certo grandi palcoscenici qui a Spinola. Ma ora lui s’è finalmente deciso: sarà consigliere. Nessuno osa contraddirlo. A che servirebbe? Nessuno osa ricordargli che la scelta spetta agli elettori. Infondo lui ha già scelto per loro. Infondo anche il servilismo sta diventando virtù. Anche a livelli con una risonanza ben maggiore. Te li ritrovi poi per televisione. In realtà fino a non molti mesi fa lui seguiva come un ombra il Taragnin. Oggi… è uno dei suoi avversari più acerrimi. Contento lui. Ora dice che ha un grande progetto per la città. Come potesse ancora esserci qualcuno disposto a credergli. Ma si avventura in dettagli. “Io penso [n.d.a. leggesi pensa, al limite pensiamo, che già è un’iperbole] che lì andrebbe fatto un senso unico.” Io me ne resto in silenzio. “E le macchine, dove escono?” “L’unico problema sono le macchine.” Per un attimo resta a riflettere. Credo aspetti Umberto, che porta ritardo, perché ci illustri questo grande progetto. Purtroppo devo andare per preparare pranzo. Purtroppo io non ho nessuno che metta in pentola qualcosa prima del mio arrivo. Mi sarò perso qualcosa di sommamente importante?
Il post non voleva essere, e non è, dedicato a Maurizio, troppa grazia. Voleva essere dedicato alla figura del servo e alla sua evoluzione. Di come si stanno affollando le fila dei principi servi. Di come stia diventando un vanto; una virtù. Inoltre continuo a sostenere che sappiamo chi ci governa ma non chi ci comanda. Mi son fatto prendere la mano. Mi sono distratto. Credo che dovrò tornarci. Stasera sarà plenilunio o quasi. Chissà se sentirò, sfidando calci quasi certi, con istinto canino, ululare alla luna?

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Il post è datato (7 aprile); soprattutto prima delle tornate elettorali. Credo ancora che per tornare a parlare, in modo serio, della politica si debbano definire alcuni punti fermi e mettere ordine sugli oggetti di analisi.

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Io penso che spesso prima di tante grandi teorizzazioni vi siano delle domande semplici che si possono dire (dire, non enunciare) con poche parole usando parole semplici. Credo, allo stesso modo, che non dando risposta a tali domande non si possa andare da nessuna parte.
Nel testo si usa la parola “Politica”, o ci si riferisce ad essa, con due significati diversi ma spero che il lettore saprà distinguere da caso a caso e capire quando si parla solo della politica dei partiti.

Il 17 febbraio 1992 (cioè sedici anni fa), con l’arresto di Mario Chiesa, si apre quella fase di “crisi delle istituzione” che verrà conosciuta come tangentopoli. E’ il “crollo del sistema politico” italiano che spazzerà il vecchio assetto e si concluderà, diciamo, solo nel 1997, tanto per darci una data (cioè undici anni fa) anche se in realtà non finisce mai e non è questione di date.
In piena tangentopoli gli italiani optano per un sistema elettorale maggioritario attraverso il referendum nel 1993, cioè quindici anni fa. Se ricordo bene vota il 77% degli aventi diritto e vince il maggioritario 82,70% a 17,30% (nel calcio si direbbe: con punteggio tennistico).
Logica (e buon senso) avrebbe voluto che l’Italia si dividesse in due tra i sostenitori di un sistema in cui si confrontino due partiti (improbabile e improponibile all’epoca) e uno in cui si confrontano due posizioni all’interno delle quali si coalizzino (attraverso in processo federativo) le varie anime ideologiche presenti (magari cercando un complesso di valori distintivi per le due posizioni). Per ottenere un simile risultato c’è, a mio avviso, solo un percorso di rifondazione strutturale della politica.
L’Italia si divide in due:
Sostenitori del maggioritario (i “grandi partiti”) che producono (anche per compiacenza) una serie di leggi elettorali che mantengono (di fatto) in vita il proporzionale.
Dall’altra parte i “nostalgici” del proporzionale (i partiti numericamente meno importanti), intenti a tenerlo in vita e impegnati a “rifondarlo” negando di fatto che senza tornare a sottoporre la questione al giudizio di un voto referendario sarebbe politicamente scorretto oltre che poco democratico.
Su questo secondo punto vorrei aggiungere che non troverei nemmeno giusto chiamare a raccolta continuamente i votanti, attraverso referendum, cercando di far presa sulla stanchezza.
Il prodotto di tutto questo è l’esatto opposto di quanto era stato ed è chiesto dalla maggior parte della popolazione con risultati che se non fossero tragici sarebbero risibili e ridicoli. L’esempio emblematico di tutto ciò è rappresentato dal maggior partito del centro-sinistra (senza fare nomi ne cognomi; con ogn’uno libero di porre il trattino distintivo o di non porlo) che aderisce all’Internazionale Socialista ma non riesce a contenere al suo interno i Socialisti Italiani.
In politica non sempre le scorciatoie permettono buoni risultati. Non vi è stata, da nessuna parte, nessuna rifondazione. Nessun confronto sulle idee. Semplicemente la riproposizione di vecchie logiche e di vecchie nomenclature. La grande novità della scena politica è un presunto e goffo passaggio pseudo/democratico fatto dallo stesso maggior partito del centro-sinistra o centro&sinistra che almeno ha avuto il coraggio di ridisegnare la superficie del suo organigramma e il simbolo.
E’ possibile, su queste premesse, fondare e/o rintracciare un progetto politico o sono io che non lo vedo?
Vi è stata, a questo punto, una lettura (obbligatoria) della società (intesa come Paese) e dei suoi mutamenti (sia in essere che in prospettiva)? Un che fare?

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