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Posts Tagged ‘promesse’

Mi disse “Vieni con me!” promettendomi una vita che non avrei potuto immaginare. Macchine e allegrie. Feste e musica. Locali e boccali di birra. Notti sfrenate e stremate. Risate. Fumo. Benessere. Un tappeto volante, come nella favola di Alì Babà. O almeno così immaginai e mi lasciò fantasticare. E io fui così stupida da credergli. E fui così stupida da credere alla sua macchina nuova, ma ero ancora una ragazzina. Cosa può sapere una ragazzina?
Non avevo dormito per tre notti prima di seguire il mio principe azzurro. Prima di scappare per sempre da casa. All’inizio fu proprio così. Fu più di quello che ero riuscita a sognare. Almeno per alcuni giorni. Ero felice e facevo di tutto per poterglielo dimostrare. Mi sarei buttata sul fuoco. E’ proprio quello che avrei fatto. Era incredibile. Ero ammirata e corteggiata. Una sera mi ero trovata tra uno che diceva di essere un regista e uno che mi diceva che faceva l’attore e finii un po’ brilla. Quest’ultimo era proprio piacente e aveva un grande fascino, ma io non avevo occhi che per il mio lui. Non che fosse bello, né che fosse giovane, ma era tutto per me. Pendevo dalle sue labbra e non perdevo una parola. Cercavo di renderlo orgoglioso di me. E mangiavo quel poco perché era nell’etichetta e per non ingrassare. Guardavo quel mondo che mi regalava e imparavo. Imparavo per diventare anch’io una vera signora. La sua principessa.
Durò un mese, forse due. Poi cominciai ad avere i primi sospetti. Qualcosa che ci turbava. L’albergo che protestava per il ritardo nel pagamento della stanza. Cene disertate all’ultimo. Strane telefonate. Persone che non si facevano trovare. Piccole avvisaglie a cui forse non diedi il dovuto peso. Un giorno mi confidò che se non pagava gli avrebbero sequestrato la macchina, e che era un momento difficile ma passeggero. Come detto avrei fatto qualsiasi cosa per lui e glielo dissi.
Mi spiegò che doveva quei soldi ad un vecchio bancario che si era anche esposto per lui. Gli chiesi come potevo aiutarlo. Prima si fece evasivo e dovetti insistere. Poi, quasi con pudore, che stupida, mi spiegò che forse se fossi stata gentile con quello le cose, almeno per il momento, si sarebbero appianate. Gli dissi inorridita: “Tutto ma quello no”. Fu sorpreso. Poi come indignato. Alla fine si fece insistente e un po’ insolente. Anche un po’ violento. Mi rinfacciò e mise in dubbio che il mio fosse amore. Mi fece sentire un verme irriconoscente. Era come un obbligo e il sacrificio divenne la mia pena irrimediabile e da cui non potevo sottrarmi. Mi consolai dicendomi che sarebbe stato “Solo per questa volta”. Si scusò, mi ringraziò e mi consolò spiegandomi che aveva degli affari in vista; che la difficoltà era solo momentanea. Che tutto si sarebbe sistemato. Che mi amava, ma amava veramente.
Andai all’appuntamento in un sudicio alberghetto col vecchio maiale confortandomi, durante tutto il tragitto, col pensiero che lo dovevo e lo facevo per lui. La cosa non rese più facile né il viaggio né tutto il resto. Lui, il vecchio, mi aspettava già in camera e non ebbe la minima gentilezza per me né mostrò educazione. Sembrava con molta arroganza che tutto gli fosse dovuto. Non mi piaceva il modo con cui mi guardava né sentirmi la sua bava sulla pelle. Per fortuna era più esigente la sua fantasia di quanto la sua età e le sue forze gli permettessero. Alla fine mi sentivo sporca e mi vergognavo. Avrei voluto dirlo a quello che mi aspettava tranquillo nella nostra stanza, ma lui mi abbracciò, mi chiamò fatina, e mi riempì di coccole e complimenti che non ne ebbi il coraggio né trovai il modo.
Mi ronzavano però nelle orecchie poche parole fra tutte quelle laide che il vecchio mi aveva detto nel suo frasario indecente che anche le meno volgari mi sembravano oscene: “Povera stupida. –e, ancora peggio– Sei fatta per questo”. E il suo questo era naturalmente un epiteto scurrile. Quella notte non ebbi voglia di fare l’amore, anche se lui aveva insistito. Era stato tutto troppo orribile per me, ma lui non lo capì e ne rimase deluso e offeso. Fu la prima volta che mi dice dell’inutile e noiosa puttanella. Lui. Le ricordo ancora le sue parole poiché mi ferirono nel profondo. E ricordo la stizza con cui me le sputò in faccia. Il mattino seguente però sembrava tutto dimenticato.
Per qualche giorno tutto parve tornare alla normalità, certo senza feste e grandi chiassate; restammo soli noi due. Ma io non riuscivo e scordare e non mi aiutava il fatto che lui volesse sapere. Che fosse curioso. Che mi chiedesse particolari di quella brutta sera. Non mi piaceva la sua insisteva di sapere se quella sera mi era piaciuto. Capivo che non avrebbe accetto la verità, una reazione ostile. Ebbi la sensazione che questo lo eccitasse e lo rendesse soddisfatto di me. Ero quasi sul punto di sentirmene fiera o almeno di cercare di convincermene. Lui diceva le cose come non avessero quasi alcuna importanza né peso ringraziandomi, scusandosi e spiegandomi che in una coppia ci si deve aiutare nel momento del bisogno. Mi piaceva allora quella parola: “Coppia”. Mi dava il senso di un’importante vittoria e nascondevo la mia tristezza tra le sua braccia. E continuava ad insegnarmi tante cose dell’amore. Mentre io certo non avevo molto da rimpiangere della vita che avevo lasciato.
Poi, presto, tornarono le difficoltà. Nel frattempo si erano ripresi quella macchina e avevamo dovuto lasciare la stanza in albergo. Siamo andati a stare da un amico. Mi ha spiegato che per la generosità dell’amico avrei dovuto essere carina con lui. Il mio No era stato risoluto, ma tornò a dirmi che ero la sua fatina e la sua salvatrice. Alla fine pose termine alle mie ritrosie sputandomi in faccia che “Dopo la prima volta le altre son tutte uguali”. Tornò a dirmi che ero “Solo un’inutile stupida puttanella”, che non lo amavo abbastanza e che ero priva del senso dell’opportunità. Se ne rimase fuori fino a tardi perché io potessi soddisfare le voglie di quell’inquilino e pagare in quel modo la nostra pigione. Al ritorno chiese all’altro, e non a me, soddisfatto se era andato tutto bene. L’altro si mostrò lievemente deluso e gli disse che mi doveva insegnare, insegnare l’educazione. Fu così che quella notte la passammo a parlare e lui a rimproverarmi. Mi spiegò come fosse una cosa naturale e io dovessi imparare a non pensarci ed essere disponibile e cortese.
Capii in quel momento che era stata la seconda volta, ma che ci sarebbero state molte altre occasioni e bisogni. E contemporaneamente che ormai non avrei più potuto né avuto l’opportunità di dire di no, e che le occorrenze si sarebbero ripetute; lui non aveva né cercava più un lavoro e i suoi piccoli furtarelli non permettevano certo il minimo lusso. Gli ricordai le sue promesse. Mi rispose che la vita non regala nulla e che tutto bisogna guadagnarselo. Che potevamo ancora avere quella bella vita, se mi facevo furba. Che mi dovevo dire fortunata perché la natura mi aveva fornito di questa risorsa, di questo visetto carino e da ragazzina, del corpo da ninfetta, di quest’età nella quale non si è ancora donna. Mi spiegò che come facevo impazzire lui, che di queste cose ne sapeva, allo stesso modo facevo impazzire quelli che mi vedevano. Mi disse che ci avrebbe pensato lui. Che le preoccupazioni erano finite. Che la nostra vita si stava mettendo al meglio. Finì ripetendo che ci avrebbe pensato lui a me e io finii per capire che ero in gabbia.
Mi abbracciò ma i suoi abbracci non erano più gli stessi e provai l’impeto di sottrarmi e ribellarmi. Mi guardò stupito per chiedermi “Che cosa c’è, ora”? Cercai di spiegarmi con le lacrime agli occhi, ne ricavai in regalo il mio primo schiaffo. Fu lapidario: “Qui l’uomo sono io e tu fai quello che ti dico io”. Mi disse con rancore anche tante altre cose che mi ferirono talmente nel profondo che preferisco continuare a cercare di dimenticarle. Chiamai casa piangendo ma abbassai il ricevitore appena sentii la voce di mia madre. Non ebbi il coraggio di sostenere quella voce. Mi ripetevo all’infinito quanto ero stata stupida, ma non riuscivo più a credermi che lo facevo per amore.
Agli incontri si susseguirono altri incontri. La mia vita era diventata quella. A suo sconosciuto seguiva uno sconosciuto, o qualcuno che avevo già incontrato ma con cui magari non avevo scambiato nemmeno una sola parola. Di cui nemmeno sapevo il nome. Lui non faticava certo a trovarmi nuovi ammiratori. Se non cominciavano a sembrarmi normali quelle circostanze e quelle sempre nuove e incredibili richieste almeno cominciavano a sembrarmi meno odiose e moleste. Mi sentivo una cosa e cominciavo a riuscire a non pensarci. Tutto era come avvenisse fuori di me. Senza che potessi farci nulla. Mi stava diventando estraneo. Mi veniva chiesto di vestirmi in vari modi. Di fare questo o quello, così o cosa. Un pazzo mi chiese di essere picchiato, sfogai su di lui tutta la mia rabbia e lui mi prego di non esagerare e insieme di esagerare.
Incontrai anche uno studente che restò a guardarmi e chiese solo di parlare. Mi disse che viveva con i suoi ma che aveva una stanza solo per sé. Mi chiese di posare per lui. Lo frenai prima che andasse oltre, perché sapevo che lui, il mio uomo, non mi avrebbe mai lasciata libera. Eppure mai mi adattai né meno abituai a quella prigione, resistevo a quel po’ di rassegnazione. Mi chiudevo nel mio silenzio. Con lui c’erano sempre meno sentimento. Ormai era solo sesso e anche di quello ne rimaneva poco. Quando rientrava ero stanca e indolenzita. Lui sembrava non volerlo capire. Se ne stava lì e mi aspettava, oppure usciva e chiamava prima di rientrare. Per fortuna sapevo continuare a sognare, e in quei sogni ero ancora una principessa. Per mia fortuna non tutto quello che mi aveva detto era una bugia. Ho scoperto il tappeto magico nel fondo dell’armadio, ed è con quello che mi appresto a volare fuori dalla finestra.

N.B. le foto sono state “rubate” in Facebook tra leFoto del diario” di Enrico Mazzucato e non hanno alcuna relazione col racconto.

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linguacciaE’ strano come i ricordi ci tirino, a volte, scherzi birboni. Ci Avete mai pensato? Parlavo con un’amica, un’amica di blog. Non è di quel rapporto che voglio parlare. Per principio ammetto che questo in me avviene o almeno può avvenire. Ti confronti con una persona e, a distanza di tempo, cose che tu pensavi di ricordare bene lei le dipinge in modo diametralmente opposto. Magari se cerchi una testimonianza terza avrai anche una terza versione dell’accaduto. Non sono qui a stabilire chi avesse o porti ragione. Non servirebbe. Sarei di parte. Non è il senso di questo post. Naturalmente ho ragione io, ma questa è una conclusione scontata ancorché ironica. La ragione se la prende, alla fine, chi ne parla, cioè ognuno si costruisce la propria ragione. Naturalmente sono io il più buono. Ho pure assistito alla costruzione di una ragione anche sull’assurdo. Ci sono casi in cui ci si convince di una cosa, e penso si arrivi a farlo in totale buona fede, perché abbiamo bisogno di giustificare la nostra etica. Inveiamo verso una persona e poi ci convinciamo del momento preciso in cui siamo stati provocati, magari invece era solo la nostra stanchezza. Non paghiamo un debito ma a guardar bene un po’ di giustificazioni le abbiamo, magari il lavoro era male eseguito o comunque lui ne ha meno bisogno di noi. Certo io non lo faccio mai, cioè non lo ammetteremo mai. Credo che il meccanismo possa essere inconscio e pertanto siamo autorizzati a non ammetterlo. Per fortuna con Lei, il mio caro e tenero e dolce grande amore, non si è mai verificato nulla del genere. Quando rammentiamo lo stesso episodio lo ricordiamo alla stesso modo; uguale. Magari nel commento dei ricordi dell’altro diamo interpretazioni discordanti, ma questo è un problema periferico e poco importante. Quando allora usai espressioni poco carine, ma poco poco e non pesanti, solo stupide, le ricordiamo uguali, e io le ho ricordate sempre e sempre me le sono rimproverate. Ma torniamo a noi per ribadire che la barca dei nostri ricordi fa acqua. Avevo messo il telefonino sopra il tavolo e non lo trovo più. “Chi me l’ha spostato”? “Sono sicuro di averti detto alle sette”. In realtà, in questo caso, ma solo in questo caso era vero e anche lei aveva sentito sette, solo non avevo specificato il giorno. Per fortuna la mia compagna è anche puntuale ma ne ho conosciute che una mezza giornata non era sufficiente per un loro ritardo. Poi ricordavano male e avevano capito le cose più inverosimili. E non parliamo poi delle promesse d’amore. Intorno al tema sono stati scritti interi romanzi. Nel ricordo le parole sfumano e si mutano; in una processo di aggiornamento che soffre la memoria. In certo momenti verrebbe voglia di non ricordare, quando lo stesso ricordo non è addirittura una condanna. Tutto questo, alla fine, è solo frammenti di niente. “Avevi detto dal parrucchiere”. “No! Avevo detto da mia mamma”. “Solo che mammina ha chiamato per cercarti”. Questo è un pallido esempio se lo pensiamo all’interno dei piccoli rapporti interpersonali. Proviamoci e pensiamolo in politica: “io non ho mai affermato che diritti e doveri sono uguali per tutti, non vorrai paragonarmi con una che non si sa ne da dove viene che dove vuole andare”? La più bella è racchiusa in tanti inizi di frasi. Un esempio. Se una persone interviene con “non per essere razzista” è certo non solo che non conosce il significato del termine xenofobia, ma è altrettanto sicuro che si rimangerà tutto e contraddirà anche all’interno della stessa frase. E ne ho conosciuti tanti che sarebbero stati pacifisti ma erano gli altri che li facevano incazzare. Insomma la politica de io la butto giù questa porta se non mi fai entrare. E allora io ricordo di aver votato per l’elezione di alcuni che avevano detto di andarci per rappresentare me. Ci sono andati per mangiare loro. Chi ricorda bene? Non ne sono certo ma troverei strano aver dato loro il voto se mi avessero promesso che ci andavano a mangiare. E potrei portarne di esempi fino alla noia, ma poi si chiamano anche luoghi comuni. Insomma, alla fine, chi aveva iniziato la discussione che mi ha portato a riflettere così sul valore del ricordo? Io, lei? Cosa importa se fuori fa un caldo equatoriale e io comincio a far parte delle categorie a rischio?

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Danila lo sapeva: era quel giorno. Ogni volta era la stessa storia. Ogni parola era occasione di lite. Non riuscivano nemmeno a ignorarsi. Non poteva fare attenzione ad ogni parola che è una. Stare lì a guardare tutto. L’appartamento era troppo piccolo perché ci fosse spazio per tutti e due. Non riuscivano che a farsi del male. Ma sarebbe finito presto, con quel giorno; quel maledetto giorno. Succedeva ogni volta. Ad ogni anno: il 17 febbraio. Lo sapeva come sapeva che il mattino dopo avrebbero fatto la pace; come sempre. E lui l’avrebbe coccolata come solo lui sapeva fare. Ma nemmeno questo riusciva a farla sentire meglio. La radio andava perché avrebbe voluto poter non dare ascolto alla propria testa, ma quella era là.
Lei lo amava Alessio, lo aveva sempre amato. Fin da quanto erano ragazzi. Era stato naturale innamorarsi di lui. Sembravano fatti uno per l’altra. Bastava che avvicinasse le labbra alle sue. A volte bastava anche una sola piccola parola, magari sussurrata. Non avrebbe saputo nemmeno lei dire perché. Era servito solo per farla sentire in colpa. Tutto quel tempo. Perché allora lo aveva perso così. Senza nemmeno un vero perché. Ma per fortuna lo avevo ritrovato, il suo Alessio. Sì! era stata la sua fortuna. La loro fortuna. Erano felici insieme. Eppure allora lo aveva perso. E aveva rischiato di perderlo per sempre. E forse se lo sarebbe persino meritato. Era stata una storia squallida. E tutto per un uomo senza valore. Tutto per Massimiliano. Per un Massimiliano qualunque. Com’era stata stupida.
Alessio le dava tutto quello che voleva. Fin dal primo momento. La amava ed era gentile. La faceva sentire importante. Era premuroso. Era attento. Pieno di riguardi. Tenero e dolce. Sapeva trovare le parole. E parlarle diritto al cuore. E sapeva come prenderla. La faceva sentire donna. Tra le sue braccia le bastava socchiudere gli occhi. Lui era il sogno che voleva. Era il ragazzo che ogni ragazza avrebbe voluto incontrare. E le amiche erano invidiose di loro. E avrebbe voluto annegare tra le sue braccia. Poi aveva incontrato l’altro.
Quel ragazzo l’aveva amata in modo disperato. Quell’uomo l’amava come nessuna donna era mai stata amata. Era solo uno stupido testone, il suo Alessio. Ormai non poteva che averlo capito quanto anche lei lo amava. Era vero che aveva sbagliato, ma sapevano entrambi che non avrebbe sbagliato più. Che ormai c’era solo lui nella sua vita. Allora era solo una ragazza. Eppure Alessio continuava a ripeterle che non riusciva a dividerla nemmeno con un ricordo. E la cosa, quel giorno, gli faceva male. E lei non avrebbe più voluto fargliene, gliene aveva già fatto a sufficienza, quella volta. Era l’ultima cosa che avrebbe voluto, ma quel giorno era un giorno particolare. E in quel giorno non riusciva a non ricordare. A non tornare alla sua storia con Massimiliano. Non che rimpiangesse qualcosa. Era solo che quel giorno lei era sempre di malumore. Bastava aspettare e passava.
L’altro, Massimiliano, non era bello. Non era per quello. Lei per lui non era molto; lo aveva sempre saputo. Lui nemmeno aveva provato a nasconderlo. Non era che una delle tante. Nemmeno degna della più piccola delle delicatezze. Forse era stata solo una ragazza carina. Una da aggiungere alla lista. Una stupida che alla fine c’era stata. Che ci era cascata. Aveva aspettato che passasse; inutilmente. Non era passata. Quella pazzia non era passata. E si era sentita sporca e falsa e vigliacca. Alla fine non era riuscita più a nasconderlo. Ed era stata costretta a dirlo ad Alessio. E così lo aveva perso. Si erano lasciati e lui non capiva le lacrime della sua donna che perdeva. Lo lasciava e piangeva. Gli diceva addio ed era come se gli giurasse che avrebbe continuato ad amarlo. Era così buono Alessio. Questo la faceva sentire ancora peggio. Forse avrebbe preferito che la trattasse duramente. Che le sbattesse in faccia le sue colpe. Quel tradimento. Non fece nulla di tutto quello e questo, se possibile, la fece sentire anche peggio.
Quello che c’era stato con Massimiliano non avrebbe saputo come definirlo. Lui era stato solo il posto dove finiscono i sogni. Non era mai riuscita a chiamarlo amore. Non assomigliava a nulla di quello che aveva sognato. Non certo quello che ci si aspetta. Non quello che insegue una donna. E, a quel tempo, una ragazza. Era anche meno di una amicizia. Non assomigliava per nulla a quello che le aveva dato e le dava Alessio. Sapeva che lui le avrebbe fatto solo del male. Lo aveva sempre saputo. Erano incontri fugaci. Erano incontri veloci. Con lui non c’erano domeniche. Non c’erano feste. Né momenti da ricordare. Se ne andava come veniva. Con lui c’era solo attesa. Ed era aspettare qualcosa che non sarebbe mai successo. Ogni incontro le lasciava la bocca amara. Quando non la lasciava semplicemente in compagnia a quella donna ferita che era diventata. Con i suoi rimorsi e la sua amarezza. La sua inutilità. Si sentiva semplicemente invecchiare. Eppure per lui aveva rinunciato a quell’amore che aveva trovato con Alessio.
Lei aveva sempre sognato una storia importante. Gli amici. Magari una famiglia. Magari un figlio. Tutte cose che aveva sempre potuto trovare con Alessio. Tutte cose che aveva sempre saputo che Massimiliano non le avrebbe mai potuto dare. Tutte cose che quel rapporto le toglieva; le negava. Non era più la stessa donna. Aveva smesso di sognare. Senza nemmeno trovare un perché. Non aveva nemmeno mai saputo cos’era per lui. Certo non una cosa importante. Lei era solo lì per quando lui non aveva di meglio da fare. E non poteva nemmeno chiamarla passione. Con lui non era mai riuscita a sentirsi libera. Né veramente felice. Era una cosa fredda; quasi squallida. Non riusciva a ricavarne molto. E non aveva nemmeno molto rispetto. La trattava come una stupida. La faceva sentire una stupida. Di tutto era colpa sua. Arrivava quando voleva e quando voleva se ne andava. Ogni volta lei non sapeva se ci sarebbe stata un’altra volta. Era solo come una malattia; come una condanna. Finché non era finita. Se n’era andato per un’altra. L’aveva lasciata come tante altre volte, ma quel 17 febbraio era stato per sempre. Senza una parola. Senza nemmeno una riga. Una spiegazione. A differenza delle altre quella volta non era tornato. Non s’era più fatto vedere.
Cos’era; cioè cos’era stato? Non aveva mai trovato una risposta a quelle sue domande. Certo era finito. Definitivamente finito. E non sarebbe più stata così stupida. Ne avevano parlato, con Alessio. Lui le aveva creduto. Aveva visto che era pentita. Aveva capito. Sapeva che era tutto finito e che era tornata solo per lui. Non ci sarebbero state, tra loro, altre ombre. Alessio aveva saputo perdonarla. Un altro non si sarebbe trovato nemmeno a cercare di farlo. Gli era grata e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui. Qualsiasi ma non quella che non riusciva a fare. Non quella piccola cosa. Quel giorno non riusciva ad essere felice. Qualsiasi giorno ma non quel giorno. Era più forte di lei. Si era rassegnata. Quella era l’unica battaglia che non sarebbe mai riuscita a vincere. Per Alessio avrebbe affrontato qualsiasi cosa, avrebbe dato la vita. Lui era la sua vita. Ogni anno sperava che fosse diverso. Che non glielo chiedesse. Che capisse. Che si rassegnasse. Ogni anno la sua inquietudine diventava la rabbia dell’uomo che amava. Faceva più male a lei che a lui. E si sentiva responsabile. Ed era come se pagasse ancora per allora; per quell’errore. Ma aveva solo bisogno di lasciare passare quel giorno e quella notte.
Invece al mattino la mano che lo aveva cercato non aveva trovato Alessio; a letto, al suo fianco. Non c’era nemmeno il tepore lasciato dal suo corpo. Subito una strana inquietudine si era impossessata di lei. C’era semplicemente un freddo maledetto vuoto che immediatamente le sembrò infinito. A tentoni aveva solo sentito un fruscio e poi le sue dita aveva incontrato un piccolo foglio sul cuscino. Assonnata aveva acceso la luce del comodino, cercato gli occhiali e letto quel biglietto e quelle poche e laconiche righe tracciate con quella grafia incerta e frettolosa: “Perdonami ma non ci riesco. Non ci riesco proprio. Dio solo sa quanto lo avrei voluto. Non cercarmi. E’ più forte di me. Di noi. Non so vivere dividendoti con un altro. Anche se solo con un ricordo. Anche se lui non c’è più. Grazie per tutto quello che mi hai dato”.

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yin-yangLascio in coda quello che mi va poco di fare. Credo sia un classico. Credo sia per tutti così. Ad esempio ci sono cosa che stanno lì da mesi. Che non trovano mai il loro adesso. Certe pratiche antipatiche del loro. La disdetta dell’abbonamento. Certa corrispondenza. Eppure lo so che le devo fare. Giro per le stanze. Apro il frigo per vedere cosa mi ha lasciato per stasera la donna. Guardo qualsiasi cosa per distrarmi. E rimando: lo farò dopo. Per quelle cose, per quella telefonata, per quella mail, cioè per quella persona o quel problema c’è sempre un dopo. Un dopo che non arriva. Hai mai visto un dopo che non abbia a sua volta un più tardi. Non c’è un più tardi solo quando si è a letto o pensi lo possa essere la persona che cerchi di evitare. O comunque farlo non sarebbe adatto all’ora. L’ultimo dopo è che dovrei invitare Alice a cena ma s’è fatto tardi. Sarebbe da veri cialtroni invitarla a cena dopo l’ora di cena. Magari lei poi pensa ad un dopocena; un dolcetto, un bicchierino, un digestivo, un po’ di musica, ginnastica della mente, e non, non è proprio il caso. Ci mancherebbe che questa. Era la volta buona che avrei potuto fare una grassa porca figura. L’arrosto era quello che si chiama arrosto. Col vino si sposava una meraviglia. Già! si sposava bene. Rimandando rimandando sei sotto le coperte. Mica puoi dirle di raggiungerti direttamente in pigiama. Magari ti prende sul serio. Magari lo fa. Magari prende un taxi e fa in un attimo. Te la vedi arrivare prima ancora di abbassare il ricevitore. Mentre stai ancora parlandole al telefono. Magari di toglierlo in ascensore; il pigiama. Vestita solo di cinque gocce di Chanel n. 5. L’ho già sentita. E poi te la riesci ad immaginare? La Alice, con tutte le sue arie, senza trucco, slavata? Senza tacchi? Col culo che scopa terra? E le ginocchia rosse? E te ne stai lì al calduccio. Ci pensi. Glielo avevi promesso. Ti coccoli. Magari ci aveva anche creduto. Sperato. Magari dirle di restare lì sulla porta. Guardarla per bene finché lei non lo capisce. Da come fatichi a trattenere una risata. Sarà per domani. Anche in questo caso c’è sempre in domani in cui rifugiarsi. Lo pensi e già non ci credi.
A proposito di donne ieri ci mancava proprio lei. Proprio il giorno adatto. Con tutta quella cataratta di pioggia e lei che chiama. Sono Valeria. Quando ho visto il numero sul display sono stato tentato di non rispondere. E’ stato un attimo. Ho fatto male a non ascoltarmi. Il suo ultimo viaggio. La sua ultima fiamma. Lei ne ha sempre una ultima. Tra l’ultimo e il prossimo. E gli acciacchi della madre. Con l’età che ha è normale. Sua madre ne ha sempre una; povera donna. Si potrebbe riempire un’intera biblioteca. Non si fa mancare nulla. Che poi il suo vero male è che è da sola. L’ho conosciuta. Ha bisogno di parlare. Di sentirsi pietire. Di confidarsi con qualcuno. Certe cose è certo che se le inventa proprio. Solo per dirle. Hanno bisogno di parlare; madre e figlia. Ciao Valeria. Vorrei proprio esserci. Sentire quando lo fanno tra loro. Quando ogn’una rovescia sull’altra la propria esondazione di parole. Sfoga la propria libidine del raccontare. Dove trovano tanta fantasia? Solo una donna può parlare quanto una donna. Quando comincia non finisce più. Non ha pietà nemmeno per la segreteria telefonica. E’ che quest’ultima non ha una pazienza umana. E’ una macchina. Un nastro. E’ temporizzata; a scadenza. Le sue registrazioni finiscono tutte con una parola a metà. Di un discorso monco. E’ Stata una vera fatica; un lavoro. Lei parla e mi accendo una sigaretta. Non la finiva più. Mentre parla mi ricordo di Selmo. Dovrei proprio chiamarlo. Glielo devo. Questo lo devo proprio fare. Non si scappa. Ci dovevamo vedere per un aperitivo. Quand’era? Il fatto è… da quando s’è lasciato con Marina, insomma è stata lei, non fa niente. Il fatto resta. Non fa che parlarne. Non si parla d’altro. Lei qui, lei là. Lei è là, con quello. Lo so che non è facile. Ma non riesce a farsene una ragione. E’ insopportabile. Devo ricordarmi di prendere il pane. Se non lo prendo alla solita ora rischio di scordarmene. E’ stato lui a insistere. Siamo saliti. Non aveva nemmeno srotolato il tappeto. Parlavo piano per non alzare polvere. C’era da per tutto la mancanza di lei. Della stronza. Ormai la chiama solo così. Quasi. Poi lì a rimpiangere. A giù con Fagottino. E Marina diventa un sospiro. Il nome diventa una preghiera. Una invocazione. L’amore che ottunde. Fortunato quando il discorso non finisce con le lacrime. Dice che non è vero ma continua ad aspettarla. Lei s’è portata via persino il cardellino. Che una volta era anche un bel parlare a parlarci.
Puttana, lei, lo è sempre stata. Magari di fretta. Come con me. Senza perdere tempo. Tra un ti va? e un ne avevo proprio bisogno. Cosa vuol dire? Quasi bastasse. Quasi fosse sufficiente. Quasi fosse un buon motivo. Che poi il suo cara diventa persino imbarazzante. Avrei dovuto dirglielo. Fargli aprire gli occhi. Ma come fai a dirlo a uno che non vuole sentirselo dire? Che non vuole sapere? Rischi di non essere nemmeno creduto. Certo che siamo tutti uno diverso dall’altro. Mi stai ad ascoltare? Fossi pazzo. Ma certo che ti ascolto. Sono qui. Mi sono perso quando ancora stava disfacendo le valigie. O forse quando ha cominciato a spiegarmi quanto lui è carino. Nemmeno lo conosco. Non sono abbastanza veloce per tenermi aggiornato. Stavolta è stata a Sherm el Sheick. Sai che novità? Ormai ci vanno tutti. E’ anche il tono della voce. Valeria è micidiale. Come fa poi a fingere così tanto bene un eccesso di entusiasmo? Sarà la sua decima volta. Col rischio di trovare la stessa vana umanità di tutte le mattine; che incontri al bar. Come fai a far credere ancora dell’entusiasmo? Come può pretendere che le si creda? Solo lei può pretendere che sia tanto stupido. E poi che me ne frega che lui sia stato galante. Che sia arrivato con i fiori. Che ne so? Forse Valeria vale un mazzo di fiori. Io non posso giudicare; la conosco dalle medie. E’ una maledizione che mi porto da sempre. Allora non le aveva ancora. Sparisce e poi ricompare. All’improvviso. La stronza. Ha sempre fatto così. E non sente nemmeno il dovere di chiedere scusa. Tanto per tutto avrebbe quella buona; scusa. E come la vedessi. Scuotere la testa e far dondolare i capelli. Sorridersi soddisfatta. Sorridere; come potesse prendersi gioco assieme a te del mondo intero. Orgogliosa di tutto e delle sue tette. Dondolare sui tacchi. Dobbiamo proprio rivederci. Uno di questi giorni. Fare una bella rimpatriata. Ti ricordi… Quando s’era ancora assieme, cioè quando ci si vedeva più spesso, se le toccava più lei di quanto lo lasciasse fare a me. Strana donna, Valeria. Ogni volta pretendeva mille gentilezze. Gli piaceva essere corteggiata. Poi, se tardavi un po’, se perdevi l’attimo, eccola subito là: cosa c’è? Non ti va proprio, oggi? Che poi cosa poteva pretendere. Mai stati una vera coppia. Solo due amici. Due amici che lo facevano. E poi nemmeno così spesso. Forse ieri aveva l’ambizione di farmi ingelosire; povera cocca.
Il ricordo comincia a latitare. Certo che averla al telefono è peggio che averla davanti, di persona. Molto peggio. Al telefono non sai come limitarla. Come chiuderle le fauci. Fortunato se non ha qualche malumore da sfogare. Da riversare irritazione o rabbia su qualche presunto torto, o sgarbo. Su qualche rivale. Solitamente sono le ex. Alla fine ho cenato alle dieci. Ecco perché continui a rimandare certe cose. Ne esci sfiancato; affaticato, ti lasciano il segno. Rimandi tutto ciò che non ti da direttamente piacere. Rimandi tutto ciò che puoi rimandare. La fretta non è mai una buona confidente. Il subito non funziona quasi per niente. Rimando Alice, rimando Valeria, rimando Selmo; nel caso di Valeria è un caso a parte. E’ lei che chiama, Non la puoi rimandare. Ci sono riuscito si e no un paio di volte. La scusa sono occupato, ti richiamo dopo ha funzionato. Si può usare solo con parsimonia. E’ una scusa che però con Filippa non attacca. Lei non si fa rimandare. Devo decidermi a dirglielo. Non ho più l’età per certe stupidaggini. Per stare al telefono a sentirle fare l’eterna ragazzina. La fidanzatina. A chiedere mi pensi? Cosa gli vuoi dire? Ma certo che ti penso. Non faccio altro, da mattina a sera. Come non avessi altro da fare. E quanto mi pensi? Non faccio altro che pensare a lei e a come togliermela dalla testa. Tanto. Tanto quanto? Al diavolo tutto. Come si può essere così stupidi. Niente riesce ad essere più stupido di una donna stupida. Di una donna così. Certo che quando sono stronzo sono proprio stronzo. E mica glielo posso dire a come la penso, quando la penso. Non sarebbe educato. Magari domani chiamo proprio lei. Mi rompe le palle andare a quella presentazione da solo. Infondo è decorativa. Vada per Filippa. Domani. Potessi rimanderei anche quello. Farò bene a ricordarmi di passare a prendere un po’ di contanti, prima. Mi rode solo sentirla continuamente dire, con quel tono chioccio, Piacere Filippa. Sono la sua fidanzata. E nessuno mai lì pronto a rapirsela. Guardare la guardano. E’ da guardare. La guardano e forse pensano al rapimento del giorno dopo. Vada per Filippa. Domani. E’ lavoro. E il lavoro, quello, mica lo puoi rimandare. E’ l’unica cosa che non mi posso permettere di rimandare. Avrei proprio bisogno di qualche giorno di vacanza. Però potrei disdire il contratto del fisso; domani.

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Non posso farci nulla: senza entusiasmo non riesco a fare e ho perso entusiasmo. Il mio Diario di Spinola, anche se ironico, non può prescindere dalle passioni politiche e dalla dignità, è un resoconto distratto di una vita fatta di lotte e dal rifiuto dei soprusi e da progetti sul territorio. La prudenza che mi viene richiesta mi sembra come un bavaglio che debbo accettare. Certo lo accetto per qualcosa in cui credo e che è più importante di me. Ma anche questa situazione, pur senza eroismi, mostra la presenza di sopraffazione. Anche questo mostra come, in questa che chiamano democrazia, ci siano ancora episodi, e sempre più frequenti, di asfissia democratica. Le sentiamo tutti i momenti, a livello nazionale, attraverso i media, quelle intemperanze e minacce che cercano di tacitare chi pensa diverso. Poi ci sono queste piccole situazioni, che normalmente passano sotto silenzio, in cui pensare la politica in modo diverso da chi la gestisce mette a rischio la professionalità, la libertà di espressione, i rapporti con gli altri, insomma crea quelle condizioni definibili mobbing quando non mette a repentaglio lo stesso posto di lavoro. Mi taccio anche se non ho mai imparato a farlo.

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Le bugie le gambe non ce l’hanno proprio. Contare non conta un cazzo ma è, a suo modo, un personaggio, Massimo Oscuranti in arte “Sir Biss” (detto proprio con le i), nuovo Polifemo (o Poliscemo che dir si voglia). Tondeggiante e di bassa statura, petto in dentro e pancia in fuori, insomma uscito male da uno stampo di non eccelsa qualità, per parlare parla e parla così a lungo da far addormentare. Il suo tartagliare rende le quattro parole pari ad un fuoco di sillabe e sputi di quattrocento parole; meglio mettersi in favore di vento. Quattrocento (400) come i voti che aveva promesso a Martino. Poi si è sentito tradito da Martino perché Martino era ed è socialista senza tentennamenti mentre lui, Massimo, si definisce simile e parla discorsi che al più esagitato leghista sembrerebbero troppi spostati a destra. Si è sentito tradito e, a cuore in mano, ha confessato a Martino che, anche a causa soprattutto gli amici che ha, il che vuol dire io e Gerardo, non poteva dargli nemmeno il suo, di voto. Si è rimesso in abbacinato e mesto cammino, il Massimo (potevano trovargli un nome più adatto?), per andare dal Mazzon, assessore alla sicurezza a fine mandato; uomo gentile e dagli occhi azzurri recuperato per l’alto incarico all’interno di A.N. Per raggiungere l’amministratore, il volonteroso Massimo, ha dovuto percorrere quei cinquecento metri che lo dividevano dal palazzo del potere, e sono stati i cinquecento metri più lunghi e faticosi in vita sua. Quando il Mazzon si è trovato davanti il balbuziente sconosciuto i voti, che quella sorta di reMagio (o reMogio che dir si voglia) andava ad offrire per la rielezione dell’assessore, chiedendo come contropartita semplicemente un posto in consiglio, forse ignorando che i consiglieri vengono eletti, quei voti, dicevo, erano già saliti a seicento (600). Strani miracoli di una matematica creativa ormai fin troppo diffusa. Vorrei ricordare a lui che già la sua prima iperbole che parlava di quattrocento voti equivaleva all’intero patrimonio dei voti raccolti da tutto il Partito Socialista alle precedenti amministrative in tutto il comune. Penso che troverà difficoltà ad apporre il segno della ics sulla sua di scheda ma non glielo dico, infondo mi fa tenerezza il piccolo puffo. Il Mazzon mi ha chiesto chi era quello strano individuo: “Scusami! ferme restando le insanabili differenze tra me e te, torniamo alla politica; lasciamo i casi umani“.

Dimenticavo

Resta Lei la mia opzione

Non vedo altro riscatto per Spinola

P.S.: il nostro Obama sarà Lei.

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Terra del disincanto la terra
del ricordo. Volevo offenderti col cuore
e radicare in te la speranza e
una favola: la fantasia. Darti giorni
che non sarebbero mai giunti. Io lo so, tu
pure lo sapevi, ma è bello illudersi, a volte,
per una favola, nella speranza ma gli anni
ci facevano diversi e i giorni
erano un conto che stava consumando
la sua fine. Avrei voluto aiutarti nel viaggio…
nel viaggio che non potevi conoscere,
tenendoti per mano, di una tenerezza
che ci era stata ancora proibita. Quel caffè
ci avrebbe aspettato,
non sarebbe mai stato nostro. Volevo solo
parlarti d’amore, che tu lo sapessi, conoscere
quell’uomo che conoscevo da sempre e
che non ho mai conosciuto veramente.
Per una volta nella mia vita provare
a perdonare, l’unico sbaglio che hai fatto; dimenticare
come mai ho saputo fare. Prima che la memoria
dimentichi lo voglio ancora una volta ricordare.

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