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Posts Tagged ‘prosa’

La chiamo zia ma non è mia zia, Zia Cesarina. L’ho sempre vista per casa. Fin da piccolo. Fa le faccende. Sistema le cose. La mamma, povera vedova che deve lavorare, e fare anche i turni di notte, con un figlio ancora piccolo, ha bisogno di qualcuno che la possa aiutare. Le voglio bene quasi quanto una mamma. Come ad una vera zia.
Credo di essermi innamorato. E’ ancora una ragazzina. Lei non lo sa. Mi sembra bella. La più bella. Credo sia per gli occhi con cui la guardo. Per quelle trecce. Per il suo viso imbronciato. Per il suo sorriso, soprattutto per quello. Per la sua voce quando mi parla. Per l’attenzione con cui mi ascolta. Per l’espressione che assume il suo silenzio quando riflette. Perché è lei. Perché è la mia più cara amica. L’unica. Dovrei dire era? Ora mi sembra essere diventata molto di più. Non so come si bacia. Non so se lo sa. Non so se avrò mai in coraggio di confessarglielo.
Ha due anni più di me, Serenella. Non credo che sia grave. Mi parla come si parla ad uno grande. Il problema è che non possiamo stare nella stessa classe. Ma ci troviamo durante la ricreazione. E facciamo sempre la strada insieme. Abitiamo a uno sputo; due passi. Credo di essermi innamorato quando sua madre mi ha invitato a entrare a fare merenda. In quella casa grade. Piena di tappeti. E mi ha dato i biscotti con la marmellata fatta in casa; la sua mamma, la signora Teresa. Teresa Bonfanti. Anche Serenella si chiama così, naturalmente, Serenella Bonfanti. Il suo cane, Rocky, mi ha fatto un sacco di feste. Ma i nomi dei cani chiedono la maiuscola? Chissà… Il papà non l’ho mai visto. E’ sempre via per lavoro. Poi la signora Teresa ci ha lasciati soli. A giocare sul tappeto. E’ stato in quel momento che ho capito. Anche. Forse. Forse lo ero già. Forse lo sono sempre stato, ma l’ho capito solo allora.
E quando mi ha preso per mano, per strada, ho provato una felicità indescrivibile. Immensa. Ha le mani tiepide e morbide. E le dita sottili e lunghe. Ma Serenella è tutta lunga. Cioè alta. Con quelle gambe lunghe e le calze nere. E’ già una spanna più alta di me. Da allora facciamo sempre la strada così, per andare a scuola, per mano. Dondolando le braccia. Se faccio il gesto lei mi precede: mi prende la mano. E si comporta come una mamma. Questo non mi piace troppo. Non so come ma vorrei che si comportasse come una vera fidanzatina. Anche se i ragazzi ridono. E lo so che si prendono gioco di noi dietro, alle nostre spalle. E dicono anche delle cose non proprio belle. Anzi un poca volgari. Non mi interessa degli stupidi. Vado diritto per la mia strada. Perché… le voglio bene… bene veramente. Se questo è amore allora è amore.
Poi una mattina… Quella mattina non è venuta. Non ci siamo visti. Poi ho saputo che aveva la febbre. Mi dispiaceva per lei. Ed ero giù di corda. Sono corso a prenderle i compiti. Volevo farle compagnia. Magari leggere un libro assieme. Solo un racconto. Non potevo perché era infettiva. Vuol dire che me la potevo prendere. Non mi sarebbe importato. Avrei voluto dividere tutto con lei. Ma la sua mamma è stata categorica. Mi ha rispedito a casa. Ma quanto sono arrivato vedevo tutto nero. Zia Cesarina non sopporta quando mi vede triste. Mi fa sedere sulle sue ginocchia. Come sempre quando sono così. O quando ha voglia di farmi le coccole. O quando sa che io ne ho voglia. O per raccontarmi qualcosa. Come a un bambino. Ma non sono più un bambino. Lei non lo sa, forse. Lei non lo vuole sapere. Per lei sarò sempre il suo cucciolo, mi dice, ed è tutta sudata. Che cosa c’è, piccolino?
Sono l’unico uomo di casa, il loro ometto. Certo mamma direbbe che sono troppo giovane per queste cose. Che sono ancora piccolo. Vorrei la smettessero entrambe con quell’ometto. Vorrei crescere in fretta. Zia Cesarina ha sempre il suo da fare. Ma lei invece trova sempre un attimo per me. Vorrei dirglielo. Anzi gridarlo. Mi sento disperato. E se Serena non guarisce? Come posso confessarle che vorrei morire? So già che mi chiederebbe cosa sono certi paroloni. Quando non so nemmeno cosa sia. Ma so quello che sento. Vorrei piangere. E i miei occhi lo denunciano. Alla Zia Cesarina non so nascondere nulla. Tanto lo scoprirebbe. Mi conosce come un libro che ha già letto. Ride prima ancora che mi venga in mente uno scherzetto, un capriccio, un dispetto. E come se mi potesse leggere in testa. Una volta o l’altra le chiedo come fa.
Gli occhi mi bruciano e nella testa ho solo un grande ronzio. Ride, con quella sua aria materna. “Non ti starai mica innamorando”? Lo sapevo che mi avrebbe mascherato. Fa caldo. Ha la blusa bianca generosamente aperta. Non è la prima volta, ma stavolta è diverso. Non so né come né perché, so solo che è diverso. Vorrei solo coccole. Vorrei che mi allattasse come quando ero piccolo piccolo. Vorrei… non lo so. Dentro quella camicetta c’è una sorta di rifugio. Una specie di nido caldo. Un riparo da tutto.
Guardo. Vede che guardo. Sorride senza far rumore. Mi sento strano. Poi si fa prendere da un’allegria che sembra divertente. Mi strofina la faccia sulle sue tette generose, sospirando Piccolo mio. Poi me le lascia succhiare squittendo come se le facessi prurito Piccolino mio, così dolce. Non so bene cosa succede lì sotto. Ho una grande confusione nella testa. Caldo. Poi, con il suo sorriso bonario mi fa accomodare, e continua quel sussurro paziente Piccolo mio. Sento che lei sa quello che fa. Mi sono sempre fidato di lei. Mi detta il ritmo. E’ la mia prima volta. E succede così. Ho una specie di sete che mi arde in gola e negli occhi. Ho fretta. E’ solo la ricerca di un godimento disperato. Dalle labbra mi sfugge un bisbiglio angosciato: “Zia Cesarina”… Lei mi sorride benevola e mi risponde solo e semplicemente: “Furfante”.
Non sono un furfante. Sono uno stupido. Forse solo uno stupido ragazzino. Amo Serena e invece credo, forse, di aver amato, la Zia Cesarina. Ne provo vergogna. So di non doverlo confessare. Nemmeno davanti al prete. E ho perso entrambe. Perché quella zia mi ha detto Scordalo, è stato solo una volta. E il mio vero amore mi ha tradito. Andando a scuola, per mano, la mia dolce Serenella è triste. Si racconta e mi racconta che le piace quello stupido di Giulio. “Credi che glielo dovrei dire”? Mi sono sentito morire. Dovevo parlarle prima. Avevo già deciso. Credo che non glielo confesserò mai.

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In qualsiasi altro posto tutti si sarebbero sorpresi di trovare una donna in un orinatoio per soli uomini, unico posto in cui non è consentita la presenza femminile. Non nel nostro paese dove tutti conoscevano il conte. Adelina lo seguiva in ogni posto accondiscendente come un cagnolino da compagnia. Lui s’era semplicemente messo davanti alla latrina di porcellana con le mani in tasca e lei era intervenuta subito: “Lasci fare a me, signor conte”. Se n’era rimasta buona in silenzio indirizzando il gesto dei nobili bisogni liquidi del suo insigne padrone: “Non si preoccupi, signore”. Lui arrogante tutto impettito del suo lignaggio come si conviene ad un gran signore: “Adelinaaa!!! Stai attenta, cretina, che mi schizzi”. Lei remissiva gli occhi chini ma attenti come si conviene a chi nella vita e nata destinata ad essere donna di servizio: “Scusi, signor conte”. Dopo una non troppo breve attesa si era premurata delle sue condizioni perché preoccuparsi di lui era nei suoi compiti, scordandosi però inopinatamente il titolo: “Tutto bene”? Il conte cercò d’essere gentile e di non far caso alla sbadataggine: “La solita scrolla”…
E fu subito premurosa: “Certamente, signor conte”. E il conte aggiunge solo: “Uhm! –e poi un non completamente soddisfatto– Bene”. Lei premurosa prese la salvietta. Ma la serva era educata a cogliere anche le sfumature e a prevenire ogni suo ulteriore bisogno nonché attenta a tutte le vicissitudini e necessità: “Serve altro”? La domanda era invero un po’ retorica e l’uomo fu lesto nella risposta anche se un po’ balbettata: “Veramente la mano mi”… Lei solerte non lo lasciò finire la frase, già sapeva, e si prodigò immediatamente: “Naturalmente, signor conte, ai suoi ordini e desideri”. Ma l’uomo a cui si accompagnava la zelante domestica era persona veramente esigente. “Non sarai già stanca, sembra la mano d’una morta”. La povera donna leggermente sconfortata cercò sollecita di renderlo soddisfatto con la destra che aveva tenuta in tasca del grembiule affinché ritrovasse la consueta circolazione del sangue e tepidezza: “Va bene il ritmo, signor conte”. Poi, sempre con l’intenzione di prevenirlo, lo tempestò di premure, intervallando ogni preghiera con il dovuto titolo gentilizio: “Ancora lenta? Forse stringo troppo? Se mi posso permettere, lei è proprio… maestoso. Non sarò troppo veloce? Mi dica pure”. Lei sapeva quanto quel maschio gradisse i complimenti, ma alle sue osservazioni l’aristocratico si limitava a sintetici borbottii che parevano più mugugni che altro, ma forse di apprezzamento. Lui dondolava come se fosse ritto nel vagone di un treno in viaggio con gli occhi socchiusi. Alla fine la poveretta con molta cautela e attenzione sistemò il padrone e con cura gli tirò su la lampo dei pantaloni. Lui la precedette soddisfatto, dopo aver scritto ridendo la sua valutazione sulle piastrelle per pura burla ai posteri invidiosi; e uscirono dal nauseabondo vespasiano.
I giorni della cameriera a volte potrebbero apparire molto duri. Dell’episodio non insolito dell’uscita dalla latrina lei cercò di ingoiare anche un po’ di vergogna. Appena condotti alla villa i due si separarono, l’uomo raggiunse lo studio per immergersi nelle sue letture del proprio albero genealogico, e la donna si dirette verso la cucina senza ricevere nemmeno un cenno di elogio, che per altro non era mai stato da lei richiesto. Si rimise subito all’opera e accese il fuoco ai fornelli e vi mise sopra la pentole. Poi alacre raggiunse le stanze della sua padrona e l’aiutò ad indossare l’abito per la sera, la pettinò con cura e le consigliò quelli che a lei sembravano i gioielli più adatti, sempre con la dovuta rispettosa cortigianeria e quel pizzico di adulazione. La signora moglie del signor conte decise di protrarsi ancora per qualche minuto nella stanza stesa a letto con le tende accostate a causa di un po’ di emicrania che l’affliggeva. Finché non si fece l’ora per servire a cena la docile sguattera fu costretta a trattenersi con lei per farle silenziosa compagnia nella penombra. Dovette scusarsi quando ormai incombevano le sette; il conte era rigido per quanto concerneva la puntualità ed era una buona e nota forchetta giacché si abbandonava facilmente tanto ai vizi della carne quanto a quelli della bocca, in questo specifico caso intesa come tavola. Quella sera non era atteso l’amico del conte, Adelina doveva limitarsi a preparare solo per due. Per lei era più facile interpretare i desideri del padrone, la di lui giovane consorte era spesso capricciosa ed era relativamente nuova alla casa pertanto ancora meno facilmente interpretabile nei tanti vizi quanto nelle minime virtù. In verità non provava molta simpatia nei suoi confronti, ma non lo avrebbe mai confidato a nessuno nemmeno sotto tortura, perché spesso doveva dannarsi a soccorrerla correndo dietro a tutti i suoi numerosi piccoli capricci. Ma quella sera era una sera speciale poiché era l’anniversario della presa della Bastiglia. Una sorta di festa all’incontrario in cui i suoi padroni cenavano con le luci smorzate e bardati a lutto.
La padrona prese posto all’altro capo della tavola e presto si spazientì, Adelina accorse premurosa servendole due buoni mestoli di zuppa; l’altra non soddisfatta chiese con fare indispettito: “Adelina. Non aspettiamo il signor conte”? La domestica imperturbabile, pur mantenendo la sua solita calma e gentilezza, le rispose alzando il coperchio e facendo cenno alla pentola: “Il conte è in tavola, signora contessa”. La contessa era solo un gran pezzo di zoccola.

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Ma chi l’ha detto che certi crimini possono essere frequentati e ad appannaggio solo dagli uomini? Non erano certo da meno. Potevano fare come loro e anche meglio. Non era stato per bisogno, più che altro per scommessa. Forse anche per noia. Lo conoscevano l’ambiente, per averlo frequentato magari di striscio. Almeno alcune di loro. Anche per piccole storie. Una era stata brevemente con uno che si era introdotto in chiesa dopo la chiusura. Un paio non volevano ammettere di averlo fatto dietro ricompensa, ma ne erano tutte a conoscenza. Una aveva avuto, addirittura, una lunga relazione con uno che era entrato in banca con un mitra in mano, e ora era una vedova di Regina Coeli. Per questo non aveva avuto problemi a farsi eleggere a capo. Così sei donne, quasi tutte di passabile aspetto, decisero di mettersi in banda e dar vita alla loro grande avventura.
Tutto sembrava filare liscio. Lui, il soggetto, l’obiettivo, aveva casa e negozio in via Condotti. Per quella sera Paoletta si fece prestare il motofurgone del marito da Lisetta. Erano state mute. Naturalmente s’erano cucite le bocche e non avevano detto a Lisetta a cosa serviva Altrimenti magari avrebbe voluto anche lei essere della partita; entrare nell’affare: “Ma solo per un paio d’ore perché poi debbono cominciare a consegnare il pane”. Si erano tutte camuffate, cioè mascherate, per non farsi riconoscere. Severina aveva messo il reggiseno di Paoletta di due taglie più piccolo. E Paoletta le scarpe con i tacchi dell’altra, in un equo scambio: “Sia chiaro. Solo per il tempo necessario”. Un paio di scarpe come quelle valevano certo di più di un semplice reggipetto preso al mercato. Beatrice aveva indossato una gonna che nessuno avrebbe perso tempo a guardarle in viso, e calze di rete. Claudiana si era dovuta accontentare degli occhiali da sole. Virginia, come sempre la più intraprendente, si era presentata vestita con i vestiti del suo ex-compagno. Infine Otylia si era dovuta accontentare di cambiare l’accento, comunque avrebbe fatto meglio a starsene zitta. Tirarono la monetina per decidere chi guidava. Vinse Otylia.
Aspettarono pazientemente, in un angolo in penombra, che lui chiudesse bottega, e prima che salisse a casa lo avvicinò Beatrice. Fu incaricata lei perché, anche se con qualche protesta, era stata considerata la più carina, cioè la più arrapante, e poi lei sapeva bene come fare. Non avevano avuto torto. Il commerciate aveva strabuzzato gli occhi e lei non aveva faticato nemmeno un secondo per farsi seguire: “Cerchiamo un posticino riservato, tranquillo” –e lui dietro come la sua ombra. In verità cercò un anticipo, ma lei rifiutò, come da accordi, risolutamente lusingando ancor più il maschio che era in lui ormai non più assopito. E gli scodinzolò davanti, con la scusa di non farsi vedere da un fantomatico marito, fino a portarlo nel posto convenuto: dove avevano lasciato il mezzo. Non fosse stato così distratto il riccastro non si sarebbe mai avventurato per quei posti, nemmeno in pieno giorno. Avevano scelto un angolino nascosto a Tor Bella Monaca, anche perché era vicino al rifugio che era anche casa di Virginia che ormai ci viveva da sola.
Convincere il soggetto a salire non fu impresa facile. Le lusinghe di Beatrice non potevano bastare e aveva cominciato a chiedere “Dove andiamo?.–e a informarsi–.Quanto vuoi?” A quel punto, constatato il panico che si stava impossessando dell’esca, decisero di intervenire. Improvvisamente, come per magia, erano sbucate tutte dal niente del buio agguerrite e lui si era cominciato a impaurire: “Cosa volete? Vi sbagliate?”… Tremava anche un poco. Poverino balbettava. Sembrava fosse la prima volta che faceva la parte del rapito. Non si riusciva a convincerlo né con le buone né con la gentilezza. Severina era entrata completamente nella parte. Da non crederci: “Sbrigati coglione”. “Non farci perdere tempo che il tempo e d’oro. E dobbiamo riconsegnare questo trabiccolo”. Otylia, consumata la pazienza, aveva risolto tutto con un colpo preciso del mattarello che s’era portata in borsetta: “Tiè! Almeno ti starai buono per un po’”. “Sicura che non l’hai fatto secco”? “Sicura; solo una bottarella. Un solo bozzo”.
Appena giunte a destinazione si resero all’unisono conto che non avevano pensato né a catene né a corde. Convennero che per non farlo scappare sarebbe bastato sottrargli i pantaloni, e così fecero. Virginia mise i calzoni nell’armadio dell’ex e il prigioniero in garage, soddisfatta. Per estrema precauzione gli legarono anche i polsi con la sua stessa cinta: “Se esce deve farlo in mutande. Figurarsi”. Poi si fece restituire il portafoglio perché era nelle brache e nelle brache doveva restare, dove tutte sapevano che era. Contarono i contanti e col cellulare fotografarono le carte di credito, e già gli occhi cominciavano a lampeggiare. Dovevano essere certe che quello che c’era dentro fosse lo stesso che avrebbero ritrovato ogni volta che avessero avuto il bisogno di controllare il contenuto. Tutte si assicurarono che Virginia chiudesse a chiave il mobile e consegnasse la chiave a Paoletta, la più ingenua. Da quel momento non rimaneva loro altro che aspettare con ansia il mattino. Continuando a guardare inquete l’ora ogni cinque minuti nei loro orologi. Otylia si informava dalle altre perché non lo portava al polso. La padrona di casa preparò un buon caffè per tutte e Claudiana prese il sonno sul divano perché non poteva assolutamente perdersi quella puntata; mentre Paoletta andava a restituire a Lisetta il mezzo del lavoro del marito.
Non erano riuscite a chiudere occhi, tutte tranne, come detto, Claudiana. Di primo mattino fu la solita Virginia a mascherare la voce dentro un fazzoletto per fare la telefonata. Naturalmente la moglie, all’altro capo del filo, chiese la prova che il suo caro marito fosse ancora vivo e vegeto e in buona salute. Lei fu sbrigativa: “La richiameremo”. Si spostarono tutte in garage e spiegarono confusamente all’uomo, sormontando le voci, qual era la situazione. Lui parve capire anche si non dava segni di troppo acutezza. Attesero assieme la mezzora pattuita. Quando gli passarono il cellulare lui eseguì con attenzione le loro istruzioni: “Sto bene cara e mi trattano bene. Almeno spero. Non ho ancora preso nemmeno un caffè”. “Sei sicuro”? “Certo che sono sicuro”. La moglie protestò: “Ma hai visto che ore sono? Altro che caffè. Accidenti a te. Ti sembra questa l’ora di farmi chiamare? Me ne torno a dormire”. “Aspetta cara. Hanno una cosa da chiederti, loro, le… signore”. Con pazienza Virginia cercò di scuotere la donna dal sonno. Alla richiesta del riscatto la mogliettina non batté ciglio, non mercanteggio nemmeno per un attimo, tanto che tutte pensarono di essere state fin troppo moderate, e qualcuna propose di aumentare. Solo che la sicurezza della donna in viva voce le aveva prese in un contropiede inaspettato. Troppo tardi. Sembrava fredda e determinata. Per nulla preoccupata: “Quando volete e dove volete. Ora, siate gentili e fatemi tornare a riposare almeno un paio d’ore. Poi… datemi solo un paio d’ore per prepararmi e un altro paio per contattare la banca, poi richiamatemi all’altro numero. Lui lo sa”. Restarono a fissarsi a bocca aperta. Solo Virginia al telefono riuscì, con fatica, a reagire: “Niente furbate. Ne va della salute del maritino”.
In quel frattempo non poterono fare altro che ammazzare il tempo. Decisero di prendere confidenza col soggetto, sì! insomma col prigioniero. Di conoscerlo solo un po’ meglio. In fondo dovevano passare almeno sei ore assieme. Forse, anzi probabilmente, anche tutta la giornata. Non aveva figli e aveva anche una casetta al mare. Era sposato da vent’anni e da vent’anni aveva quel negozietto. Lo aveva definito proprio così: “Come mai”? “Non lo so. Non l’abbiamo mai cercato”. “Scusa?”… “Un figlio”. “Volevo ben dire”. “Voi ricchi siete tirchi anche in quello”. “Posso avere una sigaretta”. Nel mondo dei ladri e dei rapitori la generosità non è mai stata un difetto: “Puoi tenere anche tutto il pacchetto. –poi le venne spontaneamente e le parve divertente e si mise a ridere– Casetta, negozietto, pacchetto. Capito”? “E’ d’oro”? “Certo. Non sono mica… Scusate. Non vendo mica caramelle”. Questo era sicuro, perché trecento non erano mica una bazzecola, come sembrava dire la sua faccia e la voce di quella donnetta. Ci si poteva comprare, volendolo, quasi mezza casa. D’accordo, poi con un po’ di mutuo sopra… Magari una cosa modesta. Il fatto era che erano in sei. Per il colpo era state un team, un numero perfetto. Per dividere sarebbero state anche troppe. Non era il momento per pensare a quelle cose. Intanto quelle, le ore, scorrevano lente, ma implacabili.
Claudiana si era assunta l’incarico di controllare il passare del tempo. E lo aveva scandito ogni mezzora. Alle dodici precise chiamarono. Avevano deciso, di comune accordo, che era meglio che a fare quella telefonata, almeno inizialmente, fosse lui. La carampana non avrebbe dovuto perdere tempo per informarsi della sua salute, e poi lui sapeva già il numero: “Cara… loro, –Virginia gli aveva sputato in un orecchio Sbrigati!– le amiche, mi hanno chiesto di chiamarti. Ti prego perché l’ultimatum sta per scadere. Sì! sto bene. Certo mi hanno trattato bene. Ti dico… Ti prego. Fai in fretta. Tutto quello che puoi. Tutto quello che chiedono. Ne va della mia vita. Sì! sono determinate. Se non lo fai torno a casa, ma un pezzettino alla volta”. Certo aveva un bel po’ esagerato quel bel tipo del loro rapito. Non serviva metterla così sul drammatico. Parlare di vita e di morte poi… Un pensiero bislacco le venne alla mente: e se si fosse rifiutata di pagare cosa ne avrebbero fatto? E gli avevano anche detto: “Niente iniziative”. Ormai la frittata era fatta. Virginia prese, ancora una volta, decisa, in mano la situazione. Gli tolse il cellulare di mano che era anche il suo. Parlò come in un giallo di Agatha Christie, ma si scordò di camuffare la voce: “Parli con me, signora Carraro”. Il tono freddo dell’atra le mise i brividi, e le giungeva chiaro come se fosse lì, nella stanza: “Ho qui il contante. Non fategli del male. Va bene per le sette perché dopo avrei il ramino”? “Alle sette puntuali. In Piazza di Spagna. Ci facciamo vive noi” –e chiuse la conversazione che ne aveva già le palle piene.
Era sempre Virginia a doverci pensare a tenere il timone, a mantenere la rotta. A decidere e provvedere: “Hai una foto”? “Di chi”? “Di tua moglie. E di chi se no? di Greta Garbo? Altrimenti come la si riconosce. Cazzo! Mica ti ci possiamo portare”. Non si aspettava quella domanda e reclinò il capo: “Sì, ma è nel portafoglio”. Paoletta corse solerte a prenderla. Mentre era via lui chiese se era proprio necessario, e loro non capirono. Il dubbio sorse quando si trovarono nuovamente tutte lì. Guardarono lo scatto, passandoselo una a una, con attenzione e una minima reazione di delusione, quasi di disgusto: “Non è male”. Severina era la più pronta e brava a mentire: “Bella signora”. Era certo che la ricchezza non da la bellezza. Per la felicità invece ci sarebbe stato molto da dire. Lui aveva la faccia da colpevole: “E’ venuta particolarmente bene che non sembra nemmeno lei. Ma… nemmeno a vent’anni”. Paoletta reagì prontamente stizzita: “Cosa c’entrano i vent’anni”? “Dicevo per dire”. “Ahhh! Volevo ben dire”. Il piccolo bisticcio terminò lì, prima di cominciare. Era un tipo a posto, controllato, e molto ben educato. Un vero signore.
Virginia uscì un attimo per preparare la colazione dell’ospite, ma al suo ritorno trovò la confusione più completa. Non era passata che una mezzora, che era stata via, oltre la notte e la mezzora e quelle sei dell’attesa. Quasi una vita. Cercò di zittirle tutte e farle parlare una alla volta. Il tentativo non ebbe successo e fu costretta e farsi spiegare dal prigioniero cosa diavolo stesse succedendo là dentro quella mattina. Gli liberò le mani e lui prese fiato e si prese con gusto la colazione. Poi spiegò con calma, spazzolandosi le briciole dalle ridicole gambe nude, con occhi compassionevoli: sarebbe stato disposto a pagare anche il doppio solo se loro gli avessero permesso di restare. Piuttosto di tornare da quell’arpia: “Non vi ho guardate con attenzione. Si può dire che non vi ho riconosciute… insomma… Siate gentili. Compassionevoli. Ma l’avete vista? Mettetevi una mano sul cuore; amiche”. Cogliendole tutte nella più assoluta sorpresa. Non s’era mai sentito niente di simile. Maledizione. Il prigioniero che chiedeva di restare carcerato. Nel dubbio, e nel non sapere cosa fare, le amiche cominciarono a scambiarsi accuse tra loro.
Erano proprio in un bel guaio: “Se tu, Bea, riuscissi a stare qualche volta più composta, forse ora non ci troveremmo in questo guaio”. “Se tu Paolina non avessi tutta questa fretta di diventare donna”… “Parli proprio tu, Severina; non ti potevi accontentare di una bella terza”? “Ragazze, è stata Otylia, dovevamo immaginarlo, sono tutte uguali quelle dell’est”…. “Non sono dell’est”. “Non importa, siete tutte uguali, non pensate che ad accasarvi”. “Parli proprio tu Buddana”. “A chi puttana? Ma come ti permetti”? “Mi permetto perché lo sei”. “Chi te l’ha detto, chi è la spia qui, fuori la linguacciuta, e anche se fosse, se io sono una puttana, perché si dice Puttana, cara mia, impara la lingua, che per il resto la sai usare bene, tu sei una mignotta”. “Guarda che in Italia si dice anche così, e io non sono quella cosa lì”. “Cosa ne vuoi sapere di cosa si dice”. “Io voto per Claudiana. Ma avete visto come lo guardava. E poi chi ne avrebbe bisogno più di lei”? “Ti puoi leccare le dita, cara mia”. “E tu ti puoi leccare qualcos’altro, bella”. “Non mi parlare con quel tono”. “Sentila la principessa. La principessa del pisello”. “Guardati allo specchio”.
L’ambiente si stava surriscaldando. Poco mancava che venissero alle mani. Lui le guardava letteralmente sbigottito, non certo di capire. Senza capacitarsi. Non gli sembrava una richiesta poi così assurda. Sarebbe bastato che lo lasciassero dov’era. Avevano voluto rapirlo? Del negozio e dei capricci ne aveva le tasche piene. Di alzarsi sempre alla stessa ora e fare sempre le stesse cose. Aveva già pensato di prendersi un altro commesso. E godersela. Poi erano arrivate quelle. Pazze. E se l’erano portato via. Mica glielo avevano chiesto. Mica era stato lui: “Prego signora, vuole per cortesia rapirmi un po’”? Ora che ci pensassero loro. Se la vedessero tra loro. Semplicemente. Lui lì non ci voleva tornare. Era meglio se se ne stava zitto. Non era certo più un suo problema: O spiffero tutto o vi tenete il pesce e anche l’odore. Per calmare gli animi dovette intervenire nuovamente Virginia in qualità di capo. Fu costretta a farsi sentire alzando la voce. Se andava bene il loro sarebbe probabilmente entrato nelle cronache come il rapimento più veloce nella storia del crimine: “Fate un po’ silenzio. Devo pensare. Litigare non serve e non risolve il problema. Proviamo invece a trovare una soluzione”. “Certo che il doppio sarebbe proprio una bella sommetta”. “Esattamente due volte un sacco di soldi”. “Proprio tanti”. Su quello erano tutte d’accordo: “Ma come si fa”?
Alla fine acconsentirono almeno di provare e fecero un patto sotto giuramento. Lo giurarono e spergiurarono: se una di loro, una qualsiasi, si fosse presa e tenuto il vecchietto, cioè l’anziano, cioè quell’uomo maturo, la sua parte del gruzzolo sarebbe stata divisa tra le altre. Però… si potevano tenere anche il malloppo che avrebbe consegnato la moglie quella stessa sera all’appuntamento in quella Piazza. Perché no? La facciamo parlare con lui e poi chi se visto s’è sentito. Il rapito accettò anche quella condizione. Brindarono tutti a crema marsala perché in casa non c’era altro. Ma non era ancora finita perché Pierina, la solita, si ritrovò piena di dubbi: “E dove lo teniamo”? “Siamo sei; un giorno a casa per ciascuna; pur che si impegni a rispettare i patti e a non far mancare nulla a nessuna”. “Cosa vuoi dire con nulla”. “Nulla vuol dire nulla. Dai che mi hai capita bene. Bottino e tutto il resto a ciascuna in parti uguali. Sono stata chiara”? “Ma i giorni sono sette”. “La domenica può guardare la partita e lo lasciamo riposare; poverino. Ogni domenica si cambia. Avrà pure bisogno di riposare anche lui. Anzi il diritto”. La solita Pierina, esperta nel rompere le uova nel paniere fece mente locale: “Ma io sto con mia mamma”. “Chi è tua madre”? “Lo sai, la Ninetta”. “Quella di Tor Vergata”? “Proprio lei”. La competenza di Virginia trovò immediatamente ancora una volta la soluzione giusta e restituì tranquillità: “Allora va bene, basta che ne lasci un po’ anche per lei”.
Con soddisfazione Paoletta poté liberarsi finalmente di quelle scarpe. Severina togliersi il reggiseno dell’amica sotto la maglietta, sospirando nel liberare le sue grazie al vento. Claudiana sfilarsi quegli orribili occhiali e tornare a vedere, era rimasta fin troppo dentro la notte. Otylia tirare una saracca nella sua lingua madre e correre a fare la pipì. Virginia andarsi a cambiare e sistemarsi per tornare donna. Ma Beatrice rimase fasciata con quella gonna. Non voleva dare spettacolo. Non voleva far togliere alle amiche anche quella soddisfazione. E poi lui la guardava già ben bene. Però il primo giorno sarebbe rimasto segregato da Virginia, le spettava di diritto, non era forse lei il capo? E quella che aveva avuto l’idea? Che quella che s’era fatta il mazzo più delle altre?
Tutto filò liscio e ritirato il malloppo lasciarono che se la sbrigasse lui: “Sì! tutto bene, cara. Sì! ho mangiato. Ora vado a cenare. Buon ramino. Sì! mi hanno liberato. Non ti preoccupare. No! non direttamente a casa. L’avventura mi ha affaticato. Forse vado qualche giorno alla casa al mare. Una bazzecola. Non dire niente a nessuno. Sì! ti racconto quando torno.” –e si asciugò il sudore. Tutte insieme, emozionate, contarono tutti qui soldi. Avevano gli occhi come diamanti: “Cazzo quanto sono tanti”. E Claudiana fece i mucchietti e li distribuì. A ciascuna il suo. La cosa è sempre stata nota, che tra quel tipo di persone, la solidarietà impera.

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1. Ognuno era arrivato in piazza per un percorso diverso. Per ragioni diverse. Senza invito, ma eravamo tutti là, in Piazza. Come se si fossero conosciuti da sempre. Da sempre giovani. La prima generazione di giovani. Fieri. Pieni fin troppo dei loro pochi anni. Ancora pieni di speranze e utopie. Così sono i giovani quando hanno vent’anni. Almeno così eravamo noi. Senza passato, ma armati solo di presente. Tutti avrebbero voluto gridare con gioia “Questo è il sessantotto”. Solo che gli anni si annunciano solo dopo. A volte anche parecchio dopo. Gli riconosci quando fanno già parte del passato. Non ci si dovrebbe provare nemmeno a spiegarlo al figlio di nostro figlio.
Non ci provo. Io personalmente ero arrivato per la mia canzone fresca di bucato: Dio è morto. Quella che partiva quasi come una citazione di Urlo di Allen Ginsberg. Quella che per ascoltarla ci si doveva sintonizzare sulla radio vaticana. Ma io ero già arrabbiato di mio. E ne avevo ben donde. Molte ragioni. E avevo consumato già le suole delle scarpe. E si erano spente da tempo quelle candele, e Charlie Chessman era stato ugualmente gasato come un topo alle 10:12. Senza certezze. Cella 2455. Ne avevo fatta di strada da quelle sere. Tanta per arrivare in Piazza. Eppure mi sono fatto trovare impreparato, senza Eskimo. Con i Pugni in tasca, ma senza sassi. Eravamo noi confusi, Come Pietre che rotolano.
Eravamo pronti a vincere tutte le battaglie e perdere ogni guerra. Ancora pieni di illusioni, a colpi di chitarra. Ma nessuno ti dice le cose prima. Rimandando un appuntamento con la Route 66. Sperando di incontrare Jack in qualche Sotterraneo o al Village. Con un po’ di pakistano nero. Frisco o Deli, Goa o Katmandu. Sì, soprattutto all’inizio, era tutto una gran confusione. Con la vita e troppo davanti. E ci credevamo immortali. Convinti che almeno il padre l’avremmo ammazzato. Che il mondo era nostro e l’avremmo cambiato. Personalmente, lo confesso, sono arrivato a Istanbul circa vent’anni dopo. E con l’aereo. Cosa importa. Allora non c’era tempo nemmeno per pensare, andavamo tutti di fretta.
Figli di quelli che avevano provato ad ucciderci fin da piccoli. Con il libretto in tasca. Noi a sparare slogan e loro a sparare e basta. Maiali. Perché Giovanni Ardizzone era già stato ammazzato. Vilmente ammazzato. Lo sapevo bene. Quello che ignoravo era che avrebbe aperto la lista. Ecco da dove arrivavo. Noi che ci prendevamo le scuole, loro a far esplodere le bombe. Noi orgogliosi di essere Noi e loro nell’ombra. Quell’ombra che li nascondeva solo con la connivenza. Forse loro lo sapevano che anno era. Chissà? Noi a parlare nelle fabbriche e loro a chiuderle e delocalizzarle. L’inizio della fine. L’inizio di ogni fine. Avrei voluto già una P38.
Leggevamo. Sì, leggevamo. E ascoltavamo musica. Di quella che è, già anche qui, una colonna sonora. Il sottofondo di quella avventura imparato a memoria. Scusate se lo confesso: mi innamoravo ogni giorno. Di tutte. Di quelle ragazze non ancora streghe, ma già un poco più libere. Sempre in rivolta. Sempre arrabbiate. Già Compagne. Senza reggiseno. Erano lì, al nostro fianco. Le Compagne. La cosa più bella di quello che avrebbero chiamato dopo sessantotto. E io tonavo ad innamorarmene. Curioso di vederle sotto. Di vederle dentro. E avevo una penna, ma non ancora il vetriolo. Chissà se mai lo avrei trovato? Imprevidente sedentario vagabondo. Già viaggiatore analfabeta di romanzi.
Rossana la piazza, la piazza

2. Nostalgico irriducibile romantico. Per una storia che non c’è più. Mio nipote mi guarda. Tace. Forse non gli resta niente da dire. Forse pensa che sia assopito. Non devo essere un bello spettacolo. Tace e io taccio mentre tutto quel mondo mi è addosso. E devo farla. Portateli via i tuoi maledetti biscotti. Sto lì con i miei segreti. Perché guardavo tutto straordinariamente esterrefatto. Gridavo con gli altri. Sì! Ma io ero un uomo che veniva dal passato Ecco un altro segreto. Ero un giovane vecchio. Il Che era morto. Venivo da là. Forse l’ho già detto. Non ho l’alzheimer, ma la memoria non è più quella di una volta. Se mai è stata più buona. La vista ora è quella che è. Se voglio sapere mi devo far leggere il giornale. La televisione è diventata ombre di luce in movimento. Eppure non ho mai visto i fatti tanto lucidamente. Maledetti. La rabbia era già in vendita. Un ruggito da topo. Chissà se vedrò mai il settantesimo anniversario di quei giorni?
Tutto cambiava e niente cambiava. Si sarebbero rimangiato tutto. Che splendidi idioti. Grida più forte! Come bambini a bocca aperta davanti ad una favola. Dopo troppe volte ancora a restare sorpresi e sognare di scoprire nuovamente il finale. C’era una donna sulle barricate del maggio. Assomigliava a lei. Fiera come lei. Mi innamoravo di tutte, ma ne ho amata una sola per volta. E le potrei dire le poche volte. C’è stata Giada. E poi Rossana. Il grande amore. Quello con la A maiuscola. E poi… E l’elenco finisce quasi prima di cominciare. L’amore era già finito quasi fin dall’inizio. Quando ci siamo lasciato. E’ stata lei. Lei mi ha lasciato. Ero troppo distratto per amare come avrebbe voluto. Come era suo diritto. Dopo non mi restava che piangere. Mi piangevo addosso mentre un mondo crollava. Troppo preoccupato di me stesso. Forse anche quella mia rabbia non era vera rabbia. Rabbia assurda come un onda molle che scivola sulla spiaggia; al Lido. Non fa danni. Tanto rumore per nulla.
La fabbrica occupata era un’assurda noia mortale. Come potevamo capirli? Loro in tuta, noi in jeans. Loro con i tempi della catena. Con il cottimo. Noi a bighellonare e poi, appunto, occupare. A passare la notte con una chitarra e una birra. Ci cantavamo addosso. Speravamo. Non siamo mai stati abbastanza cattivi. Non siamo mai entrati in fabbrica. Le stavano già chiudendo. L’ho già detto? I sindacati a contrattare sulle catene. Ad accontentarsi di quattro spiccioli. Di due anelli in più. Allentare. Di un’ora d’aria. Di altri cinque minuti di pausa mensa. Noi a sognare l’America latina. Gli ultimi fuochi. A sognarsi fedayn. Gli eroi invitti e sempre sconfitti. I già patetici idealisti, illusi. L’ondata di piena di un mondo che si capovolge. Il Paradiso ora. Vogliamo tutto subito. Non ci hanno dato niente. Solo la maledetta ero. E le nuove periferie.
Come un nuovo vecchio nostalgico pentito. Come un vecchio incensiere. Per manifestare Manifesto, anzi manifesterei. La danza dei cateteri. Le reti che cigolano. E allora Sciopero. Lo sciopero della padella. E’ duro sopravviversi a se stessi. Soprattutto per quelli che come noi hanno vissuto. O creduto di vivere. Che hanno sognato. O creduto di sognare. Che non hanno mai accettato di aprire gli occhi. Che credevano veramente che un popolo unito non avrebbe mai potuto essere vinto. Che loro non avrebbero mai piegato la schiena. Ne tanto meno abbassato la testa. Che volevano buttare a mare le basi. E rinnegavano i padri. Ma non li avrebbero, in verità, mai uccisi. Quelli presenti in tanti, troppi giornali. Quelli che marciavano dietro a un pifferaio, ma credevano fosse un tamburino. Ma questa, se avrò ancora vita, la racconterò, magari, un’altra volta. Me la racconterò.
Sono solo un esubero. Un povero vecchio. Ottanta non sono poi pochi. Ottanta spesi così. Mica avevamo tanti computer allora. Nemmeno uno smartphone. Non si può mettere ordine in una storia come quella. Nata nel disordine. Nata in ogni luogo e in tanti luoghi. Anche se oggi sono in questo letto e quelle canzoni mi tormentano ancora in testa. E sarò per sempre giovane. Perché l’unica lezione che ho imparato da allora è questa.

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Ormai sono passati due anni. Precari siamo ancora entrambi precari. Solitamente possiamo vederci solo il fine settimana. Da me o da lei. Dov’è libero. Da chi dei due riesce a convincere i compagni di corso a togliersi dai piedi almeno per un paio d’ore. Io Diletta, la mia compagna, l’ho incontrata ad una festa. Doveva essere il compleanno di Alvise o di Mattia. Comunque era un compleanno. Qualcuno aveva cercato un po’ di tranquillità. Qualcuno stava limonando. Gli altri si stavano annoiando, e liquirizia Akpan si stava preparandosi una spada. Era una promessa del beach soccer prima di scoprire la roba. E di imparare che poteva guadagnarci di più. Insomma tutto andava a rilento e l’ambiente era stanco, come succede sovente in occasioni simili. Chi aveva il compito di mettere la musica lo faceva stancamente con pause infinite.
Non che me ne dispiacesse, non ho mai imparato bene a ballare. Ero come spesso mi succede solo a disagio. Fuori posto. Mi sento un po’ diverso e lo sono anche per gli altri. Ho passato l’infanzia e ho fatto la maturità all’estero. Sono cresciuto in quello che oggi mi appare come un nido di bambagia. In un sogno. Poi papà è stato rispedito qui, e tutti noi con lui. Sono piombato in questa crisi. Al nostro vecchio indirizzo. Ma la città sembra non esistere più. Molte attività sono chiuse. Ho ritrovato un mondo diverso. C’è persino meno voglia di divertirsi. E più spinta agli eccessi. Così alla festa c’ero andato perché tampinato da Ambra, un’amica. Poi lei aveva trovato quello che cercava, ed era sparita con quelli che avevano trovato un buco in cui stare da soli. Così ero da solo. Stavo per alzarmi, e salutare tutti con un silenzioso addio, quando l’ho vista. Con mia sorpresa anche lei era da sola. Seduta davanti ad una bibita. Con i jeans stinti e quella canotta generosa, di quel verdino indeciso, che sembrava interessante. Capelli lunghissimi; castani. Bella era bella. Triste pareva triste. Gli occhi suggerivano che avesse anche qualcosa da raccontare. Che non fosse solo guscio.
Non è da me ma forse in quel caso ha vinto la noia. L’ho fissata finché non mi sono accorto che anche lei s’era accorta di me. Le ho sorriso e lei ha risposto al mio sorriso che un sorriso. Sì, era bella. E giovane. Mi sono alzato e sono andato a sedermisi accanto. Lei ha alzato le spalle con un gesto di rassegnazione che non ho capito. “Volevi restare sola”? le ho chiesto. Mi ha fissato come un marziano aggiungendo solo, in un soffio, un laconico Diletta. “Non volevo disturbare.” le ho precisato. Mi sono un poco perso in quel momento. Mi sono scordato di presentarmi o altre cavolate simili, tipo che trovavo che avesse un bel nome. Mi aveva colpito maggiormente la scollatura. Se n’era accorta e aveva pudicamente cercato di coprirsi almeno un po’. Era scoppiata all’improvviso a ridere. Mi aveva fissato curiosa e mi aveva lasciato esterrefatto: “Cosa vorresti fare?… mi stai corteggiando”?
Devo essere arrossito. Fortuna che non c’era tanta luce. Ero stato preso in contropiede. In fallo; cioè… Insomma, debbo aver bofonchiato qualcosa di incomprensibile prima di trovare parole con un senso quasi compiuto: “No!… cioè… in un certo senso… Insomma sì!”
Lei mi aveva osservato. Squadrato. Sembrava avessi superato l’esame. Ci aveva pensato. Poi aveva deciso facendosi seria: “Non c’è più tempo per queste cose. Dove stai”?
In via degli specchi”.
A quel punto si stava già alzando. “Andiamo”.
Non è possibile. C’è mamma”.
Faccia schifata. Poi faccia di chi a cui crolla il mondo addosso, e cerca di scansarsi. Poi di chi stenta a capire o si trova davanti a uno un poco lento. Mi chiede perché allora ho certato l’approccio. Si pente della sua durezza guardando la delusione nella mia faccia. Cerca di darmi una seconda occasione: “Avrai pure una camera tutta tua. Capirà”.
Non è l’occasione né il momento per mentire: “Lei no”.
Resta in piedi: “Allora perché ti sei seduto? Vuoi o non vuoi”?
Mi faccio piccolo e misero: “Vorrei”.
Lei è sempre stata una donna riflessiva, ma anche decisa. Anche in quel momento ha avuto bisogno di un solo attimo. “Ce l’hai una macchina”?
Certo”.
Andiamo”.
Mi dice che lei sarebbe sempre stata una donna all’antica. Legata alla tradizioni. Illibatezza. Matrimonio. Abito bianco. I fiori all’altare. Tutte quelle cose lì; insomma. Ma i tempi cambiano e i tempi ci cambiano. Non c’era nulla da fare. Mi spiega che c’è sempre tempo dopo per il romanticismo. Mi dice tutto in quei due minuti poi la guarda e sale. Mi da le indicazioni per trovare posto nel garage del condominio. Quello che non capisco è perché si è messa la cintura per fare una semplice rampa in discesa. E perché non appoggia il cellulare. Mi guardo intorno ma non è abbastanza buio. “Non ci badare. Di questi tempi tutti si devono arrangiare”. E poi si piega, verso di me. Non sapeva ancora il mio nome e già mi concedeva quella intimità.
Né io né lei c’eravamo chiesti se e quanto sarebbe durata. Stiamo ancora assieme. Solo dopo avermi conosciuto meglio aveva potuto interpretare la mia aria di diffidenza e sbigottimento. Senza che glielo chiedessi mi ha spiegato i suoi perché. La sua filosofia aggiungendo che, obtorto collo, non poteva che essere la filosofia di tutti. Di una intera generazione. I nuovi tempi, con la loro precarietà, e la loro provvisorietà, hanno cambiato le persone. Hanno ucciso il corteggiamento. Non c’è tempo perché è il tempo ad inseguirti. Se dopo la cosa funziona allora si può cercare di trovare il tempo. Anche quello dell’innamoramento. Ma è sempre difficile essere in due. E oggi siamo qua e domani chissà. E adesso poteva dirlo di amarmi.
Ogni tanto ride al ricordo di quant’ero buffo quel giorno, in quella macchina. E della mia faccia quando mi ha detto: “Puoi anche chiamarlo per nome. Non mi offendo mica”. Racconto di lei piano perché sono tranquillo e lei sta riposando. Ambra è impegnata in un fine settimana di sci e di sesso. Ci ha lascito sogghignando le chiavi della stanza. Le parole di Diletta mi hanno fatto capire molto. Ma io non sono di questo mondo; o almeno non ancora. Cercano un apprendista con una buona esperienza. Incrocio le dita. Speriamo bene.

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Bassa Ciociaria. Osteria nei pressi della piazza. Interno notte avanzata. Tre personaggi ormai vinti dalla stanchezza.
«Ancora un goccio di vino? Non sei di grande compagnia. Allora, se non ti dispiace, lo bevo io. Io ce l’avevo. Non giudicarmi per questi panni. Avrei potuto fare l’attrice se solo avessi voluto. Me lo avevano anche proposto. Poi la vita ha deciso per me. Una vita matrigna. Ho incontrato lui. Ti immagini se lui… quello… Mi voleva in casa. Voleva la cena pronta la sera. E quelle cose lì. La casa in ordine. Non c’era più posto per le fantasia. Non avrei potuto fare nemmeno questo. Se mi vedesse ora come mi sono ridotta. A fare la comparsa. Con tutti i miei sogni. Nel cassetto.
Mi ha rubato la mia infanzia. Lo stronzo. Ero ancora solo una bambina. Non dici niente? Mica lo sapevo quello che facevo. Non sapevo nulla della vita. Lui mi ha detto che sapeva. Sapeva per lui. Mica per me. E se l’è preso il divertimento. Che io nemmeno mi sono divertita. Scusa se te lo dico. Ti ripeto che ero solo una bambina. Con tanti sogni in testa. Con pochi soldi in tasca. Non ero mai uscita dal paese. E lui era pure ubriaco. Un vero disastro. Non è stato nemmeno buono. Lasciamo andare. Non le dovrei dire le cose ma le dico. Sono stanca di tenermele dentro. Che lui le mani le doveva tenere a posto. Nemmeno lo sapevo cosa mi stesse succedendo. Avevo la pancia gonfia e ancora non capivo. Povera stupida. Mica potevo fare come mi ha detto. Dire che era stato un signore. Tutto contento. Se non avevo avuto che lui. A chi potevamo spillare quattrini? Ero troppo avanti. Con uno schiaffo m’ha cacciata sotto la tavola. Un dolore cane. Un male d’inferno. Tre giorni con l’occhi pesto. Gliel’ho messo in quel posto. L’ho mandato all’inferno. Me ne sono andata via. Per la mia strada. Ho fatto male? Ma lui si fa ancora vedere. E per pretendere pretendo. Non è che tu… Devo capire che chi tace acconsente? Sei molto gentile. Un po’ silenzioso. Ma non tutti sono perfetti. E io forse parlo anche troppo. Quanto basta. Anche per due.
Li ho avvertiti: nella stalla non ci vado. A far prendere freddo a un bambino; poverello. Mi hanno detto che non serviva. Mi hanno convinta. Lo dico per te. E anche per te. La passione. Bella scusa. Mancava solo la rappresentazione popolare. Gratis. Come bastassero le lacrime per piangere. Non ci sono forse già abbastanza disgrazie? E brutture? Lui se ne va a cena. E mi lascia qui, come l’ultima delle comparse. Ma dice che lui è il Signore. Il mondo è pieni di signori. E di quelli che si fingono signori, ma poi in tasca non hanno il becco di un quattrino. Che si danno tante arie e hanno solo la miccia corta. E a te cosa fanno fare? Il bue? L’asinello? Il centurione? Scusami, ma mi sembra che non hai il fisico per il ruolo. Ora non fare l’offeso. Non che… Sei grosso e robusto. Non capisco chi ha fatto le scelte. Volevo fare Maria, ma quella Maddalena. Quella che ha una storia.
Mi dice: passa fra tre giorni. Se lo avessi saputo. Io mica ce li ho tre giorni. Domani mattina, anzi già questa mattina, devo essere in servizio. Per quei quattro soldi. Non fosse che… Ma non ci devo pensare. Ma cosa ci posso fare. Io sono fatta così. Sotto l’abito sono sempre una donna. Non credi? Come mi trovi? Non che sia vanitosa. Questo no. Ma un complimento non mi dispiacerebbe. Sei così carino. Tu. Così silenzioso. Un tipo speciale. Gli occhi bassi sono così… così… romantici. E il tuo silenzio mi dice tanto di te. Tutto. Lo so cosa stai pensando. Credo di saperlo. So intuire. Ma non hai appetito? Voglio dire… hai ancora tutto nel piatto. Non ti piace? E’ agnello. In questi giorni è un gran bel disastro essere agnello. Meglio essere lupo. Mi sembri un bel lupacchiotto. Assaggia almeno. E non fare quella faccia. Non sono poi così cattiva. Va meglio se ti do un bacetto? Magari piccolo. Non voglio vederti triste. Non in un giorno di festa. Non in una giorno come questo. Anche se ormai s’è fatta notte. Non mi si può rimproverare tutto, ma non che non abbia un cuore. Tranquillo: voglio bene anche a te.
Però… Un gran bel pezzo di Cristo, però. Se non fosse che è mio figlio… Ma non è mio vero figlio. E’ una rappresentazione. Sembrerebbe brutto? Cosa ne dici? Ma non pensiamoci. E’ fra tre giorni, come ti ho detto. Intanto… Ora siamo qui. Io e te. Da soli. E’ meglio pensare solo a noi. Mi lasci bere ancora da sola? Non siamo certo un bel presepio. Con te che continui a startene zitto. Che non mastichi una parola. Nemmeno a tirartele fuori. Eppure io di cose te ne ho dette. Sono rimasta quasi senza fiato. Dimmi almeno se ti piaccio. Lascia andare l’oca che non te la ruba nessuno. Nessuno se la porta via. Sei grande e grosso e non sai nemmeno cosa vuoi. Cosa sei. Mi sento come se ti dovessi proteggere. Farti da madre. Ma io sono madre. E devo fare la madre. E quello si ingozza con gli amici. Senza nemmeno un gesto, dico io, un gesto di tenerezza».
Proprio quando l’istinto di sopravvivenza l’aveva spinto a mettere le mani al collo a quella madonna era entrato furioso il padrone dello zoo per riportare l’animale in gabbia. Solo allora lei ebbe il dubbio che non si trattasse di un costume, ma di essersi confidata tutta la sera con un melanconico gorilla vero. Certo che era un gran bell’animale; bello grosso. L’oste si era ripreso l’oca per rinchiuderla nella stia. Sarebbe servita per la cena della sera seguente. L’avvertì che stava per chiudere e l’invito a finire l’ultimo bicchiere. Quell’anno la rappresentazione era stata un vero disastro. E non solo per colpa di quella Madonna. Cristo se l’era data a gambe insieme al ladrone cattivo. La cosa più spassosa era stata proprio il pianto della povera donna.

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«Scusate, debbo proprio andare. Non mi posso trattenere oltre. Il dovere chiama. Le ritrovano al mattino. Stavolta è stato un turista che portava a passeggio il cane. Sembra genovese. Ci ha chiamato subito. Devo accorrere sul luogo. L’assassino del bagnasciuga ha colpito ancora. Maledetto. E sono quattro. Tutte belle ragazze. Giovani. Le lascia nude appunto in quella sottile linea invisibile dove finisce il mare e comincia la sabbia. Strangolate. Tutte nello stesso tratto di spiaggia. Le onde pigre non le spingono. Non riescono a portarle via. Cancellano però tutte le tracce. Non c’è ancora nessun elemento da cui partire. Non una pista.
La spiaggia è già una bolgia. C’è un gruppo di ragazzi giovani. Ragazzi e un signore di una certa età. Porta abbastanza bene gli anni che sembra avere. Mostra di essere uno che ci tiene a mantenersi in forma. Anche se deve trattenere il respiro. Gli stanno tutti intorno, i ragazzi. Fanno una caciara infernale. Con le birre in mano. Sulla terrazza. Quasi si azzuffano per la partita e la formula 1. Ognuno sostiene che la sua squadra è la più forte e difende un torto. Poi interrogano l’adulto. Chiedi chi erano i Beatles? Ma è vero? Come facevate quando non c’erano i cellulari? E la parabola? Non mi sarei avvicinato se non fosse che il corpo era lì vicino. Pensavo che potevano aver visto qualcosa. Mi avvicino e scoppia il pandemonio. Parlano tutti insieme. Chi accende la miccia della confusione e proprio l’uomo. L’anziano: Non sono stato io. A fare cosa? Commissario. Non sono commissario. Volevo dire… E allora dica. Quello che cercate? E cosa cerchiamo? Non lo so. E allora perché? Volevo collaborare, rendermi utile. Cercate di parlare uno alla volta. Parlo io per tutti. Perché? Non fate casino.
L’uomo cerca di essere al centro. Poi parlano anche i ragazzi: Guardi che noi non sappiamo niente. Questo lo verificherò. Sempre con noi ragazzi. Per un po’ d’erba. Cosa c’entra l’erba? Non è per quello. E’ per uso personale. E’ stata uccisa una ragazza. Una ragazza? In questa spiaggia? Ecco perché il lenzuolo. E tutti quei curiosi. E le divise. Pensavo una retata. Ve l’avevo detto. Noi si beveva una birretta. Noi non sappiamo niente. Di una ragazza. E come? Non posso dirlo. Strangolata. Come fa a dirlo? Il nostro Giovanni è un drago. E io che credevo?… Ma è stata proprio ammazzata? Non sarà stato un malore? Non mi andrebbe di vederla. Anche a me fa un po’… Volevamo solo farci un bagno. Ora me n’è passata… Per così poco. Che sarà mai? Appuntato, faccia qualcosa. Provveda. Faccia fare un po’ d’ordine.
Maledetti giornali. Passano la notizia alla televisione. I ragazzi alzano gli occhi. Per un attimo tacciono. Poi uno la riconosce: Ma quella è Greta. Come fai a dire che è Greta. Sì che è Greta. Guarda i capelli. Non sei mica cieco? Due come le sue non te le regalano mica tutte le ragazze. Greta? Sì, Greta Veronelli; ma non è di Verona. Nata e vissuta dalle nostre parti. Era con noi ieri sera. E non vi siete accorti?… Sa com’è. Che non c’era? Un po’ s’era bevuto. E un po’… Non ci abbiamo fatto caso. Io veramente… stamattina… ma mi credevo fosse scesa prima. Insomma nessuno s’è accorto?… No, nessuno. Veramente io… Saresti? Sarei il suo ragazzo. E allora? Dovrei dire ero? Che ne so? come vuoi. Mi sembrava mi mancasse qualcosa. L’anziano: Sono bravi ragazzi. Lei non si intrometta. Non hanno fatto niente, sono i miei ragazzi. Parli quando sa qualcosa. Allora vado a farmi un bianchino. Intanto vada, ma non si allontani.
Appuntato, faccia qualcosa. Maledizione, provveda. Faccia fare un po’ d’orine. L’ultima a vederla dovrebbe essere stata Katia. Si dicono tutto. Dov’è Katia? Ragazzi, dov’è Katia? L’ho già chiesto io. Era qui un attimo fa. E’ sempre qui. Non si allontana mai da sola. Forse è andata a fare un bagno. S’è appena messa la crema. Sai come lei. Era qui un attimo fa. L’ho vista andare con il signor Giovanni. Sei sicuro? E dove sono andati? Che ne so. Sì, s’è allontanata con lui. Maledetto signor Giovanni. Sempre tra i piedi. Forse aveva sete anche lei. Gli avevo detto di non allontanarsi. Saranno nei paraggi. Appuntato, se ne occupi lei. Io intanto cerco la… ragazza. Cioè la testimone. Questa Katia. L’accompagno. Vengo io. No, lei resti qua.
La vado a cercare. L’avevo notata subito. La riconosco immediatamente. La trovo stesa spersa. E’ una bella ragazza. Notevole. Anche così, senza trucco. Imbrattata di sabbia. Gli occhi sognanti. Il sole li abbaglia. Si scherma il viso con una mano. La voce impastata. Leggermente stridula. Eppure sognante. I capelli spettinati. Si sistema in bikini, minuscolo. Rinfodera meglio un seno. Sorride verso l’orizzonte. Sbatte le palpebre. La guardo e non mi riconosce. Nemmeno mi vede. Dannazione. Prima che possa dire una parola sussurra con una voce melodiosa, come fosse rapita: Sì, Giovanni. Non sembra sobria. Forse per il caldo. Mi insospettisco. Non sono un novellino.
Ci avrei giurato la promozione: Cos’ha consumato? Una birretta? Solo una birra? Sì, una. Sicura? E… uno spinello, di maria? Solo uno? Credo. Continui? Lei è proprio curioso. Non è uno scherzo. Lo posso dire? Lo deve dire. Non lo dirà a quella? A chi? Alla signora. Non ci sono signore… La moglie. Cosa c’entra alla moglie? E il signor Giovanni. In che senso? Me l’ha data lui la roba. E’ tutto?… E il signor Giovanni. Sempre lui; sia più precisa? Insomma, come ha detto lei. Cosa ho detto io? Con quella parola. Non mi faccia perdere la pazienza; quale parola? Ho consumato il signor Giovanni. Cosa vuol dire? Insomma… Dica. Tra due capanne. Qui? Non sarà un delitto? No! certo che no; però… No, ma… Il signor Giovanni, posso chiamarlo Giovanni? è stato proprio carino, un vero birichino. L’ha fatto per l’erba? Sì e no, solo un po’. Le sembra prudente? Mi scusi ma sono confusa. Mi dica quello che sa. Non molto, è stato bello; ma perché me lo chiede? Non mi interessa quello. E cosa allora? Una sua amica…
Sento gridare alle mie spalle: E’ lui. E’ stato lui. Prendetelo. Se non intervengo le cose si mettono male. Anche peggio. Si affollano tutti intorno all’uomo di mezza età. Quel tale Giovanni. Ancora lui. I loro gesti e le loro grida non sono per niente benevoli. Il povero personaggio sembra impaurito: Non sono stato io. Prego tutti di mantenere la calma. Invano: Chi ha visto qualcosa s’avvicini. Io non ho visto niente. Poverella, poverella. Io non posso dire… Ho sentito dire. L’ha detto lui. L’ho visto io. Si faccia avanti. Si alza in punta di piedi. E’ un uomo con due bambini a fianco. Ancora tutto candido. Solo le gote paonazze. Occhiali in punta di naso. Capelli pochi e spettinati. E un paio di bermuda improbabili. Canottiera. Infradito ai piedi. L’ho visto bene, coi miei occhi. Venga qui.
Lascia i bambini ad una donnetta che non avevo notato nel mezzo della folla. E’ alta un soldo di cacio. In compenso è larga altrettanto. E ha un costume intero pieno di palloncini colorati. L’aspettava fuori dalla discoteca. Come fa?… Non riuscivo a dormine e sono uscito, ma non facciamoci sentire dalla mia femmina. Mi spieghi meglio. Non c’è molto, lei è uscita con quello che sembrava il suo ragazzo. E poi? E poi… sa come sono? sono ragazzi. Venga al dunque. Dopo… sa cosa voglio dire? Prendiamolo. State fermi; no che non so cosa vuole dire. Sa come sono i ragazzi… dopo… Dopo cosa? Lui, voglio dire il ragazzo, se n’è andato. E allora? Forse avevano bevuto, camminavano come se avessero bevuto. Come? Dondolavano. E allora? Si è avvicinato lui, quell’uomo. Si sbrighi? Lei sembrava averlo riconosciuto. E’ sicuro? Li ho visti bene. E cosa ha visto? Lei l’ha chiamato per nome, Giuseppe o qualcosa di simile. Sicuro che non abbia detto Giovanni? Sì, forse proprio Giovanni; è importante? E dopo? Dopo si sono appartati. E dopo? Dopo niente, non ho visto altro. Sicuro? Sicuro.
E’ chiaro che mente: E lei dopo cos’ha fatto? Sono tornato. E’ sicuro? Insomma… insomma lui non camminava come loro. Camminava? Camminava come uno zombie, lentamente, tutto rigido. Venga ai fatti. Li ho seguiti. Li ha seguiti? Sì! E allora?… Non è un reato? Non ancora. Solo per… Bene, vada avanti. Parliamo piano; le ha messo una mano sulla spalla. E allora? Mi lasci dire. E allora dica? Ha allungato le mani, quel vecchio porco. E’ sicuro di quello che dichiara? Li ho visti bene, c’era una luna grande come un mappamondo. Vada avanti. Sembravano cercavano intimità. E la ragazza? Anche lei quella in televisione. Hanno già visto tutti quel notiziario. Prosegua. Si sono appartati. Bene. Credevano di non essere visti, ma io li vedevo bene. La prego di procedere. Non c’è molto altro, poi le ha stretto le mani intono al collo e l’ha strozzata. Ne è certo? Come che sto parlando con lei. Poi cos’ha fatto? Prima si erano dati molto da fare. Non faccia commenti. Come vuole, si è preso il bikini e se n’è andato senza voltarsi. Lo sa che quello che dice è molto grave? E non per dire, era proprio piccolo. Cosa? Il bikini; un niente.
Quel tale Giovanni sembra allibito. Intanto alla folla s’è radunata altra folla. Come sempre. Cos’ha da dire lei? Lui mente. A che proposito?… Non sono stato io. Mi sembra poco. Non sono stato io a strozzarla. Chi le ha detto che è stata strozzata? La televisione. Non mi sembra… Insomma è stata strozzata o no? Le domande le faccio io. Va bene. Dica quello che sa. E allora sto zitto. Ora deve parlare. Taci tu cretino. Cesira? Non dire una parola. Cosa ci fai qui? E lei signora?… Il signor Giovanni non è sceso con noi. Fate i bravi, ragazzi. Non può essere stato lui. Era con me, a letto con me. Scusi chi è? La moglie. Signora Cesira? Nonna? Ti ho detto di non chiamarmi così. Anche lei qui? Non l’avevamo vista. Chi preparerà per cena? Ti sembra il momento? Allora dica lei. Ma signor Giovanni… La bruttina che ha parlato è una certa Graziella. Un fuscello sgraziato. Il ragazzo che ha apostrofato la donna come nonna l’ha appena chiamata così e la tiene per mano. Diversamente nemmeno l’avrei notata. Non ha niente che corrisponda al suo nome. Commissario. Non sono commissario. Come le dicevo… Andiamo con ordine. E’ sempre stato al mio fianco. Abbiamo un testimone… Dovrebbe mettere gli occhiali. Come si permette? E tu stai zitto. Ho visto tutto. Vede commissario… Non sono commissario.
Dannazione, anche l’appuntato è sparito. Si dice sempre così: Andiamo con ordine. Ne è certa? Certo che sono certa? L’ho visto anch’io, era lì fuori che aspettava. Sembra che l’abbiano visto in molti: Ne è certo? Io l’ho visto, ma lui non mi ha visto. Improvvisamente più d’uno ritrova la memoria. Intanto la scientifica continua nel suo lavoro. Hanno trovato anche un mozzicone di sigaretta. Lo analizzeranno. Quella che parla si accompagna all’altro e indica un punto non lontano: Ha ragione Massimo, era proprio là. Guardava diritto e sembrava non vedere nessuno. Questo non vuol dire niente. Lasci fare a me, signora. Ma potrò pure dire quello che debbo dire. Al tempo. Non lo volevo dire ma glielo dico: la verità è che Giovanni soffre di sonnambulismo. Come di sonnambulismo? Ti giuro che non volevo. Mica lo sa quello che fa mentre dorme. E allora?… E allora non può essere colpevole. Come fa a dirlo? Lui è come un bambino. Un bambino? Non mi tradirebbe mai; non certo poi con una ragazzina, non le sembra? La ragazzina non era poi da disprezzare. Cosa c’entra? Lasci trarre le conclusioni a me. Forse non so, sono confuso. Ti ho detto di tacere che peggiori le cose.
E’ sempre un’ottima tecnica investigativa. Cerco di prendere la donna di sorpresa. Fissandola negli occhi e con fare autoritario: Dove sono i costumi? Credevo fossero dei ragazzi. Dica solo dove sono? Li ho sistemati, naturalmente, li ho lavati. Come li ha?… Ho fatto la lavatrice proprio stamattina; prima che i ragazzi si alzassero, mica potevo lasciarli in giro. E non ha pensato? Come potevo? certo era strano che fossero finiti nel nostro cassetto. E dove sono?… Appesi ad un filo. Che confusione. Adesso chi lo dice al padre? Per cortesia… Se non la strozzava lui l’avrei fatto io. Ma Cesira… Mi dica perché. Perché, perché, non si sapeva comportare. Chi, la vittima? E chi se no? Cosa vuole dire? Con tutto quel ben di Dio. Non mi sembra una colpa. E le sembra giusto? Moderi i termini… Non cercava certo di nasconderle. Era la mia ragazza. Voi tre, anzi voi cinque, anche tu che la conoscevi meglio, seguitemi in caserma. Come in caserma? Dobbiamo finire questa chiacchierata. Cosa c’è ancora? Dobbiamo fare chiarezza certa e verbalizzare. Ma io non volevo? Questo l’hai già detto al commissario, cretino.

Dichiarazione rilasciata dal signor Giovanni Gasparello: Volevo solo vedere Katia fare il bagno.
Dichiarazione rilasciata dalla signora Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, già vedova Ansaldi: Lui è fatto così. Non succede spesso. S’addormenta e poi si alza e se ne va in giro senza sapere dove va. Non vede e non sente niente e nessuno. Non bisogna svegliarlo. Sarebbe pericoloso. Poi non ricorda nulla. Ma non ha mai fatto del male a nessuno.
Dichiarazione rilasciata da Sabatino Crescioni, nipote: Niente di rilevante.
Dichiarazione rilasciata dal medico che segue il signor Gasparello Giovanni: Da quanto appurato non è una persona pericolosa. Soffre solo di una grave forma d’insomma. Cioè deambula nel sonno di notte. Gli ho prescritto dei farmaci che ha sempre preso. Se posso dire… il Crescioni è altresì un soggetto iperattivo. In quel senso. Non so se mi spiego? Almeno di notte. E’ stata la moglie, la signora Cesira, a lagnarsene con me. Anche se con un po’ di vergogna. Povera donna. La capisco. Ma il medico e come un confessore.
Dai rilevamenti della scientifica: La vittima, una giovane ragazza, presenta attorno al collo i classici segni dello strangolamento. Nessuna impronta rilevata. Si notano altresì ecchimosi e lividi vari, presumibilmente dovuti a un’intensa attività sessuale pre-morte. Non è dato sapere se la stessa vittima era cosciente ed era consenziente, ovvero se si sia trattato di uno sfortunato caso di sesso estremo. Non aveva altri segni evidenti che possano determinare con assoluta certezza che la stessa deceduta abbia opposto resistenza o abbia tentato di difendersi dal suo presunto assalitore. Le unghie non erano spezzate e sotto non c’erano frammenti di pelle. La stessa espressione facciale della vittima non mostra paura né sottomissione. Se mi è permesso il termine è più la smorfia di chi se la sta spassando. Certo è che la permanenza nell’acqua salata e l’effetto delle onde hanno avuto modo di cancellare la maggior parte delle tracce d’analisi. Il corpo si presentava ancora come magnificamente intatto.
Dichiarazione rilasciata da Maicol Seibezzi, il fidanzatino della presunta vittima: Posso solo dire che Greta era una ragazza abbastanza affettuosa. Molto seria. Anche un po’ troppo. Una che si sapeva comportare. Non certo una sprovveduta. Quella sera volevamo festeggiare. Era un mese che si era assieme. A pensarci bene… dopo… Col senno del poi. Avevo notato che gli occhi del signor Giovanni mostravano interesse per la mia Greta. Cioè erano sempre sul suo reggiseno. Non mi sembrava sconveniente. Non era il solo. Greta era una brava ragazza che si faceva notare. Non mi sarei certo mai potuto immaginare. Credo che non tornerò mai più in questo posto.
Altra dichiarazione della signora Cesira, eccetera: Le ragazze di notte farebbero bene a starsene a letto

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