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Posts Tagged ‘provincia’

GialliTutti ormai cominciavano a conoscere quel loro innocente gioco. Sia che si facesse intorno ad un tavolo da carte, in una serata elegante, in un cinema, al ristorante o a casa; con gli estranei o con gli amici. E cominciava ad esser fatica trovare nuovi giocatori. Chi già sapeva non era ammesso. Sarebbe stato un banale inganno. Ma naturalmente nessuno conosceva il loro piccolo segreto. Non ne parlavano nemmeno tra loro. Quello era una cosa che veniva da sé. Non premeditata. Succedeva quando succedeva, e poi finiva lì. Solitamente a causa di qualche piccolo incidente. Della stupidità delle persone. Di certa cafoneria che si incontra. Di un gesto che indispettiva. Un semplice gesto. Perché non si finisce mai di conoscere il mondo.
Eugenio e Teresa, una vita insieme. Come quando si erano conosciuti. Come due fidanzatini. Niente era cambiato. Si amavano dello stesso amore, forse anche di più. E tutti li invidiavano. Quello continuava a tenerli uguali; giovani. Come avessero bevuto quell’acqua. Era il gioco il vero segreto di quell’amore. La loro caparbia volontà di mantenerlo sempre vivo. La fantasia di renderlo sempre nuovo. L’altro non contava; era solo una sorta di necessità. Di esigenza indotta. Per difenderlo, quel loro amore. Perché non venisse sporcato di parole. Di commenti. Reso banale e frusto. Chi lo aveva pensato per primo? Eugenio e Teresa erano consapevoli entrambi dei pericoli che ogni essere umano subiva. Delle lusinghe subdole della banalità; della noia.
Lo aveva notato ad una tavola calda con gl’occhi disperati nel nulla. Vestito nel vano tentativo di cercare di apparire elegante. La giacca dozzinale dai colori improbabili e dal disegno insolente. I pantaloni mal accostati. Le scarpe infangate. Un derelitto che cercava di togliersi dalla fanga. Di emergere per respirare. Di confondersi alla folla e mescolarsi alla stessa. Di sembrare un numero tra i tanti. Non il primo ma nemmeno la nullità. Naturalmente non lo avevano ancora servito. Nemmeno si erano accorti di lui. Si limitava a guardarsi intorno. A rubare qualche titolo dal giornale che il tipo vicino sfogliava. Sicuramente curioso di notizie sportive. Si sentì crudele nei suoi confronti. Forse era uno che aveva dovuto lottare e che faticava. Non voleva giudicare. Odiava farlo. Cautamente lo aveva spiato prima di avvicinarsi.
Alla fine aveva deciso: l’uomo aveva superato l’esame. Era palese che si trovava davanti ad un pigro sopravvissuto. Per un attimo ne provò pena. Scacciò quel pensiero dissoluto. Nessuno meritava la gogna della compassione. Era anch’esso un essere umano. E poi avrebbe potuto sognare, almeno per una sera. Lui lo avrebbe aiutato. Se dopo non gli sarebbe stato grato era un problema che non lo riguardava. Pochi sanno le cose e di quei pochi pochi le sanno capire e ancora più pochi le sanno apprezzare: “Posso”? –Con la sua birra in mano si era seduto al tavolo– “Vieni spesso in città”?
No”! –aveva commentato l’altro. Era un tipo da monosillabi. Con gli occhi che subito si rifugiavano altrove. E un orologio troppo grosso e lustrato per essere vero. La fede sottile al dito, ma era ancora abbastanza giovane. Lo valutò tra i trentacinque e i quaranta. E si vedeva a un miglio che era fuori dalla sua acqua. Lui era un ottimo osservatore. Gli era andato in soccorso. Per un attimo si era abbandonato alla vanità di provare orgoglio di sé: “La città è strana. E’ un grande mare. Ci si perde. Io ci sono nato. Abito non molto distante. Ma in città le distanze non sono le stesse. Certe strade attraversano l’universo. E qui vicino può essere anche dall’altro capo del mondo. Per uno che non la conosce”.
E senza lasciargli il tempo di osservare alcunché aveva cominciato a rompere il ghiaccio. Aveva ordinato un birra anche per il suo nuovo amico, per l’ospite. Gli aveva chiesto del suo lavoro. Se gli piaceva il cinema. Della sua famiglia. Aveva visto le foto delle sue due bambine. Graziose; non ci si poteva azzardare fino a definirle belle. Gli anni sarebbero stati impietosi con loro. E quella con l’apparecchio aveva già le sembianze di come sarebbe stata vecchia. Sola, con gli occhiali e con poca pelle addosso. Anche quel fotografo era stato un pessimo fotografo. Tra loro amavano chiamarsi Adamo ed Eva. Come fossero i primi. Come fossero i soli. Trovava una grande fantasia e altrettanti pretesti per gli scatti. E quando non aveva la macchina usava lo smartphone. Gli piaceva immortalare quei momenti. E quegli occhi. Cercava di coglierli senza farsi scorgere. Di sorpresa. Nel bel mezzo del gesto. Con le loro espressioni naturali. Poi se li guardavano assieme ridendo.
Lo vedeva ancora guardingo. Lo aveva tranquillizzato e poi avevano riso insieme di quelli. Allora aveva potuto spiegargli che in città certo non mancano le opportunità; quelle per divertirsi. Che anche a lui piaceva divertirsi. Gli aveva fatto l’occhiolino facendo cenno alla barista. La ragazza non era niente male per lavorare in un posto simile. Ne fu attratto. Prese nota di ricordarsene. Mise gli occhiali da sole e tornò ad occuparsi solo del suo ospite. Non voleva accettare nessuna distrazione. Non se lo sarebbe permesso. E quell’uomo era uno di quelli che avevano mandato a memoria quella che chiamano gentilezza ed educazione. E le parole avevano cominciato a trascinarsi le une con le altre. E le birre pure, a chiamarsi una dopo l’altra. In poco tempo aveva smesso di tener conto delle bottiglie che s’erano scolati. L’altro gli aveva detto persino che era tifoso della Spal o della Sambenedettese; non era certo la stessa cosa, ma lui aveva subito un breve attimo di distrazione. Non che l’altro si fosse trasformato in uno loquace ma rischiava di perdere sia il filo che il senso.
Gli aveva chiesto se aveva un posto dove andare. Perché non cenare assieme? Che lui li conosceva i posti. Aveva guardato l’orologio. L’altro gli aveva chiesto se aspettava qualcuno. Gli aveva spiegato che si stava scordando che aveva un appuntamento con sua moglie: “Scusami. Faccio subito. In un attimo. Se per te va bene… la chiamo e ci facciamo raggiungere direttamente al ristorante. Eva. Se ti va? Non farti riguardi. Non darti pena. Lei è sempre contenta di quello che decido. Offro io. Per una volta. Ad una nuova amicizia. Per uno che è appena arrivato in città. Non vorrei che… Qui è facile. Ti perdi subito. Ed è pieno di gente pronta ad approfittare. Per uno nuovo. Non è difficile mangiar male e pagare una follia. A buon rendere. E poi dobbiamo finire quel discorso. Mica mi puoi lasciare a metà”. Poi aveva insistito: “Prendiamola mia. E’ sciocco muoverne due. Poi ti accompagno io a prendere la macchina. Puoi lasciarla qui. Nessuno la tocca”. E l’altro si era lasciato convincere. In verità non gli aveva mai lasciato il tempo nemmeno per un’obiezione. E non pareva in grado di farla.
Appena l’aveva vista aveva capito che era dell’umore giusto. In uno di quei suoi momenti magici. Che si sarebbero divertiti. Anche l’altro l’aveva apprezzata appena arrivata. Si erano messi a tavola e Eugenio aveva fatto accomodare opportunamente il nuovo conoscente vicino alla sua compagna. E lei aveva cominciato subito la sua recita. E poi era arrivato l’antipasto e il primo e aveva cominciato a scorrere del buon vino. L’uomo aveva provato a ritirare il bicchiere ma non glielo avevano permesso. E la temperatura era salita. E dopo un poco lui smise di cercare di rifiutare quei cicchetti. E l’aria si era fatta bollente; non solo del vino e della loro allegria, delle loro risate: “Ma lo sa che lei è proprio… divertente? E anche… un bell’uomo? Vero Adamo”?
Tessa poteva benissimo fare l’attrice. Ne aveva il fisico e tutte le capacità. Si complimentò di lei, di sé stesso e della sua scelta. Non avrebbe potuto trovare una compagna migliore. Il loro ospite sudava ormai copiosamente. La troppa birra, e il vino, l’allegra compagnia e quella serata stavano da tempo facendo il loro effetto. E lei gli batteva la mano sulla spalla. Rideva ad ogni sua battuta, anche la più stupida e banale. Di barzellette che avevano più anni di Noè. Si complimentava della sua sagacia e della stessa simpatia. “Quella del buon pastore e della capra me la racconta di nuovo?” –si mostrava come una vera compagnona; una donna che sa stare tra gli uomini. Si mostrava di ottimo umore e allegra e soprattutto si mostrava. Si mostrava e non si mostrava. Si chinava con mosse misurate ed audaci. Fino a quasi l’impossibile. Poi si scusava e fingeva di ricomporsi: “Non faccia caso a me. Sia gentiluomo. Mi versi un altro goccio”. Accavallava le gambe e cercava inutilmente di sistemare la cortissima gonna: “Certo che queste sedie son proprio scomode; non trova”? Intanto le barzellette dell’ospite si facevano via via più spinte, volgari. E lei sempre a riderne. Mostrando imbarazzo e impudenza. Con una condivisione azzardata. Incoraggiandolo. Con una complicità sfacciata. Corrotta. Senza vergogna tranne quella palesemente e gioiosamente e insolentemente simulata. Il massimo l’aveva raggiunto quando un capezzolo se n’era scappato e aveva fatto capolino dalla scollatura; “Ops”!
Lui la trovò una vera interpretazione magistrale. Aveva temuto che avesse esagerato. Che si fosse soffermata un attimo di troppo prima di ricomporsi e sistemare nuovamente il seno nella camicetta. Era stato il dubbio di un secondo. L’uomo aveva gli occhi di fuori. Tondi come due soli gasati. Non riusciva a districarli da quell’abisso. Cercava di indirizzarli verso di lui e di dirgli qualcosa. Le parole e gli sguardi andavano ognuno per proprio conto, in una danza impacciata e goffa. Veramente esilarante. In quel momento Eugenio la desiderò in una maniera imbarazzante. Come gli sembrava di non averla voluta ma. Ma quel gioco era troppo affascinante per tradirlo lasciandolo a metà. E non aveva ancora cuore di salutare il nuovo amico. In seguito ebbe conferma da Teresa che anche l’eccitazione del loro ospite era altrettanto evidentemente ingombrante. Non poteva essere più orgoglioso di quella donna.
Li aveva lasciati soli giusto il tempo per andare al bagno. Forse un niente studiato di più. Mentre era via era successo. Lei glielo avrebbe raccontato in seguito. Appena tornato già qualcosa lui aveva intuito. Dagl’occhi bassi di lui. Da quell’aria colpevole. Dalla diversità con l’aria completamente soddisfatta di Tessa e dal suo sorriso raggiante e dominatore. Dalle sue stesse parole: “Non vedevo l’ora che tornassi, caro. E’ stato un attimo ma ci sei mancato”. Come seppe poi, e come aveva potuto immaginare non appena si era allontanato, quell’uomo aveva provato a mettere una mano sul ginocchio di Tessa. E poi aveva provato a farla risalire fino alla coscia. Lei aveva tolto sdegnosa quella mano. E aveva detto un classico della letteratura idiota: “Ma come si permette”? A che l’uomo aveva balbettato delle improbabili e molto imbrogliate scuse. Si era quasi soffocato della propria saliva. Aveva aggiunto ancora qualcosa su quel che credeva o aveva creduto e su ciò che lo poteva aver tratto in inganno.
Eugenio aveva proposto un brindisi. L’uomo aveva faticato ad alzare il bicchiere e quel bicchiere gli traballava in mano. Eugenio non sapeva né voleva più trattenersi. Non sapeva come gli venivano in mente queste idee: “Alla bella compagnia. –poi si rivolse distrattamente a lei– Vorrei solo farti sentire il suono di un silenzio. L’odore del mare. Alla mia unica donna. Al mio grande amore. Vorrei dedicare un brindisi che non è ancora stato detto, ma mi mancano le parole. Alla compagna fedele che ogni uomo mi dovrebbe invidiare. Auguro che la vita sia sempre dolce come un soffio e che la culli di sogni sereni”. Non ricordava dove l’aveva letto. Si decise: “Ci vorrebbe un po’ di musica”. Si era alzato per mettere nel vecchio jukebox un vecchio motivo di Don Backy: Serenata. Amava quelle cose passatiste e restava un inguaribile vecchio romantico. A lei piaceva questo lato del suo uomo. Le era sempre piaciuto. Tornando al tavolo si era acceso una sigaretta.
Perché racconti queste cose”?
Si china, la bacia e le dice: “Perché sei una puttana”.
Sorride lusingata. Inorgoglita: “Ci devo pensare”. Poi si rivolge allo sconosciuto: “Lei che ne dice”? Quello la guarda allibito. Cerca aiuto dove non lo può trovare, da Eugenio. Eugenio gli lancia solo un sorriso garbato. Si dispone ad aspettare una risposta. Lei sembra faticosamente rifletterci. Si versa ancora un altro goccio di vino. Riempie il bicchiere delle sconosciuto. E allora lui insiste: “Ci hai pensato”?
Lei ha un sorriso sereno. E prende una decisione: “Mi piace. Lo so che a una domanda non si risponde con una domanda. Ti piace quando ti faccio diventare duro l’uccello? Sei sempre così egocentrico. Così preso da te”.
Non si aspettava nulla di diverso. Non certo quel tipo di protesta: “Non era questo il punto. Non parlavamo di me. Se te lo vuoi sentir ripetere. Sai cosa mi piace. In fondo non è vero che è questo il nostro piccolo gioco? Che è questo che mi fa impazzire, di te. Vuoi che te lo dica ancora? Lo sai. Come sai far diventare duro un uccello”.
Lei si mise teatralmente una mano davanti alla bocca; era decisamente soddisfatta: “Lei non deve pensare… Anche se noi… E’ vero, ci siamo lasciati un po’ andare. Il vino. La compagnia. Una parola tira l’altra. La sua naturale simpatia. Anche se ha visto qualcosa che non doveva vedere. Ci scusi. Anche delle nostre parole. Spero non si sia annoiato. –l’altro aveva cercato vanamente di dire qualcosa– Io non intendevo quello. Volevo dire proprio solo che mi piace proprio il cazzo. Il suo. E Adamo mi è piaciuto fin dal primo momento. Ti ricordi caro”?
Il suo desiderio di lei era colmo di impazienza: “Non vorrei annoiare il nostro ospite. In fondo sono cose nostre. A lui che gliene può importare. Ma certo che ricordo. Come potrei non ricordare. E’ stato subito amore a prima vista. La doveva vedere. Eravamo ad una festa da amici; vero? Me lo ha preso in mano davanti a tutti. In mezzo alla sala. E mi ha chiesto lei: «balli, bello»? Senza lasciarmi nemmeno il tempo di dirle: piacere, né di invitarla io a ballare. Prima ancora che mi togliessi il cappotto”. Poi si rivolse all’uomo: “Credo tu mi possa capire. In quel momento. E poi… chi non impazzirebbe per un paio di tette come le sue”?
Lei sembrava volersi scusare: “Ero curiosa. Volevo vederlo subito. Controllare. Sono sempre stata curiosa. Mi deve scusare. Se non fossi una donna sposata, e che ama così il proprio marito, sarei stata curiosa anche di lei. Peccato. E’ una curiosità che non mi potrò mai togliere. La ringrazio per la bella serata. E’ stato un piacere”. Poi si rivolse solo all’uomo: “Anche lei pensa che non si può non perdere la testa per un paio di tette come queste”? Lui non sapeva proprio che cosa rispondere e aveva finito la saliva. E gli occhi erano ormai completamente annebbiati. Forse nemmeno aveva capito la fine del discorso, e di cosa stavano ormai parlando. Forse se le potrebbe sognare tutta la vita. Potrebbe.
Poi lo hanno accompagnato con la sua macchina. Hanno dovuto aiutarlo a salire perché era ormai malfermo sulle gambe. E quella volta gli era proprio sembrato che non fosse necessario. Dopo le aveva chiesto: “Ma era proprio indispensabile? In fondo”…
Un corno. Sai che non mi piacciano gli ubriachi. E poi ci ha sporcato la macchina. E mi aveva vista. E sai che non mi piace che tocchino. Le cosine mie. Le cosine nostre”.
Lui aveva concluso: “Cosa dici se così ubbriaco è finito in un fosso”?
Toccava sempre a lui sistemare dopo il corpo, ed era un corpo da povero cristo. Non gli avevano chiesto nemmeno il nome. La città è sempre più una giungla.1

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Questa è una storia vera, potrei giurarlo sui figli di Armando che ne ha cinque. Pioggia o meno esco di casa per lusingare il lupo solitario che vive a casa mia. Mi reco alla solita caffetteria perché sono solito farlo pressoché da sempre. Entro e dietro un leggio una bionda anonima legge con voce di pochi colori, che si sofferma, pezzi brevi di prosa a poche persone che vorrebbero solo gustarsi un caffè. Certuni cercano almeno di darsi un tono. L’ascolta anche l’assessora con un sorriso soddisfatto che la fa sembrare persino più donna. Lei non mi vede né io la vedo. Non debbo nemmeno passare l’ordinazione perché ormai mi conoscono. C’è un che di imbarazzo in ogni persona e ogn’uno crede di dover dire sottovoce. Dal banco mi allungano la tazza, la pastarella e uno sguardo che pare spiegare “Porta pazienza“. E’ un’iniziativa, forse, meritoria. Metto solo un cucchiaino di zucchero ma il caffè è troppo dolce. Avrei preferito incontrare Annastella ma solo un pazzo può uscire con un tempo simile e mi preparo a tornare. I piccoli paesi di provincia sono sempre più colmi di insidie e pericoli.

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