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Posts Tagged ‘pubblico’

tazzina di caffèAvevo strappato i giorni. Uno ad uno. Lentamente, ma deciso. Un foglio al giorno. E ne restavano sempre meno. Ma sono gli anni quelli che contano. Quelli che pesano. Questo pensava il vecchio Piero. Certo, anche l’età è una consuetudine, un pensiero, solo un concetto. C’era ancora chi pensava all’amore e chi si abbandonava alla rassegnazione, chi si lavava spesso e chi era incontinente, chi teneva i denti nel bicchiere e chi ghignava con l’ultimo traballante, chi aveva ancora voglia di leggere e chi nemmeno cambiava canale. Certo la tele era il più frequente motivo per litigare. Piccola umanità. C’era chi riceveva spesso visite e chi, come la vecchia Elvira, guardava assorta sempre la stessa foto. Chi si cantava in silenzio una vecchia canzone muovendo solo le labbra. Ci avrebbe seppellito tutti la vecchia Elvira. E le si girava distanti per non sentire ancora quella storia. Lui, a volte si faceva rapire dai ricordi o rapinare da essi. Restava muto con lo sguardo fisso davanti a sé perso nel nulla. C’erano spesso attimi di mutismo assoluto, dove bastava una mosca a fare un rumore assordante. Non durava mai molto. Poi si alzava un brusio. O esplodeva la confusione, persino le baruffe, improvvise. Nemmeno si ricordava perché se l’era presa l’ultima volta. Qual era il motivo. Poi la sua acqua l’aveva ritrovata. L’aveva solo scambiata di posto.
Guardò l’orologio, il vecchio Piero, anche se non aspettava nessuno. Che poi doveva saperlo perché in quel momento c’era il giro delle pastiglie. Le mise nella scatoletta, ogni pillola nella sua cella. Riusciva a distinguerle per colore e dimensione. Gli occhi non l’aiutavano più molto. Quando iniziava il giro Gilberto diceva sempre: «Ecco l’elisir per l’eternità.» e poi rideva da solo. Ma il povero Gilberto se n’era andato in silenzio due giorni prima. Non era di grande compagnia e non aveva il senso della battuta, il povero Gilberto. Aveva lasciato solo le sue ciabatte e i suoi ultimi odori. Il suo letto era rimasto vuoto per poche ore. Era ancora caldo. Con quello nuovo il vecchio Piero non era ancora riuscito a parlarci. Quasi sempre i primi giorni si fatica a trovare un argomento, anche una sola parola. Era stato così anche per lui. Tanto tempo che non cercava di ricordarsi nemmeno quanto.
«Viene a prendere un caffè»?
«Sai che non posso. Sai… le ragadi».
La macchinetta, come il solito, era fuori servizio. E l’uomo non si vedeva. Che poi faceva un caffè che te lo raccomando. Era una sciacquatura che nemmeno ai morti. No! non l’avresti servita nemmeno al tuo peggior nemico in un momento di completo odio. Era solo per fare due passi. Possibile che a Marchesini glielo dovesse sempre precisare. Che si poteva prendere anche un bicchiere di niente; e senza limone. Aveva bisogno di andare al bagno.

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Pioggia dietro i vetriCazzo cioè cavolo, arrivo per accorgermi che si son persi le valigie. Non ho con me nemmeno lo spazzolino né un paio di mutande di ricambio. Scendo all’albergo e mi dicono che non hanno nessuna prenotazione. Provo a telefonare senza beccare la linea. Aspetto al bar mentre prendo un caffè e butto un occhio alle ultime sul giornale. Quando comincia non smette mai e le strade sono il primo posto da evitare. Mi dicono con rincrescimento che hanno solo una camera libera, spetterebbe a me ma, da cavaliere, la cedo alla mia compagna di viaggio. Mi dice di chiamarsi Nadia e insiste perché per una notte possiamo anche accomodarci, se io le prometto… La lascio insistere per un po’, sempre per quel fattore della cortesia, ma alla fine mi arrendo. Le cedo il passo e ho un’ulteriore conferma che non avrebbe avuto nessun bisogno di insistere, e mi risparmia delle promesse. Lei preferisce la destra e io gliela lasciò volentieri; mai fatto questioni di principio su queste cose. Ci sentiamo entrambi stanchi per il lungo viaggio. Ha anche un bel sorriso: “Faccio in un attimo!” Si mette un pigiama a fiori e se lo lascia subito togliere ancora davanti al frigo-bar. Se ne resta lì un attimo vestita solo di sé e di un velo di inimitabile pudicizia. Nel periodo dei monsoni è facile scambiare il giorno per la notte, la pioggia sembra non smettere mai e il giorno avere fin troppe ore. Cerco di dimenticare e di far trascorrere ad entrambi la maggior parte di questa maledetta stagione scacciando i malumori. Quando spengo la luce fuori è sempre quello stesso grigio, il colore non si da pena di spiegare se è alba o pomeriggio; è solo antracite. Mi sveglio come avessi dormito cent’anni e fuori piove ancora. Il rumore è un ronzio che invita alla pigrizia. La cerco vicino e non la trovo. Nel cuscino c’è ancora il suo profumo. Nel portafoglio c’è solo il mio bigliettino da visita. Sopra ci ha stampato le sue labbra con il rossetto.

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I due protagonisti della vicenda sono un uomo ed una donna, approssimativamente una coppia. Entrano in scena e l’eco dei loro passi sul tavolato tradisce il carattere di rappresentazione. In platea si interrompe il chiacchiericcio, si fa silenzio. L’attenzione va ai due che si studiano, alla luce che li mette in mostra, che ne sottolinea il minimo gesto, le espressioni.
Il povero autore ha cercato di rendere i dialoghi credibili; se non veri almeno verosimili. La cosa non si è mostrata completamente agevole. La comunicazione orale fa poca attenzione alla grammatica; incespica, usa termini gergali, sbaglia. L’esigenza di parole e suoni, la fobia di una disputa porta i dialoganti, più che altro duellanti, ad interrompersi l’un l’altro. E’ soprattutto l’uomo ad avvalersene. Per minore pazienza. Per maggiore arroganza. Non sta a queste pagine cercare una verità non sempre rintracciabile. E poi hanno l’ambizione di entrare nella parte. Di trasmettere emozioni. E da lì che si preannuncia il dramma. Non era questo che voleva.
Si può persino supporre che ormai sia nelle dispute che trovano più passione. O che si trovi solo lì la passione. I nostri protagonisti infatti non sono più ragazzi. Stanno assieme da tempo, tanto che quel tempo li ha stancati. Si guardano con sospetto prima ancora che cominci la disputa. Il pubblico si divide a metà; come sempre. Chi fa il tifo per lei. Chi per l’uomo. Solo le ragioni distinguono uno dall’altro. Ma sulle ragioni è meglio soprassedere. Scopriremmo che qualcuno lo fa solo perché lei, sotto l’occhio di bue, sul palco, sembra certamente bella. O perché lui è lui cioè un marito. E un marito ha pure dei diritti. Cioè per futili motivi. E poi le donne debbono imparare a stare al loro posto. Nel contempo lui ha tuffato l’attenzione dentro il giornale. C’è forse un’offesa maggiore?
L’attore appese il cappello all’attaccapanni. Lei si sistema una calza. La platea è in visibilio. E’ chiaro che lei pensa ad un altro. Che ha un altro. Che vuole rovinare la vita al pover’uomo. La moglie in prima fila pianta il gomito nel fianco del compagno. Da dietro rimbomba un colpo di tosse. Fuori dalle finestre del palco scoppia un temporale. Le disgrazie non vengono mai da sole. La radio è una radio di guerra. Vecchio modello e vecchi stridii di voci del passato.
Quell’attore è un cane. Suona tutto falso nella sua voce. Lei, invece, sembra comprendere completamente la parte. Avere quella pazienza stanca è provata. Sa cosa vorrebbe il pubblico. Per quello un po’ di pepe non le parrebbe inopportuno. In fondo un centimetro di pelle in più o in meno non ha mai fatto del male a nessuno. Povero illuso. Ed è come se conoscesse perfettamente l’argomento. E forse è proprio perché l’ha vissuto e lo sta vivendo. E’ sempre così. Fuori dal palco nulla finisce, e la rappresentazione continua. Forse quella disputa non è mai finita, e non c’è rappresentazione che la contenga. Forse stanno continuando un argomento spuntato dal nulla già durante la colazione; chi può dirlo. L’unico spettacolo che non si chiude con la parola fine è la vita. Persino quando una persona viene a mancare lo fa a metà di una frase, nel bel mezzo di un gesto, lasciando un sacco di cose e di parole a metà; in sospeso. Sarebbe troppo facile. Piomba il silenzio.
Mai più marito e moglie a interpretare un marito e una moglie. Lui fa a brandelli il giornale. Lei gli confessa un tradimento. Gli rinfaccia cose irripetibili. Sbatte un piatto vuoto sulla tavola. Finalmente è riuscita a lasciarlo esterrefatto. La luna spegne la giornata sul fondo, dietro quell’unica finestra. Si ode un guaito. Forse nelle sue corde viene più naturale una storia d’amore. Un pizzico di romanticismo. Ma l’autore si reputa una persona impegnata. E per questo verga il suo biglietto col sangue delle proprie vene.

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adesivo FLC CGIL: io aderisco sciopero generale 6 maggio 2011Io oggi sono in sciopero. Le ragioni sono nel volantino in formato PDF al link qui sotto. Se le ragioni non sono bastanti ne possiamo trovare a uffà; quante ne vogliamo.
6maggio venezia

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Dopo la maschera rimase nudo. Le parole stentoree aleggiavano ancora in sala. L’attore scese in platea, abbracciò il principe e lo baciò sulla bocca. Vi fu un brusio in sala. Fu per questo che fu condannato a bruciare per tredici volte. Una stola di visone applaudì alla sentenza. In mille corsero fuori per non tardare all’esecuzione, spingendosi l’uno contro l’altro. “Signora; posso camminare dove cammina lei”? Nella piazza dei giullari anche una risata può trasformarsi in dramma. Lei salì con tutta la sua arroganza: Ecchediamine! era pur sempre la prima donna. La madre invitò la vicina ad apprezzare la sua consumata bravura e la dignità con cui denudava il petto al giudizio degli uomini e a quel fuoco. Gli uomini spalancarono gli occhi al cospetto del suo petto e solo per un attimo maledirono le fiamme che toglievano loro il tempo e confondevano l’attenzione. In realtà lei aveva una voce afona, nasale, ma non aveva bisogno di parlare. Nessuno aveva mai visto niente di più vero di quel vero. Intanto sul rogo la punizione straziava agli interpreti le vesti e le carni. Presto tutti scordarono ogni disapprovazione e furono colti dal massimo entusiasmo. Il ragazzino chiese alla mamma perché i Babbonatale scappassero così dalle finestre.

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Più che un commento è occasione per un altro post, anche se fin troppo ne ho parlato. Quando sono entrato in questo mondo l’ho fatto con (e per) amici e altri ne ho trovati. Ho deciso allora di limitarmi a una cose alternative alle loro; ché già loro fanno meglio. Per chiosare sull’attualità preferisco leggere lei che cimentarmi io, e lei ha anche un’ottima scrittura. Per parlare di libri e spettacoli lo lascio a Marino. E’ la mia cara Ross che si incazza “qui” per i fatti della politica. Per ridere a denti stretti cercando di guardare il mondo con ironia ho incontrato Gians. Etc. Così ho deciso di limitarmi a poche cose, e limitarmi sempre più. Alla fine non posto che quasi esclusivamente cose mie: raccontini, poesia, immagini di “quadri”. C’è da aggiungere che ultimamente, per pigrizia e tempo, inserisco i raccontini scritti a suo tempo per un amico con cui non collaboro più (troppo lungo e triste stabilire i perché). Per lui mi occupavo anche di una rubrica musicale. Quei raccontini avevano la funzione principale di tracciare e/o abbozzare una parvenza di storia in pochissime righe.
Il viaggiatore della rete, proprio per un vizio del soggetto blog (diario elettronico), cerca sempre di trovare nei post qualcosa di autobiografico lasciato dall’autore. Spera nel pettegolezzo. Non qui. Come messo in testata questa mia è solo una ricerca di linguaggi su “prove di comunicazione”; scrivo cioè solo prosa e godo nel farlo. Prosa che nasce e si ispira dei momenti più disparati. Vi è in più del pudore e la non volontà di mettermi in vetrina. Così, ripeto, qui è solo pura fantasia. Se a volte la protagonista è una donna, giovane o vecchia che sia, giuro che non sono mai stato donna. Se è un uomo giovane giuro che lo sono stato. Se è anziano giuro che non sono invecchiato così. Giuro ancora una volta che non ci somigliamo nemmeno nei caratteri.
Se c’è, per esempio, l’avaro cerco di immedesimarmi immaginando come può ragionare in quanto io avaro non lo so essere, nemmeno di sentimenti. Se è un geloso: ho convissuto con la gelosia ma non l’ho mai provata dentro di me. Se è uomo di destra io sono decisamente del lato opposto. Se canta, lo ammetto, sono stonato. Sono fedele anche se cerco di scrivere di un donnaiolo. Insomma questo non è assolutamente un diario ma il suo opposto. Ben poche volte parlo e ho parlato di me per essermi trovato davanti ad un fatto che poteva essere di interesse o per cogliere un vezzo generale. Ho tradito tutto questo solo per un breve periodo lasciandomi lusingare dalla favola che ho vissuto ritrovando la mia compagna. Magari ne abbiamo parlato fin troppo perché ci pareva (e pare) la più bella tra le favole. A volte l’uomo (non solo il bimbo) ha bisogno anche di favole. Questo è il quanto. Torno a parlare di figure che non esistono: come la sconosciuta qui sotto che proprio poiché sconosciuta non l’ho conosciuta mai.
In Fede: L’AUTORE

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linguacciaCerte notti la macchina è calda; altre notti non c’è verso, proprio non vuole andare. Ciack aveva completamente cannato l’entrata di Elouise. Con tutte le volte che l’abbiamo provata. Non si sentiva un cazzo, sopra quel cazzo di palco. Si era ripreso subito. Forse nessuno se n’era nemmeno accorto. C’erano vuoti in platea. La finale della coppa italia? Strano paese di merda. No! non si può prevedere tutto. “Ma hai visto quelle sbarbine scatenare; lì, in prima fila, sotto il palco”? Erano quattro ragazzine dal viso pastrocchiato per sembrare cresciute. In preda all’isteria. Non sai pensare ad altro? Avevo l’impressione di averle già viste. E che ci dovessero essere poco distanti i genitori. A controllarle. Genitori permissivi, se avevano cercato di fuggire dal loro controllo. Di raggiungere i camerini. E c’erano riuscite. Non aveva nemmeno tette. Gli ho autografato la pelle. Era tutta contenta e siamo scappati via. Vita da rockers. Tutto come fanno i grandi. Ma quelli, i grandi, quelli arrivati, sono un’altra cosa. Chissà se se lo sono fatto il culo? Speravo che Peter ci trovasse almeno da fare da spalla. Lui dice che sarà per la prossima. E’ andata male. Sono stanco di sentirglielo dire.
Io cambierei la scaletta”. Non li sto ad ascoltare. Potrei dire parola per parola prima che escano. Sono le stesse dopo ogni concerto. Ormai è andata. A che serve star lì a recriminare? L’adrenalina scende. La stanchezza sale. Veramente nessuno ha particolarmente fame. Qualcosa dobbiamo bere. E mangiare. Prima di rimetterci in marcia. Il pezzo nuovo mi ronza in testa. Resto incerto sul verso tra amare e odiare. A volte ho il dubbio che potrebbe funzionare. E quello che non lo scriverò mai. C’è una che si sforza di diventare bionda, lì, nell’angolo. Da sola davanti ad una birra, scura. Fuori c’è un utilitaria scassata. Lei e la macchina si assomigliano. Mi ci giocherei le palle che stanno assieme. Ho spesso di queste idee. La guardo e si sente fissata. Non avevo nessuna intenzione. Distoglie gli occhi in modo evidente; infastidita. “Cazzo vuoi”? Non ci siamo che noi e lei. Non è il primo autogrill. Credo di non aver mai desiderato tanto il letto. “Ma avete sentito di quella cosa lì”? “Ma quel riff stavolta era proprio cattivo”. Sì! Proprio come l’acqua di seltz.
Lo penso e stringo le labbra. “E se campionassimo il rumore dello sciacquone; sarebbe una figata”. “Sarebbe una stronzata. E trent’anni dopo”. “Dici che l’abbiano già fatto”? “Ma nessuno se ne ricorda di certo”. Ha ragione Eros, con la base sola è tutto più semplice. Niente furgone. Niente rotture. Non dividi. Poche rogne per smontare e tagliare. Niente di niente. Mi chiama Angela. C’è poca copertura. Era l’ultima cosa che mi mancava. Siamo appena partiti. No! non so ancora quando potrò arrivare. Non mi aspettare alzata. Un poco sono depresso, comincio a pensare di non aver più l’età per certe stronzate. Le grido che non si sente più un cazzo. Butto il cellulare sul tavolo. Faccio segno che ho proprio bisogno di un altra birra. Mi duole la schiena. Il banconiere ha tanta voglia quanto me di muovere il culo. Passa lo straccio sulla formica e fa con comodo. Mentre aspetto accendo l’ennesima sigaretta. Di qualcosa si deve pure morire. “Date retta a me: questa musica è già morta. Si torna a quella buona. Alla balera”. “E quando mai è morta”? “Proprio perché è la migliore. E’ la vera musica”. La maglietta è tutta un sudore. Paco è al bagno. Dovrebbe smetterla. Almeno prima di mettersi al volante. “Ora va meglio; ne vuoi un po’“? “Magari dopo“.
E’ la sua solitudine che mi ha incuriosito. Una solitudine intristita. A quest’ora di notte. Invece sembra americana. Uscita da un college. E non è un complimento. Ci penso un attimo e decido di no. Però la fisso, forse proprio perché mi ha indispettito il suo gesto. Mi guarda di striscio. Alza il nasino con quell’aria di supponenza. Un poco altezzosità. Un poco superbia. Cosa c’è tanto da guardare? Mi piace aggiungere i dialoghi e immaginare le situazioni. Poi pare pensarci. Forse riconoscermi. Forse era in sala. Non può essere diversamente. Mi monta una rabbia: ma che ha lui più di noi? Adesso è lei che mi osserva con insistenza. E’ sprofondata in una maglia orrenda. La gonna è corta. Le gambe sono da bambina. Senza calze. Gli occhi sembrano piangere o rimpiangere. Il neon le colora il viso rendendolo ancora più etereo, inespressivo. Non cerca di sorridere. Forse quel viso non ne sarebbe capace. L’unica cosa che in lei può avere una parvenza di attrazione è l’età. E’ che alla fine è donna. E’ quell’aria di annoiata indifferenza. Deve avere certo più anni di quelli che mostra. E’ che tutto pare strano a quest’ora di notte. Quando tutto il resto del mondo sembra morto.
Ti dispiace se… vado io”?
Non ho proprio voglia di stare ancora ad aspettare. Sono io il cantante. E’ che non ho nemmeno nessun’altra voglia. Ci passo la mano. Ci provo anche e provo solo nausea. E’ una notte così. Lo so che un uomo non potrebbe dire di no. Non ha altro fascino; lei. Farlo in furgone poi non è il massimo. Può succedere ad uno di non averne voglia. E’ la prima volta. Non fa parte del contratto. Perché mi dovrei dispiacere? Nemmeno mi preoccupo. Gli altri non hanno la forza di mostrarsi sorpresi. E’ anche una delle prime volte che scappiamo così in fretta. Il viaggio ci aspetta. Casa. Comincio a non aspettarmi più il massimo. Li guardo. Nessuno pare avere niente da obiettare. Ma sì! Cico: “Fai pure”.
Si alza pigramente e va verso il tavolo. Solo un attimo. Lei si alza pigramente. Pare un poco delusa ma raggiungono l’uscita. Lui le ha già passato la mano sulla spalla. Lei gli ha già appoggiato la sua sul culo. Ci guarda, ci fa cenno e la bacia. Ridiamo in silenzio. Non ci sarà molto da aspettare. Solo che dopo ci dovremo sorbire il suo racconto. Lui ha la passione della cronaca, e ce l’ha per quella dettagliata. Per i particolari. Spesso si porta dietro lo scalpo, il souvenir. Manie da amatore. Certe volte non è da credergli. Certe altre è chiaro che se la tira. Paco non è più tra noi. Violino Jimy: “Quasi quasi dopo mi prendo un passaggio anch’io”. Non vorrei passare la nottata su questo tavolo. “Non rompere. Fa il bravo. Se non ti va prendete pure il furgone. Mi faccio dare uno strappo da lei e prendo un treno. E, già che ci siete, andate tutti a fanculo”.

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Fate attenzione
c’è     un poeta tra voi
          che vi osserva
                continuamente;
egli     ridurrà le parole
la vostra vita
i vostri gesti,     voi     stessi
                                vi ritroverete parole.
Ridipingerà le scale
     e quelle che salgono
     sia le scale che scendono
parole diverranno     gli umori
                       / ancora fra le labbra, i sapori
e anche le sensazioni
parole          il paesaggio
aggettivi     i sentimenti,
imbratterà il cavo bipolare della vista
              immergendolo
              in acidi caleidoscopici
e poi    in soluzioni iridescenti
        e    tutto il processo
                               (fissato)
                              che     vi scuote
si ridurrà           ad aborto
                 o           in un aborto.

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I post di questi giorni sono troppo personali, non metterei a nudo solo me, sono troppo privati per trovare posto in un blog. Meglio tacere anche se tutto è solo parole o vita o sentimenti (per quanto anche questi ultimi possano essere violenti). Sono post che richiedono silenzio; solo di essere taciuti.

Ho delle domande a cui nessuno potrà mai rispondere, io meno di qualsiasi altro. E’ spesso così. Ci sono domande che non hanno bisogno di risposte, e altre che le risposte proprio non le hanno. Io oggi ho domande che resteranno, lo so, ossessionanti dubbi. Col senso di quello che non riesci a prendere anche se è la ad un palmo. Certo ne avrei potuto fare un piccolo racconto, ma so che avrei tradito non solo me. E poi a che pro? E poi chi l’ha detto che il tempo può sanare ogni cicatrice?

Scrivere mi è difficile ma proverò, per il possibile, a farlo. Nel chiedermi se tutto questo ha un senso, e nell’interrogarmi se ha un senso anche continuare ad apparire in uno spazio blog, dedico solo a me una canzone di Fabrizio De Andrè da Tutti morimmo a stento dell’anno di grazia 1968: III° intermezzo. Perché l’ottimo Fabrizio mi parli, per dialogare con lui, per tacere ed ascoltare e intanto darmi altro tempo per riflettere e altro ancora. Nell’assurdo tentativo di ritrovare qualche pezzo di me.

Fabrizio de Andrè: III° Intermezzo.mp3

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/III-Intermezzo.mp3”%5D

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