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Posts Tagged ‘quarant’anni’

Lettera agli amici.
923483_10201165708725508_1862353943_nBene o male di anni e strade ne ho attraversati abbastanza. Come dice la canzone: «Ho visto bombe di stato scoppiare nelle piazze, e anarchici distratti cadere giù dalle finestre». Di santi e profeti ne ho conosciuti quanti basta. Sono rimasto agnostico, in tutto, nonostante le grandissime verità che mi sono state rivelate. Non posseggo quella Verità e anzi le grandi verità mi spaventano; coltivo il dubbio e ho sempre una domanda su tutto, forse anche una in più. Cerco di mantenere indipendente il mio agire, il mio pensare, il mio giudicare. A volte ci riesco, altre non lo so. Ammetto sono umano, fallibile e tra i tanti vizi ho anche quello del fumo. Solitamente non amo parlare, preferisco lasciarlo fare a chi ne ha più autorevolezza o ne ricava una maggiore soddisfazione. E’ anche una lontana scelta politica, non per questo mi sottraggo, quand’è necessario, ad esprimere il mio pensare. Qui è uno di quei casi in cui mi sento tirato per i capelli nel ribadirlo poiché, pur non chiedendo giustificazioni all’agire degli altri, queste giustificazioni mi vengono richieste per il mio sostegno alla causa palestinese. In realtà non sostengo la causa palestinese, sostengo la Giustizia, la Resistenza, i Diritti umani, la “Pace”. Ho sempre cercato di essere dalla parte degli ultimi. Tra i tanti miei “compagni di strada” abbondano le “anime pure”; ammetto di non esserlo. Preferisco il fare alle parole. So di non essere il solo. Non per propria aspirazione la Palestina si è trovata ad essere “esemplare” in questa Lotta e nel dar voce a questi Diritti; negati. Me lo ha ricordato un “amico” che mi manca: Vittorio Arrigoni. Non mi credo depositario del suo pensiero. Lavoro portando avanti solo una sua idea: «Restiamo umani». Per tutti quegli altri, li rimando ai mie raccontini sperando ne traggano piacere.
Non ho simpatia per il “pensiero unico”. Nel mio fare cerco di avere dei punti fermi, magari pochi ma chiari. Grossomodo girano attorno a pochi concetti, molto semplici poiché non sono un grande indagatore da vaste praterie di elaborazioni filosofiche. Allora parliamo di «Resistenza». Ne so poco ma da quel poco credo sia una cosa di una certa piccola complessità. Parliamo della nostra breve Resistenza di cui vado, e spero andiamo, ancora fieri. Sì! quella della «Bella ciao». Così m’è stata raccontata nei libri in cui ho frugato. Quella “nostra” Resistenza è durata due anni, anzi due stagioni poiché in montagna d’inverno fa freddo. Il primo anno le operazioni belliche sono state soprattutto dirette da Resistenti in divisa. Uomini, e ripeto Uomini, che avevano disertato l’esercito regio italiano per una scelta diversa, quella della dignità e dell’opposizione alla sudditanza al mostro nazista e alla barbarie. Da istruzione militare l’ingaggio contro il fascismo è stato provato in campo aperto, appunto con strategia militare. I risultati sono stati disastrosi per i Resistenti. E’ anche su quella lezione che le forze Resistenti hanno iniziato quella campagna in cui si usava una tecnica che molti anni dopo sarebbe stata chiamata di «Guerriglia» (non so se a qualcuno il nome del Che ricorda qualcosa?).
Quella, come ogni Resistenza, è stata fatta da Uomini, e naturalmente Donne, non si voleva fare qui un discorso di genere, diciamo da «Esseri Umani», che non hanno coltivato tanto il gusto dei paroloni ma hanno messo a rischio le loro vite. E come ogni Resistenza è stata una cosa complessa, nemmeno priva di eccessi. Come qualsiasi “evento bellico” non è stata fatta da, e per, stomaci delicati. Bisogna essere bravi a contestualizzare gli eventi. Si lottava per la Libertà. In quella lotta è vero che molti hanno imbracciato le armi, e a loro va il mio enorme Rispetto e tutta la mia Riconoscenza. Uguale Rispetto e Riconoscenza va a tutti gli altri Resistenti. Non meno resistenti sono stati i tanti, i fuoriusciti, coloro che hanno dato vita alla stampa clandestina, senza magari mai sparare un colpo. A chi ha fatto da supporto ai “Partigiani” in armi, che li ha ospitati, nascosti, sostenuti e sfamati. Agli operai delle fabbriche in sciopero. Uguale Rispetto e Riconoscenza e Ammirazione va naturalMente alle staffette partigiane. Mi fermo qui nell’esprimere il mio pensiero su questo poiché spero di essermi spiegato abbastanza. Ricordo solo che tra i molti che hanno perso la vita la maggior parte lo ha fatto senza aver mai sparato un colpo. Ma di tutto questo meno se ne parla meglio è, l’importante è tenerlo a mente, farne bagaglio, ideale.
Ora, secondo il mio buon senso, mi risulta che qualsiasi Lotta non sia fatta solo e soprattutto di proclami. Il “mio caro padrone domani ti sparo” non è uno slogan ed un invito perché lui, il padrone, non tardi all’appuntamento e si faccia trovare pronto. Nell’ specifico è semplice ironia. Nella Lotta avvertire l’avversario non mi pare poi una delle strategie più innovative e astute. Ma tant’è e poi questo esula da quanto volevo dire. Volevo invece soffermarmi su un altro punto. Il mio avversario l’ho sempre cercato davanti, non tra i nostri ranghi. La forza di una Resistenza sta nell’unione e nel riuscire a trascinare dietro le proprie Idee grandi aree della società, quello che per anni si è chiamato Popolo. Nel muovere classi sociali e consenso; facendo ogn’uno la propria parte. Cosa posso io fare per la Palestina? Poco. Quel poco, per mia scelta sta nel dar voce ai Palestinesi. Non a questo o quel Palestinese, ma ai Palestinesi. Ammettiamo che i Palestinesi sono un Popolo, non un pensiero unico. Un Popolo fatto di Persone, di Idee, a volte diverse, di Emozioni. Sono un Popolo in Lotta. Non mi sono mai sognato di parlare a nome loro. Di ridurli ad un’unica voce, tantomeno la mia. E a più voci abbiamo dato spazio e modo di esprimere il loro pensiero. E posso fare solo un’altra cosa che da molti mi è stata chiesta: «Informare». Informare come… DIRE LA VERITA’. TESTIMONIARE quello che succede in quella terra martoriata. Questo noi di “Restiamo umani con Vik” cerchiamo di fare con tutte le nostre forze e nel limite delle nostre capacità. Tutto quanto non chiaramente espresso al riguardo nelle mie parole si può evincere facilMente, non risparmiando la propria intelligenza, tra le righe. Parlo a nome mio senza giudicare il lavoro degli altri e ai giudici vada il mio… Andate con dio.
Mario Dal Gesso

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L'orologio della stazione fermo al momento dello scoppioIl 2 agosto 1980, alle ore 10,25, una bomba esplose nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna.

Nessuno potrà mai dimenticare. Uniti nel dolore ai famigliari delle vittime che chiedono ancora si faccia piena luce sulle responsabilità e sui mandanti. ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Manifestazione per il trentennale della strage

Manifestazione per il trentennale della strage

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Me ne sono accorto subito. Come facevo a saperlo. Ho provato a chiamarla, inutilmente. Poi ho cercato di raggiungerla portandomela dietro. Pesava in modo incredibile, nemmeno a provarci. Sono riuscito a stento a sollevarla. Allora l’ho inseguita tentando di riscuotere la sua attenzione: “Signorina! signorina”! Quando è stata costretta a voltarsi mi ha guardato con occhi che non credevo, avevano del malanimo. Le ho ripetuto, col fiato che mi rimaneva, “Guardi che ha scordato la valigia.” –e con il dito indicavo dove era rimasta. Era enorme. Una vecchia valigia rettangolare che i passeggeri erano costretti a passarci al lato per evitarla. Di quelle rigide. Gonfia. Era anche un pericolo. Qualcuno distratto prima o dopo ci avrebbe sicuramente inciampato.
Subito dopo non un attimo di smarrimento né di sorpresa. Sembrava come rassegnata ad una notizia annunciata. Si è voltata per seguirmi. Certo mi sarei aspettato una reazione del tutto diversa. Magari un po’ di gratitudine o almeno della cortesia. Bastava un semplice grazie. Invero nemmeno quello, ma quel po’. La mia era meno che una semplice cortesia. Il gesto che ti viene spontaneo verso tutti, anche per una persona che non conosci; anche se fosse stata meno carina che di spalle non avevo una idea certa. Invece quegli occhi che mi confidavano così erano due occhi che partecipavano ad un volto luminoso, pieno di un suo fascino. Solo davanti a quegli occhi avevo guardato meglio tutto il resto. E’ strano come a volte le cose possono apparire diverse a seconda del punto di vista dal quale si guardano. Nel suo piccolo era una creatura deliziosa, a prescindere dal rifiuto nei miei confronti espresso dal tono della voce. Eppure non avevo mai avuto modo di incrociarla. Di questo ne ero certo.
Senza la fretta mi sono mostrato disposto ad aiutare per trasportarla. Non era una cosa che mi sembrava potesse affrontare da sola. Mi domando come avesse fatto. Per questo, e solo per questo, le avevo chiesto, nonostante tutto, dove doveva andare. Nel frattempo, nel mentre i suoi occhi calmavano le emozioni, cercavo con un sorriso di rubarle un sorriso. Sì! mi chiedevo come una donna tanto minuta, e carina, potesse trascinarsi dietro un simile fardello. Poi, quando tutto sembrava volgere al meglio, improvvisamente le pupille le si erano gonfiate e riempite di lacrime silenziose. A quel punto mi sono sentito disarmato; disarmato e completamente preso alla sprovvista. L’istinto mi dettava di stringerla tra le braccia; naturalmente mi trattenni. Sono quelli i momenti in cui mi sento inadeguato. Con fatica cercava di soffocare i singulti che la facevano rabbrividire e le interrompevano il respiro facendole tremare il petto. Un seno che, anche se contenuto, si mostrava fiero di un suo non troppo celato orgoglio tendendo la maglietta sottile di un azzurro che sembrava rubato da quegli stessi occhi. Se l’aveva scelta con distrazione quella era stata una scelta che si armonizzava con tutta la sua persona: una scelta azzeccata.
Bazzico spesso intorno e dentro le stazioni. Sono posti in cui è facile trovare le occasioni. Qualcuno che parte; qualcuno che arriva sperso e disarmato, guardandosi torno o dentro un cartina della città; qualcuno immobile agli avvisi delle percorrenze, in difficoltà. Sovente è grazie a quell’aria da ultima spiaggia, da addio che saluta una partenza o altro, che è facile intrecciare un incontro. Far nascere una nuova conoscenza. Devo ammetterlo che spesso è stata una semplice distrazione, qualche volta mi sono trovato a fare semplicemente da guida, come si dice da baedeker, ma qualche volta, e non di raro, le persone che ho accompagnato si sono mostrate gentili e si sono sentite in dovere di ricompensare la mia disponibilità. Nel caso so parlare abbastanza correttamente tre lingue. Altre volte nemmeno quello, nemmeno il pretesto della visita alla nostra bella città, solo due passi. Incontri senza pretese e senza troppe domande. Sconosciute che, anche dopo averle conosciute piuttosto bene, erano tornate di buon grado ad essere sconosciute. Senza la minima lamentela né il minimo rimorso. Solo con quella Amélie avevo dovuto essere deciso. Nonostante quella erre un po’ francese e molto intrigante con la quale mi spiegava che era perché lei viaggiava molto, cioè spesso. Non perché non le credessi, ma quelle dovevano rimanere storie destinate a non durare né a portare troppi ricordi. S’era detta anche disposta ad essere molto generosa, o almeno lo aveva lasciato intendere, ma non potevo comunque derogare ai miei principi anche se forse era solo perché era una hostess.
Solitamente non mi sono mai trovato in un momento di imbarazzo, tranne con lei, e con quella Mania. Era una donna molto raffinata di origine Bulgara, Mania, ma parlava un italiano pressoché perfetto. Mi ha confidato, in un momento di affettuosità, che portava il nome della nonna e che quella nonna era stata una famosa attrice nel suo paese. Forse però io e lei non ci siamo completamente capiti perché dopo ha lasciato la stanza da pagare e mi ha chiesto anche dei soldi. Non che lo pretenda un obbligo ricompensare le mie, per così dire, “prestazioni” monetizzandole; a volte mi accontento anche di un piccolo regalino a scelta della mia ospite, ma non ho mai avuto comunque l’intenzione di essere io a pagare, per una donna. Ho avuto dei dubbi se inserirla nella mia speciale classifica, ma non vorrei parlare troppo di me, o dare l’impressione di volerlo fare in modo lusinghiero.
Col mio lavoro sono sempre per la strada. Non è facile ma in fondo mi piace. Non saprei restare chiuso in un ufficio. Ho anzi una certa avversione per quei lumaconi. Che trovano tutto già fatto. Al calduccio. In verità quel pomeriggio sarei dovuto passare da un cliente. Mi sono ripetuto che se non ci si diverte di tanto in tanto prima dei quarant’anni… e ai quaranta ormai non mancavano che un paio di misere settimane. Avevo avvisato Cesara che non sapevo quanto sarei potuto tornare. Lei ci era ormai abituata, con il mio lavoro. Dovevo darmi però una regolata: finivo sempre più spesso dentro una stazione. Ma anche lei, santa donna. Ma lei dormiva ancora quando mi sono alzato. E poi era iniziata male. Il primo mi aveva data buca. Quando una giornata comincia storta. Inutile sfidare la sorte. Il buon giorno si vede dal mattino. E’ nella mia filosofia. Anche il morale finisce per finire sotto i tacchi. In qualsiasi altro momento avrei allungato la mano per presentarmi e chiederle il nome, non con lei. Mi rendevo conto che tutto ciò mi aveva imbarazzato. E ancora non sapevo se partiva o arrivava.
Mi son sentito in dovere di offrirmi per invitarla a prendere un caffè. Lei mi ha preso sottobraccio per seguirmi senza dir nulla; decisa a accondiscendere quel mio desiderio. Non mi sono mai piaciuti i bar delle stazioni. Il caffè solitamente è pessimo e non paiono mai troppo puliti. Per non parlare del vociare. Mi sono quindi diretto verso l’uscita e lei ha continuato a seguirmi come completamente priva di volontà. Guardava gli altri e davanti. Ho pensato al bar dell’albergo Romagna perché è lì a due passi e perché si presenta molto bene. Nessuna ha mai avuto modo di lagnarsene e anche quando ho mandato un cliente è stato trattato bene e me ne è stato grato. Inoltre si riforniscono da una pasticceria che è una delle migliori della città. Per quei pochi passi sentivo già il braccio stanco. Lei, gentile, mi ha chiesto se non era troppo disturbo per me accennando al bagaglio. Non avrei potuto che risponderle con gentilezza che non mi era di peso. In verità ad ogni passo sembrava farsi più pesante. Lei non era una di molte parole, almeno non lo sembrava. Appena dentro mi aveva chiesto permesso per andare alla toilette. Dopo un po’ ho avuto il sospetto che non l’avrei rivista. Invece s’era anche scusata di quel ritardo. Aveva provveduto a sistemarsi il trucco cancellando gli impercettibili segni di quel suo incredibile e improvviso ingiustificato pianto. Sembrava comunque che tutto fosse scordato.
Come avevo previsto non mi era di molto aiuto. Dovevo essere io a tenere viva la conversazione, non che la cosa mi rendesse una particolare fatica. So come comportarmi in simili situazioni. E lei non rifiutava il dialogo, rispondeva con una crescente naturalezza, soltanto non introduceva mai di sua iniziativa un argomento. Parlavo di me e della città. Non volevo chiedere e non sapevo il suo rapporto con il posto. Decisi di parlarle come fosse in visita. Avevo anche notato che non era interessata all’andamento dei mercati né di poesia. Non sembrava una troppo attenta alla moda. Anche le bizzarrie del tempo possono offrire i loro argomenti. In tanto arrivò il caffè e lei si lasciò distrarre dal suo aroma e dai gesti abituali. Quando la vidi tremare le fermai la mano nella mia. Lei non si scostò. Lo interpretai se non come un incoraggiamento o una disponibilità almeno come una ritrovata tranquillità. I suoi occhi non fuggivano i miei e il suo linguaggio era quello di una lingua perfettamente composta. Le mani non erano particolarmente sollecitate nel gesticolare ancorché trattenute nelle mie. Poi gliele lasciai. Comunque si mostrava abbastanza attenta e interessata. Un paio di volte ha risposto immediatamente al mio sorriso. Altre ha impiegato solo un attimo in più di fatica. Intanto le dicevo quanto profondamente amavo e conoscevo quella città e come mi sarebbe piaciuto farle vedere quei posti che muovevano in me particolari emozioni. Non era sua abitudine interrompere. Continuavo a chiedermi se e quanto poteva essere interessata dai miei argomenti. Parlando mi distrassi. Sono così attaccato ai miei posti.
Non me la sentivo sfuggire ma nemmeno percepivo di aver fatto veramente breccia nel suo interesse. Era come passiva. Una perfetta ascoltatrice ma nulla di più. Fuori la luce perdeva di luminosità. Io non avevo fretta e lei non né mostrava. Probabilmente nessuno aspettava nemmeno lei. Tornai ad immergere lo sguardo in quella maglia azzurra. Non mi diedi fatica nel farmene scorgere, anzi cercai di richiamare la sua attenzione sull’interesse che destava in me. Lei pareva continuare a non volersene accorgere. Come se stesse solo lottando per non ricordare un’idea che testardamente spingeva per venire a galla. Mi chiesi se non fuggisse da qualcosa. Sono quelle le donne più interessanti e più appassionate. Alla fine anche le prede più facili. Avrei potuto cancellare ogni sua apprensione tra le mie braccia. A volte è così poco quello che chiedono. E in cui si accontentano di illudersi. Mi domandai se era di quelle che voleva sentirsi parlare di amore. Il pensiero mi parve buffo e trattenni a stento che mi sfuggisse una piccola risata. Tornai a controllarla. Mi parve ancora più fragile di quanto mi era parsa fino ad allora; quasi una ragazzina. Forse era proprio di quelle. Forse era proprio di quelle che non pretendono di crederci o di illudersi ma che ne hanno bisogno di una giustificazione; come un salvacondotto; come un doveroso tributo e prologo. Apprezzai come nel tempo passato in bagno avesse fatto un buon lavoro e il suo trucco fosse tornato perfetto e accurato. Non era molto ma il giusto per far risaltare la delicatezza dei suoi lineamenti. Non c’era nulla di volgare in lei, ma non si può mai sapere. A volte sono proprio quelle come lei… Controllo l’orologio e mi accorgo che si sta facendo tardi. “Un altro caffè? Magari, poi, se ti va, un cinema”?
Lei si aggiusta la gonna sulle ginocchia. Si guarda intorno cercando sguardi negli occhi degli altri avventori; come se fosse, per qualche motivo, interessata alla loro opinione. Mette il piede storto come per un passo distratto su quei tacchi così alti. Non me ne ero reso conto o almeno non quanto fossero sottili e pericolosi. Nessuno mostrava di conoscerla o interesse a noi. Nessuno tranne quello sullo sgabello. Certo quello al banco non faceva mistero di aver notato gli occhi che si portava appresso e di trovarli di interesse. Me ne ero accorto che era un po’ che le teneva l’attenzione addosso. Avevo il sospetto che quella valigia che si trascinava dietro avesse ancor più importanza in quel nostro incontro. Lei fece per parlare ma non disse nulla. Il suo silenzio era privo di pensieri. Aspettò ancora un po’ solo guardandomi. Forse stava giudicandomi. Stavo quasi per cercare una giustificazione. Alla fine, dopo quella infinita pausa, come se avesse avuto modo di riflettere, ha abbassato gli occhi. “A che servirebbe? A nulla. Inutile girare attorno alle cose; mentirsi. Tanto sappiamo come andrà a finire. E finirà che ti dirò di sì; ed è solo quello che tu vuoi. Non quello che vogliamo ma quello che vuoi. Allora è meglio non pensarci più e che saliamo adesso. Ti spiace chiedere della camera”?
Non ero certo di aver compreso tutto e quella sua filosofia ma di certo non mi dispiaceva. Non succede sempre ma succede. E quando succede è meglio essere pronti. Non mi infastidiscono le cose spicce. Invece a volte rimpiango il troppo tempo perso. La recita. La cerimonia. Ho guardato l’orologio. Non avevo cuore di chiederle di sistemare la stanza prima. Si era alzata appena mi ero alzato e non aveva fatto nulla per mettersi in mostra né per passare inosservata. Non come le altre. Non mi aveva preso sottobraccio né aveva provato ad accompagnarmi tenendosi a debita distanza. Semplicemente mi aveva seguito comminando al mio fianco. Al ricevimento ormai mi conoscono e il portiere mi ha fatto un sorriso e ha strizzato l’occhio. Era d’accordo con me che quella era una preda carina. Naturalmente non ha avuto bisogno di documenti. Ho chiesto se per il momento potevamo lasciare lì la valigia, che poi saremmo passati a prenderla. Poi l’avevo raggiunta; lei si era fermata davanti all’ascensore. Appena dentro ho provato a baciarla ma lei si è staccata. “Hai visto anche quello al banco”? Non ero certo di capirci qualcosa ma lei mi cominciava ad intrigare ancor più. Mi controllai allo specchio e sistemai il nodo sul colletto. Lei ebbe un impercettibile accenno di sorriso avendo notato quella mia vanità, come ne fosse lusingata. Appena in camera ho chiuso le finestre e accostato le tende; lei si stava già spogliando. Mi sono infilato sotto e mentre aspettavo di averla tra le braccia non ho potuto trattenere la curiosità che mi era rimasta. “Ma perché le lacrime di prima”?
Tu non mi conosci e io non ti conosco. Probabilmente non avremo modo di incontrarci una seconda volta. –intanto che faceva cadere la gonna restando in controluce e mi guardava senza bisogno di pudore– Non credo che tu me lo chiederai né io ho voglia che tu lo faccia. E’ sempre stata così. Ho un uomo che mi ama e un marito. –avevo notato la sottile fede al dito, nulla di impegnativo, una vera sottile che avevo pensato avrebbe dato meno problemi all’incontro– Non amo questo amore. E’ come un destino. Come se qualcuno mi avesse scritto una parte alla quale non posso sottrarmi. Ho questi occhi e questo corpo da portarmi. E come se non bastasse… Quella che volevi aiutarmi a trasportare, e che non mi hai lasciato perdere, ma non mi puoi aiutare, è la valigia dei miei ricordi. Come hai sentito il suo peso è ormai insopportabile e tra un po’, non lo dico per te, avrò questo altro da aggiungere. Vorrei poterla scordare ma come hai potuto vedere pare non sia possibile. C’è sempre qualcuno pronto a chiamarmi indietro, a rammentarmi che non ci si può lasciare dietro nulla”.

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