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Posts Tagged ‘Quattro amici al bar’

tazzina di caffèCi siamo salutati dandoci appuntamento per la domenica. Ci ritroviamo casualmente una mattina al bar, vent’anni dopo. Naturalmente tutto è difficile, non lo vedo bene e non è solo per una questione di vista. Lo invito a prendere un caffè, il suo bicchierino è già vuoto, mi spiega che non può prendere il caffè per non ricordo più bene quale malattia che lo affligge. Mi scuso. Gli chiedo come va per pura cortesia, e con fatica mi dice laconicamente: “Va”. C’è un naturale attimo di silenzio. Prendo un cappuccino con brioche. Per la brioche si unisce a me, poi si ordina un amaro. Dimentico di aggiungere lo zucchero. Mi scappa una smorfia anche se cerco di dare a vedere che non fa nulla. Penso alla madre ma era già vecchia allora. Non ricordo se è un figlio o una figlia, perciò evito. Allora gli chiedo della moglie. Abbassa gli occhi. Deglutisce a fatica. Mostra disagio. Si fruga nelle tasche; forze cerca una sigaretta. Così vengo a sapere che lo ha lasciato per un altro poco dopo di allora, non so bene quale allora e non lo chiedo. Aggiunge che ! ha provato a rifarsi una vita, ma non è facile. Era una storia che era già iniziata prima, ma anche lei aveva due figli e piccoli. E poi –dice- sai come vanno le cose? ho perso il lavoro. Non potevo più stare in quella casa. Continua nell’esternare la sua vita di disavventure, ma, seppure me ne vergogno, avevo già smesso di ascoltarlo. Ho guardato l’ora, non potevo tardare all’appuntamento; e lui se n’è accorto. Pareva dispiaciuto. Ha cercato di trovare altre cose. Mi ha chiesto di amici comuni i cui nomi non mi dicono più nulla. Ha chiesto di me mostrando palesemente e senza imbarazzo di non essere interessato ad una vera risposta. Aveva bisogno di parole ma soprattutto di essere ascoltato. Gli faccio intendere che debbo proprio andare; poi sono costretto a dirlo. “Peccato”. Fa il verso poco convinto di prendere il portafoglio, lo arresto con un deciso “Faccio io.” a cui non riesce a opporre la minima resistenza. Ci salutiamo con un “Vediamoci, magari ti telefono.” ma sappiamo entrambi che non ci rivedremo più.

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[come nei veri romanzi]
Io, qui, sono Michele. Ovvero Michele detto “trombetta”, saltuariamente da Toni, e detto anche “cabasisi” da tutti; in realtà il nomignolo completo sarebbe “Cabasisi da Montalbano”. Veneziano, migrato a Spinola circa trent’anni fa (che sono metà della mia vita). Pregi e difetti vi sarà modo di scoprili nel tempo. Sarebbe troppo facile descrivermi da me. In questo caso sarei alto, bello, giovane, aitante e naturalmente corteggiato; per il biondo m’è indifferente.
Martino Ricciardi detto “Prosty” (da prostata), il massimo malato insipiente di Spinola. Io preferisco chiamarlo per nome per evitare di sfiorare sensibilità. Di cognome lui dice di fare McBerty, una cosa alla scozzese, ma se l’è dato da solo. Uomo di grandi pazienze, che riesce a perdere solo con me, Martino è un amico socialista. Socialista tra tanti socialismi patacca. Di quelli che pronunciano ancora la parola socialista con orgoglio, riempiendosene la bocca. L’ultimo. Di quelli che ci credono. Che dicono: ma Pertini… Non di quelli che sono solo: non toccatemi Bettino. Di quelli che credono che il socialismo non possa che stare da una parte: la parte dei più deboli, degli ultimi. Il penultimo dei romantici (perché naturalmente anche in questo viene dopo di me, tanto la graduatoria la stillo io).
Gerardo Arrigò detto “Canapa” dopo che gli amici hanno scoperto che la stessa pianta da fibra, per essere trattata, viene messa a mollo nell’acqua perché ha sempre la canna dura. Il cuore grande della compagnia. Pronto a tutto per un amico, naturalmente purché non si parli di donne. Sull’argomento non guarda in faccia nemmeno il padreterno. Appena annusa odore di donna il collo si fa rigido e gli occhi frugano torno per poi puntare la supposta preda. Si crede un professionista, ma mi lascia qualche perplessità. Gerardo, è da lui, s’è fatto socialista, come un anarchico potrebbe farsi padre trappista, con la sofferenza, solo per affetto per Martino. Rimpiange realmente tale spesa? Questo non si sa, ma lui è uno che sa ascoltare. Se c’è da andare lui guida la spedizione. Naturalmente lui del romanticismo si fa una pippa, ma diventa mansueto quando c’è Enrica, sua moglie. Delle sue fantasie meglio soprassedere.
Lei è Lei (spesso qui e altrove richiamata), E Lei c’è comunque. E’ la celebrità del gruppo e della rete; persona verso la quale nutro una stima infinita. La migliore amica che si possa trovare; non fosse anche donna sarebbe perfetta. Sembra appena uscita non si sa da dove. Vorrei starla solo ad ascoltare perché ascoltarla è sempre un piacere. Non fatevi tradire dalle sue fattezze gentili; dal suo aspetto che può apparentemente sembrare fragile. Tra tanti uomini non si sente persa, si padroneggia, come sempre, da par suo. Magari non le dice ma le sa e ne sa comunque una di più di tutte quelle che potrei raccontare, in una vita intera, qui e in qualsiasi altro posto, e non è che io, come si può notare, soffra poco di logorrea soprattutto grafica. Non è grande ma una grande, anche se è ancora e sarà sempre la piccolina del gruppo. Difficile distinguere tra i due (tra me e Lei) chi crea più allergia agli amministratori; certo è che se ci vedono insieme corrono a confessarsi, dopo essersi toccati. E’ Lei quel sogno dai grandi occhi sgranati, e tra le tante cose belle che ha detto ce n’è una che voglio sempre ricordare: “è letteratura, bellezza!”
Toni Schiavon dettoMatusalem quattro polmoni” è Toni. E’ il più vecchio della combriccola, ma ancora pieno di mai sopiti entusiasmi; di ogni genere. Il sospetto è che la sua fantasia continui a navigare ben oltre il confini del suo fisico e delle sue possibilità. Cerchi di scappare anche dal pannolone. Come si fa a non volergli bene, a costo di pagare qualsiasi prezzo per non cadere ai suoi occhi; ma è un rifondarolo, per disperazione più che per attitudini. Con lui le discussioni non possono che accendersi ed animarsi. Ma ha un sorriso così innocentemente simpatico e vigliaccamente onesto che è impossibile non amarlo.
Quelli sin qui descritti sono i massimi e più assidui interpreti di quel brandello di quella commedia della vita che si svolge, mentre stanno seduti, al già nominato Bar da Clara, e ne fa cinque veri amici (quelli di Paoli erano solo quattro). Cosa unisce questi cinque individui a condividere le cose? che chi diserta è un traditore cioè chi si ritira della lotta è un grande figlio di… mamma birichina. Cinque individui così dissimili tra loro, per età, per idee, per cultura, per provenienza e storia, per vocazione politica, da sembrare impossibile anche il più superficiale degli approcci. Quello che li ha fatti incontrare e li rende affini è la loro generosità di affetti.

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/4amici.mp3”%5D

Poi c’è “Marc’Antonio due per uno” che è uno di quelli che si definivano, fino al congresso dei rifondaroli, un autosospeso. Ora ne ha piene le … sì, quelle. Ora è solo un compagno. Arriva sempre col suo piccolo e spaventato zoppicante cagnolino di nome Lenin. E’ l’ultimo a salutare ancora col pugno chiuso, cosa che a me non da certo alcun fastidio. Solitamente va di fretta ma la sfiga lo raggiunge sempre, e lui gli fa pubblicità raccontandola. Mai chiedergli come va se non vuoi essere sommerso da tutte le disgrazie del creato, e la maggior parte se le adotta veramente. Ha un solo dato somatico, l’impossibilità di andare d’accordo, in politica, anche quando è da solo.
Umberto Palma alias “Palma il vecchio” ha rappresentato tanto rifondazione che oggi come oggi più che rifondazione si chiama “quelli del Palma”. Talmente disposto a difendere tutto e anche il resto del suo partito da far offesa a qualsiasi sospetto di intelligenza e da non essere più creduto da alcuno. Lui è quello che a volte è talmente naturale cercare di evitare che persino lui si evita. A vederlo sembrerebbe che il parto dovrebbe essere prossimo. Arriva sempre dicendo che deve andare, cavalcando una bicicletta tristemente verde che non si è mai deciso di dipingere di rosso. Col tempo da leggenda si sta trasformando in malinconica tregenda.
Poi ci sono le compagne di questo branco di perdigiorno che con la scusa della politica se ne stanno a vigilare al bar e a scrutare un orizzonte pigro; il bicchiere sempre pieno e le tasche sempre pronte al sacrificio e al pianto. Ognuno di loro ha la sua compagna, chi da più chi da meno, naturalmente tranne me, vecchio e acido zitello, nella realtà naufrago da un’altra lunga realtà, e nessuna tra le loro compagne accetterebbe mai un ruolo secondario. Naturalmente qui, in queste pagine, non vige una par condizio seria e qualche volta riusciamo ad avere ragione anche noi, nei loro confronti.
Dimenticavo Alano, l’enorme alano di “canapa”, che ha la pazienza di starci ad ascoltare con occhi pieni di commiserazione; purché alimentiamo il suo vorace appetito: lui si nutre di voulavant, meglio se con carne, che non gli facciamo mancare mai.
Questa è la mia città, Spinola. Questi sono i suoi protagonisti principali. Gli interpreti (e coautori) maggiori delle mie storie. Loro sono il mio presente, assieme a tutti gli altri in ordine sparso che non sono dei veri e propri comprimari.
Ultimo recapito noto di tali loschi figuri: al Bar da Clara. Ne vedremo delle belle(?). Per sentirne invece andate qui; non è solo un consiglio*.

Non abbiamo ancora un nome ma abbiamo già un volto.

si può

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* Ve le canta Marino.

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