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Posts Tagged ‘Racconti’

Ancora musica anni settanta. In realtà questo disco (In the court of crimson King) dei mitici King Crimson li anticipa perché esce nel 1969. Gran disco da ascoltare tutto intero in religioso silenzio. Un disco fondamentale con alla chitarra quel gran genio e maestro di cerimonia qual è Robert Fripp. E i testi sono dell’”esterno” Pete Sinfield che ha curato inoltre un originale ed efficace spettacolo di luci. La loro è musica che influenzerà molto e che risuona anche in alcune delle cose dei nostri New Trolls. Qui mi fermo perché mica voglio fare il saputello e travestire questa semplice rubrica di ricordi e inviti in una sorta di spazio critico e saggistico. Io ho continuato in quegli anni ad ascoltare musica, come e con che soldi mica lo so. Non posso ricordarlo. Forse frutto di una rapina. Mi sono trovato una casa da riempire dei miei dischi. Ora quei dischi li ascolta e li coccola mia figlia. Ho storie e leggende sulla mia musica, ricordo di averne regalata molta per poi ricomprarla, ma, essendo di “umili origini” e di altrettanto umili e testardamente misere finanze, non ricordo con quali costi sia entrata nella mia vita. Ricordo l’amore. Ricordo i primi 45 giri. La faccia del padrone quando mi recavo nel mitico negozio di Gabbia e chiedevo assieme le cose più strane. Fece un commento sorpreso quando lo pregai di farmi ascoltare, lontano 1963, in rapida successione i Rolling, il primo Dylan e Ivan Della Mea. Capitava che li sentisse per la prima volta con me. Allora non avevo ancora scoperto, e nemmeno c’erano, i negozi di importazione. La musica aiuta a vivere e insieme diventa emozioni e ricordi, ricordi che poi ho portato con me.

The wall on which the prophets wrote
Is cracking at the seams.
Upon the instruments of death
The sunlight brightly gleams.
When every man is torn apart
With nightmares and with dreams,
Will no one lay the laurel wreath
As silence drowns the screams?

 

Between the iron gates of fate,
The seeds of time were sown,
And watered by the deeds of those
Who know and who are known;
Knowledge is a deadly friend
When no one sets the rules.
The fate of all mankind I see
Is in the hands of fools.

 

Confusion will be my epitaph.
As I crawl a cracked and broken path
If we make it we can all sit back
and laugh.
But I fear tomorrow I’ll be crying,
Yes I fear tomorrow I’ll be crying.

Il muro su cui i profeti hanno scritto
Si sta spaccando alle giunzioni
Sopra gli strumenti di morte
Brilla la luce del sole
Quando ogni uomo è fatto a pezzi
Dagli incubi e dai sogni
Deporrà qualcuno la corona d’alloro
Mentre il silenzio affoga le urla?

 

Tra i cancelli di ferro del fato
Furono piantati i semi del tempo
Ed innaffiati dalle gesta di coloro
Che conoscono e sono conosciuti
La conoscenza è un amico letale
Quando nessuno fissa le regole
Io vedo che il destino dell’interà umanità
E’ nelle mani di sciocchi.

 

La confusione sarà il mio epitaffio
Mentre striscio su un sentiero accidentato e in rovina
Se ci riusciremo potremo tutti sederci
E ridere
Ma temo che domani piangerò
Sì, temo che domani piangerò

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Più che un commento è occasione per un altro post, anche se fin troppo ne ho parlato. Quando sono entrato in questo mondo l’ho fatto con (e per) amici e altri ne ho trovati. Ho deciso allora di limitarmi a una cose alternative alle loro; ché già loro fanno meglio. Per chiosare sull’attualità preferisco leggere lei che cimentarmi io, e lei ha anche un’ottima scrittura. Per parlare di libri e spettacoli lo lascio a Marino. E’ la mia cara Ross che si incazza “qui” per i fatti della politica. Per ridere a denti stretti cercando di guardare il mondo con ironia ho incontrato Gians. Etc. Così ho deciso di limitarmi a poche cose, e limitarmi sempre più. Alla fine non posto che quasi esclusivamente cose mie: raccontini, poesia, immagini di “quadri”. C’è da aggiungere che ultimamente, per pigrizia e tempo, inserisco i raccontini scritti a suo tempo per un amico con cui non collaboro più (troppo lungo e triste stabilire i perché). Per lui mi occupavo anche di una rubrica musicale. Quei raccontini avevano la funzione principale di tracciare e/o abbozzare una parvenza di storia in pochissime righe.
Il viaggiatore della rete, proprio per un vizio del soggetto blog (diario elettronico), cerca sempre di trovare nei post qualcosa di autobiografico lasciato dall’autore. Spera nel pettegolezzo. Non qui. Come messo in testata questa mia è solo una ricerca di linguaggi su “prove di comunicazione”; scrivo cioè solo prosa e godo nel farlo. Prosa che nasce e si ispira dei momenti più disparati. Vi è in più del pudore e la non volontà di mettermi in vetrina. Così, ripeto, qui è solo pura fantasia. Se a volte la protagonista è una donna, giovane o vecchia che sia, giuro che non sono mai stato donna. Se è un uomo giovane giuro che lo sono stato. Se è anziano giuro che non sono invecchiato così. Giuro ancora una volta che non ci somigliamo nemmeno nei caratteri.
Se c’è, per esempio, l’avaro cerco di immedesimarmi immaginando come può ragionare in quanto io avaro non lo so essere, nemmeno di sentimenti. Se è un geloso: ho convissuto con la gelosia ma non l’ho mai provata dentro di me. Se è uomo di destra io sono decisamente del lato opposto. Se canta, lo ammetto, sono stonato. Sono fedele anche se cerco di scrivere di un donnaiolo. Insomma questo non è assolutamente un diario ma il suo opposto. Ben poche volte parlo e ho parlato di me per essermi trovato davanti ad un fatto che poteva essere di interesse o per cogliere un vezzo generale. Ho tradito tutto questo solo per un breve periodo lasciandomi lusingare dalla favola che ho vissuto ritrovando la mia compagna. Magari ne abbiamo parlato fin troppo perché ci pareva (e pare) la più bella tra le favole. A volte l’uomo (non solo il bimbo) ha bisogno anche di favole. Questo è il quanto. Torno a parlare di figure che non esistono: come la sconosciuta qui sotto che proprio poiché sconosciuta non l’ho conosciuta mai.
In Fede: L’AUTORE

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Un amore meccanico. Tutto era cambiato. Camminava nelle sue scarpe. Era un giorno che non capiva. Un sole opaco. Avrebbe dovuto cambiare la macchina. Avrebbe dovuto? Non aveva più nessuna soddisfazione nemmeno ad incazzarsi. E non riusciva a provare pietà di sé. Si lavò le mani pulite prima di mettersi a tavola. Eppure alcune cose erano rimaste nella sua testa e non riusciva a liberarsene. Continuava a sentire le macchine ringhiare come cani in catena. Sempre alla stessa ora si destava e doveva aspettare il momento per alzarsi cercando di non disturbare il sonno di lei. Continuava ad odiare quell’amore,  quell’amore fatto in fretta, poco prima di dormire¹. Ma ormai lei non lo cercava nemmeno più. E non gli interessava nemmeno sapere. Non avrebbe potuto cambiare nulla.


1] Paolo Pietrangeli: La leva

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

Torni a casa con la moto
hai la testa che rimbomba
riesci a odiare anche i tuoi figli
riesci a odiare anche i tuoi figli
che ti urlan nelle orecchie.

E quell’attimo di sosta
che sarebbe la tua vita
non ti può più appartenere
serve solo a caricare
la tua molla che è finita.

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

C’è tua moglie che ti aspetta
anche lei ha le sue esigenze
come odi quell’amore
quell’amore fatto in fretta
poco prima di dormire.

Non puoi avere più problemi
non ti è dato di pensare
devi essere efficiente
non ti resta proprio niente
neanche il lusso di impazzire.

Gira gira quella leva
spingi a fondo quel bottone
tu non sai quello che fai
tu non sai quello che fai
te lo ordina un padrone.

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raccontiNon riusciva a capire com’era potuto succedere. Aveva vent’anni poco prima e subito dopo si era trovata ad averne quaranta. Si fa presto a dire che basta non pensarci. Ci sono cose, e l’età è tra queste, soprattutto per una donna, che quando pensi che potrebbero succederti è la volta che sono già arrivate. E lo specchio è lì, a scrutarti, incapace di mentire nemmeno una volta. Non che… certo poteva ancora dirsi bella, ma quei segni sotto agli occhi. Ecco… forse era giusto… carina. Quelli quando appaiono poi non se ne vanno. E’ così che ti ritrovi a guardarti dietro. E la misura del tuo guardare non è più la stessa. E’ così che ti ritrovi a fare i conti. Prima pensavi che ci sarebbe sempre stato un altro giorno, e, all’improvviso, ti sembra che tutti siano scappati. Tutti e non solo i giorni. Ed eccoti ad intrigarti in quella ridda di perché; in quella fatidica domanda: chi sono e chi sono diventata? E a questo punto che si dovrebbe resistere. Mai arrendersi alle malinconie. Ai rimpianti.

Del suo cuore non voleva più fare mercato; anche quel raro banchettare era stato vorace. I brandelli dolorosi dei sentimenti scappati si erano trasformati in assidue ammonizioni ossessive. Lo sapeva da sé che non si può vivere di paura. Che è un rischio mostrare, ma che ci si uccide di più negandosi. Che non bisognerebbe mai rischiare, ma che il non rischiare, a volte, è non essere. Eppure nemmeno il gesto più semplice le riusciva più spontaneo. Ma forse era stata sin da bambina così. Che bambina era stata? Una di quelle piccole cose graziose a cui tutti fluttuano intorno con quell’aria da finta celebrazione, dove per gli altri sei solo un gioco; raramente anche una superficiale curiosità. Non che ricordasse molto, cioè i suoi ricordi non riuscivano ad andare molto lontano. Era stata ridotta alla loro bambola. Quello era quello che le dicevano. Che poi tutti i grandi dicono così. Anche lei lo faceva. Cosa puoi dire diversamente? Solo che di essere sola le si erano asciugate anche le fonti delle lacrime dentro agli occhi. E a volte né hai bisogno. A volte le lacrime sono una fuga. Riescono a permetterti almeno di scaricarti. E lei aveva scordato come si piange.
Non che le fossero mancate completamente le occasioni. Anche se non le aveva cercate. Solo non riusciva che a provare quel dolore interno che non riusciva a esprimere. Magari persino una rabbia. Tutto lì anche se se la portava dietro allungo. Nessuno aveva mai potuto vederla piangere. Aveva imparato subito a non chiedere per non dover dire. A interpretare quella parte. Ora si rendeva conto di non averla mai scelta. Per nulla da rivivere. Anche Alcide l’aveva lasciata. Aveva aspettato ancora per mesi che la chiamasse, non si era più fatto sentire. Anche lui; all’improvviso; senza dir nulla. Anche lui come Gustavo; proprio allo stesso modo, alla stessa maniera. In silenzio. Non aveva molto altro da raccontare. Solo il dubbio che nemmeno il loro fosse amore. Eppure entrambi sembravano… sinceri, almeno quanto lei. Ma se ne erano andati o li aveva fatti scappare? E, a pensarci bene, se ne erano andati prima ancora che cominciasse qualcosa. Forse non aveva nemmeno il diritto di rimpiangere. Erano state storie brevi. Frammenti, frettolosi. Ora aveva il dubbio di semplici simpatie. Eppure aveva un disperato bisogno di ricordi. Almeno di qualche ricordo in cui rifugiarsi.
Lei era così (continuava a ripeterselo). Era cioè quella che voleva essere. Quella che si era trovata ad essere. Diversa da quella che non sapeva essere. Che casino. Persino a dirselo si era persa, e non ci capiva più nulla. Non era certo per paura. O forse era solo paura. In questo caso non le era per nulla di aiuto chiamarla abitudine, nemmeno tratto caratteriale. Era solo che anche il mondo intorno era così. E c’erano dei momenti, sempre più frequenti, in cui non le piaceva. Non riusciva a relazionarvisi. Uno dei due era estraneo. Certo che forse quella telefonata avrebbe potuto farla lei. Sapeva che sarebbe stato inutile. Non c’era un unico momento particolare che la potesse consolare; che le potesse anche solo regalare un dubbio. Forse era solo una mattinata diversa. Forse era solo che si era alzata di cattivo umore. Avrebbe potuto convincersi a crederci, e anche ci aveva provato. Non le bastasse era preoccupata per i suoi. Anche per loro gli anni passavano e per loro gli anni, erano tanti, cominciavano ad essere parecchi. Non erano più solo avvisaglie. Ormai erano estremamente evidenti. E quel medico non le dava la massima delle garanzie. Sembrava che il fatto, la loro salute, non lo riguardasse.
In fondo siamo tutti un poco artefici e un poco vittime. Cosa c’era in lei che non andava, a parte quello specchio? Avrebbe voluto trovare qualcuno che le spiegasse come si poteva non aver paura del giorno.

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poesiaForse la pioggia aveva
lavato     quelle pietre     calcinose
e cancellato     l’odore,     e il segno,
dell’acre fumo d’alte rabbie
ma qua e là     senza ragione alcuna,
dove l’erba era filari secchi,
erano rimaste     senza ordine apparente
le grandi cicatrici
profonde quel tanto che basta
per uccidere     o per divenire
indelebile pianto senza scadenza.

Quale nome dare
all’eroica resistenza di quei sassi
al dolore?

Torna a lustrare l’armatura
dell’astronauta illusorio
e porgere le pietanze
colme di spessi aromi
arcano messaggero di speranze
che stendi a seccare al sole
le pelli della tua selvaggina
gli stessi tuoi panni
brevi e consueti drammi,
e giochi la tua età vicina
con cento lontane     e mille parole

come un’unica preda di anni.¹


1] 16 agosto 1973

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Ancora una volta un grande post.

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yin-yangParlare d’amore, cioè di sentimenti, cioè del rapporto uomo donna visto dal lato maschile, cioè… insomma parlarne, è arduo; è di per sé arduo. E’ inoltre uno dei molti argomenti in cui mi ritengo incompetente, un completo dilettante. Rischio di farlo, parlarne, per sentito dire. Chi me lo fa fare? Non se ne sa mai abbastanza. E’ che a parlarne sono quasi sempre donne. E’ che si disegna un universo femminile come l’unico che ha diritto al romanticismo, alla favola, al sogno. Dove solo la donna ha diritto di soffrire. Dove l’uomo è carogna. E’ quasi carnefice.
Io, forse, ho perso alcuni di questi diritti per un fattore anagrafico; forse anche per altro. In realtà ognuno coniuga la parola a modo proprio. Così come ogni storia, ogni inizio e ogni fine, sono diversi. Io non mi discosto da questa regola. Potrei dire che ho personalizzato i termini. Amo a modo mio; in qualsiasi modo si esplichi la parola amore. Esprimo gli affetti a modo mio. Al momento non amo una persona in particolare. Non di quell’amore. Forse amo l’amore o lo amerei. Forse amo un ricordo, o più ricordi. Alcuni relativamente recenti. Certo amo le persone, o almeno ne sono affascinato; sono affascinato dalla loro complessità e, persino, dalla loro complessa stupidità, che è anche la mia. Certo questa non è una supplica. E’ solo una riflessione a voce bassa. In realtà qualcosa mi ha ispirato, mi ha spinto a questo post. Mi ci ha spinto dopo più d’un tentativo. Potrei solo dare la stretta traduzione al maschile di ciò che mi ha spinto a espormi. Preferisco non farlo. Preferisco evitare di mettermi completamente a nudo. Ho pudore, anche solo a guardarmi allo specchio.
Non c’è alcuna regola in amore. Nessuna, tranne forse una, che ad amare si deve essere in due, e, che il momento, deve capitare nello stesso momento. Un alchimia di non semplicissima esecuzione. Dalla casualità empirica. Legata a tutto ciò che un singolo non ha possibilità ne facoltà di decidere. Senza questa convergenza e contemporaneità l’amore, quello proprio amore, non può essere. Ciò che ho imparato nel tempo, forse l’unica cosa, è che non c’è nemmeno un’età. Ci si può innamorare anche dopo che sembra definitivamente scaduto il tempo dell’amore. Questo sì! l’ho provato. Forse si può anche uscire da una relazione d’amore lasciando alle proprio spalle l’amore. O si può amare consapevoli che non sarà mai amore. Che poi, a volte, le parole scappano e a volte hanno più di un significante e sono soggette al tono, al contesto e persino al momento. Ma sono parole. Così non parlo per contrapposizione diretta. Non cerco una diretta similitudine. Parlo di un aspetto dell’amore tra i tanti aspetti narrando una storia non storia. Parlo di un episodio di tanti. E potrei anche risparmiarmelo.
Lidia. Non mancava molto a Pasqua. Si era instaurata, tra noi, un certa confidenza, e a confidenze si era lasciata. Avevamo preso qualche caffè. Poi le avevo detto di aver scovato un posto dove fanno dei tramezzini deliziosi. Nemmeno ricordo il perché ma se ne era uscita, a distanza di pochi giorni dopo, con un “Altro che tramezzini. Credo di essermi meritata almeno una pizza“. Non ricordo nemmeno in che modo e i meriti. Vada per la pizza. Nemmeno il tempo di rendermi disponibile e lei aveva stabilito la sera. Guida lei; io non lo faccio, quando posso. E poi lei viene da fuori e ci deve tornare. Tanto è già in macchina. Non conosce il posto. Il posto l’ho scelto io. Lo ritrovo con una certa difficoltà. Non è una imboscata. Non dovrebbe essere un appuntamento galante. Non tra noi. Non cerco di approfittare, non è in me. Lo dimostra anche il fatto che la porto dove mi conoscono, dove i gestori si vengono a sedere al mio tavolo poiché sono in amicizia, con i gestori.
Spenge il telefonico. Si sfiorano molte cose, come sempre. La serata si mostra piacevole. Lei si difende con il cibo. Per questa sera, dice, non bada alla linea. Ci sono piccoli gesti di piccole intimità. Carinerie. Poi controlla l’orologio. Mi dice che è ora di tornare, s’è fatto tardi, è ora di andare a nanna. Passo alla cassa. Mi costringe ad insistere un po’. Neanche a parlarne. Lo trovo del tutto normale.
Mi riporta a casa. Per strada parliamo meno. Ho il tempo di guardarla. Di accorgermi che non è male. Non è per niente male. Continuo a vederla con gli occhi di un amico, senza malizia. Siamo entrambi infagottati per il freddo. Non l’ho mai guardata in un certo modo, intendo dire come donna. Non saprei nemmeno dire cos’ha sotto il giaccone, cioè sotto il maglione, insomma… Sotto casa ci abbracciamo. Ha un abbraccio che avvolge. Un abbraccio che trasmette calore ed emozioni. Gli occhi sono chiari, non me n’ero accorto, e privi di diffidenze. Ci ritroviamo nuovamente abbracciati come fosse cosa naturale. Meno naturale è staccarci.
Non mi fai salire“?
Beh! forse… avrei dovuto… io. Magari per un caffè“.
Pensò: un caffè e la lascio andare. Solo un caffè. S’era detto un caffè. Da quando abito solo non ho mai fatto salire una donna. Non alla sera. Non ho nessuna intenzione di profittare della situazione. C’è anche quell’amicizia che mi farebbe sentire una canaglia. La volontà di non correre il rischio di offenderla. La paura che lei possa farmi a pezzi. E’ troppo che non stringo una donna tra le braccia. C’è dell’impaccio. Lei se ne accorge. Spero capisca. “Trovi che sia un po’… grossa“? Non è un complimento, è solo una questione di tempo: resto senza fiato. Non credo si possa dire nient’altro. Forse accennare che di quell’impaccio ho abusato. Che mi ha accompagnato per mano. E’ bello tornare a svegliarsi con una donna vicina; con lei. Aspettare che si svegli. Che apra gli occhi.
Il mattino prende quel caffè e se ne va. Sorride, mi abbraccia e se ne va. Non dice una parola. Non arriva oltre la porta e già il ricordo mi squarcia l’anima. Non so star fermo. Passo un giorno insofferente. Prendo varie volte il telefono in mano senza decidermi. Passo una notte insonne. La chiamo appena torna a farsi giorno. Le chiedo se potrò rivederla. Mi spiega che lei ha poco tempo. Cerco di farle capire, e, poi, glielo dico, che non cercavo nulla. Che ho scoperto, solo dopo, all’improvviso, forse con un attimo di ritardo, che lei è una cosa importante per me. Non glielo dico che non volevo l’avventura. Forse ne avevo accennato altre volte, forse nella stessa pizzeria. Non mi sembrerebbe garbato. In verità mi aveva detto fin da dopo è successo. In verità mi risponde senza impegno. Lo interpreto come un sì. Forse voleva intendere che non c’era impegno nel rivederci, forse no. Il risultato è quello. Rivederla diventa impossibile.
Credevo di essere guardingo. Dovevo averlo già capito da solo che non aveva ancora superato l’ultima storia. Lei non ha mai detto che non voleva una storia. Infondo trovo tutte le ragioni attraverso le quali giustificarla. Provo inutilmente a continuare a cercarla, ad insistere. Senza essere invadente. Non sono più quel ragazzino. A volte si nega. Poi la fortuna, si fa per dire, la porta ad andare ad abitare lontano, molto lontano. Mi lascia alle spalle anche qualche preoccupazione. E’ una sorta di fuga. Non so da cosa. Non certo da me. Lo scopro quando lei se n’è già andata. Restiamo amici. Di quelle amicizie sporadiche. Da lontano. Pian piano non la sento quasi più. Qualche volta per gli auguri. Brevi comparsate telefoniche. Lentamente il ricordo si attenua e ricorre meno frequentemente, il ricordo di lei, di quella serata, del suo abbraccio. Mi limito a qualche sms. La sua voce continua a non essermi indifferente. Chissà se quando mi pensa, molto sporadicamente, lo fa come un comodo intelligente cretino; quello che non ci avrebbe nemmeno provato?

P.S. naturalmente nomi e fatti sono di pura fantasia ma la situazione è di per sé sufficientemente realistica. Qualcosa di simile a quello che mi ha raccontato Roberto. Chiedo scusa del male che ho fatto inutilmente, senza volerlo, a volte senza nemmeno accorgermene. Ogni persona che ha conosciuto l’amore porta simili ferite nel petto. Io, spero di essere perdonato, non parlo volentieri delle mie.

Naturalmente gli scritti sugli amori, veri o presunti, ma anche, perché no? sul sesso, sono quelli che stimolano maggiore partecipazione. Qui sarebbe da cominciare un nuovo post sull’amore romantico. Su questo amore di cui ci si riempie spesso la bocca e che sembra quasi frutto esclusivo di pulsioni adolescenziali. Comunque se a qualcuna dovesse capitare di incontrare un principe azzurro, che a me sembra sempre disegnato come un perfetto idiota, un patacca, e come uno più attratto dagli stallieri che dalle principesse, è pregata di presentarmi la principessa madre.

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