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Posts Tagged ‘racconto breve’

silenzioForse aveva ragione Sandra, forse era un po’, come dire? ingenuo. Ma lui pensava che non si può vivere di sospetti. Era un tipo così. Un tipo semplice. E di poche parole.
Forse aveva ragione Sandra. Glielo ripeteva sempre: “Pensa prima. Conta almeno fino a tre e poi rispondi.” E lui per provarci ci provava. Quando gli avevano detto che Ernesto lo avrebbe affiancato nel lavoro. Gli avevano chiesto di metterlo a suo agio e di aggiornarlo sulle procedure. Lui aveva risposto convinto: “Certo! Naturalmente!” E poi aveva contato un silenzioso e lento “uno, due, tre”.
Forse aveva ragione Sandra. Non ci si può fidare troppo della gente. Quel tale Ernesto era un tipo giovanile, cordiale, sicuro di sé. Sempre ben vestito e perfettamente rasato. Profumato di fresco e di dopobarba. Uno di quei tipi di cui si dovrebbe diffidare perché non sembrano disposti a conquistare il mondo poiché lo hanno già fatto.
Forse aveva ragione Sandra. Ma non si possono discutere gli ordini del dirigente di settore, e alla riorganizzazione non ci si può certo opporre; ma nemmeno avrebbe dovuto mostrarsi così accondiscendente, quasi contento. E’ dalle piccole cose che nascono i drammi. Prima lo aveva trovato seduto alla sua scrivania: “Posso? Avevo bisogno di una connessione veloce.” Poi a consultare tutte le sue pratiche: “Posso? Volevo vedere a che punto siamo.” E pian piano sia era trovato ad avere tempo libero seduto alla scrivania dell’ultimo arrivato. A dover chiedere in prestito per cortesia le sue stesse cose cioè quelle che aveva sempre usato, come la semplice cucitrice.
Forse aveva ragione Sandra. Lui non aveva un briciolo di ambizione. Il suo compagno di stanza era il tipo giusto per far carriera. E non poteva certo lagnarsi, era preciso e celere nel lavoro. Portava a casa facilmente i risultati. Inizialmente lui ne era sollevato. Si era detto che il successo di uno era il successo dell’ufficio, dell’intera organizzazione. Solo che la firma in calce era quella di Ernesto e col tempo anche lui avrebbe capito la differenza. Era arrivato a sentirsi lui il collaboratore, una sorta di segretario. La cosa aveva cominciato ad infastidirlo.
Forse avrebbe dovuto ascoltare maggiormente le parole di Sandra, sua moglie. Una sera li aveva trovati insieme, in salotto, a prendere un caffè. Una casa completamente innocente. Solo un caffè. Era rimasto sorpreso. Lui: “Ciao cara! Eh… buona sera Ernesto!” L’altro: “Scusa. Ero passato per aggiornarti su quella pratica.” E lei: “Non mi avevi detto di avere un collega così cortese e simpatico.” Lui: “Che sorpresa.” Poi aveva contato pigramente fino a tre. Non era il caso di darsi tanta pena per aggiornarlo sulla stipula di quella cedola. E poi… a casa sua. Avrebbe potuto farlo tranquillamente il mattino seguente, in ufficio. E poi… quale pratica?
Forse avrebbe dovuto osservare maggiormente Sandra. Lei era sempre gentile e servizievole. Solo che spesso tornava stanco. Solo che ormai il loro stare insieme, essere coppia, si era ridotto alla cena in silenzio e ad un altrettanto silenzioso condividere le stesse serie televisive insieme, e poco più. Tranne quando c’era il calcio, e la pallacanestro, e gli altri sports, insomma. Solo che loro avevano una sola televisione, anche se con la parabola. Ma non erano veri e propri bisticci. In quale coppia, di tanto in tanto, non avvengono dei piccoli battibecchi. Che lui poi non era uomo da litigare. Alla fine, se non quasi sempre, cedeva.
Forse avrebbe dovuto prestare più attenzione a Sandra. Gli sembrava ancora un libro aperto. Però era diventata distratta e stranamente allegra. Spesso la trovava che canticchiava tra sé e sé. Mentre cucinava o faceva altre faccende. Mentre si pettinava o aveva cura di sé. Mentre guardava la televisione assieme a lui. E non protestava più se c’era una partita. Però lo rimproverava più di prima, soprattutto per quella sua mancanza di ambizione. O se riponeva qualcosa fuori posto. Lui non era un tipo particolarmente geloso. Però non poteva non ricordare quel caffè. Solo che Ernesto non era più passato per casa sua; almeno non lo aveva più trovato al suo rientro.
Forse non avrebbe più scordato quelle parole di Sandra. Gli aveva telefonato in ufficio per dirgli che «sì! lo amava ancora, o almeno credeva, ma che però… lei non gli metteva fretta. Poteva prendersi tutto il tempo che voleva. Però qualcosa era cambiato, in lei, in loro. Non avrebbe saputo dire cosa. Però lui avrebbe dovuto accomodarsi a dormire sul divano, in salotto. Lei aveva bisogno della sua vita, dei suoi spazi. E lui non poteva…» Non ricordava cos’altro gli aveva detto, e aveva provato una strana stretta al cuore. Cercava di capire quello che non riusciva a capire.
Forse aveva ragione Sandra. Forse, ma solo forse. La vita è sempre fatta di piccole cose. Piccole cose che magari diventano grandi nel tempo, o solo dopo. Ma del senno del poi… Facile a dirsi “te l’avevo detto.” Già, la ristrutturazione. Senza lavoro aveva molto più tempo per le sue cose. Solo che di tutto quel tempo non sapeva cosa farsene. Non che il divano fosse poi così scomodo. Ma poi, alla fine, per dirla tutta, non sopportava che quel tipo, quell’individuo, quell’ex collega, quell’Ernesto, che aveva anche un nome antipatico, mettesse i suoi vestiti e usasse persino il suo dopobarba.

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ows_1418325560122851Quand’ero piccola mamma mi raccomandava sempre di non parlare con gli sconosciuti. Naturalmente non dovevo accettare caramelle. E che se vedevo l’uomo nero dovevo starne alla lontana. Nelle sue parole e nella mia innocente fantasia quell’uomo nero era quasi un gigante con un enorme sacco sulle spalle. Il sacco dove lui ficcava i bambini cattivi che aveva rapito e che i genitori non avrebbero visto mai più.
Io non sono mai stata una bambina cattiva. Sono sempre stata giudiziosa ed educata. Le ho sempre dato retta. Ho sempre santificato le feste. L’aiutavo persino nelle sue piccole faccende, come potevo. Così col tempo cominciai a scordare le sue parole o almeno quella paura si trasformò in timore e il timore divenne via via sempre più flebile. Almeno fino a quel maledetto giorno.
Lo vidi avvicinarsi fin da lontano. Era veramente un omaccione, ma non diedi peso alle parole della mamma. E poi non era per niente nero. Era un uomo come tanti, come tutti e forse nemmeno immigrato; solo un po’ più grande e grosso. E io ero ormai cresciuta. A scuola andavo bene. Sapevo i verbi a filastrocca. A dieci anni ci si può credere adulti o quasi. Così lo lasciai avvicinare e solo quando mi fu accanto notai l’enorme sacco sulle sue spalle. Eppure non ebbi che un briciolo di diffidenza; e solo allora.
Mi chiese: “Dove vai, bella bambina?”
Gli risposi, guardandomi intorno, solo che stavo andando a casa dalla scuola, anche se era una piccola bugia. E intorno la strada era deserta. Ero diventata diffidente, questo sì. Si offrì di accompagnarmi, ma ancor prima che accettassi, o potessi dargli la benché minima risposta, la sua enorme mano (e aveva delle mani veramente enormi) calò sulla mia testa. Mi sollevò senza apparente fatica e mi buttò nel sacco. Solo allora capii quanto aveva avuto ragione mia mamma, anche se il suo ammonimento non era stato del tutto preciso.
Mi ritrovai gambe con gambe, braccia ingarbugliate ad altre braccia, in un groviglio buio di arti di bambini. E subito ne nacque un vociare d’infantili “chi sei?” e “come ti chiami?” e “mi fai caldo.” E “fatti più in là!” a cui non sapevo rispondere, né avrei avuto il tempo di farlo tanto era eccitato e rapido quel turbinio di voci. Era un’unica grande confusione. E già io ero un bel po’ confusa. Confusa e sballottata dal passo sicuro dell’uomo che sosteneva il sacco. In più ero certa che qualcuno si doveva esser fatto la pipì addosso; lì dentro regnava un odore nauseabondo di iuta, di piscia, di sudore e di paura.
Mi costrinsi a non piangere, anche se ne avevo una gran voglia, né a gridare. Passò del tempo, non so dire quanto, ma mi sembrò molto, e continuavo a essere sbatacchiata come tutti quegli altri bambini che non conoscevo e che nel buio non potevo riconoscere. Uno disse di chiamarsi Aldo. Mi sembrava il più calmo e intraprendente. Ero ormai preda di una stana e curiosa e intimorita curiosità quando mi resi conto che l’uomo aveva appoggiato il sacco per terra; e senza nemmeno molta cautela. Fu allora che lui mi tirò fuori dal sacco e mi ritrovai davanti alla mamma. Lui le intimò mi mangiarmi, doveva farlo e subito dinanzi a lui poiché avevo detto una bugia. La mamma sghignazzò, e fu solo allora che provai il panico e un urlo mi salì spontaneo in gola senza che potessi ricacciarlo indietro.
Fu quel gridò a farmi risvegliare repentinamente, tremante e tutta sudata. Accesi subito la luce, ma non mi calmò. La mamma era davanti a me, sghignazzava con le labbra spalancate e aveva degli occhi sgranati proprio strani. Sembrava avida. Le sue mani enormi e secche mi si protendevano contro con le unghie lunghissime come artigli. Balzarle alla gola fu un solo unico gesto spontaneo senza nemmeno il tempo di pensarci. Restare orfana non è mai una gran bella cosa. E poi i medici mi chiedono tutti quegli inutili perché a cui non so rispondere che tanto non mi crederebbero. La mamma è sempre la mamma, ed è buona anche prima dell’ora della colazione.

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Stava ascoltando quel vecchio cd di successi degli anni sessanta. C’era la magia del ricordo, ma non per chi era troppo giovane allora. La sua attenzione fu accalappiata da quella strofa e improvvisamente capì tutto. Si ricordò che stava suonando quando era arrivato davanti alla sua porta e subito la musica era stata spenta. Aveva indossato una tranquillità quasi credibile e pochi abiti addosso. E poi gli occhi erano ancora arrossati. Aveva finto bene e lui c’era quasi cascato; solo quasi. Finalmente sapeva anche se non aveva nulla in mano. Doveva contare sulla fortuna.
Ancora quella canzone e subito ancora silenzio. Lei aveva sbirciato dalla finestra e poi era venuta ad aprirgli come la volta precedente: vestita come se per affrontare quel caldo fosse decisa a togliersi anche la pelle. Era leggermente sudata e con i capelli accuratamente in disordine. Negli occhi uno sguardo di sorpresa, di meraviglia e di sfida. Lo fece entrare disposta a confermargli che la sua abbronzatura era totale e omogenea. Probabilmente grazie all’aiuto del ricorso di tante ore pazienti spese sotto la lampada. Lo fece accomodare in salotto e si sistemò comoda davanti a lui.
Lei: “A cosa è dovuta la sua visita? Non che sia sgradita”…
Lui: “Lei non è stata del tutto sincera con me”.
Lei: “Le ho detto quello che sapevo. Ha sempre sognato quel viaggio. E poi ha visto”…
Lui: “Ho visto del fumo. E ne ho sentito l’odore. Lui non sarebbe mai partito”.
Lei: “Cosa glielo fa pensare”?
Lui: “Intuito. Poi ho risentito quella canzone. Era anche la vostra canzone, non è vero”?
Lei: “Quale canzone”?
Lui: “Ormai so tutto. Il vostro era un amore finito. Per lui ormai c’era solo Sonia”.
Lei: “Cosa vuole che le dica? Allora è inutile continuare questa stupida commedia. Le sue promesse erano diventate solo parole. Sì! c’era quella Sonia. E’ vero”.
Lui: “«Se lei non mi aspettasse, so che partirei.» solo che chi l’aspettava non era più Lei. Era l’altra. E’ stata la vostra canzone, quella che continua ad ascoltare, a tradirla. La stava ascoltando anche poco fa”.
Lei l’aveva dipinta come una mitomane, ma un nuovo amore lascia sempre delle tracce. E la rabbia le imporporava il viso.
Lei: “Doveva essere solo la nostra canzone. E doveva essere per sempre. Lei era solo una… una sgualdrina. Lui non poteva amarla. Si era invaghito solo della gioventù. Forse credeva di tornare giovane con quella. Di ritrovare i vecchi tempi. Di ritrovare il suo vecchio fascino. Forse il coraggio. Era patetico. Non doveva farlo. Gli avevo dato tutto quello che un uomo può desiderare. Tutta me stessa. Le sembra poco”?
Aveva creduto che fosse un uomo debole perché aveva ceduto alla avance di quella… di Sonia, quella… svampita che aveva solo il fascino di essere giovane. Si era invece mostrato debole perché, dopo le sue insistenze, aveva accettato di passare quell’ultima notte con lei. Non aveva saputo dirle di no ed era questo che gli era costato la vita.
Lui: “Com’è riuscita a convincerlo a restare”?
Lei: “Ho dovuto insistere un po’, ma non è stato poi così difficile. Doveva essere un addio”.
Lui: “Dica la verità: Non ha mai sopportato sentirsi dire di no. Lui e le sue cose non sono mai arrivati e Cayucos, non è vero? Dove sono”?
Lei: “Lui e le sue assurde fantasie di un giorno da leoni. Dormiva così tranquillo. Pago. Sembrava sorridere. Non è mai andato oltre il giardino. Sotto la siepe di rose”.
Lui: “E quelle cartoline”?
Caterina, sua figlia al cellulare: “Papà, chiamami appena senti questo messaggio. E’ importante”.
Lei: “Le aveva scovate in una bancarella. Sono scritte di suo pugno. Gli sembrava dessero vita al suo sogno. Raccontava e quasi era arrivato a crederci lui stesso. Le teneva in un cassetto come cose preziose”.
Lui: “E come sono partite”?
Lei: “Le ha spedite un amico”.
Lui: “Quale amico”?
Lei: “Questo non posso dirglielo. E poi lui non sa niente. Credeva fosse un piacere bizzarro. E l’ha fatto solo per compiacermi. E’ solo un amico. Gli ho mostrato la mia gratitudine. Tutto il resto non conta”.
Lui sforzandosi di guardarla negli occhi: “Credo che ci siamo detti tutto. Ciò che rimane del racconto potrà continuarlo in commissariato. Non lo dico con piacere ma debbo invitarla a seguirmi. Se vuole mettersi addosso qualcosa di più comodo”.
Lei accavallando le gambe su un sorriso malizioso: “Se dovrò cambiarmi qui, davanti a lei… Mi guardi bene, commissario. In fondo lui avrebbe continuato a sognare. Non sarebbe mai partito. Potremmo dimenticare tutto. E io potrei mostrarle tutta la mia riconoscenza. So essere molto brava”.
Lui: “La ringrazio ma mi spiace. Ho una figlia che ha urgenza di parlare con me e non potrei mai tradire la sua fiducia. Cerco di non mischiare mai il lavoro al divertimento”.
Lei: “E’ sempre l’eccezione a confermare la regola. Peccato, sarebbe stato divertente. E lei sarebbe stato il mio primo poliziotto. Pazienza. Forse non avrò un’altra occasione come questa; vero? Una bibita”?
Lui: “Meglio di no. Non bevo mai in servizio. Però potremmo aspettare la scientifica da buoni amici. Ma loro scaveranno sotto le rose”.
Lei: “A questo punto… perché no? Dica la verità: se il caso non le avesse fatto risentire quella canzone Lui starebbe ancora aspettando la sua grande onda. Posso darti del tu”?

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Difficile stabilire, senza dilettantesca approssimazione, l’inizio di quel  incubo anche perché si era svolto quasi in un silenzio colpevole e sottotraccia, con piccoli indizi sottovalutati. Era entrato nel solito caffè e aveva faticato a farsi servire un caffelatte. La cinese dietro il banco aveva mandato a memoria le parole caffè e latte, per una informazione corretta e esauriente anche un’altra decina di parole tra cui persino cappuccino, ma non riusciva a associare un un’unica bevanda le due parole magiche quanto inassociabili, almeno per lei. Dopo vari tentativi aveva dovuto rinunciare e accontentarsi di un pessimo cappuccino, appunto. Dopo all’ora, nella sua, e comune, colpevole distrazione, uno alla volta e pian piano tutti i caffè di Milano avevano cominciato ad essere abitati da cinesi mentre lui si ripeteva che era il mondo che stava cambiando e che questo non faceva differenza, tranne nella qualità della bevanda e del servizio, perché lui non era mai stato razzista né contro il progresso.

Poi la cosa assunse l’aspetto di una vera e propria invasione. La pelletteria, borse e scarpe, le confezioni, abiti e accessori vari, tutto “made in China”. Era strano: i cinesi arrivavano ma non ripartivano mai; e arrivavano armati di grandi fasci di soldi. Più strano ancora sembravano immuni a tutte le nostre malattie, non ricorrevano mai ai nostri dottori, e dovevano essere invulnerabili, non si contava nessun decesso. Cominciavano a circolare strane storie sulla vera natura della carne che servivano nei loro ristoranti. Una sera si era trovato ad assaggiare un pizza fatta da mani gialle. Fu allora che cominciò a sospettare che quella sorta di pacifica invasione da parte del cosiddetto “capitalismo di stato” stesse avvicinandosi e spingendosi oltre ai confini del buon senso e del “buon gusto”; perbacco! Quello gli sembrò veramente troppo. Si doveva lasciare interpretare a ognuno il proprio personaggio e pertanto lasciare fare la pizza ai napoletani; buondio! Ma forse già allora era troppo tardi.

In seguito tutto precipitò rapidamente. Si comprarono le due squadre, e due delle glorie, della “capitale morale” del “Belpaese”: Inter e Milan; ma di soldi non se ne vedevano. Ciurme di ragazzini dagli occhi a mandorla ma soldi nisba. Qualcuno cominciò a scrivere spiegando che i cinesi i soldi mica li buttano. Che non investono. Che li impiegano unicamente per il loro tornaconto, per fare altro danè. E qualche giocatore cominciò a prendere il biglietto per la terra dei mandarini. Il risotto con lo zafferano fu sostituito dal riso cantonese, il parmigiano con il tofu, il suo buon bicchiere di sangiovese fresco con il sakè e non si riusciva a mangiare un’anatra che non fosse laccata. Si mormorava, anche non tanto sottovoce, ci fosse un progetto per la trasformazione del Duomo in una tavola calda take away. Alla faccia degli involtini primavera la Lega continuava a gridare ormai inascoltata eppure aveva ragione. Se mai l’aveva avuta questa volta aveva ragione. Vi erano prove inconfutabili che i cinesi erano extracomunitari nonostante gli yuan, gli renminbi, i dollari, le sterline, gli euro o in qualunque modo si chiamassero quei pezzi di banconota che riempivano quelle loro gonfie e capienti tasche.

Forse era un tipo un po’ abitudinario e non gli piaceva molto il thè, nemmeno quello al gelsomino. Mangiare gli era diventato una tortura da quando avevano ritirato dalla circolazione tutte le forchette per sostituirle con quei lunghi ed esili bastoncini. Per non parlare poi di quegli oggetti di porcellana che avevano l’ardire di considerare alla stregua dei cucchiai. Certo anche loro avevano capito che era un impresa più che ardua sorbire la zuppa dalle bacchette, ma inizialmente li aveva scambiati per strani posacenere, anche se non aveva notizie che ci fossero cinesi che fumavano nulla di diverso dall’oppio. Quando sua moglie gli comunicò che voleva ricorrere al chirurgo estetico per farsi allungare gli occhi, e rimpicciolire il naso e il seno capì che era troppo e che doveva fare qualcosa. Fu allora che si svegliò in un lago di sudore.

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A volte le sere riservano sorprese che non ti sapresti immaginare. Ero entrato per bere un bicchiere, sul grande schermo davano un incontro di Rugby. Era un’osteria piena di fumo e di chiasso, tutte cose che preferisco evitare. Stavo per alzarmi quando sono stato distratto dalla sua voce baritonale e dalla sua grassa risata. Era già ubriaco e aveva perso un po’ di controllo. Io ero già con i miei libri sotto il braccio.
Poi ricordai dove era stato visto in precedenza: in una bettola di Praga, molto ma molto tempo fa. Infatti aveva l’aria e il vestire da migrante, anche se aveva smesso l’armatura. Di straniero lì non era l’unico. Non avevo dovuto fare una grande fatica di memoria: lui aveva allentato la sciarpa, aveva preso la testa e se l’era messa sotto il braccio. Aveva continuato a bere quel rosso ma il vino precipitava direttamente in una pozza a terra. Un gatto randagio, entrato chissà come, lo leccava e si dissetava. Incuriosito mi avvicinai e glielo chiesi: “Ma lei, per caso, non è il cava?”…
Giungendo da noi aveva imparato ad apprezzare il vino. Ora non lo avrebbe certamente barattato più per una birra. Non mi lasciò finire, mi prego di parlare piano. Nessuno pareva fare troppo caso a noi e lui mi aveva fatto un cenno di conferma. Quella parola era circolata anche troppo, quel titolo, e quasi mai in senso lusinghiero. Non voleva avere nulla a che fare con quelli che circolano in questi giorni tristi. Naturalmente la Nuova Zelanda stava vincendo.
Mi affibbiò una gran manata sulla spalla, eravamo diventati confidenti. Mi aveva precisato che così il vino gli restava nel palato e gli andava subito alla testa, ma non gli toglieva la voglia di bere. Si era però schizzato i pantaloni: “Perché mi guardi così? In fondo loro la testa ce l’hanno attaccata al collo, ma almeno io me la porto sempre dietro; con me. Non la lascio sul comodino”.
Ebbene sì! mi assumo tutta la colpa: sono amante della buona letteratura. Mi piacciono le storie. Come un bambino amo lasciarmi fantasticare. Tutto, ma questo superava il tutto. Mai mi sarei potuto immaginare che avremmo bevuto insieme. Stavo solo stancamente rientrando a casa. Nessuno mi aspettava e non aspettavo nessuno. Avevo perso persino le speranze di trovare avventura dentro quei libri.
Mi sembra che tutti si stiano dando appuntamento in questa città. Era ancora sorpreso che io sapessi chi era. Mi aveva sempre affascinato quella vicenda che ormai apparteneva a una memoria lontana. In fondo non ero forse anch’io un po’ alchimista? Gli avevo chiesto: “Mi parli della sua storia”. Mi aveva detto laconicamente accomiatandosi: “Magari un’altra volta”.

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img072BEra partito con passo deciso che appena cominciavano a dissiparsi le ombre della notte. In un chiarore smorto appena percettibile e privo di luce. Non aveva dormito molto ma si sentiva pieno di energie. Guardò verso la cima ma le nuvole non portavano nessuna minaccia. Sostò solo per stringere bene i lacci degli scarponi. La borraccia gli batteva sul fianco rassicurante. Avrebbe impiegato tutto il tempo che la caccia gli avrebbe richiesto. Solo di tanto in tanto rallentava per tagliare qualche fronda e segnare meglio il sentiero.
Vide dei porcini freschi appena sbocciati ma tirò diritto. Il bosco già diradava. Si asciugò il sudore dalla fronte col fazzoletto. Non avrebbe desistito per nulla al mondo. La sfida lo incitava. Superò un tronco abbattuto e uno stretto ruscello senza bagnarsi i piedi. Era un tipo metodico anche nelle piccole cose di tutti i giorni. Si grattò la barba e guardò avanti. Nemmeno il terreno reso scivoloso e morbido dall’umidità della notte poteva aiutarlo.
Quella preda sembrava conoscere anche lei quelle vie ed essere furba. Si muoveva senza rumore e camminando sui sassi. Ma a lui bastava un cuscinetto di muschio appena schiacciato, un piccolo e fragile rametto spezzato, il minimo indizio per ritrovare la strada; non gli sarebbe potuta sfuggire. Non ascoltava i rumori ma i silenzi. Dove lei passava gli altri animaletti tacevano. Lui sembrava annusare l’aria.
La vide lontana, da una sella, per poi sparire dietro un mugo. Il segreto della caccia è nel non aver fretta. Chi scappa è spinto ad affrettare il passo. Questo costringe a soste, a sudare e crea più bisogno di abbeverarsi. E lui conosceva tutti i posti dove scorreva l’acqua. Quel bosco non aveva mai avuto segreti.
Girò torno ad una croda e lasciò lo zaino per essere più leggero e rapido. Lo avrebbe ripreso al ritorno. Prese solo la corda che si girò attorno alla cintola. Restò sorpreso perché non doveva ormai essere più molto lontana eppure non lasciava rumore nemmeno quando attraversava le pietraie. Sembrava agile e non avere peso. Scese quella specie di mulattiera ripida poggiando la mano sui massi ai lati per tenere l’equilibrio.
Sentì quasi distinto un frusciare di fronde; non poteva sbagliarsi. Sostò un attimo per riflettere nei pressi di un antico abete rosso piegato e annerito da un fulmine. Una leggera brezza tentava di confondere i rumori. Era certo di quello che aveva udito. La intuiva vicina, ormai a portata di mano. Fu colto di sorpresa e non fu abbastanza rapido. La preda lo prese alle spalle e lo colpì alla testa con un sasso.
Si risvegliò ed era legato con quella corda al tronco di quell’abete. Lei era là, davanti a lui, e lo fissava. E nei suoi occhi sembrava schernirlo. Era bionda e slanciata. Aveva caviglie sottili e seni sodi. Beveva dalla sua borraccia. Si tagliò una lista dalla sua carne secca. Gli spiegò trionfante: “Non è il tuo giorno fortunato. Scusa. Potrai sempre dire che ti sei legato da te per non soccombere al mio canto.” –e sparì senza far rumore.

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La valle era stretta e in ombra. S’insinuava tra due pareti diritte come muri. Nel mezzo s’insinuava a fatica un torrente brontolando di cui percepivamo la presenza dal rumore. Probabilmente avevamo sbagliato, dovevamo prendere quella prima a sinistra. Ci eravamo persi. Sembrava portare direttamente al nulla. Pioveva e ormai aveva fatto buio; un buio nero come la pece caduto all’improvviso. La carrozzabile era già scivolosa. Non mi sentivo tranquilla e nemmeno Sante lo era. Lo vedevo guidare teso nel tentativo di capire dove ci portava e cosa ci riservava quel varco. Cominciavamo anche ad avere un po’ di appetito quando vidi quelle luci. Lui era così attento che nemmeno doveva averle notate. Gliele indicai e lui sterzò subito sulla destra. Lì gli orsi non avrebbero potuto annusare nemmeno i tubi del petrolio. Non c’era molto spazio ma riuscì a parcheggiate in un modo abbastanza sicuro.
Il posto non sembrava molto invitante: «Baita al camoscio zoppo». Era una stamberga nera nel nero, alzai le spalle, non avevamo molta scelta. Sante mi tenne aperta la porta ed entrammo in una stanza dove nell’aria gravava una pesante coltre fumosa. Lui tossì per denunciare la nostra presenza alle poche persone che sedevano ai tavoli con una birra davanti. Sembravano uscite tutte da quei quadri dai colori opachi che ritraggono vecchi contadini intenti ad annegare le disgrazie nel vino. Gli occhi si alzarono e ci spiegarono subito che non eravamo ospiti graditi. Avevano l’espressione di chi veniva infastidito da una presenza molesta.
Prendemmo posto in un tavolo d’angolo, scostato dagli altri, e restammo in attesa. Gli altri presenti continuarono come se non ci fossimo tranne per quelle occhiate maligne. L’oste era robusto e panciuto, con una faccia tonda e rubizza, che si sarebbe detto un boscaiolo. Appariva e spariva dietro la porta delle cucina. Della cucina si occupava la moglie che era una donnetta secca e astiosa. Al bancone c’era una ragazza che tutti chiamavano Berta o Bertazza; con una carnagione che sembrava non aver mai visto il sole, occhi tristi di un grigio fango e le labbra sottili torno una bocca lunga che non si stancava di disegnare smorfie.
Fu la ragazza ad avvicinarsi al nostro tavolo. Sante le chiese se potevamo mangiare qualcosa. La ragazza rispose che avevano solo formaggio e affettato, ma, che se avevamo pazienza, poteva chiedere in cucina per una zuppa di orzo. Io per prima precisai dubbiosa che non avevamo fretta. Prima che la ragazza si allontanasse le chiesi dove portava quella strada. L’altra indecisa rispose che portava alla «pietraia di Malga Vecia» e si allontanò. Tornò per apparecchiare in modo alquanto sommario. Mise sopra la tavola una caraffa d’acqua e una di un rosso torbido e scuro, bicchieri e due coppie di posate avvolte nella carta da macellaio.
Regina, che aveva braccia e cosce grosse, bisbigliava nelle orecchie di quello che doveva chiamarsi Miglio e rideva. Poi lui le sussurrava qualcosa che doveva essere divertente e lei rideva. Poi lei accennava verso di noi e ridevano di una risata forzata e isterica. Davanti a loro era seduto quello con quel buffo cappello a cencio sulla nuca; De Cassan. Sulla sedia si dondolava un tipo con una lunga cicatrice sotto l’occhio sinistro e un ciuffo di peli solo sul cucuzzolo; un tale, anche lui, con un nome con De, forse De Stabio o De Stasser. Quel tipo portava scarpe di un numero esageratamente grande oppure aveva piedi enormi.
Dopo una lunga attesa fu la moglie dell’oste ad arrivare con due zuppiere fumanti con una zuppa densa e maleodorante che si sarebbe rivelata avere un leggero sapore di muffa. Quel Miglio diede di gomito a Regina e come per un accordo risero tutti in sincronia. L’olezzo che emanavano i piatti non invitava a infilare il cucchiaio in quella broda spessa. La ragazza del banco invece, dopo un’occhiataccia del padrone, portò un tagliere con alcuni pezzi di formaggio, fette solitarie di insaccati e due tozzi di pane nero. Ci guardammo e Sante ne profittò per chiedere se avevano una camera. La ragazza, che parve contrariata, disse che forse una camera ci poteva essere, che si sarebbe informata e scappò. Ci scambiavamo poche impressioni con gli occhi e il poco che avevamo da dirci lo bisbigliavamo. Gli altri continuavano a controllarli di sottecchi.
Alla fine della cena salimmo in camera per una scala di legno malferma e lamentosa. Gli occhi di quella piccola folla non si staccarono da noi finché non sparimmo alla vista. Avevamo tacitamente deciso di lasciare le valigie in macchina. La stanza aveva l’aspetto di una soffitta polverosa con un vecchio letto alto in ferro battuto. La piccola finestra fragile dava sulla parete di roccia che ad allungare la mano di sarebbe potuta toccare. L’unico oggetto superfluo era un calendario ma del millenovecento-tredici e nella serratura non c’era chiave. Il bagno era fuori e consisteva unicamente in un lavandino, un cesso e un cestino per la carta igienica usata, ma il rotolo era vuoto. Tutto sembrava di riciclo e aver notevolmente sofferto per l’imperversare del tempo.
Sotto la porta era stato fatto scivolare un biglietto che diceva, senza errori di grammatica: «I forestieri non sono ben visti. Ormai è tardi. Che Dio vi aiuti». Sante mise la sedia inclinata contro la maniglia della porta, così avrebbe fatto resistenza e poi rumore mettendoci sull’avviso. Quel letto era duro e naturalmente non c’era campo. Fece per spogliarsi, poi decise di sfilarsi solo le pedule. Non eravamo tranquilli e quella pareva presentarsi come una notte lunga e agitata. Ci stavamo chiedendo chi poteva aver scritto il biglietto per metterci sull’avviso, ma soprattutto di chi dovevamo diffidare. Ma, forse per la stanchezza del viaggio, o per quel vino, dal gusto così asprigno, le palpebre si serravano pesanti come saracinesche.

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