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Posts Tagged ‘racconto breve’

2b2026f889d259acea8ef7fe04f568ffI non morti non muoiono mai. Un forte odore di aglio li può tenere distanti. Però non li scaccia. Li allontana solo. Ma sono là fuori. Lo so. Gironzolano intorno. In cerca di sangue fresco. E uno era stato avvistato nei dintorni del paese. Proprio qui. E un paio di ragazze erano sparite. Non se ne sapeva più nulla. Scomparse nel niente. Zero. Nonostante le ricerche. La paura cominciava a serpeggiare. Ma io non sono una di quelle dell’est. E ho messo un profumo con un forte odore di agrumi. Fresco. Mi ci sono proprio immersa. Ci ho fatto il bagno, letteralmente. Farei resuscitare persino i morti. Si fa per dire. E mi sono vestita per non passare inosservata. Ma senza collane né orecchini. Solo una piccola croce per precauzione.
Le cose le so. I non morti prediligono le donne giovani e belle. Fresche. Mi sono agghindata per questo. Le scelgono bene e con cura le loro vittime. Si aggirano ombre tra le ombre. Silenziosi. E poi le aggrediscono. Rapidi. Lo so. Il loro morso le rende succubi. Mai però veri non morti. Loro succhiano il sangue agli uomini. Ma questa sembra essere un’altra storia. Una storia diversa. Io mi limito ai fatti. I fatti sono che preferiscono di gran lunga il buio. La notte. Non che il giorno sia letale per loro. Il sole. Non credo. Semplicemente lo evitano. Non so dove riposano. Non l’ho ancora scoperto. E allora li scovo io. E allora che notte sia. Come Dio vuole.
Volevo incontralo in un posto neutro. Il mio demone. Loro amano i vecchi castelli, so anche questo. Sarei svantaggiata. Ne sono cosciente. Il bosco va meglio. Non sono certa che sia l’opzione migliore. Non ne vedo altre. C’è un silenzio pieno di rumori. E una luna gonfia come una donna all’ultimo mese. Un leggero vento freddo fischia. Le ombre sembrano allungarsi rapaci. I rami sono come artigli protesi. Si allungano nelle tenebre ostili. Frignano. Naturalmente si ode il tipico grido di un gufo. Gli alberi scossi gemono. L’erba alta è fradicia di lacrime. Da lontano l’ululare di un lupo. Sono decisa. Sono una cacciatrice. Stranamente i miei denti battono. Stringo le labbra. Non riesco a trattenermi. Sembrano una pioggia fitta sui lucernai. Forse è quest’aria. Forse non mi sono coperta abbastanza. Forse è la tensione. Non lo so. Non è paura, credo. Se devono muoversi in fretta si trasformano in pipistrelli. Lo sento arrivare. Vedo l’ombra del suo volo bizzarro e frenetico.
Rivedo tutto. Si era nascosto goffamente dietro ad un cespuglio. In silenzio. In agguato. Ma percepisco subito la sua presenza. L’ho notato immediatamente. Lo invito. Esce e si fa vedere, malaccortamente. Non incute all’apparenza nessun timore. Non è né alto, né bello. Né magro. Tanto meno giovane, naturalmente. Non veste di nero. Sembra più un contabile. Un noioso scribacchino. Un impiegato del comune. Con gli occhiali spessi e pochi capelli in testa. Sono confusa. Mi bacia con foga. Ma me ne chiede prima il permesso. Lo prego di pazientare. Lo prendo per mano. Lo accompagno. Lo incoraggio. Lo trascino. E’ come uno zombie. E se fosse solo uno stupido zombie? Lo faccio salire nella roulotte: Staremo più comodi. Nello radura. Dentro c’è un bel calduccio. Il fuoco scoppiettante ci illumina con singhiozzi. A tratti lo vedo. A tratti è un contorno impalpabile. Mai inquietante. Noto di meno quelle discordanze dal ruolo. Forse era solo frutto della mia fervida immaginazioni. E delle chiacchiere di romanzieri fantasiosi quanto inattendibili.
Mi è subito addosso, come una sanguisuga. Esaltato. Gli occhi spiritati. Fuori della testa. Lo prego ancora di pazientare. Un attimo. Mi sistemo. Mi aggiusto e lo lascio guardare. I suoi occhi sprigionano cupidigia. Avidità. Libidine. Sete. I suoi occhi sprigionano odio e rancore. E ancora sete. Di me. Non sembra nemmeno malvagio. Mi abbraccia. Mi abbranca tutta. Mi ringrazia. Sento le sue mani sul mio corpo. Curiose. Avide. Inesperte. Irresolute. Da per tutto. Ha le unghie curate. Niente, o non molto, corrisponde alle leggende. E’ sempre così. Forse mi ripeto. I pensieri corrono veloci. Il tempo non lascia tempo. Non per riflettere. Quando sento il suo fiato caldo sul collo ho la conferma: non temono la croce. Prendo il cuneo di pino marino. Ero di fretta. Non c’era tempo per cercarlo di frassino. Andrà bene ugualmente. Afferro decisa e sicura il paletto e glielo conficco in mezzo al petto. Diritto al cuore. In profondità. E lo rigiro un paio di volte. Con foga. Per sicurezza.
Lo maledico. Recito la formula di rito. Lo rimando al diavolo. Strabuzza quegli occhi da maiale. Sembrano sorpresi. Sconcertati. Attoniti. Imploranti. Apre la bocca senza trovare le parole. Non ha ancora sfoderato i canini. Le sue zanne. Il suo sguardo chiede misericordia. Quasi mi impietosisce. E si riempie di lacrime che non scendono. Si scuote convulso. Mi imbratta tutto il vestito nuovo di rosso. E finalmente spira gemendo tra le mie braccia. E rimango allibita. Solitamente i non morti diventano cenere. Si sfaldano in polvere. Di loro non resta che un piccolo e povero nulla. Lui invece resta lì, coperto del suo stesso sangue. Semplicemente morto. Un corpo senza vita. Vuoto. Ma un corpo. Forse non era un vampiro. Chi lo sa? Ho un dubbio improvviso. Non sarà stato mica solo uno stronzo di guardone? Sbagliando si impara. Era comunque un povero cretino. Uno sfigato. Uno stronzo. E un porco. Cosa ci faceva nel bosco, di notte?
Scemo e imbecille. Magari si è fatto ammazzare per niente. I dubbi portano sempre altri dubbi, con loro. Stupida! stupida! stupida; me. Una vera imbecille. Ma non mi avrà preso per una puttana? Penso a quelle povere ragazze. Lui sarebbe stato la mia prima preda. Non mi si può rimproverare di negligenza. Forse solo di inesperienza. E’ anche l’esperienza che fa il cacciatore. La pratica. Non è mai sufficiente la sola competenza. La prossima volta sicuramente andrà meglio. Nel mentre mi domando come fare a liberarmi di quel cadavere inutile.

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news_50690_donna-morta-spiaggia«Scusate, debbo proprio andare. Non mi posso trattenere oltre. Il dovere chiama. Le ritrovano al mattino. Stavolta è stato un turista che portava a passeggio il cane. Sembra genovese. Ci ha chiamato subito. Devo accorrere sul luogo. L’assassino del bagnasciuga ha colpito ancora. Maledetto. E sono quattro. Tutte belle ragazze. Giovani. Le lascia nude appunto in quella sottile linea invisibile dove finisce il mare e comincia la sabbia. Strangolate. Tutte nello stesso tratto di spiaggia. Le onde pigre non le spingono. Non riescono a portarle via. Cancellano però tutte le tracce. Non c’è ancora nessun elemento da cui partire. Non una pista.
La spiaggia è già una bolgia. C’è un gruppo di ragazzi giovani. Ragazzi e un signore di una certa età. Porta abbastanza bene gli anni che sembra avere. Mostra di essere uno che ci tiene a mantenersi in forma. Anche se deve trattenere il respiro. Gli stanno tutti intorno, i ragazzi. Fanno una caciara infernale. Con le birre in mano. Sulla terrazza. Quasi si azzuffano per la partita e la formula 1. Ognuno sostiene che la sua squadra è la più forte e difende un torto. Poi interrogano l’adulto. Chiedi chi erano i Beatles? Ma è vero? Come facevate quando non c’erano i cellulari? E la parabola? Non mi sarei avvicinato se non fosse che il corpo era lì vicino. Pensavo che potevano aver visto qualcosa. Mi avvicino e scoppia il pandemonio. Parlano tutti insieme. Chi accende la miccia della confusione e proprio l’uomo. L’anziano: Non sono stato io. A fare cosa? Commissario. Non sono commissario. Volevo dire… E allora dica. Quello che cercate? E cosa cerchiamo? Non lo so. E allora perché? Volevo collaborare, rendermi utile. Cercate di parlare uno alla volta. Parlo io per tutti. Perché? Non fate casino.
L’uomo cerca di essere al centro. Poi parlano anche i ragazzi: Guardi che noi non sappiamo niente. Questo lo verificherò. Sempre con noi ragazzi. Per un po’ d’erba. Cosa c’entra l’erba? Non è per quello. E’ per uso personale. E’ stata uccisa una ragazza. Una ragazza? In questa spiaggia? Ecco perché il lenzuolo. E tutti quei curiosi. E le divise. Pensavo una retata. Ve l’avevo detto. Noi si beveva una birretta. Noi non sappiamo niente. Di una ragazza. E come? Non posso dirlo. Strangolata. Come fa a dirlo? Il nostro Giovanni è un drago. E io che credevo?… Ma è stata proprio ammazzata? Non sarà stato un malore? Non mi andrebbe di vederla. Anche a me fa un po’… Volevamo solo farci un bagno. Ora me n’è passata… Per così poco. Che sarà mai? Appuntato, faccia qualcosa. Provveda. Faccia fare un po’ d’ordine.
Maledetti giornali. Passano la notizia alla televisione. I ragazzi alzano gli occhi. Per un attimo tacciono. Poi uno la riconosce: Ma quella è Greta. Come fai a dire che è Greta. Sì che è Greta. Guarda i capelli. Non sei mica cieco? Due come le sue non te le regalano mica tutte le ragazze. Greta? Sì, Greta Veronelli; ma non è di Verona. Nata e vissuta dalle nostre parti. Era con noi ieri sera. E non vi siete accorti?… Sa com’è. Che non c’era? Un po’ s’era bevuto. E un po’… Non ci abbiamo fatto caso. Io veramente… stamattina… ma mi credevo fosse scesa prima. Insomma nessuno s’è accorto?… No, nessuno. Veramente io… Saresti? Sarei il suo ragazzo. E allora? Dovrei dire ero? Che ne so? come vuoi. Mi sembrava mi mancasse qualcosa. L’anziano: Sono bravi ragazzi. Lei non si intrometta. Non hanno fatto niente, sono i miei ragazzi. Parli quando sa qualcosa. Allora vado a farmi un bianchino. Intanto vada, ma non si allontani.
Appuntato, faccia qualcosa. Maledizione, provveda. Faccia fare un po’ d’orine. L’ultima a vederla dovrebbe essere stata Katia. Si dicono tutto. Dov’è Katia? Ragazzi, dov’è Katia? L’ho già chiesto io. Era qui un attimo fa. E’ sempre qui. Non si allontana mai da sola. Forse è andata a fare un bagno. S’è appena messa la crema. Sai come lei. Era qui un attimo fa. L’ho vista andare con il signor Giovanni. Sei sicuro? E dove sono andati? Che ne so. Sì, s’è allontanata con lui. Maledetto signor Giovanni. Sempre tra i piedi. Forse aveva sete anche lei. Gli avevo detto di non allontanarsi. Saranno nei paraggi. Appuntato, se ne occupi lei. Io intanto cerco la… ragazza. Cioè la testimone. Questa Katia. L’accompagno. Vengo io. No, lei resti qua.
La vado a cercare. L’avevo notata subito. La riconosco immediatamente. La trovo stesa spersa. E’ una bella ragazza. Notevole. Anche così, senza trucco. Imbrattata di sabbia. Gli occhi sognanti. Il sole li abbaglia. Si scherma il viso con una mano. La voce impastata. Leggermente stridula. Eppure sognante. I capelli spettinati. Si sistema in bikini, minuscolo. Rinfodera meglio un seno. Sorride verso l’orizzonte. Sbatte le palpebre. La guardo e non mi riconosce. Nemmeno mi vede. Dannazione. Prima che possa dire una parola sussurra con una voce melodiosa, come fosse rapita: Sì, Giovanni. Non sembra sobria. Forse per il caldo. Mi insospettisco. Non sono un novellino.
Ci avrei giurato la promozione: Cos’ha consumato? Una birretta? Solo una birra? Sì, una. Sicura? E… uno spinello, di maria? Solo uno? Credo. Continui? Lei è proprio curioso. Non è uno scherzo. Lo posso dire? Lo deve dire. Non lo dirà a quella? A chi? Alla signora. Non ci sono signore… La moglie. Cosa c’entra alla moglie? E il signor Giovanni. In che senso? Me l’ha data lui la roba. E’ tutto?… E il signor Giovanni. Sempre lui; sia più precisa? Insomma, come ha detto lei. Cosa ho detto io? Con quella parola. Non mi faccia perdere la pazienza; quale parola? Ho consumato il signor Giovanni. Cosa vuol dire? Insomma… Dica. Tra due capanne. Qui? Non sarà un delitto? No! certo che no; però… No, ma… Il signor Giovanni, posso chiamarlo Giovanni? è stato proprio carino, un vero birichino. L’ha fatto per l’erba? Sì e no, solo un po’. Le sembra prudente? Mi scusi ma sono confusa. Mi dica quello che sa. Non molto, è stato bello; ma perché me lo chiede? Non mi interessa quello. E cosa allora? Una sua amica…
Sento gridare alle mie spalle: E’ lui. E’ stato lui. Prendetelo. Se non intervengo le cose si mettono male. Anche peggio. Si affollano tutti intorno all’uomo di mezza età. Quel tale Giovanni. Ancora lui. I loro gesti e le loro grida non sono per niente benevoli. Il povero personaggio sembra impaurito: Non sono stato io. Prego tutti di mantenere la calma. Invano: Chi ha visto qualcosa s’avvicini. Io non ho visto niente. Poverella, poverella. Io non posso dire… Ho sentito dire. L’ha detto lui. L’ho visto io. Si faccia avanti. Si alza in punta di piedi. E’ un uomo con due bambini a fianco. Ancora tutto candido. Solo le gote paonazze. Occhiali in punta di naso. Capelli pochi e spettinati. E un paio di bermuda improbabili. Canottiera. Infradito ai piedi. L’ho visto bene, coi miei occhi. Venga qui.
Lascia i bambini ad una donnetta che non avevo notato nel mezzo della folla. E’ alta un soldo di cacio. In compenso è larga altrettanto. E ha un costume intero pieno di palloncini colorati. L’aspettava fuori dalla discoteca. Come fa?… Non riuscivo a dormine e sono uscito, ma non facciamoci sentire dalla mia femmina. Mi spieghi meglio. Non c’è molto, lei è uscita con quello che sembrava il suo ragazzo. E poi? E poi… sa come sono? sono ragazzi. Venga al dunque. Dopo… sa cosa voglio dire? Prendiamolo. State fermi; no che non so cosa vuole dire. Sa come sono i ragazzi… dopo… Dopo cosa? Lui, voglio dire il ragazzo, se n’è andato. E allora? Forse avevano bevuto, camminavano come se avessero bevuto. Come? Dondolavano. E allora? Si è avvicinato lui, quell’uomo. Si sbrighi? Lei sembrava averlo riconosciuto. E’ sicuro? Li ho visti bene. E cosa ha visto? Lei l’ha chiamato per nome, Giuseppe o qualcosa di simile. Sicuro che non abbia detto Giovanni? Sì, forse proprio Giovanni; è importante? E dopo? Dopo si sono appartati. E dopo? Dopo niente, non ho visto altro. Sicuro? Sicuro.
E’ chiaro che mente: E lei dopo cos’ha fatto? Sono tornato. E’ sicuro? Insomma… insomma lui non camminava come loro. Camminava? Camminava come uno zombie, lentamente, tutto rigido. Venga ai fatti. Li ho seguiti. Li ha seguiti? Sì! E allora?… Non è un reato? Non ancora. Solo per… Bene, vada avanti. Parliamo piano; le ha messo una mano sulla spalla. E allora? Mi lasci dire. E allora dica? Ha allungato le mani, quel vecchio porco. E’ sicuro di quello che dichiara? Li ho visti bene, c’era una luna grande come un mappamondo. Vada avanti. Sembravano cercavano intimità. E la ragazza? Anche lei quella in televisione. Hanno già visto tutti quel notiziario. Prosegua. Si sono appartati. Bene. Credevano di non essere visti, ma io li vedevo bene. La prego di procedere. Non c’è molto altro, poi le ha stretto le mani intono al collo e l’ha strozzata. Ne è certo? Come che sto parlando con lei. Poi cos’ha fatto? Prima si erano dati molto da fare. Non faccia commenti. Come vuole, si è preso il bikini e se n’è andato senza voltarsi. Lo sa che quello che dice è molto grave? E non per dire, era proprio piccolo. Cosa? Il bikini; un niente.
Quel tale Giovanni sembra allibito. Intanto alla folla s’è radunata altra folla. Come sempre. Cos’ha da dire lei? Lui mente. A che proposito?… Non sono stato io. Mi sembra poco. Non sono stato io a strozzarla. Chi le ha detto che è stata strozzata? La televisione. Non mi sembra… Insomma è stata strozzata o no? Le domande le faccio io. Va bene. Dica quello che sa. E allora sto zitto. Ora deve parlare. Taci tu cretino. Cesira? Non dire una parola. Cosa ci fai qui? E lei signora?… Il signor Giovanni non è sceso con noi. Fate i bravi, ragazzi. Non può essere stato lui. Era con me, a letto con me. Scusi chi è? La moglie. Signora Cesira? Nonna? Ti ho detto di non chiamarmi così. Anche lei qui? Non l’avevamo vista. Chi preparerà per cena? Ti sembra il momento? Allora dica lei. Ma signor Giovanni… La bruttina che ha parlato è una certa Graziella. Un fuscello sgraziato. Il ragazzo che ha apostrofato la donna come nonna l’ha appena chiamata così e la tiene per mano. Diversamente nemmeno l’avrei notata. Non ha niente che corrisponda al suo nome. Commissario. Non sono commissario. Come le dicevo… Andiamo con ordine. E’ sempre stato al mio fianco. Abbiamo un testimone… Dovrebbe mettere gli occhiali. Come si permette? E tu stai zitto. Ho visto tutto. Vede commissario… Non sono commissario.
Dannazione, anche l’appuntato è sparito. Si dice sempre così: Andiamo con ordine. Ne è certa? Certo che sono certa? L’ho visto anch’io, era lì fuori che aspettava. Sembra che l’abbiano visto in molti: Ne è certo? Io l’ho visto, ma lui non mi ha visto. Improvvisamente più d’uno ritrova la memoria. Intanto la scientifica continua nel suo lavoro. Hanno trovato anche un mozzicone di sigaretta. Lo analizzeranno. Quella che parla si accompagna all’altro e indica un punto non lontano: Ha ragione Massimo, era proprio là. Guardava diritto e sembrava non vedere nessuno. Questo non vuol dire niente. Lasci fare a me, signora. Ma potrò pure dire quello che debbo dire. Al tempo. Non lo volevo dire ma glielo dico: la verità è che Giovanni soffre di sonnambulismo. Come di sonnambulismo? Ti giuro che non volevo. Mica lo sa quello che fa mentre dorme. E allora?… E allora non può essere colpevole. Come fa a dirlo? Lui è come un bambino. Un bambino? Non mi tradirebbe mai; non certo poi con una ragazzina, non le sembra? La ragazzina non era poi da disprezzare. Cosa c’entra? Lasci trarre le conclusioni a me. Forse non so, sono confuso. Ti ho detto di tacere che peggiori le cose.
E’ sempre un’ottima tecnica investigativa. Cerco di prendere la donna di sorpresa. Fissandola negli occhi e con fare autoritario: Dove sono i costumi? Credevo fossero dei ragazzi. Dica solo dove sono? Li ho sistemati, naturalmente, li ho lavati. Come li ha?… Ho fatto la lavatrice proprio stamattina; prima che i ragazzi si alzassero, mica potevo lasciarli in giro. E non ha pensato? Come potevo? certo era strano che fossero finiti nel nostro cassetto. E dove sono?… Appesi ad un filo. Che confusione. Adesso chi lo dice al padre? Per cortesia… Se non la strozzava lui l’avrei fatto io. Ma Cesira… Mi dica perché. Perché, perché, non si sapeva comportare. Chi, la vittima? E chi se no? Cosa vuole dire? Con tutto quel ben di Dio. Non mi sembra una colpa. E le sembra giusto? Moderi i termini… Non cercava certo di nasconderle. Era la mia ragazza. Voi tre, anzi voi cinque, anche tu che la conoscevi meglio, seguitemi in caserma. Come in caserma? Dobbiamo finire questa chiacchierata. Cosa c’è ancora? Dobbiamo fare chiarezza certa e verbalizzare. Ma io non volevo? Questo l’hai già detto al commissario, cretino.

Dichiarazione rilasciata dal signor Giovanni Gasparello: Volevo solo vedere Katia fare il bagno.
Dichiarazione rilasciata dalla signora Cesira Antonia Taradassi in Gasparello, già vedova Ansaldi: Lui è fatto così. Non succede spesso. S’addormenta e poi si alza e se ne va in giro senza sapere dove va. Non vede e non sente niente e nessuno. Non bisogna svegliarlo. Sarebbe pericoloso. Poi non ricorda nulla. Ma non ha mai fatto del male a nessuno.
Dichiarazione rilasciata da Sabatino Crescioni, nipote: Niente di rilevante.
Dichiarazione rilasciata dal medico che segue il signor Gasparello Giovanni: Da quanto appurato non è una persona pericolosa. Soffre solo di una grave forma d’insomma. Cioè deambula nel sonno di notte. Gli ho prescritto dei farmaci che ha sempre preso. Se posso dire… il Crescioni è altresì un soggetto iperattivo. In quel senso. Non so se mi spiego? Almeno di notte. E’ stata la moglie, la signora Cesira, a lagnarsene con me. Anche se con un po’ di vergogna. Povera donna. La capisco. Ma il medico e come un confessore.
Dai rilevamenti della scientifica: La vittima, una giovane ragazza, presenta attorno al collo i classici segni dello strangolamento. Nessuna impronta rilevata. Si notano altresì ecchimosi e lividi vari, presumibilmente dovuti a un’intensa attività sessuale pre-morte. Non è dato sapere se la stessa vittima era cosciente ed era consenziente, ovvero se si sia trattato di uno sfortunato caso di sesso estremo. Non aveva altri segni evidenti che possano determinare con assoluta certezza che la stessa deceduta abbia opposto resistenza o abbia tentato di difendersi dal suo presunto assalitore. Le unghie non erano spezzate e sotto non c’erano frammenti di pelle. La stessa espressione facciale della vittima non mostra paura né sottomissione. Se mi è permesso il termine è più la smorfia di chi se la sta spassando. Certo è che la permanenza nell’acqua salata e l’effetto delle onde hanno avuto modo di cancellare la maggior parte delle tracce d’analisi. Il corpo si presentava ancora come magnificamente intatto.
Dichiarazione rilasciata da Maicol Seibezzi, il fidanzatino della presunta vittima: Posso solo dire che Greta era una ragazza abbastanza affettuosa. Molto seria. Anche un po’ troppo. Una che si sapeva comportare. Non certo una sprovveduta. Quella sera volevamo festeggiare. Era un mese che si era assieme. A pensarci bene… dopo… Col senno del poi. Avevo notato che gli occhi del signor Giovanni mostravano interesse per la mia Greta. Cioè erano sempre sul suo reggiseno. Non mi sembrava sconveniente. Non era il solo. Greta era una brava ragazza che si faceva notare. Non mi sarei certo mai potuto immaginare. Credo che non tornerò mai più in questo posto.
Altra dichiarazione della signora Cesira, eccetera: Le ragazze di notte farebbero bene a starsene a letto

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hg_raindance-select-300-overhead-shower-woman-showering_730x411Non lo voglio chiedere. Non mi vorrei trovato subissare di colpe che non ho. Che non ho fatto a tempo ad avere. Non so cosa si sono raccontate quelle due. Come si possa essere giustificata Erika. Con il solo asciugamano addosso. So solo che Ortensia è qui con me che si prodiga al mio capezzale. Premurosa. Come la migliore delle mogli. E ha rinunciato al resto della vacanza. Solo per me. Per accudirmi. Tra qualche giorno dovrei anche uscire da questo maledetto ospedale. Ma di mare non se ne parla proprio. La casa l’ha già chiusa lei. Dovrò mettermi a dieta e smettere di fumare. Tutto è bene quello che finisce bene. Naturalmente Erika non l’ho più sentita. Non ricevevo altre visite. Non ho chiesto di lei. Come avrei potuto? Non ne sapevo niente. Nemmeno se era ancora viva o se era morta. Se non per il fatto che è stata proprio mia moglie a dirmi che mi mandava i suoi saluti.
Anche se non piace a entrambi ricordare, con delicatezza, Ortensia mi ricorda cosa è successo, senza farmi pesare troppo il suo malumore: “Sei uno stupido. Dovresti ormai saperlo quello che puoi e quello che non devi fare”.
Non ho fatto niente. E’ stata solo una giornata in spiaggia. Come potevo immaginare?”…
Lo so. Sai che non puoi stare troppo al sole. E poi non devi metterti in testa certe strane idee; caro mio. Non sono più cose per te. Ti credi ancora un ragazzino”?
Quando se ne va ripenso a quello che mi ha detto. In fondo non sono poi così vecchio. E quello che mi è capitato può capitare a chiunque a qualsiasi età. Tutti vanno al mare, d’estate, ma non tutti poi finiscono dentro uno squallido ospedale. Perché proprio a me? Mi son fatto portare qualcosa per cambiarmi. Non posso essere dimesso in bermuda. Intanto il vicino di letto russa come un’intera segheria. Ho sete. Mi ricordo che la prima cosa che ho provato è stata proprio la sete, prima ancora di provare quell’orribile e dolorosa pressione sul petto. Quella fitta. L’ho riconosciuto subito. Voglio dire l’infarto. Mi chiedo se ne valeva la pena per un po’ di sole.
Ripenso a Erika e cerco di riprendere il libro da dove l’ho lasciato. Un tentativo vano. Non mi sento tranquillo. Sarà lo spavento che ho provato. Sarà che l’ospedale mi fa ansia. Sarà il rumore del vicino. Allora accendo il portatile. Vado un poco in giro senza una metà precisa. Il mondo è ancora lì fuori. Mi sento un nomade. Mi sento vivo. Mi sento prigioniero. Mi sento un guardone. Senza sapere cosa mi spinga a farlo sono entrato curioso nel profilo di Ortensia. Ci sono le solite cose. Ha condiviso i soliti post delle solite associazioni di volontariato. Poi mi accorgo, per puro caso, che la sua chat è rimasta aperta. Vado a spiare. C’è un dialogo di mia moglie. Proprio con Erika. Di qualche giorno prima di andare al mare. Prima di quel giorno maledetto. Dell’ultimo giorno al mare. Di pochi giorni prima. Forse è stato questo che mi ha incuriosito. E’ una strana coincidenza. Leggo e ne sono sorpreso. Faccio copia e incolla in una pagina word che salvo in una mia cartella con la password. Leggo e rileggo senza dover stare collegato alla rete che qui c’è poco campo e non è stabile.
Il primo messaggio è di Ortensia: Probabilmente ha cancellato i precedenti. Lei è sempre uguale. Probabilmente, per distrazione, s’è scodata di cancellare anche questi. Avrebbe fatto meglio. Oppure si erano parlate a voce. Senza bisogno di una intermediazione informatica: “Fai come ti dico. Se ti vede fa un infarto. Sicuro. Con me è tanto… Sicuro com’è vero che sono qui a scrivertelo. Credimi”.
E se non lo fa”?
Lo fa. Lo fa. Non c’è uomo… Tranquilla”.
Ma se non?”…
Allora lo dovrai fare. Non mi dirai che tu”…
Non è quello. La vita mi ha regalato anche di peggio, anzi. Solo che non c’è la certezza che poi”…
Non ti chiedo poi chissà quale sacrificio. Basta stare un pochino attente. Tenere il becco chiuso. Una notte di buon sesso, selvaggio, come dico io. Come sai. Lui non lo può reggere. Ne sono sicura. Poi saremo libere”.
E se non… non cede”?
Hai troppi dubbi. Se sopravvive vuol dire che non sei più la Erika che conosco. Che mi sono sbagliata su di te. Che ti sei sbagliata sulle tue capacità. E allora dovrai inventarti qualcosa. Arrangiarti. Non posso venire ad aiutarti. Ricordi che io dormirò nell’altra stanza? Sarò sveglia a dormire nella nostra camera. Non sarò presente. Quando succede. Forse potrà essere solo imbarazzante. Ma ho pensato… ti puoi rivestire. Non c’è fretta, in questi casi. Puoi prendertela con comodo. Io dirò quello che devo dire. Se alla fine… Dovrai arrangiarti con il cuscino”.
Forse non sono mai state nemmeno colleghe. Questo chiarirebbe perché certe cose non se le sono dette a voce. In ufficio. Perché hanno avuto bisogno di scriversele. Certo che Ortensia è sempre un poco poco prudente. Da questo punto di vista Erika la conosco meno. Direi niente. Però quella frase in cui dice che la vita le ha regalato di peggio, anzi. Proprio quel anzi dopo la virgola. Quello mi fa pensare. Forse non le sono stato del tutto indifferente. Ma forse scherzavano tra loro. E non sono mica sicuro di essere io quello di cui parlano. Non ne posso certo avere la certezza.
Ma cosa vado a pensare? Forse è un altro dei loro scherzi. Ma io, comunque, sono duro a morire. Ho ancora qualche giorno di riposo e di ricovero. E poi tutta la convalescenza e la riabilitazione, per la continuità assistenziale. Spengo il computer. Vorrei riposare un poco. Certo che Erika è proprio carina. Quando si è rinchiusi in un ospedale si ha tutto il tempo per civettare con la propria fantasia. Potrei chiamarla quando esco. Tanto per sentire almeno la sua voce per telefono. Mi è rimasta impressa. Se poi… Magari senza farmi accorgere da mia moglie. Non so se posso addebitare il male al mare o se essergliene grato.

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cappella-sistina_650x447Siamo poi andati a Norcia? Certo che sì. Lì e anche in tanti altri posti, tutti bellissimi. Abbiamo solo avuto bisogno dei nostri tempi per accettare la verità. E il viaggiare non è stato il più bel regalo del nostro nuovo rapporto. Lui, quello che qui chiamo Alberto, mi ha cambiato la vita. Mi ha trasformata in una donna vera. Consapevole di sé. Non lesina consigli su come vestirmi. Come abbinare gli accessori e i colori. Mi aiuta a truccarmi e in mille altre cose. Persino in cucina. Ha un gran bel gusto. Mi ha reso più disinvolta. E spesso insiste per pagare lui. E ora ho un guardaroba che mi invidia anche Ornella.
Ha sempre un pensiero gentile. Mi dice che sono la sua dea. Mi spiega come fare ad essere più civetta. Più maliziosa. Più enigmatica. A rendermi preziosa. Come mostrare e cosa non mostrare. Come usare le posate e quando usare le mani. In compenso io l’ho introdotto in quei locali dove si mangia veramente bene, le cose genuine, e in abbondanza. E si beve un buon gotto di vino. Anche se non è imbottigliato con la sua bella etichetta. In caraffa. Anche se si infastidisce ancora se il cameriere esagera e si prende confidenza con una pacca sulle spalle.
Per quanto detto e non detto in quel mio vecchio post ora so che fa l’assicuratore. In verità l’agenzia è sua. E so che in quel ristorante non avrei potuto permettermi di pagare. E so anche che quel Caravaggio era un pittore del seicento. E mi piacciono anche le sue opere. Mi ha portato a vederne alcune che sembrano veramente magnifiche. Incredibili. Nella Basilica di Santa Maria del Popolo e alla Galleria Borghese. Persino alla National Gallery. Mi ha fatto notare l’uso della luce e delle ombre, come se tutti i personaggi si muovessero di vita propria in un fantastico paesaggio teatrale. Sembrano proprio veri. E sono incredibili tutte le cose che sa. Ha sempre pazienza con me.
Quella che però mi ha impressionato di più è stata la Cappella Sistina. Sono rimasta proprio senza fiato. Per la grandiosità dell’opera. E sapeva i nomi di tutti i personaggi e le loro storie. Sarei rimasta, col naso all’insù, a guardare e ad ascoltarlo, per giornate intere. Ma ad un certo punto ero così stanca che non mi reggevo sui tacchi e siamo finiti ad ingozzarci a Trastevere. Questa è stata un’idea mia e lui ha apprezzato abbondantemente, anche se è molto attento alla linea, di entrambi. Non vuole che mi riduca a diventare come la povera Ornella.
Anche Ornella è stata fortunata. Contenta lei? Ha trovato il suo principe azzurro; Ercole. Un nome e un programma. Non l’ho visto che un paio di volte. Non si può dire che sia una persona colta. Lei dice che è sempre fuori. Che lui ama andare in balera, la sera del sabato. Anche qualche altra sera. Credo faccia il muratore. Quante cose possono cambiare in due anni. Ora lei porta due taglie più di me e ha due gemelli. Tutt’e due maschi. Uno non sta mai fermo, l’altro è una vera peste. Ha il suo da fare, poveretta. Ci vediamo meno, qualche volta ci si sente per telefono. Anche l’ultima volta aveva il labbro spaccato e il trucco non nascondeva un occhio tumefatto. Dice che è felice e che si amano moltissimo. Follemente. Sospetto che il suo Ercole beva. Non vorrei che finisse per farlo anche lei. Sospetto che non mi dica tutto.
Alberto invece non lesina certo i complimenti. Mi dice quando, dove e perché non debbo esagerare, ma anche che una bella scollatura, profonda quanto basta, quando ci vuole ci vuole, mi dona. Anche se ha riso tanto quando, a Fabriano, nel bel mezzo di una degustazione di vini, me n’è inavvertitamente uscita una. Lui divertito ed io a lottare col mio imbarazzo tentando di passare inosservata. E poi inorgoglita della sua allegria. E poi divertita anch’io dei suoi commenti per il mio gesto maldestro di rimetterla velocemente al suo posto subito. Reggendo con l’altra mano tremante il calice mezzo pieno. E degli occhi strabuzzati degli altri. Dei pochi che se ne sono accorti. Come dice lui: dei fortunati. E cosa mettermi al collo per renderla ancora più irresistibile. Dice che molte donne, quasi tutte, dovrebbero essere invidiose di un seno come il mio. Secondo me lui ha una vera passione per il mio seno, una venerazione. Io gli invidio mille altre cose.
Per la prima volta mi ha fatto assaggiare le ostriche e, incredibile, sono squisite e funzionano veramente. Non ci avrei mai creduto. Ne sono diventata ghiotta. Ostriche e champagne. In un letto di ghiaccio. O anche con del buon prosecco. Forse mi sto facendo confusione, salto di qua e di là, ma è l’entusiasmo. Tutto per dire che con lui sono felice. E pensare quanto son stata stupida. A volte la fortuna è proprio dietro l’angolo. Magari davanti al banco degli affettati, come nel caso nostro. Basta saperla riconoscere. Basta saperla cogliere.
Però ora il prosciutto lo pigliamo intero. Sì! sto da lui. Una casa magnifica che basterebbe per due coppie più una nidiata di bambini. Ai bambini non ci penso quasi mai, ma mai porre limiti alla provvidenza. E tuttora mi chiedo come fa ad affettarlo col coltello; il prosciutto. Ma per i lavori di casa fa quasi tutto lui. Io ho ancora tutto da imparare. Non mi ci proverei più a stirarmi una camicetta. E non ha mai sbagliato una lavatrice. Ora tutti i capi sono del loro colore originale. Ora tutto, nella mia vita, mi sembra perfetto.
Per quanto riguarda la nostra intimità preferisco non parlarne. E’ stato imbarazzante solo all’inizio. Forse un po’ stupido. Com’è sempre davanti alle cose nuove. Dirò solo che a lui piace stare a destra e io ho sempre preferito dormire dalla parte sinistra; e poco altro. Lui legge molto, anche la sera prima di spegnere la luce. Io preferirei passare più tempo davanti alla televisione, quando stiamo in casa e non abbiamo ospiti. Brandendo il nostro grosso telecomando. Accoccolata come un gatto. Sì! mi manca il mio gatto.
Ho del pudore a raccontarlo, ma quello che ha richiesto più tempo è stato il nostro primo bacio. Poi pian piano ha cominciato ad andare tutto a meraviglia. Certo che la nostra unione è una vita piena. Io lo amo come uomo e anche come donna. E non siamo gelosi del nostro rapporto. Mi capita di incontrare tipi interessanti. Insomma ho le mie scappatelle, con uomini, come tutte le donne. I miei flirt. Anche lui ha raramente degli incontri con uomini, ma sono la sua unica donna. Quando mi capita un’avventura galante poi vuole che gli racconti tutto per filo e per segno. E mi sta attento ad ascoltare. Non ci sono segreti tra noi.
Gli altri uomini? Quando ci sono, e capita sempre di meno, cerco di non fare mai tardi. Solitamente so già dall’inizio come finirà e che finirà quasi subito. Sono sempre storie brevissime e comunque mi vengono presto a noia. Non ci si può credere, ma dopo un attimo ho già solo voglia di tornare da lui. Tra le sue braccia. Dentro il nido delle sue carezze. A piangere per farmi consolare. Persino per farmi perdonare; senza colpe. Per farmi dissetare di baci. Ce ne fossero di più di uomini come lui.

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Enrico Mazzucato 10629723_805711462812848_3665383877747300851_nMi guardo intorno allibito. Mai vista una cosa simile. E’ naturale. Le nuvole sono come panna molliccia ma consistenti ed elastiche. Premo il piede ma non ci si affonda, come mi sarei atteso. In verità non mi sarei mai aspettato nulla di tutto questo. Sopra c’è solo un azzurro niente. Quello che prima era su ora ce l’ho sotto i piedi. Intendo dire il cielo. E siamo in tanti. Anzi siamo tutti. Intorno a me c’è un brulicare di mondo. Le persone si spingono. Si litigano. S’insultano. Due quasi vengono alle mani. La tensione e il nervosismo salgono. E salgono proteste. Chi reclama il posto. Chi finge di sentirsi male, uno svenimento o è in ansia. Chi previdente si è portato una sedia. Chi sostiene che deve tornare in ufficio. Chi dice che in casa cucina lui e ha lasciato la pasta sul fuoco anche se sono solo le nove del mattino. Quello del “Lei non sa chi sono io”. Quello del “tanto mi sbrigo presto. Non ho nulla da confessare.” mentre furtivamente si mette in tasca il portafoglio e l’orologio del vicino. Per un attimo mi sembra che non sia cambiato niente. Che molti non si siano ancora resi conto di dove siamo e di che cosa sta succedendo. Tuona una voce come da un enorme megafono che non vedo per richiamare alla calma, inutilmente.
Mentre aspetto penso che l’inizio della fine sia stato proprio quello: l’uomo senza ideologie muore, anche se solo pensa di essersene liberato. La gente era confusa. Disposta a dar retta a qualsiasi cosa. Sarebbe meglio se riuscissi a smettere di pensare, e darmi ansie. Certo la morte è un evento naturale, come la vita. Ciò non toglie che lascia un bel po’ scioccati e perplessi morire tutti senza motivo, semplicemente smettendo di vivere, e nello stesso istante. Trovarsi in questo contesto senza sapere in quale coda sono finiti i propri cari. Prima ancora di essersi chiesti e sapere di quale malattia dobbiamo morire. Comunque a tutto questo non posso né ribellarmi né eclissarmi. Ho solo la possibilità di accettarlo. Non mi sento morto ma non sono più vivo. Sono… non lo so bene ancora cosa sono. Mi tasto in tasca, ho pochi spiccioli e un biglietto da cento. Sono un’anima anche se non so com’è fatta un anima. Avrei un po’ di sete. Non lo so se qui li prendono gli euro. Anche questo… credevo che un’anima non potesse avere né fame né sete. Chiedo al più vicino, longilineo, trent’anni, ma nemmeno lui sa più di quello che so io: un bel niente.
Mi incanalo nella mia fila: Bianchi-Europei-Italiani-Maschi. Mentre sto buono come in processione cercando di mantenere e difendere il mio posto, spinto di qua e di là, abbasso gli occhi su un mondo senza mondo. Dopo quella che ho chiamato da subito “La grande ramazza” mi guardo giù ugualmente attonito. Tutto è irreale. Le strade vuote. Le città che così non sembrano più città. Le macchine e i tram fermi dove si trovavano in quel momento. Nessuno che va al lavoro o ci torna. Nessun gesto frettoloso. Le immondizie ancora da ritirare e che non saranno mai più ritirate. Non un rumore di una radio o una televisione. Nessuno con il cellulare appiccicato all’orecchio. La vecchia signora non è alla finestra dietro le veneziane. Non un’anima cioè una persona in giro. Solo vento. Il deserto più deserto. Una mela cade dall’albero e fa “flop”. Non un cane che sia un cane che la fa contro un tronco. Le campagne senza nemmeno un grido di uccello. Il giogo senza buoi e la porta della stalla rimasta aperta. L’odore del fieno. L’odore del catrame. Il vino senza ubriaco. La colazione sulla tavola imbandita. Il caffè ormai freddo. L’insalata a marcire negli orti. L’abbandono.
Finalmente arriva il mio turno. Chiedo solo per curiosità perché il tribunale del settimo distretto e mi viene spiegato che è quello per i casi meno importanti, in un certo senso per i peccatori dilettanti. Mi lascio a un sospiro di sollievo. Quello mi scruta burbero. Me lo sarei aspettato più vecchio. Con lunghi capelli e barba bianchi. Forse solo un’immagine della mia fantasia stereotipata. Faccio silenzio per non interrompere il silenzio. Sembra una cosa alquanto molto solenne. Se non fossi così… distaccato, quasi rassegnato a tutto, mi verrebbe da ridere. Non so che dire. Vediamo, e mette lo sguardo su un librone spesso come il manuale dei desideri mentre me ne resto in piedi. Lo sfoglia rapidamente e trova il punto. “Vediamo… Vediamo… Posizione Trecento-ventinove-milioni-settecento-dodicimila-e-sette, scriva stenotipista e faccia attenzione. Ha scritto tutto o devo ripetere”?
Non aspetta nessuna risposta: “Le va bene di comparire in quest’aula come Malaussène? Benjamin Malaussène? Dica di sì”. Scuoto la testa: “Rienzo, –ripeto al giudice di settima classe aspirante cherubino– Rienzo meglio conosciuto come Due-volte-Enzo. Rienzo Padoan ma non di Padova, di Treviso, per la precisione provincia; provincia di Treviso. Da non confondere con Renato Padoan con cui non siamo nemmeno parenti”. Lui non alza gli occhi: “Ne è proprio sicuro”?
Più che sicuro”.
Sembra spazientirsi e mi guarda indagatore con due occhi che sono già una condanna: “Guardi che le… Comunque… Contento lei, ma”… (silenzio) Poi: “Scriva anche questo stenotipista… il qui presente eccetera eccetera davanti a questa corte eccetera eccetera in qualità di, questo lo aggiungiamo magari dopo, rifiuta l’offerta compassionevole, no! meglio indulgente, di comparire come Malaussène Benjamin eccetera eccetera, ma deciso afferma di voler essere presente solo come eccetera eccetera, lasci uno spazio vuoto, dopo lei fornirà cortesemente le proprie precise generalità al… collega per la precisione della trascrizione. Meglio correttezza e completezza di precisione. Mi scusi e la prego di voler provvedere alla sostituzione con una lacrima di bianchetto. Magari dopo rileggendo se vede qualche… Insomma faccia lei. Preso atto, visto e firmato eccetera eccetera”. (lungo attimo di silenzio)
Cosa mi dice di suo padre e sua madre”?
Cosa potrei dire? “Che erano già morti quando siamo stati chiamati a morire”.
Non faccia dell’inutile sarcasmo o dell’ironia”. (silenzio)
Comunque le colpe dei genitori non possono ricadere sui figli, se questo la può tranquillizzare. Padre vedovo. Madre orfana. Ottimo. Allora… Leggo qui che… ahh! Ahhh! lei ha rubato ovvero si è appropriato illegalmente e furtivamente di altrui proprietà o bene o oggetto o che dir si voglia. Cos’ha da dire”?
Assolutamente no. Posso negarlo con certezza”.
Qui c’è scritto diciassette aprile 2022. Debbo leggerle il resto”?
Ma avevo sei anni”.
E allora? Davanti ad una violazione o mancanza non possiamo stare qui tutto il giorno a cavillizzare o sofisticare eccetera eccetera. Semplicemente non è una cosa bella e non si dovrebbe mai fare. Non crede”?
Una monelleria. Una corbelleria. Senza importanza. Una merendina”.
L’importanza la stabilisco Io, anzi Noi. Non è su questo che siamo qui a giudicare. Allora ammette? Certo che ammette, è scritto qui. Procediamo con ordine. Devo anche osservare una sua carenza di voglia di migliorare eccetera eccetera onde avanzare eccetera eccetera e questo non è propriamente irrilevante ai fini del giudizio perché la signora… Al tempo. Mi segue”? (silenzio)
Passiamo ora a cose ben più serie. Cosa mi dice a proposito del «non commettere adulterio» poi derubricato nel meno grave «non commettere atti impuri» ovvero non indulgere in gesti di onanismo, sebbene a me sembri un’attività meno che scorretta ma non sono io a stabilire le regole. Le ricordo che l’età non può essere riportata a giustificazione valida e che nel caso specifico si può e si deve intendere intrattenersi con se stessi? Ha capito la domanda”?
Ho sempre odiato anche le interrogazioni in classe e odio le domande a raffica: “Da ragazzo come tutti i ragazzi”.
Non ci faccia perdere tempo che qui il tempo è prezioso. Non cerchi di fare il furbo con me in questa corte. Sappiamo che di più e più a lungo eccetera eccetera cioè quasi in eccesso e fino in non più tenera età, in età adulta ma nei posti più riservati, ammette i fatti che le vengono addebitati? Non mi dica che non sapeva e non le è mai stato detto che non avrebbe dovuto spargere il suo seme invano. Vorrei sentire delle donne a riguardo ma di questo avremo modo di parlarne ampiamente più avanti. Viene omesso e derubricato il fatto cioè l’atto quando è commesso da mano terza, come nel caso ad esempio di tale Dar’yana che sentiremo a parte e che lei si ostina a chiamare Daria e su cui torneremo in seguito, perché non costituisce danno o difetto o quasi tranne però quando che la stessa era allora in giovane età ovvero ancora minorenne”.
Ero un ragazzetto anch’io. Ho aspettato prima di sposarmi”.
Questo lo vedremo dopo. Allora… con tale suddetta già appena citata Dar’yana… per altro immigrata clandestina da paese non nell’unione, ne è rimasto soddisfatto e quanto? dopo segnerà nell’apposito schema con una crocetta se: ottimo, molto, più che buono, abbastanza, sufficiente, poco, per niente; ripetendolo per ogni incontro, cioè in questo caso per solo tre volte. Abbia pazienza. E’ la prassi. Non le sarà di troppa fatica. Era di sera, per quanto vedo, e anche due volte di pomeriggio di cui una all’aperto. Ma… e lei. Le sembra un modo corretto di comportarsi? Andiamo oltre. Allora… lei ha desiderato la donna degli altri, vedo che ne ha profittato cioè la legge dice precisamente ed esaustivamente che non si deve desiderare la casa del tuo prossimo, la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo”. (silenzio)
Allora… lei ha fornicato ovvero ha avuto rapporti sessuali peccaminosi ovvero vietati ovvero si è intrattenuto in incontri di tipo sessuale al di fuori del matrimonio o con uomini o con animali eccetera eccetera”.
Reagisco offeso e indignato: “Questo no! Solo con donne, sua eminenza, anzi con donna. Una sola volta. Tranne mia moglie, naturalmente”.
La prego, si rivolga a me solo come Signor Giudice. Il resto verrà se verrà”.
Mi scusi, come le dicevo”…
Vedo… vedo… Noi vediamo tutto, Noi sappiamo tutto. E’ tutto scritto. Sua moglie per ora non deve essere nominata in quanto non si può a giusta ragione ritenere a tutti gli effetti donna d’altri in quanto è stato stipulato e sottoscritto un regolare contratto di matrimonio che poi verrà aggiunto agli atti anche se poi è stata e si è rivelata anche come donna d’altri. Torniamo a noi. Già! tre volte e solo tre volte e scarsamente ripetuti benché ne avesse tutte le possibilità non meno tutte le capacità, o quasi. Ha qualcosa da rimproverare a qualcuno se non a se stesso”?
Non ricordo bene. Non ne sono sicuro. Forse sono tre. Solo tre. Se lo dice Lei deve essere vero”.
Mette in dubbio quello ch’è qui accuratamente scritto? La verità? Appunto… solo tre. Questo è il punto”.
E’ grave”?
Mi sono lasciato scappare un “Tutto qui?” ricevendone in risposta uno sguardo severo.
Vedo qui che per la precisione si è intrattenuto e ha anche dopo lunga e paziente attesa giaciuto brevemente con la stessa Dar’yana, ricorda ora? Poi con una certa Giuseppina, in questo caso molto meno brevemente ma non troppo. E in fine con la ben nota Carlotta Senisi, anche in questo caso in un solo un paio di occasioni o pochissime di più, Senisi che poi si è dedicata alla professione. Non a causa sua. Certamente. Eccetera eccetera. A sua discolpa o a suo carico, poi vedremo, è sempre stato lasciato ovvero sono sempre state le succitate donne a interrompere il rapporto. Risulta anche che la Giuseppina, lei pensi solo a scrivere, era a quel tempo già da tempo maritata e per giunta col suo amico, o dovrei dire caro amico? Amilcare Giovinazzo che sentiremo in seguito a parte”.
E’ grave”?
A parte il Giovinazzo che della cosa non dovrebbe mostrare sorpresa? Più che grave è assolutamente insolito. Cosa crede? Crede di essere stato dotato degli organi per farne un così raro e parsimonioso uso. In altra sede verrà sentita anche sua moglie, la signora eccetera eccetera in Padoan eccetera eccetera di età eccetera eccetera e di bella presenza eccetera eccetera, sarebbe così cortese di lasciare anche il numero privato del cellulare della signora, per cortesia, e qui parliamo anche nella violazione che cadrebbe sotto la norma di «Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.» ma lei signore, mi permetta di dirglielo, è anche un pessimo bugiardo, ma torniamo all’atto di congiungersi cioè di unirsi carnalmente eccetera eccetera come sopra riportato perché anche con lei, la di lei moglie”…
Ammetto tutto”.
Vedo che non mostra pentimento ma quasi orgoglio. Come sopra detto e scritto la sua frequentazione con soggetti di altro genere ovvero di sesso femminile, tra questi nel suo caso si deve qui comprendere anche la sua stessa consorte il cui nome e cognome verrà ancora naturalmente trascritto in seguito per una questione di speditezza nell’accertamento dei fatti, e per dare alle donne in questione, moglie compresa, la possibilità di enumerare accuratamente le sue mancanze e le sue assenze e le giustificazioni adottate, è stata più che parsimoniosa tanto da ricadere sotto la normativa riguardante i peccati di avarizia”.
Lo nego”.
Nega come negano tutti gli uomini, i soggetti maschi, il che è umano ma irrilevante. In fondo, ma molto in fondo, il Figlio si è sacrificato anche per lei. Dico solo tre più una. Non siamo al mercato. Non è un’offerta promozionale. Debbo fornirle un conto preciso? La moglie in tale conto conta sempre qualcosina meno per ovvie ragioni. Il dovere coniugale. Mi capisce? Secondo il mio modesto parere i cosiddetti incontri cioè per essere più specifico e non essere frainteso gli amplessi ovvero i congiungimenti ovvero i coiti con la moglie proprio in quanto leciti e obbligatori per quel contratto sopraggiunto e anche in quanto naturali e non doverosamente richiesti o anche se richiesti ma all’interno del talamo coniugale in quanto spesso la moglie lo fa per quell’obbligo mentre capita che vorrebbe essere altrove o con altro soggetto a cui magari anche pensa proprio nel preciso esatto momento del non completamente gradito congiungimento poiché la vita non è sempre fatta solo di abitudine dicevo che dal mio punto di vista dovrebbero essere detratti dal computo totale. Sarebbe in questo caso più che una catastrofe. Arriveremmo a temperature siberiane”. (silenzio)
Comincio a temere, viste le accuse e il contesto tutto, che mi si possa commissionare una pena di un’eternità o anche due: “Non mi spetta un avvocato”?
Qui ha la facoltà di difendersi da solo”.
Vorrei parlare con qualcuno… con un suo superiore”.
Non ha tempo, non mi sembra ci siano gli estremi e per queste cose c’è l’ufficio reclami”.
Allora chiedo stizzito ma in modo cortese di essere rimandato da dove sono stato inavvertitamente tolto proprio nel momento in cui mia moglie mi stava per fare il suo massimo complimento mettendomi nella condizione di apparire alla corte senza cinta che sono costretto a sostenermi i calzoni con le mani. Inoltre chiedo che nell’essere rimandato indietro mi sia concesso di ritornare nella stessa medesima condizione magari con cinque minuto indietro. Lo so bene che dovrebbe essere in loro potere il fare qualsiasi cosa compreso l’impossibile e le iperbole. Si tratterebbe solo di un piccolo e semplice miracolo come se ne sono raccontati tanti. Mi specifica tutto serio nella sua dignità e in nome delle mansioni in cui è delegato che non esiste un ascensore che possa portare indietro. E allora chiedo cosa fa tutta quella gente in quella lunga fila davanti alla sua porta? Mi dice che è gente che come me non vuole abbandonare la speranza; ma che qui non c’è nessun posto per nessuna la speranza. Strano mondo il mondo dopo del mondo.

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12-banksy-graffiti-1600x1200-pulizieIl povero signor Alvaro era morto nel suo letto. Stroncato ignaro nella notte. Senza soffrire. Così aveva detto il medico. La vedova era affranta. Lui era lì disteso sotto al lenzuolo. E lei era entrata per riordinare la stanza. Prima dell’arrivo dell’autolettiga. Cercava di non guardare. Come avrebbe fatto qualunque altra donna. Qualunque altro essere umano. I morti le avevano sempre fatto impressione. E si sentiva a disagio. Aveva fretta di finire la camera e di uscire. Non era mai entrata quando c’era qualcuno dei due. Bussava sempre prima per esserne certa. Eppure, come sarebbe successo a chiunque, i suoi occhi non andavano che là. Di sfuggita, certo. Rapidi a distogliere lo sguardo. Era ancora abbastanza giovane il signor Alvaro. Insomma un cinquantenne ancora in discreta forma. Chi l’avrebbe mai detto? Chi se lo sarebbe potuto aspettare? Pensò al dolore della povera vedova. Alla parola vedova. Ai rimpianti. Pensò che forse, quella donna, non avrebbe più avuto bisogno di lei.
Nemmeno lei avrebbe saputo cosa poteva aver mosso la sua curiosità. All’improvviso decise di voler vedere un’ultima volta il suo vecchio padrone. In fondo gli era stata proprio affezionata. Era sempre stato gentile con lei. Scostò con cautela leggermente il lenzuolo. Era pallido, ma non tanto più del solito. Un filo di barba da radere. Gli occhi chiusi. Il volto sereno, in una specie di sorriso; quasi divertito. Dissacrante la disgrazia. Sembrava proprio che dormisse. Un po’ freddo, questo sì. Rigido. Non che l’avesse toccato, non ne avrebbe mai avuto il coraggio; questo l’aveva immaginato. Fece scendere ancora un po’ la bianca stoffa. Poi ancora un po’. Prima non aveva fatto caso ma la tela era tesa, lì sotto, c’era un bozzo. Lo ricoprì con un improvviso senso di vergogna. Poi tornò a scoprirlo sempre lentamente. La curiosità era diventata troppa.
Altro che rigor mortis. Il povero signor Alvaro era deceduto con… in eccitazione. E che… eccitazione. Caspita. Chissà cosa o chi stava sognando? Certo non se lo sarebbe mia immaginata. Era un signore così per bene. Ma ai sogni non si comanda. Non si possono governare. Se l’avesse solo potuto immaginare non sarebbe nemmeno entrata. Non si sarebbe avventurata a spiare. Non si sarebbe permessa. Che poi la polvere non scappava. Le pulizie potevano anche attendere. C’erano cose ben più gravi; e più urgenti. Forse avrebbe dovuto mettere una candela accesa sul comò. Se era il caso avrebbe dovuto pensarci la moglie. Non si sa mai cosa fare in casi come quello. Se ne pensano tante e sembrano tutte sbagliate. Fece ancora per ricoprirlo con pudicizia. Si vergognava dei propri pensieri. Una mano, o qualcosa che non saprebbe definire, la trattenne. E lei non trattenne la mano.
Le veniva da canticchiare, come sempre le succedeva mentre faceva le faccende, ma a fatica riuscì a impedirselo. Passò lo straccio sulla colomba bianca. Benché provasse vergogna e rimorso i suoi occhi non riuscivano a staccarsi da quella vista. Ne era come… affascinata. Certo non poteva credere che tutto quello fosse opera di quella donnetta della moglie. Che loro due… insomma che fosse venuto meno proprio… insomma, mentre lo facevano. Non le sembrava possibile. Naturalmente non l’aveva mai visto così, in quel modo, nemmeno l’aveva mai pensato e immaginato. E per di più credeva che dormisse in quel pigiama. Non con solo i boxer. E che poi nella notte gli potesse uscire fuori… In quel attimo volle credere che lui, nel fatale momento, la stesse sognando. L’idea era strampalata, ma la cosa le dava un senso di soddisfazione. In un altro momento non si sarebbe mai permessa. Lo guardò bene. Era gonfio di desiderio che non avrebbe mai appagato. L’ironia della vita va sempre molto oltre qualsiasi fantasia.
Si guardò intorno. Ascoltò i rumori. La moglie non sarebbe mai entrata in quella stanza. Accostò le tende. Chiuse la porta. Si chiese se era giusto. Perché no? Cosa c’era di male? Nessuno l’avrebbe saputo. Non avrebbe fatto del torto a nessuno. In un certo senso non era più nemmeno il signor Alvaro. Lo era e non lo era più. Il vincolo del matrimonio dice solo… E poi si era accorta di come quell’uomo la guardava mentre faceva le pulizie. Con due occhi. Forse sua moglie non gli era abbastanza; come dargli torto. Non si sarebbe mai permessa. Non gli avrebbe mai permesso. Ed era sempre anche così trasandata. Sempre in ciabatte. In quel momento era tutto diverso. Fu solo allora che si decise. Salì sul letto. Lo scavalcò con una gamba. Sollevò appena l’orlo del vestito e lo accolse in sé, senza togliersi niente. Avrebbe mantenuto comunque il proprio decoro e il proprio pudore. Non voleva certo mancare di rispetto a sé stessa. Alzò gli occhi al cielo e al crocifisso e si sentì soddisfatta. E’ proprio vero che tutti i salmi finiscono in gloria. Nel dolore dei cari almeno che si potesse godere lui quella morte, povero caro.

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L'angelo di OsloInutile raccontare di nuovo tutto per filo e per segno. Chi è così troppo curioso può andarselo a leggere nelle pagine del libro[1], ma è una storia lunga e ingarbugliata. Per quanto ci riguarda in particolare basta andare dalla fine di pagina 441. E’ a quel punto che l’autore tace la verità e s’inventa una storia incredibile dove lei si uccide per amore. Certo l’amore è un sentimento molto forte. Non solo tra un uomo e una donna. Non l’unico. Forse però questo non lo dovevo dire. Pazienza. Allora… dov’eravamo arrivati? Sì! la verità è molto più semplice.
C’è solo silenzio intorno e la notte è nera. Non è nemmeno una vera tomba. Solo un tumulo. Un insieme di pietre. Lei, con delicatezza, sposta la terra e rimuove la plastica che ricopre il corpo morto. Prende le cornee, prima la sinistra e poi la destra, che gli erano state criminalmente sottratte contro la sua volontà; espiantate, si dice, e le posa nelle cavità oculari del cranio. Poi rimise piano il polmone nello spazio sotto le costole a destra. Poi passò meticolosamente al fegato e ai reni. Infine gli restituì il cuore.
Se avesse potuto vedere nel buio non sarebbe rimasta sorpresa, non avrebbe pensato di rinunciare alla vita stesa al suo fianco. Quando gli aveva ridato le cornee lui era tornato in grado di vederla. Quando aveva rimesso il polmone al suo posto lei aveva potuto sentire di nuovo il respiro caldo di lui sulle guance. Forse era anche distratta da quell’impegno. Non era una cosa che si è soliti fare. Fegato e reni avevano restituito purezza al loro infinito amore. Infine il cuore aveva subito ricominciato a battere all’unisono al suo.
Per quanto detto lo stupore di lei era stato smisurato. Si erano dati quel bacio che avevano aspettato per un tempo infinito. Poi lui si era alzato e le aveva detto che doveva andare. L’aveva invitata ad andare con lui. Al suo fianco. Aveva indossato ancora la sua kefiah. Perché quella terra aveva ancora bisogno di lui. Dei suoi occhi, del suo cuore e anche delle sue braccia. Di tutto l’amore del mondo. Di lui e di tutti quelli come lui. Che sono tanti. Perché non da pace la morte.
Forse è proprio solo per questo che l’autore ha taciuto la verità: Quella terra ha ancora bisogno di martiri. Il suo nome resta solo su quella povera scritta sopra quelle pietre. Per tutti lui deve essere ancora morto, una vittima. Una vittima come tante. Quasi, e forse una vittima senza nome. Era stato solo un ragazzo. Un ragazzo come gli altri. Un ragazzo che tirava le pietre. Come un gioco. A chi le lanciava più lontano. A chi possedeva più mira. Un gioco che gli era costato la vita. Ma forse il libro qui è solo un pretesto.
Lui avrebbe ritrovato i compagni. Sarebbe tornato a sfidare la morte. Come allora non gli faceva paura, ma ora sapeva. Erano stati traditi da tutti. Prima dagli amici e poi dagli assassini. Non sarebbero più tornati in Danimarca. Faceva troppo freddo là. E non c’erano più segreti, o ce n’erano ancora troppi. E sarebbe andato fiero per la sua strada. Insieme a tutti, a un popolo. Al suo popolo. Non aveva odio in cuore. Solo tanta rabbia. Solo tanta amarezza. Voleva solo gridare forte la verità. Inshallah. Non con un coltello. Con una colomba o con un fucile, ma farsi sentire. Il tempo era finito.
Sono tornati a marciare nel silenzio gli eroi bambini. I morti non morti. Attraversano la notte. Con passi incerti, ma con caparbietà. Se Dio vuole. Per una nuova intifada. Sono sempre più numerosi. Chi li vede si cuce la bocca con filo sottile ma robusto. Con tela di ragno e miele. Gli regala un sorriso e un saluto. Si affida a loro. Torna a sperare. Questa è la verità e allo stesso tempo una favola. Ci si può credere o no. Ma senza un po’ di fantasia e di utopia è allora che la vita muore. E il destino diventa un sentiero inutile da percorrere.
[1]     Stefan Ahnhem: L’angelo di ghiaccio.

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