Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘racconto breve’

A volte le sere riservano sorprese che non ti sapresti immaginare. Ero entrato per bere un bicchiere, sul grande schermo davano un incontro di Rugby. Era un’osteria piena di fumo e di chiasso, tutte cose che preferisco evitare. Stavo per alzarmi quando sono stato distratto dalla sua voce baritonale e dalla sua grassa risata. Era già ubriaco e aveva perso un po’ di controllo. Io ero già con i miei libri sotto il braccio.
Poi ricordai dove era stato visto in precedenza: in una bettola di Praga, molto ma molto tempo fa. Infatti aveva l’aria e il vestire da migrante, anche se aveva smesso l’armatura. Di straniero lì non era l’unico. Non avevo dovuto fare una grande fatica di memoria: lui aveva allentato la sciarpa, aveva preso la testa e se l’era messa sotto il braccio. Aveva continuato a bere quel rosso ma il vino precipitava direttamente in una pozza a terra. Un gatto randagio, entrato chissà come, lo leccava e si dissetava. Incuriosito mi avvicinai e glielo chiesi: “Ma lei, per caso, non è il cava?”…
Giungendo da noi aveva imparato ad apprezzare il vino. Ora non lo avrebbe certamente barattato più per una birra. Non mi lasciò finire, mi prego di parlare piano. Nessuno pareva fare troppo caso a noi e lui mi aveva fatto un cenno di conferma. Quella parola era circolata anche troppo, quel titolo, e quasi mai in senso lusinghiero. Non voleva avere nulla a che fare con quelli che circolano in questi giorni tristi. Naturalmente la Nuova Zelanda stava vincendo.
Mi affibbiò una gran manata sulla spalla, eravamo diventati confidenti. Mi aveva precisato che così il vino gli restava nel palato e gli andava subito alla testa, ma non gli toglieva la voglia di bere. Si era però schizzato i pantaloni: “Perché mi guardi così? In fondo loro la testa ce l’hanno attaccata al collo, ma almeno io me la porto sempre dietro; con me. Non la lascio sul comodino”.
Ebbene sì! mi assumo tutta la colpa: sono amante della buona letteratura. Mi piacciono le storie. Come un bambino amo lasciarmi fantasticare. Tutto, ma questo superava il tutto. Mai mi sarei potuto immaginare che avremmo bevuto insieme. Stavo solo stancamente rientrando a casa. Nessuno mi aspettava e non aspettavo nessuno. Avevo perso persino le speranze di trovare avventura dentro quei libri.
Mi sembra che tutti si stiano dando appuntamento in questa città. Era ancora sorpreso che io sapessi chi era. Mi aveva sempre affascinato quella vicenda che ormai apparteneva a una memoria lontana. In fondo non ero forse anch’io un po’ alchimista? Gli avevo chiesto: “Mi parli della sua storia”. Mi aveva detto laconicamente accomiatandosi: “Magari un’altra volta”.

Read Full Post »

img072BEra partito con passo deciso che appena cominciavano a dissiparsi le ombre della notte. In un chiarore smorto appena percettibile e privo di luce. Non aveva dormito molto ma si sentiva pieno di energie. Guardò verso la cima ma le nuvole non portavano nessuna minaccia. Sostò solo per stringere bene i lacci degli scarponi. La borraccia gli batteva sul fianco rassicurante. Avrebbe impiegato tutto il tempo che la caccia gli avrebbe richiesto. Solo di tanto in tanto rallentava per tagliare qualche fronda e segnare meglio il sentiero.
Vide dei porcini freschi appena sbocciati ma tirò diritto. Il bosco già diradava. Si asciugò il sudore dalla fronte col fazzoletto. Non avrebbe desistito per nulla al mondo. La sfida lo incitava. Superò un tronco abbattuto e uno stretto ruscello senza bagnarsi i piedi. Era un tipo metodico anche nelle piccole cose di tutti i giorni. Si grattò la barba e guardò avanti. Nemmeno il terreno reso scivoloso e morbido dall’umidità della notte poteva aiutarlo.
Quella preda sembrava conoscere anche lei quelle vie ed essere furba. Si muoveva senza rumore e camminando sui sassi. Ma a lui bastava un cuscinetto di muschio appena schiacciato, un piccolo e fragile rametto spezzato, il minimo indizio per ritrovare la strada; non gli sarebbe potuta sfuggire. Non ascoltava i rumori ma i silenzi. Dove lei passava gli altri animaletti tacevano. Lui sembrava annusare l’aria.
La vide lontana, da una sella, per poi sparire dietro un mugo. Il segreto della caccia è nel non aver fretta. Chi scappa è spinto ad affrettare il passo. Questo costringe a soste, a sudare e crea più bisogno di abbeverarsi. E lui conosceva tutti i posti dove scorreva l’acqua. Quel bosco non aveva mai avuto segreti.
Girò torno ad una croda e lasciò lo zaino per essere più leggero e rapido. Lo avrebbe ripreso al ritorno. Prese solo la corda che si girò attorno alla cintola. Restò sorpreso perché non doveva ormai essere più molto lontana eppure non lasciava rumore nemmeno quando attraversava le pietraie. Sembrava agile e non avere peso. Scese quella specie di mulattiera ripida poggiando la mano sui massi ai lati per tenere l’equilibrio.
Sentì quasi distinto un frusciare di fronde; non poteva sbagliarsi. Sostò un attimo per riflettere nei pressi di un antico abete rosso piegato e annerito da un fulmine. Una leggera brezza tentava di confondere i rumori. Era certo di quello che aveva udito. La intuiva vicina, ormai a portata di mano. Fu colto di sorpresa e non fu abbastanza rapido. La preda lo prese alle spalle e lo colpì alla testa con un sasso.
Si risvegliò ed era legato con quella corda al tronco di quell’abete. Lei era là, davanti a lui, e lo fissava. E nei suoi occhi sembrava schernirlo. Era bionda e slanciata. Aveva caviglie sottili e seni sodi. Beveva dalla sua borraccia. Si tagliò una lista dalla sua carne secca. Gli spiegò trionfante: “Non è il tuo giorno fortunato. Scusa. Potrai sempre dire che ti sei legato da te per non soccombere al mio canto.” –e sparì senza far rumore.

Read Full Post »

La valle era stretta e in ombra. S’insinuava tra due pareti diritte come muri. Nel mezzo s’insinuava a fatica un torrente brontolando di cui percepivamo la presenza dal rumore. Probabilmente avevamo sbagliato, dovevamo prendere quella prima a sinistra. Ci eravamo persi. Sembrava portare direttamente al nulla. Pioveva e ormai aveva fatto buio; un buio nero come la pece caduto all’improvviso. La carrozzabile era già scivolosa. Non mi sentivo tranquilla e nemmeno Sante lo era. Lo vedevo guidare teso nel tentativo di capire dove ci portava e cosa ci riservava quel varco. Cominciavamo anche ad avere un po’ di appetito quando vidi quelle luci. Lui era così attento che nemmeno doveva averle notate. Gliele indicai e lui sterzò subito sulla destra. Lì gli orsi non avrebbero potuto annusare nemmeno i tubi del petrolio. Non c’era molto spazio ma riuscì a parcheggiate in un modo abbastanza sicuro.
Il posto non sembrava molto invitante: «Baita al camoscio zoppo». Era una stamberga nera nel nero, alzai le spalle, non avevamo molta scelta. Sante mi tenne aperta la porta ed entrammo in una stanza dove nell’aria gravava una pesante coltre fumosa. Lui tossì per denunciare la nostra presenza alle poche persone che sedevano ai tavoli con una birra davanti. Sembravano uscite tutte da quei quadri dai colori opachi che ritraggono vecchi contadini intenti ad annegare le disgrazie nel vino. Gli occhi si alzarono e ci spiegarono subito che non eravamo ospiti graditi. Avevano l’espressione di chi veniva infastidito da una presenza molesta.
Prendemmo posto in un tavolo d’angolo, scostato dagli altri, e restammo in attesa. Gli altri presenti continuarono come se non ci fossimo tranne per quelle occhiate maligne. L’oste era robusto e panciuto, con una faccia tonda e rubizza, che si sarebbe detto un boscaiolo. Appariva e spariva dietro la porta delle cucina. Della cucina si occupava la moglie che era una donnetta secca e astiosa. Al bancone c’era una ragazza che tutti chiamavano Berta o Bertazza; con una carnagione che sembrava non aver mai visto il sole, occhi tristi di un grigio fango e le labbra sottili torno una bocca lunga che non si stancava di disegnare smorfie.
Fu la ragazza ad avvicinarsi al nostro tavolo. Sante le chiese se potevamo mangiare qualcosa. La ragazza rispose che avevano solo formaggio e affettato, ma, che se avevamo pazienza, poteva chiedere in cucina per una zuppa di orzo. Io per prima precisai dubbiosa che non avevamo fretta. Prima che la ragazza si allontanasse le chiesi dove portava quella strada. L’altra indecisa rispose che portava alla «pietraia di Malga Vecia» e si allontanò. Tornò per apparecchiare in modo alquanto sommario. Mise sopra la tavola una caraffa d’acqua e una di un rosso torbido e scuro, bicchieri e due coppie di posate avvolte nella carta da macellaio.
Regina, che aveva braccia e cosce grosse, bisbigliava nelle orecchie di quello che doveva chiamarsi Miglio e rideva. Poi lui le sussurrava qualcosa che doveva essere divertente e lei rideva. Poi lei accennava verso di noi e ridevano di una risata forzata e isterica. Davanti a loro era seduto quello con quel buffo cappello a cencio sulla nuca; De Cassan. Sulla sedia si dondolava un tipo con una lunga cicatrice sotto l’occhio sinistro e un ciuffo di peli solo sul cucuzzolo; un tale, anche lui, con un nome con De, forse De Stabio o De Stasser. Quel tipo portava scarpe di un numero esageratamente grande oppure aveva piedi enormi.
Dopo una lunga attesa fu la moglie dell’oste ad arrivare con due zuppiere fumanti con una zuppa densa e maleodorante che si sarebbe rivelata avere un leggero sapore di muffa. Quel Miglio diede di gomito a Regina e come per un accordo risero tutti in sincronia. L’olezzo che emanavano i piatti non invitava a infilare il cucchiaio in quella broda spessa. La ragazza del banco invece, dopo un’occhiataccia del padrone, portò un tagliere con alcuni pezzi di formaggio, fette solitarie di insaccati e due tozzi di pane nero. Ci guardammo e Sante ne profittò per chiedere se avevano una camera. La ragazza, che parve contrariata, disse che forse una camera ci poteva essere, che si sarebbe informata e scappò. Ci scambiavamo poche impressioni con gli occhi e il poco che avevamo da dirci lo bisbigliavamo. Gli altri continuavano a controllarli di sottecchi.
Alla fine della cena salimmo in camera per una scala di legno malferma e lamentosa. Gli occhi di quella piccola folla non si staccarono da noi finché non sparimmo alla vista. Avevamo tacitamente deciso di lasciare le valigie in macchina. La stanza aveva l’aspetto di una soffitta polverosa con un vecchio letto alto in ferro battuto. La piccola finestra fragile dava sulla parete di roccia che ad allungare la mano di sarebbe potuta toccare. L’unico oggetto superfluo era un calendario ma del millenovecento-tredici e nella serratura non c’era chiave. Il bagno era fuori e consisteva unicamente in un lavandino, un cesso e un cestino per la carta igienica usata, ma il rotolo era vuoto. Tutto sembrava di riciclo e aver notevolmente sofferto per l’imperversare del tempo.
Sotto la porta era stato fatto scivolare un biglietto che diceva, senza errori di grammatica: «I forestieri non sono ben visti. Ormai è tardi. Che Dio vi aiuti». Sante mise la sedia inclinata contro la maniglia della porta, così avrebbe fatto resistenza e poi rumore mettendoci sull’avviso. Quel letto era duro e naturalmente non c’era campo. Fece per spogliarsi, poi decise di sfilarsi solo le pedule. Non eravamo tranquilli e quella pareva presentarsi come una notte lunga e agitata. Ci stavamo chiedendo chi poteva aver scritto il biglietto per metterci sull’avviso, ma soprattutto di chi dovevamo diffidare. Ma, forse per la stanchezza del viaggio, o per quel vino, dal gusto così asprigno, le palpebre si serravano pesanti come saracinesche.

Read Full Post »

La sigaretta era accesa, aveva tutto il tempo che gli serviva. Avrebbe solo voluto avere il tempo per mettere il suo vestito di festa. Stava bene vestito per la domenica; Marietta se lo coccolava con gli occhi. E allora scendevano a braccetto in paese. Non lo aveva potuto fare, ma un uomo deve sapersi accontentare.
Lui non aveva paura della fatica. Lui non aveva paura di niente. Lui aveva i calli sulle mani. Aveva preferito il lavoro alla scuola, non era portato per stare seduto. La verità era che non avrebbe potuto comunque continuare, i soldi non bastavano certo. Non si sfama una famiglia con quei pochi passi di terra. Amerigo era scappato per cercare fortuna in America e non aveva più scritto. Certo non aveva mai imparato a scrivere; però c’era sempre qualcuno che si poteva trovare. Lui aveva giurato che non sarebbe finito così, ad annegare la rabbia e la misera dentro il vino.
Quando l’aveva visto in volto, quel volto glabro da ragazzino biondo, aveva capito che non poteva più capire. Che non avrebbe mai più potuto accettare; e aveva deciso. In cuore aveva chiesto scusa a suo padre e a sua madre e di era seduto su quel masso. Non capiva quello che diceva ma quegli occhi pieni di lacrime gli avevano parlato di paura e di dolore. Parlava un’altra lingua, una lingua che non conosceva, ma diceva parole che sapeva bene.
Aveva finito il libro; lo aveva amato e lo aveva donato a Giordano. Gli piaceva regalare agli amici le cose che lui aveva amato. Che potessero godere quello che lui aveva goduto. Era certo che Giordano l’avrebbe apprezzato e lui ne aveva anche troppo di tempo. Quando lo aveva abbracciato non aveva trovato il coraggio di guardarlo negli occhi. La verità non dovrebbe mai mostrare pudore. Gli aveva solo detto buona fortuna.
Il prete era solo un uomo. Non aveva mai amato i preti, ma quello gli faceva simpatia. Che restasse o che se ne andasse non faceva alcuna differenza. E poi aveva sempre amato gli uomini. Così come sono. Anche con i loro difetti. I signori no! per quelli non avrebbe sprecato mai nemmeno una parola. Avrebbe voluto non avere più padroni. Che non esistessero più. Non sapeva come spiegarlo, ma non sapeva a cosa servivano. Forse un giorno qualcuno avrebbe visto quel giorno. Forse lo stesso Nino.
Lui poteva dire che aveva visto tutte le cose che c’erano da vedere. E aveva visto il treno. Che bestia enorme con muscoli di ferro. C’era da non crederci se non fosse stato lì. Davanti ai suoi occhi. Con tutta quella gente sopra. E aveva avuto la fortuna di salirci sopra mentre Marietta tratteneva le lacrime dentro agli occhi. E poi lo aveva visto partire. E lo aveva salutato sventolando il fazzoletto. Lei non lo sapeva fare il vino e non era stata nemmeno una gran bella stagione; povera donna. Era così giovane ma non aveva paura di niente. Aveva una bella e buona lingua. Non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno. Solo lui era riuscito a metterle la briglia.
Non sapeva se i suoi l’avrebbero capito. Lo avevano sempre considerato una testa matta. Un discolo. Ma in fondo lo avevano sempre amato. Era solo che erano vecchi, quei poveri vecchi. Ed erano soli. Soli a combattere col tempo e con la terra. Soli con le loro idee da vecchi. Soli con le chiacchiere. Con le feste comandate perché qualcuno le aveva comandate. Ma non tutte le domeniche i campi ti lasciavano fare domenica. C’era sempre tanto da fare.
Lui aveva avuto un solo grande amore e amava ancora quella donna, più della sua stessa vita. Non aveva molto da offrirle ma le aveva offerto tutto. Erano stati felici. Aveva finito di scrivere la lettera. Era certo che quando Marietta l’avrebbe letta lei avrebbe capito, e Nino, suo figlio, sarebbe stato orgoglioso del padre. Come lui era orgoglioso. Gli aveva fatto un tamburo di latta. Era come se lo potesse vedere martellare sopra con le bacchette. Il sangue chiama sempre sangue, porta sempre dolore. Ci vuole un grande coraggio per fare una vigliaccheria come la sua. Lui aveva finito la sua canzone.
Aveva guardato la cicca. La brace aveva consumato ormai quasi tutta la sigaretta. Quelli avevano caricato i moschetti.

Read Full Post »

La mia storia con Emaudina era finita, ma l’amavo ancora. Ci siamo conosciuti a maggio e a novembre abbiamo deciso di andare a vivere sotto lo stesso tetto. Non potevamo continuare a inseguirci per mail e parlarci solo per telefono aspettando i fine settimana. E’ stato così che ho raccolto le mie poche cose e sono andato a stare da lei. La mia Emaudina ha una casa molto grande con tante finestre dai davanzali pieni di fiori. Ha il caminetto in sala da pranzo e una, anzi due stanze per gli ospiti. Un piano cottura in marmo, ampi armadi in camera e un grande portascarpe e una donna che viene tutte le mattine a fare le pulizie. Doppi servizi e una gatta di nome Berenice.
La gatta era una bestia enorme di pelo lungo che lasciava in tutte le stanze aggrovigliato in enormi batufoli. Si faceva le unghie in ogni mobile di legno e bagnava di pipì ogni cantuccio. Emaudina consumava molto del suo tempo a pettinarla almeno una volta al giorno, con grande pazienza, e la micia restava lì accoccolata lasciando fare alla padrona come rapita in estasi. Per il resto l’animale sonnecchiava nell’ampio divano bordò del salotto dove guardavamo la televisione con l’attenzione di non rubare il suo spazio e di non schiacciarla. La prima notte in quella casa al mattino mi svegliai e lei mi stava fissando incuriosita del nuovo visitatore. La spinsi giù dal letto e mi rintanai vicino al mio amore.
Poi un giorno mi azzardai cautamente ad accarezzare Berenice, ma quella mise le unghie, ringhiò soffiando e mi lasciò i segni sul dorso delle mani. Provai a parlarne distrattamente con Emaudina e lei rimase sorpresa senza darci troppa importanza. Io non mi avvicinavo al felino e quello non si avvicinava a me. Sembrava fissarmi con enorme diffidenza. Quando la trovavo a spiarmi a letto il mattino non facevo che mandarla lontano e lei protestava.
Un giorno, mi ricordo che era in prossimità della Pasqua, ero tranquillo su quel divano quando poggiai la mano distrattamente vicino alla belva. Con uno scatto felino mi morse quella mano fino a farla sanguinare. Le diedi una spinta e mi lasciai sfuggire una imprecazione. Berenice accorse per chiedermi cos’era successo che giustificasse il mio insolito tono di voce. Le spiegai e le feci vedere la ferita. Lei corse a prendere il necessario per medicarla e si sedette vicino a me. Ricordo bene tutto ancora.
La mia amata mi chiese se ero certo di non averla involontariamente e inopinatamente schiacciata o se non le avessi casualmente fatto prendere paura. Il suo tesorino non si era mai comportata così e non era mai e poi mai stata aggressiva. Finì con limitarsi a pregarmi di stare maggiormente attento e di ricordarmi di cambiarle la lettiera e riempirle la ciotola. Lei, Berenice, mangiava come una tigre, ma divorava solo un tipo di bocconcini e solo di quella marca. Più che attento mi stavo facendo più cauto, mi sembrava di vedere gelosia e rancore negli occhi dell’animale.
La casa aveva una scala interna che portava alla soffitta. Vi riponevamo mille cianfrusaglie e i cambi di stagione. Alla fine della scala c’era quella maledetta lettiera e anche la maledetta ciotola. Quello era compito mio, ma mi apprestavo sempre a farlo quando la gatta sonnecchiava altrove. Si provò a mordermi ancora mentre le riempivo la scodella, ma fui più lesto di lei. Tornando giù, scendendo le scale l’infido animale zizzagava sotto i miei piedi. Un paio di volte non riuscii a evitarla e la schiacciai; feci un salto e lei uno miagolio disperato che allarmò istantaneamente il mio amore. In un altro paio di occasioni, nel tentativo di scansarla, fui lì lì per inciampare e precipitare giù da quella erta scala.
Emaudina era rimasta vedova quando suo figlio aveva non più di sette anni. Mi aveva spiegato che si era trattato di un tragico incidente. Senza un vero motivo una sera gli chiesi spiegazione. Lo aveva sentito gridare vagamente qualcosa a proposito di Berenice, gli era sembrato di vederne l’ombra salita sul cornicione. Forse si era sporto per quella sorta di strana fantasia o forse un capogiro ed era precipitato dal sesto piano. Non c’era stato niente da fare. Forse aveva bevuto un bicchiere in più a pranzo, forse chissà? perché la gatta era accovacciata tranquilla sotto la tavola.
Ripensai allo strano episodio, a quella disgrazia; stavo diventando stupidamente sospettoso ma non riuscivo a spiegarlo alla mia bella. Quel martedì, ancora una volta, mi si parò davanti sulle scale, infida e all’improvviso, e ruzzolai giù per alcuni gradini. Non mi feci granché ma fu solo fortuna, però il polso mi doleva. Afferrai la micia con l’altra mano e la lascia cadere da quello stesso sesto piano. Quando Emaudina rientrò dalla spesa mi rimproverò di aver lasciato aperta la porta d’entrata poiché la dolce micetta le era andata incontro lungo le scale. Cercai di giustificarmi asserendo che mi sembrava di averla chiusa bene. Io e la bestia ci fissammo senza dire nulla. Avevo fatto mali i conti con le vite di quegli strani animali.
La guardavo appostarsi su quella scala aspettando che facessi il primo passo per cercare di infilarsi sotto le mie suole; così mi decisi. Dissi a Emaudina che mi dispiaceva ma non potevo proprio più vivere con una gatta in casa. Lei si mostrò molto sorpresa e un po’ sconvolta per quella mia improvvisa quanto ingiustificata decisione, affermando che proprio non mi capiva. Provai a spiegarmi ma si mostrò indignata affermando che ero troppo incline ad abbandonarmi preda della mia fantasia. Si disse anche molto addolorata, ma mi spiegò che: “Era la gatta di Siro”; Siro starebbe per Casimiro, il figlio. Non mi restò che riprendere le mie cose e la porta di quella casa senza giurarmi indietro. La gatta mi guardava in silenzio controllando mentre mi allontanavo.
Per il momento mi ospita una coppia di amici, ma devo trovare una sistemazione. Hanno due gatti e anche un cane, ma li tengono in giardino. E’ brava gente ma passano la domenica mattina e varie sere in chiesa. Abbondano nel mangiare e nel bere, nel rumoreggiare e hanno un bagno solo. Io mi so anche adattare e tengo ancora quasi tutto chiuso nelle valigie. E’ una cosa provvisoria; non può durare ancora molto, ma lei, la moglie, a cena mi ha presentato una sua cugina. E’ stata molto carina.

Read Full Post »

Anche quando si crede di conoscere le persone non se le conoscono mai abbastanza. Nicodemo era dovuto partire da un momento all’altro. Era così venuto a sapere che i suoi non avevano un albergo ma solo un chiosco di gelati. Ora aveva un padre con l’ictus e doveva fare i coni. La madre di Filottero lo aveva chiamato perché aveva scoperto una siringa in bagno. Non aveva saputo come consolare la povera donna che piangeva. Non era proprio un bel periodo. Sistino era affranto dopo aver scoperto che lei era sposata e aveva anche due bambine. Non riusciva a darsene pace eppure era convinto che lei lo amava. Si era lasciato cadere nel vuoto, e senza paracadute. Turoldo aveva fallito quel colloquio. Per lui era questione di vita di morte, ora aveva solo quella morte e quel debito. L’idraulico non si era ancora presentato e Silena non la smetteva di scaricare le colpe su di lui. Era da tempo che avrebbero dovuto cambiare la caldaia. Guglielmina si era messa nei guai e non si sapeva dove di era cacciata. Non c’era amicizia che la potesse aiutare, doveva pensarci da sé.
La vita da sempre strani appuntamenti. Era seduto a un tavolo con Chiaramai, un boccale di birra in pugno a ciascuno. Voleva solo distrarsi. Per lei non doveva essere il primo e nemmeno il secondo, e si era fatta prendere dalla tristezza. Le mancava sempre quell’esame di Pedagogia. Si era accomodato per divertirsi senza troppa fatica. Ne aveva sentito dire tante sul suo conto, e nessuna di edificante. Non era né meglio né peggio, era giusto per spassarsela. Una studentessa di tanto in tanto senza andare troppo per il sottile. Anche quello era un modo; senza pensarci troppo. Quelle, le studentesse, erano sempre sicure, o quasi, e scatenate. Invece si stava rivelando proprio una serata di merda.
Lei aveva gli occhi gonfi di lacrime che non riusciva a liberare. Era stanca dell’Africa e dell’India, della fame nel mondo e di bambini abbandonati, per poi discorrere solo di spinelli, di birra e di quello. Per poi cercare di annegare tutto in un maledetto mare di birra. Si sentiva inutile; impotente. Aveva voglia di parlare. Solo di togliersi quel peso dentro. I suoi non la potevano mantenere e lei, in qualche modo, si doveva arrangiare. Lui le passò una banconota sotto il tavolo e le aveva preso la mano. Forse quello era stato il suo ultimo errore. Alla fine gli aveva chiesto se voleva salire da lei o se aveva un posto dove andare. Lo aveva pregato di essere carino e assicurato che avrebbe fatto la brava. A lui non era sembrato il caso e gli era passata la voglia; aveva salutato Chiaramai.
Quasi gli aveva sbattuto contro sulla porta restando inebetito. Non poteva essere lui eppure era là e ce l’aveva di fronte. Si stavano guardando senza sapere che dire né l’uno né l’altro. Era impossibile ma era proprio Romeo Giorgio, eppure aveva visto con i suoi occhi avvitare il coperchio della bara sopra la sua faccia inespressiva. Eppure era rimasto un lungo attimo a pensare lasciando che il vento freddo gli muovesse contro. Eppure era andato fino a Bergamo per non fargli mancare l’ultimo saluto. Cosa ci faceva là? L’altro allora l’aveva spinto verso un angolo meno frequentato confermando l’intuizione del vecchio amico. Pregandolo di abbassare il tono della voce, di non palesare troppo quella sua curiosità e di trattenere tutte quelle domande. Non c’era fretta e forse si sarebbe potuto spiegare: “Si sono proprio io e non so se ho tutte le risposte che immagino dovresti avere”.
Chiaramai era rimasta a quel tavolo e li stava guardando probabilmente senza vederli. Aveva ordinato un’altra birra e si stava accanendo anche sopra di quella ed era giunta quasi alla fine. Lui di curiosità ne aveva quante e di più di tutte quelle che aveva fino ad allora pensato che potessero esistere. La prima cosa che gli venne in mente era di chiedergli cosa si prova: “Per quello che ho provato è un buco nero. Un po’ di niente. Ricordo prima e ora, dopo il… ritorno. Non ti so dire molto. Quello che so è che non c’è un dopo né un ritorno. Non se ne può parlare a voce alta per non illudere qualcuno che ci sia un’altra vita. Solo pochi… Sai cosa penso? Che son potuto tornare ma non per molto. Forse perché avevo lasciato qualcosa da finire. Qualcosa di importante, che ancora non ho capito, non come una bolletta da pagare”.
Lui era allibito e temeva di poterlo diventare ancora di più. Gli chiese come si sentiva e si sentì rispondere che l’amico si sentiva solo stanco. Che non sapeva dire se era contento. Era tutto così strano. Gli amici di un tempo non lo vedevano. Non doveva essere passato molto ma tutto sembrava già così cambiato. Il tempo aveva smesso di essere una cosa precisa. Romeo Giorgio si informò da quanto conosceva la ragazza. Gli disse che non erano più di un paio di giorni. L’altro fece cenno di aver capito. Poi tentennò non poco prima di dirgli quelle ultime cose: “Vedo che anche tu non ti ricordi. Quindici giorni prima ero stato io a dover fare le condoglianze a tua moglie. Non farci caso, guarda loro: sono tutti morti e nemmeno lo sanno. Che differenza fa? Sono morti giovani e non hanno ancora una lapide. Morti a piede libero in attesa del caso, di una disgrazia, di una distrazione, del tempo o di un prete”.

Read Full Post »

Davanti all’enorme portone del grande palazzo c’erano due guardiani imponenti. Non erano loro a mettermi soggezione ma le dimensioni di tutto e tutto mi sovrastava. Avevo come l’impressione che persino il mio respiro si disperdesse in quegli spazi per poi tornare rimbombando come eco. Loro apparentemente non fecero caso a me, eppure avevo la sensazione che non mi avessero perso d’occhio per un solo istante. Che avessero controllato anche il mio minimo gesto in tralice attenti a non farsi scoprire. Mi feci coraggio, incassai la testa nelle spalle ed entrai nell’immenso androne. C’era solo un piccolo tavolo massiccio e un grande senso di vuoto. Attesi per un po’ per vedere se si avvicinava qualcuno, inutilmente. Non c’erano sedie e l’avevo fatto rimanendo in piedi. Allora osservai con più attenzione e mi accorsi che al centro del tavolo era posto un campanello. Mi avvicinai e suonai con prudenza, poi un altro paio di volte con fare più deciso.
Senza fretta arrivò il segretario; un ometto piccolo con occhiali molto grossi. Non gli rimanevano molti capelli in testa e teneva le dita incrociate sopra una pancia perfettamente tonda. Mi sembrò buffo, ma non lo diedi a vedere. Lui tossicchiò, si mostrò leggermente contrariato per il troppo baccano e mi chiese a cosa era dovuta la mia visita. Gli spiegai con calma che avendo cambiato di indirizzo e perciò avevo bisogno di modificare il mio certificato di residenza. Mi osservò con fare dubbioso e poi mi indirizzò. Disse che dovevo salire lo scalone che avevo davanti, attraversare la prima e la seconda sala, prendere il corridoio di mezzo e poi entrare alla terza porta a destra. Faticai più del previsto per trovare l’ufficio che mi era stato indicato.
Entrai, presi il numero e mi misi in attesa. Oltre a me non c’era nessun altro, ma tra il mio numero e quello del display c’era una discordanza di una mezza dozzina di numeri. Pazientai per un po’ e poi di decisi ad avvicinarmi allo sportello, per chiedere semplicemente chiarimenti, facendo presente che ero il solo. Senza alzare gli occhi l’impiegato mi spiegò che il loro era un lavoro delicato, che bisognava avere pazienza e che al momento opportuno il monitor avrebbe visualizzato il mio turno. Provai per ribattere ma lui sprofondo ancor più nel mezzo della sua montagna di atti. Da dietro la sua schiena sentii qualcuno, presumo un collega, fare un sibilo per invitare al silenzio. Tornai al mio posto e mi armai di pazienza; i numeri cambiavano con una lentezza esasperante.
Quanto apparve il numero che stringevo in mano mi lasciai ad un sospiro liberatorio e tornai allo sportello. L’uomo mi guardò come mi vedesse per la prima volta e mi chiese ragione di quella presenza. Spiegai per la seconda volta il motivo che mi aveva spinto là. Mi chiede il nome ed io non tardai a dirlo: Mirco Galvan. Me lo fece ripetere, scosse la testa e mi spiegò che avevo sbagliato ufficio, per la “emme” l’ufficio competente era un altro. Cercai di chiarirgli “Mirco Galvan come Galvan”, me lo fece confermare in modo più chiaro e io cercai di farlo con voce stentorea. Mi spiegò che non faceva differenza, anche per la “gi” di Genova non era il suo l’ufficio giusto. Gli chiesi la cortesia di indicarmi dove mi dovevo recare. Sembrò farmi, con grande fatica, un grosso piacere. Allora: dovevo prendere il corridoio a sinistra, percorrerlo tutto, poi ancora a sinistra, in mezzo a destra avrei notato senz’altro un altro corridoio, la prima o la seconda porta.
Cercai di seguire per filo e per segno le sue indicazioni con risultati catastrofici. Camminai a lungo e salii e scesi scale finché, ormai quasi disperato, non vidi lontano una figura umana. Affrettai il passo per raggiungere la visione di quel miracolante individuo prima di finire le forze. Mi sorrise tranquillo dicendo che ero fortunato, che ero quasi arrivato e mi accompagnò fino ad una porta lì vicina, prima di tornare ai suoi impegni. Dentro si ripeté la scena precedente: numero, display e attesa; e anche lì ero il solo utente. Forse era la mia disperazione a farmi sembrare che i turni potessero scorrere di un niente più veloci. Non mi capacitavo con precisione dello scorrere del tempo e dell’ora che si era fatta. Intanto avevo una voglia tremenda di una sigaretta. Finalmente apparve il ventisette.
Mi avvicinai deciso alla meta. Guardai l’uomo pelato dietro quel vetro e ripetei la stessa litania: dovrei fare un certificato di nuova residenza. Mi chiese sospettoso il perché e glielo spiegai. Mi chiese il nome e glielo recitai: Mirco Galvan. Si allontanò e poi tornò con la faccia dubbiosa. Mi fece ripetere il nome e mi costrinse anche a sillabarlo. Tornò a lasciarmi per un paio di minuti da solo per poi tornare con un paio di fogli da stampante a modulo continuo in mano. Con quelli sotto gli occhi interrogò il monitor del computer: “Vediamo… ecco qua; Marco Garlati, nato a La Spezia nel 67”… Fui costretto ad interromperlo: “No! Mirco Galvan, nato a Sant’Angelo di Piove di Sacco il 25 aprile 74”. Mi guardò contradetto.
Prima mi disse che non risultava nessun Mirco Galvan, nato a Sant’Angelo di Piove di Sacco nel 74. Poiché gli chiesi in che data risultavo nato mi precisò che non risultava nessun Mirco Galvan da Sant’Angelo di Piove di Sacco. Costretto dalla mia insistenza mi ribadì che non risultava nessun Mirco Galvan. Provai a fargli osservare che doveva esserci un errore; la risposta che ottenni fu che con le macchine che avevano a disposizione non potevano verificarsi errori. Feci un respiro profondo prima di chiedergli come potevamo risolvere la faccenda. Mi chiese se ero sicuro dai dati che gli avevo dettato, di chiamarmi proprio precisamente Mirco Galvan. Stavo per sbottare ma mi trattenni: certo che ero certo del mio nome e cognome. Ci pensò e poi mi domando se non avevo mai avuto qualche amnesia, se per caso avessi sofferto da piccolo di orecchioni o di qualche forma, magari leggera, di meningite. Ribattei che non ricordavo tutte le malattie da me avute in tenera età, ma che ero certo di aver sempre avuto un’ottima memoria.
Non si era mostrato convinto. Mi disse che per le macchine io non ero mai nato. Gli chiesi se era convinto che pur se gli stavo davanti io non esistevo. Confusamente spiegò che non voleva dire quello e mi pregò di attendere. Tornò solo per dirmi che non sapeva come fare. Lo pregai e supplicai di sentire anche i colleghi. Con grande sforzo lo fece ottenendo però lo stesso risultato. Vedendo la mia crescente insofferenza mi chiese se volevo sollevare un reclamo. Non mi sembrava di poter far altro e allora l’impiegato cercò di spiegarmi il percorso per lo sportello contestazioni verso cui mi indirizzai deciso. Naturalmente trovarlo non fu altrettanto semplice nonostante la massima attenzione che avevo messo a disposizione delle sue istruzioni.
Attraversai altri lunghi corridoi, poi ancora lunghi corridoi. Sfiorai porte massicce ed erano tutte chiuse. La luce scaturiva da punti invisibili, ma non era naturale. Era come scendere nel profondo e sperare di perdersi. Avevo la sensazione che da solo non sarei mai riuscito ad orientarmi; non avrei mai trovato la strada del ritorno. Dovetti ricorrere nuovamente ad interrogare la prima persona che trovai per caso. E lui fu così indulgente da indicarmi una porta più piccola che conduceva ad una stanzetta angusta con un’unica scrivania. Sul piano c’era un cartellino col nome del dipendente, nome sul quale ritenni opportuno non fissare la mia attenzione. Quello, impettito con una cravatta di un club di calcio, aspettò che sedessi sull’unica.
Provai a spiegare il mio problema, ma fui da lui subito interrotto: “Ho appena ricevuto la telefonata del collega che mi ha messo al corrente dettagliatamente della sua situazione. Già! allora lei vorrebbe inoltrare una domanda di contestazione”. Confermai esausto che quella sarebbe stata la mia intenzione. Si pulì gli occhiali e restò per un lungo attimo a pensare dubbioso: “Il problema è semplice: non essendo lei presente nei nostri registro non potrei nemmeno accettare che lei presenti nessun tipo di richiesta”. Interpretai quel condizionale presente come se contenesse una qualche, seppur minima, possibilità di soluzione. Deluse subito tutte le mie speranze: “Ha qualcuno che può presentare la domanda al posto suo e garantire per lei”? Lo stesso contratto d’affitto era vincolato alla presentazione dello stato di residenza, e molti altri documenti che mi sarebbero stati sicuramente in seguito richiesti. Spiegai che non potevo soddisfare la sua cortesia, ma che abitavo nel comune da quando ero nato. Lui sottolineò che la mia affermazione corrispondeva alla casistica: Da mai.
Con benevolenza cercò di ipotizzate altre ipotesi senza giungere alla soluzione del caso: “Sono qui solo per aiutarla. Noi vogliamo vedere gli utenti soddisfatti e cerchiamo la soluzione dei problemi, per non trascinarli eternamente in contestazioni e reclami. Vediamo cosa possiamo fare”. Sembrava provare a sondare ogni possibilità, ma ogni volta scuoteva la testa; parlò di catastrofe. Scartò l’ipotesi di modificare uno stato di nascita in mancanza dello stesso stato. Allo stesso modo scartò l’ipotesi di aprire l’iter per un processo di cessazione, cioè di morte, in mancanza del succitato stato di natalità. Si sarebbe potuto pensare ad uno stato di adozione purché potessi trovare una coppia disposto e idonea per una richiesta simile. Alla fine, spossato e sconfortato, si arrese all’evidenza dei fatti. Io non riuscivo ad avere una soluzione al posto suo. Lo pregai di non insistere ulteriormente poiché ormai deciso a rinunciare ad ostinarsi, per quel giorno, e che sarei ripassato eventualmente l’indomani. Mi fece i suoi auguri come se mi accomiatassi dalla vita, ma mi stavo già allontanando mestamente furibondo.
Mi proposi di trovare l’uscita, ma ancora una volta ebbi bisogno di aiuto. Mi fu indicata l’ennesimo portone ma da questo entrava un fascio di luce abbagliante di scarcerazione. Non era lo stesso che avevo attraversato quando ero entrato. Cercai di raggiungerlo il più rapidamente possibile, ma fui bloccato a pochi metri dalla libertà da un omino con lunghi capelli e folta barba bianchi. Mi intimò di fermarmi e mi spiegò di essere stato contattato telefonicamente e messo al corrente di ogni cosa. Non risultando io nessun residente non mi poteva permettere di uscire e di andare libero per le strade della loro città. Era costretto a chiamare la polizia e con loro si sarebbe cercata una complicata e ancora inimmaginabile soluzione. Non volevo parlare con la polizia. Non volevo sentirmi rivolgere ancora tutte quelle assurde domande inquisitorie. Tornai correndo sui miei passi e tornai ad inoltrarmi per quei corridoi senza la minima idea di dove stavo andando. Volevo solo fuggire: ero un uomo senza carte.
Un bisbiglio dietro un’altra dei tanti anonimi usci insistette per richiamare la mia attenzione. Sbucò una testa che mi trascinò dentro. Mi disse con fare furtivo che aveva giusto una soluzione per me, bastava un po’ di buona volontà e un paio di centoni. Era libera la posizione di tale Martina Gallearo, che “sempre con la “emme” è”. Bastava solo che mi fidassi di lui e “avremmo” richiesto il documento a quel nome per il quale nessuno si era mai rivolto ai loro servizi. Lo guardai stupito e gli feci presente che, se non aveva fatto caso, ero nato maschio. Gli sembrava solo un problema formale e di secondaria importanza: “Con i tempi che corrono è tutto così confuso e non sarebbe nemmeno il primo che poi diventa donna. Fatta le legge e trovato l’inganno. Fuori dal palazzo nessuno avrebbe fatto caso se i miei documenti erano siglati con un nome al femminile. Solo che dovevo decidermi velocemente”.
Da quel giorno rispondo al nome di Martina Gallearo. C’è un solo piccolo particolare che mi fa stare moderatamente in ansia: il gentile dipendente non era stato sufficientemente attento ai piccoli dettagli. Risulto nato non a Sant’Angelo di Piove di Sacco ma a Sant’Egidio del Monte Albino, “che sempre santo è”, e non nel 74 ma nel 25, per poi migrare nel 36 per domicilio ignoto. Forse per questo nessuno aveva mai sollecitato documenti a quel nome e probabilmente non li avrebbe mai reclamati. Però da domani posso provvedere a tutte le correzioni del caso, in tutti i documenti. Naturalmente l’unica cosa che non posso chiedere di modificare assolutamente, previo riapertura del dramma, restano quel nome e quel cognome. Da domani dicevo; però già oggi è arrivato il canone della televisione e la tassa per l’asporto rifiuti.

Read Full Post »

Older Posts »

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 2.725 follower