Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘ragazza’

2. Non certo un signore. Anzi è stato uno stronzo. Nemmeno dopo. Neanche una parola. Zero. E pensare che io… ero solo una bambina. E puoi come fai? Come puoi immaginare? Uno che ne ha più di tuo padre. Che l’hai anche visto. Che ha una macchina così. Che ha il figlio nella tua classe. Che ha una moglie. Anche bella, la moglie. Insomma. Una moglie. Paiono tutte uguali. E a quell’età sembrano tutte vecchie. Per me. Ma una signora che sembra per bene. Non di quelle. Fosse stato diverso… me ne sarei anche potuta innamorare. Un po’ ci avevo pensato. Chi non sogna la grande avventura? a quell’età? L’uomo grande? Maturo? Invece: niente. Nemmeno mi ha chiesto il nome. E non era nemmeno… come dire? maturo. Forse lo sapeva. Ma tu mi conosci. Speravo meglio. Speravo mi chiedesse qualcosa. Mi lasciasse un numero. Un recapito. Un altro appuntamento. Come una stupida. Pensavo potesse essere un inizio. Certo non è una cosa da ragazzini. Ma con quello adulto ti sembra di essere arrivata. Ti metti le cose in testa. Ti senti figa. E mi sentivo in cielo. Lui con me. Io la sua donna. Struggevo già al pensiero del segreto. Del nascondersi. Del mentire. Insomma mi ero fatta le storie. Ci avevo già visti. Un albergo. Una stanza a ore. Da un amico. A cercarsi continuamente,. A frugare nei momenti. Le bugie. Le sue. Le mie. L’invidia delle amiche. Le ore brevi. I minuti intensi. Io ad rodermi del tempo che non era mio. Che era dell’altra. Della moglie. Di quella puttana. Un mazzo di rose per farsi perdonare. Il regalino ogni tanto. E tutto il tempo ad aspettare. Anche una sola telefonata. E il sospiro perché ne valeva la pena. Perché mi avrebbe fatto capire tutto. Che tutto valeva la pana per quei momenti. Ogni sacrificio. Stupida. Niente. Ti dico: niente. Non s’è fatto più sentire. E quando gli ho telefonato è stato anche sorpreso.
Ciao sono Jessika”.
No! sei una troia”.
E tu un coglione”.
Non ci ho tempo. Che vuoi”?
Ho tredici anni”.
E’ per questo che dovresti stare più attenta”.
Sei coglione e anche troppo stronzo. Stai ad ascoltare me”.
Che c’è”?
Certo che… non ci si può fidare più di nessuno. Conosci Amos? No! non puoi. Insomma; è uno della quinta. Un po’ mi fa il filo”.
Lo racconti a me? E allora”?
Era dietro. In motorino”.
Cosa vuoi dire”?
Lo fai o ci sei? Cosa sei: rimba? Era dietro. Quella mattina. Col motorino. Manco te ne sei accorto; vero? Così a sognare la tua libido. Con la ragazzina. La polastrella”.
E allora”?
Mi hai preso proprio per una che viene dal paese? Ha fatto qualche scatto. Foto d’arte. Sei venuto bene. Se le vuoi vedere sono cinquecento. Una cosa tra amici”.
Sì! tesoro. Sono un coglione”.

Annunci

Read Full Post »

1. La prima volta non è stata neanche granché. Nemmeno so se si può chiamare una prima. Non so se dirtelo. E’ stato in macchina. Scomodi che non si può. Lui era molto più grande di me. Mi piaceva perché aveva quella macchina. E mi ha dato un passaggio per tornare da scuola. Pareva mio zio. Invece era il padre di un compagno. Non fa molta differenza. Avrei potuto comunque chiamarlo zio. Il suo era ripetente. Uno che stava nel banco dietro a me. Lo dovevo capire. Lui non c’era quella mattina. Voglio dire il figlio. Il padre invece era ad aspettarlo. Alla porta della scuola. Che ne potevo sapere. Pensi possa essere chiamata una prima? In realtà non è che l’ho voluto. Non ci ho pensato proprio. Giuro. Però mi stava bene il passaggio. Non potevo credere guardasse proprio me. Mi aveva detto che era di strada. Non ho mai molto legato col figlio. Non so. Solo non mi andava. Un cretino. Non capiva nemmeno se gliela sbattevi sotto il naso. Una nullità; ti dico. Uno di quelli che se le cercano. Comunque abitava nel mio stesso quartiere. Insomma son salita. Proprio io. Forse avrà sentito qualche stronzata da qualche cretino. Avevo un po’ di scaga. Non ridere. Mi son anche detta: non è cheMagari m’ha presa per una troia. Ero proprio una bambina. Un paio d’anni fa. Ma un paio è un sacco di tempo. Mica ero come ora. Dico: Zero! Non c’è stato molto. Non posso dire sia stato pazzesco. Fantasia zero. Affettività meno uno. Gentilezza, non pervenuta. Il tempo: nuvoloso ma non troppo. Nemmeno una cosa carina. Neanche dopo. A pensarci: come una partita di calcio di cui sai già il risultato. Indifferente. Insomma, mi è successo. Non è mai come lo raccontano. Come lo sogni. Comunque la macchina era proprio bella. Gliel’ho anche detto: “Figa ‘sta macchina”. Lui ha chiuso la porta ed è partito. Faceva caso solo alla strada. Manco mi cagava. Scusa se te lo dico: anche la musica era pessima. Hai presente? Poi ha accostato. Nemmeno tanto fuori. Mi chiedevo “Che vuole; questo”? Ti dico, io niente. Cose sentite. Non ero certa di sapere come funzionava. Un po’ ce ne avevo. Temevo ci vedessero. Ti dico: il traffico mi faceva perdere la concentrazione. La macchina tremava. Per quello ho fatto più in fretta. Non ci siamo detti molto. E durante anche fumava. Dentro. Proprio nessuna gentilezza. Solo quattro parole. Le ricordo ancora come ora. E lo sento dire: “Vieni qui”!
Perché”?
Abbassati”!
Che vuoi”?
Un pompino”.
Attimo di silenzio.
Bastava dirlo”.
L’ho detto”.
Silenzio.
Mi vuoi nuda”?
Non importa”.
Niente, ti dico. Nemmeno mi è piaciuto; molto. Certo che non ci si può fidare più proprio di nessuno.

Read Full Post »

Una faccia slavata. Con quel poco trucco approssimativo. Come tante ragazze della sua età. Non ha nessun fascino. Non lo avrebbe. Non fosse per quell’età. Per quel viso imbronciato. Per quell’aria di sfida. Per quella sua impudicizia negli occhi. Per quel suo essere bambina, e un attimo dopo atteggiarsi donna. Nel volerla esibire quella donna. Per la sua sfida al mondo. Per quella sua spudorata arroganza ostentata. I capelli in disordine. Il tatuaggio che le spunta dalla maglietta. Per quel fingersi vissuta. Che le cose le sa. Che la vita l’ha conosciuta. Che ne è stata sporcata. Per le sue unghie mangiate. Per i suoi occhi senza cuore. Per quella irriverenza. Per la sua insensibilità verso tutti. E poi, assieme, la sua passione per i gatti. Per la sua furba ignoranza. E le sue parole di gergo. Che solo tra loro capiscono. E la fanno una extra. Una sorta di puerile mistero. Perché per lei è uguale invocare un dio, la mamma o vociare una bestemmia. Per le sue labbra screpolate. Senza rossetto. Per il suo sguaiato dire le cose come le sapesse. Come le conoscesse. Possedendole attraverso le parole. Lo sbandierato linguaggio da trivio. E poi il rossore alla cosa più banale. Proprio quel suo naturale trasformismo. Come una corazza. Come in ogni essere in divenire. Quando vorresti essere e non sei. Quando insegui solo sogni. E vorresti afferrarli con le dita. Anche quei sogni che trovi in ogni scaffale di supermercato, a buon mercato. Fatti di minuzie. Di inutilità. Solo perché non sono ancora tuoi. Come rubare un rossetto che non puoi usare. Come le calze di seta che non metterai. Per poi fingersi di voler essere uomo. Maschio. Rinchiudersi od esplodere nella protesta. Incolpare di tutto tutti. E il mondo. E il destino. E quell’essere donna. E quell’essere non ancora donna. Le tette troppo minute. Quelle tette che nessuno ancora guarda. Che soffia fuori. La corta gonna. O i pantaloncini. Le mutandine a fiori.
E ancora, nuovamente, la sua impertinenza. La sua distrazione. La sua disattenzione. Quel suo essere dentro e allo stesso tempo fuori. Non farci caso e restarne infastidita. Cercare gli sguardi. Condannare chi la guarda. E disprezzare tutti quelli della sua età. E disperarsi di un amore ragazzino. Del vicino di banco. E disprezzare tutti quelli che non la hanno, la sua età. E dirlo proprio a me. Dire tutto quello che le viene in mente. Le cose più banali. Le cose più segrete. E non dire niente. E non trovare le parole. E non comunicare nemmeno nel silenzio. E allora invocare la notte. Non tornare a casa. Prenderle. E continuare. Disubbidire. Essere figlia. Rifiutarsi. E vendere i libri. E con i soldi perdersi in un pista. E vendersi. E comprarsi. E pietire per un po’ di roba. Supplicare un attimo di violenza. D’essere punita. E di vedersi brutta. E di spaccare lo specchio. E di scoprirsi meravigliosa. E di vendersi nuovamente per una parola. Non fosse perché tutto l’universo è solo un capriccio. Uno scherzo del destino. Un treno che non arriva mai. Di cui non ha il biglietto. Che non sa da dove parte. No! non fosse per quel piercing sulla lingua. E la sua eterna aria da innocente. Per i panni di cui non si sa liberare. E la sua improvvisa ricerca di sfida. Ai giardini come nei bagni delle scuole. Con tutti e con nessuno. Rifiutando il mondo e l’essere umano. Cercando di decidere. Credendo di decidere. Illudendosi d’essere lei, a decidere.
Lasciandosi rimandare per andare in piscina. Per sfidare l’autorità. Quella piccola e mediocre. Quella che s’è già scordata di sé. Il tutto in apnea. Senza il tempo di respirare. Correndo tutto d’un fiato. Ascoltando un pezzo stupido. Che proprio per quello ti fa ridere un solo minuto. E ancora per le sue ginocchia sbucciate. Per la sua goffaggine. Per quel vestitino di jeans sdrucito. Perché quando si siede si lascia guardare per dispetto. Per quando mette il broncio. Per come gioca con quel ciuffo di capelli. E per come lo fa col suo lobo destro, ascoltando. Per i suoi fermacapelli. Perché sembra non sapere. Per i suoi infantili rancori. Per gli scatti improvvisi e ingiustificati di allegria. Per come strizza gli occhi accartocciando tutta la faccia. Per come succhia dalla cannuccia il suo elisir di vita. Per come tutto per lei è semplice. E anche per come tutto per lei è complesso. Per come sembra aver bisogno di protezione. Perché sembra che tutto le sia dovuto. Che abbia ancora un futuro davanti. Che ne abbia paura. Che ne abbia terrore. Che lo rifiuti. E che sia curiosa. Curiosa di tutto. E di quel tutto annoiata.
Per come tira su col naso. Perché per lei una retta non è mai diritta. Per come ciuccia una caramella. Per come torna ad abbassare gli occhi. Per come storpia la canzone. Per la sua voce roca. Per le sue voci da gattina. Per quel gesto di smemoratezza. Per quel suo battersi la fronte. Per i suoi capelli nella spazzola. Per quando scappa perché è tardi. Perché lei non sa essere che compulsivamente e attentamente distratta. Per il disordine dove aleggia e dove trova il suo agio. Per come lo crea intorno. Per tutte le sue cose fuori posto. Per tutte le sue parole fuori luogo. Per come riesce a creare il disordine anche nelle idee. Tutto intorno a sé. In ogni cosa. Per come non si giustificava quand’è in ritardo; con un sorriso. Ed è eternamente in ritardo. Per come finge di esserne interessata. Per come sa essere eternamente indifferente. Per la linea del suo naso. Per le pieghe sotto gli occhi. Per quel suo fanculo. Per quando sbocca. Per tutte le domande che si ritrova. E anche per quelle che tace. Per la teoria che ha elaborato sul pressapochismo come filosofia di vita. Per come trova un bilico precario a tutte le cose. Per come va avanti e indietro cercando l’aria. Per come riempie le stanze. E per come le lascia vuote; gonfie di mutismo.
Per il suo odore con gli abiti bagnati. E quella faccia coi capelli fradici. E il suo amare quella pioggia. E il colore della pelle d’estate; come il miele. Per le sue infradito da spiaggia. Per i suoi costumi dozzinali; troppo grandi per lei. Per come si infila nella vita. Per come ne entra ed esce. Per come si fa ripetere le cose –persino qui. Anche quelle che ha detto lei. Per come stropiccia i libri. Per come piega gli angoli di quelle pagine. Per come li legge. Si assenta ed entra nel libro. Alza gli occhi e dice le cose più illogiche. Poi torna ad affondare nelle pagine dentro, la storia. E la storia è lei. Si cerca in quelle trame. Cambia. Si sostituisce a questo o quello; indifferentemente. Gioca a girare il mondo nei panni degli altri. Cioè – come detto– per come c’è e non c’è. Per come tutto è mistero. E per come li banalizza tutti. Fingendo di aver vissuto mille vite. Per come poi torna bambina. Per come si fa acida. Per tutto quello che si porta dietro. Cioè per il suo zainetto. E la sua smemoratezza. Per le attese. Per la sua meraviglia. Per come sa fingere di ascoltare. Per i suoi capricci da bambina. E le bolle che fa con la gomma. E le sue risate quanto scopiano. Per come crede di poterlo fare; tutto. Per come prova a fare le cose. Per come cucina un uovo. Per come chiede.
Non ci sarebbe nessuna ragione per accorgersi di lei. Non fosse come un segreto da violare.

Read Full Post »

Faccio l’agente di commercio e sono continuamente in macchina. Ne ho viste tante da non poterle ricordare ma quella con lei, con quella ragazza, non la posso scordare. Rimane e rimarrà un ricordò indelebile. In verità era una giornata come tante. Temevo di sbattere addosso all’ennesima buca; visti i tempi che corrono. Non si vende ormai più niente. Recuperare i soldi della benzina è giù troppo. «Passerà.» mi stavo dicendo quando la vidi. Accostai. Mi capita spesso di prendere su qualcuno. Anche per fare il viaggio in compagnia. E fai salire di tutto, lo sai solo dopo. Mi sorprese perché pensai che avrebbe dovuto essere a scuola, ma sono uno che si sa fare gli affari propri. Non glielo chiesi. La squadrai mentre si avvicinava. Mise dentro la testa dal finestrino: «Vado verso la fiera. E tu»? Gli dissi «Sali!», non allungavo di molto e non avevo appuntamenti per quella mattina. Aveva un buon profumo, forse un po’ troppo intenso. E continuava a masticare una gomma. Non era bella ma era giovane, e carina. Ed era vestita che pareva aver mandato a memoria tutti i modi per dire “Guardami”: top aderente e minigonna, più che mini. Accavallò le gambe e subito cambiò stazione all’autoradio finché non ne trovò una dove anche i commentatori rapavano. E per un po’ viaggiammo in silenzio. Lei, gli occhiali sul naso e quell’aria indifferente. Io, la controllavo con la coda dell’occhio. Sembrava non portare reggiseno, ma poteva ancora permetterselo. Di tanto in tanto mi studiava e finiva col sorridere o col ridere. Aveva un bel sorriso, molto aperto, ma una risata un po’ troppo rumorosa. Poi ruppe il silenzio all’improvviso; forse sentandosi osservata: «Tu, non me le togli le mutandine… perché… me le tolgo da sola». Aveva qualcosa di Marinella, uno dei miei primi amori di adolescente, forse i capelli, e qualcosa di tutte le ragazze della sua età. Aspettai come se dovesse aggiungere qualcos’altro. Invece fece passare la mano sotto la gonna dalla parte della portiera. Le sfilò veramente con gesto disinvolto, facendole scivolare allegramente con perizia. Poi, con gesto quasi indispettito, le buttò sul cruscotto, subito davanti al volante. Non aveva gli occhi molto truccati, la sua aria era un po’ da collegiale. Quella espressione attonita di innocenza, che trasmette l’istinto di proteggerla. Lo smalto blu sulle unghie. Il vento le scompigliava i capelli. «Io mi chiamo Eleonora e tutti mi chiamano Eleonora. E tu? Quanti anni hai»? Pensare a quelle mutandine ovvero a lei senza mi metteva in un leggero senso di disagio. Era un po’ bambina e un po’ donna, la situazione era intrigante. Era passato fin troppo tempo da quando ero stato ragazzo. Non riuscivo a prestare tutta la mia attenzione alla strada, solo a pensare a quello. E le poche volte che ero vicino a riuscirci me le vedevo davanti al naso. Erano piccolissime e a righine multicolori: «Quarantaquattro. Quattro quattro». Legge un messaggio al cellulare. Risponde al messaggio. Parla a qualcuno che non c’è. «Due più di mio padre. E come ti chiami che non l’ho capito»? Le dissi il mio nome mentre ero tutto attento ad un sorpasso. Non credo facesse alcuna differenza. Lo ricordo come ora, in quel momento alla radio passavano un bravo carino tutto in romanesco. Mi capita ancora di canticchiarmelo. Allora lo sentivo per la prima volta. Volevo chiederle cos’era. Volevo chiederle tante cose. Non sapendo da dove cominciare non cominciai. Credo di aver solo aggiunto balbettando che viaggiavo per lavoro. «Piacere. Sei sposato»? Forse lasciai passare un minimo di incertezza prima di rispenderle di . «Meglio. Cioè»… E rise. Non capii e non ci pensai. Non le chiesi spiegazioni. Cercavo di fare solo attenzione alla guida, ma il mio pensiero era sempre lì. Si sfilò i saldali. La strada scorreva veloce. Sembrava un’anima in pena. Si sistemò meglio sul sedile. Si sposto una ciocca dagli occhi. Si controllò sullo specchietto sporgendosi leggermente verso di me. Mise i piedi sul cruscotto e la gonna le scivolò ancora più su. La sistemò o almeno cercò di farlo. Quella la fasciava e non c’era altra stoffa. Un articolato ci superò sul cavalcavia e le suonò. Mi fece sentire ancora la sua risata tutta soddisfatta. Poi gli mostrò il medio e per un po’ restò fiera di sé. Lui tornò a guardare l’orologio e lei a guardare il tomtom. Aveva un aria annoiata e gli occhi verdi o forse grigi. «Quella era una specie di area di servizio»? «Hai bisogno? Vuoi che ci fermiamo»? Non c’era molto intorno: Uffici e capannoni, e rivendite di macchine. Qualche pubblicità. Un cartello di “Spazio inutilizzato”. Brevi intermezzi aperti trascurati, erba secca e alberelli sofferenti. Un senso abitato di desolazione. Nemmeno un cane se ti serviva una indicazione. Insomma il paesaggio solito che ti accoglie prima di arrivare in centro. Persino i cartelli stradali soffrivano una estranea solitudine. «Se non trovi un posto, ti inventi una cosa, …io sono quasi arrivata. Le son tolte per niente». La prima volta con lei è stato in macchina. Un po’ complicato ma neanche troppo. Con i camion che la facevano vibrare. Insomma abbiamo fatto di necessità virtù. Aveva appiccicato la gomma sotto il cruscotto per poi potersela riprendere. Da quella volta quella ragazza mi è entrata nel sangue. Ci vediamo ancora. Ho la fortuna che il mio lavoro mi lascia tutto il tempo libero che voglio e mi da tutti gli alibi che mi servono per casa. E poi Marisa si fida, non è mai stata gelosia. Solo preoccupata quando sono fuori che non mi succeda qualcosa. Eleonora ha continuato a togliersele da sola, e non sempre con me; lo so. Non ci posso fare niente. A volte nemmeno le mette, esce già senza. Non so perché, so solo che non potrei rinunciare a lei. E mi ha spiegato che avevo ancora tanto da imparare.

Read Full Post »

tazzina di caffèL’avevo presa su perché era lì, sotto la pioggia. E poi non mi dispiaceva un po’ di compagnia. Il fatto è che odio guidare da solo. Lei cominciò subito a parlare. Non gliel’avevo chiesto ma disse che non stava aspettando nessuno. Mezze parole dicevano che l’aveva fatta scendere. Altre mezze che lei gliel’avrebbe fatta pagare. Nemmeno questo l’avevo chiesto. Era la strada che mi interessava. E’ un attimo sbagliare. E poi… per il fondo scivoloso… Non notai che molto più tardi che non mi aveva chiesto dove andavo né detto dove andava. Era probabile che non avesse intenzione di andare se non dov’era. Si passò una mano sui capelli per asciugarli e poi sulle gambe. Aveva belle gambe. Forse la voce un po’ afona a frettolosa, ma belle gambe. Ricordo che pensai che non era necessario che mi spiegasse proprio tutto subito. Le chiesi se volesse una sigaretta. Rispose che non fumava ma che non le dava fastidio se avevo voglia di farlo io, anzi. Mi disse mille altre cose, la maggior parte futili. Mi spiegò che si sentiva stanca perché: Ho fatto… un po’… la monella. E nel dirlo la sua voce ebbe uno stridore sbarazzino, quasi divertito. E poi… Che io non potevo immaginare, sapere, quanto poteva essere monella. Per un attimo attese in silenzio, come stesse riflettendo, come stesse decidendo, come aspettasse di vedere me. E pareva guardarmi dubbiosa. Poi mi chiese se ero curioso. Accese la radio. Non ebbi il tempo di dirle che non avevo mai avuto il tempo per esserlo, ovvero che non credevo di riuscirci. Mi sistemò la cravatta. Mi spiegò che dovevo continuare a guidare. Che mi avrebbe fatto vedere quanto poteva esserlo e mi mostrò com’era monella. Pensai a Giovanna. Poi trovai quel pensiero sconveniente. Smisi di pensare a Giovanna. Guidare mi riusciva più difficile. Le parole senza suono che mi sussurrava stemperavano la tensione, sfumano il paesaggio in niente. Case di vetro e una curva improvvisa. Troppe curve per una giornata sola e come quella. Non aveva dietro documenti e non avevo pensato di chiederle il nome. Non sapevo nient’altro di lei e non avrei mai saputo nient’altro.

Read Full Post »

tazzina di caffèE’ una vera disgrazia nascere donna. Clara lo scopre e si guarda allo specchio. Le sono cresciute e fanno bella mostra di sé. Sembrano essere arroganti. Quasi con una insolenza che sa di dispetto. Le fanno male. Le accarezza e le danno strani brividi. Clara se ne sente offesa. Il suo corpo sanguina. La sua testa è confusa. Se n’è accorta per ultima. Avrebbe potuto saperlo da come erano cambiati gli occhi. Si sentiva sempre guardata. Spiata. Continuamente. Anche in classe. Anche dagli amici. Anche da Giulio. A lei piaceva Giulio. Avevano spesso fatto i compiti insieme. Erano amici da una vita. Era distratto. Quando erano insieme sembrava distante. E s’era accorta che anche lui la guardava; in quel modo. E quando faceva ginnastica. Il reggiseno non le bastava. Le ballavano. E i maschi guardavano. E ridevano. Cosa avevano da ridere? Se lo sarebbe strappato via, il reggiseno. Sarebbe stato inutile. Anzi peggio. Non soffriva di sentirselo addosso. Se le sarebbe strappate. Cosa c’era di bello in queste cose. Mamma diceva che era normale. Per lei era tutto normale. Mamma diceva che era quello diventare donna. Appunto. Nessuno l’aveva chiesto a lei. Non voleva diventare donna. Preferiva restare bambina. Preferiva poter tornare a giocare con i suoi amici. Serena. Senza quell’impiccio. E Cosimo le aveva chiesto: “Me lo dai un bacio”? Ma Cosimo aveva l’alito che puzzava. Non amava molto la pulizia. Piuttosto si sarebbe fatta monaca. Cioè… Cos’è un bacio? Mica era il suo compleanno. E poi aveva i denti che sembrava un castoro. Faceva proprio ridere, poverino. E gli occhiali di tartaruga. Non ci vedeva molto. Le aveva detto che era diventata veramente bella. Questo gliel’aveva detto anche Marcello. Non sapeva cosa voleva dire. Ma se lo diceva Marcello forse era vero. Lui era più grande di due ani. Non era come quei mocciosi della sua classe. A lei piaceva anche Marcello. Odiava le classi miste. Tra ragazze ci si guarda, anche, e si ride. Qualcuna guarda con un po’ più d’invidia. Basta fregarsene. Alzare le spalle. Ma perché proprio a lei? Non riuscì più a trattenere le lacrime e le lasciò uscire. Sua mamma bussò alla porta: “Qualcosa non va, tesoro”? Cercò di controllare la voce: “Tutto bene”. Non c’era niente che andasse bene. Si lavò il viso e uscì da bagno. Ormai si stava facendo tardi.

Read Full Post »

Rossaura in una foto BN quando era era bambinissimaAnima libera ovvero le difficoltà di un progetto; cioè: “Amenità”. Alcune riflessioni che ospito, forse impropriamente, qui e che diventano appunti di lavoro, pensieri espressi a voce alta, per un lavoro che non si è mai manifestato qui.

Anima libera è nato allora come un esercizio di scrittura a quattro mani. In verità è nato nell’ormai lontano 24 novembre 2010 semplicemente come post a sé stante. Ed è oggi faticosamente arrivato alla parte ventottesima. C’è forse una ventinovesima. Ma nessuna certezza che sappia andare oltre. Allora, dopo quel primo post, ci siamo fatti prendere dall’entusiasmo e decidemmo di proseguire e farne una sorta di saga. Non mi nascondevo le difficoltà legate allo scrivere con due teste e quattro mani. Con difficoltà ha proseguito la sua strada, o più opportunamente la sua tragica vicenda. L’idea era nata, dopo anche animate discussioni, per proseguire quell’inizio. Era un esercizio letterario, se così mi posso esprimere senza rischiare la presunzione, su di un personaggio letterario. Era cioè un esercizio di scrittura basato sulla libertà della fantasia. In secondo piano doveva apparire la testimonianza di quegli anni (circa sedici importanti anni, dal primo dopoguerra alle soglie del sessantotto). Naturalmente il tutto da un’ottica che rispettasse la sensibilità femminile. Da subito però si è creata difficoltà a causa di una forte identificazione con il personaggio. E una seconda perché spesso la cronaca “pubblica” balzava in primo piano e prendeva il proscenio. La tensione per rendere coerente il personaggio principale e narrante con tale identificazione gli ha spesso, quando non sempre, tolto la possibilità di agire in funzione di un racconto di fantasia, di finalizzare i suoi atti e le sue scelte. La bambina, poi ragazza, ha mostrato più i limiti che l’ansia di superare il copione che era stato scritto per lei. Per lei come persona di quegli anni e per lei come donna. Ha violato i suoi sogni. Poteva tutto e invece era costretta a vivere nelle vesti che le erano state imposte dalla realtà. In ogni cosa condivisa si deve cercare una strada mediana, questo lo so, se la scelta è mai stata di una strada mediana. Questa è anche la testimonianza di come è difficile condividere con altri anche le piccole cose quando la condivisione cerca di affondare realmente nella carne delle stesse persone. Siamo animali sociali che però vivono i loro rapporti con gli altri mantenendo una forte autonomia e senza voler giungere a un compromesso dialettico. Con questo non dico di trarmi fuori da questo vizio, di esserne immune; vivo anch’io immerso nella realtà e nelle problematiche come tutti. Debbo dire che amavo quel personaggio e quel lavoro e di non voler sollevare alcuna polemica né di liberarmi da responsabilità. Alle soglie del fatidico sessantasette, con un mondo in ebollizione, “la ragazza” fatica ad aver dubbi e ad elaborare una vera sensibilità, più o meno univoca, per ciò che si prepara; non riesce a percepire le cose. Una banale interferenza (come l’inserimento di un post completamente estraneo) non determina la crisi di tale impresa, ne è solo una testimonianza. Il limite è il tentativo di ricordare che si sostituisce alla voglia di immaginare e sognare. Io immaginavo una Anima libera a cui il quotidiano scoppia continuamente davanti agli occhi e che lei scopre con meraviglia. Aveva, in quel primo post, strumenti surreali di narrazione, se vogliamo volutamente iperbolici. Il risultato a seguire è stato diverso, non meno gradevole, spero, ma diverso; e me ne assumo la mia parte di responsabilità. Questo sembra quasi un addio ma non sono certo che siano queste le mie intenzioni. Il personaggi non soffre di schizofrenia, ma di un tradimento non voluto da parte di una coerenza testimoniale. Dove proprio la fantasia dovrebbe essere donna viene a mancare ed emerge una volontà di etica di una tramandazione personale. Non è mai esistita quella prima Anima e non poteva esistere, esiste troppo questa seconda e, ai miei occhi, non ha fascino. Non era e non doveva essere un quasi diario. Oggi è qualcosa di più e qualcosa di meno. Anima è così destinata a non cambiare nulla e a soccombere alla vita e alle prime difficoltà. E’ destinata a cercarsi e aspettarsi invano. Queste sono le mie apprensioni per il personaggio. Sembra banale ma chi scrive si innamora sempre dei propri personaggi, anche quando debbono comportarsi da personaggi negativi quali debbono essere. E non è questo comunque il caso. Non capisco perché Anima libera debba commettere gli stessi errori dei suoi autori. Lei è appunto un’Anima libera.

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: