Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘ragazzetta’

Prima alcuni fatti. Ieri ero seduto al solito bar, al bar da Clara; tra amici. Si avvicina una ragazzetta carina, gentile, migrante. Vende rose. Il primo è uno spontaneo cenno di diniego. Poi mi guardo intorno. Agli altri tavoli sono sedute quattro donne. L’età della più giovane le consentirebbe di essermi quasi mamma. Non resisto alla tentazione di comperare dalla ragazzetta quattro rose. Non so tirare sul prezzo. Io sono fatto così: prendere e lasciare. Anche nei gesti estremi. Come quando a Martino è scappata una battuta volgarmente infelice. Gli ho spalmato in testa il mio bignè allo zabaione. Ed era l’ultimo bignè di quel tipo. Ho dovuto rinunciare, per quella sera, alla pastorella di cui sono più ghiotto.
Alcuni giorni fa prendo in mano il telefono e chiamo alcune persone che era un po’ che non sentivo. Una amica in Toscana, ora che ci penso non ho mai parlato di lei e ci sarebbe da raccontare. Ero leggermente preoccupato, per lei. Anche attraverso i suoi silenzi. Poi altri. Sono un poco pigro e così sembra che mi dimentichi delle persone. Alla fine ho chiamato una ex-moglie che non sentivo da tempo. Veramente è ancora moglie, in realtà la separazione non basta a renderla ex ma lo siamo, ex, a tutti gli effetti. Lei resta leggermente sorpresa; A cosa devo? Volevo solo sapere come andavano le cose. Abbiamo passato una vita assieme. Mescolato un po’ le famiglie, come sempre; avviene. Non ci siamo picchiati ne tirati i capelli. Insomma lo ha deciso lei e ho portato con me poche cose e nessun rancore. Questo era il tutto. Mi sembrava normale, a distanza di un po’, informarmi della sua salute; di quella dei suoi. In quel momento mi sembrava bello e poi, insomma, era un gesto, telefonare, che mi dava piacere. L’ho fatto per me. Sono certo di non aver disturbato; tutt’altro. Altri problemi restano non miei.
Ora sto aspettando degli amici che non vedo dall’anno scorso. Arriveranno per il week-end. L’insieme delle cose, o forse già da prima, mi ha fatto tornare su questi, ed alcuni altri, piccoli accadimenti che mi hanno leggermente colpito. Stare qui è anche incontrare delle persone. Persone che magari non incontrerai mai di persona. Persone che impari a conoscere per quanto si mostrano e si espongono qui, cioè in un loro blog, in un sito, attraverso il loro parlare scritto e inciso luminescentemente in un monitor. Magari solo attraverso le musiche o le immagini che scelgono di postare. Come te che mi stai leggendo in questo momento e magari lo fai perché non hai nulla di meglio da fare. Cazzo se sono culturalmente formative certe esternazioni retroilluminate.
E’ così che ho incontrato un’amica. Leggo un suo commento critico e rilancio, forse con un po’ di supponenza, scoprendo poi che collaboriamo entrambi ad un sito-rivista. Due semplici conoscenti, complici sconosciuti. Lei ha dei piccoli disagi per postare, se ricordo bene, mi sembra naturale farlo e lo faccio: mi offro in soccorso. Un gesto completamente disinteressato. Come tutto quello che faccio. Io conosco solo il suo nome da blogger. Forse mi ha detto anche il suo nome da donna ma non ha nessunissima importanza. Fisicamente sta, anche, in un luogo alquanto distante.
Poi incontro un’altra amica di rete, la storia è di poco diversa. Poco importa. Mi capita di darle un incoraggiamento che le suona cortese. Mi capita anche, ma in seguito, di vederla nelle sue fattezze su foto che lei stessa posta. Ma questo molto dopo. Non avrebbe cambiato di una virgola. La sento giù e cerco di tirarla su. Scrive per se poesie strappandosele da dentro, come molti. A differenza dei molti le sue sono poesie che è un piacere leggere ma che le pesano. Lei è in lotta. Temo di aver smesso di lottare.
Potrei anche aggiungere altri esempi a sostegno ma non aggiungerebbero altro. In entrambi i casi di questi gradevoli incontri mi viene mostrata sorpresa. Entrambe mostrano meraviglia per il gesto per me del tutto naturale e spontaneo. Io, che non riesco a fare una cosa per farne un’altra, mi chiedo se in questo mondo ci sia tanta parsimonia da rendere così rari i gesti di disponibilità e cortesia; gesti che non costano proprio niente. La qualcosa mi sconvolge e magari questa fosse solo prosa. Magari qualcuno si può fare di me un’idea non proprio lusinghiera ma mi chiedo: in che cazzo di mondo vivo?

Su uno dei temi trattati, il disinteresse, ecco cosa dice il solito Giorgio Gaber in Buttare lì qualcosa e andare via:

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/ButtareLQualcosa.mp3”%5D

Read Full Post »

Naturalmente chiamarla Bambola non è una grande alzata d’ingegno. E’ venuto da sé. M’è bastato guardarla; la prima occhiata. Ora non mi verrebbe altro modo col quale appellarLa. Per quanto Lei se ne potrebbe rammaricare, l’immagine è del tutto simile a quella di una Barbie, in grandezza naturale, cioè delle dimensioni della famosa bambola, prodotta dalla famosa ditta di cui tutti sanno il nome ma che qui non è possibile nominare perché sarebbe pubblicità. Gentile e graziosa ma con un caratterino che non sarebbe mai possibile immaginare in un tipino simile; ne ho imparato qualcosa. Qualcuno mi chiede di Lei: “E’ tanto che non la vedi; la ragazzetta“. Un po’ è la difficoltà di Qualcuno a memorizzare il nome. Un po’ a La sua figura che è fuori dal tempo. Che La fa sembrare sempre giovane. Allo stesso tempo un progetto. Qualcosa a divenire. E tutto questo lo posso dire perché anche Lei, a volte, si lascia indulgere da brevi momenti di vanità. So che almeno questo me lo può perdonare. E poi vorrei vedere voi avere l’impulso di abbracciarla e la paura che si posso ridurre in mille frammenti tra le braccia.
Non è che noi ci si veda solo per mangiare. Non vorrei che ci si potesse essere fatta questa opinione. Oltretutto Lei mangia, cioè si nutre, quanto Giovanni, il canarino che teneva in gabbia mia figlia quando era ancora bambina. Poi è cresciuta, lei, mia figlia. Non lo so se è stata una gran fortuna. Quel caratterino taciturno se l’è trovato addosso; subito. Ma torniamo a Lei cioè a noi. Infondo per entrambi mangiare è un pretesto. A volte utile a sfruttare le sue meravigliose capacità davanti ai fornelli. Utile per una buona cena che un tipo solitario come me si permette raramente per pigrizia. Una buona cena magari dopo tanti pasti spartani preparati in fretta e altrettanto in fretta consumati, e in silenzio. Ho già spiegato che cucina come una favola? Temo di si. Non è che la memoria sia più la stessa. E poi Lei è tutta una favola. Anzi, stare con Lei sembra di stare dentro la favola. Tutto intorno perde qualcosa della realtà e anche il tempo sembra poter rimanere sospeso.
Spesso ci troviamo semplicemente per parlare o almeno Lei parla e io, in quei casi, di sovente, me ne resto ad ascoltare. Questo avviene solo perché è bello starla ad ascoltare nonostante una vocina del tutto coerente a tutto il resto; almeno un ottava più alta di un controllato acuto. Capita persino che mi accorga di ascoltare solo il suono della sua voce. Magari Lei non la racconterebbe proprio così. Forse qualche volta parlo, e persino straparlo. Fortuna che non mi può smentire. E’ questo il bello di qui e nemmeno si spreca carta a scrivere corbellerie. Più spesso ci vediamo solo per vederci. Per amicizia. Nego vi sia qualcosa di più umano di una grande amicizia. E quando parlo di amicizia dico tutto e forse troppo poco. Non che nemmeno in questi casi si stia zitti, ma vederci non ha bisogno di un pretesto, è solo il piacere dello stare assieme, si giustifica in se e si conclude in quella compagnia. Magari si fanno due passi, e siamo veramente una strana coppia molto disassortita. L’altra volta sembrava perfettamente a suo agio su due tacchi alti una spanna. Io cercavo di star giù dal marciapiede.
Una delle ultime occasioni, è passato fin troppo tempo per i miei gusti, non era tranquilla, Bambola. Non lo poteva essere. Aveva pensieri e timori che le velavano luce negli occhi. Non lo diceva, naturalmente, ma lo si poteva notare anche da come stringeva le mani quasi volesse stritolare, a suo modo, il mondo in un pugno. Questo era visibile solo ad un tipo attento e che la conosce come me. Come sempre di qualcosa mi ha parlato e qualcosa ha taciuto. Sono i suoi silenzi quelli che io temo. E’ quel suo pensare, forse comune ad altri, che io possa sentire anche quei silenzi. Per non deluderla, per non mostrarmi troppo invasivo, spesso fingo che sia vero, di poterli ascoltare e capire. Temo di aver detto fin troppe volte delle enormi baggianerie fingendo ciò. Insomma uscivano dallo studio di un amico cercando di uscire da una situazione che la infastidiva. Le cose degli umani hanno poca confidenza con Lei e quando se la prendono è più probabile che creino quella sorta di fastidio. Nel caso potrei dire di averla vista delusa e proprio arrabbiata, anzi incazzata. Come non l’avevo mai vista. Solitamente i suoi occhi accarezzano il mondo con un gesto lieve e mite che sembra poterlo comprendere, assolvere e armonizzare. Insomma quel giorno l’ho accompagnata a ritirare un abito.

La cosa potrebbe anche sembrare banale; del resto preferisco non parlare. Le tenevo una mano leggera sulla spalla perché non potesse scappare. L’abito era bianco e forse è stato allora che ho compreso la sua natura di angelo. O forse l’ho sempre saputo. Anche in questo caso m’è bastato guardarla. Pareva che niente la potesse sporcare nonostante quel bianco. Con le donne, quasi tutte, almeno quelle che son solo donne, perché, se gli angeli sono donne, non si deve pensare che tutte le donne siano angeli, questo funziona. Andare, come dico io, a spesare, a far compere, aiuta a scordare le contrarietà. Lei era meravigliosa in quel leggero bianco. Le tenevo la mano sulla spalla e ancora non potevo sapere che Lei, come tutti gli angeli, potesse d’improvviso volare via. O forse era già una inconsapevole forma di precauzione. Qualcuno mi ha chiesto: “ma tu ci capisci qualcosa“? Mi sono risposto che capire non servirebbe a molto. Il fatto è che ho la testa sempre troppo piena di umanissimi come? e perché? che mi balbettano il cervello. Se qualcuno avesse l’occasione di vederLa (non vi preoccupate che in questo caso La riconoscereste subito) vi prego di darmene notizie perché ne ho perso le tracce¹.


1] Tanto per ricordare di Bambola ne avevo parlato la prima volta con A casa di Bambola, poi ne avevo semplicemente accennato in Il blob dei blog, non un vero e proprio racconto ma confusa tra le varie&eventuali, infine ero tornato a parlarne in La cena di Bambola che per vezzo mi vien da chiamare “L’ultima cena”. Comunque, io che sono ottimista, ho continuato a lasciare aperta quella finestra.

Naturalmente l’ultima cena è l’ultima prima di quella successiva. Tutto il narrato, continuo a ripeterlo, altro non è che prosa e piacere. A chi mi aveva detto la volta precedente che gli era piaciuta la sua storia, quella di Bambola, auguro che anche questa sia stata una lettura divertente.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: