Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘rancore’

CARTE: Analisi di un omicidio (33*48) 6 giugno 2010Sembrava che per nessuno importasse. Era entrato al bar e anche lì erano cinesi. Ancora cinesi che tra loro parlavano cinese, una lingua disegnata, e capivano a malapena poche parole di italiano. Possibile che solo loro sapessero fare il caffè? C’era anche qualche suono melodioso nella loro lingua. Forse fu questo ad irritarlo maggiormente. O il fatto che facessero così in fretta a dire “Ciao”. Qualcuna si poteva definire carina perché per lo più erano cinesi donne quelle che servivano dietro il banco. Si assomigliavano un poco tutte ma vedeva che erano tante e sempre diverse. Scelse quella alta e gentile senza gli occhiali, ma fu una scelta senza particolari preferenze. Si informò e gli disse che dormivano in una stanza sopra. Aspettò paziente il buio; unica arma la speranza. Uscì perché aveva vent’anni; un’altra età forse le avrebbe salvato la vita. Nemmeno lo senti avvicinarsi. Dove aveva trovato tanta rabbia? Forse perché l’ennesimo editore aveva rifiutato per l’ennesima volta l’ennesima stesura dell’ennesima ultima bozza? Nessuno leggeva più le parole di carta ma era certo che fosse buona. Era certo che non fosse solo quello. Non lo voleva credere. C’è gente che ama e gente che odia; non sapeva fare né l’uno né l’altro ed è amaro restar fuori. Poi pensò che faceva poca differenza perché loro erano milioni; nessuna tranne che per chi la stava aspettando. Lo stronzo poteva essere anche uno di noi.

Read Full Post »

Il tempo non passa semplicemente, con arroganza trasforma le cose. Ti accorgi improvvisamente di non essere più quella che eri. Così si accorse che la stessa domanda di sempre trovava risposte diverse. E si trovò a pensare. A chiedersi un senso della propria vita. Ma il dopo tradisce. Si cerca di riconoscersi anche in quello che non si è più. O che non si è mai stata. Era così anche per lei. Aveva perciò così tanto voluto amare che non era riuscita ad amare. Perché l’amore è quel veleno sottile. E’ quella incredibile alchimia che impazzisce tutti i cuori. L’amore pretende tutto. Chiede tutto. E quella sua caparbia volontà di dare la tradiva. Troppi perché. Troppe domande. Ogni ieri diventava una lettera indelebile. E aveva imparato a non chiedere, nemmeno a se. Certo non è sempre facile essere donna. E prima ragazza. E poi ancora donna. E scoprire che chi ti guardava non ti guarda più. E allora vorresti che ti guardasse. Anche il passante. Sei una persona nuova. Quel desiderio è una persona nuova. A guardarsi allo specchio si vedeva invecchiata. E non si riconosceva. E non le piaceva. Ed era anche quella una novità. Dopo tanti “passerà” ora il passato non lo sapeva più accettare. Voleva ritrovarsi. Ritrovare quella ragazza. O semplicemente voleva una pausa. Un poca di serenità. Più semplicemente non voleva niente. E tutto era troppo poco. Lui se n’era andato. Come altre volte. Lui era tornato. Come altre volte. Poi era andato per sempre. Questa volta è per sempre. Ed era tornato. Non per lei. Solo per un istante. Per umiliarla ancora. Per umiliare il suo ultimo orgoglio. Ora riposava tranquillo. Lei lo guardava e lo vide con rancore.
Su quella porta. “Cosa vuoi ancora”? Non era nemmeno sorpresa. Gli aveva risposto “Sei ancora mia moglie”. Lei si chiedeva se lo era mai stata. Perché l’aveva fatto? E lui dormiva nel suo letto. Sarebbe mai riuscita a liberarsene? Non di lui. Del suo passato. Di tutto. E dei compromessi. E non ne aveva nemmeno paura. Solo era così. Non le era piaciuto. Non era una novità. Lui impazziva e si perdeva. Lei aspettava che finisse. Cos’era tutto quello. Spostò le coperte. Era nudo e rannicchiato. Nemmeno il suo corpo aveva più fascino. Era più mistero. Gli uomini erano tutti uguali. Si prendevano quello che volevano. La finestra era rimasta aperta. La notte soffiava leggera. No! non voleva crederlo. Non sono tutto uguali. Non poteva essere tutto così. Non poteva essere solo quello. Ridursi a quello. Forse era lei. Quella sorta di muta malattia. Scese dal letto piano. Quella volta, all’inizio. si era rifugiata in lui. Perché lui era lì. Ora lo sapeva. Ma lui… non le aveva offerto nemmeno un fazzoletto. Nemmeno un grazie. Nemmeno un vero sorriso. Si sentiva usata. Solo un buco. Una cavità vuota. Con gli occhi che le bruciavano di lacrime. Con la fatica di trattenerle. Raggiunse la cucina. La luce la accecò; fredda. Perché l’aveva fatto? Fatto ancora una volta? Lui non avrebbe accettato un no. Era come se lei non era. Se non si fosse mai appartenuta. Prese il coltello. Il riflesso le illuminò il viso squartandolo di luce. Era come un automa. Tornò a guardarlo. Ad ammirare la sua tranquillità. Era pago dopo l’amore. Ma quale amore? Era una piccola cosa. A riposo. Il suo gesto fu non preventivato ma preciso. Lo doveva fare. Lo avrebbe già dovuto fare. Tagliò di netto. Tagliò con tutto. Non credeva sarebbe stato così semplice. Lui urlò. Gli occhi spalancati. Sorpreso. Ora era solo una piccola cosa sanguinolenta nella propria mano.

Read Full Post »

raccontiEd eccolo il novembre. Hai un bel dire che è come gli altri, che un mese è solo un mese. E nemmeno perché è sempre, ogni anno, il mese dei morti. Quando ci si scotta. Si sentiva nervoso senza una ragione. E se non c’è una ragione è inutile chiedersi perché. Cerchi magari semplicemente di rincuorarti intorno. La giornata è mite; capita. Con un bel cielo terso, e il sole. Le foglie aggrappate ai rami hanno tutti i colori; i rossi, i gialli, etc.; forse solo il verde si fa più opaco. Sono colori splendidi. Il freddo non è poi troppo freddo. Ma non poteva che farsene una colpa. E questo non gli bastava, lo faceva anzi sempre più amareggiato. Lo sapeva da sé che la vita scorre. Non fosse che è novembre.
Ormai era come un appuntamento. Ma poi i “perché?” uno se li chiede. Siamo solo uomini, e pure maschi. Era più alto? No! Più bello? Boh! Direi proprio ancora un no! Caz… cavolo, un difetto alla vista. Più intelligente? Direi proprio nuovamente: negativo. Più ricco? E di cosa? Forse di arroganza. Certo guardava gli altri. Quello che era era troppo e mai abbastanza. Di questo sono fatti gli uomini, a volte. Almeno quelli come lui. Non aveva arte ne parte (si dice così) e non sarebbe diventato altro che niente. Ma non ditelo a lui. E allora cosa? Ce l’aveva forse più lungo? Le voci di corridoio danno per certo anche qui una risposta più che negativa; penosa. Povero piccolo. Inutile fare dell’ironia. Certo che questo o controlli, e non era il tipo, o prima mica lo puoi sapere. Forse aveva scommesso sul cavallo sbagliato. Forse era il cavallo della contrada del bruco. Si ha un bel dire ma Ernesto non riusciva a darsene pace. Non era bastato tutto quel tempo a farlo dimenticare. A riempire il vuoto lasciato da lei. Nel tempo, anzi, gli era cresciuta la rabbia. Faceva tutto distrattamente, senza interesse alcuno. I piatti erano rimasti nel lavello. Beh! non erano certo gli stessi, quelli di quella sera, erano altri. Ma i piatti restavano sempre nel lavello. Avrebbe dovuto tornare a prendersi cura della casa. E non aveva più ritrovato la voglia di accettare la sfida. La vita scorreva piatta. Non aveva capito. Si era solo rassegnato. Usciva dal lavoro senza voglia di rientrare. Lo aspettava solo un bicchiere e tutte quelle parole dette solo a se stesso. Sarebbe mai passata? Ma poi quale novembre?

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: