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Posts Tagged ‘rapina’

Una canzone per BettySegue: Al peggio non c’è fine [9]
Bidibi-bodibi-bum. Aveva un sacco di tempo per sé. Anche troppo. Si trovava sempre più spesso a pensarsi addosso. Più si guardava e più ne aveva conferma. Gli specchi sono dei pessimi mentitori. Non che… Betty. Forse era un po’ tondetta, così si sentiva. Doveva starci attenta. Cosa trovassero in lei gli uomini le sembrava un piccolo enorme mistero. Non che le dispiacesse. Non che fosse l’ultima. Non era certo da scartare o buttare. Solo che… si vedeva né bella né brutta. Si vedeva com’era. Gli occhi erano indubbiamente inquietantemente enormi e belli. Affascinanti e sognanti. La boccuccia rossa piccolina era un piccolo cuore in amore. Se la sarebbe baciata da sola. La sua aria innocente… Non le mancava nulla. Certo. Forse il viso era un po’ paffutello, ma non era questo il peggio. Le gambe erano ben scolpite; non era nemmeno questo il punto. Non bastava… Cosa spingeva gli uomini a guardarla in quel modo. A spogliarla del poco che aveva addosso con gli occhi. A desiderarla così… subito e per poco. Immediatamente. Non si vedeva certo un’icona sexy. Si vedeva solo una donna. I maschi erano un vero mistero. Un disastro. Provò a vedersi Marylin, si vide solo Betty.
Il tempo passava, come si dice… a tempo di giava. Cominciava ad essere in apnea. I giorni trascorrevano e le spese galoppavano. Imbizzarrite. Non le restava che andare a fare visita al buon Baldassare. Preferì farlo a notte fonda e bussare piano, un paio di volte, per farsi sentire. “Non mi aspettavo questa visita”. “Già”! Nessuna sorpresa evidente. Non un gesto di benvenuto. Da quella fredda accoglienza Betty aveva capito subito che il dialogo sarebbe stato difficile, e sarebbe proseguito in sussurri. La stava lasciando sulla porta. “Potevi telefonare”. “Non mi fai entrare”? “Non possiamo?”… “”! “Facciamo presto”. “Quello che serve”. “e fai piano che loro sono di là che dormono”. “Non mi ci vorrà”… “Se si sveglia gli diciamo che sei una cliente; intesi”. La accompagnò cauto fino in cucina. Aveva il pigiama e le ciabatte ai piedi. Era spettinato. Forse stava dormendo. Forse l’aveva svegliato. Oppure chissà cosa stava guardando? “In fondo lo sono”. “Niente di me e di te, e delle altre”. “Come vuoi”. Provò a fare il finto tonto. “Allora cosa c’è”? “Non lo immagini”? “No! dovrei”? “Come vanno i nostri investimenti”? “Male”. “Quanto”? “Male male”. “Vedi Baldino… fidata mi sono fidata. Non possono andare così male. Il tuo è il tuo, ma il mio reta il mio. Ora ne avrei proprio di bisogno”. “Solo che non è rimasta una cippa. Un bel niente”. Lei sapeva che lui mentiva. Doveva esserci un vero tesoro. E comunque non erano affari suoi.
Cercò di stare calma. “Non vorrai farmi”… “Ma poi, in fondo, il colpo era il mio. Te l’ho suggerito e organizzato io. Io ho fatto tutto”. “Con questo cosa vuoi dire”? “Non dovevi aspettarti troppo. È andata così”. Se mai le era restata un po’ di fiducia negli uomini anche quella era svanita. Proprio in quell’attimo. “Ti spiacerebbe darmi almeno un ultimo addio, Balduccio”? E gli aveva strizzato l’occhio. “Sei pazza, ora e qui”? “Non ora, subito e qui”. Lui aveva visto la sua perfetta interpretazione della faccia da porca. La giarrettiera. Ne era rimasto colpito e si era fatto convincere con facilità. Pensava a quella che si ricordava. “Però nella stanzetta degli ospiti”. “Anche… dovunque. Ti desidero. Sbrighiamoci”. Era stata convincente. La camera non era piccola come si sarebbe aspettata. Il letto era matrimoniale, con la testiera in ottone. La luce anche troppo accesa. “Stenditi!” e lui si stese. “Voltati!” e lui eseguì ubbidiente. “Ora ti ammanetto al letto” e lui la lasciò fare. Curioso. “Ora toglili… anzi… lascia faccio io. Via questi pantaloni.” e gli mise a nudo il culo. “Sei sempre stata stramba tu. Come vuoi”. Una cosa bianca e molle, informe. Un’apparizione orrenda. L’avrebbe ricordata per molte notti. Non salvata nemmeno in parte dal sentimento. Aspettò un momento soffermandosi a guardare lo spettacolo disgustoso. Lui aspettava ansioso. Lei frugò e prese dalla borsa un suo Habanos Montecristo originale, e lo infilò al centro della faccia visibile di quella specie di arida e orrenda luna, come la bandiera. “Ti piace il mio giochino? Ma ricardati, caro Balduccio, che tornerò”. Il cretino non aveva capito bene la situazione: “Non vorrai lasciarmi così fino a domattina? Cosa gli dico? A mia Moglie? A mia figlia”? Lei uscì lasciandogli solo un: “Torno”.
Si nascose nella solitudine di un libro. Non sapeva come trarsi d’impaccio. Era alle strette. Per un po’ di mesi ancora ce l’avrebbe fatta. Poteva reggere. E dopo? Il mattino seguente avrebbe liberato le bollette. Meglio evitare multe o, peggio, sopraluoghi. Non si sentiva braccata, ma viveva come lo fosse. Come una reclusa. Si sentiva come quelle donnette apprensive. Preoccupate di tutto. Per i figli. Per il marito. Birbone. Per il suo lavoro. Per lo stress di lui. Per la cena. Per le unghie. Per la lavatrice. Per tutte le scadenze, appunto. E per le ricorrenze. Per i regali di Natale. Anche se era aprile. Perché lui non si accorgesse dei piccoli furti per quella borsetta irresistibile. Per i voti del maschio. Per il mestruo della figlia. Perché tornava a casa sempre più tardi. Della dignità. Dell’integrità. Dell’innocenza. Dell’illibatezza. Dell’anoressia. Dell’odore nella sua camera. Del frastuono della musica. Dei vicini. Delle chiacchiere. Per la visita al veterinario. Dell’avvilimento di Fido. Per la linea. Per l’amore. Per il tempo. E per il tempo. Di non perdere la puntata della sua Soap. Doveva reagire. Quante volte se l’era detto? Alla fine decise: una donna senza un uomo è una donna libera.

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Al peggio non c_è fineSegue: Un caffè, prego [8]
Il peggio doveva ancora venire. Nello stesso tempo, nella sala del sequestro. Era l’inizio della fine. Era quello che dicevano i suoi sguardi lampeggianti, e il suo corpo, e tutto il resto. La nostra Malefica aveva preso una sbandata. Un vero colpo di fulmine. Se lo mangiava con gli occhi. Si era innamorata proprio di quel Michele che avrebbe dovuto solo tenere sotto tiro. A cui avrebbe dovuto mettere soggezione, financo paura. Pazienza. Cosa si poteva fare? Auguri e figli maschi. In men che non si dica avevano fissato la data delle nozze. Persino la chiesa della cerimonia e il ristorante del rinfresco. Solo una cosa intima, aveva detto quello. Massimo, ma proprio massimo, un duecento invitati. Più i parenti, aveva aggiunto lei che di parenti ne aveva a bizzeffe. Naturali e acquisiti. Non servirebbe dirlo, aveva sempre avuto un cuore grande. E non solo quello. E ogni incontro aveva aumentato quella famiglia, la parentela. Con lei diventavano tutti come fratelli, cognati o fratellastri; al massimo ex. Il ruolo poco contava. L’intimità un po’ di più. Ma aveva deciso di cambiar vita. Intanto dentro la testa aveva un pandemonio e si chiedeva come suonasse Malefica Miscela. Col dubbio che fosse meglio mantenere il solo nome da nubile. Andranno a vivere a Sumatra, in un palazzo, dove nessuno la cercherà.
Quello che da qui in poi si potrebbe più semplicemente chiamare l’Ultimo-It aveva già deciso di tornare nel recinto della scuderia di Stephen King. Disposto a rigirare all’infinito la stessa scena: «Recuperare la barchetta di carta al piccolo George Denbrough, dal tombino, e poi ucciderlo brutalmente strappandogli il braccio sinistro.» e quello lo sapeva ormai fare magistralmente. Al meglio. Come il suo solito. Godendo veramente e leccandosi le dita. Nella nuova serie in programma ogni episodio inizierà allo stesso modo, dal sacrificio del povero piccolo Denbrough. L’attore verrà sostituito ogni volta e vestito degli stessi panni. Né la salute, né tantomeno la sopravvivenza della giovane comparsa, potevano essere garantite. Sarebbe stato, ne erano certi, un successo universale. Da questo punto in poi la trama si dipanerà in modo diverso. Ultimo-It aveva già firmato, via smartphone, un lauto contratto. Sarebbe andato a vivere a Hollywood dove nessuno si sarebbe dati il disturbo di pensare alle sue Vacanze romane.
Betty Boop invece non riusciva ad essere che se stessa. Lo sapeva da sempre. Da quando era nata. Da molto prima di mettersi in affari, di entrare in quell’avventura. Non avrebbe mai deposto le armi. Abbassato la testa. Sempre irresistibile e sovversiva. Come in quella breve comparsata, quel cammeo in Who Framed Roger Rabbit[1]? Una cosa da nulla, non fosse stato che quel coniglio stava perdendo la testa. Aveva anche lei una proposta interessante: entrare in Drawn Together, “Fossi matta”. Non se ne sarebbe fatto niente. Lei era una combattente. Si sistemò la giarrettiera che continuava a scenderle. Si ricompose. Cercò inutilmente di tirare giù lo striminzito abituncolo rosso. Era come quel lenzuolo, sempre troppo corto. Non si sarebbe mai tirata indietro. Piuttosto il suo un vero Habanos Montecristo, già diventato famoso, glielo avrebbe infilato in quel posto. Così uscì com’era entrata, senza dare nell’occhio, dalla porta sul retro. Tra gli applausi. Fingendo di essere solo la Betty Boop dei fumetti. Era tanto tempo. Le sarebbe voluto un uomo. Un bel maschio. Ne aveva bisogno. Le avrebbe fatto bene. Per dire pane al pane e pene al pene: “semplicemente una buona scopata”. Unico problema: lei aveva chiuso con gli uomini. Magari avrebbe potuto prendersi un gatto. Magari avrebbe potuto chiamarlo Xandir P. Wifflebottom; coccolandolo Wiffle.

[1] https://www.youtube.com/watch?v=_C_ExFcCyWo

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Un caffè, pregoSegue: Sono solo quella che sono [7]
«Dai pensieri dello stesso Napoleone: I cinesi: Loro sì sono stati bravi. Nella grande inondazione. Hanno tirato su la testa e hanno respirato sopra il livello dell’acqua dei Globali Piagnistei. Loro sì che adesso c’hanno il grano[1]. Non tutti, certo. Neanche da dire. Anche in Cina ci sarà chi ha riso, tonnellate di riso e risate, una scacchiera di riso e altrettante risate, e chi ha le padelle con le ragnatele. Però a Pechino girano con la mascherina, ma girano in taxi. Ce l’hanno raccontato le Olimpiadi. Non come i nostri, nemmeno a comandare agli schiavi. Padroni di breve corso. Hanno un solo difetto: sono cinesi. Se non avessero la pelle gialla… se non avessero gli occhi come fagiolini rinsecchiti… se non fossero tutti così piccoli, e col torace incassato, e se non fossero, insomma, così cinesi, allora sì che sarebbero perfetti. È la misura dei tempi che cambiano. Prima o dopo diventeremo tutti cinesi. È inevitabile. È la storia. Però… quando c’era lui i treni mica arrivavano in ritardo.»
Unica novità e sorpresa è stata che i soliti noti (più il gruppo spontaneo di Ninja), per una banale inversione di numeri, 69 al posto di 96, hanno fatto irruzione nel posto sbagliato. Nella confusione nemmeno hanno fatto caso al nome del grande albergo. Sono piombati sparando come pazzi, e appioppando multe, etc., nel salone per congressi di un lussuoso albergo a cinquanta metri di distanza dal vero obiettivo, anche se dalla stessa parte sinistra della via. Catapultati nel bel mezzo della festa di maturità proprio del figlio, di nobili origini, del Questore. Giovane, al secolo Marcantonio Augusto Caetani, riconosciuto dal padre naturale dopo un’avventura notturna frivola con la consorte del suddetto Questore. Lo stesso Questore è risultato assente, in cabina di regia, durante la crisi, proprio perché presente in sala per essersi intrufolato senza invito. Non ci hanno capito più nulla, né questi né quelli. Nemmanco quelli delle reti private. Né le truppe d’assalto né gli stupiti teppistelli, tutti di ottima discendenza. Immersi in quella spessa nube di Bob Marley e di Gangia hanno continuato a sparare e a gridare e ad aspirare come asmatici.
Lo stesso Imperatore dei Vasta era strafatto come un lampione e aveva per occhi due oblò stroboscopici. Gridava di essere figlio di seconde nozze della celebre Salomè e di Ringo Star, e perciò intoccabile, invisibile e immortale. Prima di cadere sotto il primo fuoco amico aveva declamato la sua frase più celebre: “Chi la rizza, l’appizza e l’ammazza[2]“. Il figlio del figlio del re dei salumi aveva prontamente reagito. Aveva tentato di contrattaccare brandendo un Salame di puro Felino. Per la correttezza trattasi di un puro Salame di Felino. Nessun gatto si è immolato a quella giusta causa. Felino, con Sala Baganza e Langhirano, è semplicemente uno dei luoghi noti di produzione di quel tipo di salume, come il bravo giovane virgulto avrebbe dovuto sapere. La sua indignazione è stata tempestivamente tragicamente sopita da una granata di Armato Ariete. In un vero carnaio, Pump! Splash! Patapum! Bang e Bang! Pfui! Sir Lancillotto, arrivato all’ultimo, inaspettato e a sorpresa, ha fatto giusto in tempo a farsene otto prima di cadere eroicamente salamato.
Il portiere è accorso per verificare a cos’era dovuto quell’enorme trambusto. In atrio una coppia decise di non saliere in camera. Due rinunciarono all’aperitivo. Tre chiesero la restituzione delle valigie. Dalla sala adiacente arrivò anche il coro dei napoletani[3]. Quattrocento intrepidi sfondarono le porte: autoriduzione sì! Fino alla morte[4]! Era un inferno. Un leviatano. Fiamme e piombo volavano come botti di Piedigrotta o, più semplicemente, di Capodanno. Qualcuno credeva ancora che facesse parte della festa: “Viva viva quella di Olivia”. Non è dato sapere l’identità completa della bella così osannata con entusiasmo dai molti. Pare trattasi di studentessa ferrarese, si dice bona come il pane.
Un paracadutista si era paracadutato eroicamente su un paio di mutandine senza padrona. Aveva stentato a riconoscerle e nel dubbio le aveva annusate e poi aveva chiesto l’intervento dei cani da tartufo e di quelli antidroga per la ricerca. Questi ultimi sembravano impazziti e uno guaiva sulle note di Crazy boy, versione Fiorella Mannoia. Un tizio, con i jeans pieni di buchi, subitamente nascostosi sotto la tavola, stava facendo rapidamente il conto dei propri averi arrovellandosi su dove avrebbe potuto metterli in salvo, infilandosi l’accendino d’oro massiccio in posto innominabile. Un altro sbandierava le chiavi della sua spider, facendole tintinnare, come una bandiera bianca, come un segno inequivocabile di buona volontà, di disponibilità e di resa. In un fumo denso, che avrebbe confuso anche le menti dei cronisti, Erasmo da Rotterdam, pseudonimo di Desiderius Erasmus Roterodamus, confortava e convertiva i feriti e benediceva i caduti. Nessuno era in grado di capire cosa quel pazzo diceva.
Uno gridava No! la mamma no. mentre il pianto della donna le scioglieva il trucco e così la maschera, denunciando la sua clandestinità. Uno era uscito esterrefatto dal bagno, con i calzoni ancora a mezza gamba, giusto in tempo per scoprire quel pandemonio e prendersi un sonoro ceffone in faccia. In realtà il manrovescio non era suo ma destinato ad uno screanzato che aveva occhieggiato per il buco della serratura. Il sangue scorreva già più del vino, e della birra. Una pischella[5] era ancora attaccata implorante alla corta miccia del suo ganzo, le sottili labbra fameliche, ma il rampollo ben paffuto era ormai intenzionato, gli occhi strabuzzati, a farla attendere per l’eternità; pace all’animaccia sua. I resistenti, con le carte di credito d’oro strette in saccoccia, finalmente tentarono un’ultima strenua scaramuccia: rovesciarono il tavolo dei rinfreschi a mo’ di barricata. Uno addomesticò un pulotto con una bottigliata di champagne. Un collega del milite redense subito il mariuolo, in un amen, impartendogli una benedizione calibro 9 Parabellum.
La bonazza sbandierava le tette rifatte rimpinzate denudandole. Il sottoposto del sottoposto di Napoleone, in qualità di sergente semplice, la stuprò di passaggio, come giusta ritorsione verso una preda di guerra. Entrò in quel mentre il solito ritardatario spingendo una carriola di pasticche. Un Urbano, per la propria goduria, in estasi, si era munito, di propria iniziativa e illegalmente, di una mazza chiodata. E giù a spaccar sguaiatamente brocche. Qualcuno tra i ragazzi, ancora inebetito, se la rideva della grande: “Ganzo!”. La santarellina scandalizzata continuava a ripetere “Ora basta, giù le mani.” E si continuava a dimenare con l’inferno dentro le cosce. Il suo “No!” e il suo “Non posso crederci.” avevano il sapore di tutti i !!! dell’universo. E le mani che non riusciva proprio a frenare erano le sue. Finalmente il caramba le aveva spiegato che poteva toglierselo quell’abito virtuoso e quello stupore. Almeno per quel pomeriggio. Si era fatta convincere fingendo una labile estrema resistenza.
Un Urbano era troppo intento a far passeggiare le dita dentro le saccocce altrui da potersi permettere di scorgere qualcosa di quello che stava succedendo intorno. La racchia, secchiona nonché riconosciuta nerd di tutta la scuola, bernardoni come fondi di Fojette, si dava alacre con due fanatici in tandem, in una ciriola impazzita, mentre quelli si scompisciavano: “Anvedi ‘sta smandrappona brutta più degl’inferi come ce stà. Magari pure ce crede”. Uno aveva spasimato “Vengo!” mentre l’altro sospirava “Vado!”; lei aveva solo borbottato cercandosi spiritosa “De chi sarà er pupo?”, o forse credendoci o sperandoci, e poi gridato inorridita “Papà!”. Un cameriere, riparandosi dietro un vassoio, accorse al disperato richiamo d’aiuto andando in soccorso di uno dei due bravi giovani. Era quello un mondo che aveva sempre sognato, ma che aveva sempre solo servito. Lui e il ragazzo si guardarono negli occhi e scoprirono di piacersi, sebbene il generoso in giacca bianca avesse una moglie moldava rimasta in Moldavia.
Un congolese di passaggio aveva pensato di profittare della confusione. Tre erano accorse esaltate che lo avrebbero proprio gradito un… caffettino, anche lungo. La scena aveva scatenato il massimo orrore: Questo è troppo. Il Maggiore dei RoboCop, come bottino, si era impadronito delle vesti di una certa Innocenza Santopadre che poi aveva lasciata nuda alle sue truppe. Lui aveva indossato gli abiti della giovine ed era stato subitamente scambiato per una delle terroriste e trucidato sul posto. Il ritratto di Francesco Giuseppe, il Primo, fu strappato dal muro. Un bracconiere, fintosi della Forestale per curiosità e ambizione, cadde gloriosamente sotto una raffica di tartine di caviale. Un ninja aveva trovato la sua ninjetta, una ceramica Shino. L’Ambasciatore Sionista, con il suo solito entusiasmo, era accorso, non invitato, per rendersi utile. Si era fatto spazio nella zuffa, ma la regazzina lo respinse via, divertita e defraudata allo stesso tempo, “Manca un pezzo”. Poi erano intervenute le Tute Ignifughe “Aspettateci, ci siamo anche noi.” E giù di estintore, democraticamente indifferentemente sui primi che gli capitavano a tiro. E accorsero anche le Tute Bianche, ad aggiungere confusione alla confusione, le quali, guardandosi torno allibite, cominciarono a prendersela con questi e anche con quelli, e a prenderle da questi e anche da quelli.
Un caporale stava riempendo un sacco con tramezzini e salatini per portarlo alla famiglia, mentre infuriava la battaglia, sprezzante del pericolo. Era comprensibile il fatto, visti gli stipendi nelle nostre forze armate. Comunque nessuno se lo cagava, nemmeno di striscio. La fresca sposina Ivona, che tutti ricorderanno, aveva lasciato Faliero in casa e si stava gongolando con quella di sua sorella. Per lei fu un lampo, un attimo, passar da Ivona a Porcona. Un metronotte aveva rubato lo spino dalle labbra di un carota ingozzato di lentiggini, poi gli aveva spento la cicca sulla capoccia chiamandolo Maria e aumentando la confusione. Grida di Sì! ancora. si spalmavano nel pane del baccano generale. Grida di maschio è bello. venivano per lo più ignorate. Qualche arto dei proprietari di quell’enfatica supplica veniva calpestato. La quarta B si mescolava alla quinta C.
Una certa Lucrezia aveva cercato un armistizio, almeno una tregua, offrendosi e facendosi impalare dal forzuto Icaro Scavafossi che l’aveva gradita in un volteggio pindarico librandosi per la sala fin quasi al soffitto. Aveva sbattuto la capoccia sull’enorme lampadario di cristallo per poi dichiararla prigioniera. Tornati con i piedi per terra erano annegati in una mareggiata di Champagne. La confusione era all’apice. Uno, sputato il Pupone, vista l’età si doveva essere anche lui infilato, ne aveva uno stuolo attorno come la piazza di San Pietro la domenica, ma nessuno gli aveva torto nemmeno un capello. Una, gridava cercando di liberarsi da abbracci multipli e troppo insistenti, “Sono una professionista, io”. Giurava di non essersi mai trovata in una situazione simile, nel bel mezzo di un’orgia così sgangherata, cercando di dare il suo profilo migliore in favore di una camera che c’era solo nella sua testa. Le chiappone in fiamme non avevano ancora realizzato che erano vittime di un candelotto fumogeno.
Il cameriere gridava terrorizzato “Io non c’entro. Sono un senegalese di Gallarate Brianza. E manco m’hanno pagato.”, la cameriera non gridava affatto, aveva la bocca occupata. L’altra, con la crestina in testa, le chiappe. Poi si lasciò sfuggire, la villana, un enorme fragoroso peto. L’ultimo della lista, l’apprendista, non aveva fatto a tempo a decidersi di chiedere alla sua bella, la compagna di banco, di ballare. Era spirato, soffocato dal miasma, e continuava ad essere indeciso. Di lei s’era preso proprio una tranvata. Quella, invece, era l’autrice de Le memorie delle mie mutandine. Libercolo di grande successo e diffusione nei bagni scolastici. Il sorcio, ragano e pure scaraffone, la servetta abissina se l’era portata da casa perché: “Lei ce stava de brutto. Anzi le da gusto fare le zozzerie par due svanziche”, si ammutolì e ammosciò mentre lei gli stava a dì con voce allisciante “Ma poi me ce porti all’altare?”. Era l’unica animala di colore presente alla fantastica festa. Non senza qualche altro commento. Uno se la riccontava da solo e un paio avevano altri gusti. A quell’uno una gli chiedeva, con filantropia, se servisse aiuto. Tutti troppo presi per rendersi conto. Una scena dantesca si sarebbe presentata alla fine dell’orgia. Alla fine dell’aspra battaglia si contarono incalcolabili morti e diciassette contusi fra le Forze dell’Ordine.

[1] http://www.treccani.it/vocabolario/denaro_%28Sinonimi-e-Contrari%29/
[2] Ovvero chi la rolla (la rizza), l’accende (l’appizza) e la spegne alla fine (l’ammazza).
https://www.icmag.com/ic/showthread.php?t=156609
[3] Gianfranco Manfredi: Un Tranquillo Festival Pop Di Paura.
[4] Gianfranco Manfredi: Precipitoooo.
[5] Per i termini che possono sembrare inusuali agli stranieri: http://www.trattoria-romana.it/romanesco/parole/

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Sono solo quella che sonoSegue: Disse la Maga [6]
Da un’intervista televisiva della stessa Betty Boop, con voce stentorea e sottolineando ogni singolo lemma, mentre tiene sotto tiro tutti i presenti: «Non sono bella. Non sono alta. Forse sono un tipo. Sono Bettina, la vostra Betty Boop[1]. Non Helen Kane, non Clara Bow, non una semplice imitazione. Non una controfigura. La vera Betty Boop. L’originale. La figlia dei fratelli Fleischer. Di quale? Di Fleischer e anche di Fleischer. Di entrambi. Di Max e anche di Dave. Come? Questo non lo so. Lo si dovrebbe chiedere a mamma. Alla povera mamma. Lei non era brava a dire di no. Riposi in pace. So solo che sono la vera Betty Boop. Quella che parla con la voce della piccola Ann; come sentite. Che ancora oggi il vecchio Walt si starebbe a lambiccare e a mangiarsi le dita per non averci pensato lui.
Da questo momento, e dalla fine delle scorte personali, nessun caffè scenderà in nessuna tazzina, fin tanto che non saranno completamente esaudite le nostre richieste. Rivendicazione prima della prima o preambolo: liberazione immediata di It Pennywise, detenuto, senza alcuna prova sostanziale, nelle carceri nazionali speciali; quale non si sa. Punto uno: rilascio immediato di tutti i prigionieri politici e d’opinione e il ristabilimento della completa libertà di stampa. Punto due: soppressione di tutte le cariche militare e di sicurezza, o meglio, abrogazione di tutte quelle figure aventi diritto, o sghiribizzo, ad indossare una divisa, Fatto salvo esclusivamente per i postini, e gli autisti pubblici, e gli addetti all’entrata ai locali. Punto tre: Abolizione degli strappi sui pantaloni alla moda. Le giacenze dovranno essere ritirate dal commercio. I possessori dovranno provvedere a rammendarli immediatamente, in tempo reale, senza altro termine, a proprie spese e con filo invisibile. Non è più tollerabile che ai più poveri sia negato anche il diritto e l’orgoglio di portare le toppe. Punto quattro cinque e sei: abolizione da tutti i vocabolari di tutti i termini che indichino in modo selettivo ogni differenza di genere, di razza, di provenienza e di colore. Riconoscimento di tutte le relazioni comprese quelle tra individui dello stesso genere (che ci sta sempre bene), con tutti i diritti, sia patrimoniali che assistenziali etc., per tutti i soggetti inclusi nella fattispecie. Tutti i componenti del CdA (Consiglio di Amministrazione, anche denominato Parlamento, Leader compresi) dovranno sottoporsi a terapia consistente nello sperimentare su se stessi l’ebbrezza di almeno una, con un massimo di cinque e non più al giorno, passione gay. Punto sette e sette bis: Introduzione del buon senso nella nostra normativa e in tutto il Pubblico Impiego. Introduzione dei congiuntivi e condizionali nel linguaggio pubblico, aggiunta dell’ablativo (Malefica non aveva idea di che diavolo fosse, ma il termine le suonava bene) con soppressione parallela e automatica dell’imperativo, e di qualsiasi imperativo anche non verbale. Punto otto: bonifico non nominale per le spese da noi sostenute, per questa nostra missione, per giusta causa, da incassare, al portatore, in qualsiasi filiale bancaria o postale. I punti dal Punto nove al Punto ventinove restano in sospeso per eventuali successive aggiunte. Punto venti: Chiusura di tutte le sale da tè. Punto ventuno: Legalizzazione di tutte le droghe leggere (che anche questa ci sta sempre bene, e Bettina si accese in diretta una canna grande e grossa come un enorme Habanos Montecristo). Tremate, tremate, le maschere son tornate. Potere alle massaie.»
Le immagini le mostrano attraversare il grande salone del Centro Congressi, scambiate per semplici maschere, tra la sorpresa di molti, il panico che comincia a serpeggiare, l’indifferenza curiosa e divertita di qualcuno, proseguire senza fermarsi davanti al tavolo delle tartine e dei calici, poi un lungo corridoio deserto, poi l’affollata anticamera dove si affacciano i bagni, infine entrare nella stanza riservata alla riunione. La nostra Bettina accompagnata dalle sue fedeli 98 FS inox e Glock 17 Gen 4. Malefica imbracciando il suo minaccioso Barrett FN F2000. It Pennywise orgogliosa della sua Astra, anche se usata, con matricola abrasa, che mostra a tutti e punta intimidatoria verso tutti. E naturalmente ognuna con borsone nell’altra mano contenente gli attrezzi di lavoro: caricatori di riserva, calze di scorta antismagliature, trucchi e belletti per rifarsi il viso, mutandine di ricambio e costumi per ogni evenienza. Erano tutti lì, atterriti, compreso Michele Miscela, il più grande magnate dell’espresso alla napoletana, dell’illustre, rinomata e gloriosa famiglia Miscela & Co., da centinaia d’anni sul mercato. Il resto del CC (Centro Congressi) era stato evacuato.
Era stato fatto sgombrare anche dagli ultimi curiosi; e dai manifestati, sia sostenitori che scalmanati contestatori e/o detrattori subito accorsi all’esterno. Le immagini mostrano diciassette dei convegnisti sentirti male, e tutti gli altri con le mani alzate, e la caritatevole Betty Boop travestirsi subitamente da infermiera per recar immediatamente loro conforto e assistenza. Non voleva vittime a quel punto dell’azione. Non voleva perdere nemmeno uno dei sequestrati. Fuori nel frattempo fervevano le manovre dei soliti irreducibili temibili Protettori e Paladini. Inutile qui elencarli nuovamente tutti. Basti sapere che tutti erano accorsi immediatamente ed erano presenti. Napoleone Santabarbara in primis. Il quale stava sprofondando sotto il peso di tutte le sue medaglie (solo come esempio di quello a cui ha dovuto assistere la folla si veda qualche opera del pittore Enrico Baj). Tutti in tenuta da Gran Galà. Tutti pronti a farsi ritrarre inamidati impettiti. Unica novità e sorpresa è stata che ai soliti noti si era aggiunto un gruppo spontaneamente formatosi di Ninja.
A Betty fu subito tutto chiaro. Le richieste non sarebbero state esaudite. In molti, cioè quasi tutti, tranne forse qualche familiare, avevano detto: “Morto un industriale se ne fa un altro; anche due”. Dei poveri sequestrati non importava niente a nessuno, o quasi. Nel frattempo tutte le reti, come tanti calabrache ossequenti, continuavano a ignorare l’evento. A tacere. Le poche notizie che avevano si potevano trovare dai sostenitori in Facebook e in Twitter. Intanto in Youtube, dannazione, continuavano a imperare quei video. Non era mai presa in primo piano, fiera, armi in pugno, ma sempre e abbondantemente e dettagliatamente di spalle. Non sembrava un’eroina. Non sembrava niente. Solo un’incapace resistente e desistente porno-vittima. E i facoltosi presenti in giacche blu o gessate o in grisaglia, uno fasciato Armani solo moda italiana, erano sempre più intimoriti. Il tempo scorreva e la paura cresceva. Avevano già cominciato a preoccuparsi. Stavano per farsi prendere dal panico. E qualcuno cominciava ad avere bisogno del bagno. Bono era intervenuto in difesa dell’orso polare. Pare l’avessero chiamato Moby Dick o Moby Prince, quell’orso, o qualcosa di simile con Moby. Forse era solo per far parte di una qualche campagna pubblicitaria. Sembrava l’inizio della fine.

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Betty_Boop

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Disse la MagaSegue Caro diario [5]
Così erano trascorsi un po’ di giorni, e poi un po’ di mesi, per tutte, tra malinconie, brodi di gallina e serate alla tele. Il silenzio dei media. Il cambio della guardia di tutti i vertici dell’esercito e delle forze dell’ordine. Un paio di rimpasti di Governo. Qualche piccola e fugace avventuretta qua e là, dove non c’erano pericoli, senza strascichi. Una nuova serie che si preannunciava infinita. I varietà del sabato sera sempre più scadenti. Programmi di cultura e di lancio di nuovi comici. Con la colonna sonora dei brani presentati a quell’ultimo festival. Le solite pubblicità tra birre, macchine, anteprime e bellezze scosciate. Il nuovo episodio di Guerre stellari. L’attesa per i prossimi Oscar. Gli amori dei divi e dell’Italia bene. Le campagne acquisti. Grandi crociere. Paesi tropicali. Le solite mete. La fibra. Le offerte gratuite; tutte pacchi. Gran pacchi. Tutto nel solito sopore. La solita zuppa, sciapa.
Bisognerebbe essere un’altra; quell’altra. Uscire dal vestito e dal personaggio. La tana nuova non la sente sua. Proprio perché è nuova. È diversa. Non ci si riesce ad abituare. Grande è grande che sembra piccola. Le finestre non sono quelle. Fuori c’è un’altra Roma. Eppure ha tutte le sue cose. E il suo peluche preferito. Ancora e sempre quello di quando era piccina. Un po’ più spelacchiato. Solo un po’. Tutti i suoi abiti nel nuovo armadio, compreso quello striminzito rosso. Quello che ormai non toglie più. Almeno in casa. Ma non può rimetterlo più. Almeno fuori. La sua bigiotteria da battaglia e i gioielli. Le scarpe coi tacchi. Allo specchio è ancora lei. Ma a volte non si riconosce. Bettina, cosa fai? E, naturalmente, la sua Beretta 9×21 mm IMI mod. 98 FS inox a 15 colpi (lunghezza canna 125 mm, velocità alla volata 365 m/s, Tiro utile 50-100metri, 945 grammi), più la Glock 17 Gen 4 calibro 9×21, 17 colpi. Dammi un cinque. Nemmeno quelle sorelle le sanno dare fiducia. Si sente tanto Lilith, l’assassina o come quella Debora Sorgato[1] qualunque. Sporca. Pazza. Le mancano i suoi sogni. E un sonno tranquillo. E il materasso è più duro. Solo un po’. E poi il Pigneto è un universo nuovo. E quando va a San Lorenzo ricorda sempre la canzone che piaceva tanto a suo padre. Papà, dove sei? Mi puoi vedere? Si riempie di malinconie. È domenica. Buona domenica. E vorrebbe azzannare il mondo. Al collo. E vorrebbe ricominciare tutto di nuovo. Daccapo. Dall’inizio. In un’altra vita. Ma non sarà più Virginia.
A volte andava alla Termini. Quando trovava coraggio. Per nascondersi tra la folla. Per mescolarsi agli altri. Per sentire le voci. Per sognare di prendere un treno. Ad acquistare qualche libro. A volte prendeva anche un caffè. Una bibita. Un panino. Sempre quella a chiedere elemosine. Erano ormai cinque anni che la incontrava incinta. Giovane, incinta e senza figli. O smetteva il lungo, troppo lungo proposito, o consultava un dottore o prendeva una purga; un diuretico. La carità non gliel’aveva fatta. Si era pentita. Poi si era indispettita. Poi s’era data ragione. Poi era tornata a pentirsi. Poi l’aveva presa come una decisione giusta. Saggia. Ci vorrebbe rispetto anche nella miseria. Anche per la miseria. Non tornava mai a casa a mani vuote. Nemmeno col cervello sgombro. Tutto sembrava andare a rotoli. Sfuggirle tra le dita. Come sabbia. Diventare ombre. Cercare di metterle ansia. Stava diventando rabbiosa.
Un paio di cose le aveva fatte. Cosette. Niente di che. Non le avevano dato nemmeno allegria. Un tipo aveva tentato il rimorchio. L’aveva guardato. Non era nemmeno male. Niente male. Forse le sarebbe anche andato. Forse? Ma aveva una voce stonata. Un tono brutto. Sfacciato. Era un cafone. Le aveva chiesto quanto voleva. Le aveva detto quello che lui voleva. Da lei. Si era sbagliato. Era solo un tipo volgare. Presuntuoso. Le era passato ogni dubbio. Anche la più piccola voglia. Qualsiasi capriccio. E aveva la fede al dito. Aveva smesso di dare solo. Voleva anche avere. Lo aveva spaventato con la pistola. Lo aveva tagliato con il coltello: “Tientelo stretto, bello”. Ma questo di venerdì.
Un martedì, ma non ne era certa, stava attraversando la strada. Nel quartiere c’era una sorta di festa. Tavoli e sedie apparecchiati. Musica. Porchetta. Era stata avvicinata. Un tipo di colore. Né alto né magro. Si era guardato intorno. Le aveva chiesto se le serviva qualcosa. Lei s’era sistemata la giarrettiera. Sistemate le bocce. Quello aveva ricambiato uno sguardo indifferente. Quello l’aveva guardata con avidità. La sua sola faccia prometteva Sex & Drugs & Rock-&-Roll. Forse senza musica. Non aveva resistito. L’aveva preso da parte. Dietro l’angolo: “Cosa mi vorresti fare”? Ma non aveva aspettato la risposta: “Sentiamo”? Sotto la minaccia del ferro gli aveva svuotato le tasche. Alla fine le faceva pena. Era la fifa in persona. Gli aveva azzoppato un piede. Il colpo era stato silenzio nel fragore delle musiche. Aveva sorpreso un tizio alla chiusura di bottega. Gli aveva tolto la cinta e tagliato la patta. Lo aveva lasciato lì con i boxer con le pecorelle. Col vano disperato tentativo goffo di tenersi su le brache. E aveva mandato in frantumi tutta quella vetrina dei desideri. Poi, per sfogarsi, aveva telefonato a Rina. Sentirla almeno la divertiva.
La sfiga la stava perseguitando. O era lei che se l’era messo in testa. Come un pidocchio. Fastidioso. Era stata fermata da un pizzardone. Per una bazzecola. Una cosa da nulla. Attimo di panico. “Lei non può sostare qui”. Un attimo per riprendersi: “Perché”? “Non lo vede il cartello”? No! non l’aveva visto. Sarebbe stato uguale. Non faceva male a niente. Se ne stava cheta. Al volante. A maledire il Premier. Tutti. A non pensare. A cercare di non farlo. Poi l’aveva spiata per bene. Le aveva fatto scorrere l’occhio lungo tutte le gambe. Era grosso e con la pancia: “Sa che potrei farle la multa”? Aveva un ghigno che sghignazzava: “Potrei chiederle le generalità, ma”… Si sentiva un padreterno nel farcire quella divisa. Arrogante. Gli fece notare la giarrettiera: “Potrei anche passarci sopra”… Era pieno di potere sotto forma di “potrei”. Lei non sopportava più l’arroganza. Né aveva fin sopra i capelli. Ne era colma. E lui aveva le gote rubizze dell’alcolista. E l’alito pesante: “Potrei… se le fosse carina”… Era stato l’ultimo “Potrei…” che lei fosse disposta a sopportare.
Se non si era distratta in due minuti gliene aveva già propinati quattro. E ne aveva già pronti degli altri. L’aveva caricato. Fatto stare buono. Lui sembrava non amare la canna delle pistole: “Non faccia così”. Portato dove c’erano le strisce chiodate contro i piccioni. Non avrebbe saputo trovare quelle, le famose barriere stradali mobili chiodate proposte durante il sequestro. Le aveva saggiate: “Non se la sarà mica presa a male”? Potevano andar bene: “Non avrà mica creduto che facessi sul serio”? Stava diventando logorroico. E l’aveva costretto a sedercisi sopra. Poi l’aveva indotto a indossare le sue mutandine, sotto i pantaloni della divisa. E l’aveva accompagnato fin sotto casa. Prima di farlo scendere lo aveva pregato di consegnare un messaggio al suo tronfio Augusto Comandante: “Mi dica pure, signora”. D’improvviso aveva scoperto che era una signora. Si era fatta dare il blocchetto. I saluti glieli aveva scritti dietro lo stampato in bianco per una multa: «Sai dove te le puoi mettere le tue barriere stradali mobili chiodate? Prova ad immaginare. La multa falla a tua sorella per sosta abusiva e l’affollato parcheggio, con e senza pedaggio, nelle mutandine. P.S. porta i miei saluti a tua moglie. Dille da parte di Irma. Se finge di non ricordare, rammentale che ci siamo conosciute al Bordello Tutto a un euro. Un bacio al mio Comandante Preferito.» Finito di scrivere le veniva quasi da ridere: “Dovrebbero farlo Generale”. Allora aveva aspettato che l’Urbano salisse prima di ingranare la marcia.
Erano bazzecole. Quisquiglie. Sentiva che aveva lasciato sole le altre. Le compagne. Che le aveva abbandonate. Ormai le contattava solo qualche volta. Parlando piano dentro cellulari usa e getta. Si sentiva una partecipante al Grande Fratello. Continuava a cercare intorno con sospetto. Continuava il silenzio. Il tempo non remava dalla loro parte. Non erano però mancate le notizie moleste, nefaste. In forma laconica. Sentivano che la fine stava per arrivare. Si sentivamo perse. Che la fine era vicina. Ma ogni volta trovavano il coraggio di ricominciare. Dovevano farlo, per se stesse, per tutti. In fondo erano donne, avevano sempre imparato a farlo. Ma era sempre più difficile. I bocconi erano sempre più amari e indigesti.
Paoletta aveva sempre voluto essere Jessica, ma, beata ragazza, non era solo questione di colore dei capelli. Non c’erano abbastanza curve. C’erano troppi ritocchi da fare. Non lo avrebbe più potuto fare. Pippi Calzelunghe aveva incontrato il suo primo vero amore. Gli uomini li aveva conosciuti. Non per amore, ma solo per dolore. Era ancora così giovane. Non aveva nemmeno preso la patente. Era la felicità in persona. Stava andando a un appuntamento con lui. L’avevano colta di sorpresa. Lei aveva venduto cara la pelle. Era caduta dopo un intenso conflitto a fuoco. L’M14 in una mano, il suo cuore spezzato nell’altra. Vedere le poche foto, subito ritirate, aveva frantumato il cuore a tutte le altre. Non una parola sui giornali o nelle news delle reti nazionali. Quasi solo il web.
Nemmeno un mese e avevano ingabbiato uno dei due clown Pennywise. Dopo la scomparsa della loro amatissima Pippi. L’avevano preso di sorpresa in casa, ne avevano fatto un bel pacchetto e l’avevano caricano in cellulare. Portato a Piazzale Clodio. Lasciato nel silenzio per sedici ore senza un boccone né un sorso d’acqua. Preso a pugni e calci. Lusingato. Preso a pugni e calci. Minacciato. Preso a pugni e calci. Blandito. Registrato. Sputato. Pisciato. Quando avevano provato a togliergli il cerone si erano accorti che sotto c’era solo altro cerone. Sotto i guanti non c’erano mani, solo guanti. Che restava un Clown. Nessuna impronta. I capelli salsa di pomodoro erano naturali. Il ghigno beffardo. Gli occhi da notte insonne di bagordi. Quel naso. Tutto era suo. Restava ugualmente inquietante. Lo affidarono al boia per la resa dei conti. “Come ti chiami”? I clown non sono maschi o femmine, non hanno sesso, sono come gli angeli, sono solo clown. “It”! “Come It”? “It”! “Sei un… una Criminale”? “Solo un manovale”. “Allora ti chiameresti It”. “It”! “Vuoi farmi credere”… “Creda quello che vuole”. “Ripeti”! “It”! Non riusciva a farlo cadere in contradizione.
Anche quella era una gran perdita. Loro, gli It Pennywise, erano quelli più nella parte. Perché loro erano veramente angoscianti. Loro sì mettevano paura. Anche senza le armi in pugno. Di It come loro non se ne facevano più. Sembravano provarci gusto. Erano veramente determinati. Col ferro in pugno ogn’uno sembrava un dio. Di quelli non ce n’è mai abbastanza. Mettevano angoscia anche a loro. Davano strizza. Vera. Regalavano palloncini e vendevano morte. Così sbucavano davanti agli occhi. Orrore. Erano più utili di un intero romanzo di Stephen King. Di cui, per altro, lasciavano sempre una copia: “Il tuo vero nome”? “Solo It”! “Prima”? Messo alle strette, quello che qui chiameremo per facilità di comprensione degli eventi It-Otylia, fu costretto a confessare: “clown Pennywise[2]“. “E l’altro”? “Anche lui”. “Anche lui cosa”? “It”! “E poi”? “clown Pennywise”. “Anche lui”? “Anche lui”.
L’interrogatore credeva che ne sarebbe uscito pazzo. “E gli altri”? “Quali altri”? “I vostri complici”. “Ormai restano uccel di bosco solo l’altro It, Malefica e Betty Boop”. “E dove sono”? “Nel paese di Fantasilandia”. “Puttan-a/o”. Lei l’aveva fatto solo per bisogno: “Stronzissimo arcistronzo”! Dopo aver confessato tutto il nostro It si era messo il cuore in pace, anche con Dio, e si chiuse in un muto silenzio: “Non ho altro da dire”. “Cosa mi dici di George Denbrough”? “George chi”? “Confessa”. “Sono stato io, ormai non importa. Mi avete preso, Ma quella è un’altra storia”. L’inquisitore verbalizzò tutto con calma. Poi, con gli occhi iniettati di sangue, afferrò l’arma d’ordinanza con fare minaccioso. Se la portò alla tempia e sparò un solo colpo. It ghignò ed esclamò solo: “Io non torno indietro. Avanti un altro”.
Tutto il loro mondo le stava crollando addosso. Per Bettina era arrivato il momento di radunare le amiche. Da sola si sentiva un semplice niente. Meno di uno zero. E le disgrazie si affrontano meglio in compagnia. Ma quando se le trovò davanti capì quanto fosse difficile tutto: “Dobbiamo fare qualcosa”. Non scovava parole. Restarono a guardarsi finché non intervenne Malefica: “Rapiamo il papa”. “Chi”? “Il Santo Pontefice. Quello sempre in ciabatte, quella scodella in testa, con la faccia da che santa pazienza che ci vuole e vestito da Gandalf alla serata di gala della premiazione della serie televisiva The White Queen. Quello lì”. Entusiasmo: “Grande”. “Sarebbe inutile”. “Ma quello si fa portare a passeggio in poltrona”. Entusiasmo subito smorzato: “Non servirebbe a niente. Lo sai che morto un papa ne fanno un altro”. “Anche The Young Pope”? “Di quello hanno già pronta la nuova serie”. “Però almeno è carino”. “Non fare la femmina”. “Non so darti torto”. “Allora che si fa”? “Ricordiamoci che siamo rimaste… Siamo solo in tre”. La loro amata Maga Magò, lei avrebbe detto, col suo solito fare ironico, “Zumparapimpin, almeno abbiamo vissuto. Bando alle tristezze. Alle ciance. Ahahahahahahahah! Ci vorrebbe un bel maschio”. Non si sarebbe certo persa d’animo, lei: “Proprio un maschione. Ahahahahahahahah! L’abbiamo fatto una volta, anzi due, lo possiamo sempre rifare. Mi sono divertita un mondo. Zumparapà! Magari la prossima non state lì ad aspettarmi”. Ci fu un altro attimo di imbarazzato silenzio. “Già! ci manca”. “Povera Maga Magò”. “Ne era proprio orgogliosa”. “Ne Andava fiera”. “Ricordi”? “Ed era anche molto generosa”. “Due così non se ne vedranno più”. “Vorrei che fosse qui”. “Ancora con noi”. “E anche Pippi. E il clown”. “Magari anche il Vecchio Baldo”. “Se c’era lui”… “Lui no”! “”? “Lui no! lui non è come noi. Chissà dov’è? E dove ha investito i nostri soldi”?
Alla fine l’dea venne da sola ed era terribile: Tutti quelli che avevano a che fare con il caffè: gli importatori, i tostatori, l’intera rete di distribuzione del caffè, e chi più ne ha più ne metta. “Il mondo intero entrerà nel panico”. “Questa non la capisco”. “Tutti gli italiani nel nostro paese, e anche quelli all’estero, in qualsiasi paese, non resisteranno senza ed entreranno nell’angoscia più lugubre nel giro di un’ora. Andranno in escandescenza. Daranno di cocuzza. Tutti preda di una universale e terribile crisi di astinenza. Tutti chiederanno, anzi imploreranno, una soluzione rapida. Riuscite ad immaginarlo? Se la sono cercata”. “È terribile”. “Se la sono voluta”. “Forse tre basteranno”. “Credi”? “Per credere io credo a quello che vedo. La mia fede la porto in borsetta”. (risata) “Se lo dici”. “Siamo comunque con te”. “Senza incertezze”. “Nella buona e… nella buonissima sorte”. “Facciamoci gli auguri”. “In culo alla balena”. “Speriamo che non caghi”. “E che ne lasci un po’ anche per noi”. “Voglio anch’io un cannone come quello, un Astra di fabbricazione spagnola calibro 9×21 col suo caricatore con 50 proiettili all’interno”. “Vedrò di procurarla”. “Magnifico”!
In realtà le era sembrata da subito una Pazza idea. Ma proprio per questo rischiava di funzionare. E sentiva come se non avessero nulla da perdere. E non potevano lasciare impunita la cara Maga. La loro amata Maga Magò, lei ne avrebbe riso: “Non so dove ho sentita questa: Non ho smesso di stare male, ho solo imparato a cadere senza fare rumore”. Proprio in quei giorni, quelli, si dovevano trovare tutti, in folla, ad una sorta di convention, in una specie di grande fiera, per discutere di strategie di mercato. E avrebbe aggiunto, la loro Mim: “Zumparapà! Rrragazze, cosa aspettiamo? Ahahahahahahahah! Fanculo anche al Bidibi bodibi da Mim. Oink! cosa aspettiamo? lalalalala, lalalala, lalaralallà e ancora lalalallallallà. Andiamo!”. Avrebbe ridato coraggio a tutte, anche se non l’avevano mai chiamata Mim. E lo aveva dato. Forse era utile anche così, come da viva. Forse? Non volevano pensarci. Nello scrivere le storie a volte ci si distrae. Ci si dimentica di chi si ama. Ma loro restano sempre con noi. Lo avrebbero fatto certamente per loro. Ma anche per quelle di loro che non potevano essere là. E anche un pochino per gli altri. E soprattutto per le altre: “Metterglielo noi a degli uomini mi dà un’energia terribile”.

[1] http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2017/11-marzo-2017/dna-debora-pistola-trovata-casa-verde-2401360212120.shtml
[2] clown Pennywise : https://it.wikipedia.org/wiki/It_(romanzo)

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Caro diarioSegue: La banda delle maschere [4]
«Caro Diario. Avrei dovuto immaginarlo: l’Utopia, la Grande Illusione, non ha passato la notte nel suo letto. Una bottarella e via. Proprio così. Il tempo per noi di brindare con le lacrime agli occhi. Quattro pacche sulle spalle. Nemmeno quelle. Forse solo due. Per gli altri? Qualche veglione fuori stagione, con cena e ballo per il nuovo anno. E il sogno si era trasformato nella dura realtà. Tutto era tornato come prima. Solo alcuni milioni d’italiani avevano fatto rapidamente in tempo per il loro prelievo. Quelli avevano cercato di farsi restituire i soldi, che avevano definiti maltolti e in modo fraudolento, con pochi risultati; da pochi idioti. Il Consiglio di Amministrazione, quello che chiamano ancora Governo, aveva proibito a tutti di parlarne. Il silenzio era diventato spesso. Malavitoso. Omertoso. Quella che Peppino definiva “una montagna di merda”.
Del mio conflitto a fuoco era apparso anche un video su Youtube. Lo stesso video postato e ripostato innumerevoli volte. Si vedeva tutto. Colpo su colpo. Proprio tutto. La mia Ultima Impresa. Una performance quasi professionale. Efficiente. Dinamica. Persuasiva. Degna di una pessima Cicciolina. Perché si erano soffermati proprio su quello. Depravati. Guardoni. Chi lo avrebbe mai detto? Non mi sarei creduta da sola. Se non mi fossi vista. Davanti alla microcamera non stavo male. Col mio vestitino rosso. Corto corto. E la schiena che mostravo quasi le chiappe. E quelle, le mie bocce, i miei tesori, i miei due angioletti, che azzardavano di sgusciar fuori ad ogni colpo. Slump! Gli anelloni alle orecchie; e ai polsi. La giarrettiera col cuoricino rosso. Il colpo finale. La vera sciccheria. Il trucco mi dava due occhi veramente enormi. Due fari.
Non fosse stato per il posto e il logo… Mi piacevo proprio. E qualche buontempone aveva sprecato il suo tempo a rimontarlo. Accelerando qualche passaggio. Soprattutto il passaggio che si era preso con me l’Idiota, il mio Scarafone. Qualcuno si era spinto ad aggiungere una colonna sonora. Inserendo anche delle voci. Sopra lo scoppiettare dei colpi. La mia voce che non era mia: “Sbrigati e spara.” e “Tesoro, scalda il forno prima di cena.”. Una voce maschile fuori campo: “Ti proteggo le… spalle.” e “Amore, quando sei violenta mi fai impazzire”. In altri video delle didascalie; dei sottotitoli. Tipo: “Chi sta nella lotta può essere anche mignotta.” o “Ancora un colpetto e via.” oppure “Quando le donne volevano la coda.” e ancora “Cosa fa Calamity Jane in mezzogiorno di fuoco”. Che fantasia. E idiozie simili. Altri anche più stupidi. E altri anche più zozzi. Fin troppo. In certi casi… La fantasia sembra non trovare mai fine. Ero furiosa. Era stato vietato, ma ne giravano ancora alcuni milioni di copie clandestine.
Noi dobbiamo starcene buone, meglio. Chiuse in casa. Almeno per un po’. Come sante. In attesa della beatificazione. Nelle nostre nuove case. Le vecchie ormai non sono più sicure. Il caro Baldo potrebbe anche farsi Giuda e fare il Boja, il canarino, insomma il soffia. Mettercelo in quel posto. Eppure non mi sento tranquilla. Niente è abbastanza. Niente è sufficiente. Anche le poche volte che vado dalla parrucchiera me ne sto lì tesa. Leggo la rivista e non riesco a leggerla. Frugo con la mano dentro la borsa. Cercando la sicurezza che non mi dà toccare ferro. E lo tengo sempre stretto. Vorrei che non fosse ma è. È freddo. Non come quello che vorrei. Come qualcosa che in quel momento vorrei tenere tra le dita. In quel momento e in qualunque momento. Non ci penso quasi più. Mi hanno tolto la serenità. E non mi basta più un pacchetto. Dovrei reagire. Lo so.
Quello che mi ha sorpreso è stato il successo che abbiamo avuto. La rapidità. Le strade si sono riempite di folle di Betty Boop, alcune proprio impresentabili, con polpacci da terzino. Di Malefica, non tutte con quell’aria così intrigante e lusinghiera, qualcuna le corna le teneva già in casa. Non ha avuto bisogno di comprarle. Di Pippi; di tutte noi insomma. Magari anche solo per divertimento. E non solo qui da noi. Anche quella, l’altra Madonna, che gli anni non li porta più tanto bene, s’era vestita da Cenerentola. E aveva rilasciato un’intervista: “Mangiami tutta, mia dolce splendida Maleficent”. Sarà la solita moda passeggera. La speranza è sempre l’ultima a morire, ma di donne come noi non ne nascono a bizzeffe. Forse sì. Per nascere nascono, ma poi diventano solo donne. Il Governo è stato costretto a proibire l’uso di maschere nei lunghi pubblici. Almeno per un po’ avrebbero resistito nelle feste private. E per l’estero, nonostante i tentativi, non avevano potuto limitare la diffusione, la nuova tendenza, fare niente. E poi era un nuovo mercato. Il mercato dei costumi e delle maschere.
Lei, Malefica, non era mai stata malvagia. Forse un poco equivoca, quello sì. Da quando si è trovata a indossare quelle corna tutto in lei si è trasformato e tutto ora è diverso. Cambiato. È stato così per tutte. Uccidere poi non è facile come si può credere. Non riesco a non pensarci. Non è come prendere un caffè. Come una sana scopata. Ce l’ho sempre e ancora davanti agli occhi. Quando parla la berta la sua è sempre una canzone lugubre. Poi non te la sai più togliere dalla testa. Magari aveva anche figli. Anche se era giovane. Questo non l’ho letto. Ad un certo punto ho smesso di leggere. E poi c’è Maga. Dovevo coprirle le spalle, pararle il culo. Il comandante deve essere sempre l’ultimo a lasciare la nave. Dovevo essere io; là. S’è attardata per prendere l’ultimo pasticcino. Colpa mia. Non riesco a togliermela dalla testa. Non mi so liberare da questo senso di colpa.
Con le valigie già pronte si è ricordata di me l’Imperiale AMA (Azienda Municipale Ambiente) SPQR (Senatvs PopvlvsQve Romanvs). Non che le sappia tutte queste cose. Me le faccio dire dal Grande Veggente: la Rete. Mi ero sempre chiesta cosa volesse dire. Tanto di tempo ne ho. Mi dicono, anzi me lo scrivono, per raccomandata, che siamo in quattro. Ma quali quattro. Io ne ho uno solo a due posti. Il secondo da troppo tempo è frequentato meno del Sahara. Non mi ricordo più chi ha segnato l’ultimo goal. Nemmeno l’ultimo che ha tentato di tirare in porta. Questo è il mio misero campo di battaglia. Questa è la verità. Lo squallore. Tre vanno oltre tutti i miei sogni. Nemmeno saprei che farmene. Mi dico “Perché non li chiedono in Municipio?”. La monnezza è per le strade. La verità è che non sono emancipata che a parole. Spregiudicata nel verbo. Solo in quello. L’ho buttata in cestino prima di andarmene. Ora… Basta sognare e piangere e cazzeggiarsi dosso. Dovesse essere l’ultima riga che scrivo.
La Vostra Betty Boop

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Il Vero Premier (da questo momento nominato come solo il Premier, senza dati privati o fiscali) era rimasto ottuso e attonito. Sei donne. Una banda di donne. Tutte donne. Perché aveva l’impressione che anche i clown Pennywise fossero donne; se non erano trans. Per le loro movenze aggraziate. Una l’aveva chiamato carino. Con una voce da sesso e un accento da extra. La reazione degli altri presenti non era stata diversa. Lo si leggeva in tutte le loro multiformi facce. Sulle loro maschere. Eppure erano politici di lunga milizia ed esperienza. Proprio per quello. La First era sbiancata e poi svenuta. Premurandosi di cadere sul soffice divano. Le parole erano diventate parche e spilorce. A parlare era stata quella che sembrava il capo, la Betty Boop: “Se fate i bravi non si farà male nessuno”.
Titolo del telegiornale andato in onda a reti unificate come fosse il discorso di fine anno «La “Banda delle maschere” o “Brigate Rosa” è tornata in azione e stavolta con un colpo di mano eclatante. Vi terremo aggiornati» Il paese era in agitazione, sembravano tutti impazziti. Tutti volevano dire la propria e tutti i mezzi di comunicazione, compresi i blog, erano tempestati di suggerimenti. A questo punto la mancanza di pazienza inviterebbe ad andare direttamente alla fine della trattativa, saltando il successivo prossimo interminabile paragrafo, poiché, tra tante alzate d’ingegni, nessuna sembrava completamente e immediatamente praticabile ed efficace.
La polizia aveva suggerito l’intervento rapido dei loro Nocs (Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza) e persino e assieme della Celere da Padova e dei tristemente famosi RoboCop di Genova. I carabinieri di allertare tutti i G.I.S (Gruppi di Intervento Speciale) e anche i RIS (Reparto Investigazioni Scientifiche), ma questi ultimi magari solo dopo, a crisi conclusa. I finanzieri i loro esperti ispettori (orrore e terrore tra tutti i sequestrati) con tutti i registri; quest’ultima proposta era stata immediatamente respinta non dai sequestratori ma dalle loro vittime. Per l’esercito il Napoleone di turno aveva minacciato di mandare le truppe scelte d’assalto appoggiate da uno sbarramento di artiglieria, ma leggera, e mettere a disposizione tutti i loro mezzi corazzati; e nel frattempo munire tutti i sequestrati di elmetto protettivo attraverso un pertugio aperto con la dinamite. La proposta di Icaro Scavafossi, un nome, una missione, un destino, era stata più sbrigativa: un semplice, rapido, indolore (?) bombardamento a tappeto dell’intera area, solo che era perplesso su come quei quattro anarchici di giornalisti avrebbero accolto tale soluzione. Il Piccolo Grande Uomo cominciava veramente a preoccuparsi, e se nessuno avesse ascoltato le sue opinioni: “Bocce ferme”! Maga Magò guardò soddisfatta le sue e sorrise divertita. Per la marina si era fatto vivo il vice-ammiraglio perplesso, certo gli aerei avrebbero potuto decollare dai ponti delle loro portaerei, ma loro avevano una difficoltà logistica sulla tempistica, la flotta non era in loco ma stanziata lontana, e non sapeva dove farla ormeggiare per avere più rapida operatività di intervento, però si poteva sempre far risalire, ad uno stormo di mezzi da sbarco, il Tevere. Tempi preventivati per l’efficacia dell’azione: 2 (due) ore circa; minuto più, minuto meno. Non disponevano di tutto quel tempo vista l’impazienza dell’Uomo più importante dello Stato. Commento con gesto onomatopeico: “Tiè”! Uno stormo di colombi viaggiatori lasciò cadere, a mo’ di pioggerellina di maggio, le loro deiezioni su tutto lo stato maggiore schierato in tenuta di gala in irrigidita parata.
Sul momento il comandante dei Vigili Urbani, strappato dal Foro Italico, preso alla sprovvista, aveva prospettato di isolare il quartiere con barriere stradali mobili chiodate e di multare tutte le vetture in sosta nella provincia, ma era stato frettolosamente conciso perché doveva andare, che quel pomeriggio avrebbero premiato la Vigilessa dell’anno. Gli uomini rana avevano attraversato la Fontana di Trevi a nuoto sincronizzato e si stavano dirigendo sull’obiettivo, con passo paperato con le pinne ai piedi, maschere e boccagli e muta intera; furono fermati e accampati in una scuola in attesa di ulteriori istruzioni. La forestale tutta aveva protestato offesa per essere stata messa da parte e dimenticata, ma si era detta pronta a porsi al servizio, in quel momento di crisi, e aveva suggerito l’immissione di diserbanti, in quantità industriale, attraverso i condotti dell’aria condizionata, non nascondendo il dubbio sul loro grado di tossicità. La forestale tutta era stata fancullata in coro. I vigili del fuoco invece erano propensi a creare un grande panettone di schiuma ignifuga, che avrebbe ricoperto tutto il palazzo, che poi avrebbero perforato e attraversato loro stessi muniti delle loro amatissime maschere antigas; prevedevano un risultato del cento per cento, ma non erano certi se avrebbero recuperato individui o salme. Commento con gesto delle corna: “Tiè”! Le guardie carcerarie erano disposte da subito a prendere in custodia tutti gli autori dei pacchi e mettere a disposizione il numero necessario di trombette, ma non avendo precise idee d’intervento avevano già cominciato a intervistare gli inquilini dietro i cancelli nel tentativo di identificare le generalità degli artefici del vile atto.
Una folla enorme di fedelissimi, con le braccia tese verso il Padreterno e le foto minaccianti come santini, di quelli che già additavano per i nuovi futuri martiri, si era intanto radunata supplicante in campo San Pietro ed ebbe la benedizione del Santo Pontefice visibilmente emozionato e preoccupato. I servizi segreti avevano già il loro migliore agente all’interno, ma gli era stato permesso di uscire fin dall’inizio della crisi per rilasciare le dovute interviste sullo stato delle cose prima dell’avvio di eventuali improbabili trattative. Il console di un paese amico sionista aveva fatto il diavolo a quattro per rendersi utile proponendo l’uso di un piccolo ordigno nucleare intelligente, ma non era in grado di garantire l’incolumità di tutti i segregati. Anche questa telefonata fu passata sulla linea rossa, poiché anche il nostro mini-mega Preside aveva scalpitato capricciando per avere il suo telefonino rosso, era stata premiata con il più roboante: “Ma ‘ndate a fare in culo tutti”. 17.513 (avete capito bene, diciassettemila-cinquecento-tredici) giornalisti accreditati si erano offerti per interpretare la parte dei sequestrati aggiuntivi e ognuno voleva l’esclusiva; naturalmente la proposta non era nemmeno stata presa in visione ed era stata immediatamente cassata per mancanza di spazio nella stanza della riunione.
Se solo avesse ancora potuto Bartali sarebbe stato disposto a vincere ancora il Tour di Francia, ma come ben noto a tutti non era in grado di presentarsi all’appello perché ucciso dalla vita. I romanzieri avevano suggerito il Commissario Montalbano e/o il Commissario De Luca e/o Kay Scarpetta; in alternativa, come ipotesi sostitutiva, Sandrone Dazieri, tramite l’autore o rintracciandolo eventualmente direttamente dal Leoncavallo. Il Premier in persona aveva invitato tutti a mantenere il sangue freddo, o almeno tiepido, e lasciare libera l’area senza esagerare; cercando di tranquillizzare l’intero Paese. Una tale, in uno stentato italiano, aveva proposto di ricorrere ad Auguste Dupin; parve a tutti inutile trasformarlo in un incidente internazionale. Sarebbe servito solo a dare pubblicità agli aggressori. Il Primo Ministro in persona aveva nuovamente invitato tutti, cittadini e burrini compresi, a mantenere la calma e non fare gesti avventati.
(reprise) L’estenuante trattativa era terminata in un baleno. Il Premier e l’intero Consiglio di Amministrazione (CdA) avevano accettato immediatamente; calato subito le brache. Si era deciso di accogliere in toto le richieste. Da quel preciso momento in poi, con un Decreto Legge Celere, la Banca Centrale avrebbe dato disposizione a tutte le altre banche, che sarebbero state dichiarate private, che gli sportelli bancomat accettassero solo ed esclusivamente le nuove tessere sanitarie già distribuite. I prelievi potevano esser eseguiti fino a un massimale di cento euro giornalieri. Erano state poi aggiunte, in calce, le norme applicative e finali, mentre le donne che li tenevano segregati controllavano e espettavano il buon fine completo delle trattative. Per un computo sommario cento euro ammontavano a tremila euro mensili. Forse troppi? Bastavano cinquanta. Forse? Cinquanta facevano circa approssimativamente millecinquecento euro mensili. Sì! potevano bastare. Salvo le spese mediche certificate e solo presso strutture pubbliche, naturalmente. Alla fine si decise per la prima ipotesi, cento per tutti, ma senza le domeniche. Poi si volle precisare ed entrare nel dettaglio.
Fino a un tot e oltre un tot. Fino a un tot, si legga una pensione o un salario medio, il soggetto avrebbe mantenuto il Contratto Bancario in essere. Sotto un tot, diciamo un poco sopra la cosiddetta Soglia di Sopravvivenza (SS), e oltre un tot erano, applicabili le nuove norme dei cento al giorno. Chi nascondesse capitali o tentasse di portarli all’estero sarebbe stato considerato un terrorista e un traditore, ricadendo sotto la normativa già vigente, aumentata per anni: un ergastolo, da scontare interamente senza possibilità di riduzioni della pena. Le accuse avrebbero privato altresì i soggetti incriminati di usufruire delle tutele sugli espatri, di poter richiedere cittadinanza per motivi speculatori, anche come Asilo Politico, in altro paese terzo. La segretaria e stenografa corresse il testo in: per i soggetti è fatto espressamente divieto all’espatrio in qualsiasi altro paese, senza nessuna eccezione, pena l’immediato rimpatrio e un aumento della pena, anche pecuniaria, da stabilirsi a breve, in seguito. Sarebbero stati condonati anni: uno a fronte del rientro di qualsiasi capitale. Condono non cumulabile. Per quelli accertati il governo avrebbe fatto ricorso al proprio diritto e tutela. Le norme avrebbero avuto valore immediato in tutto il Regno ovvero in tutta la Repubblica ovvero in tutto il Paese. Firmato il Premier in persona e controfirmato da tutta la sua Corte. Logorato il Premier si era fatto servire due uova all’occhio di bue e s’era medagliato sulla giacca e sul panciotto. Alla fine avevano pensato bene di imbavagliare provvisoriamente quel Capo, cervello e voce, per non correre il rischio di assopirsi vinte dalla sua logorrea. E tutto si era concluso nel giro di quel paio d’ore necessarie.
Il piano era filato liscio. Erano uscite tra una folla acclamante. In verità c’era una moltitudine altrettanto numerosa, e forse anche di più, e almeno altrettanto vociante, non inaspettatamente comprendente molti soggetti che si potrebbero definire partoriti illegittimi dal sottoproletariato e dalle baracche, o usciti squittenti dalle Case-Pound (messe, con altro decreto immediato, fuorilegge e definite “Bordelli-Pound”. Da CP a BP), con l’aggiunta di solo alcuni sparuti blazer blu in fresco-lana. Le nostre profittarono dei loro sostenitori e si eclissarono nel marasma e nella massa per raggiungere le loro auto; loro per modo di dire. Tutto è bene quello che finisce bene, ma nemmeno nelle favole è garantito il lieto finale. Può esserci un imbecille a non capire e rovinare finale, qualcuno che vuole fare l’eroe, qualcuno che non sa nemmeno leggere, qualcuno che non ascolta neanche le indicazioni date dall’autore della Favola o della commedia. Il solito intraprendente impulsivo. E anche in questo caso. Il solito pula ligio e cretino. Quando non serviva. Era già tutto già quasi finito. Sotto controllo. Se la stavano già filando. Meritatamente. Ogn’una in una macchina rubata diversa. Tranne Paolina che non aveva ancora la patente. Insomma Maga stava salendo, la portiera aperta, e quello aveva esploso il colpo. E tutto era precipitato. Era diventato confusione. Non avrebbe colpito il Pantheon da dentro, e probabilmente avrebbe sospettato di essere l’autore del buco là, sullo zenit della conca della cupola. Ma la sfiga nera aveva voluto metterci lo zampino.
Tutto era successo a una velocità strabiliante. Da formula uno. Il coglione aveva proditoriamente esploso un colpo e l’aveva colpita, del tutto casualmente, in pieno petto. Il proiettile era stato deviato da un sampietrino con un’angolazione acuta di circa quarantacinque gradi. Lo stesso proiettile era entrato diritto in una tetta, perforandola. Forse la grande massa l’avrebbe fermato. Avrebbe salvato l’eroina. Decisamente quel giorno la fortuna non era dalla sua parte. Era destino. Era una cartuccia a espansione o una pallottola a fungo. Probabilmente a punta cava. Micidiale. Nemmeno una corazza. Aveva attraversato quel chilometro di soda delizia, poi si era disintegrata e le aveva sbriciolato il cuore. Era morta all’istante. Prima ancora di dire: “Ahi”! Era caduta in un mare di sangue. Un oceano rosso. Non fosse stato all’istante probabilmente sarebbe morta annegata. Nel vedere la scena, la sua amica, a Virginia era salito il sangue alla testa, si dice così, metaforicamente, il sangue agli occhi, insomma s’era proprio incazzata di brutto. Era andata via per la cucuzza. Aveva fatto la più rapida inversione a U che si sia mai vista. In uno stridio di gomme aveva inchiodato sull’asfalto. Come impazzita. Era scesa che era una furia impugnando la sua 98-FS. Aveva svuotato il primo caricatore, 15 colpi calibro 9X21IMI, una tempesta di proiettili sull’idiota malcapitato. Stava inserendo il secondo caricatore al riparo di una siepe. Doveva averlo centrato almeno tre volte, ma quello continuava a rispondere al fuoco.
Un attimo di stupore. Nel bel mezzo della lotta. Si era sentita sollevare da dietro il vestito. Fu solo un baleno. Nemmeno questione di secondi. C’era ben poco da sollevare, e aveva ricominciato a bestemmiare, a ripararsi, a mirare, e il suo ferro a sputare fiammate e piombo. Si era sentita abbassare le mutandine. Non aveva tempo da perdere. Nemmeno quello per pensare. Era tutta tesa. Impegnata. Troppo presente e troppo impegnata. E si era sentita impalare da dietro. Ma come si permetteva quel buzzurro. Sconosciuto. L’anonimo arrapato. Ma la cosa non la distraeva. Non le dava alcun fastidio, anzi, a dire il vero, non le dispiaceva. Affatto. Per quello lei era sempre pronta. Si mise comoda, continuando imperterrita a combattere. Il ritmo le parve noto. Torse la testa, non senza sforzo. Era solo il suo grande amore; era Baldo a darsi da fare alle sue spalle. Il suo gran trombone. I suoi occhi erano eccitati. Qualcosa in lei, là sotto, si stava eccitando. “Sei tornato”? “Sembra”. “Come mai qui”? “Ho sentito la tele. Non potevate che essere voi”. “Perché di ritorno”? “Mi sono pentito, voglio tornare a fare il gioielliere”. “Ti fermi un po’”? “Almeno finché non ho finito qui”. “E poi”? “Chissà! Forse torno a casa”. “Stronzo”. “Mignotta”. “Infame”. “Bigotta”. Orami l’altro non rispondeva più al fuoco: “Sbrigati che dopo debbo andare”. “Me lo dai almeno un bacino”? “Ma vaffanculo”. “Signora”. “Bastardo”. Questo sarebbe rimasto l’ultimo saluto di Virginia a Baldassare, almeno per quella vita.
Come dice la canzone Soli si muore, ma nemmeno la compagnia può garantire il contrario. Anche con l’amore. Beh! quello lasciamo stare. Un ingrato. Un degenerato. Un vero pezzo di merda. Si era rimessa le mutandine e diritta al punto di ritrovo. “Perché questo ritardo”? “Volevo dire le ultime parole di saluto a Maga”. “Perché non è qui”? “Non sapete”? Davanti ad un ampio coro di no con sorpresa, già preoccupati: “Aprite la tele. La nostra cara Maga c’è rimasta”. “Impossibile”. “Per sempre”. “Non ci posso credere”. “Devi”. “Veramente”? “Davanti ai miei occhi. Pace all’anima sua”.
I notiziari a raffica riportarono immediatamente la notizia particolareggiata di tutto quello che era successo. Meticolosamente. Dei momenti di panico. Dell’ansia di tutti. In modo molto dettagliato della scomparsa del povero giovane pulotto caduto eroicamente nell’adempimento del proprio dovere durante un conflitto a fuoco. In modo un po’ più succinto e sarcastico della morte di una delle bastarde terroriste, nella fattispecie di quella mascherata da Maga Magò. Si erano persino dati la briga di contare i bossoli della breve ma intensa sparatoria; e i danni. Individuato e riportato che a sparare era stata quella che pareva, a detta di tutti, il capo, Betty Boop. Merda! Sottoposta a cardiogramma rapido, e poi a tutti gli esami necessari, prima la First e poi tutti gli altri tenuti sotto criminale sequestro, che avevano protestato ignorando il cavalierato. Lo spavento era stato tanto. Si erano permessi di scrivere e dire che quella, la sosia della Maga, se l’era proprio meritata quella fine. Salvo poi, due righe dopo, senza rettifica, riportare che tolta la maschera alla criminale si erano sorpresi nello scoprire che sotto quel travestimento c’era la vera Maga Magò.

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