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Posts Tagged ‘regole’

tazzina di caffèGli abitanti di Carvo erano un popolo di gente strana. Quando gli avevano imposto le regole avevano creduto di poter restare quelli che erano e invece (come avviene) le regole li avevano cambiati (un poco per volta). Allora erano una comunità operosa ma anche generosa, aperta a tutto. Per loro non esistevano gli stranieri ma solo gli esseri umani, ma forse avevano cuori e vene troppo fragili per questo giorno. Anche quando era arrivato lui era diverso ma loro non lo avevano visto diverso e le piccole egeni avevano fatto a gara per preparargli la tavola, per stirare le sue camice, per lavare i suoi panni, per pulire le sue stanze e (con piccoli sorrisi appena maliziosi) per scaldare le sue lenzuola (forse non conoscendo ancora nemmeno quelle pieghe dell’egoismo). La pietra che nascondeva nel petto non si era fatta bagnare dall’umidore di quegli occhi generosi. Aveva comprato tutto quello che poteva comprare ed era stato facile perché nessuno lì aveva mai venduto nulla, e aveva insegnato loro l’uso del denaro. Poi con una nave aveva fatto arrivare il liquore di mele e le banane, che non avevano mai visto, e nascosto il frumento dopo esserselo accaparrato. Era uscito di giorno con la donna della notte per insegnare alle altre l’invidia. Lui conosceva il suo mestiere e molto lentamente la peste si era diffusa. Il gorzino lo affrontò sfoderando il coltello e lui seppe che aveva vinto. Quando li minacciò di andarsene loro furono costretti a scegliere: deposero il loro re per offrirgli il trono. Ma lui voleva di più, voleva anche ogni loro sogno.

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tazzina di caffèCome dice un amico (si può parlare di amicizia scrivendo le stesse lettere? Io dico di si) il popolo delle formiche è una comunità laboriosa. Tutte a correre dietro le altre frenetiche e sempre in silenzio. Per dire la verità anche industrioso: avevano scavato delle lunghe gallerie così da non essere costrette ad uscire e correre pericoli di un qualche genere come quello d’essere calpestate da incurante distrazione o di fare incontri come la signora Carla (donna pettegola e appiccicosa come poche). E’ pure vero che quelle piccole creature non pensano agli altri troppo prese da quel che inseguono; ma cosa inseguono per correre tanto e non avere nemmeno il tempo di farlo? Nella loro città suona in continuo una musica che scaricava ogni possibile tensione e così ogni pulsione. L’aveva ordinata la regina ed era sopravissuta anche a lei. Vivevano di una pace complessa e completa. Loro eseguivano gli ordini anche se non c’era più nessuno a impartirli. Anche se al posto della sovrana si era insediato in ragno impaziente. Avevano finto di non notare il cambiamento dopo avere invocato un nuovo inquilino per quell’incarico. Lavoravano per lui ma in fondo lavoravano perché era giusto lavorare. E se qualcuna spariva erano tante e appena ci si poteva accorgere solo a causa di certi affetti che sopravvivevano. D’altronde il ragno era per natura ragno e le scomparse erano solo tra quelle che avevano dovuto spingersi troppo vicine al cuore del loro sistema, alle stanze del potere. Si sa che il potere si giustifica solo con se stesso.

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4.Ora cos’è che non va? Lo so che non ci dobbiamo mescolare ma io mica mi solo mescolato; almeno per ora. Mi sono limitato a… a… quello”.
In fondo non è colpa mia se ho gli occhi. E di quello che mi è capitato nemmeno lo so cosa mi è capitato. E’ che provo per lei qualcosa di strano dentro di me, ma non è colpa mia. Non so cos’è né com’è successo. E’ un qualcosa di simile a quello che gli umani chiamano approssimativamente “amore”; e, nel mio caso, per giunta del terzo tipo. Gli umani sono sempre così approssimativi nel loro linguaggio. Io non so come altro definirlo ma è come uno strano calore che mi prende quando le sono vicino, quando me la vedo davanti. Più precisamente delle vampate che se lei mi potesse vedere le distinguerebbe perché danno colore alle mie gote. Mi salgono dallo stomaco e mi scombussolano tutto che comincio a sudare. Non è bello perché dopo mi sembra anche di sentire quello stesso odore. Non quello che dopo traspira lei che è sempre così profumata. Piuttosto quello che traspirano gli uomini come se fossero stati costretti ad una fatica immane. Tra di noi non ho mai sentito parlare di nulla di simile. Credo ci sia qualcuno che sa, ma si guardano bene di parlare con me. Mi trattano tutti un po’ come se fossi sempre un bimbo.
In verità a me era stato affidato Gustavo, cioè Gustavino, il suo piccolo o, come lo chiama lei, il suo “angioletto”, scusatemi se mi lascio prendere dall’allegria. Un marmocchio che non se ne sta tranquillo un istante neanche a sedarlo. Lo so già che qualcuno bisbiglierà che l’ho trascurato, ma sono solo diffamazioni e io non mi occupo di simili insinuazioni. Non mi fanno né caldo né altro. Io la so la verità, non ho mai tolto gli occhi di dosso a quella peste. Almeno quasi; salvo per qualche breve attimo, poca roba, ma solo quando dorme o quasi. E poi, in quei momenti, mi accerto che non corra nessun pericolo. Per il resto l’ho sempre vigilato, cioè custodito, con la massima attenzione. Giorno e notte. Salvo, appunto, quei brevi attimi quasi sempre notturni. E’ che sei sempre lì e vedi tutto quello che ti succede intorno. E sei lì anche in quei momenti. Ma anche se non avessi mai voluto vedere avrei dovuto comunque vedere. Come dicevo non è certo un mestiere facile quello dell’angelo custode. Invece di questa aureola preferirei un cappello a tesa stretta. Piuttosto di questa specie di saio preferirei un bel paio di calzoni. Piuttosto che queste ali che nemmeno so usare preferirei, di gran lunga, niente che mi muovo agevolmente con i mezzi di trasporto pubblico.
E’ che sei lì a guardare il terremoto e non puoi, guardando lui, ignorare cosa gli sta intorno. E una madre è una madre. E lei gli è sempre sopra come ogni madre, cioè come la migliore delle madri; piena di attenzioni. E’ lui che non smette mai di piangere e frignare, nemmeno quando gli infili il ciuccio in bocca che mi verrebbe di spingerglielo fino in gola. E’ lui che ha sempre fame nei momenti meno opportuni o male al pancino ad ogni sospiro. E’ che, a proposito di sospiri, con le persone, dopo un po’, ci si può anche affezionare. Sei lì e sei come uno di famiglia anche se non sei proprio della famiglia; o no? In fondo non sono un po’ come una babysitter? Io mi prendo cura, come posso, della piccola carogna. Vorrei fare anche di più ma faccio quello che posso e che mi è permesso di fare. Se distraggo un occhio da lui tolgo solo un occhio. Se poggio quello distratto su qualcosa che richiama la mia attenzione, per esempio lei, si può star certi che con l’altro continuo a fargli da balia. E non ho trovato nulla che mi potesse distrarre quando lei. Non so proprio come fare ma è una miniera di distrazioni e di curiosità, per me, e di sorprese.
Lei era, cioè è una donna buona; buona e generosa. Con degli occhi grandi e benevoli. E se parlassi solo degli occhi le farei torto perché dentro i vestiti, ma anche quando non li ha addosso, ha tante di quelle belle cose e qualità da far perdere la testa. E tanti sono quelli che quella, la testa, la perdono. E per tutti lei trova sempre una parola o un gesto. E io sono certo l’ultimo a poter giudicare. E’ che non voglio né posso soffermarmi su questi particolari irrilevanti, anche se proprio irrilevanti non sono, altrimenti di cose da raccontare ne avrei talmente tante che non mi basterebbe tutto il tempo a disposizione. E cose che a dirle si fatica persino a crederle. E poi non è certo colpa mia se quei momenti lì succedono anche in ore che non sono ore della notte. Magari Gustavino è a giocare nel box o è imbragato nel passeggino davanti alla veranda oppure è incatenato dalla cintura nella sua culla con il carillon che suona la sua musichetta malinconica e lenta. Ho imparato a mettermi seduto. Mi alzo solo se ho bisogno di vedere meglio. Anche se a me quel guardare comincia a essere accompagnato da un rimescolamento, come se una mano mi frughi dentro allo stomaco. Questo ha cominciato a manifestarsi non da subito ma col tempo. Inizialmente era semplicemente proprio come solo una strana vorace curiosità.
Non è una bella vita la sua anche se cerca di non subirla, ma con un marito come quello: sempre in casa, non una distrazione tranne quelle visite; le sue amicizie. Lui, Giovanbattista, non a caso il nome che hanno dato a quel demonietto comincia con quella G, è uno di quegli uomini che non hanno altro per la testa che se stessi. Gran lavoratore, certo, ma non pensa che al lavoro e crede che il lavoro sia vita, e quando torna non ha nemmeno la forza per guardare sua moglie. E poi ha il calcio. E le carte all’osteria con gli amici ogni sera. E non per essere pettegolo ma è uno che non si tira certo indietro quando ha davanti un buon bicchiere di vino. Anche ieri è rincasato cantando e sono convinto che poi nemmeno aveva coscienza di quello che faceva né può portarne ricordo. Non per questo lei si è rifiutata di fare quello che ogni buona moglie ha il dovere di fare con il marito; come con gli amici. Mi chiedo solo, ma lo faccio tra me è me, in silenzio, cosa la fa essere così sensibile e gentile da fare il suo dovere di moglie anche con uomini con i quali quel dovere dovrebbe essere rispettato dalle loro mogli? Forse per qualche motivo che non posso conoscere quelle loro mogli non possono farlo o forse sono semplicemente donne aride. E forse lei lo fa per quel destino insondabile che lega le donne ad un ruolo prestabilito. Non lo so ma lei riesce ad essere una buona moglie per Giovanbattista e per tutti gli altri. Non deve essere la cosa più facile. A volte è così spossata che sembra priva di forze, in certi momenti i suoi occhi si assentano e pare priva di sensi, ma sa riprendersi rapidamente.
E’ lei il vero angelo. Mai spaventata dalla fatica. E quelli, i suoi amici, sembrano apprezzare molto la sua disponibilità ed esserle grati. Lei, come detto, ha attenzioni per tutti e non sempre è facile. Anche ieri, quando lui è rientrato in anticipo e ubriaco, lei è stata costretta a salutare frettolosamente Piergiorgio Giordano che lui nemmeno ha avuto il tempo di accomiatarsi come si deve e ringraziarla né di finire di ricomporsi. E lei si è infilata sotto le coperte come se stesse già aspettandolo con quel piacere che una donna dovrebbe avere di aspettare un buon marito e non un etilista da par suo; con il fiato che puzza. Un rantolo ancora le rantolava in gola, ma ha saputo controllare e governare quell’affanno ricacciandolo in petto. Certo non ha poi potuto avere lo stesso impeto che quella intempestiva venuta aveva interrotto, ma non è lui la persona più adatta a stimolarlo. Non è certo il tipo, quel marito, che ti mette addosso quella voglia di collaborare e stare in compagnia. Non avrebbe potuto rimproverarglielo comunque, ma lo vedevo da me che lei non poteva avere più quell’entusiasmo.
Se una colpa mi si può imputare è quella di essermi lasciato prendere da questa cosa che mi sento scaldare dentro quando i miei occhi la vedono, ma soprattutto quando li vedono. Lo chiamano privato ma per uno che fa il mio mestiere non c’è privato che tenga, tutto quello che riguarda la vita ti scorre sotto gli occhi e, come per il resto, non puoi farci niente. Nemmeno i miei colleghi possono non vedere quello che ti si para davanti e che sei costretto a vedere. Ti senti uomo anche tu quando un uomo fa ciò che solo un uomo può fare. Vorrei vedere qualcun altro al posto mio, ma comincio a pensare che forse, spiegandolo bene, mi si possa anche capire. In fondo non ho chiesto io di fare l’angelo custode e se è per me posso anche rassegnare le mie dimissioni. Che poi io sono anche una sorta di apprendista, solo un ancora angelo di secondo livello; e della carriera oggi mi interessa meno di niente. Se mi viene data la possibilità di scegliere vorrei scegliere di non essere più puro spirito e di poter fare l’uomo o meglio l’amico. Sono certo che troverei in lei quella cordialità che mi farà passare quello che mi ha preso come una malattia. E se non me lo farà passare almeno lo allevierà e allevierà anche questa mia curiosità.

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3.Per quella che definisce la mia seconda volta ho già pagato abbastanza a star lì ad ascoltare quello che aveva da dirmi per una bazzecola simile”.
Come facevo a saperlo; pareva più morto che vivo. Con un piede già di là e quell’odore addosso. Ci avrei giurato che era già pronto per concimare il suo ultimo pezzetto di terra. Lo so anche io da solo che dovrei mostrarmi solo quando sono sicuro che la persona che mi è stata affidata è proprio destinata al suo destino. Ma come potevo immaginare che non era il suo ultimo momento ma solo il penultimo. Che quello, dopo una vita dissipata e poi il coma, prende e si risveglia e torna anche a parlare. Sembra che più sono mascalzoni e più il cielo li aiuta. Ne aveva già fatte tante che anche metà erano più che sufficienti. Da non credersi. Apre gli occhi, alla sua età che lui la preistoria la potrebbe raccontare per averla visita di persona, e ancora allunga le mani sull’infermiera. Certo non va a raccontare di avermi visto a gatti e maiali e trote, cioè al mondo intero, a tutto il creato, ma non sa trattenersi dal confidarlo almeno alle amicizie più care. Ha anche una memoria incredibile persino per i particolari. Per fortuna anche loro lo prendono per matto e pensano ad un delirio nel male. Mi sarei perdonato anch’io di uno sbaglio tanto veniale. Direi piuttosto che se una colpa c’è la colpa è sua che si è aggrappato così testardamente alla vita e che si è rifiutato di accettare la sua ora. O che almeno mi si possa considerare come particolarmente sfortunato.
Giuro che un attimo prima aveva gli occhi vitrei e la bava alla bocca anche se un attimo dopo era vispo e arzillo come appena uscito da un sonno ristoratore. S’è persino fatto portare una porzione abbondante di pasticcio chiamando il ristorante con il cellulare di quella infermiera. Lei l’ha presa ridendo portando pazienza per la sua età senza trovarci nulla di male, nemmeno nel dargli il cellulare. Si era limitata ad una breve frase, mentre faceva il gesto di sottrarsi, in quella lingua ormai quasi sconosciuta negli ospedali che è l’italiano. Anzi dopo se n’è andata come se quello le avesse restituito un poco di orgoglio. Strane creature le donne. Non finirò mai di capirle. Ma io non ero certo lì per capire le donne, ma solo per assistere un moribondo. E torno a parlare solo di lui perché voglio aggiungere che il fatto stesso che sia un moribondo lascia supporre che sia lì solo per aspettare la morte. Quello invece si era solo preso una pausa dalla vita e ora mangiava la sua pietanza con un gusto che sembrava fossero mesi che non toccava cibo, mentre era sempre stato alimentato con flebo fino ad un attimo prima. Si infila persino le ciabatte e se ne va da solo a orinare che mi ha lasciato lì con tanto di naso. Quando mi ha chiamato per farmi rapporto non ho potuto evitare la ramanzina ma le ho ben cantate le mie ragioni. Dico mi mandate da uno che aspetta la morte come se aspettasse il tram e quello decide di farsela a piedi o di prendere un taxi lasciandomi lì come un baccalà. Se avessi potuto gli avrei stretto io stesso le mani torno al collo. Se uno non sta ai patti ci dovrebbe essere concesso di poter farglieli rispettare se è il caso anche con mezzi energici. Che poi bastava che appena arrivato gli staccassi la spina. Una cosa tanto semplice che potrebbe farla anche un bambino. Semplice e, quasi sempre, indolore. No! Lui no. Avevo anche proposto di riparare; potevo sempre provare a fargli incontrare un incidente con la macchina. Gli avevano ritirato la patente e poi mi ha ripetuto sgarbatamente che quello non era compito mio. Fosse stato solo per la giuria non me la sarei cavata con una semplice lavata di capo. Quelli sono sempre pronti a giustiziare il primo che gli capita sotto le unghie. Fai una norma e la prendono per un comandamento. Di quelli dieci ce ne sono e a nessuno viene in mente di aggiungerne altri.

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2.In fondo come si potrebbero considerare e chiamare gravi precedenti due piccoli episodi senza vere conseguenze come quelli che mi sono successi”?
Andiamo con ordine. Meglio aspettarsi il peggio, in questi casi. Sì! va bene, ma era la mia prima missione. E non è certo un mestiere facile il nostro. Puoi vedere tutto e gli altri non ti possono vedere. Dovresti prenderti cura di una persona a cui nemmeno puoi parlare. Puoi certo cercare di muovere il loro buon senso o la loro coscienza. Chi ascolta oggi la propria vocina dentro? Tutti a correre dietro a tutto e al primo impulso. Tutti disposti a tutto per il primo piacere, anche se piccolo e volatile. Mi dice “Guarda quel Enrico Maria e non perderlo d’occhio mai”; sempre a me poi capitano questi nomi che non sai mai se hai a che fare con uno o con una folla. Che fosse depresso lo vedevo anche se non me l’avesse detto. Come faccio a sapere cosa passa per la testa di uno in quella condizione. Per guardarlo lo guardo ma lui nemmeno una parola. Ho chiesto in giro e mi hanno spiegato che già da prima, e da sempre, era un tipo taciturno; che non si confidava mai con nessuno. Che poi ero appena subentrato a quello stesso che mi aveva spiegato chi era il soggetto che nemmeno lui ci capiva più di me. A chi potevo andare a chiedere? Così quando mi ha passato le consegne mi sono informato di tutto quello che in quel momento mi passava per la testa e mi sembrava utile. Ma chissà perché a lui gliel’hanno tolto per mettere nei guai me. Dovresti difenderli da se stessi ma come puoi fare bene il tuo lavoro se non li puoi nemmeno sfiorare?
C’è per tutti una prima volta. Non puoi certo aver paura del fuoco prima di scottarti. Gli avessero fatto un’analisi seria si sarebbero accorti che era stato avvelenato e il veleno stava per fare il suo mestiere. Ma chi si prende la briga di fare le analisi a uno che si butta dal settimo piano? Lui era salito per farlo e fino a poco prima ero certo che era deciso e l’avrebbe fatto. Poi si ferma lì, sul cornicione, a pensarci. E’ facile dire che davanti al vuoto, alla fine, ci avrebbe ripensato ma chi può dire cosa sarebbe successo se non fosse successo quello che è successo? Dicono anche che così un assassinio e rimasto innocente e non si è potuto perseguire un crimine. E’ stato il più banale degli incidenti. Avessi potuto l’avrei trattenuto. E’ quello che ho cercato di fare nonostante fossi a conoscenza del divieto di intervenire. Si dovrebbe lasciar fare a chi deve fare. Aspettare la polizia e i vigili del fuoco. Credevo che non ci fosse più tempo per aspettare, e poi non è forse vero il detto che detta che “chi ha tempo non deve aspettare che passi”? C’era quella maledetta base dell’antenna che sporgeva e non si vedeva. Non l’ho fatto apposta ad incespicare, ma giuro che l’ho appena sfiorato. Quello m’è caduto giù gridando prima ancora che potessi allungare le mani. E tutti a dire che s’era buttato e a chiedersi perché. Ma io stesso non avrei sospettato la presenza nello stomaco di quel veleno né che si fosse buttato contro la sua volontà. Avevo visto sua moglie affaccendarsi ma niente era diverso da altri giorni. Non mi potevo certo insospettire solo non vedendola assaggiare se andava di sale. Forse l’unica cosa che ho trascurato è stata di dare fede alla sue parole. La credevo solo una burlona. Anche se credo che la sua ultima volontà era quella di buttarsi.

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Ancora un racconto che si dilunga, l’indulgere nel piacere a susseguirsi in momenti successivi.

1.Questa volta temo non me la farà passare liscia come le altre volte; credo”.
Lo so cosa dicono quelle che si chiamano malelingue, li ho sentiti bisbigliarlo dietro le spalle. E nemmeno si fanno troppi riguardi, ma non sono l’ultimo degli stupidi. Li conosco quei tipi lì. Sono solo chiacchiere. Hanno il cattivo gusto di esistere solo di invidia e di calunnie. Hanno il cattivo gusto di dire che lui ha un occhio di riguardo, diciamo così, per me. Mormorano, ma nemmeno troppo, che Lui, il “capoufficio”, io lo chiamo scherzosamente così, lo fa perché ha avuto una simpatia per mamma. Insomma una simpatia anche ricambiata. Sono solo volgari insinuazioni. So che non è così perché Lui non le farebbe mai queste cose. E’ così serio e preso dalla sua autorità che non te lo puoi nemmeno immaginare. E poi con tutto quello che pontifica sul galateo non può certo essere Lui. Deve dare quel minimo di esempio. Non l’ha forse anche detto di “Non dire agli altri quello che non vuoi sentirti rimproverare”. Forse è solo perché mamma è sempre stata gentile con tutti. La gente è solita ricambiarti così. E se lo in codesto modo, confidenzialmente e spiritosamente, è per puro spasso e mica Lo chiamo così in sua presenza.
Il fatto è che ci sono troppe regole e io non riesco proprio a ricordarle tutte. Non sono mai stato troppo capace di stare alle regole; gliel’ho sempre detto a mamma. Mi sono persino preso appunti. Alla fine anche quelle che ricordo all’ultimo me le scordo. Alcune sono così poco adatte che al momento creano solo confusione. Se cominci a pensare a tutto finisce che stai ancora pensando quando è già passata l’occasione o l’emergenza. Tutto ha il suo tempo e il suo momento. Tra tutti i lavori che ci sono in giro proprio questo dovevo trovarmi. Forse è solo che non sono tagliato per farlo. Mi spiace solo che ho dovuto lasciare i bucatini a freddarsi sulla tavola. Par colpa sua. Cos’è tutta questa fretta? Come se tutto fosse urgente e se non potesse proprio aspettare per dirmi quello che mi deve dire. Se vedo che si mette al peggio io faccio come al solito. Lo so che poi mi chiudo a riccio, è nel mio carattere. Ma cosa vuoi risponderGli? Alla fine è Lui che comanda. Nel bene e nel male è Lui che comanda. Alla faccia di quelli che vogliono darsi tante arie. E meglio Lui che un altro.
Non ho fretta di arrivare ma non c’è niente da fare: per andarci ci devo andare. Ne farei volentieri di meno ma non posso. Non che sia uno che si sottrae al dovere e alle responsabilità, è solo che trovo tutto questo così inutile e stupido e noioso che mi sembra solo una perdita di tempo. Per me e per Lui. Poteva dirmi al telefono quello che ha da dirmi. Tanta etichetta ma la sostanza non cambia. Se non sapessi chi è direi che non so nemmeno perché mi ha convocato. Invece è il solito vecchio trombone. Non che sia cattivo. Brontola ma alla fine non morde, almeno non l’ha mai fatto. Probabilmente, fosse solo per lui, per quello che lo conosco, finirebbe tutto con una alzata di spalle, dicendosi che deve portare pazienza. Sono quelli, gli altri, che si intromettono. Potrebbero mica starsi zitti? C’è sempre qualcuno che non è disposto a farsi solo i casi propri. In fondo non tolgo niente a loro. Non fanno le cose per me. Ogn’uno fa la sua strada. Oggi sono io e magari domani è un altro sulla lingua di tutti. Che poi che gusto c’è a parlare degli altri? In tasca ti ci restano i buchi che hai. O quelle trenta monete. E io, possono dire quello che vogliono, ma non sono stato io a dire a mamma di telefonare.

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Spine@con - logo aggiornato
La lista che non ti aspetti
ma che in tanti stavano aspettando

Anche a Spinola c’è un movimento che si chiama Spine@con Silvano Checchin, come proprio in una città reale. Fa niente. Arriva Martino. Vi ricordate di Martino? Come no? Va bene che è un po’ che non si fa vedere. Eppure è tipo che resta. Vestito da operaista studiatamente stropicciato. Occhiali sopra la fronte e atteggiamento da intelligente (intellettuale sarebbe troppo, e poi non suona del tutto bene). Insieme fluido di parole ricercate che stanno bene assieme pur non trovando ragione in quella compagnia; famosa è rimasta, in abito politico, la sua “sinergie” con indifferenza. Il buon Gerardo, detto anche Vinavil, ne sta ridendo ancora. Quell’imparata disponibilità democratica da “te le spiego io le cose”.
Dicevo arriva Martino. Dove? Naturalmente al bar da Clara. Nemmeno lui manca un giorno, ma non ha più il suo tavolo. Il bavero alzato come a dire Le donne svengono al mio passaggio. Gli occhiali sulla fronte come a significare Io ci vedo anche con il cervello. Diversamente sarebbe un arredo superfluo visto che è stato abbandonato anche dai capelli. Qualcuno ha proposto la scritta “Locale libero”. Da quando ha avuto il suo grande scatto d’orgoglio. Da quando ha detto il grande NO. Insomma da quando ha smesso il saluto. Mostra una espressione che tenta di imitare l’arroganza, povero cucciolo. Al momento scodinzola, però, a tutti. Scodinzola e fa la sua pipì nell’angolo per non farsi vedere.
E’ il problema dei socialisti, oggi, in Italia. Trovare un amalgama. Socialisti sono tutti socialisti. Te li ritrovi da per tutto. Ti chiedi quanti sono se non sono mai stati più di un pugno. Sono tutti socialisti pur militando in tutti i partiti. Cioè non che ognuno sia iscritto a tutti i partiti. Né trovi qualcuno almeno in ogni partito. Tutti assieme sembrano persi in un salotto. Sì! certo, qualcuno ha più d’una tessera; certo. La chiamano diaspora. Credo sia semplicemente perché non amano starsene in piedi. Ma, poi, a chi piacerebbe, che ne so? Andare al ristorante e stare a guardare. C’è sempre quel filo di invidia. E poi ce né per tutti.
Dicevamo che li trovi da per tutto tranne che dentro il partito, ma questo non è specifico di Spinola. Tutto il mondo è paese; o quasi. E i spinolenti, in questo, non sanno distinguersi. Magari anche a parlarci ti chiedi perché socialisti. Prima almeno c’erano loro e i social-democratici. Ora ci sono anche i social-liberali, i social-cristiani, i social-forzisti, i social-fascisti (anche se mi giungono nuove che il fascismo è scomparso proprio ora che è stato praticamente riabilitato, ma non ditelo a quelli di Forza Nuova, etc.), i social-comunisti, i social-legaioli (con la elle, non con la esse), i social-idioti, naturalmente, come da per tutto, i social-leghisti, i social-burloni, i social-stanchi, e chi più ne ha più ne trova. Ma cavolo, siamo o non siamo tutti di sinistra?
Mamma dice: “Son tutti ladri, tranne te che sei troppo mona per esserlo”.
Non si riesce a capire se è un complimento o solo uno sfottò.*

mariangela

Mariangela Vaglio

Perché noi sui giovani crediamo
(non li usiamo solo per specchietto per le allodole)

P.S. NOVITA’ DELL’ULTIMA ORA: anche a Spinola si sono arruolate le veline come supporters, solo che sarebbe stato più carino almeno prenderle in Italia o minimo avvertirle; probabilmente sarebbero state disposte anche ad autografarla quella foto. All’ultimissimo sembra che tra i sostenitori si sia riusciti ad arruolare anche persone purtroppo non più tra noi. Sembra che tali persone siano impossibilitate a partecipare al voto perché trattenute ad altra vita. Il buongusto governa questa campagna elettorale fatta realmente in punta di fioretto. Ringraziano avvocati e carrozzieri.


* Naturalmente Spinola è un paese immaginario che non esiste, tanto meno ai confini di Venezia, e le avventure ivi narrate non sono vissute ma solo frutto di grande fantasia e i defunti negano ogni indicazione di voto per le prossime amministrative.

E’ per quanto contenuto nel post, e per molto altro, che gli esponenti del movimento Spine@con Silvano Checchin, che esistono nella realtà, preferiscono fare la politica fuori dai partiti e da questo blog.

Delle sedi fantasma, con le bandiere che garriscono al vento primaverile, speriamo di poter parlare in una prossima post-cronaca.

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