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Posts Tagged ‘Resistenza’

pnn-foto1Era solo sabbia e sassi. Se c’era la luna andava più spedita, ma era più pericoloso. Un po’ di batticuore ce l’aveva, ma solo un po’. Sapeva solo che lo doveva fare. Per quei ragazzi. Senza luma era come un buco nero. Anche l’erba un mare nero, immobile. E allora era paura, ma cercava di non pensarci. Si diceva: Quanto siamo stupide noi donne; abbiamo paura del buio e di quello che non vediamo. E se lo diceva in silenzio. E in silenzio faceva tutta la strada. Sulla sua bicicletta. Pedalando veloce. Senza nemmeno fischiettare. Senza nemmeno poter accendere il fanalino. Ma poi quella maledetta sera li aveva visti da lontano. Erano neri come la notte. Neri come la vergogna. Aveva visto le torce, ma era troppo tardi. Non poteva tornare indietro. Non poteva prendere per i campi. Aveva solo il tempo di ingoiare quel biglietto. E di mandarlo giù senza nemmeno un sorso d’acqua.
Dove te ne vai tutta sola, bella ragazza”?
Vado dove debbo andare”.
E sarebbe, se posso chiedere”?
Stavo andando per la mia strada”.
Sei una piccola vipera impertinente”.
So solo che tanti uomini per una donna sola”.
Il porco le scoprì la gamba e lasciò che la sua mano scivolasse sopra. Gli altri maiali ridevano: “Sai che questi posti sono pericolosi, soprattutto di notte”?
Ora sì che ce lo so”.
Non hai paura”?
Ho paura solo per gli assassini”.
Hai visto banditi da queste parti”?
Qui non ci sono banditi”.
Il porco le pizzicò una guancia. Gli altri maiali ridevano: “Sei carina, non vorremmo doverti fare del male”.
Allora posso andare”?
Non così di fretta”.
Mi aspettano”.
E ridevano: “Chi ti sta aspettando; il tuo moroso”?
Non ho moroso”.
Se fai la brava ne avrai tanti di morosi, e anche se non lo fai”.
Me ne basterebbe uno, ma di quelli buoni”.
Noi lo sappiamo che tu sai”.
Io so solo quello che so. E che una ragazza non dovrebbe fermarsi a parlare con degli sconosciuti”.
Le arrivò il primo schiaffo: “Dicci dei banditi”.
Si sentì persa: “Qui non ci sono banditi”.
Dov’è tuo fratello”?
Via, a cercar lavoro”.
Non è qui intorno”?
No che non è qui”.
Schioccò il secondo schiaffo: “Non farmi diventare cattivo”.
Non credo di poter fare di più”.
Dicci dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi”.
Aveva già la rivoltella in mano: “Non farci perdere la pazienza”.
Non posso dire quello che non so”.
Sappiamo che sai”.
Se lo sapete voi”…
Dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi, solo partigiani”.
Il colpo si perse per le campagne.[1]

[1] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia per ricordare tutte le staffette che diedero la vita per una giusta causa. Per ricordare a chi non sa ricordare che la Resistenza non è stata fatta solo da quegli eroi che presero le armi in mano, ma anche da tanto altro popolo. Da tanti uomini e tante donne.

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Eravamo in tanti, tanti a S. Giovanni Lupatoto. Eravamo tutti. C’era anche chi non c’era. Ne sono certo. Anche chi non poteva esserci. E c’era amore.
Era settembre, era ottobre, era oggi, era domani, era ogni giorno, era sempre. Sempre così bello. Sempre così difficile. Con un sorriso, e le lacrime a gonfiare gli occhi. E col sole negli occhi –gli occhi non sanno mentire– e ancora speranza nel futuro. Anche quando ti sembra di stringere solo sabbia in quel pugno. O soltanto vento. O ti nascondi in un silenzio. Non è mai tempo solo di dormire. Quel sonno. Vorrei e non vorrei. Vorrei essere là. Essere con te. Così come sei qui, con me. E pagare il prezzo, un prezzo alto, il prezzo di tutti, per essere. E per conoscere. Perché la vita ha ancora speranza. E ha fame: fame di giustizia. E ancora ascolto narrarmi di te. Come a giocherellarmi vicino. Storie che sembrano di tutti. Storie che diventano sempre più mie. Per tornare. Perché è bella la vita piena delle risa dei bambini. Perché e nel dolore che si ama. E’ dalla sofferenza che si può capire. E’ nell’illusione. E’ nell’utopia. Pirati. Senza bandiere. Così diversi e così umani. Senza Frontiere. E nemmeno l’orizzonte per confine. E c’è il mare a Gaza. E continua il viaggio. Ed essere ancora vivo. Di nuovo vivo. Perché c’è sempre un dio in cui credere. Un piccolo poeta dentro di noi. Quella sete d’amore.
A una madre

Vittorio Arrigoni

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Tra le tante immagini che si trovano della Resistenza ho voluto scegliere questa con i partigiani che sfilano in armi a S. Marco. Volevo che il 1° maggio, nella festa dei lavoratori, ricordasse e si unisse al 25 aprile; ricordasse quel 25 aprile, perché l’Italia (forse oggi più che mai) ha bisogno di Noi e di Resistenza. E Noi, dal Festival Scarpe rotte, vogliamo riocordare quei giorni e quegli uomini che ci hanno dato la Libertà e ridato Dignità.

La Resistenza non ha bisogno di tante parole ma di fatti:

a fianco di tutte le Resistenze

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A 3 ANNI DALL’OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI, avvenuto a Gaza, Palestina,il 15 aprile 2011, familiari amici conoscenti e voi tutti siete invitati per ricordarlo fra sorrisi e lacrime.

dal libro Perché amo questo popolo di Silvia Todeschini.
Mi permetto di ricordarlo con le parole dei suoi amici palestinesi:
…”E’ entrato in questa casa e si è seduto con noi, alla pari. Ci ha ascoltate, ha ascoltato la nostra sofferenza. E come con noi, ha scoltato e aiutati tutti quelli che ha potuto qui a Gaza. Aveva certamente una forte umanità”.
“Vorrei dire a sua madre che deve andare orgogliosa di suo figlio. Vorrei avere l’onore di conoscere una donna così… e le auguro una vita felice!”.
“Mio caro Vik, voglio che tu sappia che ci hai lasciato nel corpo ma l’anima vivrà con noi per sempre. Voglio essere sicura che tutti coloro che credono in te e nella causa palestinese continuino a seguire il tuo percorso. Vorrei che tu sapessi che sei il nostro eroe, puramente umano“.

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Vi aspettiamo alla Scuola elementare di Bulciago.
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PROGRAMMA:
15.30 Presentazionene
15.45 Video Gaza 2009 con Vittorio
16.00 Campagna per la libertà dei prigionieri politici palestinesi- con Luisa Morgantini
16.20 “Un fiore per la libertà'” , la resistenza palestinese nella West Bank-Simone Zaccarini da voce a Samantha Comizzoli che si trova nei Territori Occupati
16.40 In “Viaggio” con Vittorio-con Egidia Beretta
17.00″Sull’Italia calavano le Bombe” spettacolo sulla resistenza- con Nudoecrudoteatro
17.50 Fondazione Vik Utopia: i progetti
-“Le farfalle di Gaza” (Debra Italia) con Daniela Riva
-pannelli solari sull’ospedale di Jenin a Gaza (Sunshine4Palestine) con il dott. Ivan Coluzza
18.30 Letture di Valerio Mastandrea-video
18.45 Bella Ciao-video inedito di Vittorio
19.00 Banda degli ottoni a scoppio
Lancio dei palloncini
Aperitivo palestinese offerto dalla comunità palestinese di Lombardia.
In contemporanea:
Mostra Momentanea-mente di Mauro Veggiato
MUSIC FOR PEACE CREATIVI DELLA NOTTE
-solidarbus
-raccolta di alimenti non deperibili, medicinali, materiale scolastico per la prossima missione umaitaria a Gaza (estate 2014)
LIBRI SULLA PALESTINA
Libreria Les Mots (milano)
PUNTO GIOCO PER BAMBINI
Animazione con i Giocomatti e spettacolo di Lupin
Merenda
BANCHETTO INFORMATIVO
Liberitutti Yallapalestina

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Pubblico così come inviatomi (nel suo italiano) da un amico palestinese dei territori occupati
Mi chiamo Mohammed e questa è la mia storia
La mia storia inizia nel mese d’ottobre, un mio nipote di secondo grado che vive in USA aveva una figlia gravemente malata, egli aveva promesso a Dio che se sua figlia fosse guarita, avrebbe donato 20.000$ alla moschea di Al-Aqsa; ad ottobre è venuto qui con la figlia che stava bene, e così si è rivolto a me per aiutarlo a portare i soldi alla persona giusta e onesta a favore di Al-Aqsa in quanto lui non aveva il permesso d’entrare a Gerusalemme, e così ho pensato di consegnare i soldi a Raed Salah, un arabo d’Israele che si occupa della manutenzione e dei lavori della moschea, non pensando che tale signore era sempre sotto il controllo della polizia israeliana. La donazione infatti era fatta alla luce del sole.
Sabato 24 novembre ero a Ramallah con una delegazione italiana ospiti a cena del direttore dello staff medico dell’ospedale di Sheikh Zayed, sono tornato a casa verso ore 23. Alle 4 del mattino mia moglie mi dice che ci sono i soldati. Ho pensato che i soldati ci sono spesso nella zona dove abito, così le ho detto di tornare a dormire, ma mia moglie ha insistito, dicendo che sono entrati in casa. Mi sono alzato e sono andato verso la porta (al secondo piano dove dormo io) ed ho visto tre soldati con i fucili puntati e con il muso duro. Ho chiesto loro perché avessero forzato la porta. Per tutta risposta loro, con un cenno, mi hanno detto di arretrare. Ho ribadito la domanda ed ho avuto la stessa risposta, a quel punto ho chiesto -in inglese- dove fosse il loro capitano che è subito apparso. Mi ha parlato in arabo chiedendomi se ero Mohammed. Ho detto sì; mi ha chiesto la mia carta di identità e anche quella di tutte le persone presenti in casa mia.
Successivamente mi ha chiesto il numero del mio cellulare digitando i numeri per chiamarmi poi ha preso il mio cellulare mentre i soldati hanno iniziato a frugare in tutta la casa. Si sono fatti accompagnare nella mia camera da letto dove hanno iniziato a rovistare in tutti i cassetti. Rivolgendomi al capitano ho chiesto cosa stessero cercando in modo da aiutarli e fare risparmiare tempo a tutti quanti. I soldati hanno risposto che stavano cercando cose proibite, per me proibite. Per me proibite vuol dire armi o droga; così ho detto che nella mia casa non ci sono né armi né droga. Il capitano mi ha risposto che cose proibite vuol dire anche altre cose. Dopo dieci minuti di ispezione mi hanno detto di prepararmi e seguirli. Per me è stato un momento di sollievo perché, ad un certo punto, ho pensato che fossero venuti per i miei figli. Sono uscito da casa con loro ma ho rifiutato di essere ammanettato davanti ai miei figli e loro mi hanno ammanettato dentro la jeep militare. Prima di essere bendato e chiuso nella camionetta ho contato più di quaranta soldati dentro e attorno alla mia casa. Mi hanno portato verso una caserma militare che si trova all’entrata del mio paese[1], questo l’ho capito dal percorso della jeep. Una volta dentro sono stato visitato da un medico che parlava solo ebraico e inglese. Ho cercato di scherzare con il medico dicendo che la sua visita era gratis, quando ha finito di visitarmi mi ha chiesto di fare il traduttore mentre visitava altri tre palestinesi arrestati la stessa notte. Non li conoscevo né so da dove provenivano, ho continuato a scherzare dicendo che avrebbero dovuto pagarmi per fare il traduttore. Sono rimasto ammanettato e bendato per forse dieci ore, era facile capirlo perché ho sentito il Muezzin intonare il richiamo alla preghiera di mezzo giorno e sono rimasto lì per altre due ore circa. Ad un tratto sono arrivati quattro soldati che mi hanno tolto il filo di plastica[2] attorno ai polsi e mi hanno messo le manette che usano i poliziotti. Scortato dai poliziotti siamo partiti ancora, ho cercato di sapere dove si andava ma l’unico soldato che parlava inglese mi ha detto di stare zitto perché nemmeno lui sapeva dove stavamo andando. Dopo quasi due ore di viaggio siamo arrivati a destinazione, ho capito che si trattava di Betah Tekva[3] nei pressi di Tel Aviv. Durante il viaggio mi hanno chiesto se parlavo ebraico ho detto di no, che oltre alla lingua araba parlo inglese e italiano. Uno dei soldati mi ha chiesto, sempre in inglese, che cosa ne pensavo di Ahmadi Najad[4], il presidente iraniano. Ho risposto che quello è un gioco tra Iran e USA e alla fine si metteranno d’accordo. L’Iran consegnerà il centro nucleare e in cambio otterrà maggiori controlli sull’Iraq. Una volta dentro la caserma mi hanno fatto un’altra visita medica e mi hanno fatto spogliare completamente nudo per passare attraverso il metal detector. In seguito mi hanno portato al secondo piano, dichiarato in stato di arresto per novantasei ore. A quel punto mi hanno nuovamente ammanettato con le manette in ferro e bendato gli occhi finché siamo entrati in una camera dove mi hanno tolto la maschera da sub con vetro scuro, nella stanza era seduto un uomo in borghese, il capitano B. del servizio di sicurezza israeliano. Col viso sorridente mi ha chiesto se volevo del caffè, ho detto di sì, fino a quel momento nessuno mi aveva ancora detto perché mi trovavo lì. Ha iniziato a chiedermi nome, cognome, data di nascita di tutta la mia famiglia e cosa fanno i miei figli. Subito dopo mi ha chiesto se conoscevo arabi israeliani. In quel momento ho capito perché mi avevano arrestato. Ho risposto che conosco due membri del parlamento israeliano: Mohammed Baraka del partito comunista, incontrato in un dibattito politico, e Ahmad Teibi, incontrato quando ho lavorato per Bruno Vespa in qualità di interprete, inoltre, ho aggiunto, conosco lo Sheikh Raed Salah. Il Capitano B mi ha detto di dimenticare i primi due e di parlare della mia relazione con lui. Gli ho raccontato la storia dei 20.000$ con tutti i dettagli: dove ho consegnato i soldi, se era da solo, se mi ha rilasciato una ricevuta. Ho spiegato che era la seconda volta che lo incontravo. La prima era stata tre o quattro anni fa nella mosche di Al Aqsa e la seconda nel mese di ottobre. Ho raccontato la storia perché la donazione è passata tramite il conto corrente di un’ associazione registrata legalmente in Israele e riconosciuta dal ministero degli interni. Il capitano mi ha detto di andare a dormire al primo piano. Durante tutto l’interrogatorio sono rimasto con una mano ammanettata alla sedia. Scendendo mi hanno risparmiato il trattamento della bendatura e mi hanno lasciato le mani libere. Il posto per dormire era un box di cemento con una porta di 2,5 metri per 2,5, senza finestre. L’aria era ventilata attraverso un sistema di aerazione, le luci sono rimaste sempre accese e il bagno era in un angolo non separato dal resto della stanza. Un lavandino, due materassi molto bassi e qualche coperta. Ero molto stanco e mi sono addormentato quasi subito. Il giorno dopo ho ricevuto come colazione un pezzo di pomodoro, un pezzo di pane e yogurt, poi mi hanno portato nuovamente al piano superiore, ammanettato e bendato. Questa volta era presente un altro capitano: A. Mi ha fatto le stesse domande ma ho dovuto rispondere per iscritto, in arabo e firmare. È tornato il capitano B. che mi ha rifilato le stesse identiche domande cui ho dato le stesse risposte. Un terzo capitano, M, è intervenuto, poi un quarto, AK. Anche lui mi ha fatto le stesse domande, poi il capitano A mi ha chiesto cosa potessi fare per dimostrare la mia buona volontà verso di loro. Ho detto che non capivo il significato della domanda, e lui l’ha ripetuta identica. Ho ribadito con chiarezza che non sarei mai stato una loro spia, anche se avessero puntato i fucili contro la mia testa non sarei mai diventato un loro cane, ripetendo la parola cane più di una volta. I tre capitani ci sono rimasti male per la mia definizione, perché ho definito cani le spie. Ad un certo punto ho chiesto al capitano B. se lui avesse rispetto per i cani che tradiscono il proprio popolo per i soldi. Lui ha avuto il coraggio di dire di no. Hanno continuato con il discorso su Raed, cercando di scoprire altre relazioni tra me e lui ma senza successo. Ho iniziato a sentirmi più forte di loro ed ho iniziato a parlare di politica. La prima cosa che ho detto è che la mia presenza in Israele è una violazione della convenzione di Ginevra perché è proibito trasferire i cittadini dei territori occupati altrove. Ho parlato del terrorismo dicendo che per me è ogni atto compiuto da un individuo o da un gruppo ed anche da uno stato che minaccia la vita o danneggia la vita altrui fisicamente, moralmente o ostacola la libera circolazione a causa della religione, lingua e razza. Alla fine sono arrivato a dire che l’occupazione è un atto di terrorismo come anche gli insediamenti, i Checkpoint e il muro.
Loro cercavano di spostare il discorso mentre io sono riuscito a trasformare l’interrogatorio in un processo politico contro l’occupazione. Mi sentivo più forte di tutti loro. A quel punto il capitano A mi ha chiesto se ero disponibile a passare il test con la macchina della verità. Ho detto di sì, così avrei potuto dimostrare quello che avevo sostenuto fino ad allora. Il giorno seguente, cioè martedì, mi hanno condotto nuovamente al secondo piano, sempre con lo stesso trattamento. Si è presentato il signor R. che mi ha spiegato come funzionava la macchina, mi ha letto le domande prima di iniziare. Sette in tutto. Due su Raed: se ho altri rapporti di denaro con lui e se ho altri tipi di relazione con lui. Lì per lì ho deciso di fare un gioco con il signor R. e gli ho detto di non chiedermi se avessi mai toccato armi in vita mia. Il signor R. sembrava aver trovato un tesoro perché il suo cliente voleva confessare di aver usato armi prima. Gli ho spiegato cosa intendevo: ho sparato una volta in Sardegna con un fucile da caccia, quando sono andato in montagna con lo zio della mia ragazza, la seconda volta mi sono fatto fotografare con un mitra con la polizia palestinese nel 1994 a Gerico (era per festeggiare l’arrivo della ANP). La verità è che ho sparato quattro volte non una. La seconda cosa che ho detto di non chiedermi se dico bugie, perché io dico sempre le bugie a mia moglie in quanto ho tante relazioni sessuali. Anche se questo non è vero lui ha preso le due domande per metterle nel test. Prima cosa, mi ha detto, facciamo un semplice test. Mi ha chiesto se era domenica, ho detto no, poi se era lunedì, ho detto no. Allora mi ha chiesto se era martedì ma mi ha detto di rispondere di no. Il test è cominciato sembrava una scena teatrale: la macchina era composta da due anelli collegati con uno strumento a sua volta collegato con un computer. Uno strumento per misurare la pressione del sangue e due molle appoggiate al torace ed uno sullo stomaco, collegati anche loro al computer. Seduto sulla sedia mi diceva di non muovermi perché il test stava per iniziare. Dopo pochi minuti ha girato il monitor per farmi vedere la risposta quando ho negato che fosse martedì. Mi ha mostrato che l’oscillazione era diversa e non regolare come le altre. Mi sono messo a ridere dicendo che il diagramma era stato preparato tanto tempo fa e che questo gioco si può fare con i bambini ma non con un uomo di quarantasei anni. Ha fatto finta di essere arrabbiato dicendo che lui è un professionista, ha fatto finta di andarsene ed io non ho fatto nulla per trattenerlo, poi ha ripreso da solo con il testo. Mi ha fatto le sette domande più le due che avevo suggerito:
1- tu sei Mohammed…………Sì,
2- sei musulmano………Sì,
3- ha una relazione diversa con Raed…………NO,
4- hai un’altra relazione con Raed………NO,
5- abbiamo una sedia qui…………….Sì,
6- abbiamo una porta qui………………..Sì,
7- hai paura che ti farò domande diverse da quelle concordate prima……………NO
(anche se dentro di me dicevo che se il test è vero sicuramente mi farà domande diverse da quelle concordate prima)
A quel punto mi ha fatto le due domande sulle armi e sulla mia vita sessuale, sempre con la stessa scena.
Il test è stato ripetuto per più volte cambiando l’ordine delle domande.
Alla fine il capitano Ak. è arrivato dicendo che ho fallito sulla questione che riguarda una relazione diversa con Raed, la domanda dove sono stato sincero al cento per cento!
I tre militari hanno iniziato a bombardarmi con la stessa domanda… “parla, cosa hai con Raed? Il test ha provato questo fatto”, loro parlavano mentre io ero tranquillo sorridendo, la mia risposta era: niente di questo è vero, ribadendo che i fatti sono uno due: o la macchina è un grande fallimento, o loro mi prendono in giro. È andata avanti così per quasi due ore. Ho iniziato nuovamente a parlare di politica, l’importanza del processo di pace, arrivare ad una soluzione pacifica del conflitto, dicendo che Israele ha 3 scelte: due stati per due popoli con il ritiro dai territori occupati nel ‘67 Gerusalemme est inclusa; la seconda alternativa un stato tra il mare ed il fiume per due popoli e la terza un stato di aparthaid come era il Sud Africa. Ho detto che lo stato di Israele ha favorito la creazione di Hamas per colpire OLP, e che la pace è interesse d’Israele, non solo dei palestinesi, e che il futuro non gioca a favore d’Israele, avrebbero dovuto lavorare per porre la fine del conflitto durante la presenza di Arafat, mentre adesso dovranno farlo con Hamas e Al-Fatah altrimenti il futuro sarà Al-Qaeda e sarà impossibile pensare ad una soluzione politica. Mi hanno chiesto che ne penso dei profughi, la mia risposta è stata che basterebbe avere la volontà e la soluzione si troverebbe, ad esempio, una parte dei profughi potrebbe essere trasferita a vivere al posto dei coloni. Dopo poco mi hanno spedito nel box.
Mercoledì mattina, la guardia mi ha chiamato dicendo che dovevo andare alla corte militare del carcere. Sono arrivato lì ammanettato e bendato, legato ad una catena tra i piedi. In aula mi hanno liberato dalle catene e dalla benda. Sono stato scortato da due soldati e posto davanti ad militare presentato come giudice militare e al suo assistente. A sinistra un signore in borghese parlando in arabo mi dice essere il procuratore militare, e mi informa che la corte ha deciso di prolungare la mia detenzione per altri quindici giorni. Ho chiesto se la decisione era stata presa senza ascoltare me o il mio avvocato, la risposta è stata sì. Solo dopo qualcuno mi ha detto che era stata incaricata della mia difesa la famosa avvocatessa israeliana Lea Tsemel. Ho saputo in seguito che è stata incaricata da un gruppo di amici italiani. Alla fine mi hanno riportato di nuovo al secondo piano per una nuova serie d’interrogazioni, di nuovo sul fallimento del test, di nuovo ho dirottato il discorso sulla politica ribadendo che a nessuna condizione sarò un loro cane. A quel punto il capitano Ak. mi ha detto che se lui intende farmi lavorare per loro lo farà perché secondo lui ogni persona ha un prezzo. Ho deciso di giocare di nuovo chiedendo: sei sicuro che ogni persona ha un prezzo indicandolo? Lui ha capito il gesto ed ha cambiato il discorso. Allora mi ha chiesto dove si trovavano le ricevute del pagamento. A casa mia -ho risposto- ma non sarà facile trovarle senza la mia presenza. Dopo una lunga discussione hanno accettato di farmi accompagnare a casa per prendere le ricevute. Ho accettato ma a condizione di non entrare ammanettato o bendato. Siamo saliti in macchina, mi hanno portato al checkpoint di Qalandia, durante il viaggio hanno usato tre catene: una per le mani, una per i piedi e la terza per collegarle tra loro. Vicino Qalandia c’erano circa venti soldati che ci aspettavano. Sono sceso dalla vettura ed ho chiesto di togliermi la catena come d’accordo. I soldati non ne volevano sapere, hanno solamente sganciato la terza catena che era poi tenuta ad una estremità da un soldato. Ho deciso di non andare a casa chiedendo di portarmi indietro al carcere. L’autista della vettura che mi ha portato da Betah Tekva si è rivolto verso di me e mi ha consigliato di andare con loro, altrimenti i soldati sarebbero andati a casa mia da soli e avrebbero potuto distruggere tante cose e terrorizzato la mia famiglia, così sono stato costretto ad andare. Il capitano mi ha detto che avevo diritto a salutare la mia famiglia ma senza aggiungere nulla sull’interrogatorio. A casa mi hanno preceduto, i miei figli erano li. Il capitano aveva chiesto ai soldati di portare il cane, i figli pensavano si trattasse di un cane vero e hanno avuto paura, ma lui indicava me, sono arrivato. I bambini e la moglie erano tristi, avevo paura di una reazione del mio figlio più piccolo, Ali di 15 anni, I miei occhi erano sempre su lui, cercavo di tenerlo calmo. Ali secondo me era capace di alzarsi per picchiare i soldati. In quel momento ho compreso la rabbia che si trova negli occhi di tutti i bambini palestinesi.
Una volta che abbiamo preso le ricevute siamo tornati al checkpoint e da lì verso la prigione. Il giorno dopo, giovedì, mi hanno portato alla corte di Ofer, nei pressi di Ramallah, perché l’ avvocatessa ha presentato un appello per il mio rilascio. Il viaggio di andata è stato tranquillo, mi hanno portato davanti alla corte, dove c’era il procuratore, il giudice, un interprete di lingua ebraica ed una ragazza per stendere il verbale. Il giudice si è rivolto verso di me dicendo: la seduta è aperta mentre l’avvocato non era ancora arrivato. Mi ha chiesto se preferivo la sentenza subito o se volevo aspettare la domenica successiva. La mia risposta è stata che non tocca a me a decidere, questi fatti vanno regolati tra giudice e avvocato, a quel punto è entrato l’avvocato. Mi hanno portato fuori dall’aula; ho sentito che parlavano in ebraico, dopo di che l’avvocato è andato via, mi hanno fatto entrare ed il giudici mi ha chiesto se volevo aggiungere altre parole oltre quelle dette dall’avvocato.
Ho detto che l’ebraico non è la mia lingua e che non sapevo cosa avesse detto l’avvocato, il giudice ha riferito che l’avvocato aveva chiesto il mio rilascio. Ho detto che ero innocente e che non avevo nulla da aggiungere. Mi hanno poi portato nuovamente in carcere. Il viaggio di ritorno è stato il momento peggiore. I soldati erano tre più un vero cane, un lupo grosso che appena mi ha visto ha iniziato a saltare ed abbaiare. Per fortuna ho visto che la bocca del cane era chiusa, mi hanno fatto salire in macchina, e dopo di me il cane, tra me ed il cane c’era una barriera di ferro, e così siamo arrivati a Petah Tekva. Il soldato che guidava ha chiesto a quello che teneva il cane di farlo saltare proprio vicino a me. I soldati tutti ridevano a voce alta. Da quel giorno non ho più visto gli investigatori, mi hanno isolato in una cellula fino a martedì quando mi hanno informato che potevo tornare a casa, dopo dieci giorni; dieci giorni con sentimenti misti, rabbia, orgoglio, paura per la mia famiglia, sentirsi forte, più forte dell’occupazione.
Qui non posso scordare gli amici italiani, quelli che stanno a Gerusalemme o quelli che si trovino in Italia, la loro posizione, il supporto era chiaro e evidente, le parole grazie non basteranno, sarò grato per tutta la mia vita, cito in particolare Raffaele Spiga, il rappresentante della regione Emilia, non posso scordare quando l’avvocato mi diceva che gli italiani si sono mobilitati tutti per seguire il mio caso, le sue parole mi hanno fatto sentire più forte.


[1] Ar_Ram, è a pochi chilometri da Gerusalemme di cui ne farebbe parte ma è separata dal muro.
[2] Le manette sono costituite da un sottile e forte filo di plastica, tipo quello che si usa per chiudere i pacchi o i cavi elettrici, se stretto forte blocca la circolazione del sangue.
[3] Questo luogo è in Israele, di conseguenza Mohammed è come se fosse stato arrestato e in un altro paese, atto illegale secondo il diritto internazionale.
[4] È il grande anatema degli israeliani, ai nuovi arrivati che frequentano le Ulpam, le scuole dove si impara l’ebraico vengono ripetute delle frasi per apprendere la grammatica, una di queste dice: Ahmadi Najad è buono o cattivo? Cattivo. È la risposta della classe.

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L’ Associazione Culturale Arabismo con il Master MIM dell’ Università Ca’ Foscari di Venezia e la Fondazione Querini Stampalia Venezia vi invitano all’evento

BUON COMPLEANNO MAHMUD!
Poesie contro l’oblio – reading poetico multilingue in omaggio a Mahmoud Darwish
A cura degli studenti del MIM 2013/2014
Evento inserito all’interno della rassegna “Omaggio di poesia/14” in ricordo di Mario Stefani della Fondazione Querini Stampalia di Venezia.
Ingresso libero fino a esaurimento posti!
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INFO
Email: mim@unive.it
Facebook: Poesie contro l’oblio. Letture poetiche per Mahmoud Darwish
Web: http://bit.ly/1bd37NQ

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PENSA AGLI ALTRI
Prepari la tua colazione, pensa agli altri
(non dimenticare il cibo per i piccioni)
Combatti la tua guerra, pensa agli altri
(non dimenticare chi chiede la pace)
Paghi la bolletta dell’acqua, pensa agli altri
(chi si nutre di dubbi)
Torni a casa, la tua casa, pensa agli altri
(non dimenticare la gente nelle tende)
Dormi e conti le stelle, pensa agli altri
(chi non ha spazio per dormire)
Liberi l’anima con le metafore, pensa agli altri
(chi ha perduto il diritto di parola)
Pensa agli altri lontani, pensa a te stesso
(dì. Magari fossi candela nel buio)

da In un mondo senza cielo – antologia della poesia palestinese ed. Giunti 2007

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Mamma li turchi

C’era una volta… una città fiorente in oriente, anzi in medio-oriente: Hebron, che vuol dire amico. Una città di commercio e artigianato (una delle più antiche ininterrottamente abitata da più tempo). Dicevamo c’era e c’è ancora una città di circa 200.000 abitanti in quella terra dove le religioni sono nate e avevano imparato a vivere insieme.
Un bel giorno, anzi un brutto giorno come in certe storie, del lontano 1976 un gruppo di “immigrati” di religione ebraica decisero di occupare il centro storico e commerciale della città confiscando terre e case perché anche quella era parte di una “terra promessa”. E’ così che affluirono nel centro storico e commerciale della città (unico caso in questa tormentata terra) 700 persone per “vivere” appunto nell’antico quartiere ebraico. Una delle colonie più violente di tutta la Palestina, perché Palestina si chiama quella terra.
Un freddo inverno, più esattamente il 26 febbraio 1994, uno di questi coloni (di origine statunitense), l’eroico Baruch Goldstein, armato di fucile automatico, entrò nella moschea di Hebron ma con sua sorpresa non trovò il feroce Saladino e le armate dell’Islam ma solo fedeli mussulmani che eseguivano la preghiera del tramonto, per non essersi recato inutilmente in mezzo a quegli infedeli cominciò a sparare all’impazzata. Alla fine il colono Goldstein perse la vita sul posto, non prima di aver avuto il tempo di massacrare 29 palestinesi e di ferirne gravemente oltre 100.
Dopo questo episodio di sangue, esattamente nel 1997, si decise di dividere la città in due, da una parte il suo centro storico, appunto con la nominata Shuada street, e dall’altra il resto di quella estesa e popolata città, e per garantire la sicurezza Israele inviò nel luogo un contingente di circa 1.500 soldati in assetto di guerra a dirigere il traffico e sorvegliare le “normali” attività, come si conviene in ogni luogo di questo mondo civilizzato. E’ bene non scordare che questi nuovi crociati, che in qualunque altro posto verrebbero chiamati invasori e occupanti, si installarono in una terra che non fa parte del cosiddetto stato di Israele essendone ben fuori dai suoi confini.
Da bravi soldati portatori di Pace e di ordine pensarono bene di usare checkpoint, cancelli, cavalli di frisa, e ogni altro tipo di barriera per separare le due comunità chiudendo completamente quel centro storico, simile a qualsiasi Bazar colorato, odoroso e affollato o alle nostre Mercerie, ad ogni attività commerciale esistente e all’ingresso ma solo per la comunità palestinese. Le serrande dei negozi vennero abbassate e sigillate e le abitazioni dei testardi residenti vennero piombate e murate le porte (i pochi domiciliati rimasti da allora sono costretti ad entrare nelle loro case attraverso quelle dei vicini, tramite buchi sui muri o addirittura passando dai tetti). Ora la “città vecchia” è deserta, non fosse per il passaggio sporadico di coloni sempre in cerca di “rissa” e di soldati abbondantemente armati, è solo un ghetto tanto che Hebron viene anche chiamata Ghost City.
Il Carnevale è quello spazio dell’anno dove vanno al potere per pochi giorni quelli che il potere non l’hanno mai avuto, gli ultimi, e chi sono tra gli ultimi i più ultimi degli ultimi se non i Palestinesi cacciati dalla loro terra e tormentati nelle “riserve” in cui viene loro concesso di provare a sopravvivere? Oggi festeggiano allegramente con noi per le strade di Venezia due amici palestinesi, Izzat Karaki e Jawwad Abu Aisha dei Giovani contro gli insediamenti (Youth Against Settlements) di Hebron per continuare a coltivare il sogno che la loro città torni ad essere una città. Un sogno di Pace dove, come in ogni favola col lieto fine, non ci sono i cattivi e i buoni ma solo gli esseri umani. Un sogno di Libertà: Open Shuhada street.

Assopace Palestina
e
Restiamo umani con Vik

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