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Posts Tagged ‘Restiamo umani’

A 3 ANNI DALL’OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI, avvenuto a Gaza, Palestina,il 15 aprile 2011, familiari amici conoscenti e voi tutti siete invitati per ricordarlo fra sorrisi e lacrime.

dal libro Perché amo questo popolo di Silvia Todeschini.
Mi permetto di ricordarlo con le parole dei suoi amici palestinesi:
…”E’ entrato in questa casa e si è seduto con noi, alla pari. Ci ha ascoltate, ha ascoltato la nostra sofferenza. E come con noi, ha scoltato e aiutati tutti quelli che ha potuto qui a Gaza. Aveva certamente una forte umanità”.
“Vorrei dire a sua madre che deve andare orgogliosa di suo figlio. Vorrei avere l’onore di conoscere una donna così… e le auguro una vita felice!”.
“Mio caro Vik, voglio che tu sappia che ci hai lasciato nel corpo ma l’anima vivrà con noi per sempre. Voglio essere sicura che tutti coloro che credono in te e nella causa palestinese continuino a seguire il tuo percorso. Vorrei che tu sapessi che sei il nostro eroe, puramente umano“.

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Vi aspettiamo alla Scuola elementare di Bulciago.
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PROGRAMMA:
15.30 Presentazionene
15.45 Video Gaza 2009 con Vittorio
16.00 Campagna per la libertà dei prigionieri politici palestinesi- con Luisa Morgantini
16.20 “Un fiore per la libertà'” , la resistenza palestinese nella West Bank-Simone Zaccarini da voce a Samantha Comizzoli che si trova nei Territori Occupati
16.40 In “Viaggio” con Vittorio-con Egidia Beretta
17.00″Sull’Italia calavano le Bombe” spettacolo sulla resistenza- con Nudoecrudoteatro
17.50 Fondazione Vik Utopia: i progetti
-“Le farfalle di Gaza” (Debra Italia) con Daniela Riva
-pannelli solari sull’ospedale di Jenin a Gaza (Sunshine4Palestine) con il dott. Ivan Coluzza
18.30 Letture di Valerio Mastandrea-video
18.45 Bella Ciao-video inedito di Vittorio
19.00 Banda degli ottoni a scoppio
Lancio dei palloncini
Aperitivo palestinese offerto dalla comunità palestinese di Lombardia.
In contemporanea:
Mostra Momentanea-mente di Mauro Veggiato
MUSIC FOR PEACE CREATIVI DELLA NOTTE
-solidarbus
-raccolta di alimenti non deperibili, medicinali, materiale scolastico per la prossima missione umaitaria a Gaza (estate 2014)
LIBRI SULLA PALESTINA
Libreria Les Mots (milano)
PUNTO GIOCO PER BAMBINI
Animazione con i Giocomatti e spettacolo di Lupin
Merenda
BANCHETTO INFORMATIVO
Liberitutti Yallapalestina

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Ho una cultura. E lo spazio per sistemarla. Cerco di portarla sempre con me. E la tengo lì, nell’altra stanza. Beh! non proprio una cultura. Più che altro è una ipotesi; se così si può dire. L’ho raccattata qua e là. Un frammento in un angolo; era stato buttato. Un altro in un altro giorno. Trovato in mezzo ad avanzi e robaccia. Lasciato al vento come inutile. Uno in un sogno d’estate. Uno sul sedile d’un treno. Tra una noia e l’altra. Un altro… beh! non ricordo dove. Non posso ricordare tutto. Forse i primi indizi, i primi frammenti, me li aveva lasciati papà. Meglio e di più: un vecchio zio? Pezzetti strani. E confusi. Ricordo un diario. Ragazzi in una via ungherese. Mi resta ancora la tristezza finale di quella lettura. Poi cronache per massacri con grida a voce e orchestrina. Liriche disperdentesi. Insomma ricordo come e quello che posso. Perché a volte la memoria inganna.
All’inizio mi davo da solo del pazzo. Perché conservare quelle cose. Intanto, quasi senza accorgermene, stavo diventando uomo. E poi ho cominciato a unire le tessere. A ricomporre quello strano puzzle. Ma non si incastravano. Solo qualcuna. Mancavano parti. Ritagli. Certe le cerco ancora e so che continuerò a cercarle sempre. Sono anche il frutto di quell’albero strano che da la curiosità. Quella, la curiosità, non è una strana malattia. Nemmeno un vizio. E così cercavo qua e là distrattamente, in silenzio, come ne provassi vergogna. Ci vuole tempo per capire. E così, e poi, ancora tempo. E così mi riempivo di ricordi. E di piacere. Non sempre piacevole. Lisciando le pagine con gesto religioso. Come si accarezza il capo di un figlio cucciolo. E poi un uomo senza più le gambe. E un minatore che scopriva la luna. La pesca con una testa di cavallo. E bambini che ricordavano orrori che l’uomo non aveva il coraggio di guardare. E gelo con latrati di lupi. La prima volta che sono entrato in un cinema. Molto prima del cinema militante. E le lunghe strade americane. Meravigliosa invenzione il Bebop. E avanti, avanti, avanti. E una carta d’identità. Perché anche in arabo si può fare poesia. Grande poesia. Tessere di un mosaico pieno di colori. Nella meraviglia per gli occhi siamo tutti fratelli. E ancora rime distratte. Da ogni parte del mondo. Di quel mondo di cui vorrei conoscere tutte le lingue. E invece so solo le mie. Quelle di mia madre. E quelle, forse, di mia figlia. Le altre altro non sono che suono. Temo d’averlo già detto. Peccato.
Sono di ritorno da un viaggio. La prossima volta vorrei andare a Barcellona. E anch’io vorrei avere le ali. La mia ignoranza è la massima offesa. Sì! un peccato responsabile. Ci convivo a fatica. Me la rimprovero. Ma… Chissà cosa scoprirò domani? Ne sto scartando una proprio ora. Col fiato sospeso pronto alla meraviglia. Datemi del pazzo. Ne godo già. E allora ne parlo. Ne parlo perché anche le semplici parole possono essere vita. Pure quelle di un amico. Soprattutto quando ti arrivano con un abbraccio. Perché se una sera sono solo, se sono triste, ma anche se sono allegro, e in compagnia, c’è sempre un libro da sognare. Di cui parlare. E sono ricco anche di quello che non so. Non preoccupatevi per me: è solo un piccolo ed inutile racconto, questo. Se si cerca un perché si rischia di imbattersi in più di una risposta. Perché l’unica verità e l’unica libertà da tutte le schiavitù è nel sapere. Perché nel non sempre lieve cammino della vita è certamente meglio circondarsi di bello. Perché è in quel bello che prende vita la vita stessa. Perché è meraviglioso dar vita all’amore cantando l’amore. Perché la poesia si chiama poesia proprio perché è essenza e poesia. Perché c’è sempre una canzone per ogni momento della vita. Perché ancora cantano i poeti andalusi di allora; mentre allora tacevano le arpe sui rami dei salici. Quale orrore, quel silenzio. Perché le parole più belle le ho trovate scritte con lo spray su un muro; e colavano alla pioggia. Perché quelle di un amico mi fanno compagnia anche se lui è a Bologna e io a Venezia. Per il colore e il vino della notte. Perché quel giorno che aprendo uno di quei fogli ci ho letto che “Il più bello dei mari / è quello che non navigammo” mi son sorpreso a versare lacrime felici. E mi son promesso di continuare a navigare. Avrei voluto essere isola. Sono solo un guscio di piccola barchetta. Perché quelle parole avrei voluto trovarle dentro e poterle masticare e digerire per poi risputarle. E dopo scartato l’ultimo pensiero alzo gli occhi al cielo e sulla laguna c’è un magnifico tramonto. La più bella di tutte le poesie. La più meravigliosa di tutte le meraviglie. E ancora guardo a domani abbracciato a Lei. Ascolta anche tu il rumore pudico si queste onde sulle sue rive. Ascolta e sogna.

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The New Black by The Mavrix

The New Black by The Mavrix
words and music composed by Ayub Mayet and Jeremy Karodia
copyright 2012

Chorus:
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Non devi perdonare la mia insolenza, dato che vengo descritto rozzo e persino sfrontato
Puoi pensare che io sia una persona inutile, spacciatore di falsità, disilluso.
Sono l’interruzione alle tue conversazioni a tavola, una costante irritazione e sbigottimento
al contrario di una certa nazione sovrana che ha una storia vecchia di quaranta generazioni
un’incomprensibile mano umana ha approvato violenza, brutalità e la cacciata dalla terra di appartenenza
Verso una terra senza gente per un popolo senza terra
In modo ancora più inatteso, un maledetto incontro, una lista nera di superpoteri…
Non sono una vittima, sono un terrorista!!!
Per cui non perdonare la mia insolenza, limitati a rispondere alle mie domande
perché sto perdendo la pazienza ed è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza.
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Non perdonare la mia frustrazione, il mio risentimento e la mia rabbia
perché l’umiliazione dell’occupazione è aggravata dal pericolo.
E’ un tipico giorno soleggiato e tranquillo a Gaza oppure un massacro a bordo di una flotilla di aiuti.
I ricordi di Sabra e Chatila e di un ragazzino chiamato Mohammed al Durrah sbiadiscono.
Una nazione, oppressa nella lotta, bombardata e catapultata in un’irreale età della pietra, è immersa nel dolore,
in modo ancora più inatteso, l’oppressore si atteggia a vittima ed è accettato, lodato ed applaudito,
con una tempesta di propaganda e odio!!!
Per cui non perdonare la mia insolenza, limitati a rispondere alle mie domande
perché sto perdendo la pazienza ed è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza;
è ora che io diventi la tua coscienza.
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Hai detto qualcosa? Hai sentito l’urlo dei bambini?
Quando le armi al fosforo bianco incenerivano i cieli e dissanguavano una nazione,
dov’era Obama, quando il diavolo giunse a Gaza?
Hai per caso implorato? Dateci misericordia, misericordia, vi prego.
Non perdonare il mio sarcasmo, la mia irriverenza o cinismo
perché qualsiasi antagonismo o critica al prescelto da Dio è proibita.
Visioni ed allucinazioni di pace vengono sputate dalla pancia di un M16.
Blackhawks & bulldozer, mortali ed osceni, fanno a pezzi e tradiscono la ragione.
Complotti fatti di massacri, convenzionali e chimici, convogliano un semplice messaggio:
la resistenza in azione sarà raggiunta dalla gloria della civiltà occidentale.
senza discorsi o ovazioni, io chiedo, qual è il prezzo del mio perdono, Jack?
Al diavolo, sopravviverò ad un altro attacco perché non mi fate alcuna concessione,
non c’è ritorno, sono sulla rotta della mia libertà
Perché I PALESTINESI SONO I NUOVI NERI!!!
I PALESTINESI SONO I NUOVI NERI!!!
Hai detto qualcosa?
Hai sentito le implorazioni dei bambini?
Nella notte tragicamente fredda,
senza speranza di calore o cibo
ti hanno pregato
pregato di togliere l’assedio,
di rendere disponibile cibo
e di rendere disponibili gli aiuti;
oh ti prego! togli l’assedio.
Come noi anche i palestinesi hanno intrapreso, per la giustizia sociale, quel percorso di resistenza attraverso il movimento di boicottaggio internazionale (BDS) che per primo portò a mettere in ginocchio e porre fine all’Apartheid. E’ toccante e stimolante provare la solidarietà dei nostri fratelli e sorelle del Sudafrica. Il New Black è un appassionato e potente riflesso di ciò che significa mostrare solidarietà umana. E ‘un riflesso di che cosa vuol dire “mai più”.
Nella mia vita ho visto la sconfitta dell’apartheid Sud Africa e nessuno può cancellare in me la speranza che l’apartheid israeliano e il dominio coloniale veda la finire.
Questa collaborazione musicale tra Sudafrica e Palestina è una manifestazione creativa di resistenza culturale all’oppressione israeliana, una parte indispensabile della nostra lotta globale nel movimento BDS per la libertà, giustizia e uguaglianza.
Mi conforta che oggi palestinesi e sudafricani stanno lavorando insieme per creare bella musica che risveglia i nostri spiriti e aiuterà a risvegliare la coscienza del mondo.
Al Sudafrica è stata necessaria la solidarietà del mondo per guadagnare la sua libertà, e oggi la Palestina ha bisogno del Sudafrica.
C’è una urgenza immediata, in questo momento storico, dopo la guerra del 2009 di Israele a Gaza (piombo fuso),
per una campagna di solidarietà internazionale nella volontà evidenziare le somiglianze tra apartheid e il sionismo.
Questa collaborazione tra musicisti palestinesi e sudafricani e attivisti, il primo nel suo genere, è un passo importante nella giusta direzione.

I Mavrix nascono da una collaborazione musicale nel 1984 come una band di protesta. Questa band è cresciuta fino ad accogliere 6 musicisti: con violini, chitarre, tabla africani, santoor e vocalisti. Le canzoni loro parlano di diritti umani, di razzismo, povertà, abusi di droga e oppressione.
Nel 2004 i Mavrix realizzarono il loro primo album “Guantanamo Bay” e stanno, attualmente, incidendo il loro secondo album “Pura Vida” che sarà completato in giugno 2012, da questo album è stato stralciato la canzone “The new black”, che è nata dalla collaborazione tra il Sud Africa a la Palestina.
Il video musicale e la canzone sono nati dall’incontro della band sudafricana e il musicista palestinese Mohammed Omar, che assieme hanno realizzato questo video musicale chiamato The New Black, che sarà inserito nel nuovo album “Pura Vida” di prossima uscita.
Il testo composto da Jeremy Karodia e Ayub Mayet è stato scritto come reazione all’orrore del massacro di Gaza “Piombo Fuso” del 2008-2009 e successivamente ispirato al libro “Ogni mattina a Jenin” dell’autrice Susan Abulhawa. La canzone scritta nel 2009 da Mayet è stata ripresa e riscritta dopo la lettura del libro della Abulhawa e oggi ci appare nella versione nuova.
Haidar Eid, esponente del BDS di Gaza e amico della band ha ascoltato la canzone nel 2011 e ha proposto immediatamente la collaborazione con il suonatore di Oud palestinese Mohammed Omar suggerendo una collaborazione con la band per creare un video in collaborazione sulle condizioni che accomunano il popolo sudafricano con quello palestinese.
La canzone è stata registrata dai Mavrix in Sud Africa e successivamente sovrapposta la registrazione di Mohammed Omar a Gaza, senza che le due parti si siano mai incontrate. Il risultato del brano mostra l’empatia che la solidarietà tra musicisti riesce a rendere.

Prodotto dal Palestinian Solidarity Alliance (Sud Africa) e dalla Palestinian Campain for the Accademic and Cultural Boycott of Israel (PACBI) accompagnati con scritti di Aldar Eid di PACBI, Barghouti del Movimento BDS, Ali Abunimah di Electronic Intifada e Susa Abulhawa, autrice di Mornings in Jenin” la canzone rappresenta un messaggio di supporto dei sudafricani che hanno vissuto in precedenza pure loro l’oppressione e l’apartheid. In solidarietà con i palestinesi che vivono ancora sotto l’oppressione dell’apartheid di Israele.

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Juliano’s way
DAM feat Juliano’s students¹

Jul, mi ricordo sempre quando mi dicevi che l’arte è rivoluzione,
e noi da quel giorno non siamo solo resistenti, noi siamo artisti.
Jul, non dimenticherò mai la resistenza che hai piantato dentro di noi!
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Jul diceva che fare teatro ed esprimere la propria opinione è anche questa una forma di resistenza.
Noi ci siamo fermati davanti ai confini
mentre tu li hai semplicemente scavalcati.
Hai tracciato una freccia in una sola direzione:
nessuna svolta, nessun rallentamento, un unico obiettivo.
Sei morto con tutte le tue qualità amico mio,
mentre l’assassino mascherato ha paura di guardarsi in faccia.
Jul, chi è il folle tra noi?
Chi è il sano di mente? Chi ha chiaro il quadro della situazione?
Ci fosse stato tra noi un pizzico della tua follia
“libertà” non sarebbe stato solo il nome di un teatro.
Jul… Juliano è stato ucciso
lo stesso giorno in cui è stato ucciso Martin Luther King,
entrambi avevate un sogno che per noi è una speranza,
ma c’era gente disperata e armata.
Regista e attore fuori dal copione,
ci hai regalato i bambini di Arna, adesso lasciaci essere i ragazzi di Juliano.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Ci diceva sempre “non fatevi fermare dalla prima pallottola”,
e noi dopo 7 pallottole nel tuo corpo siamo ancora in piedi.
Chi incontra l’assassino gli chieda:
se Jul era su una lista nera, ditegli di mettere il mio nome dopo il suo,
a chi avete sparato?
Avete sparato al nostro uomo e alla nostra unità.
Lui, senza alcun effetto speciale è riuscito a salvare 3 ragazzi;
chiedi agli sbirri, dì agli occupanti di continuare a opprimere.
Noi non ci arrendiamo.
Jul… ci ha lasciato la sua eredità,
ma se l’assassino è uno di noi
sapete a chi abbiamo sparato?
Abbiamo sparato ad un teatro? ad una danza? ad un dipinto? Tutto questo è eresia?
Io ho aperto i libri, ma non trovo la pagina,
fammi capire, la religione combatte l’oscurità e l’arte ha lo stesso proposito,
questa è la differenza: non c’è bisogno di trasformare il bastone in un serpente per convincerci della vostra ideologia.
Basta combattere la schiavitù, e noi vi seguiamo.
Jul, se tu tornassi ai tempi dei profeti li proteggeresti con il tuo corpo:
mentre chi ti ha ucciso ha in mano i chiodi e il martello,
riposa in pace,
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
La libertà è libertà di pensiero, è libertà di espressione, e la cosa più importate è libertà di scelta.
Non capisco: perché si uccide la cultura?
Fa così paura la cultura? Jul ha risposto a questa domanda.
Ci siamo incontrati a Led, mi avevano detto che stavi girando un videoclip,
ad un certo punto iniziò una manifestazione, fu allora che capii una cosa nuova:
se l’occhio dietro la telecamera è coraggioso
allora ci si può trovare dinanzi ad una rivoluzione.
Per te una rosa e una grande tristezza; tutte le strade portano a Jenin,
e da qui che è iniziata la storia: impara dal maestro,
non avere paura dell’uomo mascherato che vuole far vivere nelle tenebre.
Sicuramente lui avrà seguaci tra i pazzi
mentre tu, in futuro, illuminerai la storia della liberazione, e nella storia della liberazione
ci sarà il poeta, lo scrittore e il combattente,
e stai sicuro che ci sarà anche il teatro.
Per chi ha ucciso e organizzato la scena nel teatro cupa, mentre quella di Jul sarà colorata, illuminata e terminerà con:
la storia continua.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Se sapessi volare
ti prenderei
e ti trasporterei nella notte,
ti porterei
come non hai visto fare mai.
Tu ci hai sempre insegnato che se nella resistenza non rimaniamo tutti uniti, l’uno accanto all’altro, finiremo tutti impiccati uno accanto all’altro.
I DAM sono il più importante gruppo rap palestinese, con sede a Lyd, Palestina, nati nell’anno 2000. Due membri del gruppo sono conosciuti per le loro canzoni di protesta che parlano di politica, sui diritti delle donne e altro. La band ha inciso due album (Dedication and Sligshot Hip Hop ST) e attualmente stanno completando l’album “Dabka on the moon”

La canzone Darb Juliano – Juliano Way è stata scritta nel 2012.
Nel 2004 i Dam hanno lavorato assieme al regista Juliano Mer Khamis (ucciso il 4 aprile 2011) al loro video clip del singolo Born Here e nel 2006 del loro album Dedication hanno dedicato il secondo brano (I have no freedom) al film di Juliano “Arna’s Children” tributo alla madre del regista stesso Arna, donna che ha passato la vita dedicandosi ai bambini e ragazzi di Jenin, insegnando loro di esprimere le loro paure e le loro difficoltà attraverso il teatro.
Dopo la morte di Juliano, che ha lasciato un profondo segno nelle persone che l’hanno conosciuto, hanno usato il video ed inciso la canzone per ricordare a tutti quale fosse la strada indicata da Juliano.
Il disco è uscito il giorno stesso della sua morte il 4 aprile 2012 e per la sua incisione sono state usate le immagini del funerale di Mer Khamis e delle riprese durante il suo lavoro e del suo teatro del campo profughi di Jenin dal nome significativo Freedom Teater. Il teatro stesso è stato più volte attaccato e distrutto e arrestati i collaboratori di Juliano.
L’opera del regista che si diceva essere al 100% israeliano e al 100% palestinese, non era molto gradita in quanto lui l’aveva destinata alla parte oppressa della popolazione e ai bambini e ragazzi del campo profughi che attraverso la recitazione e il teatro hanno preso coscienza della loro condizione e hanno superato paure e condizionamenti tipici di una popolazione privata dei propri diritti.
Juliano Mer Khamis, apprezzato all’estero più che a casa propria, a parte quella che si trovava nei territori palestinesi, lascia dietro di sé un grande insegnamento e delle persone che continuano la sua opera. Di questo parla il video e trasmette immagini di speranza e di volontà di emancipazione.

¹ Il video viene riproposto in quanto era già stato pubblicato con testo leggermente differente.

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1. Io guido e lei mi distrae dalla strada. Non è stata una buona idea. Non dovevamo nemmeno partire. Avevamo appena caricate le valigie e avrei voluto già essere arrivato. Una non può dirmi: mi ci porti al mare? E poi venire all’appuntamento così. E dopo il primo incontro. Con quella maglietta, così gonfia. E quei jeans che minacciano di scoppiare. Come sarà riuscita ad infilarli? Ad entrarci? Avesse la necessità di infilare in tasca un biglietto da cinque non ci riuscirebbe. Io non emetto fiato. Sono sette chilometri che guido questa bagnarola in apnea. Fuori il caldo è soffocante. L’aria condizionata non va; devo farla sistemare. Il finestrino aperto le da noia, e si spettina. E pare si sia portata dietro tutta la casa. Questa casa al mare a volte è una manna. Altre una disperazione. Cerco di fissare la mia attenzione sui cartelli stradali che indicano quanto manca. Inutile, mi distraggo. Cambio le marce con estrema prudenza, per non sfiorarla. Insomma faccio tutto per stare tranquillo. Perché questo sembri un viaggio normale. Chiede se per cortesia posso fermare. Accosto subito sul ciglio. In seconda fila. L’ha detto come fosse una urgenza. Cosa c’è adesso?
Mi verrebbe da dirti: il programma è sottotitolato alla pagina 771. Cosa fai? Cosa tiri gli occhi? Non credevo che sarebbe finita così. Insomma… cominciata così. Appena partiti. Prima ancora di partire. Almeno ferma questa dannata macchina. Che non andiamo anche in cerca di farci del male. Accosta. Ecco, bravo. Vuoi vedere? Allora guarda. Sembra che non ne hai mai viste. Bastava dirlo. Speriamo che non mi veda nessuno”.

Ragazza in automobile che mostra le tette (?)

La foto è stata censurata da Google+ (?)

Tira su la maglietta e le estrae dal reggiseno. Io resto di stucco. Senza parole. Carina è carina. Giovane e giovane. Forse sono io che sono un po’ più avanti. La serata. Il buon vino. La compagnia. Non mi ero reso conto… cioè… quasi… che… insomma. Che mi prende? mi balbettano anche i pensieri. E poi una non viene al mare in jeans. E vestita di tutto punto. Cioè solitamente una mette qualcosa sopra il costume. Sono curioso di vederlo, il costume. Sono curioso di tutto. E senza fiato. Lei non alza gli occhi. Mentre quelli di quei due enormi meloni guardano ognuno dalla parte opposta. Sembra anch’essa affascinata da quella meraviglia. Forse si sente in imbarazzo. Non ci avevo pensato. Non le avevo chiesto nulla. E’ solo… è solo che mi viaggiava a fianco. Non è facile guidare con una come lei vicino. Me ne rendo conto ora. Forse ho avuto troppa fretta quando sono arrivato. Nel farla salire.
Ti facevo uno… uno che si controllava di più. Così piacciono solo a voi uomini. E so che vi piacciono. Vorrei che qualche volta… insomma una parola carina. Un gesto. Non quello. Un gesto d’affetto. Una battuta spiritosa. Invece te ne stai lì senza emettere un fiato. Come tutti”.
E non c’è reggiseno che tenga. Che possa frenare quella loro aspirazione a dondolarti davanti. Definirla giunonica mi pare anacronistico. Curioso ne sono diventato curioso. Come ho fatto ad essere così distratto? A vederla salire senza valutare il volume, l’ingombro di quei due airbag naturali? Decisamente l’età rende stupidi. E pensare che avevo accettato solo perché mi sembrava una ragazza a posto, e simpatica. Mi aveva parlato di transavanguardia e non mi ricordo di cosa. Era nata una simpatia immediata e spontanea; tra noi. Era stata Enza a dire della mia casa al mare. Ho paura che me le sognerò di notte. Le ho fatto una foto. Lei se n’è infastidita. Credo che la terrò religiosamente tra i miei momenti più emozionanti.
Certo che… così… qui in macchina. Potevi almeno aspettare. A casa saremmo stati più comodi. E poi… mi potrebbero anche vedere. Sai cosa potrebbero pensare di me? Che sono una facile. Una di quelle. Che siamo qui… Mica mi piace così. Metterle al vento. Sono così…. Così… insomma. Non pensi che ne abbia troppe? E’ imbarazzante averle. Portarsele dietro. Tutti ti tengono gli occhi addosso. Solo che… potevi dirlo subito. E poi, al primo appuntamento. Forse non sarei dovuta nemmeno salire. Non sei certo un signore. E’ solo perché sei tu. Mi stai simpatico. Ma non lo dovrei fare. E’ tutto così… così… tutto. Non farti strane idee su di me; però. Sì! forse lo avrei fatto lo stesso, anche se me l’avessi chiesto subito. Ti ho detto che mi sei simpatico. Non so proprio. E con i se e i ma. Forse. Invece siamo qui”.
La sua voce è un ronzio anche piacevole che porta alla sonnolenza. Non fosse per l’adrenalina che ho in corpo, la fretta di arrivare, sarebbe pericolosa. Non mi viene proprio nulla da dire.
Spero che adesso non ti metti strane idee in testa. Ti vedevo così teso; cioè curioso. Mi son detta: «questo si distrae. Poi chissà come va a finire. Se ne sentono tante in macchina». Ora calmati. Spero che tu sia contento. Se vuoi, la sfilo. La maglietta. Ma poi ognuno al suo posto. Poi mi rimetto in ordine e andiamo. Altrimenti si arriva tardi. E a me non piace. E non vorrei che ti mettessi altre cose in testa. So come siete voi. Poi magari vuoi anche toccare. Forse era meglio se non lo facevo. Forse era meglio se non venivo. Che con questi jeans, sono così stretti. Mi chiedo cosa ci sto a fare qui. Con tutto al vento. Solo per un capriccio. Il tuo capriccio. Che poi… nemmeno me l’hai chiesto. Sembra quasi che abbia fatto tutto da sola. Non fossero i tuoi occhi a parlare. E te ne stai li zitto. Come se ti avessero rubato la parola. Respira. Devo essere proprio scema”.
E pensare che non mi ero prefissato niente. Per un attimo avevo pensato che se doveva succedere qualcosa sarebbe successo. Per un altro attimo ho pensato che più che carina aveva un sorriso fresco. Per un attimo ancora che era tanto giovane. Troppo. Forse. Poi mi ero imposto di frenare la fantasia. Non mi è frequente abbandonarmi. E’ solo che avevo bevuto un bicchiere in più. E volevo evitarmi delle stupidaggini. Da film. Mi sono spiegato che era solo una giornata al mare; come tante. Forse tutto è dovuto perché era seduta, di fronte. Avevo guardato parlare i suoi occhi; il suo sorriso. Avevo ascoltato il suono della voce. Ecco perché Giangi aveva chiesto: “Ma l’hai vista”? Non avevo capito. Non le vedevo nessun difetto. Ingrano e riparto. Sono naturalmente intralciato nei movimenti. Non vorrei che… è un attimo di comprensibile imbarazzo. Cerco di uscirne.
Che fai”?
E’ l’unica cosa che riesco a dire di questo viaggio: “Resta così. Ti prego. Almeno un po’. Non manca molto. Mi piace come mi guardano i tuoi occhi”.
Ma allora sei proprio vizioso. Ti facev”…
La macchina che sorpassiamo strombazza di clacson. Il guidatore lancia un grido a finestrino chiuso. Il suo entusiasmo resta imprigionato nella scatola di lamiera. Ci occhieggia con i fari. Lei brevemente ritrova la sfacciataggine della sua età. Si volge indispettita ad illustrargli tutta l’enorme vastità esibita dei suoi due promontori, ritta sulle ginocchia: “To’”! Gli indica il cielo con un dito; il medio. Dice ch’è uno zotico incivile. Anche di peggio. Si rimette comoda e chiede scusa indirizzandola verso la nostra destinazione. Lo vedo sbandare e frenare giusto in tempo ad un nanomillimetro dal guardrail. Credo lei si sia resa conto del mio stato. Le sfugge un impercettibile sorriso di approvazione. O almeno è questa la mia impressione. Forse di biasimo? Sembra disposta ad assecondarmi.
Sto leggendo “Quattro etti d’amore, grazie”. L’ultimo della Gamberale.[1] E’ appena uscito. Non so; conosci? Sono solo all’inizio. Non so se è un libro che può piacere ad un uomo. A me invece piace la sua scrittura. Trovo sia pieno di passaggi brillanti. Sottili e brillanti. Siamo proprio così, noi donne. Molte di noi, naturalmente. Ogni tutto è relativo. Scusa le licenze linguistiche; sono fatta così. Non esistono al mondo gli assoluti. Anche i termini debbono essere considerati nella loro relatività. Anche se crediamo solo nelle assolutità; soprattutto noi donne. Nell’amore assoluto, per esempio; anche se è un esempio banale. Ma siamo attente e riflessive. A nostro modo riflessive. Ogni uno è due. Potrei avere tutto, si parla per ipotesi, e paradossi, dicevo che avessi tutto invidierei chi ha l’amore. Per quello, quello vero, siamo pronte a rinunciare a tutto. Vorrei dirti cosa penso di te. Per vedere se ci ho azzeccato. Solitamente ho fiuto per le persone. Riesco a riconoscerle al primo sguardo”.
Non è che abbia una guida particolarmente nervosa. E’ che sono curioso di vedere la loro vita. Di vederle muoversi. Accelerare. Rallentare. Oscillare. Allargarsi. Riassestarsi. Posarsi. E poi, con impertinenza, fare un balzo avanti. Oppure indietro. E ondeggiare. Un sciabordio che prende direttamente allo stomaco. Con quei piccoli capezzoli che quasi scompaiono. Che quasi li devi cercare. Su quella carne bianca. Su quella massa. Microscopiche presenze. Quasi due punture di insetti. Nel mezzo approssimativo di quei due mappamondi. Al centro di quelle vastissime aureole. Che hanno la forma… la forma… che cazzo ne so? Di quelle aree. Non mi sembra il momento di cercare certe similitudini. Ho un enorme ronzio in testa. E la strada scivola fin troppo veloce. Il mio mostro divora vorace la pianura. Chissà se si abbronzano? Non so se è stata una bella idea.
Io leggo molto, come avrai capito, non solo romanzi, ma a volte anche nel racconto più stupido, banale, puoi trovar delle vere perle. Spunti di riflessione, Considerazioni illuminanti. Persino casuali. Chissà se l’autore ne è sempre consapevole. Tu che ne dici”?
Non so. Mi chiede di rallentare. Osserva il suo petto in movimento. All’improvviso cambia di umore. Non è una cosa rare nelle donne. Nella sua mimica silenziosa si addensano un’enorme quantità di nubi; si rabbuia. Non la conosco abbastanza per conoscere tutte le sue facce. Certo che all’improvviso la sua maschera si fa opaca. Non può essere un mistero che dietro quel suo volto, in una donna, non possano che presentarsi riflessioni. Ansie. Considerazioni. Dicono sempre le stesse cose, in certi momenti, gli occhi di una donna. Quel silenzio di un istante non può che nascondere la ricerca spasmodica di una decisione, magari una qualsiasi. Magari una delusione; seppure passeggera. Speriamo passeggera. Magari una rinuncia. Il dubbio di un fallimento. Di una sconfitta. La delusione. Più semplicemente la lista confusa delle cose che ha portato, alla ricerca di quelle che può aver dimenticato. La paura di non essere bella. Un beffardo pensiero di riscatto; magari licenzioso. A volte apertamente osceno. Nascosto. Negato. Perché contengono anche quello le cose non confidate delle donne. Quelle che non dicono che a sé. O tra loro. Non certo in presenza di un uomo. La scoperta di una macchina sulla maglietta. La rincorsa ad una testardaggine. Volitività. Ne può uscire qualsiasi cosa. E un uomo non può stare mai tranquillo quando una donna tace in quel modo.
Puoi rallentare, per favore”?
Fa uno sbadiglio che sospetto annoiato. Riporta quelle due montagne di delizia negli appositi contenitori. Si sistema la maglietta. Si controlla il trucco. Rimette la cintura. Mi studia per due minuti buoni. Legge la mia delusione. Si volta per prendere la borsa, credo, e scopre di aver messo anche quella nel bagagliaio. Districa i capelli che si sono aggrovigliati sugli orecchini. Li rassetta con le unghie. Guarda fisso davanti a noi: “Per cortesia, torniamo”. Intanto ora la vita delle gemelle è diventata più pacata. Non riescono a stare ferme nonostante il gran rifiuto della stoffa a fiori che traspare impercettibilmente sotto, ma hanno un moto più lento. Più lieve. Quasi controllato. Elastico. Anche contro improvvise accelerate e frenate, cambi di velocità e sorpassi all’ultimo, ondeggiano leggiadre, composte, rassicuranti, gentili, lievi, parche, sobrie, moderate, equilibrate, di una vita comune, quasi in un cenno.
Guarda che… non mi p… Non è più divertente”.
Come si può non fantasticare. Gli occhi azzurri come lapislazzuli. I capelli di quel morbido castano pieni di riflessi rossi. Il sorriso virginale da dea dell’amore. A guardare un po’ di pancetta ce l’ha. Chi non ha debolezze nascoste? La pelle… la pelle come… la pelle lisca e senza imperfezioni. Dev’essere soda e morbida allo stesso tempo. Della morbidezza della affettuosità. Devo convincerla a restare. La casa e libera. Che senso ha tornare la domenica dal mare? Inventerò. Se debbo insistere insisterò. Già m’immagino gli occhi in spiaggia che sbiadiscono quando passiamo. L’ammirazione di quei bagnati del dilettantismo. Tutti e tutte che invidiano lei, e me al suo fianco. Uomini e donne. Mi vedo: io e la mia regina. I miei pensieri debbono avermi fatto assentare per alcuni istanti. Superiamo un autogrill. Non mi ha chiesto di fermarmi. Non ne ho né voglia né bisogno. Probabilmente lei non è una di quelle che ci deve andare ogni cinque minuti. Non finirò mai di scoprire i suoi pregi.
Cosa dici? Ho pensato di chiedere un parere. Di consultare un chirurgo. A proposito di ridurle. Di farle stare massimo dentro una quarta. In fondo non è una decisione facile. Però questa non è vita. Sono un pericolo per gli altri e per me. Sono una fonte di incredibili imbarazzi. Se non ero con te… sono sicura che un altro ci avrebbe provato. Che rischiava di finire come va sempre a finire. Sono stanca. Stanca che qualsiasi cosa dica chi mi sta davanti guardi solo loro. Pazienza gli uomini, ma persino le donne. E con quella bava di invidia. Stanca di far fatica a trovare la mia taglia. Dei fischi per strada. Delle mani che mi frugano addosso, in qualsiasi occasione. Degli amici che diventano curiosi. Che mi chiedono come faccio. Se sono mie; persino loro. Com’è? E che anche loro, spinti da un neonato interesse, mi chiedono “Posso”? Non riesco a mantenermi un amico. E per quello nemmeno tanto un’amica. Di quelli che pensano che sarei una grande mamma, o una grande balia, perché tante tette tanto latte. Di quelli che tante tette vuol dire troia. E chissà il resto? Cretini”.
Sento un dolore al petto, una sorta di compressione. Un dolore che poi si estende al braccio sinistro. E una gran sete. Vede la smorfia sul mio viso; la transumanza. Glielo dico e lei mi ordina immediatamente: “Frena”! Scendendo rapida mi impone: “Spostati”! Scivolo nel sedile del passeggero. Lei prende in mano la situazione e il volante. Fa una pericolosissima inversione a U e accelera al massimo. Non fiata né mi dice quello che pensa, solo che: “Si va all’ospedale. Stai tranquillo!” –sembra veramente preoccupata. Comincio a preoccuparmi anch’io. Non ho bisogno di spiegazioni, mi sono imbattuto nel famoso sabato triste, anzi di merda. Credo che le sue parole cerchino di distrarmi. Continua come nulla fosse successo.
Pensare che qualcuna (delle mie amiche n.d.M. [n.d.M.: nota di Marisa]) invidia la mia fortuna. Perché sono bella, cioè carina, e così tanta bella. Invece è una disgrazia. Una vera disgrazia. E pensare non è solo l’inizio. Non hai ancora visto niente. Ho un costume nuovo che è uno schianto. Peccato. Se solo fossi stato un po’ più carino. Un po’ più paziente. Adesso proprio non so. Non so se fidarmi di te. Io non sono una ragazza come tante. Credo nei sentimenti. Credo che da cosa possa nascere cosa. Anche se doveva essere solo una giornata al mare. Forse un fine settimana. Dipendeva da te”.
So solo che mi ritrovo in una sala asettica. Piena di monitor che mi sembra d’essere precipitato in uno degli episodi di Alien. Uno stormo di medici si da un gran da fare intorno a me. L’ultimo commento che ricordo è quello dell’anestesista che mi spiega: “La sua signora la sta aspettando fuori”.

2. «Scusate se da qui la storia la continuo io. Niero non è più in grado di farlo o non ne sente la necessità. Il dottore ci ha detto che deve evitare gli sforzi e le emozioni. Non credevo che quel sabato avrebbe cambiato così la mia vita. Ma dopo tutto quello che c’era stato tra noi non potevo proprio abbandonarlo da solo. E mi suonano ancora nelle orecchie con immensa delizia e gratitudine le ultime parole che gli ha rivolto l’anestesista. Mi hanno fatto e mi fanno sentire importante. Ma la convalescenza è lenta e non si vedono grandi segni di ripresa. Tra l’altro era anche carina, e ho resistito all’impulso di strapparle gli occhi. I dottori sembrano rassegnati e fatalisti. Non me ne preoccupo: è un ottimo compagno anche così. Forse è anche meglio. E’ un uomo che sa ascoltare.
Poveretto: è rimasto completamente immobilizzato com’era; anche, incredibile, nel suo entusiasmo. Ma ora ha me. Anche il minimo movimento gli costa sforzi precari. Ma io provvedo a tutto. E cerco di anticipare i suoi desideri. Credo di riuscirci. Ha perso quasi completamente l’uso della parola. Per il poco che so non è mai stato troppo ciarliero. E fatica immensamente anche per i pochi vocaboli che riesce ad articolare. Li sputa inzuppati di saliva. Me li spruzza addosso. Usa praticamente solo quei pochi epiteti, spesso riferimenti a femmine di animali, così frequenti nella bocca di tanti uomini, come “vacca” o “maiala”. Ma in lui sono carinerie. Sono quasi, ma anche senza il quasi, nel nostro gergo segreto, segnali di gradimento. E i suoi occhi, che spesso lacrimano senza ragione, sono prodighi di muti elogi. E io gli asciugo delicatamente quegli occhi. E i contorni delle labbra. Marisa invece lo dice ormai quasi perfettamente e senza fatica. Si capisce che chiama me.
E’ tutto nuovo per me. Lo curo di tutto e gli metto in bocca tutte le medicine che deve prendere, che sono veramente tante. Se serve ho imparato anche a fargli le punture. E ho imparato a cucinare. Inizialmente cose semplici, ma sto diventando bravina. Qualcuno dice che son diventata veramente una bella signora. Non lo so, lascio agli altri giudicare. Io ci credo veramente che l’amore ti fa bella. Sono sempre io persino a radergli la barba. Con la massima precauzione perché ho sempre paura di tagliarlo. Me lo pettino e me lo vizio. Ieri sono andata a prendergli un pigiama veramente figo. Anche se non ne fa grande uso mi piace curare il suo abbigliamento nei minimi dettagli. Mi piace vederlo elegante e curato. Con i pantaloni in perfetta piega. E poi lui sta bene con la giacca. Ma anche con una bella polo dal colore vivace. Mi piace sceglierle con tonalità che si adattino ai suoi occhi. Una l’ho acquistata del colore dei suoi pochi momenti di tristezza. Perché quelli mi sanno strappare il cuore.
Deve soffrire, povero caro, in quei brevi attimi, la consapevolezza delle sue menomazioni. Io cerco di cancellargli qualsiasi nostalgia. Anche di quel nostro primo vero incontro, non ha perso granché. Solo un sabato al mare. Perché poi già nella notte il tempo è cambiato e s’è messo pure a piovere. Avremmo comunque dovuto starcene chiusi soli in casa. Perché oggi sono certa che mi avrebbe convinta. Magari ci saremmo anche annoiati. Questo non voglio che succeda mai. Con tutte le mie forze. Anche il due pezzi che avevo scelto per l’occasione poi gliel’ho fatto vedere. L’ho indossato in casa e solo per lui. L’ho indossato e poi l’ho anche tolto davanti a lui. E gli ho confessato come mi piace prendere il sole, integralmente. Ovviamente quando non ho altri occhi addosso. Non che abbia potuto stendermi in riva al mare; non c’è nessuno ma proprio per questo la stagione, cioè la temperatura, non lo permetterebbe. E con la carrozzina farei comunque fatica sulla sabbia. Mi sono stesa sul divano con la luce della finestra alle spalle. Una luce un po’ opaca. Credo ne possa aver ricavato un’idea, e nemmeno tanto approssimativa.
Anche nella mia vita privata è cambiato molto se non tutto. Oggi sono più sicura di me. Posso dire che sono una donna soddisfatta. Al suo fianco il mio mondo, più che un mondo felice, è diventato un vero sogno. Finalmente ho conosciuto il vero grande amore e lo vivo giorno per giorno, minuto per minuto, senza lasciarne nemmeno una briciola. In fondo devo tutto a lui e, nonostante i pericoli che comporta, mi capita di non riuscire a non dirglielo. A volte mi sento persino colpevole nei confronti di chi ha meno di me. Il lavoro? quello no. Ho dovuto lasciarlo. E ho dovuto lasciare anche tanti progetti nei quali pensavo di realizzarmi. Ora mi sembrano fantasticherie infantili; lontane. In realtà non è stato nemmeno un grande sacrificio. Lui è più importante di tutto.
Le tette? La storia che non può far fatica e deve evitare le emozioni non mi convince pienamente. Io credo nella scienza, ma ci vorrebbe un miracolo. Ma io credo anche nei miracoli. Comunque io ho ogni cautela del caso. Forse troppe. Forse quelle giuste. Sforzi? Che fatiche può fare uno nelle sue condizioni, tra la poltrona e il letto? Che quando usciamo se ne sta comodo sulla carrozzina? Sono io, doverosamente e con gioia, a spingere. Ma non mi costa alcuna fatica. La carrozzina poi è leggera e maneggevole. Per quanto riguarda le emozioni, povero piccolo, mon petit, ormai quelle, le mie tette, le ha viste e viste bene e riviste. E non solo; perché io non me lo trascuro. Voglio non gli manchi niente. E ormai niente di me può certo rappresentare più chissà quale turbamento. Ho messo la foto che mi ha scattato allora in una cornice sopra il canterano.
I soldi? Quelli non ci mancano. Per fortuna lui ne ha per tutt’è due. Anche se mi sento un po’ limitata nella mia indipendenza. Cioè mi sento un po’ come se sfruttassi lui o la situazione. Lo so che è un pensiero sciocco: cosa farebbe senza di me? Dipende da me in tutto e per tutto; almeno per ora. Lui ha ogni istante della mia vita. E mi succhia ogni energia. Lo cambio sopra e sotto, lo lavo (nel far questo a volte non gli so proprio resistere), lo vesto, lo accomodo nella stanza dove sono, me lo bacio ogni volta che passo, gli parlo, lo imbocco, lo coccolo, gli accendo la televisione, lo spoglio, lo metto a letto, e tutto il resto. E poi, alla fine, per dirla tutta e senza riguardi, la sua famiglia ha mostrato fin dal primo istante di volersene lavare le mani. Che per loro, di lui, importavano solo i soldi. Per me non è nemmeno fatica. Non ci manca niente, assolutamente niente. Nemmeno quello, anzi.
Come ho avuto modo di accennare: nell’incidente, perché preferisco continuare a pensarci in questi termini, è stato anche fortunato. Sì! anch’io, e arrossisco nell’ammetterlo. Lui è rimasto immobile com’era. Voglio dire che è come se mi volesse tutto il giorno, e la notte. Lui è lì ed è come se aspettasse sempre me. Non so se mi spiego. Mi sento desiderata in ogni istante della giornata. Ogni volta che ne ho voglia, e non è quella che manca, lui è immediatamente disponibile. E se per caso non mi dovesse andare, lui è pronto per quando mi torna. Sembra non stancarsi mai. Certo che al mio piccolo amore, al mio little boy, il suo zuccherino non gli fa mancare nulla, e cerca di evitargli ogni fatica. Lui ha solo il dovere di essere felice. E soddisfatto. E di aspettare me. Non fatemi dire cose che non mi piace dire. Sono particolari intimi.
Ma mi prendo cura anche del nostro spirito, per quanto posso. Per esempio al momento gli sto leggendo “Mille piccoli soli[2]. Non è certo fresco di stampa. Lo faccio proprio per lui. Io l’avevo già letto appena uscito. E’ un po’ duro ma è giusto che cominci a capire. Che diventi consapevole. E un paio di sere fa, abbracciati, comodamente accoccolati sul divano, abbiamo guardato assieme, e assieme ne abbiamo pianto, “Restiamo umani; the reading movie[3] di un mio caro amico. Gran bella testimonianza. Che ti tocca diritta nel più profondo. E ti lascia dentro quella sorta di ansiosa angoscia e di rabbia. Quando la nostra attenzione è tutta presa da cose simili ci dimentichiamo anche di noi. Nulla ci può distrarre. Abbiamo attenzione solo per quelle immagini o sulle pagine di quelle storie. Ogni altra cosa è rimandata a dopo. Alla fine mi piacerebbe sapere che ne pensa. Mi accontento di vederlo attento e di liberarmi l’anima di tutte le emozioni che la bellezza e l’intelligenza suscitano in me. Dopo lui le cose che amo di più sono la cultura e l’arte.
Quando mi va di uscire lo faccio e basta. Col suo consenso in un cenno finale degli occhi. Lui sa che sono una ragazza ancora giovane e piena di energie. Di quelle, di energie, in verità, la vita con lui me ne lascia ben poche. Ma abbastanza perché, come tutti, certe sere mi venga voglia di evasione. Come tutte mi vien voglia di indossare questo o quell’abito. Di farmi bella. Di sentirmi gli occhi degli altri addosso. Allora mi metto in ghingheri. Proprio in tiro. Curo ogni dettaglio. Biancheria compresa. Mi faccio ammirare da lui, sopra e sotto, meticolosamente, e lo saluto sulla porta. Questa vita non mi costa nessun sacrificio, ma faccio attenzione e non faccio mancare nulla nemmeno a me. Voglio evitare assolutamente di correre il rischio che questo nostro meraviglioso amore si possa un giorno sporcare di rimpianti. Mentre esco lui solitamente mi dice qualcosa che suona come “coccola” o “zoccola”. E lo dice con occhi imploranti e pieni di quella sua dolcezza.
Ma quando sono fuori non sto mai completamente tranquilla; un po’ dei miei pensieri resta con lui; è naturale. I primi tempi non lo facevo, non lo lasciavo mai solo, non potevo farlo. E mi bastava. Mi tranquillizza solo il fatto che se dovesse aver bisogno, anche se non è ancora successo, io correrei subito da lui. Le dita quelle le sa muovere e anche bene. Ormai si gira i canali da solo. Allora gli metto il cellulare vicino. Non dovrebbe fare altro che comporre il numero breve: il primo, il mio. Sa fare perfettamente il segno del medio e spesso congiunge l’indice col pollice in un messaggio che non ho ancora imparato a decifrare. Infatti gli piace, e piace anche a me, quando gli prendo le mani e me le porto al seno. La sue dita allora sanno cosa fare. Riescono a suonare nelle mie corde più intime delle armonie incredibili. Letteralmente sanno farmi impazzire. Piccoli segni di miglioramento mi sembra di vederli. Si deve aver pazienza, ma io di quella ne ho a pacchi, a pacchi, a pacchi».

[1] Quattro etti d’amore, grazie di Chiara Gamberale. Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. Milano, 2013

[2] Mille piccoli soli di Hosseini Khaled. Edizioni Piemme, 2007
[3] Restiamo umani; the reading movie (Stay Human, the reading movie) progetto di Fulvio Renzi, Luca Incorvaia. edizioni dal basso, 2013

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Prendi nota
sono arabo
carta d’identità n° 50.000
bambini otto
un altro nascerà l’estate prossima.
Ti secca?

Prendi nota
sono arabo
taglio pietre alla cava
spacco pietre per i miei figli
per il pane, i vestiti, i libri
solo per loro
non verrò mai a mendicare alla tua porta.
Ti secca?

Prendi nota
sono arabo
mi chiamo arabo non ho altro nome
sto fermo dove ogni altra cosa
trema di rabbia
ho messo radici qui
prima ancora degli ulivi e dei cedri
discendo da quelli che spingevano l’aratro
mio padre era un povero contadino
senza terre né titoli
la mia casa una capanna di sterco.
Ti fa invidia?

Prendi nota
sono arabo
capelli neri
occhi scuri
segni particolari
fame atavica
il mio cibo
olio e origano
quando c’è
ma ho imparato a cucinarmi
anche i serpenti del deserto
il mio indirizzo
un villaggio non segnato sulla mappa
con strade senza nome, senza luce
ma gli uomini della cava amano il comunismo.

Prendi nota
sono arabo e comunista.
Ti da fastidio?

Hai rubato le mie vigne
e la terra che avevo da dissodare
non hai lasciato nulla per i miei figli
soltanto i sassi
e ho sentito che il tuo governo
esproprierà anche i sassi
ebbene allora prendi nota che prima di tutto
non odio nessuno e neppure rubo
ma quando mi affamano
mangio la carne del mio oppressore
attento alla mia fame
attento alla mia rabbia.

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Venezia: 11 maggio 2013 ore 17.00

Sala Casa di Riposo S. Lorenzo
Campo S. Lorenzo – Castello 5071

il coraggio della nonviolenza

incontro con i

Comitati popolari di resistenza non violenta all’occupazione

LUISA MORGANTINI

Già europarlamentare e presidente di Assopace Palestina

HAFEZ H. I HURAINI

Contadino di At-Tuwani coordinatore dei comitati popolari delle colline a sud di Hebron

MAHMOUD H.J. HAMAMDA

Contadino resistente di Al Mufaqarah

SAWSAN M.H. HAMAMDA

Studentessa beduina di Al Mufaqarah
At-Tuwani è il villaggio dove operazione Colomba (angeli) operano dal 2004 per la protezione dei bambini e dei pastori.
Al Mufaqarah è uno dei villaggi da evacuare secondo la scelta dell’autorità israeliana ed è estremamente attivo nella lotta non violenta contro l’occupazione. Oltre a Al Mufaqarah altri 13 villaggi sono in pericolo di evacuazione per l’addestramento militare dell’esercito israeliano, che in realtà è anche un pretesto per far posto all’insediamento di nuove colonie. Mahmoud e Sawsan sono padre e figlia ed è molto importante la presenza di Sawsan non solo come donna beduina ma perché è importante che possa studiare all’ Università (cosa non per niente consueta tra i beduini).
Sarà con noi anche Abuna Aktham Hijazin che ci aiuterà anche con le traduzioni dall’arabo.

 

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