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Posts Tagged ‘ribellione’

220px-venezia_aprile_1945Entro all’ANPI: “Ma ci siamo ammattiti tutti”? Si fa presto a dire stai calmo. E aggiungo “Cazzo!” –perché un bel Cazzo! ci vuole e ci sta sempre bene. E fortuna che non mi è scappato un porco. Più che fortuna è un caso, o mi sto rincoglionendo. Quando ci vuole ci vuole. Dire che sono fuori di me è ridurre il problema; è decisamente minimizzare. “Che cazzo –sono solo al secondo ed è un vero record– vuol dire calmati”? Non mi riesce nemmeno di parlare.
Come cosa c’è? Ma non li avete gli occhi? Vi siete tutti rincoglioniti”?
Bada come parli”.
Dico quello che va detto”.
Lo vuoi capire che quello è il passato”?
Sappiamo tutti che quello faceva la spia”.
Non ci devi pensare”.
E anche il mercato nero”.
E’ questo che dobbiamo fare. Perché non si dimentichi”.
E intanto noi si faceva la fame”.
Capire ti capisco, ma dobbiamo andare avanti. Ora c’è la repubblica”…
E voi dov’eravate”?
La vuoi capire che è finita”?
Diobonino. Finita un beneamato cazzo”.
Sono arrivati ordini da Roma”.
Stracazzo. Me ne frego di Roma. E di quelli. Io ricevo ordini solo dal Comitato di zona”.
Il Comitato non c’è più. Siamo noi, ora… il Comitato”.
Voi… voi… siete solo una manica di voltagabbana. Voi… voi… potete andare a fare in culo”.
Secondo te cosa si dovrebbe fare”?
Metterli tutti al muro. Tutti a gambe per aria”.
Capisci che non si può fare? C’è l’amnistia”.
Ma quel porco d’un porco”.
Il Partito è sempre più forte”.
Ma ha vinto la ruffiana dei padroni”.[1]
Non fare così”.
Ma dove sono quelli della volante rossa quando serve”?
Quelli sono solo banditi”.
Banditi ci chiamavano loro. Quelli sì che sono ancora compagni”.
Le dobbiamo riconsegnare”.
Io non ci sfilo con loro”.
Cerca di ragionare”.
Sapete dove ve la potete infilare la vostra medaglia? Io me ne vado a Piazzale Loreto[2].

[1] Da Emigrazione di Gualtiero Bertelli.
[2] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia. In ricordo di Ercole Miani e di chi la Resistenza l’ha fatta per davvero e ci ha creduto veramente fino in fondo, anche se questo può non riflettere il loro pensiero o quello di tanti altri: http://it.wikipedia.org/wiki/Ercole_Miani

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pnn-foto1Era solo sabbia e sassi. Se c’era la luna andava più spedita, ma era più pericoloso. Un po’ di batticuore ce l’aveva, ma solo un po’. Sapeva solo che lo doveva fare. Per quei ragazzi. Senza luna era come un buco nero. Anche l’erba un mare nero, immobile. E allora era paura, ma cercava di non pensarci. Si diceva: Quanto siamo stupide noi donne; abbiamo paura del buio e di quello che non vediamo. E se lo diceva in silenzio. E in silenzio faceva tutta la strada. Sulla sua bicicletta. Pedalando veloce. Senza nemmeno fischiettare. Senza nemmeno poter accendere il fanalino. Ma poi quella maledetta sera li aveva visti da lontano. Erano neri come la notte. Neri come la vergogna. Aveva visto le torce, ma era troppo tardi. Non poteva tornare indietro. Non poteva prendere per i campi. Aveva solo il tempo di ingoiare quel biglietto. E di mandarlo giù senza nemmeno un sorso d’acqua.
Dove te ne vai tutta sola, bella ragazza”?
Vado dove debbo andare”.
E sarebbe, se posso chiedere”?
Stavo andando per la mia strada”.
Sei una piccola vipera impertinente”.
So solo che tanti uomini per una donna sola”.
Il porco le scoprì la gamba e lasciò che la sua mano scivolasse sopra. Gli altri maiali ridevano: “Sai che questi posti sono pericolosi, soprattutto di notte”?
Ora sì che ce lo so”.
Non hai paura”?
Ho paura solo per gli assassini”.
Hai visto banditi da queste parti”?
Qui non ci sono banditi”.
Il porco le pizzicò una guancia. Gli altri maiali ridevano: “Sei carina, non vorremmo doverti fare del male”.
Allora posso andare”?
Non così di fretta”.
Mi aspettano”.
E ridevano: “Chi ti sta aspettando; il tuo moroso”?
Non ho moroso”.
Se fai la brava ne avrai tanti di morosi, e anche se non lo fai”.
Me ne basterebbe uno, ma di quelli buoni”.
Noi lo sappiamo che tu sai”.
Io so solo quello che so. E che una ragazza non dovrebbe fermarsi a parlare con degli sconosciuti”.
Le arrivò il primo schiaffo: “Dicci dei banditi”.
Si sentì persa: “Qui non ci sono banditi”.
Dov’è tuo fratello”?
Via, a cercar lavoro”.
Non è qui intorno”?
No che non è qui”.
Schioccò il secondo schiaffo: “Non farmi diventare cattivo”.
Non credo di poter fare di più”.
Dicci dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi”.
Aveva già la rivoltella in mano: “Non farci perdere la pazienza”.
Non posso dire quello che non so”.
Sappiamo che sai”.
Se lo sapete voi”…
Dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi, solo partigiani”.
Il colpo si perse per le campagne.[1]

[1] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia per ricordare tutte le staffette che diedero la vita per una giusta causa. Per ricordare a chi non sa ricordare che la Resistenza non è stata fatta solo da quegli eroi che presero le armi in mano, ma anche da tanto altro popolo. Da tanti uomini e tante donne.

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Era da un po’ con non lo vedevo. Avevo letto il suo messaggio; ero di fretta. Poi mi cadde lo sguardo su quel necrologio. Perché avesse mosso la mia curiosità non lo so? Forse per l’età? Forse perché non lo facevo tipo? Forse perché era la prima persona vicina che mi veniva a mancare. Forse per quelle cose che ti ruminano dentro e non sai spiegare? Nessuno degli amici ne sapeva molto. Alcuni evitavano persino di parlarne. Alla fine ho saputo quella che pareva essere la verità: si era tolto la vita. Continuavo a chiedermi perché senza trovare una sola risposta. L’ultima volta sembrava un uomo felice. Tutto preso dalla sua nuova storia. L’ultima cosa che ricordavo era un brindisi.
Ci ripensai più volte prima di decidermi. Tutti i pretesti che mi ero inventato mi sembravano banali. Alla fine conclusi solo di andare. Mi vestii alla bisogna, come si conviene per una visita di cortesia. Rispolverai cioè la mia giacca e una vecchia cravatta che mi ero fatta prestare scordandomi di restituirla. Sembravo un liceale alla presentazione alla famiglia. Pettinato con attenzione. Mi sentivo ridicolo. Ero così anonimo. Così uguale a tante foto ricordo e alle immagini per i documenti. Sarei andato anche per un funerale, o un matrimonio. Mi sono ricordato che non si deve mai lasciare a casa la maschera. Mi accompagnai ancora con tutti i miei dubbi. Vincendo quell’insolita resistenza. Non mi capita mai di interessarmi agli affari degli altri. Avevo preferito non informare della mia visita. Riflettei se era il caso di presentarmi con dei fiori ma convenni che non lo era. Passai anche diritto davanti alla pasticceria. Non avevo il minimo sospetto di cosa aspettarmi.
Cercai nel marmo la targhetta d’ottone: avv. Sereni. Mi annunciai al video-citofono: “Sono un amico di Lorenzo”. Dopo un lungo attimo un suono secco mi avvisò che era aperto il portone. La voce all’apparecchio, un po’ meccanica, mi indicò il piano. Preferii salire con l’ascensore. Mi aspettava all’ingresso. Allontanò rapidamente un interrogativo. Rinnegò quell’impaccio che ci vedeva in piedi a guardarci, a studiarci. Mi invitò ad entrare con un sorriso cortese e un gesto della mano: “Prego”. Mi sentii di accedere in un altro mondo, di invadere uno spazio confidenziale. Mi pentii della mia decisione, ma non potevo scappare. Provai un senso di vigliaccheria e di mascalzonaggine. L’aria era immobile e inodore. Priva di suoni. Così le nostre voci tintinnavano nel vuoto. La sua mi sembrò al primo istante caramellosa. Carica di ricercata ma forzata cortesia.
Mi porse la mano: “Possiamo darci del tu? vero. Non ti da fastidio”? Le sue dita si abbandonarono tra le mie, fragili. Le stringi delicatamente come per paura di romperle. Il suo sguardo diretto moltiplicava la mia inadeguatezza: “Maddalena, giusto”? Di lei avevo saputo quasi solo il nome. Dall’inizio della loro storia ci eravamo visti sempre meno. Avevo letto la sua soddisfazione dagli occhi e da piccoli segnali. Per varie ragioni non si era mai soffermato troppo su lei. A quel tempo non aveva destato la mia curiosità. Ero solo contento per lui. Poi la tragica notizia. E quel qualcosa che non si incastrava. Le disgrazie succedono, ma lui non era tipo da cercarle o costruirle. Ed era un tipo innamorato.
Non sembrava né sorpresa né confusa. “Scusami. Non aspettavo visite”. Solo avvicinandosi aveva un sapore agro-dolce. Camminava su quei tacchi con diligente perizia e i tappeti occultavano i suoni dei passi. Mi faceva strada. La seguivo da presso. A rifletterci quegli spazi promettevano una percezione di angoscia. L’individuo si sentiva perso. Piccolo. E le voci trascinavano con sé un tenue eco. Pareva mancare il senso delle proporzioni. E tutto sembrava fin troppo in ordine. Lei stessa lo era. Si accomodò su un ampio divano e mi fece accomodare davanti a lei. Sprofondai in una inaspettata comodità. Non avevo la più pallida idea da dove potevo cominciare. Non avevo nemmeno sospetti, solo un senso di malessere; confuso. E lei era donna da destare curiosità. Nemmeno seppi afferrarne il motivo.
Ti scoccia se restiamo qui”? Sembrava stesse aspettandomi. O forse aspettava qualcun altro. Il tè era ancora caldo: “Limone, vero”? Lo versò e aggiunse i due cucchiaini di zucchero, proprio come piace a me. Sorrise. Lo mescolò lentamente guardandomi negli occhi. Mi porse la tazzina. La tazzina oscillò sul piattino. Lei lo prese con il latte. Facendo attenzione a non lasciare tracce di rossetto. In quel preciso momento squillò il cellulare. Controllò il numero, mi chiese scusa e uscì dalla stanza per rispondere alla chiamata. Al ritorno spense il telefonino davanti a me spazientita con un gesto marcato a mio beneficio: “Non voglio che ci disturbino”. Poi lo appoggiò sul tavolino. Riprese il suo tè. Lo portò nuovamente alle labbra con attenzione, senza distogliere gli occhi. Ne ricavò una smorfia schifata e tornò a posare la tazzina. Probabilmente nel frattempo s’era freddato. “Allora… cosa volevi sapere”?
Ebbi la netta sensazione che lo sapesse. E non c’era nessun mistero. Nulla da scoprire. “Cerco notizie di un amico”. La cosa mi appariva ancora così… inverosimile. Mi accorsi che di tanto in tanto frugalmente si controllava nello specchio che avevo alle mie spalle. Quando lo faceva ne usciva perlopiù soddisfatta di sé. Piccole cose che non sfuggivano alla mia attenzione. Ancora non riuscivo a inquadrare quella donna. E non mi sembrava la donna adatta per lui. Qualcosa strideva. Non era come me l’ero aspettata. Non avvertivo veri sentimenti. Cercai di rompere quel mieloso incanto. Ero andato per quello: “Lorenzo aveva idee a modo suo, ma non era cattivo. Un po’ così. Da artista. Ma lui era un artista”.
La cosa più incredibile era che s’era trasformato tutto in bianco e nero. Lo realizzai solo in quel momento. I colori erano sfumati lentamente, s’erano dissolti. Tutto come un vecchio film. Con una fotografia curata. Con i dettagli eppure nitidi. Ma era come insapore. Mi sentivo finto. E la sentivo finta. Eravamo la schermaglia attenta di due persone che si esplorano. Che si cercano senza avere un vero desiderio di conoscersi. Distaccate quel tanto che basta per restarsi estranee. Diffidenti. Almeno io lo ero. E quella casa era piena di domande a cui non sapevo rispondere. Pensai alle cose più improbabili per rompere e superare quella patina di distacco. Per scuotere quella presunta saggezza. Quel finto buonsenso. L’aria da persona per bene. La sua attenzione per non provocare vere reazioni. Veri sentimenti. Impulsi. Tutto quello faceva sembrare normale l’assenza di colore. Lei riusciva a controllare ogni minimo particolare. Era solo la copertina di una rivista patinata: “Per lui sembrava tutto così importante. Ma se ci pensi”.
Restai sorpreso quando aggiunse che non aveva lasciato niente. Era un tipo sempre in preda delle sue fantasie. Un tipo estremamente creativo. Non riuscivo a crederci. Non me lo raffiguravo con le mani in mano. Ad ogni incontro non riusciva a trattenere l’entusiasmo per il nuovo suo ultimo progetto. Mi riempiva di parole e di eccitazione, persino di frenesia. Ed era curioso di tutto. La osservai attentamente senza capire. Non la sentii quando mi disse che non aveva spiegazioni. Ricordo solo che non mi parve disperata; nemmeno dispiaciuta. Era solo una sensazione. Mi sembrava passato troppo poco tempo perché fosse già tornata così padrona di sé. E la sua cortesia rasentava quasi il corteggiamento. O almeno la disponibilità al corteggiamento. Ma forse son sempre stato un briciolo moralista. “Se mi posso permettere, io penso che non si possa pretendere di più. Il problema è nel sapere accettarsi. Nell’essere quello che siamo”. Certamente sbagliavo tutto. E lei senz’altro non se lo meritava. Eppure non percepivo distinti sentimenti nelle sue pose, nella sua voce. Mi aspettavo… non so cosa, ma qualcosa di diverso. Speravo di non trovare disperazione, ma era un pensiero egoista. Certo avevo immaginato una sorda tristezza. Un muto sconforto. Di non sapere in che formule rifugiarmi. All’estremo di non essere ricevuto. Dovrei governare questa apprensione e il vizio di immaginare le cose. Di volerle anticipare.
Accennò di sfuggita a com’era bella la concordia: “Vedi questa casa”. Criticava quelli che avendo meno non sapevano accontentarsi. “Sono cose della vita. Non trovi”? Non volli contraddirla. La lasciai proseguire distrattamente. La sua voce era solo un suono. Avevo un dubbio, ma mi sembrò che quello non posso il posto adatto per esprimerlo. Nemmeno il momento. In realtà provai la percezione che quello fosse un posto dove potevano alloggiare solo certezze. E fuori non era un grande idilio. Era solo che in un qualche modo che non aveva risposta le coscienze erano assopite. E il racconto della sofferenza era semplicemente diventato indecente. La povertà vergognosa. La miseria un crimine. L’ultimo dolore rimasto era quello del cuore. Si poteva ancora morire d’amore. Se avesse continuato a parlare credo che quelle sarebbero state le verità che mi avrebbe spiegato: come governare la dignità nel silenzio.
Spesso le mie cose riesco a tenerle per me. Non mi piaceva che qualcuno avesse una parte scritta che avrei dovuto interpretare. Nemmeno io ritenevo consolatorio che alla fine bene o male c’è la possibilità di una comparsata per tutti. Non mi interessava la notorietà, non era il mio scopo e non rispondeva ai miei disagi. Ma erano loro, i miei disagi, ad essere fuorilegge. Nego che siamo tutti uguali e tutti tesi ad un fine che è quello di curarsi solo di noi stessi. Ma non vado a sbandierare le mie idee in giro come faceva lui. Ed era quel plurale che mi avrebbe denunciato. Eppure dovetti confessare che la prima impressione non le rendeva giustizia. Il tono della voce, i riflessi degli occhi o il mondo di guardarti diritto negl’occhi, le sue pose sempre attente, i gesti calcolati, il trucco curato, il corpo che si poteva intuire sotto, quell’aria disinteressata e poi attenta, il rossetto, una sorta di magnetismo, l’insieme delle cose ne facevano una donna affascinante. Non era facile distrarsi da lei. Era come se fossi sempre interessato al momento successivo. Ad avere qualcosa di più.
Scusami, ma parlarne mi mette ancora un po’ a disagio. E’ come sé fosse… Magari mi riuscirà più facile tra un po’. Con una maggior confidenza. Non mi aveva parlato”…
Provai un bisogno impellente di fumare. “Fuma pure. Qualche volta anch’io. Una o due. E’ l’unico vizio che mi concedo.” –si illuminò di un fugace sorriso malizioso– “Insomma… quasi. Soprattutto dopo… capisci?” –e spinse verso me un posacenere immacolato che non avevo notato. Gliene porsi una: “Non dovrei”. Mi ringraziò, la prese e gliela accesi. La fumò con lenta voluttà. Socchiudendo a tratti gli occhi. Trattenendo il fumo in bocca, assaporandolo con piacere per poi soffiarlo fuori con un lungo sospiro. “Non pensare che”… Avevo fissato tutta la mia attenzione su un quadro. Prima non l’avevo notato. Spense la cicca ripetutamente quasi con crudeltà, come si dovesse rimproverare di aver ceduto a quella debolezza. Fece il gesto di cercare di sentire l’odore del fumo nel suo alito. Trattenni l’istinto di sorridere. Notai le unghie perfettamente laccate. E affilate come rasoi. Sospettai che dietro quella patina si nascondesse una belva. Fu il pensiero di un attimo. Ammorbidì i tratti del suo volto: “Resti per cena, vero? Non puoi… Faccio in un attimo. Intanto ti faccio vedere la stanza”.
Ora che ci penso non credo di aver visto in tutta la casa un libro. Né un gatto. Né segni del passaggio di bambini. Non in quelle stanze. Sembrava un set. Persino la cena era stata ottima ma non c’era nessun odore di cucina. Ed era stata fin troppo veloce. Di proposito ero stato attento a non eccedere col vino. Lei mi incoraggiava ma io volevo mantenermi lucido. Diffidavo. Solo una certa circospezione in fondo a me. Il bisogno di sentirmi rassicurato. Una casa troppo grande. Degli agi a cui non ero abituato. Tutto troppo facile. Il rimpianto per un amico. Un letto soffice. Una donna che non era mia. Abbassai la luce. Mi aspettai di sentirla bussare alla porta. Forse lo sperai. Di sentila scivolare nella stanza. Immaginai il modo. I suoni. Mi illusi che lei si aspettasse che fossi io a cercare la sua stanza. Ammetto di esserne rimasto dolcemente deluso. Tornai a sentirmi stupido. Non riuscivo ad aver voglia di dormire.
Trovai alcune pagine di diario in fondo ad un cassetto. Era un diario stranamente a più mani. Erano storie che si reiteravano, tranne piccoli particolari erano tutte uguali. Il senso di vertigine da agorafobia. Come imprigionato in un sotto vuoto spinto. La mancanza d’aria. L’incontro con una sorta di propria immagine riflessa. Storie dell’incredibile ripetute come tanti paragrafi sbagliati. Una stampa che riproduceva più volte uno stesso capitolo. La cosa mi incuriosiva ma non riusciva ad affascinarmi. Potevano essere prove di scrittura. Lo scorsi finché non riconobbi la sua calligrafia. Mi apprestai concentrato alla lettura. Le ore correvano più veloci di quanto lo potessi avvertire. E poi la sentii anch’io, la voce. Ed ero ancora perfettamente sveglio: “Rilassati. Non resistere”.
Fu solo allora che mi decisi veramente. Percorsi il corridoio in assoluto silenzio. Non feci alcuna fatica a trovare la sua camera. Ammirai il corpo di quella donna fasciato nella vestaglia, sprofondato nell’enorme letto. La sollevai tra le braccia con cautela e attenzione. Lei non sembrò svegliarsi o almeno seppe fingere perfettamente un sonno quieto. La sporsi dalla finestra e solo allora lei aprì gli occhi e mi sorrise. Allargai le labbra e la lasciai cadere. La osservai precipitare senza emettere un solo grido, nel completo silenzio tranne il tonfo sulle pietre del marciapiede. Era ancora notte. Cercai la chiave e la trovai nel cassetto del comodino. Riordinai un po’ le cose cercando di cancellare ogni segno del mio passaggio. Mi chiusi la porta dietro le spalle e me ne andai mentre ancora tutti dormivano.

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Quando sono andato a stare a casa di Maddalena credevo di aver realizzato il più grande dei miei sogni. Avevo imparato ad amare profondamente quella donna ed ero certo che nulla avrebbe potuto dividerci. Era stata lei e chiedermelo. Non ci ho pensato un attimo. Ho raccolto le mie cose ed ero già in quella sorta di immenso appartamento che mi appariva una reggia. Stanze dopo stanze e tutte luminose e spaziose. Ricordo che mi chiesi come avremmo potuto permettercelo, anzi come lei poteva. Lo so che può sembrare un pensiero fin troppo meschino. Decisi semplicemente di non pensarci. E forse questo fa parte della mia condanna. Forse sono sempre stato un po’ avventato, e un po’ superficiale. Ma almeno inizialmente tutto sembrava volermi far vivere come in una favola.
La magione occupava un intero piano di un vecchio palazzo in stile impero. Mi perdevo continuamente tra sale e corridoi. E provavo continuamente la sorpresa di una prima volta. Non ho mai avuto un gran senso dell’orientamento, ma pensavo che sarebbe stata una sensazione solo transitoria, che sarebbe passata col tempo. Certo fin dall’inizio una cosa aumentava il mio senso di disagio: la presenza di chi aveva abitato in quegli ambienti prima di me. C’erano qua e là foto di altri uomini. Di alcuni degli uomini che erano stati i compagni nella vita di Maddalena. Soprattutto uno. Credo avesse avuto un posto speciale nel suo cuore. E che un po’ lo mantenesse nei suoi ricordi. Provavo una sorta di invidia e di stizza anche se non sono mai stati geloso in vita mia. Certo con lei è stato tutto, fin dall’inizio, diverso. Ma sorvolavo su quelli che mi sembravano meschini turbamenti, specialmente quando lei rientrava e mi era vicina. Lei era molto attenta e anche molto appassionata. Non ne parlammo mai. Perché avrei dovuto? Per sentirmi semplicemente dire con un sorriso quanto ero stupido?
Da una stanza un po’ più piccola delle altre avevamo ricavato uno studiolo per me. Ci passavo gran parte delle mie giornate. Poi tornavo a immergermi in quell’universo e a perdermici nella sorpresa che non smetteva mai. La mia era un’attesa di lei. Non uscivo mai e non ne avevo il motivo. Eppure giravo portandomi appresso quella stessa inconsistente angoscia che mi aveva accolto fin dall’inizio. Più volte decisi di dirlo ma sempre all’ultimo ci rinunciavo trovandolo ridicolo. Non c’era nulla che non andava e, come detto, quando arrivava la sua sola presenza cancellava ogni mio malumore. Intanto non riuscivo ad essere soddisfatto di nessuna mia idea. Il mio lavoro non procedeva. Tutto mi appariva banale. Scartai l’idea di fare un ritratto di lei o di qualcuna delle persone di quelle foto. Quando gli chiedevo del suo passato lei in qualche modo sviava la conversazione. Non riuscivo mai ad avere risposte esaustive, nemmeno approssimative. Solo qualche vago nome. Qualche riferimento ad un viaggio, ad un anno lontano.
Lei si dimostrò anche una bravissima cuoca. Avevo da mangiare e da bere e tutto quello che mi poteva occorrere. Quando mi annoiavo accendevo la televisione ma poi non la guardavo. Finché non mi prese una smania strana di uscire, ma dopo aver faticato a trovare la porta mi accorsi che era chiusa. Certo doveva averlo fatto sbadatamente. Ecco perché non mi aveva detto nulla. Certo era persona da avere mille riguardi e anche qualche apprensione in più. Mi aveva confessato di aver già ricevuto la visita di ladri e di essere stata derubata. Mi scordai di chiederle se c’era un’altra ragione per la quale si chiudesse la porta dietro le spalle. Né di farmi fornire una copia delle chiavi. In fondo era una smania strana e tra quelle mura non mi mancava niente. Eppure cominciai a sentire come se mi mancasse l’aria. Mi affacciavo alla finestra ma arrivavano pochi rumori attutiti di macchine. Erano rari i pedoni che transitavano e che guardavo dall’alto passare schiacciati sul marciapiede. La costruzione dava su di una via poco frequentata. Eravamo isolati ed ero isolato. Non erano finestre che raccontassero qualche storia. Era cose se si affacciassero sul niente. Oltretutto non ho mai ricevuto molte telefonate, non sono tipo da stare a parlare a una persona che non c’è, con qualcuno che non posso guardare negli occhi. Vengono proprio a mancarmi le parole. In più la linea era staccata. Ormai tutto il mio universo era circondato in quelle pareti. E continuavo a ripetermi che tutto andava bene. In verità cosa avrei potuto desiderare di più?
Ero tranquillo, immerso nel silenzio. Potevo inseguire solo le mie ispirazioni, solo che quelle non venivano più. Ero ormai un artista senza la sua arte. Frugavo in me senza trovare nessun filo, nessun bandolo della matassa. Ne uscivo nervoso ed estenuato. Le giornate si dipanavano una uguale all’altra. Erano solo attesa, ma il lavoro la impegnava sempre più. E la sera avevo preso ad accendere la luce prima di entrare in ogni stanza. Mi dava angoscia il modo in cui si allungavano le ombre sui mobili. Quel silenzio e quel buio. Persino l’odore di quel legno. La proiezione di quell’attaccapanni con le giacche appese. Non mi restava che aspettare il suo ritorno. Poi la passione pian piano si attenuò. Io continuavo a desiderarla, ma per qualche stanchezza o per i motivi più banali era sempre più difficile avere dei momenti tutti per noi; di intimità. Non ricevevamo visite. Il mondo restava fuori. Si può dire che vivevamo appartati. Ma lei lavorava molto e rincasava sempre più tardi e sempre più affaticata. Semplicemente quando mi coricavo lei era sempre già addormentata. Mi limitavo a farmi vicino e inebriarmi del tepore che emanava dal suo corpo. Quell’amore si stava trasformando in una deliziosa adorazione. E in quei nostri momenti le avrei perdonato qualunque cosa.
Ma avevo ripreso a faticare prima di prendere il sonno. Ero preda dei più strani e intricati pensieri. Mi sembrava di buttare le mie ore. Poi mi spingevo a fare un riassunto della giornata e lì non c’erra nulla. Questo non mi consolava. Mi sembrava di sfiorare qualche idea, anche buona. Persino di afferrarla. Mi sentivo in preda alla vena creativa. La pigrizia mi imprigionava a letto. Facevo ricorso alla pazienza. Di solito il sonno tardava più del dovuto. Oltre quanto è immaginabile. Credevo di sentire fuori i primi timidi rumori del mattino. Di intravvedere la luce dietro le bugie. E poi sognavo. Sognavo i sogni più strani. Intricati e tumultuosi. Ho sempre sognato molto. La maggior parte non mi lasciavano ricordi al mattino. Non li hanno mai lasciati. Tranne qualcuno che tornava ripetutamente, sia durante le ore di sonno sia poi nella giornata. Non ci avevo mai dato importanza. Una cosa però aveva cominciato ad invadere quelle notti, un’ossessione reiterata. Ora sopra i sogni c’era una voce suadente, che li sovrastava, che mi ripeteva: “Rilassati. Non resistere”. Una voce fuori campo. Non capivo quelle parole ma mi lasciavano al mattino una sorta di leggera angoscia: “Rilassati. Non resistere”.
Finché non cominciai ad avvertire un’altra presenza in quella casa immensa. Qualcuno o qualcosa che non riuscivo ad incontrare. Non ho mai creduto ai fantasmi o a cose simili e mi sentii stupido. Cercai di occupare la mente con altri pensieri. Aprii un armadio e ci trovai alcuni indumenti che non ricordavo di aver mai posseduto. C’era qualcosa di molto strano in tutto quello. Poi spalancai una porta e me lo trovai davanti. Lo fissavo e lui mi fissava. Aveva la mia stessa altezza. I miei stessi occhi. Stessi capelli. Stessa cicatrice sopra il labbro, ricordo di un incidente di bicicletta da bambino. Mi pareva di guardarmi in uno specchio. Quell’altro era la mia copia perfetta. Ero io. Scossi il capo per l’incredulità. Feci per parlare ma dalla mia bocca non uscì suono. Lui scoppiò in una risata fragorosa probabilmente vedendo la mia meraviglia: “Sì! io sono te”. Mi avvisò che doveva uscire e mi chiese se mi serviva qualcosa: “Di uscire”. Rise nuovamente: “Questo non è possibile. Non c’è niente fuori. E tu non sei ancora pronto”. Non mi serviva che la mia libertà, ma cos’era la mia libertà? Spazientito gli chiesi quando sarebbe tornata Maddalena. Parve deluso: “Allora non capisci, lei non torna. Non almeno finché non smetti di resistere”. Riconobbi la voce. Cercai di avere spiegazioni: “Devi imparare a non pensare. Non c’è altro mondo. Né altro modo”. Dentro me lo mandai affanculo, gli girai le spalle e lo lasciai lì. Accesi la tele, davano il telegiornale. Ero certo di averle già viste quelle notizie. Girai e in ogni canale la stessa voce non faceva altro che ripetere le stesse parole.
A rifletterci meglio una cosa c’era che non andava: lui, l’altro me, era mancino. Mi chiesi se lei ne era innamorata. Innamorata della mia coppia. Come avrei potuto ribellarmi? E mi tornarono nella mente le parole che sovrastavano i miei sonni. Non avevo altra spiegazione che nel biglietto che trovai e che mi aveva lasciato sul comodino: “Ogni pensiero rompe la meravigliosa armonia dell’universo”. Mi stropicciai gli occhi. Niente aveva senso. Controllai su televideo ormai senza speranza. La mia attenzione venne richiamata da una notizia dell’ultima ora da parte del ministero delle comunicazioni. Su quelli che venivano definiti piccoli e sporadici gruppi di resistenza di quattro gatti, di filosofi e poeti: “Dissentire è oltre che inutile insensato. Cosa vogliono di più in questa società perfetta”? I nostri leaders erano fiduciosi in una veloce opera di bonifica di quella obiezione incomprensibile, anzi astrusa, ed erano certi che presto anche l’Italia si sarebbe allineata con tutti gli altri paesi civili e democratici. Non mi chiesi perché la notizia mi avesse gettato nell’ansia. Semplicemente spensi la televisione. Scrissi in un biglietto un laconico: “Ti amo” –per lei. Non mi importava cosa ne sarebbe stato di lui, del mio altro io. Mi chiusi in bagno e mi immersi nell’acqua. Affondai la lametta nel polso e incisi verso l’alto per essere sicuro, poi mi misi ad attendere.

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ResistenzeParole frettolose. La notizia arriva veloce: il prefetto ha dato l’assenso alla fiamma di sfilare per il centro storico di Venezia. Di quella Venezia resistente e cosmopolita. Di quella Venezia che forse è solo ormai dentro di noi. La cosa è inaccettabile. Si sperava nel sindaco; niente. Venezia è ancora “rossa”?
Non bastasse come provocazione “quelli” vogliono passare per il ghetto. Si sperava nel sindacato. Nell’orgoglio. Nell’amor proprio. Si sperava. In consiglio protesta la solita minoranza della maggioranza.
Siamo lì e non siamo soli, anche se non conto le defezioni, e sono troppe.
Ci sono quelli dei centri sociali. Hanno preparato il campo come una festa. C’è la musica, la nostra musica. E quella etnica. Invidio la maglietta di uno, dice: “scudo umano”. Anche quella è rossa. La nostra rabbia è indignazione.
Sono quelli stessi che bruciano i barboni. Che vorrebbero farlo anche con i locali dove si trovano i compagni. Che vorrebbero cacciare i migranti, meglio non farli entrare. Uccidere, appunto, gli ebrei.
Arrivano dei ragazzi. Sono quelli dell’onda. Hanno i caschi come se fossero arrivati in moto. Fisici esili e quel viso da adolescenti. Si passano le birre senza gettare i vuoti. Ho l’impressione che parlino in più. Si accendono lo spino. Sono caldi; troppo. Sembrano fragili come sbadigli.
Tirano sul viso le Kefiah.
Le tute bianche in borghese.
Osservo la disposizione dei banchi di frutta e verdura. Bastiamo in quattro per farli barricate, servisse. Di qui non passa nemmeno fosse l’esercito.
In fondo mi spiace che non li abbiano fatti passare.
Mi metto a sinistra. Lei mi chiama. Non posso stare al centro, nel ventre molle. Se c’è da menare non servirei.
La città è con noi.
E’ con noi?

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ResistenzeA Padova, dopo l’uscita del Concetto, il professor Marchesi, ci si studiava con sospetto. Non per quel suo invito, certo. Solo perché i tempi si facevano ancora più bui. Tutto stava finendo ma tutto non voleva finire. Il vecchio regime mica voleva mollare l’osso. I colpi di coda dell’animale ferito. La rabbia. Ci si guardava le spalle. Avevano chiuso anche il giornalino clandestino. E ne avevano presi un po’. Anche il Simonelli che era ancora un ragazzino. Proprio un ragazzino. Non era nemmeno ancora iscritto. E Barnaba era troppo entusiasta. Era troppo ciarliero. Forse nemmeno lo faceva apposta, ma c’era qualcosa in quel suo parlare. Il quel suo chiedere, a tratti insistente, tra un silenzio e un imbarazzo. Per quel suo voler partecipare. E poi non mi era mai del tutto piaciuto. Troppo impettito. Troppo figlio di papà. E di un papà che era stato fin troppo in affari. Era sempre lui a cercarmi. Era ancora solo lui a credere che la nostra fosse vera amicizia: “Hai sentito di quelli della redazione”? E io spesso facevo a non sentirlo. “Chissà che gli faranno, adesso? Poveri ragazzi”. Io alzavo le spalle: “Chi? Studio chimica. Non ne so di queste cose”. Finiva che ci credevo anch’io. Non parlavo con nessuno. Preferivo starmene sulle mie e il silenzio.
Cosa dici? Per me il Duce è finito. E’ tornato ma non è più lui. E’ finito. Ti dico. Dobbiamo pensare al domani. A un nuovo giorno per la nostra Italia. In fondo li ammiravo quei ragazzi. Vorrei avere il loro coraggio. Vorrei dare anch’io il mio contributo. Se solo sapessi come fare”. Intorno a lui stranamente si faceva il deserto. Del suo corso erano rimasti in pochi. Prima o subito quelli che parlavano con lui, stranamente, venivano presi. O li vedevi seguiti. Muoversi con gli occhi addosso, in attesa di un gesto, del pesce più grosso. Che li conducessero dai grandi. Da chi comandava. O forse era solo una mia impressione. Ma stavo male. Si dubitava di tutti. Persino dei nostri giornali. E così dicevo quelle frasi mozze cercando di dar a vedere che ci credevo veramente: “Se uno comanda è perché è lì per comandare. Penso solo che lo dovrebbero lasciar fare”.
Hanno detto che il Cartini non sembra nemmeno più lui. E non può tornare in facoltà. Non ci tornerebbe comunque ma… proprio male. Sono andati duri e di brutto; con lui. Non c’è nessuno che alla fine non parli. Sembra abbia fatto qualche nome. Perché non ne poteva proprio più. Non si sa se tornerà a vedere da quell’occhio. E anche di peggio. Perché non poteva farne a meno. E poi… Nomi che glieli mettevano loro in bocca”. Intanto arrivavano notizie dal fronte. Alcune buone e altre meno. E io pensavo che chi voleva se le doveva cercare per conto suo. E a sentire quelli invece si stava vincendo. Ed erano baldanzosi vicino ai tedeschi: “No! non l’ho nemmeno mai incontrato. Vedrai che alla fine tutto torna come prima. Era a legge”?
E lo guardavo con attenzione. Ci pensavo su, a volte. Anche di notte. Leggevo i comunicati e poi li distruggevo subito. Si invitava a creare le cellule per domani. Io andavo molto cauto. Certe cose, in certi momenti, non si scrivono sui muri. O si scrivono sui muri ma solo di notte, e quando nessuno vede o può vedere. E da soli. Ero molto isolato. Colpa proprio appunto di quei giorni.
Prima parlavo con il Giulio, con mille precauzioni. Poi aveva passato i suoi guai anche lui. E allora… meglio stare in campana. Ascoltavo le voci. Annusavo l’aria. Non si poteva fare molto di più. E del poco meno si parlava meglio era. Certo consegnavo i pacchi della propaganda. Facevo il palo. La strizza comunque era tanta. Dopo sono eroi ma prima sono uomini. Tenevo una mauser ma tra le radici d’un platano. Sotto un bel po’ di terra. E Barnaba continuava a dire: “Bisognerebbe fare qualcosa”. E io: “Cosa? Meglio lasciar fare a chi sa fare. Per quanto brutta sia meglio non rischiare che potrebbe essere peggio”. Lui era testardo ma pareva pian piano rassegnarsi. Punzecchiava altri. Veniva e andava. Per un po’ spariva. Diceva di essere comunista. Un altro giorno di avere simpatie anarchiche. Ogni giorno una. Ad ascoltarlo si capiva che non sapeva di cosa parlava. Confondeva i Socialisti con quelli Giustizia. E quelli di Giustizia coi Badogliani.
Poi un giorno abbiamo visto Stefano ficcare frettolosamente volantini in una borsa. Era stato svelto e speravo che l’altro non se ne fosse accorto. Non lo stimavo niente, per me era un idiota. Ho cercato di distrarlo facendo anch’io finta di non essermi accorto. E ho evitato di salutarlo, a Stefano. Quella sera non ho nemmeno acceso la radio. Dopo due giorni sono andati a prenderlo a casa, Stefano. E Barnaba mi ha detto: “Hai sentito di quello? Credo si chiami Stefano Albrighi”. E io: “Stefano chi”? Così lui capisce e lascia stare. Io lascio un paio di appunti su alcuni testi, quelli convenuti. Il sabato sera ci si trova tutti al corso. Ognuno sembra bighellonare per sé. Aspettiamo il buio e poi si va. Lo si aspetta davanti a casa. Ci si tira su il fazzoletto, rosso, e giù botte. Piange, borbotta, impreca e prega. Chiama in soccorso tutto il fascio e ogni dio che conosce. Chiede cosa ha fatto. Poi non gli resta più voce. Gli do un calcio prima di andare. Facendo attenzione di non sporcarmi le scarpe di sangue. E si va ognuno per la sua strada.
Niente e delicato in giorni come questi. Anche i buoni debbono farsi cattivi. Un mese dopo vado a trovarlo all’ospedale. E’ ancora immobile e fatica a parlare. “Cos’hai fatto? Perché ti sei voluto immischiare? Sai che con quelli non c’è da scherzare. Soprattutto in questi giorni che sono più cattivi che mai”. Mi cerca di dire: “Non son stati quelli del fascio”. Gli spiego: “Chi vuoi sia stato? Solo loro sono così bestie. Magari hai fatto qualcosa e nemmeno lo sai. Non sei il primo. Non sarai l’ultimo. Forse. Credimi sono stati i camerati”. Gli lascio la scatola di biscotti. Il giorno dopo ho preso il treno e sono andato verso Roma. Lì si ricominciava tutto. Ormai il Partito aveva lanciato il comunicato: Compagni è il momento della lotta.

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ResistenzeIl 25 aprile mica è un giorno. Almeno quello di venticinque aprile. Quello è stato tutta una stagione lunga. E’ stato tanti giorni e tante cose. Naturalmente. E’ lungo e inutile cercare di raccontarlo. Tutti ci hanno provato. Nessuno c’è riuscito. Almeno del nostro. In tre avevano messo una croce sul federale. Erano andati di notte. Di Nardo avevan bruciato il fienile. Cose di poco conto. Uno aveva picchiato il prete. E poi tagliato il cordone delle campane. Sbagliato. Ragazzate. Invece la su’ donna era proprio spia. E allora la si era rapata. Sbattuta in strada. La pena è pena, ma aveva tradito. E il fango era il suo posto. Qualcuno ha sistemato vecchie beghe. Lontani rancori. Persino storie per un piccolo campo. E anche cose di cazzotti. E cose da brilli. Son cose che succedono in momenti come quelli. Brutte ma naturali. Si sanno. E il Giorgino s’è fatto finalmente la Berta. L’ha messa sotto come un vero omo. Sbattuta nel fieno. Le brache mezze su e mezze già dalla fretta. E lei a far finta che non voleva. E noi a dirgli bravo. Era la su prima, ma s’è fatto subito anche la seconda. C’aveva perso la bava e il senno per mesi. E nei boschi non parlava d’altro. Quando torno… quando torno… Cosa credete?… Lei di qua. Lei di là. Voglio proprio che sia una bella. Che ci ha fatto una testa rintronata. E ci voleva scendere per vedere come stava. E noi a tenerlo per le braccia. Mica potevamo rubargli il su sogno. Tra noi si sapeva che nun l’aveva mai fatto. E in giro si spandeva una cosa strana. Assieme all’allegria. Una specie di cosa appiccicosa. E la stanchezza. Allora ci si è trovati tra noi. Tra quelli buoni. Compagni ma i più Compagni. Ne avevamo viste troppe. Ancora non ci si fidava. Come non fosse finito niente. E si parlava con voci basse. Come se ci si dicesse dei grandi segreti.
E cosa l’ha detto il Togliatti”?
Di consegnare le armi”.
E il Partito”?
Lo stesso: di consegnare le armi. Ch’è tutto è finito”.
E il Giuseppe”?
Stesse cose ma in russo. Insomma… che si vince ma con le elezioni”.
Chi l’ha detto”?
L’ha detto il giornale. Che era scritto sul loro di Giornale. Proprio su quella Pravda”.
Amaro: “Anche baffone ha tradito la rivoluzione”.
Si è guardato il Plinio, tutti, sembrava una bestemmia. E allora ha spiegato: “Quando uno si crede la Rivoluzione è perso. La Rivoluzione la fa la gente, il popolo. Mica il capo”.
Ma che hanno capito tutti”?
Non è finito nulla. Ma se non s’è nemmeno cominciato”.
Che si fa, Compagni”?
Gualtiero ha un sorriso strano: “Intanto si fa. Si consegna le armi. Ma si fa a modo nostro”.
E così s’è andati tutti. Tutti i ragazzi del ventotto. Ci si chiamava così tra noi, proprio quelli del ventotto, anche se i più nel ventotto manco eran nati. Il Carminio aveva portato il suo vecchio schioppo da caccia che c’andava ancora col padre, a lepri e fagiani, diceva lui, ma sparava a’ passeri. Il Genovese, che ci godeva proprio alla burla, aveva consegnato la su’ fionda di quand’era bambino, ridendo come un matto. Ma nascondendo quel riso con la mano, ma non riuscendoci proprio. Anche noi si rideva conoscendolo. E si faticava a finger di esser seri. Poi la pistola del federale senza il cane. L’abito del prete. E cose così; tutti. Tutte in un grande mucchio. Nel mezzo della piazza.
E ora che si fa, Compagni”?
Io vado dal Tito”.
Il Genovese non era per nulla genovese. Era venuto dall’Istria con gli sfollati ma era di Adria. Cose così: “Attento che quelli, gli Ustascia, sembran sian pazzi. E che ce l’abbian con tutti”.
Ci vado, vedo e passo. Cerco dov’è. Non son bono a star con una mano dentro l’altra”.
Se la trovi”…
Non è che ciò speranze ma se la trovo, la Rivoluzione, vi mando ‘na cartolina”.
Bravo. E noi”?
”.
E il Giorgino? Chi lo avverte”?
Lu ci à la su Berta. Ha solo la sua Berta. In testa. Spettiamo gli passi. Gli passa. Gli passa”.
”.
Noi si fa i’ nostro Soviet. Ci teniamo pronti. Solo tra noi. Tacere si tace. E si aspetta. Silenzio. Anche tu Giano. Ma si aspetta il momento bono. Perché torna, diobenito se torna. Per gli sfruttati. Per chi soffre. Per il mi’ babbo. Per tutto il sudore sulla terra. Per quella nostra terra. Per la libertà. E noi ci si fa trovare pronti”.

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