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Posts Tagged ‘ribellione’

220px-venezia_aprile_1945Entro all’ANPI: “Ma ci siamo ammattiti tutti”? Si fa presto a dire stai calmo. E aggiungo “Cazzo!” –perché un bel Cazzo! ci vuole e ci sta sempre bene. E fortuna che non mi è scappato un porco. Più che fortuna è un caso, o mi sto rincoglionendo. Quando ci vuole ci vuole. Dire che sono fuori di me è ridurre il problema; è decisamente minimizzare. “Che cazzo –sono solo al secondo ed è un vero record– vuol dire calmati”? Non mi riesce nemmeno di parlare.
Come cosa c’è? Ma non li avete gli occhi? Vi siete tutti rincoglioniti”?
Bada come parli”.
Dico quello che va detto”.
Lo vuoi capire che quello è il passato”?
Sappiamo tutti che quello faceva la spia”.
Non ci devi pensare”.
E anche il mercato nero”.
E’ questo che dobbiamo fare. Perché non si dimentichi”.
E intanto noi si faceva la fame”.
Capire ti capisco, ma dobbiamo andare avanti. Ora c’è la repubblica”…
E voi dov’eravate”?
La vuoi capire che è finita”?
Diobonino. Finita un beneamato cazzo”.
Sono arrivati ordini da Roma”.
Stracazzo. Me ne frego di Roma. E di quelli. Io ricevo ordini solo dal Comitato di zona”.
Il Comitato non c’è più. Siamo noi, ora… il Comitato”.
Voi… voi… siete solo una manica di voltagabbana. Voi… voi… potete andare a fare in culo”.
Secondo te cosa si dovrebbe fare”?
Metterli tutti al muro. Tutti a gambe per aria”.
Capisci che non si può fare? C’è l’amnistia”.
Ma quel porco d’un porco”.
Il Partito è sempre più forte”.
Ma ha vinto la ruffiana dei padroni”.[1]
Non fare così”.
Ma dove sono quelli della volante rossa quando serve”?
Quelli sono solo banditi”.
Banditi ci chiamavano loro. Quelli sì che sono ancora compagni”.
Le dobbiamo riconsegnare”.
Io non ci sfilo con loro”.
Cerca di ragionare”.
Sapete dove ve la potete infilare la vostra medaglia? Io me ne vado a Piazzale Loreto[2].

[1] Da Emigrazione di Gualtiero Bertelli.
[2] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia. In ricordo di Ercole Miani e di chi la Resistenza l’ha fatta per davvero e ci ha creduto veramente fino in fondo, anche se questo può non riflettere il loro pensiero o quello di tanti altri: http://it.wikipedia.org/wiki/Ercole_Miani

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pnn-foto1Era solo sabbia e sassi. Se c’era la luna andava più spedita, ma era più pericoloso. Un po’ di batticuore ce l’aveva, ma solo un po’. Sapeva solo che lo doveva fare. Per quei ragazzi. Senza luna era come un buco nero. Anche l’erba un mare nero, immobile. E allora era paura, ma cercava di non pensarci. Si diceva: Quanto siamo stupide noi donne; abbiamo paura del buio e di quello che non vediamo. E se lo diceva in silenzio. E in silenzio faceva tutta la strada. Sulla sua bicicletta. Pedalando veloce. Senza nemmeno fischiettare. Senza nemmeno poter accendere il fanalino. Ma poi quella maledetta sera li aveva visti da lontano. Erano neri come la notte. Neri come la vergogna. Aveva visto le torce, ma era troppo tardi. Non poteva tornare indietro. Non poteva prendere per i campi. Aveva solo il tempo di ingoiare quel biglietto. E di mandarlo giù senza nemmeno un sorso d’acqua.
Dove te ne vai tutta sola, bella ragazza”?
Vado dove debbo andare”.
E sarebbe, se posso chiedere”?
Stavo andando per la mia strada”.
Sei una piccola vipera impertinente”.
So solo che tanti uomini per una donna sola”.
Il porco le scoprì la gamba e lasciò che la sua mano scivolasse sopra. Gli altri maiali ridevano: “Sai che questi posti sono pericolosi, soprattutto di notte”?
Ora sì che ce lo so”.
Non hai paura”?
Ho paura solo per gli assassini”.
Hai visto banditi da queste parti”?
Qui non ci sono banditi”.
Il porco le pizzicò una guancia. Gli altri maiali ridevano: “Sei carina, non vorremmo doverti fare del male”.
Allora posso andare”?
Non così di fretta”.
Mi aspettano”.
E ridevano: “Chi ti sta aspettando; il tuo moroso”?
Non ho moroso”.
Se fai la brava ne avrai tanti di morosi, e anche se non lo fai”.
Me ne basterebbe uno, ma di quelli buoni”.
Noi lo sappiamo che tu sai”.
Io so solo quello che so. E che una ragazza non dovrebbe fermarsi a parlare con degli sconosciuti”.
Le arrivò il primo schiaffo: “Dicci dei banditi”.
Si sentì persa: “Qui non ci sono banditi”.
Dov’è tuo fratello”?
Via, a cercar lavoro”.
Non è qui intorno”?
No che non è qui”.
Schioccò il secondo schiaffo: “Non farmi diventare cattivo”.
Non credo di poter fare di più”.
Dicci dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi”.
Aveva già la rivoltella in mano: “Non farci perdere la pazienza”.
Non posso dire quello che non so”.
Sappiamo che sai”.
Se lo sapete voi”…
Dove si nascondono i banditi”.
Qui non ci sono banditi, solo partigiani”.
Il colpo si perse per le campagne.[1]

[1] E’ solo un piccolo e povero raccontino di fantasia per ricordare tutte le staffette che diedero la vita per una giusta causa. Per ricordare a chi non sa ricordare che la Resistenza non è stata fatta solo da quegli eroi che presero le armi in mano, ma anche da tanto altro popolo. Da tanti uomini e tante donne.

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Era da un po’ con non lo vedevo. Avevo letto il suo messaggio; ero di fretta. Poi mi cadde lo sguardo su quel necrologio. Perché avesse mosso la mia curiosità non lo so? Forse per l’età? Forse perché non lo facevo tipo? Forse perché era la prima persona vicina che mi veniva a mancare. Forse per quelle cose che ti ruminano dentro e non sai spiegare? Nessuno degli amici ne sapeva molto. Alcuni evitavano persino di parlarne. Alla fine ho saputo quella che pareva essere la verità: si era tolto la vita. Continuavo a chiedermi perché senza trovare una sola risposta. L’ultima volta sembrava un uomo felice. Tutto preso dalla sua nuova storia. L’ultima cosa che ricordavo era un brindisi.
Ci ripensai più volte prima di decidermi. Tutti i pretesti che mi ero inventato mi sembravano banali. Alla fine conclusi solo di andare. Mi vestii alla bisogna, come si conviene per una visita di cortesia. Rispolverai cioè la mia giacca e una vecchia cravatta che mi ero fatta prestare scordandomi di restituirla. Sembravo un liceale alla presentazione alla famiglia. Pettinato con attenzione. Mi sentivo ridicolo. Ero così anonimo. Così uguale a tante foto ricordo e alle immagini per i documenti. Sarei andato anche per un funerale, o un matrimonio. Mi sono ricordato che non si deve mai lasciare a casa la maschera. Mi accompagnai ancora con tutti i miei dubbi. Vincendo quell’insolita resistenza. Non mi capita mai di interessarmi agli affari degli altri. Avevo preferito non informare della mia visita. Riflettei se era il caso di presentarmi con dei fiori ma convenni che non lo era. Passai anche diritto davanti alla pasticceria. Non avevo il minimo sospetto di cosa aspettarmi.
Cercai nel marmo la targhetta d’ottone: avv. Sereni. Mi annunciai al video-citofono: “Sono un amico di Lorenzo”. Dopo un lungo attimo un suono secco mi avvisò che era aperto il portone. La voce all’apparecchio, un po’ meccanica, mi indicò il piano. Preferii salire con l’ascensore. Mi aspettava all’ingresso. Allontanò rapidamente un interrogativo. Rinnegò quell’impaccio che ci vedeva in piedi a guardarci, a studiarci. Mi invitò ad entrare con un sorriso cortese e un gesto della mano: “Prego”. Mi sentii di accedere in un altro mondo, di invadere uno spazio confidenziale. Mi pentii della mia decisione, ma non potevo scappare. Provai un senso di vigliaccheria e di mascalzonaggine. L’aria era immobile e inodore. Priva di suoni. Così le nostre voci tintinnavano nel vuoto. La sua mi sembrò al primo istante caramellosa. Carica di ricercata ma forzata cortesia.
Mi porse la mano: “Possiamo darci del tu? vero. Non ti da fastidio”? Le sue dita si abbandonarono tra le mie, fragili. Le stringi delicatamente come per paura di romperle. Il suo sguardo diretto moltiplicava la mia inadeguatezza: “Maddalena, giusto”? Di lei avevo saputo quasi solo il nome. Dall’inizio della loro storia ci eravamo visti sempre meno. Avevo letto la sua soddisfazione dagli occhi e da piccoli segnali. Per varie ragioni non si era mai soffermato troppo su lei. A quel tempo non aveva destato la mia curiosità. Ero solo contento per lui. Poi la tragica notizia. E quel qualcosa che non si incastrava. Le disgrazie succedono, ma lui non era tipo da cercarle o costruirle. Ed era un tipo innamorato.
Non sembrava né sorpresa né confusa. “Scusami. Non aspettavo visite”. Solo avvicinandosi aveva un sapore agro-dolce. Camminava su quei tacchi con diligente perizia e i tappeti occultavano i suoni dei passi. Mi faceva strada. La seguivo da presso. A rifletterci quegli spazi promettevano una percezione di angoscia. L’individuo si sentiva perso. Piccolo. E le voci trascinavano con sé un tenue eco. Pareva mancare il senso delle proporzioni. E tutto sembrava fin troppo in ordine. Lei stessa lo era. Si accomodò su un ampio divano e mi fece accomodare davanti a lei. Sprofondai in una inaspettata comodità. Non avevo la più pallida idea da dove potevo cominciare. Non avevo nemmeno sospetti, solo un senso di malessere; confuso. E lei era donna da destare curiosità. Nemmeno seppi afferrarne il motivo.
Ti scoccia se restiamo qui”? Sembrava stesse aspettandomi. O forse aspettava qualcun altro. Il tè era ancora caldo: “Limone, vero”? Lo versò e aggiunse i due cucchiaini di zucchero, proprio come piace a me. Sorrise. Lo mescolò lentamente guardandomi negli occhi. Mi porse la tazzina. La tazzina oscillò sul piattino. Lei lo prese con il latte. Facendo attenzione a non lasciare tracce di rossetto. In quel preciso momento squillò il cellulare. Controllò il numero, mi chiese scusa e uscì dalla stanza per rispondere alla chiamata. Al ritorno spense il telefonino davanti a me spazientita con un gesto marcato a mio beneficio: “Non voglio che ci disturbino”. Poi lo appoggiò sul tavolino. Riprese il suo tè. Lo portò nuovamente alle labbra con attenzione, senza distogliere gli occhi. Ne ricavò una smorfia schifata e tornò a posare la tazzina. Probabilmente nel frattempo s’era freddato. “Allora… cosa volevi sapere”?
Ebbi la netta sensazione che lo sapesse. E non c’era nessun mistero. Nulla da scoprire. “Cerco notizie di un amico”. La cosa mi appariva ancora così… inverosimile. Mi accorsi che di tanto in tanto frugalmente si controllava nello specchio che avevo alle mie spalle. Quando lo faceva ne usciva perlopiù soddisfatta di sé. Piccole cose che non sfuggivano alla mia attenzione. Ancora non riuscivo a inquadrare quella donna. E non mi sembrava la donna adatta per lui. Qualcosa strideva. Non era come me l’ero aspettata. Non avvertivo veri sentimenti. Cercai di rompere quel mieloso incanto. Ero andato per quello: “Lorenzo aveva idee a modo suo, ma non era cattivo. Un po’ così. Da artista. Ma lui era un artista”.
La cosa più incredibile era che s’era trasformato tutto in bianco e nero. Lo realizzai solo in quel momento. I colori erano sfumati lentamente, s’erano dissolti. Tutto come un vecchio film. Con una fotografia curata. Con i dettagli eppure nitidi. Ma era come insapore. Mi sentivo finto. E la sentivo finta. Eravamo la schermaglia attenta di due persone che si esplorano. Che si cercano senza avere un vero desiderio di conoscersi. Distaccate quel tanto che basta per restarsi estranee. Diffidenti. Almeno io lo ero. E quella casa era piena di domande a cui non sapevo rispondere. Pensai alle cose più improbabili per rompere e superare quella patina di distacco. Per scuotere quella presunta saggezza. Quel finto buonsenso. L’aria da persona per bene. La sua attenzione per non provocare vere reazioni. Veri sentimenti. Impulsi. Tutto quello faceva sembrare normale l’assenza di colore. Lei riusciva a controllare ogni minimo particolare. Era solo la copertina di una rivista patinata: “Per lui sembrava tutto così importante. Ma se ci pensi”.
Restai sorpreso quando aggiunse che non aveva lasciato niente. Era un tipo sempre in preda delle sue fantasie. Un tipo estremamente creativo. Non riuscivo a crederci. Non me lo raffiguravo con le mani in mano. Ad ogni incontro non riusciva a trattenere l’entusiasmo per il nuovo suo ultimo progetto. Mi riempiva di parole e di eccitazione, persino di frenesia. Ed era curioso di tutto. La osservai attentamente senza capire. Non la sentii quando mi disse che non aveva spiegazioni. Ricordo solo che non mi parve disperata; nemmeno dispiaciuta. Era solo una sensazione. Mi sembrava passato troppo poco tempo perché fosse già tornata così padrona di sé. E la sua cortesia rasentava quasi il corteggiamento. O almeno la disponibilità al corteggiamento. Ma forse son sempre stato un briciolo moralista. “Se mi posso permettere, io penso che non si possa pretendere di più. Il problema è nel sapere accettarsi. Nell’essere quello che siamo”. Certamente sbagliavo tutto. E lei senz’altro non se lo meritava. Eppure non percepivo distinti sentimenti nelle sue pose, nella sua voce. Mi aspettavo… non so cosa, ma qualcosa di diverso. Speravo di non trovare disperazione, ma era un pensiero egoista. Certo avevo immaginato una sorda tristezza. Un muto sconforto. Di non sapere in che formule rifugiarmi. All’estremo di non essere ricevuto. Dovrei governare questa apprensione e il vizio di immaginare le cose. Di volerle anticipare.
Accennò di sfuggita a com’era bella la concordia: “Vedi questa casa”. Criticava quelli che avendo meno non sapevano accontentarsi. “Sono cose della vita. Non trovi”? Non volli contraddirla. La lasciai proseguire distrattamente. La sua voce era solo un suono. Avevo un dubbio, ma mi sembrò che quello non posso il posto adatto per esprimerlo. Nemmeno il momento. In realtà provai la percezione che quello fosse un posto dove potevano alloggiare solo certezze. E fuori non era un grande idilio. Era solo che in un qualche modo che non aveva risposta le coscienze erano assopite. E il racconto della sofferenza era semplicemente diventato indecente. La povertà vergognosa. La miseria un crimine. L’ultimo dolore rimasto era quello del cuore. Si poteva ancora morire d’amore. Se avesse continuato a parlare credo che quelle sarebbero state le verità che mi avrebbe spiegato: come governare la dignità nel silenzio.
Spesso le mie cose riesco a tenerle per me. Non mi piaceva che qualcuno avesse una parte scritta che avrei dovuto interpretare. Nemmeno io ritenevo consolatorio che alla fine bene o male c’è la possibilità di una comparsata per tutti. Non mi interessava la notorietà, non era il mio scopo e non rispondeva ai miei disagi. Ma erano loro, i miei disagi, ad essere fuorilegge. Nego che siamo tutti uguali e tutti tesi ad un fine che è quello di curarsi solo di noi stessi. Ma non vado a sbandierare le mie idee in giro come faceva lui. Ed era quel plurale che mi avrebbe denunciato. Eppure dovetti confessare che la prima impressione non le rendeva giustizia. Il tono della voce, i riflessi degli occhi o il mondo di guardarti diritto negl’occhi, le sue pose sempre attente, i gesti calcolati, il trucco curato, il corpo che si poteva intuire sotto, quell’aria disinteressata e poi attenta, il rossetto, una sorta di magnetismo, l’insieme delle cose ne facevano una donna affascinante. Non era facile distrarsi da lei. Era come se fossi sempre interessato al momento successivo. Ad avere qualcosa di più.
Scusami, ma parlarne mi mette ancora un po’ a disagio. E’ come sé fosse… Magari mi riuscirà più facile tra un po’. Con una maggior confidenza. Non mi aveva parlato”…
Provai un bisogno impellente di fumare. “Fuma pure. Qualche volta anch’io. Una o due. E’ l’unico vizio che mi concedo.” –si illuminò di un fugace sorriso malizioso– “Insomma… quasi. Soprattutto dopo… capisci?” –e spinse verso me un posacenere immacolato che non avevo notato. Gliene porsi una: “Non dovrei”. Mi ringraziò, la prese e gliela accesi. La fumò con lenta voluttà. Socchiudendo a tratti gli occhi. Trattenendo il fumo in bocca, assaporandolo con piacere per poi soffiarlo fuori con un lungo sospiro. “Non pensare che”… Avevo fissato tutta la mia attenzione su un quadro. Prima non l’avevo notato. Spense la cicca ripetutamente quasi con crudeltà, come si dovesse rimproverare di aver ceduto a quella debolezza. Fece il gesto di cercare di sentire l’odore del fumo nel suo alito. Trattenni l’istinto di sorridere. Notai le unghie perfettamente laccate. E affilate come rasoi. Sospettai che dietro quella patina si nascondesse una belva. Fu il pensiero di un attimo. Ammorbidì i tratti del suo volto: “Resti per cena, vero? Non puoi… Faccio in un attimo. Intanto ti faccio vedere la stanza”.
Ora che ci penso non credo di aver visto in tutta la casa un libro. Né un gatto. Né segni del passaggio di bambini. Non in quelle stanze. Sembrava un set. Persino la cena era stata ottima ma non c’era nessun odore di cucina. Ed era stata fin troppo veloce. Di proposito ero stato attento a non eccedere col vino. Lei mi incoraggiava ma io volevo mantenermi lucido. Diffidavo. Solo una certa circospezione in fondo a me. Il bisogno di sentirmi rassicurato. Una casa troppo grande. Degli agi a cui non ero abituato. Tutto troppo facile. Il rimpianto per un amico. Un letto soffice. Una donna che non era mia. Abbassai la luce. Mi aspettai di sentirla bussare alla porta. Forse lo sperai. Di sentila scivolare nella stanza. Immaginai il modo. I suoni. Mi illusi che lei si aspettasse che fossi io a cercare la sua stanza. Ammetto di esserne rimasto dolcemente deluso. Tornai a sentirmi stupido. Non riuscivo ad aver voglia di dormire.
Trovai alcune pagine di diario in fondo ad un cassetto. Era un diario stranamente a più mani. Erano storie che si reiteravano, tranne piccoli particolari erano tutte uguali. Il senso di vertigine da agorafobia. Come imprigionato in un sotto vuoto spinto. La mancanza d’aria. L’incontro con una sorta di propria immagine riflessa. Storie dell’incredibile ripetute come tanti paragrafi sbagliati. Una stampa che riproduceva più volte uno stesso capitolo. La cosa mi incuriosiva ma non riusciva ad affascinarmi. Potevano essere prove di scrittura. Lo scorsi finché non riconobbi la sua calligrafia. Mi apprestai concentrato alla lettura. Le ore correvano più veloci di quanto lo potessi avvertire. E poi la sentii anch’io, la voce. Ed ero ancora perfettamente sveglio: “Rilassati. Non resistere”.
Fu solo allora che mi decisi veramente. Percorsi il corridoio in assoluto silenzio. Non feci alcuna fatica a trovare la sua camera. Ammirai il corpo di quella donna fasciato nella vestaglia, sprofondato nell’enorme letto. La sollevai tra le braccia con cautela e attenzione. Lei non sembrò svegliarsi o almeno seppe fingere perfettamente un sonno quieto. La sporsi dalla finestra e solo allora lei aprì gli occhi e mi sorrise. Allargai le labbra e la lasciai cadere. La osservai precipitare senza emettere un solo grido, nel completo silenzio tranne il tonfo sulle pietre del marciapiede. Era ancora notte. Cercai la chiave e la trovai nel cassetto del comodino. Riordinai un po’ le cose cercando di cancellare ogni segno del mio passaggio. Mi chiusi la porta dietro le spalle e me ne andai mentre ancora tutti dormivano.

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Quando sono andato a stare a casa di Maddalena credevo di aver realizzato il più grande dei miei sogni. Avevo imparato ad amare profondamente quella donna ed ero certo che nulla avrebbe potuto dividerci. Era stata lei e chiedermelo. Non ci ho pensato un attimo. Ho raccolto le mie cose ed ero già in quella sorta di immenso appartamento che mi appariva una reggia. Stanze dopo stanze e tutte luminose e spaziose. Ricordo che mi chiesi come avremmo potuto permettercelo, anzi come lei poteva. Lo so che può sembrare un pensiero fin troppo meschino. Decisi semplicemente di non pensarci. E forse questo fa parte della mia condanna. Forse sono sempre stato un po’ avventato, e un po’ superficiale. Ma almeno inizialmente tutto sembrava volermi far vivere come in una favola.
La magione occupava un intero piano di un vecchio palazzo in stile impero. Mi perdevo continuamente tra sale e corridoi. E provavo continuamente la sorpresa di una prima volta. Non ho mai avuto un gran senso dell’orientamento, ma pensavo che sarebbe stata una sensazione solo transitoria, che sarebbe passata col tempo. Certo fin dall’inizio una cosa aumentava il mio senso di disagio: la presenza di chi aveva abitato in quegli ambienti prima di me. C’erano qua e là foto di altri uomini. Di alcuni degli uomini che erano stati i compagni nella vita di Maddalena. Soprattutto uno. Credo avesse avuto un posto speciale nel suo cuore. E che un po’ lo mantenesse nei suoi ricordi. Provavo una sorta di invidia e di stizza anche se non sono mai stati geloso in vita mia. Certo con lei è stato tutto, fin dall’inizio, diverso. Ma sorvolavo su quelli che mi sembravano meschini turbamenti, specialmente quando lei rientrava e mi era vicina. Lei era molto attenta e anche molto appassionata. Non ne parlammo mai. Perché avrei dovuto? Per sentirmi semplicemente dire con un sorriso quanto ero stupido?
Da una stanza un po’ più piccola delle altre avevamo ricavato uno studiolo per me. Ci passavo gran parte delle mie giornate. Poi tornavo a immergermi in quell’universo e a perdermici nella sorpresa che non smetteva mai. La mia era un’attesa di lei. Non uscivo mai e non ne avevo il motivo. Eppure giravo portandomi appresso quella stessa inconsistente angoscia che mi aveva accolto fin dall’inizio. Più volte decisi di dirlo ma sempre all’ultimo ci rinunciavo trovandolo ridicolo. Non c’era nulla che non andava e, come detto, quando arrivava la sua sola presenza cancellava ogni mio malumore. Intanto non riuscivo ad essere soddisfatto di nessuna mia idea. Il mio lavoro non procedeva. Tutto mi appariva banale. Scartai l’idea di fare un ritratto di lei o di qualcuna delle persone di quelle foto. Quando gli chiedevo del suo passato lei in qualche modo sviava la conversazione. Non riuscivo mai ad avere risposte esaustive, nemmeno approssimative. Solo qualche vago nome. Qualche riferimento ad un viaggio, ad un anno lontano.
Lei si dimostrò anche una bravissima cuoca. Avevo da mangiare e da bere e tutto quello che mi poteva occorrere. Quando mi annoiavo accendevo la televisione ma poi non la guardavo. Finché non mi prese una smania strana di uscire, ma dopo aver faticato a trovare la porta mi accorsi che era chiusa. Certo doveva averlo fatto sbadatamente. Ecco perché non mi aveva detto nulla. Certo era persona da avere mille riguardi e anche qualche apprensione in più. Mi aveva confessato di aver già ricevuto la visita di ladri e di essere stata derubata. Mi scordai di chiederle se c’era un’altra ragione per la quale si chiudesse la porta dietro le spalle. Né di farmi fornire una copia delle chiavi. In fondo era una smania strana e tra quelle mura non mi mancava niente. Eppure cominciai a sentire come se mi mancasse l’aria. Mi affacciavo alla finestra ma arrivavano pochi rumori attutiti di macchine. Erano rari i pedoni che transitavano e che guardavo dall’alto passare schiacciati sul marciapiede. La costruzione dava su di una via poco frequentata. Eravamo isolati ed ero isolato. Non erano finestre che raccontassero qualche storia. Era cose se si affacciassero sul niente. Oltretutto non ho mai ricevuto molte telefonate, non sono tipo da stare a parlare a una persona che non c’è, con qualcuno che non posso guardare negli occhi. Vengono proprio a mancarmi le parole. In più la linea era staccata. Ormai tutto il mio universo era circondato in quelle pareti. E continuavo a ripetermi che tutto andava bene. In verità cosa avrei potuto desiderare di più?
Ero tranquillo, immerso nel silenzio. Potevo inseguire solo le mie ispirazioni, solo che quelle non venivano più. Ero ormai un artista senza la sua arte. Frugavo in me senza trovare nessun filo, nessun bandolo della matassa. Ne uscivo nervoso ed estenuato. Le giornate si dipanavano una uguale all’altra. Erano solo attesa, ma il lavoro la impegnava sempre più. E la sera avevo preso ad accendere la luce prima di entrare in ogni stanza. Mi dava angoscia il modo in cui si allungavano le ombre sui mobili. Quel silenzio e quel buio. Persino l’odore di quel legno. La proiezione di quell’attaccapanni con le giacche appese. Non mi restava che aspettare il suo ritorno. Poi la passione pian piano si attenuò. Io continuavo a desiderarla, ma per qualche stanchezza o per i motivi più banali era sempre più difficile avere dei momenti tutti per noi; di intimità. Non ricevevamo visite. Il mondo restava fuori. Si può dire che vivevamo appartati. Ma lei lavorava molto e rincasava sempre più tardi e sempre più affaticata. Semplicemente quando mi coricavo lei era sempre già addormentata. Mi limitavo a farmi vicino e inebriarmi del tepore che emanava dal suo corpo. Quell’amore si stava trasformando in una deliziosa adorazione. E in quei nostri momenti le avrei perdonato qualunque cosa.
Ma avevo ripreso a faticare prima di prendere il sonno. Ero preda dei più strani e intricati pensieri. Mi sembrava di buttare le mie ore. Poi mi spingevo a fare un riassunto della giornata e lì non c’erra nulla. Questo non mi consolava. Mi sembrava di sfiorare qualche idea, anche buona. Persino di afferrarla. Mi sentivo in preda alla vena creativa. La pigrizia mi imprigionava a letto. Facevo ricorso alla pazienza. Di solito il sonno tardava più del dovuto. Oltre quanto è immaginabile. Credevo di sentire fuori i primi timidi rumori del mattino. Di intravvedere la luce dietro le bugie. E poi sognavo. Sognavo i sogni più strani. Intricati e tumultuosi. Ho sempre sognato molto. La maggior parte non mi lasciavano ricordi al mattino. Non li hanno mai lasciati. Tranne qualcuno che tornava ripetutamente, sia durante le ore di sonno sia poi nella giornata. Non ci avevo mai dato importanza. Una cosa però aveva cominciato ad invadere quelle notti, un’ossessione reiterata. Ora sopra i sogni c’era una voce suadente, che li sovrastava, che mi ripeteva: “Rilassati. Non resistere”. Una voce fuori campo. Non capivo quelle parole ma mi lasciavano al mattino una sorta di leggera angoscia: “Rilassati. Non resistere”.
Finché non cominciai ad avvertire un’altra presenza in quella casa immensa. Qualcuno o qualcosa che non riuscivo ad incontrare. Non ho mai creduto ai fantasmi o a cose simili e mi sentii stupido. Cercai di occupare la mente con altri pensieri. Aprii un armadio e ci trovai alcuni indumenti che non ricordavo di aver mai posseduto. C’era qualcosa di molto strano in tutto quello. Poi spalancai una porta e me lo trovai davanti. Lo fissavo e lui mi fissava. Aveva la mia stessa altezza. I miei stessi occhi. Stessi capelli. Stessa cicatrice sopra il labbro, ricordo di un incidente di bicicletta da bambino. Mi pareva di guardarmi in uno specchio. Quell’altro era la mia copia perfetta. Ero io. Scossi il capo per l’incredulità. Feci per parlare ma dalla mia bocca non uscì suono. Lui scoppiò in una risata fragorosa probabilmente vedendo la mia meraviglia: “Sì! io sono te”. Mi avvisò che doveva uscire e mi chiese se mi serviva qualcosa: “Di uscire”. Rise nuovamente: “Questo non è possibile. Non c’è niente fuori. E tu non sei ancora pronto”. Non mi serviva che la mia libertà, ma cos’era la mia libertà? Spazientito gli chiesi quando sarebbe tornata Maddalena. Parve deluso: “Allora non capisci, lei non torna. Non almeno finché non smetti di resistere”. Riconobbi la voce. Cercai di avere spiegazioni: “Devi imparare a non pensare. Non c’è altro mondo. Né altro modo”. Dentro me lo mandai affanculo, gli girai le spalle e lo lasciai lì. Accesi la tele, davano il telegiornale. Ero certo di averle già viste quelle notizie. Girai e in ogni canale la stessa voce non faceva altro che ripetere le stesse parole.
A rifletterci meglio una cosa c’era che non andava: lui, l’altro me, era mancino. Mi chiesi se lei ne era innamorata. Innamorata della mia coppia. Come avrei potuto ribellarmi? E mi tornarono nella mente le parole che sovrastavano i miei sonni. Non avevo altra spiegazione che nel biglietto che trovai e che mi aveva lasciato sul comodino: “Ogni pensiero rompe la meravigliosa armonia dell’universo”. Mi stropicciai gli occhi. Niente aveva senso. Controllai su televideo ormai senza speranza. La mia attenzione venne richiamata da una notizia dell’ultima ora da parte del ministero delle comunicazioni. Su quelli che venivano definiti piccoli e sporadici gruppi di resistenza di quattro gatti, di filosofi e poeti: “Dissentire è oltre che inutile insensato. Cosa vogliono di più in questa società perfetta”? I nostri leaders erano fiduciosi in una veloce opera di bonifica di quella obiezione incomprensibile, anzi astrusa, ed erano certi che presto anche l’Italia si sarebbe allineata con tutti gli altri paesi civili e democratici. Non mi chiesi perché la notizia mi avesse gettato nell’ansia. Semplicemente spensi la televisione. Scrissi in un biglietto un laconico: “Ti amo” –per lei. Non mi importava cosa ne sarebbe stato di lui, del mio altro io. Mi chiusi in bagno e mi immersi nell’acqua. Affondai la lametta nel polso e incisi verso l’alto per essere sicuro, poi mi misi ad attendere.

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ResistenzeParole frettolose. La notizia arriva veloce: il prefetto ha dato l’assenso alla fiamma di sfilare per il centro storico di Venezia. Di quella Venezia resistente e cosmopolita. Di quella Venezia che forse è solo ormai dentro di noi. La cosa è inaccettabile. Si sperava nel sindaco; niente. Venezia è ancora “rossa”?
Non bastasse come provocazione “quelli” vogliono passare per il ghetto. Si sperava nel sindacato. Nell’orgoglio. Nell’amor proprio. Si sperava. In consiglio protesta la solita minoranza della maggioranza.
Siamo lì e non siamo soli, anche se non conto le defezioni, e sono troppe.
Ci sono quelli dei centri sociali. Hanno preparato il campo come una festa. C’è la musica, la nostra musica. E quella etnica. Invidio la maglietta di uno, dice: “scudo umano”. Anche quella è rossa. La nostra rabbia è indignazione.
Sono quelli stessi che bruciano i barboni. Che vorrebbero farlo anche con i locali dove si trovano i compagni. Che vorrebbero cacciare i migranti, meglio non farli entrare. Uccidere, appunto, gli ebrei.
Arrivano dei ragazzi. Sono quelli dell’onda. Hanno i caschi come se fossero arrivati in moto. Fisici esili e quel viso da adolescenti. Si passano le birre senza gettare i vuoti. Ho l’impressione che parlino in più. Si accendono lo spino. Sono caldi; troppo. Sembrano fragili come sbadigli.
Tirano sul viso le Kefiah.
Le tute bianche in borghese.
Osservo la disposizione dei banchi di frutta e verdura. Bastiamo in quattro per farli barricate, servisse. Di qui non passa nemmeno fosse l’esercito.
In fondo mi spiace che non li abbiano fatti passare.
Mi metto a sinistra. Lei mi chiama. Non posso stare al centro, nel ventre molle. Se c’è da menare non servirei.
La città è con noi.
E’ con noi?

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ResistenzeA Padova, dopo l’uscita del Concetto, il professor Marchesi, ci si studiava con sospetto. Non per quel suo invito, certo. Solo perché i tempi si facevano ancora più bui. Tutto stava finendo ma tutto non voleva finire. Il vecchio regime mica voleva mollare l’osso. I colpi di coda dell’animale ferito. La rabbia. Ci si guardava le spalle. Avevano chiuso anche il giornalino clandestino. E ne avevano presi un po’. Anche il Simonelli che era ancora un ragazzino. Proprio un ragazzino. Non era nemmeno ancora iscritto. E Barnaba era troppo entusiasta. Era troppo ciarliero. Forse nemmeno lo faceva apposta, ma c’era qualcosa in quel suo parlare. Il quel suo chiedere, a tratti insistente, tra un silenzio e un imbarazzo. Per quel suo voler partecipare. E poi non mi era mai del tutto piaciuto. Troppo impettito. Troppo figlio di papà. E di un papà che era stato fin troppo in affari. Era sempre lui a cercarmi. Era ancora solo lui a credere che la nostra fosse vera amicizia: “Hai sentito di quelli della redazione”? E io spesso facevo a non sentirlo. “Chissà che gli faranno, adesso? Poveri ragazzi”. Io alzavo le spalle: “Chi? Studio chimica. Non ne so di queste cose”. Finiva che ci credevo anch’io. Non parlavo con nessuno. Preferivo starmene sulle mie e il silenzio.
Cosa dici? Per me il Duce è finito. E’ tornato ma non è più lui. E’ finito. Ti dico. Dobbiamo pensare al domani. A un nuovo giorno per la nostra Italia. In fondo li ammiravo quei ragazzi. Vorrei avere il loro coraggio. Vorrei dare anch’io il mio contributo. Se solo sapessi come fare”. Intorno a lui stranamente si faceva il deserto. Del suo corso erano rimasti in pochi. Prima o subito quelli che parlavano con lui, stranamente, venivano presi. O li vedevi seguiti. Muoversi con gli occhi addosso, in attesa di un gesto, del pesce più grosso. Che li conducessero dai grandi. Da chi comandava. O forse era solo una mia impressione. Ma stavo male. Si dubitava di tutti. Persino dei nostri giornali. E così dicevo quelle frasi mozze cercando di dar a vedere che ci credevo veramente: “Se uno comanda è perché è lì per comandare. Penso solo che lo dovrebbero lasciar fare”.
Hanno detto che il Cartini non sembra nemmeno più lui. E non può tornare in facoltà. Non ci tornerebbe comunque ma… proprio male. Sono andati duri e di brutto; con lui. Non c’è nessuno che alla fine non parli. Sembra abbia fatto qualche nome. Perché non ne poteva proprio più. Non si sa se tornerà a vedere da quell’occhio. E anche di peggio. Perché non poteva farne a meno. E poi… Nomi che glieli mettevano loro in bocca”. Intanto arrivavano notizie dal fronte. Alcune buone e altre meno. E io pensavo che chi voleva se le doveva cercare per conto suo. E a sentire quelli invece si stava vincendo. Ed erano baldanzosi vicino ai tedeschi: “No! non l’ho nemmeno mai incontrato. Vedrai che alla fine tutto torna come prima. Era a legge”?
E lo guardavo con attenzione. Ci pensavo su, a volte. Anche di notte. Leggevo i comunicati e poi li distruggevo subito. Si invitava a creare le cellule per domani. Io andavo molto cauto. Certe cose, in certi momenti, non si scrivono sui muri. O si scrivono sui muri ma solo di notte, e quando nessuno vede o può vedere. E da soli. Ero molto isolato. Colpa proprio appunto di quei giorni.
Prima parlavo con il Giulio, con mille precauzioni. Poi aveva passato i suoi guai anche lui. E allora… meglio stare in campana. Ascoltavo le voci. Annusavo l’aria. Non si poteva fare molto di più. E del poco meno si parlava meglio era. Certo consegnavo i pacchi della propaganda. Facevo il palo. La strizza comunque era tanta. Dopo sono eroi ma prima sono uomini. Tenevo una mauser ma tra le radici d’un platano. Sotto un bel po’ di terra. E Barnaba continuava a dire: “Bisognerebbe fare qualcosa”. E io: “Cosa? Meglio lasciar fare a chi sa fare. Per quanto brutta sia meglio non rischiare che potrebbe essere peggio”. Lui era testardo ma pareva pian piano rassegnarsi. Punzecchiava altri. Veniva e andava. Per un po’ spariva. Diceva di essere comunista. Un altro giorno di avere simpatie anarchiche. Ogni giorno una. Ad ascoltarlo si capiva che non sapeva di cosa parlava. Confondeva i Socialisti con quelli Giustizia. E quelli di Giustizia coi Badogliani.
Poi un giorno abbiamo visto Stefano ficcare frettolosamente volantini in una borsa. Era stato svelto e speravo che l’altro non se ne fosse accorto. Non lo stimavo niente, per me era un idiota. Ho cercato di distrarlo facendo anch’io finta di non essermi accorto. E ho evitato di salutarlo, a Stefano. Quella sera non ho nemmeno acceso la radio. Dopo due giorni sono andati a prenderlo a casa, Stefano. E Barnaba mi ha detto: “Hai sentito di quello? Credo si chiami Stefano Albrighi”. E io: “Stefano chi”? Così lui capisce e lascia stare. Io lascio un paio di appunti su alcuni testi, quelli convenuti. Il sabato sera ci si trova tutti al corso. Ognuno sembra bighellonare per sé. Aspettiamo il buio e poi si va. Lo si aspetta davanti a casa. Ci si tira su il fazzoletto, rosso, e giù botte. Piange, borbotta, impreca e prega. Chiama in soccorso tutto il fascio e ogni dio che conosce. Chiede cosa ha fatto. Poi non gli resta più voce. Gli do un calcio prima di andare. Facendo attenzione di non sporcarmi le scarpe di sangue. E si va ognuno per la sua strada.
Niente e delicato in giorni come questi. Anche i buoni debbono farsi cattivi. Un mese dopo vado a trovarlo all’ospedale. E’ ancora immobile e fatica a parlare. “Cos’hai fatto? Perché ti sei voluto immischiare? Sai che con quelli non c’è da scherzare. Soprattutto in questi giorni che sono più cattivi che mai”. Mi cerca di dire: “Non son stati quelli del fascio”. Gli spiego: “Chi vuoi sia stato? Solo loro sono così bestie. Magari hai fatto qualcosa e nemmeno lo sai. Non sei il primo. Non sarai l’ultimo. Forse. Credimi sono stati i camerati”. Gli lascio la scatola di biscotti. Il giorno dopo ho preso il treno e sono andato verso Roma. Lì si ricominciava tutto. Ormai il Partito aveva lanciato il comunicato: Compagni è il momento della lotta.

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ResistenzeIl 25 aprile mica è un giorno. Almeno quello di venticinque aprile. Quello è stato tutta una stagione lunga. E’ stato tanti giorni e tante cose. Naturalmente. E’ lungo e inutile cercare di raccontarlo. Tutti ci hanno provato. Nessuno c’è riuscito. Almeno del nostro. In tre avevano messo una croce sul federale. Erano andati di notte. Di Nardo avevan bruciato il fienile. Cose di poco conto. Uno aveva picchiato il prete. E poi tagliato il cordone delle campane. Sbagliato. Ragazzate. Invece la su’ donna era proprio spia. E allora la si era rapata. Sbattuta in strada. La pena è pena, ma aveva tradito. E il fango era il suo posto. Qualcuno ha sistemato vecchie beghe. Lontani rancori. Persino storie per un piccolo campo. E anche cose di cazzotti. E cose da brilli. Son cose che succedono in momenti come quelli. Brutte ma naturali. Si sanno. E il Giorgino s’è fatto finalmente la Berta. L’ha messa sotto come un vero omo. Sbattuta nel fieno. Le brache mezze su e mezze già dalla fretta. E lei a far finta che non voleva. E noi a dirgli bravo. Era la su prima, ma s’è fatto subito anche la seconda. C’aveva perso la bava e il senno per mesi. E nei boschi non parlava d’altro. Quando torno… quando torno… Cosa credete?… Lei di qua. Lei di là. Voglio proprio che sia una bella. Che ci ha fatto una testa rintronata. E ci voleva scendere per vedere come stava. E noi a tenerlo per le braccia. Mica potevamo rubargli il su sogno. Tra noi si sapeva che nun l’aveva mai fatto. E in giro si spandeva una cosa strana. Assieme all’allegria. Una specie di cosa appiccicosa. E la stanchezza. Allora ci si è trovati tra noi. Tra quelli buoni. Compagni ma i più Compagni. Ne avevamo viste troppe. Ancora non ci si fidava. Come non fosse finito niente. E si parlava con voci basse. Come se ci si dicesse dei grandi segreti.
E cosa l’ha detto il Togliatti”?
Di consegnare le armi”.
E il Partito”?
Lo stesso: di consegnare le armi. Ch’è tutto è finito”.
E il Giuseppe”?
Stesse cose ma in russo. Insomma… che si vince ma con le elezioni”.
Chi l’ha detto”?
L’ha detto il giornale. Che era scritto sul loro di Giornale. Proprio su quella Pravda”.
Amaro: “Anche baffone ha tradito la rivoluzione”.
Si è guardato il Plinio, tutti, sembrava una bestemmia. E allora ha spiegato: “Quando uno si crede la Rivoluzione è perso. La Rivoluzione la fa la gente, il popolo. Mica il capo”.
Ma che hanno capito tutti”?
Non è finito nulla. Ma se non s’è nemmeno cominciato”.
Che si fa, Compagni”?
Gualtiero ha un sorriso strano: “Intanto si fa. Si consegna le armi. Ma si fa a modo nostro”.
E così s’è andati tutti. Tutti i ragazzi del ventotto. Ci si chiamava così tra noi, proprio quelli del ventotto, anche se i più nel ventotto manco eran nati. Il Carminio aveva portato il suo vecchio schioppo da caccia che c’andava ancora col padre, a lepri e fagiani, diceva lui, ma sparava a’ passeri. Il Genovese, che ci godeva proprio alla burla, aveva consegnato la su’ fionda di quand’era bambino, ridendo come un matto. Ma nascondendo quel riso con la mano, ma non riuscendoci proprio. Anche noi si rideva conoscendolo. E si faticava a finger di esser seri. Poi la pistola del federale senza il cane. L’abito del prete. E cose così; tutti. Tutte in un grande mucchio. Nel mezzo della piazza.
E ora che si fa, Compagni”?
Io vado dal Tito”.
Il Genovese non era per nulla genovese. Era venuto dall’Istria con gli sfollati ma era di Adria. Cose così: “Attento che quelli, gli Ustascia, sembran sian pazzi. E che ce l’abbian con tutti”.
Ci vado, vedo e passo. Cerco dov’è. Non son bono a star con una mano dentro l’altra”.
Se la trovi”…
Non è che ciò speranze ma se la trovo, la Rivoluzione, vi mando ‘na cartolina”.
Bravo. E noi”?
”.
E il Giorgino? Chi lo avverte”?
Lu ci à la su Berta. Ha solo la sua Berta. In testa. Spettiamo gli passi. Gli passa. Gli passa”.
”.
Noi si fa i’ nostro Soviet. Ci teniamo pronti. Solo tra noi. Tacere si tace. E si aspetta. Silenzio. Anche tu Giano. Ma si aspetta il momento bono. Perché torna, diobenito se torna. Per gli sfruttati. Per chi soffre. Per il mi’ babbo. Per tutto il sudore sulla terra. Per quella nostra terra. Per la libertà. E noi ci si fa trovare pronti”.

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ResistenzeDicono sia stato in Spagna. La cosa pare certa, ma nessuno che era con lui è tornato. Poi si erano perse le tracce. Volatilizzato. Le notizie sul suo conto, se si può, erano ancora più confuse. Piene zeppe di forse. Semplici ipotesi. Nessuna certezza. Non è con le domande che si racconta la storia. Chi dice che era in val d’Ossola, ma anche chi dice che era sul lago di Garda, a Sirmione. E’ difficile credere a questi ultimi, probabilmente doveva trattarsi di una calunnia, non era tipo da arrivare in ritardo ad un appuntamento. Sicuramente per Venezia ci era passato, ma solo di sfuggita. Poco più che il tempo di scendere da un treno e prendere il successivo.
Il Benito doveva aver già chiesto all’autista di quel camion un passaggio, vestito da tedesco, quando i primi ricordano di averlo rivisto. Aveva un valigia pesante che non appoggiava quasi mai e pareva uno che può permettersi tutto. Aveva alloggiato per un paio di giorni alla locanda e poi s’era stabilito dalla Pina. Del cascinale era rimasto ben poco. E quel poco era nero e sapeva di fumo. Le solite voci sussurrano che quei denari li avesse trovati al mercato nero. Ma se ne son sentite anche di peggiori. Certo che il soldo crea invidia. Certo che il giorno dopo la Pina aveva un vestito nuovo e la vita per lei non fu più la stessa.
Anche da Aristide tirava fuori soldi e di quelli veri. Si azzardava ad offrire da bere per gli amici, così li chiamava lui. Quei quattro perdigiorno con cui non aveva mai fatto comunella. La Luisa gliel’aveva chiesto alla Pina: “E tu cosa dici, Pina”?
E l’altra le aveva risposto: “E’ un eroe” –ma alla Luisella lui non piaceva, e lei ne sapeva di uomini. Diceva solo sottovoce; senza farsi sentire: “Puzza”.
Non era uno da badare alle voci. E di voci in quei giorni ne giravano a mulinello. Già i primi avevano provveduto ed erano scappati, come cani col fuoco alla coda.
E’ uno che sa annusare l’aria che tira. Pochi giorni sparisce. Nemmeno il tempo di salire e già scende in paese. Con in braccio un novantunotrentotto e il tricolore con la croce savoiarda. E tutti lì a dire delle cose. I fratelli Trentin avevano cianciato: “Abbiamo ucciso il porco. Peccato, non s’è potuto fare del salame”. Ma loro eran dei gran burloni. L’aveva detto ridendo. E poi ne dicevan di cose, soprattutto dopo i primi gotti. Nessuno di noi ci aveva creduto. Il podestà doveva esser scappato come tanti. Non ci siamo certo messi a cercarlo. Le cose correvano che non si riusciva a fermarle. E tutti erano come impazziti. Certo che poi, anche loro, si son presi il campo, e si son comprati il camion. Si son messi da soli: “Non vogliamo più padroni.” –e son diventati padroni loro stessi. Certo che questo mica vuol dir nulla. E’ tanto per dire; così, per raccontare. E’ che i padroni son tutti uguali. Anche a essere bracciante dei Trentin sempre bracciante eri. Sempre le pezze al culo portavi. Ma non c’era tempo per queste sciocchezze. Sarebbe stato stupido lasciarci la cotica quando tutto era già finito. E pensavo che s’era già festeggiato una volta. Speravo che non fosse ancora una burla.
Tutti festeggiavano e lui era in prima fila alla festa. Le donne scendevano in strada. Buttavano, a quei ragazzi laceri, le braccia al collo. Qualcuna, fin troppo contenta, cercava di trascinarli in casa. Anche solo per un piatto di zuppa di lenticchie. Le madri tiravano il collo cercando i figli. Noi non s’eran imparate che quattro canzoni. Alcuni in mezzo eran proprio ancora ragazzetti. Per qualcuno quei baci sparsi a caso eran il primo bacio. La Cate era sulla porta; l’ho vista da lontano. Su alcune finestre s’era messo il tricolore. La nostra bandiera era tutta d’un colore. Qualcun altro, non l’abbiamo visto, in preda all’euforia ha rovesciato tutto il comune. Sparse per la piazza c’eran cartelle di chiamata e un sacco d’altre carte. Uno, non ricordo chi, mi fece notare che in quel momento non c’era. Ho tirato su le spalle pensando che s’era infilato in qualche letto. Il Ruvido per gioco s’è messo a corre a presso a una gallina. Lì, in mezzo alla confusione. E altra confusione si mischiava alla prima. E grida. E quelli che correvan dai campi. Con le falci e le roncole e le forche. Non c’era il tempo di pensare ad altro tranne che era finita. I bambini giravano intorno curiosi. Qualcuno di loro chiedeva cioccolata. “Non siamo mica gli americani”.
E’ uno che sa stare in un solo posto: seduto con i vincitori. Non era mai solo. Mi son tolto il fazzoletto e ci ho asciugato il sudore. Dovevo ricordarmi qualcosa che non ricordato. Eppure l’ho guardato a lungo, e lui sembrava impaziente. Avevo anche una fame che non ci vedevo. Eppure il viso di quel suo amico, il Corrado, l’avevo già visto da qualche parte. Era una faccia che non mi piaceva niente. Gli camminava sempre a fianco, era la sua ombra. E a volte mi guardavano in un certo modo e bisbigliavano tra loro. Ma con me lui era sempre gentile, un po’ troppo.
Non gli mancavano certo le donne ma continuava a restare con Pina. Giravano certe voci, che lui non la poteva lasciare perché lei sapeva troppo. In soldoni lei doveva sapere dove ha trovato le lire. E le voci quando diventano troppe creano il sospetto che qualcosa ci possa essere. Cioè la superfice borbottava come il mosto. Poi la Pina è scivolata, nel buio, già da una ripe. E le voci sono diventate silenzio. E di lui s’era tornato a parlare di eroe. Per quella storia della Spagna e per altre storie. Storie raccontate solo dopo. Di cui sapeva solo lui. E chi le aveva sentite da lui. E lui s’era consolato subito. Con una che si faceva chiamare Margueritte. E si diceva francese ma parlava un livornese stretto stretto. E tutti se l’eran passata come Antonia o Tota. Quando ancora non era signora.
Adesso che aveva una sciarpa di piume lunghe e sottili e le labbra rosse come ciliegie allora chiedeva il lei. E gli si aggrappava come fosse una regina. Gli dico: “senti, com’è quella storia della Spagna”? Mi dice: “Lascia stare, cose passate. Li si battagliava davvero. Erano tutti eroi; soprattutto quelli che non son tornati”. Ma io insisto: “Tanti, quasi tutti, ma il Gene è tonato. Lo sapevi”? Lui sbianca. “Anche il Gene, Barcellona”. Lui sbianca. “E quel tuo amico, il Corrado, ora ricordo: a Sondrio. La prima volta l’ho visto a Sondrio. E poi anche peggio. Brutti posti. Brutti ricordi. Ed era vestito tutto di nero. Sai? col teschio e i coltelli in croce”. Non può sbiancare più. È bianco come il lenzuolo sopra il morto. Si fruga dentro a cercar la voce. “Non devi pensare… Guarda che… e poi nella confusione. Era un’altra patria quella patria”.
Patria? Una fifa da far pena. Lo giuro qui davanti all’assemblea. Lo tranquillizzo: “Fosse per me”… E gli ho detto della Volante rossa. Che avevano ricevuto la sua foto. E un consiglio gli ho dato. Mi ha ascoltato e ha fatto le valigie. In paese non s’è più visto. Gene non era stato a Barcellona ma a Salamanca. Sempre Spagna era e lui non sapeva. E nemmeno era vera quella della Volante rossa. E’ diventata vera dopo. Di Corrado invece era vero, lo avevano confermato quelli che lo avevano conosciuto. Quei pochi che ancora avevano il fiato. I fortunati o i veri eroi: le vittime. Era stato un porco e uno dei peggiori. Pareva ci godesse. A lui invece non gli è stato detto prima ma dopo. Con un cartello attaccato al petto. Quando lo han trovato a pender dalla vecchia quercia. E sul cartello c’era scritto in maiuscolo stentato: «Oggi e sempre (e a capo) Resistenza».

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ResistenzeBastavano solo ancora pochi passi, ero già sul limitare del paese. Il buio mi nascondeva, ma nascondeva anche loro. Che poi per loro era più facile con quelle divise. Così sono spuntati all’improvviso. Mi si son fatti intono: “Ciao Giovannina, dove si va”? Solo il tempo di infilarmi il biglietto in bocca. Noi lo si chiamava Sanbuco perché era sottile. A dire il vero ci si metteva una breve pausa e ne usciva San buco, ma era per altri motivi. Si sa tutti che è lui il capo. Il capo della squadraccia. Lui mi prende alla gola, ma io il messaggio l’avevo già ingoiato. Per precauzione nemmeno l’avevo letto. Così mi sentivo più sicura. Una cosa in meno che mi poteva scappare.
Mi portano da loro. Una stanzetta poco illuminata e grigia. Si side e mi fa sedere. Anzi mi sbattono e mi costringono sulla sedia. Sarà quasi sempre lui a parlare e a dare gli ordini. Capisco che non sarà come oltre volte, me la vedo brutta. Si son fatti sempre più arrabbiati. Prima me lo chiede gentilmente poi mi assicura, dopo il primo schiaffo: “Ce lo dirai. Stai sicura che alla fine ce lo dirai”. Mi spiega che non gli piaccio quando faccio la testarda. E giù altri schiaffi. La guancia è già rossa e indolenzita. Credo che ormai anche l’occhio sia tumefatto. A Remigio invece son sempre piaciuta, questo si sa anche in giro. Lui mi guarda e già sbava con le sue fantasie. Quegli altri stanno intorno per vedere. Uno mi da un calcio per partecipare. Sanbuco la guarda che lo fulmina. Poi fa un cenno. In due mi prendono per le braccia. Uno mi tappa il naso. Un altro mi fa spalancare a forza le ganasce. E mi danno l’olio. Mi sento come se mi avessero slogate entrambe le mascelle. E la pancia che subito tutta mi ribolle.
Decidono cioè decide il capo e mi fanno il gioco dell’acqua. Mi immergono la testa dentro un catino. L’acqua è sporca e io mi sento soffocare, mi manca il respiro, mi sembra di annegare. Me la tengono dentro sempre più a lungo. Sanno che prima o dopo un essere umano parla. Non hanno fretta e non si stancano; anche perché Sanbuco più che altro ordina e loro si danno il cambio. E mi trascinano la testa per i capelli che mi sento svenire. E’ come se me li strappassero tutti insieme. Come se mille aghi mi si conficcassero dentro. Mi pare di impazzire, e loro si divertono. Si sente da come ridono. Artemisio è quello che pare più incazzato. Forse perché a lui ho detto no, e poi mi son messa con quel moroso. Forse lui non sa dimenticare. E continuano a chiedermi dov’è Tommaso. E io a ripetere che nemmeno lo conosco.
Mi dico solo a me, in testa: “Tommaso un c’è più. Adesso è Saetta”; ma a quelli ripeto solo quelle due solite parole. Cerco di farmi coraggio e di tirare i muscoli. Non so quanto ancora potrò resistere. Gli voglio bene e non sarà per colpa mia… Ma so che se la dovranno sudare. Sono decisa dentro. Non mi possono far paura. Lui, il Sanbuco, lascia pendere la cicca dalle labbra. Pensa che gli dia un aria più da duro. Il fumo gli va agli occhi. Sghignazza e me la spegne sul dorso della mano. Faccio per reagire ma in due mi afferrano per le braccia. Ma lo sputo gli arriva diritto in faccia. E’ solo che questo lo fa incazzare ancora di più. Quello che mi tiene alla mia sinistra è il Remigio. Sbava e mi strizza con forza una tetta: “Perché non ci divertiamo un po’”? Uno sguardo del Sanbuco lo zittisce. Va a prendere una pinza per estrarmi un dente. Io mugolo e cerco di divincolarmi, ma quelli che mi trattengono sanno fare il loro. Sono robusti e fin troppo forti per me. La stretta delle loro mani è energica e mi entra nelle ossa. Mi scendono due lacrime, non è per la cicca, nemmeno per il dente, né per altro; è solo per la rabbia e quelle mani. Mi lecco il sangue dalle labbra; ha un sapore amaro.
Per non pensarci mi ripeto in testa le tabelline. Sarà anche folle ma mi sembra che mi aiuti. Il Sanbuco mi strappa la camicetta prima che mi arrivi il suo pugno su un occhio. Scoppia a ridere e continua a chiedere. Loro per un attimo mi lasciano. Sibilo un fanculo ma anche questo li diverte. Ho un seno fuori ma non mi ricordo più di quei lividi. Naturalmente il Remigio ha gli occhi fuori tutto eccitato: “Perché non ci divertiamo un po’”? Poi aggiunge, dopo aver ripreso l’ossigenazione: “Con questa vacca”. Ho ancora solo brandelli di camicetta addosso. Mi rendo conto che stavolta nessuno lo mette a tacere. Che anzi la cosa sembra interessare tutti. Anche il Sanbuco pare d’accordo: “Perché no? Facciamoglielo vedere cos’è un vero uomo. Un camerata”. Mi sbattono sul tavolo e mi strappano il resto dei vestiti. L’ Artemisio mi assesta un pugno preciso sul fianco. Poi si offre volontario: “Ci penso io.” –ma nessuno pare dargli troppa retta. C’è confusione e ressa.
Cerco di guardare da un’altra parte mentre aspetto il dolore. Mi fanno girare la testa a forza e con violenza. Pare che se sono guardati provino più piacere. Il primo elogia e sbandiera il suo battacchio e mi promette: “Adesso te lo faccio sentire. Ti faccio io divertire”. Il Remigio accenna una sorta di timida protesta. Forse vorrebbe rivendicare una sorta di diritto. Pare che la gerarchia resti tale in qualsiasi momento, e anche se taciuta. E’ il primo che fa più male. Me lo ripeto anche per convincermi. Lo sento entrare che mi sento lacerare tutta. Gli altri in quattro mi tengono tirandomi per le braccia. Cerco di divincolarmi, inutilmente. Mi arrivano schiaffi da tutte le parti; e mi sputano addosso le loro risate. E si danno il cambio come se seguissero un ordine. Ma dopo i primi sono talmente indolenzita che non sento più quasi niente. E forse mi fa più male la vergogna.
Sanbuco si scosta e controlla che siano rispettati i turni. “Adesso tu. Ora basta. Che c’è, non ti si rizza? Non fare la signorina, mica siamo qui solo per darle piacere. Anche questo è servizio”. Lui preferisce i ragazzini ma mica lo può mostrare. Soprattutto davanti a loro, sarebbe un disonore. E allora ha spiegato che lui preferisce guardare. Si mette da parte e sembra gli piaccia veramente vedere. Senza di meglio gode del dolore, o forse è proprio quello a dargli maggior piacere. Lo guardo prima di voltarmi dall’altra parte, e ne provo pena. Pensando a lui tutto fa meno male. Lo penso in preda del suo vizio. Lo penso al mio posto. Penso a che lui ci dovrò pensare. Penso a quando stavamo bene con il Tommaso. So che non lo posso tradire. Penso che sarà sempre un bel ricordo, anche non lo dovessi più rivedere. E penso a tante cose, o meglio cerco di pensarci.
Il Gilberto pare avere qualche problema. Non gli si rizza più. Forse sono io ad imbarazzarlo. Forse è il modo in cui lo guardo. Forse è semplicemente l’essere guardato. O non ha molto fiato. Certamente non gli piace e mi ammolla un morso che mi sento strappare il capezzolo. Ma nemmeno questo serve. E forse quello che lo fa incazzare di più sono le risa dei compagni e i loro lazzi. E allora si sente in dovere di fare l’uomo: “Non è questo granché. E’ come tutte. Credevo fosse più bello. Voglio farle il culo”. Mi rigirano a forza, a pancia in giù; mentre lui continua a ripetere: “Voglio farglielo sentire nel culo”. E quello, il Gilberto, prima mi controlla. E mi molla uno scapaccione, e pare divertito. Dice che il mio culo proprio gli aggrada. Che è un piacere guardarlo ma che ci pensa lui. Che poi non sarà più lo stesso. Lo pizzica. Mi dice che ho delle splendide chiappe. Mi avverte e mi rassicura che me lo romperà per bene. E che mi piacerà. Tanto che dopo, quando avranno finito, lo implorerò di farmelo ancora. Chiudo gli occhi e stringo i denti e aspetto quel dolore che mi squarcia e mi brucia come se al posto avesse un ferro rovente.
E, uno per volta, tutti ci danno dentro, naturalmente tranne il Sanbuco. Anche a lui piace il culo, ma non quelli come il mio. Credo che nessuno faccia più caso a lui. Tutti si impegnano con foga e per quanto ne so possono aver usato proprio anche quel ferro rovente. Certo che non si sono limitati ad usare solo di quanto erano dotati. Certo si sono aiutati anche con altri oggetti. Naturalmente non posso vedere. E il dolore si mescola al dolore. Credo di essere anche per alcuni istanti svenuta. E ho pregato iddio di farli smettere. Poi l’ho semplicemente pregato di farla finire. E allo stesso tempo mi aggrappo alla vita. E continuano ad imbrattarmi tutta. I capelli mi vanno negli occhi. Le lacrime mi bruciano le pupille. Le tette mi sembra me l’abbiamo strappate via. Il sangue mi cola da per tutto. Sono uno schifo, in balia ormai impazzita di quei bruti. E hanno anche smesso di chiedermi alcunché, così presi da quel divertimento.
Alla fine, perché c’è sempre una fine a tutto, il Sanbuco si avvicina e mi sbatte giù dal tavolo. Credo sia quello il momento in cui mi sono fratturata il braccio. E i suoi amici ricominciano con pugni e calci. Uno non credo di averlo mai visto. Mi da un calcio anche in faccio. Credo non voglia essere visto. Più che altro ha cercato di stare in ombra. Uno c’è l’ha ormai moscio, è finito, e mi piscia addosso. Poi anche un altro. Anche le loro energie si stanno esaurendo. Il Sanbuco prova a dire: “Ora basta”. Il Teschio lo prega: “Solo un attimo. Anch’io… ma non ho solo la piscia da fare”. Tutti sembrano entusiasti. Mi scavalca, allarga le gambe, si piega sul mio petto, spinge e mi cacca addosso. Gli altri se la ridono. E’ in quel momento che l’olio mi fa effetto e mi riempio anche della mia. Anche perché il peso del Teschio mi schiaccia al pavimento e mi preme sulla pancia.
Ho la terra in bocca, e negli occhi. Non riesco più a vedere bene. Mi vergogno, non so di cosa; decido: per tutto. Uno protesta: “Cazzo. Se l’è fatta sotto. Questa… questa… Sentite come puzza”. Un altro dice che non è stato come sperava. Uno è deluso perché dice che non ero vergine; né di qua né di là. Non era vero. Sono schifati. E poi insieme mi imbrattano tutta della sua materia organica, della sua caccata, e della mia. Alla fine sono esausti tutti e mi spiega il Sanbuco come stanno le cose: “Non è successo niente. Tu non sai niente e noi ci scordiamo tutto. Anche che non sei stata gentile con noi. E ringrazia che siamo buoni. Ricorda: non è successo. Altrimenti veniamo a trovarti a casa”. Mi alzano. Mi mettono i miei stracci in mano, o ciò che ne è rimasto. Mi infilano le mutandine in bocca; e mi mollano nel mezzo della strada. Così nuda e così sporca. Io cerco di stare in piedi e cammino a fatica. Non voglio farmi vedere, e inseguo gli angoli e l’ombra anche se è notte.
Per fortuna che mi incrocia solo la Silvana. Non c’è altra anima sveglia in giro. Lei dorme poco ed è appena uscita dalla casa. Per prendere un po’ d’aria fresca. Appena mi vede mi viene vicino. Non è sorpresa e mi chiede, anche se sa la risposta: “Che t’hanno fatto”? E mi sorregge fino a dove abito. La porta è rimasta solo spinta su. Si prende cura di me. Va a prendere l’acqua con la secchia e senza dir altro mi pulisce tutta. Lei, la Silvana, è un donnone. Mi tratta come la sua bambina. Quelle mani enormi sono così delicate che paiono cancellarmi il dolore. Certo non tutto. Fruga nella panca. Trova quello che cerca: qualcosa da mettermi addosso. Fa un pacco dei mie panni strappati e sporchi e li butta. Poi mi mette a letto e si siede vicina. Io chiudo gli occhi e fingo di dormire. Ho fitte in ogni angolo e mi brucia tutto là sotto. Non ci riesco proprio, a dormire. E domani devo anche andare per pomodori. Mica voglio dar loro anche quella soddisfazione. Chissà cosa racconteranno. E immagino come mi guarderà il paese. Non sarà una gran soddisfazione ma la Giovanna non ha parlato. E me lo dico a me stessa con orgoglio. Poi non prendo sonno, ma è come se dormissi. Chiudo gli occhi e faccio sogni violenti; sono in una sorta di ipnosi. Semplicemente assente. E quando canta il gallo la Silvana è ancora là. S’è assopita, povera donna.
Dopo un mese da quelle botte comincio a stare un po’ meglio. La faccia ha ancora lividi e cicatrici e quelle non se ne andranno. Anche sotto porto i segni e anche quelli non se ne andranno, neanche quando non si potranno più vedere. Certo, qualcuno mi guarda come avessi fatto chi sa che. Come avessi la peste. Come se fossi ancora sporca, e continuassi a puzzare come in quella notte in cui nessuno mi ha vista. Quella zitella della Ines si segna quando mi incontra. Forse mi invidia. Non sa quello che pensa. Forse è solo che vorrebbe anche lei, per una volta, sentirne almeno uno di duro. Non la bado. Vado per la mia strada. E non entro all’osteria da Anselmo. Loro ci vanno per il bigliardo. Io ci giro distante per non sentire le loro risa e i loro commenti. Non ho più paura di loro, io sono stata zitta, solo che mi fanno schifo.
Ma il diavolo fa le pentole e spesso dimentica i coperchi. E loro credevano che il Benito sarebbe ancora tornato. Invece non si sarebbe mosso più, li appeso per le gambe. Non sarebbe più tornato per stare vicino alla sua Claretta, che pendeva anche lei senza mutande. E in sua vece son arrivati degli americani, con le gomme e il cioccolato. Ed è tornato anche il mio Tommaso, ora non aveva più bisogno di farsi chiamare Saetta. E quelli di quella notte son stati presi tutti. Presi tutti tranne il Sanbuco. Presi e attaccati agli alberi appena fuori paese. E gli era stato dato quel che si meritavano. A tutti tranne che al Sanbuco, lui s’era nascosto in canonica; dietro quella gonna pretesca di don Girino, o come diavolo si chiamava quello schizzo di parroco topo.
Me lo sono sposato il mio Tommaso, anche se non ero del tutto convinta. Ma mica sono andata a farlo in chiesa. Io in chiesa non ci voglio più entrare. E anche il Tommaso alla fine s’è convinto, tanto aveva capito che non sono una che cede. Da lassù son tornati tutti eroi, ma io penso che i più eroi son quelli che son rimasti a casa propria; giù al paese. Ha appeso la sua bandiera rossa sul muro della sala da pranzo, e ne è pieno d’orgoglio. Mi piace come mi racconta le storie di quei giorni. Anche ai suoi compagni piace come le racconta. E’ per questo che l’hanno fatto segretario della sezione del partito. Io li guardo, i suoi compagni, e mi paiono tutti bravi ragazzi. Intanto il Sanbuco è ancora rintanato lì dietro l’altare. Quasi ce lo siamo dimenticati. Per tutti ma non per tutti. Quasi nessuno pensa più a lui, ma io mi ricordo e anche me lo sogno. Lui, mio marito, non vuole sapere di quella notte. Non per un motivo preciso. Non perché sia geloso. Semplicemente non vuole sapere. Preferisce così. Il Palmiro ha detto ch’è tutto finito. Di consegnare le armi. Qualcuno di quei compagni non l’ha fatto. E si bisbiglia in giro. Io li capisco.
Tommaso, il mio eroe di quei giorni, il Saetta, non è d’accordo. Lui dice che dobbiamo badare al futuro. Forse il giorno del matrimonio ho proprio sbagliato. E quando esce il Sanbuco dal convento qualcuno lo guarda con disprezzo e qualcun altro come un furbo. Io lo guardo e basta, quando lo incontro. Gli dico in silenzio il mio disprezzo. E giorno dopo giorno capisco che non mi basta. Per quella notte, ma anche per tutti i giorni dopo. E per quelli prima. E anche solo perché è il Sanbuco. E non mi piace punto. E non mi piace come certe volte mi guarda. O come sorride guardando mio marito. E non mi piace come guarda certi ragazzetti. E quello che si torna a dire in giro. E il fatto che ora lui ha una camicia bianca. Ed è il pupillo del fattore. E i braccianti è tornato a trattarli male. Né più né meno come faceva prima. Non tanto a suon di botte ma di umiliazioni. E di fame. Non c’è proprio giustizia in questo mondo. Il Tommaso continua a dirmi che debbo portare pazienza. Intanto il fronte le elezioni le ha perse; anche se ha vinto la repubblica. Non era quello che si voleva. Non è questa l’Italia che si sperava. E si parla per le strade che il Sanbuco alle prossime vuole candidarsi per le elezioni. E il Tommaso ancora a dirmi di pazientare.
Ma come e quanto? Con questi socialisti? Mica glielo dico al Tommaso quando esco. Parlo solo con quei compagni, quelli che hanno detto che il Togliatti si stava sbagliando, e altri ancora più giovani; nuovi. Non tanti, un mezza dozzina. Ed è dopo l’ora del desinare. Abbiamo tutti in faccia coperta dal nostro fazzoletto rosso quando busoo. Lui viene ad aprire e vede solo me e fa per l’ultima volta il gradasso: “Cosa vuoi? Guarda che ti riconosco anche con quel fazzoletto in faccia”. Sante, che è al mio fianco, lo spinge dentro ed entriamo tutti. Lui si fa bianco: “Ragazzi, non fate stupidate. Parliamone. Quel ch’è stato è stato. Eravamo giovani. Forse qualcuno ha sbagliato, lo ammetto. Io non ho fatto niente. Non sono stato peggio degli altri”. Due lo fanno sedere. E tutti gli si mettono intorno. Io mi chino e sollevo appena la gonna. La faccio sopra al giornale; ho portato l’Avvenire perché so che adesso legge quello. Gliela servo sopra la tavola; calda sopra il quotidiano. Lui ci guarda a tutti stupito, e guarda soprattutto me. Io gli spiego paziente: “Mangia”!
Pare capire ed è preda del panico. Cerca di non credere che sia possibile. Che siamo lì: “Voi… voi… Non potete! Ma siete matti”?
Io me la rido. Basta uno ad afferrarlo per le braccia tenendogliele dietro la schiena. Basta un altro a tenergli aperta la bocca. Sante sembra divertirsi e mi sorride e me ne chiede il permesso. Prende un cucchiaio dal cassetto e, mentre guardo, lo imbocca come un bambino. E come si parla ad un bambino gli parla: “Non devi fare i capricci. La devi mangiarla tutta”. E quella che al Sanbuco gli cola di bocca il Sante la raccoglie con pazienza e perizia e gliela rinfila dentro. All’inizio il porco cerca schifato di non deglutire, poi capisce che tutto sarebbe inutile. Ha tutte le labbra sporche ma sul tavolo non n’è rimasta nemmeno una cucchiaiata. All’ora lo si spoglia; proprio tutto nudo. Gli si mette un fiocco rosa sul suo battacchio spaventato. E io gli scrivo con mio rossetto sul culo “San –e subito sotto– buco”. Glielo si strapazza un po’ in modo che non gli sia facile tornare ad usarlo. E tutti ridiamo e poi, così conciato, lo si porta in piazza. Lo si lega alla colonna col culo in fuori. Beppe entra nel campanile perché per lui aprire una serratura è un gioco da ragazzi. E lui è ancora un ragazzo. E poi fa suonare le campane come ad un adunata. Quando arriva tutto il paese a guardare quello spettacolo io sono già a casa; anche se me lo sarei voluto vedere.
Solo dopo essere entrata mi tolgo il fazzoletto. Tommaso mi guarda stupito e mi chiede dove sono stata. Mi vede che non ho nessuna intenzione di rispondergli e allora mi chiede, per soddisfare la sua curiosità, anche se ha il dubbio di sapere da dove vengo: “Cosa hai fatto”?
Quello che dovevi fare tu. Questo era un lavoro da uomini”.
Prendo su le mie cose. Lui mi guarda. Sembra non capire: “Non fare così. Siediti un attimo. Parliamone. Giovannina. Ma vuoi metterti in testa che è acqua passata? Che è tutto finito”?
Lui sa che non mi piace che mi si chiami Giovannina. Mi chiamo Giovanna. E in quel modo mi avevano chiamato fin da bambina. E mi avevano chiamato pure loro; quei delinquenti. Glielo ripeto. Sotto Sante mi aspetta con la lambretta. Sono già sulla porta con la mia valigia in mano. Poche cose; non ho mai avuto molto. Il vestito che ho addosso, un cambio e la mia dignità. Non mi pesa nemmeno. Per ciò che lascio posso farne a meno. E il biglietto per il pullman ce l’ho nella tasca. Solo allora mi giro per rispondergli: “Sei tu che non capisci: Niente è finito e non finirà mai”.

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ResistenzeSi chiamava Manlio ed era un porco. Era lungo lungo e secco, il Manlio. E ti guardava sempre come ti pigliasse per il culo. Con quella soddisfazione. Con quella insolenza irrisoria. E andava a puttane. Perché di donne per lui non ce n’eran molte. E il paese è piccolo. E gli piaceva picchiarle, alle donne. Certo non era l’unico, ma la sua faccia la ricordavo bene. Con gli uomini era solo un po’ meno coraggioso, quando era solo. E non gli piaceva molto stare da solo. Aveva sempre intorno quei suoi quattro servi. E quando siamo scesi lui era sparito. E gli altri erano sparito come lui. Per un paio d’anni non s’era più visto nei dintorni. Qualcuno aveva detto che se n’era andato in Germania. Qualcun altro in Francia. Forse non se n’era mai scappato più in là di Bergamo. Poi era tornato. Con una camicia bianca e una cravatta. Era diventato tutto casa e chiesa, un vero democrista. Come se nemmeno fosse mai stato lui. E s’è presentato per le elezioni. La stupidità non è mai troppa. E l’hanno fatto consigliere proprio del nostro quartiere. Sante è ancora zoppo per le sue percosse. Non si divertiva solo con le donne. Aveva cominciato con i gatti. E dalle bestie era passato ai cristiani. Aveva sempre fatto carriera. E lui, il Manlio, ha ritrovato quel suo vecchio sorriso. Anche se ora è nella repubblica. E racconta in giro, al mercato, che lui ci ha sempre creduto. Ma non gli servono delle scuse. E non gli mancano mai i denari, al Manlio, che non so da dove gli son spuntati. Aristide dice che son di ebrei che ha denunciato. E di quando hanno dato fuoco alla cascina. Ma mica gli hanno mai cercati quelli come lui, son topi che sanno mescolarsi al marcio. Son piccole bestie per cui nessuno si preoccupa. In fondo pare che non abbia mai ucciso nessuno. Forse ne ha ammazzati solo pochi. E la Marisa se l’è anche sposata, la sua carogna. E si dice che la picchi ancora. Ma solo quando ha alzato un po’ il gomito. E poi va al confessionale a pagare con le parole quelle botte. Non tutte le sere però sono uguali e quella sera si andava sbronzi verso casa. Ce lo siamo trovati davanti e gli siamo andati intorno per guardarlo bene. Io gli dico: “Ti ricordi di me, Manlio? Ti ricordi bene? E di Giannetta, ti ricordi? E di quando avevi il teschio sul fez”?
Ha un gran bel dire il Partito. Lui non è più tanto energico e cerca di sorridere ma non gli riesce bene: “E’ acqua passata, naturalmente, ragazzi”.
Lo guardo e non lo guardo. La balla mi passa in un baleno. Io alla Ginetta gli ho anche voluto bene. Non che fosse il grande amore, questo lo sapevo, anche se ero solo un ragazzo, era forse solo simpatia. Era come una sorella. Ci Ho imparato all’amore con lei. E non ho mai amato chi picchia le donne. Né ho mai imparato ad amare il nero. E me ne son dovuto andare, allora. Quelle notti al freddo. La fame e quel sentirsi perso. Il silenzio del bosco. Le notizie da casa che non arrivavano. Sopra il ponte il povero Carlone c’è rimasto. Per sei mesi m’hanno chiamato Lupetto. Mica era il mio nome. E guardo anche agli altri. Ora siamo tutti sobri. Le armi le avevamo consegnate. Non proprio tutte, ma le avevamo consegnate. E già c’eravamo pentiti. Non era cambiato molto. Non era cambiato niente. I carabinieri continuavano a nascere tutti dalla stessa donna. E non c’è verso quando i ricordi te li trascini addosso. Salvatore la roncola la porta sempre in tasca. Ci fa le fionde. Taglia i rami e si taglia il pane e il formaggio. Lui è esperto di funghi e i boschi non gli hanno fatto mai paura. E cerco di spiegarglielo, al Manlio: “C’è acqua che non passa mai”.
Non usa più le mani, il Manlio, è diventato bravo, e bravo con le parole. E poi le mani, dopo quella notte, non sono più le stesse. Gli servono a poco. Forse solo a raccogliere l’ostia. Quelle mani non picchieranno più nessuno. Io lo spiego ai compagni in fabbrica: “Chi nasce sorcio la rogna se la porta dentro”. E ci parlo ora, con il Manlio. Adesso che è diventato delegato sindacale. Ma chi ce l’ha mandato? Ci parlo perché lo devo fare. E lui quando mi parla abbassa gli occhi. Perché io l’ho visto cagar paura. Perché ora ha la bocca più grande. E il segno che gli attraversa il viso ci ricorda indelebilmente di quella notte. Lui lo sa e io lo so. E lo sanno solo quelli che c’erano. E lo chiamo sorcio, quando m’incazzo, perché a parlarci ci parlo. ma a ragionarci non c’è verso. Tanto a quelli io non li capirò mai. Fanno i prepotenti solo con i deboli. E succhiano golosi la loro paura. Se non hanno un padrone non sono contenti. E alla fine godono a chinar la testa e di uno schifoso signorsì. Come posso dirlo a questi ragazzi che credono di sapere tutto? Prendete quel biglietto del tram, e poi tenetelo sempre stretto in tasca. Può sempre servire. Ricordate Reggio Emilia; ci vediamo in piazza. “Acqua passata, un cazzo”! Via della Conciliazione è un posto dove non passo mai.

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