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Posts Tagged ‘ricchezza’

Ci sono proprio cose che non ti possono non infastidire. Io non lo so chi scrive queste storie. Va bene aggiungere un po’ di fantasia, ma quello il troppo è eccessivo. Poi la gente ci crede e diventa un’altra storia. Diventa chiacchiere. Ora vorrei ristabilire un po’ verità visto che ne sono stato il protagonista.
Quella sera avevo trovato di prendere due lire, cioè due euri, bisognerebbe aggiornare anche i modi di dire, per dare una mano in cucina in un ristorante dove c’era una festa in grande. Lavavo i piatti con un occhio ai fuochi mentre sentivo venire di là il frastuono di quelli che si stavano divertendo. Era una serata tutt’altro che di riposo. Servito il dolce e finiti i miei compiti volevo farmi una bella doccia prima di andare a ritirare la paga. Maledetto me ho voluto prima buttare un occhio alla festa che pareva non volesse finire. Trovo il coraggio e vado fino al bar. Mi si siede vicino una bella ragazza. Sui vent’anni, alta, slanciata, occhi spalancati; insomma una vera bellezza. Non posso dire molto di più perché con quelle luci vedevo e non vedevo. Tanto che mi sia accorto che era un poco sguaiata e che aveva belle gambe che mostrava abbondantemente scoperte.
Dall’interesse che le ronzava intorno sembrava la festeggiata. Io ho rimesso gli occhi nella mia acqua tonica. Lei sembrava già un po’ su di giri, direi brilla completamente, e mi ha rivolto la parola. Parole farfugliate non con troppo senso, tipo se mi piaceva la festa, se mi divertivo e da chi ero stato invitato. Un bell’imbusto si è intromesso tra me e lei, allora mi sono accorto dell’ora. Le ho detto che dopo una doccia me ne sarei andato, mi sono accomiatato. Quello mi ha detto che si sentiva intorno che ne avevo bisogno, il bifolco, e lei ha riso come una cretina. Un riso isterico istigato dall’alcol.
E così ho fatto. Già pensavo alla fatica della strada e pregustavo il meritato riposo. Ero sotto il getto potente dell’acqua ancora con lo shampoo nei capelli e negli occhi mentre finivo di insaponarmi quando me la sento scostare la tenda. “Ecco dov’eri finito, mio bel giovanotto”. Sono rimasto allibito tanto che m’è caduto il sapone di mano. Lei ride del mio imbarazzo e viene sotto il getto d’acqua con me vestita com’è. Si stava stetti stretti nel box perché era solo di servizio per chi ci lavorava. “Lo sai che sono una vera principessa”? Quello che so è che non era una vera domanda, e non era quello che mi stavo chiedendo. Lei aveva tutta l’intenzione di aiutarmi a lavarmi. Fuori il personale stava riassettando la cucina. Forse per l’acqua a quel punto ha avuto un barlume di lucidità. Cercò di parlare bofonchiando, incapace liberò la bocca di me e mi chiese se avevo la macchina. All’assenso del mio capo mi disse che saremmo stati meglio e più tranquilli lì.
Si sistemò alla meglio tra le risa di sottecchi dei presenti e le loro strizzatine d’occhio verso di me. Gli occhi di Carlo e Giorgio cercavano di bruciarmi dall’invidia. Io mi rivestii, non lo so perché ma non sono uso andarmene in giro con le chiappe al vento, e poi per mano siamo usciti. Davanti alla macchina sembrò un po’ delusa. Disse “tutto qui?”, osservò che non saremmo stati molto più comodi e infine si rassegnò e aspettò che le aprissi la portiera. Nemmeno il tempo di salire che lei aveva già abbassato i sedili. Nemmeno il tempo di sedermi che lei mi aveva spinto giù e mi aveva già slacciato i pantaloni. Mi parlava d’amore e sembrava avere una gran fretta. Io tacevo e cercavo di rendermi conto che tutto quello era vero, che ancora qualche dubbio me lo porto nel cuore. Lei era brava e appassionata e ci sapeva fare, principessa o non principessa. Alla fine mi aveva detto che s’era fatta accompagnare da Michelino ma che lui era di una noia mortale. Poi si batté alla fronte, si ricordò che gli aveva detto di aspettarla e che c’era il taxi per loro. Lo disse con lo stesso tono con cui una donna ti liquida con un “Cielo, mio marito!”. Si scusò, mi diede il bacio dell’addio frettolosamente e scappò via. L’avessi raccontato chi avrebbe potuto credermi?
In quel periodo stavo con Adele. Forse non era un grande amore ma era gentile, e poi funzionava tra noi. Naturalmente non le dissi nulla, ma mi sentivo molto in colpa per quello che era successo. E temevo lo potesse venire a sapere dai soliti Carlo e Giorgio; gli infami. Semplicemente non ne ebbero il tempo. Nonostante quanto feci per tenerglielo nascosto la mia storia con Adele finì proprio per quello. Un paio di sere dopo accompagnai la mia fidanzata fino a casa ed eravamo quasi arrivati quando, aprendo il vano oggetti, si è trovata tra le mani le mutandine che la bella sconosciuta principessa aveva scordato nella fretta di scappare. Cercai di inventare una scusa ma fui maldestro e poco credibile. Non rividi più Adele.
Quasi non ci pensavo più dopo un lungo periodo poco fortunato, sia sul fronte del lavoro che con le donne. Sembrava che la fortuna mi avesse girato le spalle. Da alcune riviste avevo avuto conferma che era una vera principessa. Ero messo talmente male dal punto di vista sentimentale che, debbo ammetterlo, un paio di volte avevo dovuto ricorrere a quelle riviste per fare all’amore. Poi avevo letto che aveva incontrato il suo principe azzurro, che l’aveva perso e lo stava cercando. In quel mondo le cose sono sempre andate in questo modo. Non mi illudevo di essere proprio io l’uomo della sua vita e poi non sapevo come avrei potuto fare. Non sapevo come né dove presentarmi ed ero certo che sarei stato solo deriso. Insomma era stato solo il bell’incontro di una sera diversa dalle altre. Una cosa da ricordare, se non si riesce a dimenticare.
Poi un pomeriggio sento un gran trambusto nella strada. Voci di ragazzi, di bimbi, vociare di gente. Stavo per andare a vedere alla finestra pensando ad un incidente quando sento suonare alla porta. E’ lei, la mia principessa, fresca di visagista, parrucchiere, eccetera, circondata da un codazzo di amici e tutti sembrano divertirsi sguaiatamente. “Cerco il mio principe azzurro. Non ricordo molto. Ero troppo ubriaca, ma questo non conta. Lui ha una cosa mia”. E io vado a prendere le mutandine che ho conservato gelosamente. Mi dice con una faccia che ti dico che potevo almeno lavarle. Non posso confessare il mio rapporto con quell’indumento. “Fa nulla” –e torna a ridere sonoramente seguita dal coro di quei perdigiorno. Si alza la gonna e le prova davanti a tutti: “Sì! Sono proprio le mie”. Allunga una mano prima che abbia uno stupido gesto di pudore: “Sì! Sei proprio il mio” –e ride. E senza chiedermi altro, sembrerebbe inutile anzi superfluo anche a me, si limita a dirmi di seguirla: “Vieni”.
A farla breve si rischia di andar di fretta. Insomma la seguo. Ovvia macchina chilometrica. Scontata villa sterminata. Mi sorge il dubbio che per raggiungere la camera mi ci voglia il passaporto. Mi rassicura subito ed è subito amore e passione, cioè l’amore riprende da dove era stato interrotto. Già dentro quell’automobile non era riuscita a resistere. Domanda: le principesse sono sempre così? Risposta: non ne avevo mai incontrata una. Ci si abitua subito alle comodità. E ci si adegua al lusso. Però il vino, almeno quello, vorrei versarmelo. Possedere un minuto. Non siamo mai soli. Anche quando siamo noi due, quando vorrei intimità, c’è sempre qualcuno. E il tempo che rincorre il tempo. Credevo che sposare una principessa fosse meno faticoso. E che lo sposo sarebbe stato principe. Sono principe ma solo principe consorte. Insomma… non è che ci capisca molto.
Lei è troppo buona nel senso che è troppo espansiva. Cerco di spiegarle che… una moglie… non dovrebbe… Mi dice: “Quanto sei vecchio”. Mi dice: “Quanto sei moralista” –e ride. Non mi va di ritrovarmi nei giornali. Mi va ancora meno di ritrovarci lei e non con me. Cerco di capire e non ci riesco. Uno è un noto pittore. L’altro un famoso fotografo. Mi sento assediato da geni. E io che mi pensavo che erano tutti gay. Invece sono anche loro tutti troppo affettuosi, con lei. Riprovo a dirlo. Mi sento uno scemo. In verità qualcuno vorrebbe essere troppo affettuoso anche con me. Non avevo torto completamente. Non esiste veramente un tutti nella vita. Lo penso mentre lei mi spiega come va il mondo. Nel suo mondo ovvero in quel mondo. Ma io sono solo un tipo semplice. Questo lei lo sa e me lo ripete; un po’ ottuso. Cioè di vedute limitate, e ride. Mi spiega che però mi cambierà. Io mi sento già un altro. O di un altro. E ha sempre meno tempo per me. Cioè per noi.
Non mi vanno gli estranei nella sauna. Non mi va che tutti vedano quel tatuaggio. Molte son le cose che non mi vanno. Smetto di elencarle. Le risposte sarebbero seguite da quella sua risata che ha il sapore dello scherno. Entro in sala e sta baciando uno che non ho mai visto. Mi spiega che è un importante industriale degli insaccati. Mi dice che posso restare. Preferisco andare; lasciarli soli. La sera mi spiega che è solo un caro e vecchio amico. Mi sembrava più giovane di lei. Mi spiega che non c’è niente tra loro. E che anche lei ha i suoi bisogni. E che sono anche affari. E che si vuole divertire. “Che c’è di male”? Che tra noi va tutto bene. Ho un vulcano che mi ribolle dentro. Il magma sale ma non so ribattere. Mi precipitano a terra le braccia. Tiro giù un santo dal firmamento. Metto il muso. “Sei… sei… noioso”. Si abbassa la maschera e torna a dormire. Io invece mi rigiro nel letto e non trovo posizione. Le domande si mettono in coda. E dopo le seguono i dubbi. Sarò anche un piccolo borghese ma non so essere altro. La notte è buia (nessuna novità). Sbatto il libro sul comodino. Lei è di sonno pesante. E il mattino ricominciano i mille impegni.
Si sveglia divertita, lei. Mi chiede: “Non hai visto che tette ha Betta”? Sembra volermi consolare. E’ come parlare con un uomo. Betta è la domestica che si dovrebbe occupare di me. Certo che le ho viste. Non fa che cercare di farmele vedere il più possibile. E ha anche occhi curiosi, la Betta. Forse anche ammiccanti. Anzi certamente. Solo vorrei accorgermi io delle tette della Betta senza che lei mi inviti a farlo. A osservarle. Ma ormai lei ha sempre meno tempo per me, cioè per noi. Forse cominciò a soffrire di stanchezza, e a farmi ripetitivo. Non mi sorprendo che la Betta sia gentile. Anche se mi mette disagio in quei momenti continuare a sentirmi chiamare signore. Eppure mi sento colpevole. Lei, la mia principessa, pare saperlo e divertirsi. Ho il sospetto che le due si bisbiglino i segreti. E che ridano alle mie spalle. E questo sarebbe anche il meno. Ormai la principessina da sempre più confidenza a sempre più “amici”. La mia presenza non fa nessuna differenza. Dice che le piace stare con me. Che è felice. Che quella è vita. La sua vita. E qualche sera è veramente appassionata, come quelle prime ore.
Ma c’è sempre un confine alle cose. Un giorno stiamo parlando. Io sul divano, lei in piedi di la del tavolo. Mi accorgo che, come se non ci fossi, Gastone il maggiordomo le sta toccando il culo. E che lei lo lascia fare divertita. E lui lo fa con perizia e scrupolosità. Legge nella mia faccia e ride. Mi chiede se non mi diverte. Mi chiede se mi va di vedere. Mi spiega che è solo Gastone. Che è con lei da sempre. Lui si mette dietro. Lei si china per facilitargli il compito, si alza la gonna. Lui le abbassa le mutandine. La mia faccia si trasforma in quella di un ebete. Mi spiega che è bello non essere gelosi. E che non c’è nulla da essere gelosi. Mi alzo. Fa la faccia offesa: “Sei antipatico”. “Allora non vuoi che mi diverta”. Fatica a dire le ultime parole. Quel che è troppo è troppo quando la chiama “la mia puttana”. Me ne vado senza interromperli. Quel Gastone mi è stato sulle palle fin dal primo istante. Decido che quella vita nobile non fa per me. Viene a letto molto tardi. Aggiunge che non capisce. Che non sa perché dovrei prendermela. E che così è anche molto democratico. Io aspetto con ansia col braccio sotto la testa che si addormenti. Mi prega di spegnere la luce.
Non è più sveglia, non dorme ancora profondamente. Ne approfitto per darle un bacio. Mi rendo conto che è il bacio che non ci siamo mai dati. Il primo bacio. Un bacio d’amore. Un bacio per tornare rospo. Ora la posso raccontare al passato. Torno ad essere solo me stesso. Sarebbe facile non fosse che ormai mi annoio a vivere ai bordi del fosso. E c’è una rana che mi gironzola intorno. Ma non ho occhi che per una bionda che raccoglie margherite. Cerco di richiamare la sua attenzione gracidando. Attenzione: i rospi non gracidano come le rane «cioè, le rane fanno craaaa craaaa… e i rospi crooooa crooooa». Lei, la biondina, non mi presta attenzione. La raggiunge un giovanotto. Dovevo aspettarmelo. Continuo a non riuscire a non amarla. Che colpa ne ho se anche tornato rospo continuano a piacermi le belle tose?

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CARTE: Analisi di un omicidio (33*48) tecnica mista su carta, 6 giugno 2010Quando l’ho vista arrivare ha richiamato subito la mia attenzione. Solitamente la mia anticamera è sempre gremita. C’è una folla enorme e varia e multicolore in attesa. Uno spaccato di molteplice e misera umanità. Gente che insegue la fortuna, l’amore o una illusione. Per lo più gente male in arnese e rumorosa, di tutte le età. Spesso mi intristisce e mi fa pena quell’universo di gente disposta a dilapidare tutti i suoi miseri risparmi di una vita per governare la sorte. Molte sono le donnette e molte di loro stringono in mano un santino e si segnano continuamente. Io ci campo di loro e ci campo bene.
Lei invece era elegante e curata e cercava di nascondere l’avanzamento inesorabile dell’età. Aveva aspettato che tutti se ne andassero e lo stavo già facendolo anch’io. Cosa non del tutto insolita era tra chi non vuole che gli altri credano che anche loro credono in queste cose; non voleva farsi vedere. E mostrava quel certo disagio tipico anche di chi non frequenta abitualmente studi come il mio.
Molti, quando escono da qui, sono i primi a dire che loro sono gli ultimi a credere. Si avvicinò con fare quasi circospetto e si sedette, facendo attenzione a non sgualcire minimamente la gonna, estraendo dal cilindro un sorriso di circostanza che però le illuminava il viso. Era gradevole la sua voce e il profumo che usava senza abusarne. In lei era tutto composto: la parlata, compresa la grammatica, l’eleganza e quel sorriso pacato. Aspettai un attimo affinché passasse quella minima ansia del primo momento, bisogna essere anche un poco psicologi nel nostro lavoro.
Voleva sapere cose le riservava il futuro; nientemeno. Nulla di più semplice. Faticò a confidarmi nome, cognome, età e ed indirizzo come se noi dovessimo sapere proprio tutto, anche quello. Spostai le carte e le presi la mano. Era una mano curata, come del resto tutto il resto, che abbandonò lievemente tra le mie con delicata apprensione rivolgendo verso l’alto il palmo. La gente, quando ci interpella, non vuole la verità ma vuole la sua verità; vuole sentirsi dire quello che si aspetta da noi. Non è raro che, riconoscendo la persona dagli occhi, siamo costretti ad indorare la pillola e ad aggiungere alla nostra lettura un po’ di quella fortuna o di quell’amore in più che vorrebbero fosse loro riservato. Così è stato, debbo ammetterlo, anche per lei, ma non avrei potuto comunque dirle la verità. Avevo visto subito che la sua linea della vita si interrompeva bruscamente ed in modo violento: era incisa in maniera netta e non le lasciava che cinque giorni di vita. Poveretta, mi fece pena.
Pensai che era ancora una bella donna, piacente e che non poteva avere più di quarant’anni. Mi riebbi subito e cercai di nascondermi in un sorriso tranquillizzante. Le dissi di non preoccuparsi e che anzi l’aspettava, di li a quei fatidici cinque giorni, una svolta nella sua vita. Che avrebbe trovato tutto quello che cercava: equilibrio, amore, felicità e agiatezza economica. La invitai a festeggiare i giorni che la separavano dalla realizzazione dei suoi sogni prendendo pieno possesso del suo tempo e vivendolo intensamente alfine di farsi trovare ben pronta e preparata a quel cambiamento.
Le spiegai che non potevo vedere l’origine di quel grande patrimonio, che non leggevo nella sua mano nessun evento tragico per cui forse era l’incontro con un uomo, probabilmente quello della vita, o forse una grande proposta d’affari. La consigliai perciò di non farsi prendere alla sprovvista e di munirsi di un po’ di denaro da tenere in casa perché a volte anche la fortuna ha bisogno d’essere aiutata. Cercò di interrompermi per spiegarmi che la sua situazione economica era già buona e che non era quello che voleva ma non la lasciai terminare. L’avevo capito dall’anello che portava al dito, ma si stava ormai facendo veramente tardi. La tranquillizzai anche per quanto riguardava la salute e le accarezzai il palmo della mano molto delicatamente. Lei accennò un sorriso intimidito e abbassò gli occhi ringraziandomi.
Dopo che se ne fu andata pensai che cinque giorni in fondo sono ben poca cosa, che sfuggono in un soffio. Il giorno fatidico, il quinto, ricordo che era una martedì come questo, dopo averle preannunciato la mia visita per cellulare andai a trovarla. Mi accolse con un sorriso aperto e cordiale che le illuminava tutto il viso, al pari di un vecchio amico, e mi ringraziò anche se non mi sarei dovuto disturbare. Come avevo immaginato la sua era una bella casa signorile, molto signorile ed elegante, anche l’arredamento era di un gusto raffinato; una vera reggia. Lei era veramente in splendida forma e mi fece accomodare in salotto ansiosa di raccontarmi. Quei giorni erano stati per lei veramente, come le avevo anticipato, dei giorni speciali. Lei non aveva avuto altro pensiero che quello di pensare a sé e il tempo le era passato come un soffio tepido e sereno. Il marito stava organizzando un bellissimo viaggio da fare assieme in un posto esotico di cui ho scordato il nome già mentre me lo diceva. In quel momento era sola in casa perché lui aveva dovuto naturalmente recarsi in ufficio come al solito.
Mi confermò che aveva mantenuto il segreto sul nostro incontro, come le avevo raccomandato, e che perciò si sentiva come una bambina discola e bugiarda. Aggiunse che un po’ le era rimasto difficile perché dalla lingua le sfuggivano le parole poiché non riusciva a trattenere l’allegria e la felicità che aveva trovato. Mi offrì un caffè che fece con le sue mani in quanto aveva dato il giorno libero alla servitù e si scusò di un disordine che non c’era motivandolo con il fatto che stava già preparando le valigie. Mi confessò che era leggermente in ansia per le novità che ancora l’aspettavano soprattutto per quella giornata. Temeva per il viaggio, che la costringesse ad essere assente proprio nel momento che avrebbe suonato a quella porta la fortuna. Le dissi di stare calma e di avere fiducia in me che tutto sarebbe andato bene e che sarebbe successo nel modo più naturale che poteva immaginare.
Aveva un sorriso luminoso e talmente tante parole che non sembrava in grado di governare la pazienza e che non avesse tempo bastante per tutte. E quella voce cortese che scivolava dalle labbra lucide e rosse librandosi di tra i denti candidi che sembrava un massaggio. Rischiai di lasciarmi distrarre. La fissavo negli occhi e non riuscivo a distogliere lo sguardo. Mi disse che non sapeva proprio come ringraziarmi. Glielo spiegai io e mi fece accomodare in camera da letto. Lasciò che le facessi scivolare a terra l’abito e poi si rivelò dolce, tenera e passionale. Tra le mie braccia mi confidò che non se lo sarebbe mai aspettata e che forse ero io quel futuro che l’aspettava. Modestamente penso di essere bravo in tutto quello che faccio. Mentre il suo sguardo si stava facendo liquido e la voce le veniva a mancare si rivelò romantica e tra i sospiri le sfuggirono parole di desiderio e d’amore, ma io stavo già stringendo la presa sul suo collo. Una mano come quella, liscia e di velluto, con all’indice quel rubino naturale birmano ovale purissimo d’un rosso tanto violento da accecare, non poteva mentire sul suo destino.

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