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Posts Tagged ‘ricordo’

A 3 ANNI DALL’OMICIDIO DI VITTORIO ARRIGONI, avvenuto a Gaza, Palestina,il 15 aprile 2011, familiari amici conoscenti e voi tutti siete invitati per ricordarlo fra sorrisi e lacrime.

dal libro Perché amo questo popolo di Silvia Todeschini.
Mi permetto di ricordarlo con le parole dei suoi amici palestinesi:
…”E’ entrato in questa casa e si è seduto con noi, alla pari. Ci ha ascoltate, ha ascoltato la nostra sofferenza. E come con noi, ha scoltato e aiutati tutti quelli che ha potuto qui a Gaza. Aveva certamente una forte umanità”.
“Vorrei dire a sua madre che deve andare orgogliosa di suo figlio. Vorrei avere l’onore di conoscere una donna così… e le auguro una vita felice!”.
“Mio caro Vik, voglio che tu sappia che ci hai lasciato nel corpo ma l’anima vivrà con noi per sempre. Voglio essere sicura che tutti coloro che credono in te e nella causa palestinese continuino a seguire il tuo percorso. Vorrei che tu sapessi che sei il nostro eroe, puramente umano“.

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Vi aspettiamo alla Scuola elementare di Bulciago.
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PROGRAMMA:
15.30 Presentazionene
15.45 Video Gaza 2009 con Vittorio
16.00 Campagna per la libertà dei prigionieri politici palestinesi- con Luisa Morgantini
16.20 “Un fiore per la libertà'” , la resistenza palestinese nella West Bank-Simone Zaccarini da voce a Samantha Comizzoli che si trova nei Territori Occupati
16.40 In “Viaggio” con Vittorio-con Egidia Beretta
17.00″Sull’Italia calavano le Bombe” spettacolo sulla resistenza- con Nudoecrudoteatro
17.50 Fondazione Vik Utopia: i progetti
-“Le farfalle di Gaza” (Debra Italia) con Daniela Riva
-pannelli solari sull’ospedale di Jenin a Gaza (Sunshine4Palestine) con il dott. Ivan Coluzza
18.30 Letture di Valerio Mastandrea-video
18.45 Bella Ciao-video inedito di Vittorio
19.00 Banda degli ottoni a scoppio
Lancio dei palloncini
Aperitivo palestinese offerto dalla comunità palestinese di Lombardia.
In contemporanea:
Mostra Momentanea-mente di Mauro Veggiato
MUSIC FOR PEACE CREATIVI DELLA NOTTE
-solidarbus
-raccolta di alimenti non deperibili, medicinali, materiale scolastico per la prossima missione umaitaria a Gaza (estate 2014)
LIBRI SULLA PALESTINA
Libreria Les Mots (milano)
PUNTO GIOCO PER BAMBINI
Animazione con i Giocomatti e spettacolo di Lupin
Merenda
BANCHETTO INFORMATIVO
Liberitutti Yallapalestina

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tazzina di caffèQuel nome lo trovava un nome insolitamente brutto. La trovava una ragazza particolarmente banale; avrebbe detto anonima. Eppure a guardarla non si poteva negare che fosse una donna attraente o meglio bella (i due termini non sono di per sé sinonimi). Proprietaria di una bellezza calma, consolante, tranquilla. I suoi occhi erano grandi e quieti. I capelli neri incorniciavano un viso di una rotondità non ordinaria e aggraziata. Era anche alta da lasciarsi guardare. Si trovò all’improvviso a pensare tutto questo: era una che stava sulle sue non perché diffidava degli altri; insomma, una persona appartata. Era il suo sorriso ad essere insapore accompagnato dal suono piano delle parole. A lui non era mai parsa poi così bella come quella mattina a seguito di un grave lutto. Fu scusandosi che si accorse di quel cambiamento e di come fosse in tutto donna. Si accomiatò sforzandosi a non girarsi. Il destino aveva detto che avrebbe incontrato l’amore, ma non avrebbe mai creduto si trattasse di un amore, per quanto frivolo, che aveva già incontrato così spesso. Le telefonò solo per tornare a scusarsi e per informarsi della sua salute. Non aveva mai sentito un pettegolezzo su lei ma si accorse solo dopo averlo detto di averglielo chiesto: “Non credi che ci si potrebbe vedere; una di queste volte”? Non gli rispose di no ma sembrava una cosa in cui non credeva troppo e comunque non aveva alcun entusiasmo nella voce. Lui si chiese se era il caso e poi, dopo alcuni giorni lenti, la richiamò; in fondo non aveva altro da perdere. Camminarono indietro nel loro passato. Poi lei salì come se niente avesse potuto cambiare niente. Lui non aveva ancora alcuna certezza, ma si accorse che era vero che nonostante il nome era tutta da mangiare.

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Franca subito dopo quel noi. Peccato, era bellissima.Forse inopportuna per festeggiare una donna e tutte le donne. Forse fin troppo vera, nel mio caso. Ci sono canzoni, e questa è una di quelle, che a volte senza un perché, ma non è questo il caso, che quando sentivo la loro musica di distruggevano dentro, mi straziavano il cuore, anche quando la nostra era una storia finita. In fondo fanno ancora male ma questo è un tributo ad un amore: il nostro. Hanno accompagnato molte mie ore. E mi hanno fatto sempre pensare a te. E’ strano ma non pretendo tutte le risposte, so solo che è. La dedico a te per quello cha ha rappresentato e a tutti quelli che hanno avuto un amore sfortunato e a quelli che ora hanno un amore felice. Non provo nessuna vergogna ad essere romantico. Ci sono sicuramente cose peggiori nella vita. E non ho altri pudori: TI AMO.lei sta con te..lei vuole te
e ti dirà che tu sei stato il primo che ha mai amato..
ma tu non sai niente di lei…
se ti amerà come tu vuoi ricorda che lei l’ha imparato da me…
lei sta con te…lei vuole te
se piangerà senza un perché..allora ricordati che lei pensa a me…

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Cara Ross
Foto in BN della 17nne Franca con Venezia alle spalleQuesta è una storia che abbiamo raccontato e raccontato più volte. Ma non c’è stanchezza perché questa storia è la nostra Storia. Certo solo nostra eppure mi pare come un buon augurio. Certo può succedere. Così è successo. Sfiorando l’incredibile. Come una favola: la nostra Favola. Due anni, fa di questi tempi, proprio il 13 marzo, ma era un venerdì, alle 21.30 arrivava un messaggio in Facebook. Spero che mi perdonerai, anzi ne sono certo, se metto a nudo le tue parole nel raccontare il veramente com’è andata, senza un briciolo di pudore:
«Dal nome potresti essere un “antichissimo” amico di giovinezza, dipende quanti anni hai e se hai un fratello di nome …
Se così fosse, e parlo di quel fratello, potresti essere il Mario che conosco.
Non cercare di capire chi sono dal nome perché è evidentemente un nick.
Se vuoi rispondimi e se sei tu potremmo riaggiornare la nostra amicizia
Ciao Ross»
Dalla fessura aperta da questa mail è entrato subito un uragano. Difficile spiegarlo. Incredibile, è il termine più vicino alla realtà. Io Ti ricordavo così, come nella foto (anche se non una bella foto). O come in quella sotto (sempre una foto non proprio riuscita ma poteva una foto ritrarre la tua bellezza o almeno come Ti vedevano i miei occhi?). Nemmeno io, è stupido dirlo, ero rimasto lo stesso. E mi ricordavo molte cose, quasi troppe, forse tutte. Sono passati due anni e qui li voglio ricordare. I due anni più belli in una vita. E il nostro è un amore incredibile ma ancora giovane, nonostante noi. La cosa più incredibile è stata certamente che abbiamo ripreso il filo logico dei nostri discorsi come l’avessimo interrotto solo alcune ore prima. E c’era solo un grande bisogno di non tornare a interromperlo, nemmeno per un istante. Invece erano trascorsi più di quarant’un anni. Non sto scherzando: proprio 41. Non posso allora che dedicarti ancora una volta una canzone del grande Luigi Tenco perché in fondo non siamo mai stati veramente lontano. E quello che racconta il poeta-cantante l’ho veramente provato. Ed è difficile dirlo e capirlo ma non c’è mai stato un solo istante in cui tu non mi sia in qualche modo mancata. Eravamo cambiati e non lo eravamo affatto. Forse eravamo stati degli altri, diversi, ma in quel momento eravamo tornati a casa. Ci eravamo ritrovati. Ritrovati completamente. Auguro a tutte le persone che si amano un amore così grande. Pieno di serenità, di felicità e di passione. Lo auguro nel momento in cui ti dedico questo pensiero per il nostro anniversario. Mille di questi giorni mia cara Ross.

Foto in BN in cui Franca ha ancora una volta il volta di una figlia dei fiori tipico di quegli anni

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Tecnica mista su cartone telato: informale su variazioni di rossoAnche il ricordo fatica. Un nuovo mondo veniva alla luce e non c’era stato prima. Non c’era mai stato un ragazzo a dar calci a un pallone. I calcinacci li spalavano ancora di saggina. Cos’era la musica allora? quando è nata la musica. Allora era rubare un sogno. Tornavo a casa correndo col disco lucido e nero e lo mettevo nel piatto fino a consumarsi. E il giorno appresso ancora, e aveva colori e sapori nuovi. E imparavo le parole anche quando erano suoni che non conoscevo. Alle mie orecchie cercavo di farli suonare almeno simili. E le cantavo stonato come fossimo in tanti o cantavo Annamaria alla mia malinconia o a lei dopo averla conosciuta. Con quella voce che è rimasta uguale e gl’occhi che invece non sono più gli stessi. E loro parlavano di me e io di loro. E poi la prima autostrada senza riprendere fiato e sempre la mia musica con me a squarciagola. Ma poi entri ed esci dalle stanze e le stanze ti lasciano sempre qualcosa addosso. Ieri sera non era una sera come un’altra e ogni anno voleva raccontarsi. Chiudo le palpebre e torno a rubare o mi lecco le ferite e ho perso il conto. Non ho più quel giradischi ne un giradischi. Non ci sono più i dischi. Rimetto Contessa che l’ho rubata in rete e tutto torna vivo. Alzo il volume. Sarò anche uno stupido. Sarà anche vero che non succede mai due volte, ma quando devo scendere alla stazione di Bologna non riesco a non aver rancore.

Fotografia BN dell'orologio della stazione di Bologna fermo all'ora della stragePaolo Pietrangeli: Contessa

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a Eftimios

Dietro le pareti, dietro i vetri il vento era una costante; non un sibilo ma più un sussurro, un respiro, leggero.
La luce quel mattino era un violento bagliore, un barbaglio; accecava la vista e incideva sulle cose profili come solo un punteruolo può sulla cera.
Il panorama, dall’ampia vetrata, di infiniti suggerimenti degradava indeciso verso il lago per poi rialzarsi brevemente e infine spegnersi nel mare; nell’avvicinarsi al quale si faceva meno sicuro, si sfumava e stemperava in quel chiarore. A sinistra un piccolo colle orgoglioso si alzava appuntito quasi ad affermare una presenza come provvisoria. Ma il lago non rifletteva la luce, anzi la tratteneva.
Dario si muoveva lentamente con passi misurati e soffocati per le ampie stanze facendo attenzione per non lasciarsi sfuggire il senso di quei sospiri tanto tenui da tradire la presenza, e non lasciare orme; senza riuscire a ritrarre lo sguardo da quei ritratti (tracciati con segno sottile ma preciso) più che come specchi; specchi.
Per l’amore e il dolore (quelli veri) la parola è pura; violenta; bestemmia. Quanta letteratura si era tradita in ciò. Adesso questo gli sembrava più chiaro ed esplicito ed anche in sé taceva, gl’occhi colmi di lacrime mai confessate.
Ma poi era solo quel paesaggio a lacerargli il cuore? Lui era lì, presente anche se non riuscivano ad incontrarsi; non per gli oggetti che pure erano appartenuti a lui, non per i gesti-riti che ne serbavano memorie. Eppure vi era quasi una trasparenza insolita per i sentimenti. Una nudità; dura.
Misurava ogni gesto per non sporcare, per non tradirsi. Le fronde che da lontano si agitavano erano più che un richiamo, un continuo celare e svelare fatto della mitologia del quotidiano. Le nubi giocavano piccoli disegni.
Aveva perso qualcosa di sé per sempre e di questo ne prendeva piena coscienza ma contemporaneamente ne era accresciuto; contemporaneamente capiva come vi siano presenze che non potevano mai venir meno ed essere mutate da nessun processo di ricostruzione mnemonica.
Il tempo non poteva essere né un limite né un argine. Non sapeva ancora se ne avrebbe parlato né che ci avrebbe parlato. Anzi, se il sapere è qualcosa in qualche modo legata alla ragione, non sapeva. Non voleva sapere.
Per un attimo trattenne anche il fumo della sigaretta, poi la spense per non tradire nemmeno gli odori e si accomodò in una sedia, lo sguardo fisso nel vuoto. Temette di perdersi.
Fra tanti paesaggi solo con lui voleva stare in quel momento, solo con lui come non mai e con il fascino di quel silenzio. Da uomo a uomo. Con lui che forse non aveva in realtà mai chiesto il come ma solo l’essere; che pure doveva aver cercato in sé una ragione senza poterla trovare.

Poteva capire quel suo cupo e rancoroso dolore? Lenirlo con il sogno di un pallido forzato mite sorriso? Raccolse e sfogliò distrattamente un libro senza però distrarsi dai suoi pensieri, poi, prima di tornare sui suoi passi, sottoscrisse il patto: i suoi silenzi sarebbero stati d’ora in poi i loro, il loro modo di capirsi, l’angolo di questo patto e lì solo lui l’avrebbe veramente capito per quell’amicizia che non aveva avuto modo di diventare.¹


1] 3 aprile 1991

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E’ già agosto. Veramente sono in ritardo. Un paio di giorni non sono poi la fine del mondo. Di quel mondo se n’è andata la metà. Dicono. Le strade e gli uffici sono vuoti. Per fare caldo fa caldo. Proprio come fosse agosto. Come in quel 2 agosto del 1980. Come passa il tempo. Scappa via. E sono trent’anni. E guardo i treni passare. C’è ancora da aspettare per le ferie. Una strana sensazione. La vita corre veloce. Mi sembra di stare lì a guardarla passare. Proprio come quei treni. Forse è una questione d’età. La sensazione che tutto scappi tra le dita. Vorresti fermare il tempo. Come in una sorta di piccola paura.
Vorrei poter dire eravamo in tanti. Era una umanità variopinta. Una piccola umanità. Una fetta di umanità. Ma c’erano posti vuoti. E nemmeno pochi. E genti diverse. Certo c’era Patti Smith per il Live again Emergency. Per noi era più importante festeggiare la riapertura dell’ospedale di Lashkar-gah. Era quello il vero motivo. Ma piazza S. Marco aveva la magia di sempre. Delle sue notti. E la notte ci cullava dolce. E’ proprio vero che se non ti senti vivo non lo sarai mai. E comunque c’era Patti Smith. Come dice Wiki la sacerdotessa “maudit” del rock. Un pezzo di quel passato. Un pezzo di quel noi. Magari dei nostri fratelli più piccoli. Quelli con dieci anni di meno. Ma chi ha vissuto quegli anni non si perde per così poco. Ha continuato a cercare la buona musica. Le buone sensazioni. E poi è pur sempre quella di “Because the night”. Non sarò cresciuto con lei ma ci siamo incontrati già grandi. Più o meno siamo coetanei. Potrei portarla a vedere quei treni.
Io con la mia maglietta rossa “Io non ti denuncio”. Chi ne capisce me la invidia. Me la vorrebbe rubare. Ne sono orgoglioso. Siamo in tanti ma non abbastanza. E a guardare vedi come molto è cambiato. Quasi tutto. Ci sono giovani. Ci sono i sopravvissuti. Con tutto quello che è passato attraverso loro. Lo so che sbaglio. Cosa ci posso fare? Chi si aggrappa testardamente al passato mi pare patetico. Come quelli che protestano per farci sedere. Lo sanno che è un concerto? Ci vuole un po’ per scaldare gli animi. Rossana accenna ad accendere una fiammella. Veramente la luce flebile del palmare. Le faccio ricordare come si faceva con l’accendino a tutto gas. Per un attimo. Siamo i soli a farlo. Un attimo. Ci rinuncio. Seguo quei pochi versi che conosco e ricordo. Cita i Rollings. Interpreta una Gloria. Proprio la nostra musica. Quella di quegli anni. E’ da vecchi commuoversi. Stasera non ne ho il tempo. E poi tutto è cambiato e niente è cambiato. E’ bello finire cantando “People have the power”. Ma cosa è rimasto. E io chiedo troppo spesso perdono ai nostri figli. E pensare che avevo cominciato tutto questo per parlare d’altro. Solo per guardarmi intorno in questo inizio di agosto.

Ero immersa nei miei sogni
di una apparenza brillante e corretta
e il mio sonno è stato interrotto
ma il mio sogno rimaneva chiaro
sotto forma di vallate luminose
dove si sente l’aria limpida
ed i miei sensi si sono riaperti
Mi svegliai (sentendo) l’urlo
che la gente ha il potere
di redimere l’opera dei pazzi
fino alla mitezza, alla pioggia della grazia
è stabilito, è la gente che guida
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere

Gli atteggiamenti vendicativi diventano sospetti
e rannicchiarsi come per ascoltare
con le braccia protese in avanti
perché la gente ha le orecchie
e i custodi e i soldati
giace sotto le stelle
scambiando ideali
e abbassando le braccia
per disperdere / nella polvere
per diventare / come vallate splendenti
dove l’aria pura / si percepisce
e i miei sensi / (sono) di nuovo aperti (al mondo)
Mi sono svegliata piangendo
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere

Dove c’erano deserti
ho visto fontane
l’acqua sgorgava come crema
e noi andavamo a spasso là assieme
e non c’era nulla di cui ridere o da criticare
e il leopardo
e l’agnello
dormivano assieme realmente abbracciati
io speravo nella mia speranza
di riuscire a ricordare quello che avevo trovato
io sognavo nei miei sogni
Dio sa cosa / una visione ancora più pura
fino a che non ho ceduto al sonno
Affido il mio sogno a te
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere

Il potere di sognare / di dettare le regole
di lottare per cacciare dal mondo i folli
è promulgata la legge della gente
è promulgata la legge della gente
Ascolta:
Io credo che tutto quello che sogniamo
può arrivare e può farci arrivare alla nostra unione
noi possiamo rivoltare il mondo
noi possiamo dare il via alla rivoluzione sulla terra
noi abbiamo il potere
La gente ha il potere …

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quadro informale in tecnica mista

25 aprile; tecnica mista su cartone telato 20*25 (25.04.2010)

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Avrebbe voluto partire, girare il mondo. Inutile chiedersi perché. Il viaggio ha sempre il fascino del viaggio. Era il suo sogno fin da ragazzino. Poi tutti i suoi libri. Ma la verità la sapevano tutti e nemmeno lui poteva tacerla. E non era per quel nome. Non era colpa dei suoi che avevano scelto di chiamarlo Cristoforo. Quanto si erano presi gioco di lui quand’era un bambino, per quel nome. Ora gli era diventato indifferente.
Già! era solo che non avrebbe più dovuto restare. Eppure lo sapeva che sarebbe potuto partire da lì e da qualsiasi altro posto, ma mai fuggire da sé. Era stata lei a costringerlo ad essere quello che era. Ci sono amori dai quali non si riesce ad uscire mai. E la vita è sempre ironica più della più fervida immaginazione: pensare che la loro canzone era stata Vagabondo.
E c’era anche quello. A cose serve a due innamorati una canzone? Ma ecco che serve dopo, a tenerti legato al ricordo, a non lasciarti andare. Non la poteva più ascoltare, quella canzone che in realtà non aveva nessun senso che costringerlo a rammentare. Certo tutto ciò che ha un inizio ha anche una fine. E’ facile essere ragionevoli. Cosa ci poteva fare? E continuava ad avere quell’inizio lì, davanti agli occhi. E come la rivedeva ne risentiva il profumo.
Era solo finita. Come finiscono tutte le storie. Senza neanche il coraggio delle spiegazioni. Ma cosa si può spiegare? Se l’amore viene meno. Se un altro amore nasce per uno che finisce. Gli sembrava di parlare della vita di un altro. E non era stato il tempo. Non era appassito. In lui non sarebbe mai appassito. Solo la sera prima, quella sera, che sembrava una delle tante, era stata appassionata. Si era mostrata gelosa. E poi maliziosa. Lei era sempre stata brava in quel ruolo. Quando è il momento ogni cosa pare ironia.
Torturava il biglietto che aveva già in tasca. Ormai era sgualcito. Primo scalo nel mondo reale. Ma anche il treno ritardava.

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Ne aveva visti di novembre. Lui aveva pazienza. Certo è facile aspettare finché non si sa. Ormai sapeva. Come sapeva che nessuno è solo vittima o solo carnefice. Ma, nella sua lotta, il morbo era almeno contenuto.
Gli era vicino. Non gli poteva più sfuggire. Quei topi scorazzavano per la città. Minacciavano pestilenze. Denunciavano che lui, appunto, non era lontano. Non lo vedeva ma cominciava ad odorare la sua presenza. Non lo aspettava con un paletto di frassino per il suo cuore. L’essere non poteva avere cuore. Quelle erano solo bubbole. Erano fantasie. Doveva affrontarlo con le sue mani nude. Strappargli quella sua arroganza. Si era alimentato delle altrui paure e debolezze. La sua unica forza era quella sua stupida vanità. Non lo avrebbe difeso. In fondo aveva solo continuato a scappare. In fondo l’aveva sempre temuto. Se c’era una cosa giusta da fare era inchiodarlo alle sue responsabilità. Liberarlo dall’ipocrisia. Mostrare al mondo la sua maschera. Dare una speranza al mondo. Anche se sapeva bene che non era l’ultimo mostro.
Lentamente, molto lentamente, ma si stava avvicinando; inesorabilmente. Ed era ancora novembre, quel novembre; naturalmente un novembre veneziano. La malinconia di questa città sospesa per sempre tra realtà e sogno. Le barche a scivolare e a confondersi nell’aria. Quella nebbia che sbiadisce i contorni e rende tutto evanescente. La laguna che sale e si fa respiro mescolandosi nelle labbra della gente; ingobbita. Strano rapporto della città con quel suo mare (se mare si può chiamare quello specchio d’acqua senza profondità). I remi accarezzano la superficie, come per rispetto. Lambiscono gentili gli scalmi. Si provi pure a guardarli. La barca è sospinta ma è come si muovesse da se. Quel legno non affonda mai oltre le onde più superficiali. E quelle onde vanno poi a vellicare le rive con una morbida carezza. Nessuno ha fretta e lui non aveva fretta. Non poteva aver fretta. La sua attesa era stata tanto lunga da insegnargli la pazienza. Non aveva più nulla da perdere, tranne quella promessa fatta soprattutto a sè. E davanti a dio e all’umanità. Davanti alla ragione. In realtà era in quest’ultima fede che lui credeva fermamente, e in nient’altro. Perché si fosse trattato solo di sè forse avrebbe ritrovato facilmente la pace. Avrebbe anche potuto perdonare il tradimento. Sarebbe entrato in una chiesa sconsacrata e avrebbe aspettato quel tetro sonno, il freddo, il completo riposo. Era stanco di quel vagare ma non poteva ancora fermarsi. E poi aveva scoperto, solo recentemente, che come una nuova vita qualcosa aveva ricominciato a scorrergli dentro. Nuove forze. Anche se la sua era una promessa formulata tardi. Solo quando aveva saputo; capito.
Perché lei aveva taciuto. Pagato e taciuto. Pagato per aver creduto. Pagato il prezzo immane della sua fiducia; per una promessa. Quale? Nessuna notte, per quanto cieca di stelle, lo può dire. Era di quello il sonno che la disturbava. Era donna. Non si chiedeva. Sapeva solo di dover pagare. Come sempre colpevole, come lo sanno essere le donne. Che a pensarci c’è da non crederci. Fosse solo per il suo essere donna. Eppure era ancora solo una ragazza, allora. O semplicemente quasi una ragazza. Non aveva ancora nessun appuntamento. E aveva troppa fiducia negli occhi. Allora quando lui aveva affondato i denti, assaggiato il sapore del sangue. Con la crudeltà di chi per vivere ha bisogno del dolore. Così quella malia era durata fin troppo o fin troppo poco, ed era finita. La malattia le era rimasta dentro, nel sangue. La maledizione del mostro l’aveva perseguita. Nel dubbio era stato più facile non crederlo. Ma lui era il male; ghignante. E si credeva padrone della terra e del mare. Gridava il suo orgoglio, come fosse invincibile; e forse credeva di esserlo. La bestia gli gonfiava il petto. Sfidava il vento e la pioggia. Questo solo nelle immagini di chi ne racconta la memoria, ma lui credeva veramente di poterlo fare. Il suo fiato sapeva di putredine. E si portava il male dentro cercando di ignorare che era destinato a rimanere solo.
E dire che lui, il cacciatore, aveva provato sempre pietà e compassione per quella figura e per le altre simili e maledette. Non era più così, non con lui. Il male che aveva lasciato non poteva essere dimenticato. Da quando i topi erano scesi dai legni per invadere e ammorbare le via della città niente era rimasto come prima. Le carni si erano gonfiate e poi avvizzite. Il vampiro non può essere che vampiro ed è figura della maledizione altrui, ma nemmeno questo lo perdonava. Il suo passo senza suono e senza ombra era stato lo sofferenza per gli altri. Il cacciatore sapeva, lui che era anche stato preda e sapeva, che la storia aveva da finire. Ricordava le parole di lei e quel suo sguardo. C’era tutto il dolore nei suoi occhi, persino quello che non aveva saputo riconoscere. Violento come può esserlo un amore. Anche questo l’aveva aiutata a confondersi. Lei quando lo guardava non riusciva a reggere il suo sguardo. I suoi occhi si abbassavano. E lui non poteva vederla. Guardava lo scempio delle carni di lei. Ed ogni carezza gli dava dolore. Anche per quello non poteva perdonare. Certo, lei sapeva. Nemmeno quella conoscenza lo perdonava. Non perdonava nessuno. Tanto meno lui.
Avrebbe voluto abbandonarsi solo a quella tenerezza. Non poteva. La caccia non sarebbe finita. Nemmeno poteva permettersi una pausa, per quanto stanco fosse. Stanco e invecchiato. Avrebbe eppure voluto poter dimenticare. Invece era tutto ancora così chiaro e nitido. Lo maledì. C’era quella nuova vecchia promessa. L’incapacità di dimenticare. C’era ancora tutto quello che c’era stato. E l’immagine della stanza vuota quando era rientrato. La sua fiducia tradita scoperta troppo tardi. La violenza dell’immagine di lei e di quelle parole. La lotta di quella donna che non aveva mai smesso di amare per essere se stessa. La lotta per dimenticare. Ferite che non potevano rimarginarsi come quelle inferte a carni bambine; di donna prima di essere donna. “Rimettiti le mutande, –le aveva detto– non hai un perdono da piangere.” –sorprendendo se stesso dalla violenza delle sue stesse parole. Persino quel mutande al posto di “mutandine” gli sembrava assurdo e inutilmente violento. Ma lui doveva andare. Sapeva che ormai era vicino. Sentiva quell’odore di vecchio e di morte che lo accompagnava. Quella vita di ombre che si nutriva di non vita. Non c’era nessuno specchio in cui il mostro potesse riflettersi tranne la grande arroganza della bestia.

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