Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘riflessioni’

tazzina di caffèNon so a voi ma a me a volte capita di introdurmi nei pensieri più strani. A volte anche profondi. Che se ne vengono dal niente. Avete mai provato a pensare a come la vita altro non è che un rosario di rinunce? Almeno per alcuni, per molti. Io, per esempio, ho una macchina. Un vecchio modello. Con più di dieci anni. Non che sia tenuta male, tutt’altro, io ne ho cura. Eppure anche il colore non mi era piaciuto del tutto nemmeno da subito. Arancio tarocco. Era già vecchia che non avevo nemmeno finito collaudo. Quella dei miei sogni l’ho già vista, naturalmente. Dovrei dire quelle. Ogni volta guardo il prezzo e poi capisco e la rimetto nel gran bazar delle rese. Certo che una macchina è una spesa grossa, e impegnativa. Ma se si pensa a volte ci si deve arrendere anche davanti a cose ben più banali.
Se potessi non mi spiacerebbe nemmeno una barchetta. Invece la vita è un vero calvario. Soprattutto quando hai superato i cinquanta. A dire il vero, nel mio caso, anche di un bel po’. E allora devi stare attento agli zuccheri. E a questo e a quello. Al goccio di vino in più. Al far tardi alla sera. A parte il fatto che si hanno sempre meno occasioni. E anche per le scuse ci vuole un bel po’ di fantasia. E allora vai a fare la spesa ed è tutto un “vorrei ma non posso”. E i prodotti e le confezioni sembravo fatti apposta. Per invitarti. Per lusingarti. Un intero scaffale di nutella. Barattoloni maxi. Te ne innamori ogni volta, e la lasci lì. A volte alla deroga sei costretti. Ma sono proprio le eccezioni che fanno la vita. Ma anche che la soffocano. Non nego che un goccetto ogni tanto non me lo nego. Che la partita con gli amici… ma a volte la partita finisce ma non la voglia di giocare. Ormai ogni persona ha gli orari dentro. “Devo andare”. Come se tutti al mondo avessimo qualcuno che ci aspetta.
Per non dire quando sei costretto a contarti i soldi in tasca e non hai quelli della puntata. E’ vero che sono i vizi che ammazzano l’uomo, in tutti i sensi, ma cos’è una vita senza vizi? Ma a parte i vizi. Ieri passo per via del corso. Mi fermo ma solo per allacciarmi una carpa. Odio i mocassini. Bisogna aver presente quando ti imbatti in una casa senza nessun motivo. Nella vetrina vedo un abito che mi avrebbe reso l’uomo più attraente del mondo. Sembra un desiderio al femminile. Era splendido e di un blu veramente elegante. Non era solo l’abito. Era di una stoffa che cadeva a pennello. Di una morbidezza da sogno. Sono anche entrato per provarlo. Sembrava confezionato su me, non aveva difetto tranne uno: il prezzo. Onestamente non sono disposto a spendere un paio di mesate per un abito ma non è che questo mi renda felice. Più avanti né ho trovato uno simile, ma ad un prezzo più consono alle mie tasche. Non era proprio uguale. La stoffa era un po’ un’altra cosa; ed era grigio. Sono uno che si accontenta, ma avrei preferito il blu. Per dirla fino in fondo ho adocchiato anche un paio di scarpe. Ma queste un paiono di settimane fa.
La tele non è male. Se si ha presente: quarantadue pollici, ultrapiatta. Anche il suono è accettabile. Ma se voglio vedere le partite debbo andare al bar. Se dico a Giovanna di prendere Sky mi chiede se sono matto. Che non ce lo possiamo permettere; tutti i mesi. A lei piacciono i film e i polizieschi all’americana. Se d’impulso, una notte, uccido Giovanna posso fare l’abbonamento e guardarmele in santa pace. Magari invitando qualche amico. Magari qualche amica a vedere qualcuno di quei filmetti. Se uccido Giovanna posso godermi al calcio. Ma se uccido Giovanna cosa faccio quelle sere che non c’è nessuna partita? E d’estate? E chi mi stira le camicie? Insomma non si può avere la moglie piena e la botte ubriaca. A volte è proprio vero che chi ha il cibo non conosce la fame. Che piove sempre sul bagnato. Luigi da quando ce l’ha, quel maledetto abbonamento, non che io sia un tipo invidioso, ma si da arie e non si vede più in giro dopo cena. C’è solo da dire che la sua, sua moglie, se n’è andata. Anche questo non mi pare giusto. Anche se è capitato ad un altro; a Luigi.
Però pare che adesso, lui, il Luigi, ne abbia una nuova. Si dice una russa. Pare sia in verità una bielorussa. Secondo me gli mangia tutti i soldi e poi si trova punto e accapo. E una nuova non ti lascia certo il tempo per gustarti la partita in santa pace. Ma restiamo con i piedi per terra. A cose ben più terrene; appunto. Meno frivole. L’altro giorno mi si è rotta una cerniera di una porta della cucina. Pendeva tutta da una parte, pericolosamente. E pareva che crollasse il mondo. Giovanna, che lei no! non più rinunciare alla ginnastica, due volte alla settimana, e al massaggio con tanto di massaggiatore, sembrava fuori di testa. “Ecco, vedi”. Pareva crollare il mondo. Ho dovuto fare un rattoppo. E’ la stessa da quando siamo sposati. La cucina, voglio dire. Anche lei comincia a mostrare i segni del tempo. Giuseppina, intendo dire; ma anche la cucina. Per quello che sa fare, mia moglie, potevano anche non inventarle; le cucine. Se la pasta non impara a chiamarla continuerà ad arrivare tardi e scotta. Certo che le ho detto di leggere la confezione e di mettere il timer ma quello, il timer, non ha mai funzionato. Allora non ci potevamo permettere niente di più Oggi non ci possiamo certo permettere di cambiarla.
Per il telefono avrei anche risolto. Perché di telefono oggi si spende quanto per la macchina. Ho pensato di fare un contratto a tariffa fissa. Non va bene nemmeno quello. Ha detto che così non imparerò mai a tenere sotto controllo le spese. Pare che lei sia d’accordo per la divisione del lavoro. Lei crede in un mondo dove io solo prendo i soldi e lei solo li spende. Il mondo dei sogni esiste purtroppo solo nei sogni. Se badasse più alla casa non avrebbe tanto tempo per spendere. E’ una regola matematica. Non è forse vero che il tempo è denaro? Stefano ha trovato la sua soluzione: ogni inizio settimina le da un tot. Lo strettissimo necessario. E se li deve fare bastare. E alla fine vuole vedere gli scontrini delle spese. E nemmeno la fa avvicinare alla carta di credito. Quella è la vera tentazione. Il supplizio di Tantalo. Dice Stefano che va meglio, da quando ha preso in mano lui la situazione, magari prima, che prima spendeva capitali in detersivi e altre stupidaggini. Loro hanno cambiato la macchina in primavera. I pantaloni in casa, dice, li mette solo lui. Forse è per questo che lei, Cristina, fa la carina con il medico di base e non solo per lui. Per arrotondare la miseria che riceve. Magari lo farebbe ugualmente. Magari anche solo perché lei è fatta così. C’è chi nasce santa, e poi ci sono le altre. Lei dice: “Non l’ho mai detto”.
In ufficio poi è un infermo. Chi è quel cretino che non ha un mattino in cui non si vorrebbe alzare? O che vorrebbe essere da un’altra parte? Il lavoro poi è sempre lo stesso. Non cambia di una virgola. Chi non sognerebbe qualche vacanza esotica’ Sono anni che andiamo in quel posto sperduto di montagna, in mezzo al niente. A Tambre. E quest’anno abbiamo anche saltato. Con la scusa della crisi. Per colpa del fatto che, come dice lei, dovrei imparare anche a risparmiare. Cosa vuol dire tenere sotto controllo le spese. Lo sono le spese ad essere troppe, sono i soldi a non bastare mai. La benzina: ci vuole la benzina altrimenti la macchina non parte. Il telefonico: non fai tempo a fare una ricarica che sembra farlo a posta e hai già i minuti contati; come se fossi un condannato al braccio della morte. La colazione al mattino, caffè e brioche: uno non può mica arrivare in ufficio a stomaco vuoto. Fa presto a dirlo lei che se ne sta in casa. Però si fa la spremuta e a meta mattinata esce per far colazione al bar; lei. Chi dovrebbe rinunciare sono sempre solo io. Lei si è presa anche un vestito aragosta. No! forse l’ha preso l’anno scorso. Non posso ricordarmi di tutto.
E io ho ancora questa camicia con il collo frusto. La cravatta su cui faccio i salti mortali per nascondere la macchia d’unto. Va bene che è mi è costata uno sproposito, me… Non ci si può affezionare alle cose. Lei di quella borsetta s’è liberata e non era costata di meno, anzi. La sua è una vita comoda. Ha pochi capricci e se li toglie. Non capisco perché una donna non più vivere lontana dal parrucchiere neanche un’intera settimana. E a cosa serva il visagista. Quando torna la riconosco subito. Mi sembra uguale. Che poi bastasse il viso per tornare a far sembrare attraente una donna. Alla minestra riscaldata è inutile aggiungere una spezia. Sempre quella del giorno prima resta. A sentire lei non ha difetti. Innanzitutto da due anni meno di me e la cosa non è di poco conto. Poi il profumo che usa costa come una bottiglia dello scotch che preferisco e le dura uguale. Quand’è al telefono con la madre non la finisce mai e finisce che per me il fisso è off limit. Stoviglie e bicchieri potrebbero denunciarci per crimini contro i più fragili. Attila al suo confronto era un dilettante. In casa nostra, per le suppellettili, è un continuo olocausto. Non è sopravvissuto un servizio intero. E ogni volta che vedo una cosa è pronta a chiedermi se sono proprio sicuro che sia necessaria. Finisce che nemmeno l’aria è necessaria. Se vogliamo vedere nemmeno le vacanze. Ma per lei è vacanza tutto l’anno. Una volta non era così. Pensava anche a me.
Nemmeno i film finiscono mai come speravi. La salute: il raffreddore che arriva quando nemmeno te lo aspetti. E quando hai finito tu: comincia lei. La neve che viene quando sei costretto in città. Mai per la settimana bianca. La piaggia? Quando hai lasciato a casa l’ombrello. I pullman: mai in orario. Mai un secondo prima quando ti servirebbe. Qualcuno lassù rema decisamente contro di noi. Mai che quel biglietto della lotteria sia il tuo. Mai che tua suocera sbagli giorno o ora. Puntuale come un orologio. Certo che, come tutti, vorrei vivere una vita diversa. E’ proprio questo il punto. Scegliere il ristorante e le portate senza dover preoccuparmi del conto. A lei piacciono i gerani alla finestre. Che ti tocca cambiare ogni anno. Io preferisco le begonie. A lei piace il rosso. A me il blu. E quando la vorrei rossa allora arriva con in testa quel castano che non è né questo né quello. Né capelli né crema di melassa. Io la vorrei dolce e lei ha mal di testa. E odio il brodo. Non ho letto in nessun libro che un brodino fa sempre bene. Invece amo la matriciana. E l’impanata. Vorrei un rolex al polso. E’ vero che fa la stessa ora, ma secondo me le ore diventano un balletto piacevole. E vorrei lavoro per tutti. O almeno che gli operai non rompessero i coglioni. Ma lo vogliono capire che sono una razza in via d’estinzione.
E vorrei che se la sbrigasse Claudio con la Brunetti & figli s.p.a. Che Aristide, una volta nella vita, portasse a casa una cosa buona; di cui andare orgogliosi. Anche per quella povera donna. E rinuncio al pane per mantenerlo in quella scuola. Mentre lui ha solo quello in bocca e in testa. Devo rinunciare ad aver fame quando ce l’ho perché bisogna aspettarlo. E lui arriva, se arriva, all’ora che gli pare. Rinuncio allo scooter perché l’ha prestato e deve sempre tornare domani. Rinuncio alla rete perché lui sta sempre a giocare in linea. Ai miei momenti di riservatezza, quei pochi, perché lui è sempre tra i piedi solo quando non dovrebbe. Potessi scegliere scioglierei una vita da singolo, ma lei aveva bisogno di essere madre. Avevo suggerito di prenderci un cane. Sempre di bastardino si sarebbe trattato. Non è forse il cane il miglior amico dell’uomo? Per la donna non ho ancora trovato la risposta. Avevo messo un annuncio per una muta. Facciamo i conti: la macchina da cambiare, la Sky: nisba, questa cipolla al polso, la cravatta macchiata, l’amante: se l’è fatta il direttore. Occhio non vede cuore non duole. Ma giocoforza poi non è solo lei per prendermi per un fallito.
La vita è proprio un rosario di rinunce? Danno la Juve e in Milan entrambi in prima serata. Una sei costretto a registrala. Con rischio che ti mettano il risultato. Devi contare il bicchierino e comunque lei percepisce l’alito già al citofono. C’è un bel dire di no. Distribuisco le buste e consegno a fatica quella di Pierpaolo. Mi si appiccica alle dita. Non sono mai andato a Berlino. Dicono sia bella. D’inverno è troppo freddo. D’estate non è il posto adatto alle vacanze e non c’è il mare. La casa: non mi dispiacerebbe una stanza in più. Per me. Per tenere le mie cose. Per andare in rete. Fumare e starmene tranquillo. Non capisco perché debbo andare in poggiolo, all’addiaccio, per fumare. Lei è riuscita a togliersi il vizio e se ne fa un vanto. Il suo non era un vero fumare. Era solo una dilettante. Avrebbe un’amica, un paio, non le invita mai. La margherita, e una birra, ma me la dovrei cucinare io. E il forno non è il massimo. Niente è il massimo nella mia vita. L’avevo sognata una vita al massimo. Stupidaggini da ragazzo. La mia ha il massimo come il mio scassone. In autostrada mi superano anche le biciclette. Persino quelle che sono ferme. E lei ha la mania dei centri commerciali. Sono tutta una trappola. Una ressa magmatica di tentazioni. I nuovi telefonini: gli smartphone. Mille diavolerie. Colori iridescenti e invitanti. La festa del vorrei ma non posso. L’albero della cuccagna. Sono sempre stato un grande sportivo ma da poltrona. Scivolo anche tra le coperte, figurarsi lungo un palo insaponato. Nemmeno ci provo.
Per non parlare delle donne. Di tutte le storie finite male. E quelle che non sono cominciate affatto. Quelle che ti accorgi che è tempo perso dopo che quel tempo l’hai già perso. Quelle che vedi e ti fanno sognare e sai già che resteranno solo un sogno. Inarrivabili. Quella del bar che il marito non gli toglie mai gli occhi di dosso. E ha le sue ragioni. Così piena di… di… di vita. E quelle tette te le sogni anche di notte. Quella che è disposta a tutto ma che puoi conoscere solo nel film. La voce al telefono. Le notti che non riesci a prender sonno. Ricordo una ragazzina, sono diventato adulto sognando lei. Eppure l’ho amata semplicemente guardandola mangiare un gelato. Era quell’anno a Portofino. Ma chi non ne ha viste fin troppe e non ha accumulato una diluvio di “No!”? Basta provare a pensarci. A tutti quei “Non ne ho voglia”. A tutti quei “con uno sposato?” o “ma per chi mia hai presa”? Questa poi è decisamente la scusa più ridicola. Comprese quelle che son le prime a provocare. Proprio loro. E quanti non hanno nemmeno trovato la prima parola? Fortuna io non sono un tipo timido.
Non ci sono più le puttane di una volta. No! non intendevo parlare di Cristina. A dire il vero non m’è nemmeno sembrato un tradimento. E’ stata solo una cosa così. Con una che incontri anche per le scale. Che hai visto praticamente nuda al mare. Che ha circa la stessa età della tua. Con cui sei andato anche in vacanza. Che ti sembra ormai come una di casa. E’ stato come farlo con mia moglie. Tranne per il regalino che le ho dovuto fare. Non che le lo avrebbe chiesto; non tra noi. E anche lei pareva quasi annoiata. E’ stato solo il capriccio di un momento. Forse di un paio. Non molti di più. In questo caso è stata anche colpa sua. Una donna non può venire ad aprire la porta e presentarsi come s’è presentata lei. Io dico: anche se sei sola in casa, e proprio perché sei sola e non si sa mai, una donna dovrebbe mantenere il suo decoro. Ma non voglio parlare di Stefano che qualche colpa, magari piccola, ce l’ha anche lui. E’ il mondo ad andare alla rovescia.
Invece la sigaretta e sempre là, in tasca, pronta ad offrirsi.

Annunci

Read Full Post »

Di quella casa, affacciata al mare, era rimasto ben poco. A nessuno sembrava interessare. Era crollato il soffitto. Le finestre erano delle orbite vuote sospese sul nulla. Pezzi di pietre e intonaco erano rovinati al solo trasformandosi in polvere sottile e calcinacci. Io restavo lì a guardare quella costruzione diroccata che andava via via disintegrandosi per l’incuria e i vandalismi gratuiti. Seduto all’osteria, magari con il gotto pieno. Di giorno ci batteva il sole accecante. Di notte era illuminata dal lampione della stessa bettola. Una fetta di luce nitida e precisa. E sul quel muro si muoveva con le sue movenze rapide e buffe un geco. Di giorno capitava di vederlo raramente. Cercava di evitare il riflesso più luminoso; di non esporsi. Era più frequente spiarlo la notte, dopo le dieci o le undici. Stava appiccicato a quel muro, tozzo, ancorato con le zampette come ventose. In un equilibrio impossibile. Come se fosse parte di quel muro; dipinto. Andava pigro in cerca della sua cena, mirava sempre ad una preda. Faceva due passetti e poi restava immobile. Un altro passettino e poi di nuovo si bloccava ancorato e inerte. Finché non era al dovuto tiro del suo obbiettivo. Solo allora scattava con una velocità incredibile, inaspettata. Non ricordo di averlo visto mai mancare la vittima; la cena. Ero affascinato da quella bestiola che anno dopo anno ritrovavo lì come un vecchio amico. Poi un anno è stata male Francesca. Un anno non ho potuto prendere le ferie in agosto. Infine un anno non ricordo quello che era successo. Il risultato è stato che per tre anni non ho più raggiunto l’isola. Il quarto sono tornato e la sera, come mia abitudine, mi sono seduto davanti alla taverna ad aspettare l’ora di rincasare. Era un’estate particolarmente calda e arida. Francesca ci aveva lasciato, i ragazzi erano diventati ormai grandi, e avevo tutto il tempo per me. Non c’era un alito di vento. Era passato Salvatore e poi Silverio con il suo cane a guinzaglio. Un paio di isolane di fretta. Tutti mi salutavano perché tutti mi conoscevano ormai. Di quella casa non era rimasto in piedi quasi più niente. Il vento che veniva dal mare, il maestrale, con quel nome così intrigante e autorevole, e il suo fiato così testardo e sprezzante, soprattutto d’inverno, la spazzava senza riguardi. Da giovane avevo raggiunto l’isola anche nella brutta stagione. Col tempo avevo finito per andarci solo d’estate e s’era persino parlato di venderla, la nostra abitazione. Per me era anche troppo e il costo non valeva l’uso che ne potevo fare. Lì ci ho sempre trovato quiete e silenzio. Forse era stata una leggera scossa di due anni prima, o forse aveva solo contribuito. Avevano detto alla televisione che non c’erano stati danni. Certo le travature, con quel sudore salato dell’aria umida, s’erano marcite e non erano più riuscite a sostenerne il peso. Forse qualcuno ci aveva messo gli occhi sopra e la voleva a pochi soldi per demolirla e costruire ex novo. Infatti, in parte, quel legno e le pietre stesse erano anche anneriti come se usciti da un incendio. Non so perché ma io ero legato a quella casa, mi faceva compagnia, ma non erano rimasti proprio che un pezzo di muro e brandelli di intonaco. Avevo indugiato lì assorto nei miei pensieri e di come quel vecchio mondo stava scomparendo quando l’ho visto apparire. Non mi ero chiesto che fine avesse fatto; non lo ricordavo nemmeno più. Avessi pensato mi sarei detto che non fosse sopravvissuto a tanta desolazione e distruzione. Che il tempo doveva passare anche per quell’animale. Oppure che era traslocato in un luogo più accogliente e dove la sua ricerca del cibo fosse più agevole. Invece il geco, forse nemmeno lo stesso, che importa? a me piace pensare sia proprio lui, era entrato nello spazio illuminato e s’era mosso con le sue solite movenze ridicole. Restai a guardarlo emozionato. Non ricordo bene se se ne andò prima lui sazio, o se cedetti prima io alla stanchezza. Ricordo solo che chiamai il mio avvocato e lo pregai di interessarsi della faccenda. Avevo deciso che avrei comprato quel cumulo di macerie a qualsiasi prezzo ragionevole e le avrei restaurate. S’era salvato un pezzo di pavimento di pregio e mi resi conto di come si affacciasse con una vista splendida e panoramica. Non fui certamente influenzato dalla presenza della bestiola, sarebbe stupido, ma mi feci convinto mentre guardavo le sue movenze. Altri avrebbero col tempo scoperto l’isola e ne poteva uscire una bella villetta; anche tre camere e soggiorno. Era un ottimo investimento. E poi anche i ragazzi, un giorno, si sarebbero fatti la loro famiglia.

Read Full Post »

La luce filtra appena, un leggero pulviscolo quasi dorato, impercettibile. Il mattino è come una dolce stanchezza. Non è facile liberarsene. Gli occhi che affaticano. In bocca un sapore insistente. Ieri sera devo aver mangiato un po’ troppo abbondante. E con entusiasmo. L’ho bagnato di vino. Non che ci fosse qualcosa da festeggiare. Tornare alla realtà è un percorso pigro e minuzioso. Si trascina stancamente. Penso a noi, lei è qui accanto. Precedo il suono della sveglia. Da un po’ mi succede sempre più spesso. Una volta tiravo diritto. Sono altre le cose. Lentamente ho imparato che non sono quelle le cose importanti. Ho imparato la pazienza. Non si può ridurre tutto a questioni di principio. La vita non è una lotta. I piccoli screzi sono inutili. Perché provare il bisogno di affermare? Non che sia un segno di saggezza. Forse di stanchezza. Vivere in due non è necessariamente un continuo misurarsi. Si può qualche volta cedere senza perdere di dignità. Fingere di non vedere. Di non sentire. Soprattutto adattarsi. E’ un processo lento. Alzarsi per prendersi il bicchiere, senza bofonchiare. Estrarre le ciabatte da sotto il letto. Piegare i pantaloni prima di coricarsi. E chissà quante ne potrebbe ricordare lei. Non sempre conta avere ragione. Si può anche concederla senza perdere di dignità. Non sono queste le cose importanti. Non cambia il mondo. Le priorità alla fine sono altre. Ed è bello liberarsi dei propri vizi. Di quella certa arroganza. Del bisogno di… di… primeggiare. Vorrei dire sopraffare. Non che lei abbia un carattere facile. Ma ho imparato che mi costa così poco accontentarla: quest’estate la porto al mare, in Puglia. Mi chiamo Anselmo e a parte il nome mi sento tranquillo. Un po’ tutto questo mi fa sembrare che siamo diventati un po’ più estranei. E’ così che mi sono accorto d’essere invecchiato. La guardo e nemmeno lei è rimasta la stessa. Non sta proprio dormendo. Il tempo passa per tutti. Il suo corpo s’è appesantito. Rilassato. Le rughe allargano la loro invasione e si fanno un intrico sempre più complesso. La sua mano mi cerca mentre ancora il sonno tenta di resistere. Si accerta solo che sono ancora qui. Devo abbandonare questi pensieri. E’ ormai ora di andare a farmi la barba. Scivolo dentro il giorno.

Read Full Post »

Voi la Crisi, Noi la Speranza - Genova 2001-2011Insomma la folla riempie la piazza per andare a veder giustiziare il tiranno ma anche il brigante, allo stesso modo, gridando la proprio rabbia, la propria indignazione. Vorrei ascoltare la piazza senza farne un mito perché la piazza è sempre polifonica e facile preda di tribuni improvvisati quanto temporanei. Allora guardo la pazza (oggi) e non sono certo che su di essa vi si possa costruire un progetto politico. Certo politiche e partiti sono, ancor più oggi e lo sono sempre stati, concetti ben distinti. Al di là di ogni dubbio se ne deve tener conto. Mi chiedo se siano anche superati i concetti di sinistra e destra. Resisto e continuo a non crederlo.
E’ bene ricapitolare alcune cose. Memori delle piazze del ’68 sappiamo che non c’è una piazza univoca con un unico progetto, e soprattutto che la piazza è sempre minoranza. Inoltre, come detto, abbiamo visto la novità nel dopoguerra di una piazza occupata da forze conservatrici a sostegno del governo. Inutile dire che vi è una piazza ancora più allarmante, quella della lega i cui leaders professano anche idee esplicitamente reazionarie e razziste costituendo una nuova virulenta destra destabilizzante. Sopravvive una limitata destra che si richiama al fascismo e al nazismo ma questa sceglie la piazza solo in modo antagonista. Il problema resta la crisi di rappresentatività dei partiti che dopo i “partiti di massa” hanno portato la politica verso la “partitocrazia”, ma anche questo è già stato sottolineato, in una forma di parlamentarismo forte. La politica diventa a questo punto unicamente privilegio e casta. Si così invece al superamento, fin troppo rimandato, del soggetto, o oggetto, Partito. Del partito come catalizzatore di consensi. Ma non abbiamo ancora una alternativa e viviamo di una democrazia partecipata, limitatamente, di delega, anch’essa ormai sottratta al cittadino.
Pensare di portare in piazza chi non è mai andato in piazza, e al massimo assiste dalle finestre, mi sembra quasi utopia. Costruire quella piazza, tanto richiesta, interclassista mi pare allo stesso modo una pura denuncia di intenti. Forse dovremmo parlare di soggetto politico neutro più che di classe giacchè è il concetto di classe forse il termine più obsoleto nella lettura attuale dei fatti. Si può parlare di blocchi sociale ma non credo sia ancora sostenibile con la stessa forza quello di classe.
Concludo questo mio piccolo e modesto intervento sottolineando che sono spaventato da alcune proposte recenti, soprattutto la regolamentazione delle primarie. Mi sembra una forzatura e un grave attacco alla libertà. Vanno ad incidere nell’organizzazione interna dei partiti. Si continua cioè il tentativo di togliere progressivamente ancora sovranità e autonomia ai cittadini in un processo di asservimento, per renderli ancor più sudditi. Ed è ancora più inverosimile che il progetto esca da una forza politica che è nata senza alcun strumento veramente partecipativo e democratico al suo interno. Cioè in una forma di cortigianeria attorno ad una autoespressa sovranità. Ma è su differenti piazze che dovremo tornare a pensare.

Read Full Post »

Uno dei logo dei referendum 2011Torno da quella piazza; dalla Piazza. Non ho domande, tantomeno dubbi. Mentre si stanno preparando altre piazze. E forse sono state mentre questo post aspetta la luce. Non è una provocazione. E’ solo il tempo per pensare a dopo. Ed è già dopo. E mi scrive un amico (ponterosso2010). Non posso evitare di farlo. Di cercare di mettere ordine nelle mie sensazioni. Nel mio girovagare tra l’oggi e il passato. Nel tentativo di spingermi oltre. Allora torno su quella piazza dei “4 Sì”. Torno a chiedermi cos’è successo. Soprattutto cosa succederà.
Io che sono uomo di unione, non di divisione, ma di parte, mi sento però il dovere di una prima precisazione. E’ quella la piazza della rete, di facebook? E’ quella la piazza dei comitati? Se questo è vero come è vero è solo un primo punto di incontro. Qualcuno è salito sul palco e si è proclamato rappresentante della vittoria. Proprio in quanto comitati sono questi una figura multipla. Non hanno una soggettività definita. Lui non mi rappresentava. Io non sono partito, non sono comitato. Io ho, come detto, partecipato e festeggiato. E il mio è stato un voto politico. Non mi nascondo dietro un dito. Una banalità. Non faccio demagogia. Non cerco sotterfugi. Non un voto di partito o di sindacato. Nessuna simile adesione. Ma un voto politico proprio perché espresso contro alcune leggi di questo governo e di questo paese. E del governo oggi al governo. Per un governo e un Paese diversi. Io sono comunista. E’ vero che la politica (quella di ieri, almeno) non ha tutte le risposte, ma resto comunista e antifascista. Io credo che il bene comune, la difesa dell’ambiente, l’uguaglianza e la libertà (come quella dello stesso mezzo) siano (o debbano diventare) patrimonio di tutti e progetto della sinistra. Di una sinistra nuova; magari che non scordi però il passato. Di una sinistra UNA. Partendo da questo io decisamente ho vinto; ai referendum. Al di fuori di ogni dubbio. Chi perderà domani sono quelli che credono di poter dire che sono loro che rappresentano quel voto. La pluralità. E chi lavora per dividere. E non si voglia che trascinino tutti nella loro sconfitta.
Però dopo quel voto sarebbe tempo di ripartire dall’inizio. Di misurarsi con la realtà. Non possiamo aver paura della piazza. La piazza non è un posto di mediazione. E’ un posto di frontiera. E’ il posto degli estremi. E’ però un posto dove si esprimono le ansie e le istanze della “folla”. Cosa possiamo fare perché le giuste “esigenze”, le ottime sensazioni, non finiscano gestite dalla conservazione quando non dalla reazione? Come si dice con un cattivo modo di esprimersi per “incanalarle”, possibilmente, verso un progetto. La piazza nel “ventennio” (brutto periodare), che speriamo volga alla conclusione, ha mostrato una novità: quando la sinistra è scesa in piazza (come dice il titolo) l’ha trovata occupata. Vi si radunavano (soprattutto) le forze a sostegno del “governo”. In verità questa politica è stata fatta attraverso forme stranamente referendarie. O meglio plebiscitarie. Slogan a cui l’elettore era chiamato a dare il suo assenso.
Oggi paghiamo un’idea un po’ ottocentesca della politica per scoprire che la politica da tempo non parla di Politica. E che la politica deve imparare ad ascoltare. Abbiamo allora anche classificato ogni forma di differenza, non solo di conservazione ma anche di progressismo (pessimo termine) e persino di leggero dissenso, annoverandola tra i fascismi. In questo momento si cerca di omogeneizzare tutto mettendo tutto sullo stesso piano. Il male non è nei termini ma è impossibile assimilare progetti di società diametralmente opposti. Destra e sinistra non saranno mai la stessa cosa. Ma andiamo con un minimo di ordine perché c’è una profonda e lontana carenza di analisi. Ad un attento esame, con proiezione ampia, quella piazza occupata non è una novità, ma una banalità. Tutti i regimi plebiscitari e dittatoriali hanno occupato e occupano la piazza negandola a qualsiasi dissenso (oggi la piazza è anche media, rete, virtuale in genere). Il regnante ha sempre mostrato il proprio consenso in grandi spettacoli di folle. La novità è vedere noi, la sinistra, il dissenso, la disobbedienza tornare e guardare lo spazio Piazza come con aria stranita; da stranieri. Così è stato dopo i referendum, così era stato dopo “Se non ora quando?”. Mi soffermo a dire che dovremmo ringraziare le donne per la scossa che hanno dato ad una politica in stato comatoso. La lezione è che sono sempre molti, e a volte troppi, i vincitori. Chi su quel palco si è preso il merito della vittoria non aveva diritto di arrogarsi la rappresentatività di un popolo non omogeneo. Non era i comitati e il mio impegno era stato dato senza comitati, al di fuori, in assenza, oltre.
Allora, nei miei vent’anni, si era espresso un grande movimento di critica al sistema dei partiti di massa. Si è poi verificato il fallimento dell’assemblearismo. Nel frattempo tutto è cambiato e quella critica è superata, figuriamoci quella marxiana quando entra nei dettagli. Dovremmo riscoprire Marx e ripartire da lui guardando l’oggi come lui stesso farebbe. Il punto non è più il capitale, diventa difficile indicare l’avversario di classe nel padrone (e i suoi sgherri) quando il capitale è stato sostituito dalla finanza, e lo stato ormai completamente dal mercato. Abbiamo bisogno di nuovi strumenti per affondare i denti della critica e di un progetto nella realtà. Troveremo questi strumenti dentro quelle Piazze? La risposta deve ancora essere nemmeno accennata. Quello che è certo che al sistema dei “partiti di massa” si è sostituita una condizione sociale basata sulla “partitocrazia”. L’accesso alla politica (come delle notizie in una speranza di libera informazione) da parte della gente si è ristretto. Credo si debba comunque cominciare a pensare a Partiti di stampo nuovo o a contenitori nuovi che vadano oltre questa “forma partito” conosciuta oggi dove tutti sembrano uguali e non c’è margine di cambiamento.
E’ pur vero che espressioni tipicamente di destra e populiste si avvalgono in gran parte di una sostanziale base di sinistra, ma questo è un altro discorso. La rete non è posto adatto ad allungare il brodo. La rete cerca risposte facili, rapide, sintetiche. Ma questo è solo l’inizio. Così, consapevole di aver già parlato troppo, qui mi fermo, ma mi fermo ripromettendomi di tornare.

Read Full Post »

tazzina di caffèNon sempre Giovanni fa il telegrafista e Anselmo era una figura meno che leggera. Gli uomini della sua vita erano solo cose che fuggivano velocemente. Come ogni vigilia, da quattro anni ad ora, si sentiva vuota e sola. Un poco era volubile e un poco credeva ad un sogno. Non che avesse importanza; era solo perché si struggeva e le mancava quel tepore a scaldarla dentro. Che poi gli uomini, dieci minuti dopo, sono tutti così noiosi. Se si parlano parole leggere allora sono lì impegnati in ogni parola a cambiare il mondo; a dimostrarti quanto sono bravi; e quanto è interessante il loro profilo migliore; o come sono interessanti se non hanno tagliato la barba o educati se l’hanno fatta; e comunque irresistibili. Quando si tratta di essere pratici allora evaporano e tornano solo uomini. Ben che vada si accomodano in una poltrona e si nascondono dietro il giornale. Queste erano le sue esperienze e in base a queste stava meglio come stava. Le mancava solo, appunto, quel briciolo di calore. Ed anche, inutile mentirselo, perché non aveva voglia di cucinare per lei sola.

Read Full Post »

Foto colori di donna a letto tra le braccia di un robotCara amica(che)
Seguivo la breve diatriba a seguito di Quando il sesso fa bene alla salute. Davo per scontato che l’unica risposta per quel “quando?” è “sempre!”, ma lo è? Ero stuzzicato ad intervenire in equilibrio incerto tra l’ironia e la seriosità, ma trattenuto da un certo riservo. Come seriosità pensavo ad una sorta di analisi di fatti. Come ironia pensavo alla splendida varietà e fantasia dei pettegolezzi e delle ciacole e ai tanti di già citati Rocco Siffredi in giro per i bar. Il punto è che in seguito allo scritto la strada si è fatta se non seria seriosa. E giocare sulle cose dei sentimenti diventa scorretto e indelicato. Non è solo per questo che mi prendo sul serio e faccio qualcosa di non mio uscendo da una scrittura mossa sola dalla mia fantasia. Certo non finirò a parlare di me. Non è di questo che sono curioso.
Nel post d’origine, forse causa certa pudicizia delle parole, si fa cenno al “sesso” ma mi sembra si finisca di parlare (almeno soprattutto se non esclusivamente) d’altro. O almeno di tutt’altro di quanto pareva nelle intenzioni della scrivente. Ci ricorda, anche se non servirebbe ricordarlo, Nichi Vendola: “Se priviamo la sessualità dei suoi significati più intimi, quelli che afferiscono alla tenerezza e al sentimento, etc. cioè: lasciamo che a vincere siano ipocrisia e prepotenza”. Sbaglio o è questo l’argomento attorno al quale ruota la discussione? Che si va imponendo?
Se è così allora i termini diventano altri, anche quelli di paragone. Dobbiamo ammettere che se non sempre quasi sempre le scelte sono poco dipendenti da noi quando non del tutto indipendenti. Si legano al caso e alle opportunità e ai piccoli momenti e ghiribizzi della vita e del “fato”. E’ impossibile non assumerci i rischi che la vita ci impone al di là di qualsiasi precauzione noi possiamo prendere.
L’uomo è un essere sociale ma non c’è relazione, sia essa amicale o parentale o di “coppia” ovvero sessuale, che possa garantire. Esperienze e cronache sono piene di esempi negativi. Il tradimento e qualsiasi delusione hanno un rapporto indipendente dal tipo di relazione. E più forte è il legame della relazione più la persona è nuda cioè tragicamente esposta. Eppure non possiamo sovrapporre, o ci è difficile farlo, i tipi di relazione ovvero un tipo di relazione non soddisfa (e non può soddisfare) anche il bisogno delle altre.
Se dovessimo entrare in merito ad una visione soggettiva è tutto relativo. Quello ch’è bello per alcuni può essere deludente per altri, quello ch’è poco per alcuni può essere troppo per altri. Ne possiamo concludere che il rapporto è deludente quando non sa rispondere alle esigenze-aspettative di quel singolo. Certo l’”argomento” non si esaurisce qui, ma credo che inizi da qui. Se non si parte con un inizio di analisi corretta e una corretta definizione dei termini ogni considerazione diventa imprecisa e approssimativa. Timidamente torno nel mio angolino con un silenzioso saluto agli amici perduti, agli amori passati e a tutti quelli che mi hanno voluto bene.
AmandoRoss

Sergio Endrigo: Dove credi di andare
Dove credi di andare
Se tutti i tuoi pensieri
Restano qui
Come pensi di amare
Se ormai non trovi amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

Con tante navi che partono
Nessuna ti porterà
Lontano da te
Il mondo sai non ti aiuterà,
Ognuno al mondo è solo
Come te e me

Dove credi di andare
Se il tempo che è passato
Non passerà mai
Povere le tue notti
Se tu le spenderai
Per dimenticare

Il mondo non è più grande
Di questa città
La gente si annoia ogni sera
Come da noi
Dove credi di andare
Se ormai non c’è più amore
Dentro di te

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: