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Posts Tagged ‘rimorsi’

L’essere gentile si muove con cautela; non ha mai fretta. Porta una rosa come portasse una colpa. L’ombra che lo segue è solo la sua ombra. No! non è cauto per paura. Intorno un mondo grida, vocifera, schiamazza. Le voci parlano sulle voci. Passa un auto e gira a destra. La precede e la segue un suono roboante. Saluta con un colpo di clacson. La signora bruna fa tintinnare il cucchiaino e le palpebre sugli occhi. Lei non né sa di queste cose perché è signora. Il vecchio che suona alla porta ha passi stanchi. L’ora che rintocca è la sua ora. Si accontenterebbe di poco ma anche quel niente è troppo. Respira a fatica. Intanto un ciarlatano vende la sua mercanzia. C’è sempre tempo e orecchie per una carezza miope. Ha la voce che ha il suono di un flauto. La buona donna lo porta con sé per dargli un tetto. Il topo scivola sotto la rete. Persino la città è stanca di starsi a sentire. E chi ha scalato il cielo ha rubato le stelle. Mariapia sgrana un rosario. Teresa guarda la zuppa bollire. Donne intente a gesti reali. Lui accende la televisione, il mondo gli precipita addosso. Stanco si alza ad aprire la finestra. E’ sera, il caldo si fa ancora sentire, da lontano si alza un coro di rane.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteMilano. Milano centro. Notte. I negozi sono aperti. Le luci. La gente va frettolosa. Sotto gli ombrelli. Il bavero alzato. Il vento imbizzarrito. Spettina. A quello vola il cappello. A quello cola il naso. Interno bar. Novembre è un mese crudele? L’Italia va sotto. Piove. Piove da giorni. E il cielo promette solo pioggia. Nuvole scure si accumulano. Si affollano. Le une sulle altre. Ora il cielo si è fatto solo una tavola nera. E’ cieco. Nemmeno un riflesso. Milano è una città che non dorme. Non ho voglia di mettermi in viaggio. Solo un caffè. Un caffè è sempre un caffè. Solo noi sappiamo cos’è un caffè. Guardo il cellulare. Ha campo. Non è per quello. Non suona. Non suona mai quando vorresti. Potrei chiamare Lisa. Sentire come va. Ma anche lei. Chi gliel’ha fatto fare. Infilarsi in quella merda di posto. Lontano da tutti. Con quella lingua del cazzo. Nessun posto è migliore di quello in cui stai bene. Nessun posto è più bello.
Il rumore delle notizie. E’ tutto fuori. Un allarme lontano. Nessun silenzio è mai solo silenzio. Ma il silenzio che fa più male è quello di chi ti sta vicino. Di chi è lì a due passi. Chissà cosa starà facendo? Chissà se sa che sono qua? L’ultima volta era sporco. Non potevamo restare in macchina. Eppure un posto vale l’altro. A quest’ora. Nemmeno posso restare qui. Devo decidermi. E’ pigrizia. Nemmeno la forza di andare alla macchina. Per prendere le valigia. Non ho portato che lo stretto necessario. Dovevo fermarmi solo questi due giorni. Questa cazzo di riunione. Se non era per lei… non sarei qui. In mezzo a tutto questo presente. E tutto questo passato. A tutti i miei ieri. Come cambiano i giorni. Basta poco. Basta niente. Non facevo che aspettare. Aspettare una occasione come questa. Sono qua e piove. Sono qua e lui nemmeno lo sa. Non gliel’ho detto. A che sarebbe servito? Non gliene doveva importare? Forse. Cosa conta? Perché rinvangare?
Le cose finiscono. E dopo sono finite. Lo dovevo sapere. Lo sapevo fin dall’inizio. E’ che le cose non le sai mai. E poi ti mancano solo quando ti servono. Ne hai bisogno. Cosa ci fai a Milano quando non hai altro da fare? Quando hai tutto un pomeriggio libero? Piove. Non è nemmeno il freddo. Non sono triste. Ho troppe cose e nessuna. Mi sento vuota. Non ho una vera ragione. E forse nemmeno è tristezza. E’ solo il tempo. Questa pioggia, appunto. Il mese. Una serata così. E’ così che ti prende la malinconia. Quello mi guarda. Niente di meglio che un po’ di compagnia. Proprio quello di cui avrei bisogno. Proprio quello che non voglio. Non ho voglia di parlare. Delle solite cose. Di qualche carineria forzata. Dei giochini. Mi va? Mi andrebbe anche. Ma il solo pensarci mi mette angoscia. Mi da alla nausea. Perché non possiamo semplicemente dircelo? Trovare quell’elementare coraggio? Chiederci: Andiamo da te o da me? Ma non sempre ciò che sembra facile lo è.
Anzi, sembra tutto così complicato. Anche una cosa così semplice. Basterebbe gli dicessi: Senti, mi sento sola. Più direttamente: Ne ho voglia. E’ un sorriso quello? Invece non so che vestire questi panni. Che essere donna. Cosa avrei da perdere? Nemmeno mi ha mai vista. Mai andare con gli sconosciuti. Come non accettare le caramelle. Sono cresciuta. E poi non ne ho voglia. Non veramente. Non proprio. Solo che è una notte così. Dove niente sembra andare. Solo un momento di quelli. E viene come senza motivo. Da solo. All’improvviso. E mi sento nervosa. Non ho voglia di dormire da sola. Lui si alza. Continua a guardare verso di me. Anche mentre esce. Ecco, è andato. In fondo siamo tutti estranei. Ed estranei per sempre. E non mi piaceva di chiamarlo. Di corrergli dietro. E poi per cosa? Magari mi avrebbe messo tristezza. Non sarebbe la prima volta. Magari avrebbe aggiunto tristezza alla tristezza. Non lo saprò mai. E’ meglio così. A volte non ti senti meglio nemmeno dopo. Ti lascia altro vuoto. Aggiunge altra solitudine. Aggiunge rimpianti.
Mi trovo a rinfacciarmelo: Diventa grande. E’ tardi per tutto. Anzi è proprio il dopo che mi spaventa. Forse è il dopo che mi ha sempre spaventata. Non ci sono parole per il dopo. Anche volessi cosa potrei dirgli? E se mi risponde lei? A volte le cose semplicemente sono. Sono e non lo vorresti. Non lo accetti. E’ la tua testa. E’ il tuo cuore. O quello che chiamiamo così. E’ qualcosa dentro che non lo vuole accettare. E le cose sono anche se non vuoi. Anche quando le sai prima non le vuoi sapere. E poi… sembrava tutto così semplice. Come se bastasse un: fanculo. Bastasse girare le spalle perché tutto svanisca. Invece non finisce niente. E continua a piovere. Ma non c’è niente che veramente cambia. E niente è più importante delle cose tue. E’ questa la vera verità. Nessun dolore fa più male. Niente è più nostro di noi. E’ forse questo che mi fa paura. Tutto comincia così. Tutto comincia ed è cominciato come avventura di una sera. Con una risata. Un momento in simpatia. Leggero. Con un’alzata di spalle. Con un: Va bene così. L’uomo non sa cambiare. Non si può uscire dagli schemi. Persino i passi ti riportano sugli stessi posti. I piedi, quasi da soli. E’ lì che tutto è cominciato. Insomma c’è un lì. E lì è rimasto un ricordo preciso. Imprigionato. Incatenato. E quel ricordo si fa ferita. Condanna. Nessuno è mai innocente. Siamo tutti questo e quello.
Guardo il cellulare. Ha campo. Continua a non suonare. Semplicemente anche lui è rimasto senza parole. E tutto sembra contro. Il tempo. La natura. La fortuna. E… persino la sua Inter; proprio non va. Sarà sicuramente di cattivo umore. Dovrebbe vincere una finale al giorno. Era tenero quella sera. Dopo Barcellona. Ma era Barcellona? Faccio fatica a ricordare. Lo sa che non ne so. Che non mi interesso. E che non me ne importa. Che lo facevo per lui. Per essere gentile. Per essere carina. Non gli importava. E facevamo entrambi come fosse vero. Non è sempre obbligatorio un motivo per festeggiare. Ma se serve perché ammalare il momento. Quando era contento ero contenta anch’io. In fondo gli uomini, tutti gli uomini, sono semplicemente complicati. Li può prendere per la gola. Attraverso le loro vanità. Per le loro debolezze. In mille altri modi. Anche per il tifo. E vorrei ancora quello che credevo che non avrei voluto più. Stasera lo vorrei. Stasera vorrei lui. Disperatamente. Ma forse è colpa di questa sera. Devo cercare una stanza. Una doccia. Un letto. Un cuscino. Il sonno. Mi sento stanca. “Perché ci si accorge dell’amore solo quando lo si ha perduto”?

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Aveva la pazienza di un santo ma per quanto grande la stava esaurendo. Ormai se la vedeva arrivare puntualmente mattino e pomeriggio per attirare la sua attenzione con quell’indelicato e stimolante: “Pss!… pss!… padre. Sono qui.” –che rompeva il silenzio per poi aggiungere immancabilmente– “mi devo confessare”. Forse non era stato abbastanza paziente il suo passo, il suo sospiro deluso e disperato, il suo “accomodati” né il suo “dimmi pure. Cosa c’è ancora”? Naturalmente ne era seguito l’ennesimo “Mi perdoni padre perché ho peccato”. Certo che tutto quello faceva parte anche della sua missione. Ma c’è un limite a tutto. Quella donna era il suo viatico per il paradiso. Si sentì pervaso da una luce improvvisa. Forse era il caso di dire una cosa definitiva. Benedetta donna; padre Gelindo aveva accavallato le gambe: “Non da me devi cercare perdono ma al Signore”… Lui era semplicemente un suo umile servo. Sospettava che quella perseveranza tradisse il vero senso del pentimento. Romilda era una, come dire? donna piena di energia; sarebbe bastata anche per due e voglia, ma nemmeno questo la poteva giustificare. Non possiamo restare in eterno schiavi di ciò che ci detta il momento. Dovremmo imparare da noi e dagli altri. Sapere governarci. Ma lo sconcerto della sua risposta: “Proprio con lui ho peccato.” –si dissolse rapidamente perché la stessa provvide subito a precisare: “si! voglio dire… quello del terzo; insomma”. Le diede due avemaria e due padrenostro e non aveva ancora finito che lei chiese se poteva fare sei e sei, ché il giorno appresso avrebbe avuto da fare.

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Me ne sono accorto subito. Come facevo a saperlo. Ho provato a chiamarla, inutilmente. Poi ho cercato di raggiungerla portandomela dietro. Pesava in modo incredibile, nemmeno a provarci. Sono riuscito a stento a sollevarla. Allora l’ho inseguita tentando di riscuotere la sua attenzione: “Signorina! signorina”! Quando è stata costretta a voltarsi mi ha guardato con occhi che non credevo, avevano del malanimo. Le ho ripetuto, col fiato che mi rimaneva, “Guardi che ha scordato la valigia.” –e con il dito indicavo dove era rimasta. Era enorme. Una vecchia valigia rettangolare che i passeggeri erano costretti a passarci al lato per evitarla. Di quelle rigide. Gonfia. Era anche un pericolo. Qualcuno distratto prima o dopo ci avrebbe sicuramente inciampato.
Subito dopo non un attimo di smarrimento né di sorpresa. Sembrava come rassegnata ad una notizia annunciata. Si è voltata per seguirmi. Certo mi sarei aspettato una reazione del tutto diversa. Magari un po’ di gratitudine o almeno della cortesia. Bastava un semplice grazie. Invero nemmeno quello, ma quel po’. La mia era meno che una semplice cortesia. Il gesto che ti viene spontaneo verso tutti, anche per una persona che non conosci; anche se fosse stata meno carina che di spalle non avevo una idea certa. Invece quegli occhi che mi confidavano così erano due occhi che partecipavano ad un volto luminoso, pieno di un suo fascino. Solo davanti a quegli occhi avevo guardato meglio tutto il resto. E’ strano come a volte le cose possono apparire diverse a seconda del punto di vista dal quale si guardano. Nel suo piccolo era una creatura deliziosa, a prescindere dal rifiuto nei miei confronti espresso dal tono della voce. Eppure non avevo mai avuto modo di incrociarla. Di questo ne ero certo.
Senza la fretta mi sono mostrato disposto ad aiutare per trasportarla. Non era una cosa che mi sembrava potesse affrontare da sola. Mi domando come avesse fatto. Per questo, e solo per questo, le avevo chiesto, nonostante tutto, dove doveva andare. Nel frattempo, nel mentre i suoi occhi calmavano le emozioni, cercavo con un sorriso di rubarle un sorriso. Sì! mi chiedevo come una donna tanto minuta, e carina, potesse trascinarsi dietro un simile fardello. Poi, quando tutto sembrava volgere al meglio, improvvisamente le pupille le si erano gonfiate e riempite di lacrime silenziose. A quel punto mi sono sentito disarmato; disarmato e completamente preso alla sprovvista. L’istinto mi dettava di stringerla tra le braccia; naturalmente mi trattenni. Sono quelli i momenti in cui mi sento inadeguato. Con fatica cercava di soffocare i singulti che la facevano rabbrividire e le interrompevano il respiro facendole tremare il petto. Un seno che, anche se contenuto, si mostrava fiero di un suo non troppo celato orgoglio tendendo la maglietta sottile di un azzurro che sembrava rubato da quegli stessi occhi. Se l’aveva scelta con distrazione quella era stata una scelta che si armonizzava con tutta la sua persona: una scelta azzeccata.
Bazzico spesso intorno e dentro le stazioni. Sono posti in cui è facile trovare le occasioni. Qualcuno che parte; qualcuno che arriva sperso e disarmato, guardandosi torno o dentro un cartina della città; qualcuno immobile agli avvisi delle percorrenze, in difficoltà. Sovente è grazie a quell’aria da ultima spiaggia, da addio che saluta una partenza o altro, che è facile intrecciare un incontro. Far nascere una nuova conoscenza. Devo ammetterlo che spesso è stata una semplice distrazione, qualche volta mi sono trovato a fare semplicemente da guida, come si dice da baedeker, ma qualche volta, e non di raro, le persone che ho accompagnato si sono mostrate gentili e si sono sentite in dovere di ricompensare la mia disponibilità. Nel caso so parlare abbastanza correttamente tre lingue. Altre volte nemmeno quello, nemmeno il pretesto della visita alla nostra bella città, solo due passi. Incontri senza pretese e senza troppe domande. Sconosciute che, anche dopo averle conosciute piuttosto bene, erano tornate di buon grado ad essere sconosciute. Senza la minima lamentela né il minimo rimorso. Solo con quella Amélie avevo dovuto essere deciso. Nonostante quella erre un po’ francese e molto intrigante con la quale mi spiegava che era perché lei viaggiava molto, cioè spesso. Non perché non le credessi, ma quelle dovevano rimanere storie destinate a non durare né a portare troppi ricordi. S’era detta anche disposta ad essere molto generosa, o almeno lo aveva lasciato intendere, ma non potevo comunque derogare ai miei principi anche se forse era solo perché era una hostess.
Solitamente non mi sono mai trovato in un momento di imbarazzo, tranne con lei, e con quella Mania. Era una donna molto raffinata di origine Bulgara, Mania, ma parlava un italiano pressoché perfetto. Mi ha confidato, in un momento di affettuosità, che portava il nome della nonna e che quella nonna era stata una famosa attrice nel suo paese. Forse però io e lei non ci siamo completamente capiti perché dopo ha lasciato la stanza da pagare e mi ha chiesto anche dei soldi. Non che lo pretenda un obbligo ricompensare le mie, per così dire, “prestazioni” monetizzandole; a volte mi accontento anche di un piccolo regalino a scelta della mia ospite, ma non ho mai avuto comunque l’intenzione di essere io a pagare, per una donna. Ho avuto dei dubbi se inserirla nella mia speciale classifica, ma non vorrei parlare troppo di me, o dare l’impressione di volerlo fare in modo lusinghiero.
Col mio lavoro sono sempre per la strada. Non è facile ma in fondo mi piace. Non saprei restare chiuso in un ufficio. Ho anzi una certa avversione per quei lumaconi. Che trovano tutto già fatto. Al calduccio. In verità quel pomeriggio sarei dovuto passare da un cliente. Mi sono ripetuto che se non ci si diverte di tanto in tanto prima dei quarant’anni… e ai quaranta ormai non mancavano che un paio di misere settimane. Avevo avvisato Cesara che non sapevo quanto sarei potuto tornare. Lei ci era ormai abituata, con il mio lavoro. Dovevo darmi però una regolata: finivo sempre più spesso dentro una stazione. Ma anche lei, santa donna. Ma lei dormiva ancora quando mi sono alzato. E poi era iniziata male. Il primo mi aveva data buca. Quando una giornata comincia storta. Inutile sfidare la sorte. Il buon giorno si vede dal mattino. E’ nella mia filosofia. Anche il morale finisce per finire sotto i tacchi. In qualsiasi altro momento avrei allungato la mano per presentarmi e chiederle il nome, non con lei. Mi rendevo conto che tutto ciò mi aveva imbarazzato. E ancora non sapevo se partiva o arrivava.
Mi son sentito in dovere di offrirmi per invitarla a prendere un caffè. Lei mi ha preso sottobraccio per seguirmi senza dir nulla; decisa a accondiscendere quel mio desiderio. Non mi sono mai piaciuti i bar delle stazioni. Il caffè solitamente è pessimo e non paiono mai troppo puliti. Per non parlare del vociare. Mi sono quindi diretto verso l’uscita e lei ha continuato a seguirmi come completamente priva di volontà. Guardava gli altri e davanti. Ho pensato al bar dell’albergo Romagna perché è lì a due passi e perché si presenta molto bene. Nessuna ha mai avuto modo di lagnarsene e anche quando ho mandato un cliente è stato trattato bene e me ne è stato grato. Inoltre si riforniscono da una pasticceria che è una delle migliori della città. Per quei pochi passi sentivo già il braccio stanco. Lei, gentile, mi ha chiesto se non era troppo disturbo per me accennando al bagaglio. Non avrei potuto che risponderle con gentilezza che non mi era di peso. In verità ad ogni passo sembrava farsi più pesante. Lei non era una di molte parole, almeno non lo sembrava. Appena dentro mi aveva chiesto permesso per andare alla toilette. Dopo un po’ ho avuto il sospetto che non l’avrei rivista. Invece s’era anche scusata di quel ritardo. Aveva provveduto a sistemarsi il trucco cancellando gli impercettibili segni di quel suo incredibile e improvviso ingiustificato pianto. Sembrava comunque che tutto fosse scordato.
Come avevo previsto non mi era di molto aiuto. Dovevo essere io a tenere viva la conversazione, non che la cosa mi rendesse una particolare fatica. So come comportarmi in simili situazioni. E lei non rifiutava il dialogo, rispondeva con una crescente naturalezza, soltanto non introduceva mai di sua iniziativa un argomento. Parlavo di me e della città. Non volevo chiedere e non sapevo il suo rapporto con il posto. Decisi di parlarle come fosse in visita. Avevo anche notato che non era interessata all’andamento dei mercati né di poesia. Non sembrava una troppo attenta alla moda. Anche le bizzarrie del tempo possono offrire i loro argomenti. In tanto arrivò il caffè e lei si lasciò distrarre dal suo aroma e dai gesti abituali. Quando la vidi tremare le fermai la mano nella mia. Lei non si scostò. Lo interpretai se non come un incoraggiamento o una disponibilità almeno come una ritrovata tranquillità. I suoi occhi non fuggivano i miei e il suo linguaggio era quello di una lingua perfettamente composta. Le mani non erano particolarmente sollecitate nel gesticolare ancorché trattenute nelle mie. Poi gliele lasciai. Comunque si mostrava abbastanza attenta e interessata. Un paio di volte ha risposto immediatamente al mio sorriso. Altre ha impiegato solo un attimo in più di fatica. Intanto le dicevo quanto profondamente amavo e conoscevo quella città e come mi sarebbe piaciuto farle vedere quei posti che muovevano in me particolari emozioni. Non era sua abitudine interrompere. Continuavo a chiedermi se e quanto poteva essere interessata dai miei argomenti. Parlando mi distrassi. Sono così attaccato ai miei posti.
Non me la sentivo sfuggire ma nemmeno percepivo di aver fatto veramente breccia nel suo interesse. Era come passiva. Una perfetta ascoltatrice ma nulla di più. Fuori la luce perdeva di luminosità. Io non avevo fretta e lei non né mostrava. Probabilmente nessuno aspettava nemmeno lei. Tornai ad immergere lo sguardo in quella maglia azzurra. Non mi diedi fatica nel farmene scorgere, anzi cercai di richiamare la sua attenzione sull’interesse che destava in me. Lei pareva continuare a non volersene accorgere. Come se stesse solo lottando per non ricordare un’idea che testardamente spingeva per venire a galla. Mi chiesi se non fuggisse da qualcosa. Sono quelle le donne più interessanti e più appassionate. Alla fine anche le prede più facili. Avrei potuto cancellare ogni sua apprensione tra le mie braccia. A volte è così poco quello che chiedono. E in cui si accontentano di illudersi. Mi domandai se era di quelle che voleva sentirsi parlare di amore. Il pensiero mi parve buffo e trattenni a stento che mi sfuggisse una piccola risata. Tornai a controllarla. Mi parve ancora più fragile di quanto mi era parsa fino ad allora; quasi una ragazzina. Forse era proprio di quelle. Forse era proprio di quelle che non pretendono di crederci o di illudersi ma che ne hanno bisogno di una giustificazione; come un salvacondotto; come un doveroso tributo e prologo. Apprezzai come nel tempo passato in bagno avesse fatto un buon lavoro e il suo trucco fosse tornato perfetto e accurato. Non era molto ma il giusto per far risaltare la delicatezza dei suoi lineamenti. Non c’era nulla di volgare in lei, ma non si può mai sapere. A volte sono proprio quelle come lei… Controllo l’orologio e mi accorgo che si sta facendo tardi. “Un altro caffè? Magari, poi, se ti va, un cinema”?
Lei si aggiusta la gonna sulle ginocchia. Si guarda intorno cercando sguardi negli occhi degli altri avventori; come se fosse, per qualche motivo, interessata alla loro opinione. Mette il piede storto come per un passo distratto su quei tacchi così alti. Non me ne ero reso conto o almeno non quanto fossero sottili e pericolosi. Nessuno mostrava di conoscerla o interesse a noi. Nessuno tranne quello sullo sgabello. Certo quello al banco non faceva mistero di aver notato gli occhi che si portava appresso e di trovarli di interesse. Me ne ero accorto che era un po’ che le teneva l’attenzione addosso. Avevo il sospetto che quella valigia che si trascinava dietro avesse ancor più importanza in quel nostro incontro. Lei fece per parlare ma non disse nulla. Il suo silenzio era privo di pensieri. Aspettò ancora un po’ solo guardandomi. Forse stava giudicandomi. Stavo quasi per cercare una giustificazione. Alla fine, dopo quella infinita pausa, come se avesse avuto modo di riflettere, ha abbassato gli occhi. “A che servirebbe? A nulla. Inutile girare attorno alle cose; mentirsi. Tanto sappiamo come andrà a finire. E finirà che ti dirò di sì; ed è solo quello che tu vuoi. Non quello che vogliamo ma quello che vuoi. Allora è meglio non pensarci più e che saliamo adesso. Ti spiace chiedere della camera”?
Non ero certo di aver compreso tutto e quella sua filosofia ma di certo non mi dispiaceva. Non succede sempre ma succede. E quando succede è meglio essere pronti. Non mi infastidiscono le cose spicce. Invece a volte rimpiango il troppo tempo perso. La recita. La cerimonia. Ho guardato l’orologio. Non avevo cuore di chiederle di sistemare la stanza prima. Si era alzata appena mi ero alzato e non aveva fatto nulla per mettersi in mostra né per passare inosservata. Non come le altre. Non mi aveva preso sottobraccio né aveva provato ad accompagnarmi tenendosi a debita distanza. Semplicemente mi aveva seguito comminando al mio fianco. Al ricevimento ormai mi conoscono e il portiere mi ha fatto un sorriso e ha strizzato l’occhio. Era d’accordo con me che quella era una preda carina. Naturalmente non ha avuto bisogno di documenti. Ho chiesto se per il momento potevamo lasciare lì la valigia, che poi saremmo passati a prenderla. Poi l’avevo raggiunta; lei si era fermata davanti all’ascensore. Appena dentro ho provato a baciarla ma lei si è staccata. “Hai visto anche quello al banco”? Non ero certo di capirci qualcosa ma lei mi cominciava ad intrigare ancor più. Mi controllai allo specchio e sistemai il nodo sul colletto. Lei ebbe un impercettibile accenno di sorriso avendo notato quella mia vanità, come ne fosse lusingata. Appena in camera ho chiuso le finestre e accostato le tende; lei si stava già spogliando. Mi sono infilato sotto e mentre aspettavo di averla tra le braccia non ho potuto trattenere la curiosità che mi era rimasta. “Ma perché le lacrime di prima”?
Tu non mi conosci e io non ti conosco. Probabilmente non avremo modo di incontrarci una seconda volta. –intanto che faceva cadere la gonna restando in controluce e mi guardava senza bisogno di pudore– Non credo che tu me lo chiederai né io ho voglia che tu lo faccia. E’ sempre stata così. Ho un uomo che mi ama e un marito. –avevo notato la sottile fede al dito, nulla di impegnativo, una vera sottile che avevo pensato avrebbe dato meno problemi all’incontro– Non amo questo amore. E’ come un destino. Come se qualcuno mi avesse scritto una parte alla quale non posso sottrarmi. Ho questi occhi e questo corpo da portarmi. E come se non bastasse… Quella che volevi aiutarmi a trasportare, e che non mi hai lasciato perdere, ma non mi puoi aiutare, è la valigia dei miei ricordi. Come hai sentito il suo peso è ormai insopportabile e tra un po’, non lo dico per te, avrò questo altro da aggiungere. Vorrei poterla scordare ma come hai potuto vedere pare non sia possibile. C’è sempre qualcuno pronto a chiamarmi indietro, a rammentarmi che non ci si può lasciare dietro nulla”.

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