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Posts Tagged ‘ritorno’

La starEra uno scricciolo di ragazzina tutta denti e occhi; poi era cresciuta. Era cresciuta da per tutto ed era cresciuta molto che sembrava non fermarsi mai. S’era fatta una giovane donna bella ed esuberante, molto alta. Si era fatta una di quelle donne che ti costringono a girarti per strada, abbondante sul davanti, e, debbo ammetterlo, persino io me n’ero accorto. Cercavo di essere gentile ma anche nelle gentilezze divenivo goffo poiché temevo di esagerare e che si potesse capire che con lei mi si creava quello strano senso di disagio, eppure la conoscevo da prima, da sempre. Lei invece sembrava tranquilla e non soffrire nessuna pena; riusciva a abbandonarsi anche a delle confidenze che non mi sarebbero state dovute. Conoscevo i suoi e non potevo fare la loro parte anche se per età lo avrei potuto. Per quella sua, come dire? fisicità il tempo non era d’aiuto e ogni giorno le cose si complicavano ancora di più finché non smisi di chiedermelo ma cominciai a sognarla. Credevo si fosse tutto risolto quando una vacanza studio la tenne per molto tempo lontana. La sentii non più di un paio di volte al telefono ed erano telefonate brevi ed insignificanti. Tornò e venne per dirmi che era tornata. Mi chiese solo: “la zia è in casa”? Anche quel giorno mi sarei accontentato anche di poter guardarla un po’ alla volta. Tutta in una volta, e non solo guardarla, era più di quanto potessi immaginare. E sopportare.

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tazzina di caffèEra tornato da un viaggio. Tutti s’aspettavano la lingua sciolta dai racconti. Magari qualcosa di esotico e, perché no? di erotico. Qualcosa di pruriginoso. Fa sempre piacere. Per lui invece nulla era stato diverso. Il mondo era fatto di volti, di persone, di attimi. Aveva solo una lunga raccolta di profili. Ma nessuno sembrava troppo interessato alle sue foto.
«Ci sono ancora spiagge come questa e un mare così. Spiagge con sabbia che sembra farina. E pesci grandi come le barche dei pescatori. Vita dura la loro, e sudore.
E ci sono città dove il fumo e fitto da nascondere le cose ed è difficile respirare. Dove per le strade corrono più biciclette che automobile. E bocche di vulcani che vomitano fuoco acceso.
Nelle terre degli indios il mondo è rimasto quel loro mondo. Fermo come se i secoli si fossero distratti. Se il tempo avesse preso un’altra strada. E se parli con l’uomo pieno di rum è un ubriaco come quelli di ogni paese. Ma quell’uomo ti racconta la sua storia nella sua lingua. Non ho trovato due persone uguali, in tutto il mondo». E in fondo tutto il mondo era come questa sala.
I presenti erano delusi comunque. Carlo si ricordò che aveva una bella moglie. Si erano lasciati ad agosto. Ad agosto e a distanza. Una lettera di poche parole. Maurizio si limitò a non sentirlo. La teneva nel portafoglio. Uno che non aveva mai visto notò una piccolissima figura sulla sabbia di Copacabana poco più grande di un granello: “E quella chi è”?

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melaNon erano stati che pochi secondi. Il dubbio. L’incredulità. La speranza. La curiosità. In quel breve lasso di tempo s’era detta tanto che pareva raccontasse una vita intera. Una folla si era assiepata nella testa di Rossana. Una incredibile confusione. Ognuna a dire la sua. Contemporaneamente. Le varie Rossana a confrontarsi. A combattersi. A sostenersi. A replicare. A rimbeccarsi. Qualcuna aveva avuto il tempo di riconoscerla. C’era la giovane Rossana con ancora quei sogni intatti. E la Rossana cinica di oggi. La Rossana spaventata e la Rossana rassegnata. La Rossana impacciata e la Rossana tenera e la Rossana timida che credeva se ne fosse andata durante una scampagnata di alcune vite prima. Naturalmente non mancava la Rossana decisa. E altre ancora. Era stata molte donne e tutte stavano lì a parlarle, ognuna cercando di dire la sua. Non aveva il tempo per ascoltarle tutte.
Era stata la timida Rossana la prima a gridare “E’ proprio lui”, con un certezza che non pareva sua e non avrebbe avuto nessuna giustificazione. Il resto, come detto, era venuto da sé. Era stato un sussulto. “Ma come può essere lui?” aveva detto la Rossana separata. “Ma lui chi è”? “Non lo puoi sapere”. “Magari nemmeno è lui”. “E se non si ricorda”? “E se si ricorda”? “Forse solo uno che gli assomiglia”. “Certo che è cambiato parecchio”. “Cosa credi di fare”. “Vi dico che è lui”. “Come fai a dirlo”. “Già può ricordare anche quanto sei stata stronza”. “E’ passato troppo tempo”. “Non puoi rischiare. Sei stata tu a tradirlo”. “Ero solo una ragazza”. “Cosa ti stai mettendo in testa”. “Comodo dire, troppo giovane”. “Si può anche perdonare”. “Non con il suo più caro amico”. “Stronzo quello”. La Rossana cinica: “La vera stronza sei tu”. “Lo so ma non si può pagare tutta la vita”. “Forse è poca”. “Ma cosa speri”? “Comunque stronzo anche lui”. “Cosa pretendi”? “Fai persino fatica a contarli tutti, quegli anni”. “Smettetela vuoi. Non pretendo nulla”. “Non vorrai mica”. “E’ solo ritrovare un amico”. “Un amico? Cos’è questa eccitazione”? “Non è eccitazione. Solo una piccola emozione”. “E’ da capire, dopo tanto tempo”. “Bella scusa i ricordi”. “Mica sei rimasta la stessa”. “Nemmeno lui, per quello”. “Alla tua età”. “Cosa c’entra l’età”? “E’ giusto, non si è mai troppo”. “E poi è solo per amicizia”. “Non gli sei proprio stata amica”. “Nel bene e nel peggio”. “In fondo non hai mai nemmeno detto perché”. “Non capivo”. “Andartene così”. “Così come”? “Dai che lo sai, mica sono lui. E nemmeno lui”. “Vi dico ch’è lui”. “Sei stata solo una stupida”. “Direi una stronza. Stronza e puttana”. “E’ facile giudicare così; dopo”. “Credi che non lo farà”? “Credo che”. “Lui era diverso”. “Ti sei bevuta il cervello”? “E’ per questo”? “Se non lo farà è perché non si ricorda”. “Perché non sei”. “Forse non sono mai stata”. “Ecco brava”. “Continua così”. “Sempre la stessa”. “Solo a pensarci”. “A pensarci dovevi pensarci prima”.
Rossana allungò il braccio per spengere la luce sul comodino. Lui dormiva al suo fianco. La foto cadde. Era stata una giornata incredibile. Troppe cose per riuscire a prendere tranquillamente il sonno. Non poteva non riandare ai fatti accaduti. A ripensare a tutti quei suoi pensieri. Nessuna avrebbe potuto convincere le altre.
“Io comunque vado”. “Che aspetti”? “Sì! buttagli le braccia al collo”. “Dove vuoi andare”? “E smettila di chiamarlo sbaglio; stronza”. “Non si può mai dire mai”. “come pensi di convincerlo; con quella. Ma ti sei”. “In fondo cosa chiedo”? “Solo una stupida”. “Tante parole non servono”. “A chi vuoi darla a bere”? “Non servono a nulla”. “Brava”. “Che fai; gli racconti quella volta; ancora”? “Per una volta smettila”. “Povera illusa”. “Non sei più la stessa”. “Mica si può tornare indietro”. “E’ andare che è uno sbaglio”. “Già! uno in più”. “Magari lo vai a pregare”. “Un po’ di buon gusto”. “Per una volta smettila di pensare a te”. “Ma non è”. “Non c’è più quel lui”. “Guarda che”. “Finisce che se ne va”. “Meglio così”. “Sia quel che sia”. “Cosa cazzo pensi di fare”? “Non penso di fare niente”.
Ciao! È tanto che aspetti”?

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franca1Già! mica sembra vero. Era corsa giù dalle scale. Con il cuore in gola. Prima di pensarci. Prima di esserne sicura. Eppure il suo cuore non le poteva mentire. Credeva di averlo scordato. Credeva di aver potuto scordare tutto. Era bastato un attimo. E in quell’attimo tutto era tornato vivo. Come sarebbe stato? Chi sarebbe stato? Cosa avrebbe potuto dirgli? Paure ed emozioni. Quella folla di pensieri che le sfuggivano. In gola le si era arenato il respiro. Le labbra secche. Non era possibile. Non ci avrebbe creduto finché non se lo fosse trovato davanti. E poi? Forse era solo una pazzia. Una completa pazzia. Ripiombare in quel passato, lontano. Se non lo faceva subito poi non ne avrebbe più avuto il coraggio. Doveva essere così. Le gambe la trascinavano da sole. E perdevano forza gradino dopo gradino. Per non parlare del respiro. Non le importava più nulla di come l’avrebbe guardata. Dopo tutto quel tempo, a pensarci può sembrare stupido: “E’ tanto che aspetti”?
Da non crederci, e, lui, ancora non ci credeva. Sì! era lei; e non lo era più. Troppe cose erano passate. Allora, quand’era partito le aveva detto abbracciandola disperatamente: “Non mi aspettare”. Si era illuso e si era mentito. Si sentiva uomo. Sprezzante. Poi si era allontanato senza guardare indietro. No! non avevano un appuntamento. Forse l’avevano sempre avuto. Lei gli aveva promesso che lo avrebbe aspettato per sempre, ma era solo una ragazza; era solo una promessa di ragazza. Non poteva sapere. Le cose non vanno come nelle promesse. Non c’è un tempo che non trascini le cose con sé, e che non si accanisca a trasformarle. Non si può vivere solo di ricordi, per quanto belli. Lui credeva di saperlo. Non sapeva nulla; come quando si è ragazzi. E avrebbe voluto ricordare solo ciò che non gli costava fatica. Aveva imparato, nel tempo, a vivere con la sua immagine nel portafoglio. La foto si era sgualcita, ma lei era rimasta uguale; uguale per tutto quel tempo. Era stato solo in quella foto in bianco e nero. La vita non è così: era lei e non era lei. I suoi occhi erano i suoi occhi, ma c’era qualcosa che non conosceva in quegli occhi. Sarebbe rimasto a guardarli per giorni. E la sua voce; nel linguaggio, mostrava un insolito imbarazzo. Non era molto che aspettava: non più di quarantadue anni; in fondo un attimo. Solo un attimo che l’aveva fatto vecchio; non certo saggio.
Ma tu allora”…
Non dire nulla. Non mi sono perdonata nulla. E’ così che sono cresciuta”.
Già! cresciuta. Del senno di poi… certe assurdità hanno ragione di essere dette solo dopo. E subito chiedono scusa. Si nascondono fra le banalità fuggite. Chi ha detto che bisogna morire sempre un po’ per vivere? Che quello è il prezzo per crescere? Andare sempre avanti. La riconosceva. Ma poi chi l’aveva detto che lui voleva crescere? Era stato uno di quei ragazzi, quei ragazzi che non potevano diventare vecchi. E lei era la sua ragazza. Già! anche questo l’aveva detto mille volte. E ancora gli erano sfuggite quelle parole, le solite banalità. Cose da sembrare ridicole. Forse deve essere così. Le difficoltà del silenzio. La testardaggine del tempo. Non era tornato per quello. E in quel momento i fasci erano l’ultimo dei suoi problemi.
Si era impigrito su quel pozzo. Il libro gli intralciava in mano. Forse sarebbe stato strano che fosse un libro diverso: La fata carabina. Daniel Pennac. Come si può non amare Pennac. Se avesse potuto pensarci avrebbe giurato che anche lei dovesse amarlo. Tra loro era sempre stato così. E poi lui era stato spesso per le strade di Belleville. In fondo anche quello era stato il suo mondo. Oppure un mondo simile. E lei era la sua Julie de Corrençon. Quante volte avrebbe voluto anche lui rifuggirsi tra le sue tette. Provò un leggero imbarazzo a pensarlo. Allora non aveva quei seni ingombranti. Gli tornò l’imbarazzo e abbassò gli occhi. Allora quasi non ne aveva. Già! quelle calli e quella stretta con quella pancia. I luoghi dove erano passati. Dove avevano cercato quel poco di intimità. E quei loro ultimi disperati abbracci. Gli facevano male ancora.
Riconosceva quelle case. Riconosceva nuovamente quella città; la sua Venezia. La loro. Cercò le sigarette temendo di averle finite. Le sue mani frugavano cercando di trarlo fuori da quella situazione. Gli fosse venuta incontro almeno la sera, come allora; ma non è abbastanza sera. Non aveva nessuna possibilità di nascondersi. Sapeva che era tornata sui banchi di scuola. Sapeva che aveva sudato tutto. Sapeva persino quello che non aveva mai saputo. E il suo bambino si stava facendo adulto. Quanti anni doveva avere? Quante cose erano passate tra loro. Capì subito quanto ne fosse rimasta stanca. E non era cresciuta. Lo seppe. Non avrebbe potuto farlo. Non a quel prezzo. Così come lui non era riuscito a dimenticare, a scappare. Si era portato tutto dietro. Si era ritrovato spesso negli stessi posti. Era tornato a baciare la sua immagine riflessa in quell’acqua cheta. Al suono di piccole onde. Non che sapesse perché. Era stata tutta una immane pazzia. Non aveva dubbi di essere nuovamente impazzito; che pazzi erano rimasti. Scoppiò a ridere come uno scemo. Lei si fece cauta ma poi glielo disse proprio come allora, ritrovando un coraggio che aveva perduto, con lo stesso tono e la stessa esse trascinata: “Scemo”.
Ho bisogno di farla”.
Perché non sali; allora”.
Incredibile; da non crederci. Non poteva immaginare che lei abitasse proprio là. In quei posti in cui erano stati allora. In cui erano stati solo due ragazzi confusi, e curiosi, e impacciati. Non l’aveva fatto di proposito. Non aveva mai imparato a farlo. A sentirsi così impacciato nuovamente gli sembrò stupido e… meravigliosamente stupido. E tornò a scoprire che aveva una batteria al posto del cuore. In quel momento i respiri li ritmava la grancassa. Avrebbe voluto dirle: solo un attimo. Fammi respirare. Aveva bisogno di deglutire brandelli di quell’aria. Di annusare il sale marcio.
Quel respiro sospeso. La propria curiosità, non più indolente. Lei aveva posto nella sue parole tutto il coraggio che le era rimasto. Si ritrovò svuotata. La casa non era nemmeno in ordine. Nella fretta non aveva raccolto il cellulare. Era rimasto tutto com’era. Lui non poteva conoscerla. Era una casa anche troppo grande. Cosa avrebbe pensato? Si ricordò di chi era. Sapeva che non poteva essere cambiato tanto. Non ebbe il tempo di pensare altro. Lo condusse su per quelle scale. Lui si lasciò guidare; ancora una volta. Lungo i gradini di marmo consumati l’odore di piscio di gatto. Davanti alla porta non seppe più resistere. Fu troppo violento. Glielo chiese e poi l’abbracciò e la baciò.
Forse è meglio che entriamo. La camera è di là”.
Lui non la conosceva quella fretta. I quadri in processione alle pareti. Pavimenti alla veneziana e soffitti veneziani; alti. Rischiò di incespicare nell’enorme tappeto persiano. Persiano? Li chiamano così. Chissà se vengono tutti di là? Scusami, ho un appuntamento con dio. E la fila delle foto nelle cornici. A raccontare una storia in breve. Lei durante alcune delle sue età. E lui. Strane le cose, avevano lo stesso nome. Non gli assomigliava per nulla. Una cartolina appoggiata su una mensola. Una vetrina di vasi di vetro, naturalmente; di Murano. Il suo imbarazzo. Quella luce non luce. Senza colore. Che smorzava i colori. Quel senso di tranquilla noncuranza. Quella casa fin troppo grande. Era curioso di tutto. Non si chiese come. Le parole avrebbero potuto rimbalzare tra le pareti e lungo le scale. Diventare un suono che si moltiplicava e si ingigantiva. E tutto che invitava al silenzio. Quello di lei, imbarazzo. E lui che non riusciva a staccarsi dalle sue labbra. Non poteva più aspettare. E c’era fin troppa luce in quella stanza.
Lei pensò – e se non gli piaccio più?
Si accorse di quanto era stata stupida. No! non ci aveva pensato. Avesse avuto uno specchio forse sarebbe fuggita. Era per quello che nella stanza non c’erano specchi. Era la sua fortuna. Più una sorta di punizione che s’era data: disprezzando il tempo ma al contempo vietandosi la testimonianza del suo passare. Chiese inutilmente aiuto ad un po’ di quella risolutezza che aveva sempre cercato di vestire. Non poteva tornare indietro. Si sentì indifesa nella penombra. Si sentì osservata eppure. Fuggì gli occhi di lui e si sfilò l’abito; non avrebbe dovuto scorgere che mancava fierezza a quel viso. Temeva il suo giudizio e avrebbe pagato perché potesse vederla come allora. Almeno con gli stessi occhi. Non poteva sapere. Almeno con occhi indulgenti. Non ci si può nascondere sempre; agli altri e a se stessa. Allora aveva paura dell’amore. In quel momento sarebbe fuggita; ma non per quello. Quella era l’unica paura che aveva perduto. E dell’amore continuava a chiedersi perché?
Lui pensò che quella donna era invecchiata. E invecchiata male. E che aveva scritto ogni offesa sulla pelle. Che non aveva mai visto tanta sofferenza in un corpo di donna. Nei suoi occhi non c’era più quella luce. Il suo sorriso pareva quasi una smorfia. Capiva perché gli dava le spalle; non voleva che lo vedesse. Si sentì morire. Doveva usare tutto il viso per sorridere. Guardò l’ora ma non aveva nessun appuntamento. Dio! cosa aveva fatto. Non voleva sentirsene, in qualche modo, ancora responsabile. Era passato troppo tempo. Per troppe volte ci aveva pensato. La sua bellezza antica era sfiorita. Ora era solo una donna sconfitta. Non poteva non vedere quello che era diventata. Ma è Lei, è Rossana. Cazzo! Non poteva offenderla di quegli occhi.
E se gli avesse chiesto? Non voleva che sapesse che era stato lui ad andare incontro a quel coltello. Si guadò la cicatrice. Era un offesa orrenda. Alla fine, lo sapeva, lo sperava, lei ci avrebbe fatto scorrere le dita. Avrebbe cercato di cancellarla. Non gli dava più dolore, ed era giusto che lei non sapesse. Glielo doveva; così come le doveva tutto. Si vergognava di sé. Le diede le spalle. Poggiò le sue poche cose sul comodino, assieme al libro. Niente era più lo stesso. Un alito di vento faceva respirare la tenda. Un brivido lo percorse. Quel brivido la percorse. Trattenne un ultimo frammento di pudore. Nemmeno lui era rimasto lo stesso. Gran brutta bestia la solitudine. Non ti avvisa mai per tempo. Aveva imparato a conviverci. E’ una compagna gelosa. Non ti abbandona mai. Così l’aveva accompagnato anche tra le braccia di altre donne. Spesso ubriaco. Con quel senso di colpa. Capì che aveva bisogno di rifugiarsi fra le sue braccia. Che non c’era più tempo.
Ho cercato di restare me stessa, nonostante tutti. Di sognare di poter avere ancora la forza di sognare”.
Vi si precipitò senza più pensarci. La riconobbe completamente appena l’ebbe stretta a sé. Era curioso di quella due donne. Di ciò che riconosceva di quello che era stata e di quella nuova donna che aveva voluto essere. Delle storie che le pesavano addosso. Non poteva certo pretendere che tutto andasse come avrebbe voluto che fosse andato. Era anche tardi per avere rimpianti. Allora, a quel tempo, lei aveva paura dell’amore. Aveva solo vissuto tutto quello che la vita le aveva permesso di vivere. E aveva la bocca piena di parole. Nella testa una folla di memorie. Quello che la sorprendeva era una speranza nuova. Quello che aveva ritrovato intatto. Una canzone che le tornava in testa. Quei versi. La loro disperata malinconia. La voglia di provare. Ancora una volta. Di ritrovarli, e ritrovarsi. Il dolore che nuovamente li provocava. Come se fosse tutto ancora lì, ancora vivo. Fosse solo ieri. Tutto ciò pareva solo incredibile. Si sentiva ancora fragile. Una paura che la sfidava, ma una paura che non temeva; di cui non aveva paura.
Anche lei aveva viaggiato molto, ma non si era mai allontanata. Era rimasta legata alla sua città, era sempre tornata; tornata indietro, a Venezia. Aveva raccolto i frammenti del proprio cuore in un fazzoletto di lino. Aveva pianto e nei giorni di sole asciugato le sue lacrime. Non si era arresa mai. Aveva visto partire altre navi. Solo su alcune era salita. Mai su quella barca. Preferiva stare ai remi. Preferiva essere una donna che non chiede. Aveva scelto di morire piuttosto che ferire. E per tutto quel tempo non aveva saputo. Quel tempo e le cose l’avevano piegata. Gli amori e i finti amori. Ferita di ferite profonde e di silenzi. Tutto portava nel viso e nella pelle.
Voleva gridare che non si era mai arresa. Che non avrebbe fatto un passo indietro. E non l’aveva fatto. Avrebbe voluto gridare. In un sospiro cercò di emendarsi. Tutti quei dolori erano troppi anche per lei. Aveva continuato a sperare, strenuamente. No! non s’era arresa. Eppure aveva sperato per niente. Aveva sperato solo fino a rendere più dura la parola fine. E ormai non credeva più nemmeno di essere stata e di esserne stata capace. Aveva negato che anche quella ragazza fosse persino esistita. E quello che lei stessa aveva scritto. Quelle lettere erano andate perdute, ma non il resto. O almeno questo credeva: che fossero andate perdute. Non sapeva arrendersi come. Non credeva più di essere stata veramente capace di amare. Si era sacrificata davanti al niente. Aveva le dita spoglie. Eppure entrambi sapevano che non poteva essere stato così. Ma lei avrebbe voluto mondarsi di quello e di tutti i peccati. E di quelli che credeva peccati, ovvero errori.
Potrai mai perdonarmi”?
La guardò incredulo. Lui? Già! tutto sembra bello e facile per chi ascolta; a raccontarlo. A vivere non ti viene mai regalato nulla. Lui si era sempre guadagnato ogni cosa, anche la propria disperazione. I mesi, gli anni, erano stati uguali. Quando guardava quella foto una sorta di dolorosa malinconia lo prendeva. Per quanto tempo fosse passato quel malessere non era mutato, era lo stesso. Forse rimpianto. E aveva smesso di rileggere quella lettera. Gli dava cose troppo violente per essere sopportate, anche se gli venivano da così lontano. Era stato così che aveva creduto di percepire il suo profumo. E che la sua voce era tornata a risuonare. Per fortuna, almeno quella, aveva smesso di visitarlo. Non voleva difendersi più. Non poteva più nascondersi. Non aveva ancora deciso cosa avrebbe fatto; se si sarebbe fermato. In fondo sperava che lei glielo chiedesse. Lei glielo chiese. Gli chiese se voleva un paio di ciabatte. Non aspettava altro anche se si era mentito in tutti quegli anni e fino ad un attimo prima. Ora lo sapeva che si può amare per sempre. Che anche un marinaio può farlo per sempre.¹


1] Causa l’uragano Rossana l’autore del presente blog si scusa per gli inconvenienti  che si sono verificati e cercherà di ritrovare la rotta nonostante il perdurare delle turbolenze.

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Il ragazzo di San Boldo. Lo guardi, il cielo, là all’orizzonte, le scruti, lo leggi, non puoi mai sapere. Il mare è così. Michele ne aveva rispetto e il mare lo aveva rispettato. Per anni era stato la sua casa e ne portava l’odore nella pelle. Ne aveva viste di burrasche e le più pericolose erano state quelle che s’erano affacciate all’improvviso, senza farsi annunciare. Quando s’era rabbuiato d’un tratto il cielo, come d’una rabbia improvvisa; solo uno scatto d’ira. Nate dal nulla e dal silenzio. Con onde che si alzavano come cattedrali con bianche barbe ad ornare le guglie come marmi. Ma lui era nato uomo d’acqua anche se non s’era mai permesso di darle del tu. Meglio diffidare perché quando la sorte distribuisce le carte non guarda in faccia a nessuno.
Ormai viveva di ricordi, ricordi senza rimpianti. La città che aveva ritrovato non era più la stessa; allo stesso modo lo era. Venezia è una città che non ha mai voluto cambiare. Erano solo i volti che non gli parevano quelli di allora. La lingua che faticava a ritrovare eppure aveva un suono gradevole, lo stesso dei pensieri che lo avevano sempre accompagnato. Che gli avevano fatto compagnia in mare. Eppure le calli, quelle, dovevano essere le stesse. Quella lingua da cui doveva tradurre le sue lettere. Perché, di lettere, ne aveva lasciata almeno una in ogni porto. Non sempre le aveva spedite. Alcune le aveva conservate. Le più preziose. Quelle che gli facevano più male. Le più faticate. E il tempo non era passato solo su di lui ma anche su quella carta.
Non ricordava più cosa lo aveva spinto a partire. Non lo voleva ricordare. Certo lo spirito dell’avventura. Certo quel bisogno di sentirsi uomo. Alcune letture; si crede troppo, da ragazzi, a ciò che si legge. Come se la vita fosse romanzo e il romanzo vita. E aveva preferito rinunciare ad una camicia, a due paia di calzini, ma aveva lasciato posto per i suoi libri. I suoi libri e quella fiasca di vino rosso. Non gli era servita granché, per molte sera aveva pianto. E’ stupido capire le cose solo dopo che sono successe. E’ come guardare negli occhi un annegato. Non è più uomo, non ha più anima, è solo orrore. Dopo è un’altra cosa. E nemmeno sai se sono vere o se sono solo memoria. Eccole lì le sue parole difficile. Legate con un nastro rosso. Sembravano molte, troppe, forse non bastavano dopo più di 40 anni di avventura. Giovanni gli aveva detto, appena visto: “Ancora rosso, vero”? Giovanni accennava al vino e aveva versato un bicchiere per sé e due per l’amico ritrovato. Senza aspettare risposta. “E’ ancora bella, forse non come allora”. Ma questo era successo solo dopo. Forse era stato per lei. Che confusione. Appena passate le cose si accalcano e non rispettano nulla, tanto meno i tempi sul calendario.
In realtà gironzolava. Ne aveva avuto abbastanza di viaggi. Era tornato. Si ripeteva la parola in testa. Qualcosa cercava di convincerlo. Non era sicuro che non sarebbe ripartito, ancora una volta, una volta ancora. Si sentiva come quei turisti e loro non potevano riconoscerlo. Non sapevano niente di lui. Ormai nessuno poteva riconoscerlo. E guardava i posti che gli erano stati famigliari e allo stesso tempo li riscopriva come una vecchia prima volta. Li riscopriva incontrandoli. Quel maledetto fascino di già detto che ti assale all’improvviso, senza preavviso alcuno. Proprio come era successo tante volte in mare. A seguire le scie bianche tracciare da delfini che squittivano. Allora perché aveva guardato con tremore al lungo planare di gabbiani e alle loro grida? Perché se tutto doveva rimanere così uguale e così incerto? Ne aveva messo di tempo per rendersi conto d’essere tornato uomo di terra. Per troppo s’era ritrovato come un cucciolo impaurito, braccato, ormai incapace di camminare. Forse doveva essere così, quando si respira salsedine per lungo tempo sembra che all’aria manchi l’aria, se non ne conserva l’odore trattenendolo a sé.
All’angolo avevano sventrato la pietra, lo ricordava ancora. Ne era uscito un vecchio convento di suore. Qualcosa del genere. Così gliel’avevano raccontata. Cataste e cataste di teschi e di ossa accatastate. Le aveva viste con i suoi occhi. A lui bambino erano sembrate venire da un posto che gli era sconosciuto. La morte continuava a fargli paura, ma solo quella degli altri. Quella che poteva vedere. Le aveva guardate e aveva imparato subito che le avrebbe ricordate. Su quel posto era stato aperto un negozio di cornici. Poi il campo si allungava regolare, sempre fronteggiato da case squadrate come scatole; caseggiati severi e senza fronzoli. Nel mezzo la vera da pozzo, bianca del marmo di cui era fatta. Due gradini scorrevano intorno al cilindro. No! non era mai stato un ragazzo di Sant’Agostin. Si cresce e si resta gelosi dei posti che hanno visto il bambino farsi ragazzino, difendere quello spazio, creargli confini, inventarsi una identità. Lui era di San Boldo. Era silenzioso e pigro. Giovanni no, con lui s’erano incontrati già ragazzi. Non c’era stata alcuna difficoltà ma si vedeva ad occhio nudo che erano nati in luoghi diversi. Eppure non avevano nemmeno bisogno di parole per parlarsi. Forse era stato per lei; per lei che era partito. Non c’era niente di razionale in quel pensiero che lo riportava a pensare a lei; ancora a lei. Quarant’anni dopo. E solo dopo quarant’anni scoprire che avevano tutto in comune, lui e Giovanni, persino l’amore per quella donna. Ma Giovanni era rimasto; non era mai partito, Giovanni. Lui no. Non l’avevano mai confidato l’uno all’altro, quell’amore. Non era ancora abbastanza per sentirsi tornato a casa.
Lì, a Sant’Agostin, aveva imparato ad andarci quando era già più grande. Quando aveva imparato che l’importante è difendersi. Che strane cose ricordano i ricordi. Si sentiva stanco. Un bambino giocava e giocando cavalcava un destriero immaginario, che solo lui vedeva. Doveva averlo fatto anche lui quel gioco. Probabilmente quel bambino era figlio, forse nipote, di chi quel gioco l’aveva fatto con lui. Ma era grasso, quel bambino, come lo sono certi bambini di oggi, gonfiati di schifezze e di rimorsi. Il suo viso non gli ricordava nessun altro viso. I suoi capelli avevano una stupida posa da parrucchiere. E Michele si sentiva stanco; molto stanco. Aveva la testa confusa e gli occhi pieni di troppe cose. Chissà se Matteo abitava ancora là? Avevano sostituito quella porta, ora non portava più i segni delle frecce, fatte coi ferri degli ombrelli. I bozzi da colpi di fionda. Non ricordava se aveva una buona mira. Un sapore gradevole gli era salito in gola. Gli occhi riconoscevano un leggero umidore. Aveva deglutito la saliva. Aveva sete. S’era acceso una sigaretta. L’altra fumava ancora a terra. Era tornato a guardarsi torno ma i suoi occhi passavano sulle cose senza riuscire a vederle davvero. Le sfioravano appena. Il mondo era cambiato e lui non era riuscito a farlo con la stessa fretta; forse non gli era riuscito e punto. Forse nemmeno l’aveva voluto, né desiderato. In fondo che bisogno c’era?
Aveva troppe cose da ricordare. A Costanza aveva imparato a barare, era stato il suo stomaco ad andare incontro a quel coltello, ma non aveva mai imparato a rubare. Su quei gradini, come allora, s’era seduto. Aveva frugato nella sacca. L’aveva trovato quello che cercava e s’era immerso nelle pagine del libro senza riuscire a concentrarsi. «E sento che i suoi occhi mi odono pensare. Non ho mai visto uno sguardo così attento».
Si sentiva guardato. «E sento che i suoi occhi». Quella strana sensazione che si può avere. Alzò gli occhi. Una donna lo osservava e poi abbassava lo sguardo sulle pagine del suo libro. Come potesse leggere anche lei quello che lui leggeva. Tornò sulle parole. «Non ho mai visto uno sguardo così attento». Era inutile. Non sarebbe più stato in grado di afferrarle. Aveva anche perso il segno. Inserì un biglietto, come segnalibro, nella pagina. Chiuse il libro.
Per John o’Groats c’era passato con solo due anni di ritardo. Che ne sapeva? Ma anche questo lo avrebbe scoperto in seguito. La vita è spesso una gran puttana, generosa di tette e di sorprese. Se ne dicono sui marinai e sui porti. Di sicuro ci sono solo le osterie. Si era morso la lingua; a parlare non era più così disinvolto. Anche il silenzio si impara. Ascolti il mare e quello parla anche per te. Dice le cose che vorresti dire. A volte anche quelle che non vorresti sentire. Parla di malinconia. Porta con sé l’odore della pioggia. Mille suoni sottili. La osservò lentamente. Era una donna rossa. Non gli ricordava nessuno. Una donna di una certa età; invecchiata. Eppure quello avrebbe dovuto farlo riflettere. Fu solo questione di attimi. Poi incrociò i suoi occhi. Quegli occhi lui li conosceva. Non poteva non riconoscerli. Erano i suoi occhi. Erano gli occhi di Rossana (non aveva mai faticato a ricordare il nome). Le era sbocciato un sorriso, non aveva fatto alcuna fatica a riconoscere anche quello. Era bello tornare a chiamare quel nome nella mente.
Cosa stai leggendo”?
Ciao. No! non è “Sulla strada”. Pennac.” – lo rileggeva ogni volta che provava fatica a ritrovarsi.
Lo amo da morire”.
Anch’io e, a proposito, non ho mai smesso di farlo”.
Quante cose stupide vengono in mente in certi momenti. Si guardò i sandali che calzava ai piedi. Le unghie tagliate male. Aveva perso quella sua sicurezza. Aveva timore dei suoi occhi. Era tornato ad averne paura. Ma fu solo un momento. Lei era cambiata ed era la stessa. Era caldo il suo sorriso. Ricordò, all’improvviso, come fosse il quel momento, la mano di lei che sfiorava la sua barba saggiandola in una carezza. Si vergognava per non averla riconosciuta subito. Ma anche quello fu solo l’imbarazzo di un attimo. Tutto correva veloce. Già! se ne dicono troppe sui marinai. Aveva voglia di sentire e sentire ancora la sua voce senza emozioni eppure così famigliare. Sentì i suoni intorno tornare a farsi nitidi. Il sole discreto che lo scaldava. Erano giorni e giorni che non dormiva in un vero letto.
A Michele venne spontaneo, dal cuore: “Cazzo vogliono questi fasci? Venezia non li vuole. E “sulla strada” era una gran pizza”. Era la prima cosa che gli era venuta. Scoppiarono entrambi a ridere. L’emozione era stata più forte di quanto si potesse dire. Cazzo se ne aveva cose da raccontare. Nessuna gli sembrava adatta. Lasciò scivolare i suoi occhi su quel volto e quel corpo invecchiato; invecchiato fin troppo. Credette di sentirne la stessa fatica. Gli fu grato di non cercare disperatamente di schernirsi. Quella che aveva davanti non era quella che vedeva. Il suo sguardo mentiva e sapeva mentire molto bene. Non poteva tradirlo e non c’era ragione. Eppure è vero che le persone, nei ricordi, si conservano come le hai lasciate. Restano le stesse per sempre. Cosa importa? Ecco la ragione del suo viaggiare. Il prezzo. Ecco dove aveva sempre voluto tornare.
Mi sembrava ma non ne ero sicura. Scusami se t’ho fatto aspettare”.
Lui si alzò per prenderle la mano. Le consegnò le lettere; tutte tranne quella, l’avrebbero letta assieme. Che bisogno c’era di aspettare ancora luna? Non aveva più pudore né paura di un bacio¹ .


1] Il breve brano è tratto da La fata carabina di Daniel Pennac.

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