Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Roberto Vecchioni’

poesiaLa caffettiera
parlucchia
bisbiglia, gorgoglia
bofonchia, rumoreggia, conversa:
litania, chiacchierio, cicaleggio;
pettegola e indisponente
testarda e insistente
petulante le sue chiacchiere insegue
si lagna
arrogante /poi
recita confusa, indistinta
fischia e con voce sommessa
mormora, parlotta
brontola, borbotta
sbuffa, strepita, ruggisce
sparla. Infine
sputacchia tutt’intorno e
d’un tratto zittisce
nell’effetto sudore
sospira il suo alito /fumoso
spande il suo tepido vapore
con leggero tremore.
Quando
spengo la fiamma di sotto
e
tace,
solo diffonde il suo aroma
di caffè.

Fuori
si fa giorno
comunque.[1]


1] 8 ottobre 1985

Read Full Post »

Era bellaStamattina osservavo le donne per strada. Quando non sono distratto, succede spesso, mi capita di farlo cioè di guardare chi incontro per strada. C’era un discorso tra me e la mia Compagna (da leggersi in lettere cubitali); e poi a volte mi accusa di ritrarle nei racconti in modo non troppo lusinghiero.
Ce n’erano di belle e di brutte. In entrambi i casi ve n’erano che si sentivano belle e altre che si sentivano brutte. Dipende, temo, solo dall’umore il fatto che a volte vedo più rappresentata l’una o l’altra categoria. Probabilmente per qualcuna non è nemmeno una preoccupazione di primaria importanza. Alcune sono tipi singolari, così come negli uomini, escono da qualsiasi classificazione e di questa loro diversità richiamano attenzione. In entrambi i casi c’erano quelle che mostravano cura di sé quelle che mostravano una cura meticolosa della propria immagine e altre, soprattutto tra coloro che non si credevano belle, che mostravano una certa distratta negligenza o del pressapochismo. Alcune, soprattutto tra le prime, incrociavano lo sguardo con un espressione che diceva palesemente: “Guardami! Ammirami”! Altre mi passavano attraverso con gli occhi senza vedermi. Tra quelle che si consideravano brutte alcune si guardavano intorno in cerca di sguardi minimamente interessati; imploravano un po’ di attenzione. Non a me come persona ma a me come uomo. Non capirei diversamente il motivo per dedicarmi il minimo interesse. Non ero bello nemmeno quando non mi pesavano così addosso tutti i miei anni. Credo anche che molte donne ritengano sia vero dovere essere almeno belle, comunque belle, se non solo belle. Credo altresì che noi umani siamo animali sociali; i pochi solitari spesso lo fanno sulle sofferenze. Per dirla tutta spesso anche gli altri lo fanno sulle sofferenze. L’uomo mentre vive la sua ricerca della felicità spesso gode dell’infelicità altrui, qualche volta anche della sofferenza. E’ vero il detto che la morte dell’altro dà la vita. Si fa carnefice con leggi del taglione e del contrappasso. Torniamo al tema. Qualcuna ha esigenza di sentirselo dire. Se non mi costa troppo allora posso anche farlo con un “Sei bella.” o almeno “Così stai proprio bene”. Ma devo stare attento perché qualcun’altra, e proprio lei è tra queste, odia sentirselo confessare; persino sentirsi dire che lo è solo stata. Ho incontrato nella vita una intera umanità che si sarebbe accontentata di essere “non bella” come lei; ma eravamo giovani allora. Sono invecchiate tutte, belle e meno belle: oggi quelle fortunate possono godere di essere comunque belle agli occhi di chi le ama. Per le altre poco importano gli anni e l’aspetto fisico: gli resta solo la speranza di piacere. Però lei, allora, era proprio bella.

Read Full Post »

Poeti

In questo spazio che è un non spazio, dove appaiono sempre più solo le mie assenze, seguito la poesia postata (ancora di quelle di un ragazzo del 73 che forse non so ritrovare più) inserendo un video; anche a risposta dei commenti.

Read Full Post »

Ancora Efesto, in un commento, ricorda una canzone, Fabrizio De Andrè: Un giudice; da Non al denaro, non all’amore né al cielo del 1971 (Disco di cui si è già parlato). Lei, donna carina che si nasconde dietro un nome maschile, ma che non ha la pigra intemerarietà di non mostrarsi esponendo, anzi, tutto di sé stessa, ricorda la canzone pensando ai nani politici (in tutti i sensi) di questi nostri giorni. Ma questi nani si ergono a giudici senza averne nemmeno titolo e nessuna attitudine. Hanno solo l’arroganza di giudicare gli altri, e usare morale, a seconda della giornata e delle convenienze di giornata. Noi italiani, che forse non siamo un magnifico popolo, ma che siamo sempre riusciti a darci rappresentanti peggiori di chi devono rappresentare, non possiamo accontentarci di questo ricordo storico davanti alla pochezza attuale. Povero quel popolo che deve cercare negli attori del circo e del varietà i suoi deputati; che poi, più che altro, sono solo rappresentanti (molto) mediatici. Povera quella democrazia in cui la maggioranza decide di scegliersi la minoranza e/o sostituirsi ad essa; alla propria opposizione. Non è questione di numeri ma di dignità e noi crediamo che l’uomo italiano, prima o dopo, non possa che tornare a desiderare di avere quello scatto di dignità.

Fabrizio De Andrè: Un giudice [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/De Andre – T074-Un giudice.mp3”]

A quella di Fabrizio aggiungo una seconda canzone su argomento simile e cioè Signor giudice di Roberto Vecchioni da Robinson, come salvarsi la vita del 1979, sperando anche che il nostro possa tornare un paese dove si lascia giudicare chi è deputato a farlo e dove si smette di scambiare i ruoli tra gli onesti e i mariuoli.

Roberto Vecchioni: Signor giudice (un signore così così) [Audio “http://www.fulminiesaette.it/_uploads/musica/rock_mus/Vecchioni – Signor giudice.mp3”]

Read Full Post »

Gentilissima signorina
Voglia cortesemente scusare, marchesina Isabella, se mi sono preso la licenza di mandarLe quei fiori e la mia invadenza e se mi permetto, qui, di importunarLa.
In verità Lei si chiederà, e ne sarebbe in diritto, il perché di tanta audacia. Fin da quella prima sera che l’ho rivista, non so se ricorda, era una garbata soirée e Lei mi ha usato la cortesia di rivolgersi a me, ho avuto come la vaga sensazione di scorgere nel suo sguardo piccoli bagliori passeggeri di controllata tristezza. Sarei stato onorato se avesse voluto confidarli con me. Mi perdoni tanto ardire ma penso di poter ben comprendere i dolori di una gentile signorina nella sua posizione. Essi non hanno però potuto distrarre la mia attenzione su di Lei, scusandomi ulteriormente se le posso sembrare poco riservato e se mi permetto di intervenire in fatti suoi privati e che non mi riguardano.
Casa De Ambrosis è sempre stata conosciuta per la sua raffinata ospitalità e quella sera non ha mancato di onorare, ancora una volta, la sua ben riposta fama. Certo debbo esserLe sembrato invero un perfetto insolente, nonché ingrato, sia in quella occasione come alle Cappanelle, ma veramente impegni più grandi di noi, di cui l’annoierei parlandone e che non ho piacere a ricordare, mi hanno costretto a rinunciare alla sua gradevole e auspicata compagnia cioè di apparire così distratto e affrettato. Me ne rammarico, nel più profondo del cuore. Me ne scuso. Non sa quanto mi ha dato pena ho avuto modo di rimproverarmi. Spero che Lei vorrà essere così magnanima da poter scordare i deprecabili episodi e le mie mancanze.
Ora che le giornate si son fatte più lunghe e luminose, vorrei cercare di emendarmi e, se volesse ripensarci, mi sarebbe gradito, scusi l’ardire, poterLa accompagnare nei dintorni di Tor di Quinto. Appena fuori la campagna sembra fonte naturale per continue scoperte. C’è, al contempo, un magnifico baio che credo Le sarebbe gradito ammirare. Bestia bellissima e di grande eleganza. Una carrozza potrebbe venirLa a prendere, diciamo domani verso le dieci e trenta del mattino, se per lei l’orario le sembra conveniente. Poi, se non Le chiedo troppo, e non Le è di troppo disturbo, potremmo fermarci per colazione. Sempre che le sue preziose ore non comprendano già altri impegni. Spero di poterLa veder scendere da quella carrozza che ho organizzato alla bisogna, diversamente non v’è nemmeno la necessità di giustificare il suo diniego. Saprò certamente capirLa e non potrei darLe torto.
Mi scusi se La importuno ancora ma la prego di porgere i miei più deferenti ossequi alla sua Signora Madre donna Maria Teresa. So che magari questo potrà anche giungere intempestivo ma Le dica che era anche nella mie opinioni che l’agricoltura sarebbe andata a Guglielmo Saverio Nitti. Di quel Bissolati forse non avremo bisogno di sentirne parlare più. Non so se sia la scelta migliore ma comunque Giolitti sa quello che fa ed è l’unico a poterlo fare. Non sono giorni facili certo questi nostri.
Devotamente
Il suo umilissimo servitore Giovanni Sperelli¹


1] Il mittente e il destinatario sono personaggi letterari che si muovono in un Italia del 1911 nel libro Quel treno da Vienna di Corrado Augias. Non è d’obbligo leggerlo ma per molti motivi credo ne valga la pena.


Il destinatario della precedente lettera mi ha ricordato questa canzone: Le lettere d’amore di Roberto Vecchioni. Mi ha scritto che queste lettere gliel’hanno ricordata e io la posto anche se non era mia intenzione fare ridere. [Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Lettere.mp3”%5D


Il racconto di questo mese su fulminiesaette è: La neve.

Read Full Post »

Riporto integralmente, non me ne voglia, il post dell’amico di rete Gians, titolato Bersagli, che dedicava a Cuncetta: Ci deve essere un modo per vivere senza recare dolore a nessuno, ne sono certo. Ogni giorno è un continuo calpestio di piedi, facendo finta di non essersene resi conto. A ogni azione, corrisponde una reazione, e in base a questo ci si può rendere conto della propria condotta di vita. Quando le reazioni negative, superano le positive è bene fermarsi e chiedersi se magari si sta sbagliando qualcosa. Ecco ora sono fermo, e penso dovrò restarlo per un pò.
Lui, normalmente, è sempre sintetico nei suoi scritti. Ora ci si può rivolgere a queste parole con ottiche diverse. In realtà nel post si possono riconoscere riferimenti a tutto e soprattutto ad alcuni sentimenti più o meno contigui, nonché al modo in cui guardiamo e ci relazioniamo con gli altri. Il commento sintetico che avevo cercato di mettere in calce voleva soffermarsi su quella parte del rapporto tra persone che riguarda la parola “amore”. In realtà il ragionamento dovrebbe comprendere il percorso “amicizia”, “amore”, “fare all’amore”, traslato attraverso la mediazione del possesso, dove almeno i primi due termini hanno una parte costruttiva comune.
Affermando che nell’uomo vi è una incapacità d’amare il commento, a questo punto, poteva apparire come pessimista. Il mio ragionare non vuole, e non deve, essere una riflessione sulla mia persona o solo su esperienze personali dirette. Io do per scontato che se l’uomo (l’essere umano) cerca una ragione nella vita non la può che trovare nell’inseguire la felicità o, meglio, nel credere di farlo. Questo dovrebbe realizzarsi in quel percorso, appunto, che va dall’amicizia fino all’amore (cioè nelle relazioni), in quel viaggio pieno di sfumature dove i confini possono diventare labili. Ma questo solo se accertiamo che l’uomo è naturalmente un soggetto sociale.
Agli schiavi neri d’America era proibito sposarsi. Si racconta che in alcuni casi l’uomo e la donna dessero una sorta di ufficialità e “sostanza” al loro rapporto, che voleva essere “continuativo”, superando a piedi uniti una scopa posata per terra. Dopo la rivoluzione di ottobre, sulle ipotesi Reichiane, fu abolito il matrimonio. Naturalmente l’esperimento ebbe vita breve e fallì. Due esempi agli antipodi per dire come il matrimonio, ma perché no? qualsiasi forma di rapporto tra persone, sia parte fondante dell’organizzazione del “essere sociale” e della costruzione di una “società”.
Fronte a ciò sta il fatto che l’uomo è essenzialmente egoista e individuo, ovvero che vi è un conflitto tra il suo microcosmo e il macrocosmo, cioè ciò che lo circonda. Il rapporto rende comoda la sua vita, ma all’interno il singolo continua ad inseguire le sue “libertà personali” sulle quali non riesce facilmente a mediare. Ma non voglio andare lontano. Non è nelle mie intenzioni. In un piccolo libro di Roberto Vecchioni (sì! Il cantautore-professore) dal titolo azzeccato e accattivante, “Le parole non le portano le cicogne“, la protagonista si chiede se era più difficile amare o essere amati. La cosa, a mio avviso, peggiore è una terza ipotesi: l’incapacità di amare. A parte questo credo che vi sia abbondante stupidità nell’essere umano visto che, spesso, gli sarebbe più facile raggiungere la felicità personale, e un equilibrio con gli altri, e invece inserisce nei rapporti stupide prove e difficoltà che rendono tali rapporti difficili quando non impossibili, anche quando non si spinge fino a forme parossistiche di “possesso” dell’altro.
Che l’uomo sia sempre più incapace di vivere con gli altri (ma anche con sé stesso) mi sembra sotto l’occhio quotidiano. E’ vero che poi si inserisce una etica forzosa, atta a mediare i rapporti sociali, salvo poi che lo stesso uomo torna bestia al solo mancare la luce elettrica. Evadendo dal rapporto a due vorrei solo concludere queste riflessioni inconcluse ricordando che, quando si parla di pacifismo, spesso ci si scorda che per “costruire” la pace devono essere d’accordo tutti i soggetti interessati, ma per la guerra basta che si decida a farla un semplice e unico pazzo, o politico, tra i soggetti coinvolti.
Quanto sopra non mi impedisce di amare (violentemente) le persone (non solo la donna, come osservavi acutamente tu¹) e, spero, senza eccessivi egoismi.


1] A un mio post Gians osservava come nutrissi un grande amore non per una donna ma per la donna. Naturalmente quell’accenno all’impocrisia nel titolo non è minimamente riferito alle osservazioni dell’amico Gians.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: