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Posts Tagged ‘rock’

musicaDal post precedente continuiamo un po’ di confuso e disordinato chiacchiericcio ovvero divertimento, noi di quella generazione che ha scoperto per la prima volta l’essere ragazzi e che il mondo in fondo è più piccolo di quanto si va a favolare. Noi, quelli del viaggio (cominciando da dopo con una cosa nostrana dal leggero sapore “forestiero”). Anche perché questo è uno di quei momenti in cui le parole mi sporcano gli occhi e non mi va di trattenerle:
Modena City Ramblers: La strada

Perché noi allora (come detto) leggevamo del viaggio e abbiamo cominciato a viaggiare. In verità per me il periodo è durato un po’ poco; poco per i miei gusti. Ma un po’ la pigrizia e un po’ è che la vita ti impone le sue regole. E così ti ritrovi adulto ancor prima di volerlo diventare. E non abbiamo ucciso il padre. E il sogno si è liquefatto lentamente. La rivolta permanente è durata una lunga stagione ma alla fine ha ritrovato il cadavere in un portabagagli. E tutto è diventato niente. Però… le distanze si son fatte più brevi e il mondo quasi un cortile. Ed era così che si partiva, senza prendersi troppo sul serio:
Dik Dik: Viaggio di un poeta

Ma a volte anche le favole si sparano mentre fuori è buio (di questo ne parlerà Faber). Forse il mondo non è mai cambiato con tanta rapidità ma eravamo i primi figli della guerra. Ignari ancora di essere anche quelli del boom.
Luigi Tenco: Ciao amore, ciao

Anche se ora capisco che mi sarebbe bastato un autobus (ma con la stessa voglia di cambiare e lo sporco della vita reale). E questo non è altro che un pugno di canzoni:
Pierangelo Bertoli: L’autobus

Ma certe notti…
Ligabue: Certe notti

Perché non puoi che andare:
Eugenio Finardi: Diesel

E allora partiamo e torniamo in amerika. Sì: “Tieni gli occhi sulla strada, le tue mani sul volante, Sì! stiamo andando al Roadhouse, stiamo per spassarcela”:
The Doors: Roadhouse blues

Sì! avevamo anche noi l’Amerika in testa, la frontiera. Quale fosse la nostra frontiera, noi contro le frontiere, ancora non lo so:
Canned Heat: On the road again

E da qui riprendo un percorso. Il dialogo pazzo di quattro anni fa quando ho ritrovato l’amore in quella ragazzina rossa che nel frattempo s’è fatta donna: una bellissima donna.
Io alla mia ragazza rossa: “l’amerika della route 66, descritta sotto anche dai Rolling, il buon Jack l’attraversava con la radio a palla sul Bebop di Charlie “the birds” Parker. comunque i Rolling” (ma non saremmo rimasti ragazzi per sempre):
The Rolling Stones: Route 66

Commenta un’amica di allora: “ENGLAND´S NEWES HIT MAKER — THE ROLLING STONES: Este es el nombre del primer la”… Eccetera…
Io (ma si cazzeggiava, mica ci davamo delle arie, mica volevano scrivere qualcosa sulla musica; ci piace ascoltarla): “Noi la conosciamo negli anni 60 ma è quella degli anni 50 poi ricordata anche così”:
Steppenwolf: Born to be wild (Easy rider)

Meravigliosi, violenti e terribili anni 60. Easy Rider è un film drammatico del 1969, diretto e interpretato da Dennis Hoppe… (un film sull’america che divora i suoi figli e gli stessi sogni che ha partorito)
La mia ragazza rossa: «Mi voltai e c’era Bird, conciato peggio di una merda, con la faccia gonfia, gli occhi arrossati e l’aria di aver dormito nei suoi vestiti spiegazzati per giorni. Ma era fico, con quell’aria hip che gli riusciva di avere anche quando era ubriaco e strafatto. Sal lo chiama Oruni (Divinità-dio) Bird… e poi smettila di fare il musicosaccente che lo sai che mi batti».
(ancora questa storia di Oruni, quasi tutto dipendesse da quello)
Io (senza dare tregua né respiro, a rispondere con messaggi che non lasciavano tregua; era il nostro gioco, lo è sempre stato) “Per farmi perdonare la mia arroganza un sax (lo conosci?) e anzi… tutto l’album”:
Sonny Rollins: Saxophone Colossus (Full Album)

[Great Jazz 0:00 – St. Thomas 6:48 – You Don’t Know What Love Is 13:17 – Strode Rode 18:31 – Moritat 28:36 – Blue 7]
La mia ragazza rossa: “Sì Sal si riferiva a Parker non a Miles, ma erano i suoi idoli” (già! noi eravamo allora come ora ancora un po’ troppo provinciali per l’anima nera e per lasciarci veramente tutto dietro le spalle).
E LA MUSICA CONTINUA…

Francesco De Gregori: Sulla strada

Probabilmente dev’essere strada
la vita lavorata
per il tempo ed il denaro
e la casa costruita

Come un ponte su una cascata
come un ponte su una cascata
e quel che vedi dai finestrini
di questa macchina usata
E’ difficile capire cos’è
ma dev’essere strada

E se quindi dev’eesere strada
ci deve stare chi ci cammina
e chilometri di passeggiata
le poche case sulla collina

E dev’esserci acqua che piove
ci dev’essere acqua che piove
per il fiume che porta al mare
in fondo a questa vallata
E da qui non si vede granché
Ma dev’essere strada

E tu che parlavi una lingua
da tempo dimenticata
dov’è che l’avevo sentita?
quand’è che l’avevo scordata?

La tua voce era alta e credibile
oltre il suono della cascata
Ed un cielo di zucchero nero e di carta stellata
prometteva esperienza e mistero per tutta la strada

E c’era una porta segreta
E un’uscita mascherata
sotto gli occhi di un leone di pietra
e di una vergine chiaccherata

Usciti dalla notte dei tempi
o da una pagina patinata
E c’era pianto
stridor di denti

Ma poi la porta fu spalancata
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada
E finalmente la banda passò
a ripulire la strada

Probabilmente dev’essere strada
anche la vita consacrata
al tuo corpo e alle tue mani
e alla curva complicata

E rasenta l’innocenza
e l’abisso della cascata
E che conosce l’invenzione
prima ancora che sia inventata
E che conosce la canzone
conosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada
E che conosce la canzone
riconosce la strada

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Il pezzo dei Gong presentato appartiene all’album Camembert Electrique, registrato durante le fasi di luna piena di maggio, giugno e settembre del 1971, album che getta le basi alla successiva trilogia di Radio Gnome Invisible. Anche se da noi non sono conosciuti quanto meriterebbero con le loro sonorità, che spaziano, come nessuno aveva mai fatto prima a questi livelli, tra la psichedelia, il jazz, lo space rock ed il progressive, i Gong scrivono una pagine fondamentale nella storia della musica rock. Dovremmo dire che sono anche loro figli di quella scuola di Canterbury che ha visto tra i più riconosciuti interpreti complessi come i Soft machine e i Caravan, così affollata di grandi talenti che si incroceranno e si ritroveranno spesso. A mio avviso la musica dei Gong è tra le più innovative del periodo e piena di fascino e di ironia. In verità sono sempre stato dell’avviso che i dischi, quelli che venivano definiti come 33giri, soprattutto dalla fine degli anni sessanta, vadano ascoltati nella loro interezza, e non solo perché spesso vengono presentate delle suite o insiemi senza soluzioni di continuità che si definivano allora concept album. Scegliere un brano come significativo è sempre una cosa soggettiva e complicata e crudele ma la rete offre qualità bassa e tempo ristretto; chiede frettolosità. Questo è il motivo per cui ho sempre usato questi posts solo e unicamente come invito all’ascolto. E poi sono nati per regalare alla mia compagna il ricordo di musiche (per lei che così tanto come me ama la musica) che spesso allora non aveva potuto conoscere. Operazione certo resa ancora più difficile perché alcune atmosfere erano strettamente legate a quei momenti. Comunque… a Lei e a tutti quelli che passano BUON ASCOLTO.You can kill my father
You can kill my son
You can kill my children
With a gun…
You can kill my family
My family tree
You can kill my body, baby…
You can kill my body, baby…
But you can’t kill me
My lord, I love you…
My lord, I love you…
Now you’re here…
Then you’re gone…
Night and day…
Right and wrong…
You can do what you want
You can do what you want
You can do what you want
You can do what you want…
I’ll be seein’ you again
I’ll be bein’ you again
I’ll be dreamin’ you again
Again and again and again
I see you sittin’ there on your old back veranda
You got your shady lady and waltzing Matilda
You’re really only me if you’d only remember

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E’ difficile ripercorrere istanti della vita del rock senza un preciso progetto né ordine. Andando a raccontare momenti musicali che affiorano qua e là dalla memoria. Cercando solo di offrire ad una persona che è stata distratta il gusto di scoprire piccoli gioielli che hanno fatto una storia e lasciato segni indelebili. Anche questo gruppo britannico di progressive rock e jazz-rock, i Colosseum, in qualche modo anticipa gli anni settanta. Si formano a Londra nel 1968, dopo varie esperienze dei loro membri con i John Mayall’s Bluesbreakers e con Graham Bond, e Tony Reeves, e il pezzo che presento è del 1969. Il loro progressive è ricco di elementi jazz e blues molto raffinati, che nel repertorio, trovano ampio spazio in lunghe suite di grande pregio come questa che rappresenta il loro grande successo. In verità allora non ho dato la dovuta attenzione al gruppo. Semplicemente non li consideravo, al di là della loro indiscussa preparazione tecnica, tra i grandi gruppi che hanno dato una volta a questa musica. E’ stata mia figlia, in tempi molto più recenti, a farmelo riassaporare e rivalutare. Indubbiamente è un pezzo che si riascolta con intatto piacere. Qui li sentiamo nell’intera suite del disco omonimo. Buon ascolto:

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Ancora musica anni settanta. In realtà questo disco (In the court of crimson King) dei mitici King Crimson li anticipa perché esce nel 1969. Gran disco da ascoltare tutto intero in religioso silenzio. Un disco fondamentale con alla chitarra quel gran genio e maestro di cerimonia qual è Robert Fripp. E i testi sono dell’”esterno” Pete Sinfield che ha curato inoltre un originale ed efficace spettacolo di luci. La loro è musica che influenzerà molto e che risuona anche in alcune delle cose dei nostri New Trolls. Qui mi fermo perché mica voglio fare il saputello e travestire questa semplice rubrica di ricordi e inviti in una sorta di spazio critico e saggistico. Io ho continuato in quegli anni ad ascoltare musica, come e con che soldi mica lo so. Non posso ricordarlo. Forse frutto di una rapina. Mi sono trovato una casa da riempire dei miei dischi. Ora quei dischi li ascolta e li coccola mia figlia. Ho storie e leggende sulla mia musica, ricordo di averne regalata molta per poi ricomprarla, ma, essendo di “umili origini” e di altrettanto umili e testardamente misere finanze, non ricordo con quali costi sia entrata nella mia vita. Ricordo l’amore. Ricordo i primi 45 giri. La faccia del padrone quando mi recavo nel mitico negozio di Gabbia e chiedevo assieme le cose più strane. Fece un commento sorpreso quando lo pregai di farmi ascoltare, lontano 1963, in rapida successione i Rolling, il primo Dylan e Ivan Della Mea. Capitava che li sentisse per la prima volta con me. Allora non avevo ancora scoperto, e nemmeno c’erano, i negozi di importazione. La musica aiuta a vivere e insieme diventa emozioni e ricordi, ricordi che poi ho portato con me.

The wall on which the prophets wrote
Is cracking at the seams.
Upon the instruments of death
The sunlight brightly gleams.
When every man is torn apart
With nightmares and with dreams,
Will no one lay the laurel wreath
As silence drowns the screams?

 

Between the iron gates of fate,
The seeds of time were sown,
And watered by the deeds of those
Who know and who are known;
Knowledge is a deadly friend
When no one sets the rules.
The fate of all mankind I see
Is in the hands of fools.

 

Confusion will be my epitaph.
As I crawl a cracked and broken path
If we make it we can all sit back
and laugh.
But I fear tomorrow I’ll be crying,
Yes I fear tomorrow I’ll be crying.

Il muro su cui i profeti hanno scritto
Si sta spaccando alle giunzioni
Sopra gli strumenti di morte
Brilla la luce del sole
Quando ogni uomo è fatto a pezzi
Dagli incubi e dai sogni
Deporrà qualcuno la corona d’alloro
Mentre il silenzio affoga le urla?

 

Tra i cancelli di ferro del fato
Furono piantati i semi del tempo
Ed innaffiati dalle gesta di coloro
Che conoscono e sono conosciuti
La conoscenza è un amico letale
Quando nessuno fissa le regole
Io vedo che il destino dell’interà umanità
E’ nelle mani di sciocchi.

 

La confusione sarà il mio epitaffio
Mentre striscio su un sentiero accidentato e in rovina
Se ci riusciremo potremo tutti sederci
E ridere
Ma temo che domani piangerò
Sì, temo che domani piangerò

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E’ già agosto. Veramente sono in ritardo. Un paio di giorni non sono poi la fine del mondo. Di quel mondo se n’è andata la metà. Dicono. Le strade e gli uffici sono vuoti. Per fare caldo fa caldo. Proprio come fosse agosto. Come in quel 2 agosto del 1980. Come passa il tempo. Scappa via. E sono trent’anni. E guardo i treni passare. C’è ancora da aspettare per le ferie. Una strana sensazione. La vita corre veloce. Mi sembra di stare lì a guardarla passare. Proprio come quei treni. Forse è una questione d’età. La sensazione che tutto scappi tra le dita. Vorresti fermare il tempo. Come in una sorta di piccola paura.
Vorrei poter dire eravamo in tanti. Era una umanità variopinta. Una piccola umanità. Una fetta di umanità. Ma c’erano posti vuoti. E nemmeno pochi. E genti diverse. Certo c’era Patti Smith per il Live again Emergency. Per noi era più importante festeggiare la riapertura dell’ospedale di Lashkar-gah. Era quello il vero motivo. Ma piazza S. Marco aveva la magia di sempre. Delle sue notti. E la notte ci cullava dolce. E’ proprio vero che se non ti senti vivo non lo sarai mai. E comunque c’era Patti Smith. Come dice Wiki la sacerdotessa “maudit” del rock. Un pezzo di quel passato. Un pezzo di quel noi. Magari dei nostri fratelli più piccoli. Quelli con dieci anni di meno. Ma chi ha vissuto quegli anni non si perde per così poco. Ha continuato a cercare la buona musica. Le buone sensazioni. E poi è pur sempre quella di “Because the night”. Non sarò cresciuto con lei ma ci siamo incontrati già grandi. Più o meno siamo coetanei. Potrei portarla a vedere quei treni.
Io con la mia maglietta rossa “Io non ti denuncio”. Chi ne capisce me la invidia. Me la vorrebbe rubare. Ne sono orgoglioso. Siamo in tanti ma non abbastanza. E a guardare vedi come molto è cambiato. Quasi tutto. Ci sono giovani. Ci sono i sopravvissuti. Con tutto quello che è passato attraverso loro. Lo so che sbaglio. Cosa ci posso fare? Chi si aggrappa testardamente al passato mi pare patetico. Come quelli che protestano per farci sedere. Lo sanno che è un concerto? Ci vuole un po’ per scaldare gli animi. Rossana accenna ad accendere una fiammella. Veramente la luce flebile del palmare. Le faccio ricordare come si faceva con l’accendino a tutto gas. Per un attimo. Siamo i soli a farlo. Un attimo. Ci rinuncio. Seguo quei pochi versi che conosco e ricordo. Cita i Rollings. Interpreta una Gloria. Proprio la nostra musica. Quella di quegli anni. E’ da vecchi commuoversi. Stasera non ne ho il tempo. E poi tutto è cambiato e niente è cambiato. E’ bello finire cantando “People have the power”. Ma cosa è rimasto. E io chiedo troppo spesso perdono ai nostri figli. E pensare che avevo cominciato tutto questo per parlare d’altro. Solo per guardarmi intorno in questo inizio di agosto.

Ero immersa nei miei sogni
di una apparenza brillante e corretta
e il mio sonno è stato interrotto
ma il mio sogno rimaneva chiaro
sotto forma di vallate luminose
dove si sente l’aria limpida
ed i miei sensi si sono riaperti
Mi svegliai (sentendo) l’urlo
che la gente ha il potere
di redimere l’opera dei pazzi
fino alla mitezza, alla pioggia della grazia
è stabilito, è la gente che guida
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere

Gli atteggiamenti vendicativi diventano sospetti
e rannicchiarsi come per ascoltare
con le braccia protese in avanti
perché la gente ha le orecchie
e i custodi e i soldati
giace sotto le stelle
scambiando ideali
e abbassando le braccia
per disperdere / nella polvere
per diventare / come vallate splendenti
dove l’aria pura / si percepisce
e i miei sensi / (sono) di nuovo aperti (al mondo)
Mi sono svegliata piangendo
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere

Dove c’erano deserti
ho visto fontane
l’acqua sgorgava come crema
e noi andavamo a spasso là assieme
e non c’era nulla di cui ridere o da criticare
e il leopardo
e l’agnello
dormivano assieme realmente abbracciati
io speravo nella mia speranza
di riuscire a ricordare quello che avevo trovato
io sognavo nei miei sogni
Dio sa cosa / una visione ancora più pura
fino a che non ho ceduto al sonno
Affido il mio sogno a te
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere
La gente ha il potere

Il potere di sognare / di dettare le regole
di lottare per cacciare dal mondo i folli
è promulgata la legge della gente
è promulgata la legge della gente
Ascolta:
Io credo che tutto quello che sogniamo
può arrivare e può farci arrivare alla nostra unione
noi possiamo rivoltare il mondo
noi possiamo dare il via alla rivoluzione sulla terra
noi abbiamo il potere
La gente ha il potere …

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Vai, cazzo, attacca”.
E’ tutta una fregatura, non mi diverto più. Non mi va. Le luci. Il fumo. Le grida. I jeans che mi stringono le palle. La gola che mi raschia. Le grida. Gli insulti. E… passami una birra. E ancora le luci che mi accecano. Colori. Domani ne faccio trenta e sto ancora così. A fare il ragazzino. Con questi quattro sfigati. A sderenarmi per questi quattro frocetti. Chi cazzo sei per dirmi quello che devo fare? Che mi balbetti sto giro del cazzo. Col mozzicone in bocca. Non l’hai ancora imparato. Lo sanno anche i bambini ma lui no. Sputa il rospo. Ti riesce meglio a fare il metalmeccanico; questo è sicuro. Lo sei e resterai, un metalmeccanico. Almeno quelli non si dannano per salire sul palco. Cosa vuoi ancora dimostrare? Siamo finiti. Siamo solo fantasmi.
E la tipa mi guarda; mi ha puntato. Finirà come sempre, ma non mi diverto più. Glielo faccio prendere in bocca. Davanti a tutti. Come il grande Erick. Lui sì che era un grande. Ma alla fine niente ha più senso. E quelli si sbattono da matti e non capiscono un cazzo. Giuro che gliela faccio pagare. Giuro che stavolta glielo sbatto in bocca. E sempre tutto uguale. Ogni sera la stessa sera. Poi domani devo tornare per terra. Quel cazzo di lavoro. Ma quale Rick? Magari potrei dirle solo che semplicemente non mi va. Con quel suo muso da culo. Per poi raccontare all’amica del cuore che s’è fatta il cantante. Che poi io mi chiamo Riccardo Rioda. Fai un altro giro; baby! Magari ti regalo un sogno.
Ma quale sogno? Non c’è più posto per i sogni, in questo mondo. E’ tutta una gran merda. E nemmeno di quella buona; buondio! E’ la merce. O siamo noi, merce. Nemmeno il tempo di essere giovani e il tempo è già bell’e che passato. E’ una fregatura, ti dico. Solo e unicamente una fregatura. E domani mi scade la rata. Mica posso andare avanti e indietro senza macchina. E’ così che finisce l’illusione. Ma non sono solo io, a diventare vecchio. Invecchiate anche voi. Anche se non salite sul palco. Ci consumiamo tutti. Forse siamo già morti e nessuno ci ha avvertito.
Dai, cazzo, che aspetti ad andare con questa cazzo di canzone”.
Che manco lo so l’inglese. Per me We all came down to Montreux vuole solo dire We all came down to Montreux; e l’unica cosa che capisco veramente è quel Montreux. Quella lingua del cazzo. E’ solo un suono. E questa è solo una cazzo di canzone; niente di più. Io ho fatto francese. Avessi potuto non avrei fatto nemmeno quello. Mi ci pulisco, io, col francese. Il Setola mica vuole francese quello. Se ne frega. Li vuole tutti e uno su l’altro; per quella merda. Ti succhia il sangue, quello. Il vampiro. E mica ci puoi scherzare. Va giù duro se sgarri.
Sarebbe la soluzione ideale, l’unica possibile, bruciare tutto. Li sai leggere gli occhi? Dopo, aspettami dopo, alla fine, baby! te la faccio vedere io, te lo racconto io la favola; ti faccio sognare. Sì! sognare con il cantante del palco. Con Rick Sonora. Con questo cantante del cazzo. Ti faccio ingoiare il microfono. Te la faccio uscire dalle orecchie questa stupida di canzone. E poi dirai che l’ho cantata solo per te. E’ tutta una gran merda. E allora facciamola finita: “We all came down to Montreux, on the Lake Geneva shoreline, To make records with the mobile, We didn’t have much time”…

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Fin dai vecchi tempi del rock’n’roll e di Elvis Presley, e sempre più nel tempo, la presenza del cantante o di quanto avviene sul “palco” fa parte integrante della musica stessa. E’ difficile riascoltare Jimi Hendrix a Woodstock senza che gli occhi della mente non lo vedano chinarsi e dar fuoco alla sua stratocaster. Molta della musica di allora è molto palco, se poi pensiamo all’hard è soprattutto palco. I grandi concerti. Fin a toccare il Kitch. Io consiglio sempre di trovare il momento per ascoltare la musica in un rapporto uno a uno, da vinile o da cd che sia, ma di ascoltare la musica. Il resto è contorno. Che poi l’immagine, il contorno, facciano parte di una storia e di una generazione è indiscusso. Qui però, anche per i limiti del mezzo, ma sarebbe una scelta comunque, si parla, appunto, solo della musica.

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Finestra 2: Finestra e camicia.

Questa musica è piena di leggende e le leggende del rock diventano ancor più leggende quando il protagonista muore. Se poi muoiono [?] in tre (Jimmi Hendrix [18.09.1970], Janes Joplin [4.10.1970] e infine Jim Morrison [4.06.1971]), in un relativamente breve lasso di tempo, allora niente resta più indelebile della loro memoria, ben oltre la musica che facevano, che per altro era gran buona musica.
Molta parte della leggenda dei Doors, se non tutta, è legata al carisma del cantante Morrison, uno dei più celebri frontmen del rock anni ’60 e ’70, e forse di sempre. Il grande idolo delle ragazzine, e non. Il corpo del rock. L’intellettuale-prostituto della scena americana e insieme il più europeo degli americani. Il grande sciamano della musica. Colui che sente la fine corrergli dentro. Quello che si da tutto dal palco. Il poeta. In una sola definizione che lui stesso si è scelto: Il re lucertola (King Lizard) .¹
Quando canta lui la scena è solo sua e si assiste a vere scene di delirio almeno finché (come succedeva di frequente) non interviene la polizia per interrompere lo spettacolo considerato osceno. E’ la sua fisicità, la sua presenza sul palco ad essere considerata tale. Così successe, ad esempio, nel famoso concerto del 3.8.68 al Singer Bowl di Queens. Ma lui consuma in fretta la vita. A volte è talmente “fatto” da non essere in grado di salire sul palco. Ad Amsterdam, dovevano esibirsi dopo gli Airplane, ma Jim si accasciò vicino alle quinte e fu trascinato via in stato semicomatoso. Su di lui e il suo mito, rafforzato (come detto) dalla morte prematura, è stato anche girato un noto film.
Un po’ di tempo fa, un’amica di rete ha scelto il video di YouTube “Touch me“, brano certamente più aderente, anche se non completamente, alla cifra musicale dei Doors². Non potendo qui fare ascoltare interamente i primi due albums, abbiamo preferito ricordarli con un brano insolito per loro, inciso nel primo disco del 1967, che porta semplicemente il loro nome. Il brano è: Alabama song (Whiskey bar) ancora nientemeno che Bertolt Brecht e Kurt Weill.

Alabama song (whiskey bar) Canzone dell’Alabama

Well, show me the way
To the next whiskey bar
Oh, don’t ask why
Oh, don’t ask why

Show me the way
To the next whiskey bar
Oh, don’t ask why
Oh, don’t ask why

For if we don’t find
The next whiskey bar
I tell you we must die
I tell you we must die
I tell you, I tell you
I tell you we must die

Oh, moon of Alabama
We now must say goodbye
We’ve lost our good old mama
And must have whiskey, oh, you now why

Oh, moon of Alabama
We now must say goodbye
We’ve lost our good old mama
And must have whiskey, oh, you now why

Well, show me the way
To the next little girl
Oh, don’t ask why
Oh, don’t ask why
Show me the way
To the next little girl
Oh, don’t ask why
Oh, don’t ask why

For if we don’t find
The next little girl
I tell you we must die
I tell you we must die
I tell you, I tell you
I tell you we must die

Oh, moon of Alabama
We now must say goodbye
We’ve lost our good old mama

Bene, mostrami la strada
Verso il prossimo whisky-bar
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché

Mostrami la strada
Verso il prossimo whisky-bar
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché

Se non trovassimo
Il prossimo whisky-bar
Te lo dico, moriremo
Te lo dico, moriremo
Te lo dico, te lo dico
Te lo dico, moriremo

Oh, luna dell’Alabama
Ora noi dobbiamo dirci addio
Abbiamo perso la nostra buona vecchia mamma
E abbiamo bisogno di whisky, oh tu sai perché

Oh, luna dell’Alabama
Ora noi dobbiamo dirci addio
Abbiamo perso la nostra buona vecchia mamma
E abbiamo bisogno di whisky, oh tu sai perché

Bene, mostrami la strada
Verso la prossima ragazzina
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché
Bene, mostrami la strada
Verso la prossima ragazzina
Oh, non chiedere perché
Oh, non chiedere perché

Se non trovassimo
La prossima ragazzina
Te lo dico, moriremo
Te lo dico, moriremo
Te lo dico, te lo dico
Te lo dico, moriremo

Oh, luna dell’Alabama
Ora noi dobbiamo dirci addio
Abbiamo perso la nostra buona vecchia mamma
E abbiamo bisogno di whisky, oh tu sai perché.


1] Jim così spiegò la sua attrazione per i rettili: «Non si deve dimenticare che la lucertola e il serpente s’identificano con l’inconscio e con le forze del male. C’è qualcosa di profondo nella memoria umana che è fortemente reattivo ai serpenti. Credo che il serpente incarni tutto ciò che si teme».

2] Il poeta visionario William Blake scrive: “Quando le porte della percezione sono spalancate le cose appaiono come veramente sono, infinite”. L’autore inglese Aldous Huxley, ispirato dalla citazione di Blake, intitolò “Le Porte della percezione” il suo trattato sugli effetti della mescalina. Da qui la scelta di Jim Morrison di chiamare la band The Doors.

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