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Posts Tagged ‘Roosaura’

mela1. Aveva cercato assonnato le ciabatte. La finestra era rimasta aperta. La luce di un lampione della notte entrava impietosamente, ma tutto era silenzio. Un silenzio nervoso, in parte apparente. Lo è sempre il silenzio, apparente; basta saper ascoltare nel suo grembo. Ha battiti diacronici. Tornò pigramente sotto le coperte. Il sonno lo raccolse inesorabile, inconsapevole; quasi come una naturale e immediata e disperata libertà. Con un sorriso soffice.

2. Il cameriere portò il menù su carta di betulla. Non disse nemmeno una sillaba. Lui fu sorpreso dai minuscoli caratteri di inchiostro simpatico e dal tremulo riverbero riflesso di candela. Per quanto poteva capire erano soli. Annastella aveva un sorriso enigmatico. A lui sembrò che Lei, la sua Fata, non fosse mai stata così bella. Si sentì spontaneamente spinto ad un gesto estremo di assoluto affetto, e la strinse tra le braccia. Trovò la risposta a quella domanda: esiste qualcosa di più intenso? Certo non avrebbe dovuto osare; gli angeli sono della stessa materia del cielo. Eppure la sentì contro sé stesso. Lei lo lasciò fare e la sentì morbida e gentile, lasciarsi abbandonare quasi ne gioisse. Forse lo faceva; consapevole. Senza alcun egoismo. Quasi in un sospiro che non gli doveva. Quando si staccò Lei gli comunicò che se ne doveva proprio andare. Nonostante tutto non se ne sentì sorpreso; come lo sapesse. Comunque il suo pensiero ebbe un suono: “Come, non finisci“?
No“!
E dove“?
Lo saprai presto se saprai pazientare e cercare“.
Subito dopo che il suono cantilenante della sua voce argentina s’era dissolto scarno e parco Lei non c’era più. Sapeva che ci sarebbe stata sempre. Al suo posto tre petali di rosa, uno giallo e due rossi, ma di tonalità diverse. Ne avvertiva ancora l’odore. Gli restava l’enigma di quelle sue parole. La delicatezza con cui gli aveva sfiorato la tempia. In contatto di quella mano minuta e leggera. E del suo frettoloso comportamento. Più ancora quel sorriso che lo aveva ammaliato e che non riusciva ad interpretare, di una lucentezza abbacinante.

3. Le stanze sembravano deserte; non finire mai. Gli spazi si misuravano a ore. Tutto gli era completamente estraneo eppure consueto; era come se ci fosse già stato, e più volte. Provò un brivido. Il caminetto era spento. Trovò i fiammiferi. Vi rinunciò, per quella sua sorta di pigrizia mista a cautela educata. Era emozionato. Non poteva non farlo e si domandò dov’era, ma non aveva alcuna risposta. Tra i quadri alla parete la sua attenzione fu richiamata da un Che alla maniera di Warhol. Si avvicinò. Era una stampa di Warhol. Non la ricordava. Aprì le porte senza trovare il bagno che cercava. Si accorse, allo stesso tempo, di non averne bisogno. In una delle stanze c’era un letto enorme. Sopra dormiva pigramente solo un grande orso bianco di peluche. Ne provò invidia, ma non gli rimase molto tempo. Subito fu sorpreso di trovarsela al proprio fianco senza aver avvertito alcun rumore. Non ebbe bisogno di alcun nome. L’aveva incontrata in un’altra stanza, ma non era più la stessa. Scoppiò a ridere, Lei, di una risata che colse la sua sorpresa, ma lo metteva egualmente a proprio agio. Era come se si fossero già detti tutto. Lo prese per mano e lo accompagnò prima alla finestra. Fuori un paesaggio immoto. Da una fessura tra i palazzi delicati uno spicchio di Canal Grande. Non si avvertiva nemmeno il consueto sciacquio delle piccole onde. Anche l’orologio era immobile e aveva smesso di battere. Non c’era alcun tempo e tutto era come allora. Tutto come se niente, assolutamente niente, potesse mutarlo. Lui non aveva mai sospettato che un angelo potesse anche avere, in apparenza, fattezze di carne. E che di carne fosse così generosamente audace e abbondante. Quando lo abbracciò fu completamente avvolto dalla sua morbida e confidente presenza. Gli sembrò che il silenzio esprimesse anche tutti i suoni che non aveva mai udito.

4. Si risvegliò completamente pago. Una sorta di tenue euforia lo possedeva. Cercò di ricordare tutto, ma il tutto non gli fu possibile, e non sarebbe stato abbastanza. Mancavano alcuni dettagli. Soprattutto mancava Lei. Guardò l’ora; si era fatto tardi. Doveva affrettarsi. Solo quando fu pronto e sul punto di uscire scorse il biglietto sul comodino: “Grazie per avermi insegnato a volare“. Intanto il mattino prendeva sempre più il coraggio di una giornata di sole.
[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Vivereunafavola.mp3”%5D

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