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Posts Tagged ‘routine’

I pensieri, quelli tornano. Si perdono e si ritrovano. Si nascondono e confondono. Vanno e ritornano, mai uguali. Si fanno strada, entrano ed escono. Si allontanano. Si consumano. Non stanno mai fermi. Cerchi di afferrarli. Di possederli. Hanno la consistenza del vento. Passano, ti scuotono e non si fanno imprigionare. Sono come donne capricciose, volubili, che rincorri inutilmente. Sono come il profumo delle rose. E quando li fuggi loro vengono a sedersi vicino. Bussano alla tua porta. Ti corteggiano. Si fanno ossessione.
I miei mi avevano fatto l’ultimo sgarbo, lasciandomi quella casa a Rimini. Io manco me ne ricordavo. Negli ultimi anni non c’era più andato nessuno. Loro troppo vecchi. Io troppo tutto. Ho sempre odiato quel posto di tutti e di nessuno. Con quel mio carattere. Con la stessa rabbia. E altre ancora. Con i miei problemi. Con Cinzia che non ne voleva sapere di mangiare. Con le rate e il mutuo. Con i suoi occhi stanchi. Soprattutto con quei versi che non riuscivo più a trovare. Non si diventa grandi, si diventa solo vecchi. E si cerca di crescere uccidendo quel bambino. Nascondendo i suoi giochi; i suoi sogni. Cercando di illudersi che non sei mai stato quello. Poi che è solo tutto passato. Infine che deve per forza vincere la vita. E i bisogni. Anche quelli che non servono a niente. Che ha ragione la televisione; solo perché è televisione. Che il condominio s’ha da fare. Che ci stiamo avvelenando tutti, ma le pesche sono più belle. E molto più grosse. Che sono io l’ultimo; l’unico che non ha capito. Che non vuole capire. Che solo le banane possono attraversare certe frontiere. Solcare certi mari. Circolare liberamente. Quel gioco non mi era mai riuscito bene. No! Non ricordavo quella casa, e non la volevo ricordare. Il problema è solo che lei l’ha saputo. E ora abbiamo una casa al mare, proprio nostra, vicino alla spiaggia di Rimini.
Lei dice: “Perché non approfittarne”? E’ il mio incubo fin da quand’ero bambino. Credo sia nato prima quell’incubo di questo pazzo esteta. Rimini è mediocre. Rimini è tutto quello che ho sempre e da sempre rifiutato. Ma lei non vuole sentire un’argomentazione. E io non ho una risposta. Come le posso spiegare? Che quella… Non c’è nulla di più banale di una casa a Rimini. E che io odio il mare. Soprattutto odio Rimini e tutto quello che Rimini è. Sarebbe come cercare di ricordarle che scrivevo poesie e che non ne scrivo più. Correndo il rischio che me lo chieda: perché non ne scrivo più. Certo che non le verrebbe mai in mente, di chiedermi perché ne scrivevo. Col timore che si ricordi. Con la paura che mi chieda il perché, il perché non ne ho mai scritta una per lei. Sarebbe tutto troppo difficile. Ho smesso da tempo di fare l’eroe. E anch’io sono un uomo stanco. Uno che vorrebbe la pensione. E cerco di convincermi e dirmi: “Che sarà mai”?
E così con la sua tirchieria, con la voglia di risparmiare, riempio la macchina, faccio salire lei e la bambina e le porto a Rimini. Certo è stupido non approfittarne. Buttare i soldi quando hai una casa al mare. E poi me l’hanno lasciata i miei. Certo alle ferie non si può rinunciare. Anche se abbiamo l’aria condizionata. E a Rimini fa un caldo bestiale. E anche se io ci ho scritto un libro sulla mia rabbia, quand’ero ancora quel ragazzo. Un libro che nessuno ha letto e che nessuno leggerà mai. Un libro fuori tempo. Un libro di parole che non voglio dire a nessun’altro. Anche se me lo ricordo bene quando hanno ammazzato Mara Cagol. Anche se è sempre tutto la stessa merda. E adesso di capelli non ne ho quasi più. E ho smesso di contare il numero delle repubbliche. E ho la congiuntivite cronica da fumogeni. E io come un coglione guido la macchina e vado a Rimini. E ci arriviamo giusti in tempo per correre in spiaggia all’ora di pranzo.
Piazzo le sdraio e il materassino di Cinzia e cerco di delimitare il nostro spazio; quello che a fatica ho conquistato. Dovrei difenderlo con le unghie e i denti? Nemmeno un attimo per prendere fiato. Il vicino d’ombrellone parla all’amico nell’ombrellone dall’altro lato del nostro. Parlano attraverso me. Come se non ci fossi. Mi arriva una pallina da due che giocano con i racchettoni. Nemmeno una scusa. Mi invitano a lanciargliela. Come invito è piuttosto categorico. Ci penso ma poi lo faccio. Alla bambina è andata la sabbia negli occhi. Frigna e la porto alle docce. Continuerà ad avere sempre sette anni? Ormai ha superato i dodici. E’ colpa della madre. Ma l’acqua è fredda. La sabbia scotta. Quella che ormai si sta sciacquando ha un bichini che nemmeno si vede. Dietro le si infila nella fessura. Si strizza il due pezzi cioè quel poco di stoffa. Appena sufficiente a farne si e no uno. E microscopico. Si toglie attentamente il sapone dalle tette. Infilando le mani nelle coppe. Non so se lo fa per me o per gli occhi del bagnino. Non c’è più pudore. Non puoi cercarlo al mare. Non è il posto più adatto. Senza ritegno mette in rassegna tutta la sua cellulite. E poi come bionda non è nemmeno bionda, il culo le struscia per terra e ha più anni di quelli che io potrei sopportare. E se non finisce di strofinarsi finisce che si consuma. E resta solo quel ridottissimo costume.
Quando arrivo la coca è già calda. Claudia, ma perché sempre la C? ha bisogno che le spalmi la crema. Altrimenti si arrossa. E poi chi la sente? Si rovina l’umore. E poi non riesce a dormire. E finirà col rigirarsi tutta la notte. Che ha già mal di testa. Solo che mi chiede dov’è ho lasciato Cinzia. Me ne dice di tutti i colori. Si sono inaffidabile. Sono uno schifo di padre. Irresponsabile. Me la sono persa. Torno a cercarla. E’ ferma che guarda una partita di pingpong. Stavolta la tengo per mano. E inciampo in una tavola da surf guardando la bionda, cioè la finta bionda, che lo fa alla luce del sole. Si sta rotolando sulla sabbia. Con un altro bagnino. Forse il padre di quello di prima. E lui le sta infilando le mani da per tutto. E lei se la ride tutta contenta. E cinguetta. E gli versa addosso una serie di cosa fai? E di non dovrei e non dovresti. Tutti molto pieni di gioia che sono un invito al partener per continuare. Forse un ordine. Non ne sono più molto certo. Non credo di ricordare come funzionano queste cose. Lui sembra impegnato, senza grande piacere, in un lavoro. Forse lo pagano anche per quello. Contemporaneamente cerca di trascinarla dentro una cabina. Non posso esserne certo. Forse è lei che cerca di trascinare lui. Non capisco, so solo che uno trascina e l’altro fa resistenza. Morti di Reggio Emilia…
Claudia s’è presa il giornale. Ha finito con le parole crociate. Il libro non le piace. Ha già capito chi sarà il morto. Poi si mette a riposare sotto quel sole. Cinzia legge il libro che le hanno dato per le vacanze. Sembra in verità assente, con la testa altrove. Non posso riprendere il giornale perché con quello Claudia si ripara gli occhi e il viso. Cioè ci dorme sotto. La disturberei. La sveglierei. E dopo chi la sente? Quello grasso, che il salvagente lo tiene addosso fin dalla nascita e che è sudato che piove sudore, con la bocca piena che gli cola il sugo e si vede la pasta, mi chiede se non ho un cavatappi. Vorrei dirgli di parlare piano. Sarebbe inutile. Noi abbiamo la casa a Rimini. Io non ho un maledetto cavatappi. Non me lo porto nel costume. No! lo tengo in cucina, nel cassetto. E poi come si fa a bere rosso caldo con questo caldo? Mi scuso. Claudia borbotta nel sonno.
Mi alzo e mi avvio pigramente. Triste. Senza dubbio il mare deve essere diritto davanti a me. Davanti al mio naso. Non ha rumore perché il suo rumore è coperto dagli strilli. Non ha odore perché il suo odore e coperto da quello del cibo, dei cosmetici e di odori ancora più nauseabondi di dubbia natura. E’ tutto uguale. So benissimo di non poter scappare. Passo vicino alla gente, in mezzo alla gente. Sopra la gente. Famiglie intere. Tribù vocianti. Col mangiare portato da casa. Con i bambini con i secchielli e la palla. Con i salvagenti incollati addosso che sudano gomma. Con la sabbia che brucia come piombo fuso. Coi frammenti di conchiglie che tagliano come lamette. Con l’inferno intorno. Dovevo portarmi le ciabatte. Quelle di plastica. Le infradito. Metto un piede in fallo. Scivolo su una signora di un quintale e rotti, ricoperta di crema abbronzante come panna. Nel chiederle scusa invado un campo di bocce. Uno di colore mi chiede se mi servono dei calzini da tennis. Ha anche orologi e accendini e bizzeffe di occhiali e collanine. Si accontenterebbe solo di un paio di monete. Almeno per un panino. Ho solo il costume. E nel costume il niente. A parte le palle rotte. Involontariamente scalcio un birillo.
Uno ascolta il calcio, il calcio d’estate. Uno il gran premio. Attraverso le loro notizie passandoci in mezzo. E’ vero che il calcio è l’oppio dei popoli, ma io non ho nulla contro le droghe. Sono un libertario. E un antiproibizionista. Cerco di ricordarlo. Più mi avvicino al mare, all’agognata acqua, è più la folla dirada. Non di molto. Magari in maniera impercettibile. Ma riesci a camminare evitando senza troppa fatica i corpi. Il sole e il cielo sono dipinti con colori troppo brillanti. Mi bruciano gli occhi. Passa un tipo abbronzato anche dentro le mutande e muscolato. Un gruppo di ragazzine lo scambia per un attore e pigolando cominciano a corrergli dietro. Una è proprio sicura che è proprio lui. L’amica più vicina comincia a spiegare e a cercar di dar voce ai suoi sentimenti: “me lo farei, anche qui”. Un’altra accetta la provocazione, la sfida: “Scommettiamo che me lo porto in capanna e me lo faccia prima di sera”? Usa un linguaggio leggermente più colorito. Non dice faccio ma scopo. Non c’è mai limite al peggio. Una terza, che non deve avere più di tredici anni, e se fosse per le tette ne mostrerebbe dieci, comincia a spiegare alle altre i suoi desideri entrando nei particolari. Ha una grande fantasia e già molta esperienza. Magari letta e sognata da racconti di amiche più grandi. Parla a voce alta. Parla in modo molto volgare. Come se fossero sole e non potesse sentirle nessun altro. Le guardo e quelle alzano le spalle. Il palestrato si gonfia di orgoglio. Una si accorge dell’errore e avverte il gruppo. Si fermano deluse e corrono assieme in un’altra direzione; ridendo divertite. Quella che aveva creduto di riconoscerlo prende della stupida e viene presa in giro: “Di spalle sembrava proprio lui. Giurin giuretta”.
Prima di entrare in quel cadavere di mare immobile mi brucio la pianta del piede su una cicca. Mi scappa una bestemmia. Una nonna mi guarda con disapprovazione. Il nipotino rovescia il secchiello di sabbia e inizia il suo improbabile castello. Non molto distante si accaniscono, su una pista tracciata per centinaia di metri, con le loro biglie. E gridano. E si canzonano. E’ pieno di bimbi e salvagenti e di quelli che chiamo animali da basso fondale. Ed è altrettanto pieno di gridolini. Uno parte di corsa per poi tuffarsi e nuotare vigorosamente verso il largo. Ha al collo una macchina fotografica anfibia. Uno ha una radio anfibia per continuare ad ascoltare anche in acqua la partita. Un ragazzino ha una copia del Titanic da far galleggiare. Di tanto in tanto, senza motivo apparente, la fa affondare, la tiene sotto in mezzo alle bolle d’aria, e poi la ritira su e fa colare l’acqua che l’ha riempita. Un paio di coppie si sono sedute proprio sul confine, sul limite, in riva. Dove l’acqua ti entra ed esce sotto il culo. Mi piove in testa la stessa pallina di quegli stessi che giocano a racchettoni. La pallina affonda e poi cerca di tornare a galla. La tengo sotto con il piede. Una zia mi chiede se le posso guardare il ragazzino un attimo che deve andargli a prendere il gelato. Le guardo il culo mentre si allontana. Non fosse zia potrebbe essere nonna. Giovane ma nonna. Rimini è un posto adatto alle famiglie. E a rimorchiare. Do la pallina al nipotino e mi avventuro nel mare.
Mi lascio tutto alle spalle. Vado avanti finché l’acqua mi arriva alle palle. Temo l’infarto. Non è della temperatura adatta. Saltello un punta di piedi. Aspetto di trovare il coraggio. Un ragazzino mi osserva dentro il suo canotto poi torna a pagaiare. Nel costume mi si è creata una bolla d’aria. Il freddo; mi scappa. Cerco di resistere, stoicamente. Un moscone mi chiede spazio; all’ultimo istante. Sopra c’è un ragazzo e una ragazza. Lui cerca di farsi vedere bello ed eroico. E pedala con vigorosa allegria. Lei non muove le gambe. Lascia che gliele spostino il movimento dei pedali. Poi mi accorgo che sdraiata c’è anche un’altra ragazza. Che prende il sole. Schiaccia il petto sul fondo perché s’è sfilata la parte sopra del costume. Non pare avere molto da schiacciare. Ha gli occhiali dietro la nuca. E il tatuaggio di una fragola all’interno della coscia. Lo vedo solo quando riprende il reggiseno del costume, se lo tiene stretto al torace e si gira per controllare gli amici. Gli dice qualcosa che non sento. Poi sembra alzare la voce come per iniziare una discussione, ma ancora non la senti. Vedo solo che pare arrabbiarsi. Schiaccio la bolla d’aria che fa il rumore di un pallone che si sgonfia.
Su quella tavola piatta si alza un onda anomala di un paio di metri. Forse un’ottantina di centimetri. Ho la prontezza per prenderla di spalle. Sono sempre sull’avviso. E’ il frutto dell’ilarità di una sirena taglia super forte. Mi sorride maliziosamente. Vado avanti finché il mare non mi arriva al petto. Un sub emerge e sputa fuori l’acqua. Poi torna ad immergersi. Per un po’ resta fuori il culo. Poi solo le pinne. Poi scompare nelle acque torbide. Va a frugare sul fondo. Un metro e mezzo sotto. A smuovere la fanghiglia. A frugarla. Ad una ragazzina gli sguscia fuori un seno. Non è niente male. Sono tentato. Faccio un paio di passi nella sua direzione. Non s’è accorta di nulla. Credo. La tetta galleggia come una gavitello. Dondola pigramente con le minute onde. Ha un piccolo capezzolo ritto come un dito a indicarmi, e un largo alone, quella tetta. Un capezzolo sottodimensionato. Forse non s’è accorta di nulla. Avevo già deciso di desistere. Si alza un fischio. Un giovanotto. Eppure sta guardando da un’altra parte. Lei, la ragazza dal costume bianco, si controlla. Rinfodera la sua arma di seduzione. Mi vede. Poi si tuffa e torna a nuotare parallela a riva. Scivola sulla superfice. E’ brava. E nemmeno il culo sembra essere male. Il ragazzo chiamava un amico. Si divertono come matti a buttarsi acqua addosso e a spingere la testa dell’altro sotto. La sirena con gli occhi sembra chiedermi se voglio vedere. C’è fin troppo da vedere e quasi nulla di nascosto. La ignoro senza smuovere il suo sdegno, senza offendere la sua vanità. Semplicemente interpreto la parte del distratto. Di quello che non si accorge del mondo né di nessun’altro disastro.
Vado avanti finché l’acqua non mi lambisce le labbra. E’ acqua cheta, stagna. Anche lei è pigra e non ha voglia di lavorare. Anche le piccole onde sembrano stanche e scivolare malvolentieri. Schiacciate. E’ salata. Penso a tutti quelli che ci pisciano dentro. E a quello che lo sta facendo proprio in quel momento. Facendo l’indifferente. Ho le dita dei piedi intricate tra una quantità enorme di alghe. Non ricordavo ci fossero anche le alghe a Rimini. Forse non ci sono mai state. Forse non sono alghe. Immergo per un attimo il viso. Riemergo mascherato di un brandello di una rete sottile di nailon. Appeso c’è un galleggiante, un sughero che pare un orecchino. Penso di apparire come uno di quei pirati. Oltretutto non riesco più ad aprire l’occhio destro. Mi brucia. E più lo strofino e più brucia. Decido di proseguire. E l’acqua mi entra in bocca. O arrivo in Jugoslavia o non arrivo. Saltello nuovamente per risalire e prender fiato. Ancora due passi. E due passi ancora. Poi mi rassegno. Non arriverò mai da nessuna parte. Mi rassegno e comincio a bere.

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tazzina di caffèCaterina detta Tina entra ed esce dalla mia vita. A volte passano lunghi periodi senza che si faccia sentire. Magari presa nei suoi viaggi. Imprigionata nelle sue letture. Oppure chiusa nei suoi mutismi. O solo perché così le va. Poi per altri momenti, solitamente brevi, si fa sentire spesso. Entra tra le mie ore quasi invadente. Mi chiama al cellulare o ci lascia un messaggio. Magari per un film. Per una cena. Una inaugurazione. Solo per un po’ di semplice compagnia. Per due chiacchiere senza peso. Come se le mancassi. Oppure con una scusa qualsiasi pur di trovare quel po’ di compagnia per poi finire a letto. Succede.
Solitamente Caterina detta Tina quando chiama non dice mai il perché. Fissa solo l’ora e il posto. Non chiede mai niente. Nemmeno se posso. Mi è successo di mancare ad un appuntamento. E’ bastato un sms, anche all’ultimo momento. A volte mi parla di altri amici. Distrattamente. Non ha bisogno di certezze. Le trova e le smarrisce da sola. E’ completamente padrona del suo tempo. Fissa l’ora e il posto ed io ci vado. Senza aspettarmi nulla perché non c’è nessuna certezza. Lascio tutto a lei. A quello che al momento le va. Credo che solitamente nemmeno lei, quando chiama, sa cosa cerca veramente. Magari il film o la mostra vengono dopo. Al momento. Quando mi vede arrivare. Quando ci si vede. O perché vede una locandina. O si ricorda di qualcosa che credeva scordato. Di un invito. Non gliel’ho mai chiesto. Come potrei?
Con Tina preferisco così. Preferisco non chiedere. E’ sempre stato così. Fin dal nostro primo incontro. E così mi va. Non mi chiede di mia moglie. Non mi chiede dei bambini. Non le va di sentirmi parlare di lavoro. Non mi chiede nemmeno come va. O cosa mi va. Non mi chiedo cosa farò domani. Non mi dice cosa vorrebbe farne lei, di quel domani. Non sono nemmeno certo di sapere bene cosa fa. Credo lavori per una casa editrice. E nel volontariato. Lei è libera. E crede nella libertà. Anche in quella degli altri. Non so nemmeno dove sta. Se ha bisogno di un po’ di intimità solitamente cerchiamo una stanza d’albergo. O da un amico. O facciamo una corsa fino alla nostra casa al mare. Anche se questa sistemazione non la gradisce molto; e sempre me lo da a vedere. Un paio di volte che aveva fretta ci siamo dovuti accontentare della macchina.
Tina preferisce ambienti neutri. Posti senza storia. Senza legami. Luoghi dove non ci sono tracce di una vita nostra. Né mia né sua. Dove non ci sono foto. Né quadri. Né presenze nelle assenze. Abitudini. Spazzolini nel bicchiere. Capelli nei pettini. Vuole ambienti anonimi. Dove siamo solo io e lei. In quelle occasioni non abbiamo mai passato la notte assieme. Alla fine ce ne dobbiamo andare. E io, così, non ho mai avuto bisogno di una scusa. Ma lei è solo Tina. Niente di più e niente di meno. Non posso definire il nostro rapporto. E’ un non rapporto. Due persone che si incontrano. Una serie di incontri. Quasi come sempre una prima volta. Due estranei. Come due persone annoiate che si avvicinano per quella noia. Al bar. In un caffè. Durante una pausa. Disarmati. Anche se la cosa, nel tempo, mi ha dato attimi di vertigine. Perché io non sono così. Anzi non ero così. E stata lei a trascinarmi. Io, per me, sono metodico. Ho bisogno di cose chiare. Di sapere il prima e il dopo. Di dare un nome alle cose. Lei è solo Tina.
Non ho una foto di lei. Non ho una foto con lei. Una cosa è certa: non porta la fede. Né credo ce l’abbia, una fede. Non le da fastidio la mia. Mi prega solo di toglierla in quei momenti. Non è mai banale. Non è mai di cattivo umore. Se ne libera, nel caso, prima di arrivare. Non mostra mai nessun eccesso. Né entusiasmi né delusioni. Fuori di camera si comporta come una perfetta amica. In camera, cosa che avviene solo di rado, con disinvolta noncuranza. Come fosse pattuito. Come forse compreso in quell’amicizia. Forse per lei lo è. Non fosse ipocrita e poco veritiero dire come una moglie. Come mia moglie. O quasi. Magari prima chiede di vedere un po’ di televisione. O dopo. Magari ci portiamo su da bere. Qualcosa da mangiare, mai una vera cena. Mette il necessario in bagno ed è pronta.
Ho l’impressione che Tina lo tenga in macchina, il beauty-case. Insomma sempre a portata di mano. Ma non mi ha mai dato l’impressione che lo usi spesso. Non senza di me. Dico non spesso, evito di dire mai, perché mai è parola impegnativa e non corrisponderebbe al vero. Ripeto: lei non ne fa mistero. Non lo farebbe, comunque. Non ho diritti. Lei è libera. Non sono geloso del suo tempo senza di me. Non potrei. E’ solo che credo non le capiti spesso. Sono arrivato alla conclusione che preferisca le pagine di un buon romanzo. Che non le piacciono troppo gli uomini. Che la compagnia maschile un po’ l’annoi. Che per lei l’uomo sia un vago bisogno. Un raro istinto alla sopravvivenza. Un incidente. Una distrazione. In tutto questo non so classificarmi. Non so cosa sono. Dove mettermi. Non posso illudermi: forse sono anch’io solo un fragile svago. Una interruzione. Una pausa. Una voglia sfuggente e immotivata di cambiamento; per un istante. Per un niente.
Chiedo venia se mi dilungo su Tina. Credevo di non aver molto da dire. Niente. Se lo faccio è perché è successa una cosa strana. Che mi sembra strana. Strana per me. Forse non per lei. Ma strana. Cioè differente. Insomma strana. Che mi ha confuso. Insolita. Lei ha chiamato mentre ero al mare. Con Carla. Sono uscito in veranda. Non che Carla… ma per sentirmi più libero. Carla non mi ha mai chiesto nulla. Non c’è niente che potrei dirle. Non c’è niente per cui potrebbe dubitare. E’ solo che non so mai come ragiona una donna. Preferisco non dover dare spiegazioni. Tina è solo un’amica, ma in quel momento preferivo parlare lontano da orecchie. Forse anche per allontanarmi dal frastuono dei bambini. E poi Tina è Tina. Non saprei spiegare altro. Niente di diverso. Ma Tina al telefono non ha la solita voce. Pare agitata. E’ un’altra Tina. Mi dice solo: “Ho bisogno di vederti. Subito”. Sento che qualcosa non va. Non glielo chiedo. Non mi sono mai preso la libertà di chiederle nulla. Di frugare tra le sue cose. Nella sua anima. Mi son sempre limitato ad ascoltare. Ad aspettare.
Mi preoccupo, ma le spiego dove sono. Lei mi dice solo: “assolutamente”. Come se non mi stesse ad ascoltare. Come se non esistesse alternativa. Se non avessi mai avuto scelta. Come se possedesse quello stesso dovere. Se avessi un impegno. Ma lei è certo: ha bisogno di me. Arrischio di cercare di spiegarle le mie difficoltà. Una quasi impossibilità. Quasi le chiedo una ragione. Mi spiega: “Sono disperata. Ti aspetto da me. Fai presto.. Voglio farlo con te. Subito. Non mi va… non posso… Non con uno che non conosco. Con il primo per strada. Con uno qualsiasi. Non te l’ho mai chiesto. Non te lo chiederò più. Ho bisogno ora Ho bisogno di scopare”.
Quando salgo in macchina mi accorgo che non conosco nemmeno il suo indirizzo. Mi fermo. Rifletto. Non l’ho mai sentita così. Non mi ha mai parlato così. Scorro le sue parole. Ad una ad una. Non è nel suo linguaggio. E non mi ha mai invitato; da lei. Non sembrava neanche lei. Prendo il cellulare. La cerco tra le telefonate ricevute. Non risponde. Lascio un messaggio in segreteria: “richiamami”. Mi chiedo cosa fare. Resto lì come un cretino con il volante in mano. Cerco in internet il suo nome. Trovo un profilo. E nel profilo un indirizzo. Imposto il tomtom e metto in moto. Vado verso l’ignoto. So che non sarà più come prima. Che niente sarà come prima. Alla radio mandano un pezzo che non ho mai sentito. Una voce stridula di donna che grida.

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tazzina di caffèIl martedì per lei era un giorno normale. Un caffè di corsa. In silenzio, tutto al buio per non disturbarli, raccoglieva le cose che si erano messi il giorno prima e che trovava sparse per il pavimento nelle camere. Le metteva nel cestino della biancheria da lavare. Preparava la moka per Pino e i bambini e la lasciava sopra il gas. Preparava la tavola: tazze, zucchero, biscotti, marmellate; solite cose. Controllava che tutto fosse in ordine prima di uscire; finestre comprese. Non si sa mai cosa può fare il tempo quando si è fuori casa. Le restava giusto quel poco per controllare di essere in odine anche lei. Una lavatina, quel minimo di trucco, una pettinata, telefonino, borsetta, si infilava le scarpe e via; dopo aver dato un’ultima controllatina che tutto fosse in a posto. Le restavano giusti sette minuti per raggiungere la fermata dell’autobus e poi al lavoro.
Durante il viaggio aveva giusto il tempo per pensare se non si era scordata niente. Non era un lungo tragitto. Solitamente lo doveva fare in piedi. Sballottata. Sbirciava qualche titolo dai giornali che qualcuno leggeva. Se ne accorgeva spesso quando qualcuno la sbirciava. E allora aveva la tentazione di controllare se era in ordine. Il viaggio non era mai uguale. Spesso doveva fare attenzione. Si scostava per evitare contatti. Con qualcuno ormai si conosceva, solo come compagni di percorso. Magari qualche cenno di saluto. Appena accennato. Raramente c’erano volti che non aveva mai visto. O che credeva di non aver mai visto. A quell’ora si è sempre gli stessi. Poteva capitare che qualche volta, nella confusione, si sentisse qualche mano addosso. Ormai da qualcuno era abituata ad aspettarselo. Chi ha quel vizio tende a ripetersi. E lo vedeva avvicinarsi. Prendere posto con la scusa di mettersi comodo. Crearsi spazio. Mani più o meno leggere.
Qualche volta si sentiva in colpa, in colpa verso Pino, e se ne rammaricava. La città non è sempre gentile. Solitamente ne restava infastidita. Qualche volta lusingata. Come quella volta con… ma era così giovane. Ancora un ragazzo. Avrebbe potuto essere quasi suo figlio. Come l’aveva guardato lui se n’era vergognato. Era diventato un po’ rosso abbassando gli occhi. E l’aveva ritirata. A lei era dispiaciuto. Per lui. Ma poi la curva, uno scossone e lui era tornato ad allungare la mano. Forse il movimento del pullman aveva sbattuto lei addosso a lui. E lei, a quel punto, si era guardata bene dal rivolgergli ancora lo sguardo. Le sarebbe sembrato scortese e crudele, ed era così giovane. Le pareva un gesto di generosa benevolenza. Aveva lasciato che facesse finché non era dovuta scendere. Aveva avuto quasi l’istinto di chiedergli scusa. Ma era successo solo quella volta. Non l’aveva più visto. Certo che il viaggio le dava modo di pensare a ben strane cose. E il viaggio era sempre vario.
Ma non tutti i martedì sono uguali. Quel martedì, sarà stato perché il calendario diceva che era un martedì trenta, sarà stato perché le cose poi vanno come vogliono andare, ma quel martedì non voleva accettare di essere uguale. Nel trambusto aveva perso un bottone della camicetta; la gonna era tutta sgualcita, l’aria attraverso il finestrino l’aveva spettinata, era proprio un orrore. Però non erano queste le grosse novità, il fatto era che aveva scordato di mettere il pettine nella borsetta e, peggio, la calza si era smagliata. Per il bottone se ne diede un po’ la colpa, quella camicetta le stringeva un po’. Senza grande fatica si perdonò, anche perché non aveva troppo tempo per pensarci: doveva chiamare subito Pino altrimenti avrebbe fatto tardi. Lo svegli e lui era così irascibile quando veniva svegliato. Diventava proprio di cattivo umore, ma se non lo faceva, ogni santa mattina, lui non avrebbe sentito la sveglia e sarebbe arrivato in ritardo. Pensò al più grande che doveva fare compito di latino. Poi si sentì come se avesse contato lentamente tutti gli anni che aveva. Cominciavano a diventare grandi; quei figli. E lei i suoi anni li aveva anche se non li dimostrava, e li portava bene. Almeno a sentire gli altri. Certo che coi tacchi… si sfilò le scarpe sotto la scrivania.
Prese in mano la fattura della Edilcoop. Arianna arrivò solo allora. Se la sarebbe vista brutta quella ragazza se avesse continuato così. Anche la puntualità ha il suo valore. Soprattutto in un ufficio. Stava per prendere in mano il modulo precompilato per la riscossione di credito che le suonò il telefono. Era Marcello che la voleva vedere subito, e quando chiama il capoufficio bisogna correre. Non era una novità se non fosse stato martedì. Quell’uomo non era certo tra i più pazienti. Appoggiò lo stampato sulla scrivania, percorse il corridoio e bussò prima di entrare. A lei non dispiaceva quell’uomo sempre sicuro di sé e sempre elegante. Anche quella mattina ebbe modo di apprezzare quella grisaglia. Grigio antracite. E la cravatta. “Ti dispiacerebbe portarmi un caffè”? –anche questa non era una novità. Non che alla macchinetta fosse tra i più buoni. E ormai sapeva anche quanto lo volesse zuccherato. Ah! gli uomini; sono così… prevedibili. Essere gentile non le costava fatica. E poi ammirava quell’uomo ed era il suo capoufficio. Ma le sembrò subito che la sua bella voce, calda, avesse un tono diverso. Ci fece appena caso. Il bicchierino di plastica scottava.
Quando rientrò nell’ufficio lui la fece gentilmente accomodare. Si sistemò la gonna prima di sedersi. Sprofondò nella poltrona di pelle. Le capitava spesso che le volesse parlare, ma non che la facesse sedere per farlo. Solitamente aveva così tanto lavoro ed era sempre preso di fretta. Era imbarazzata per le calze. Se ne ricordò: aveva messo il reggiseno a balconcino. Lui aveva un sorriso diverso, più… cortese. Si prese il suo caffè e poi cominciò guardandola negli occhi: “Scusami. Inutile girarci attorno. Tra noi… sarò franco.” –non le piacque nulla quell’esordio; si mise in apprensione– “Sai i tempi che corrono. Voglio dire: come vanno le cose. La crisi e poi tutto il resto. Lo sai anche tu. Il lavoro è diminuito. I clienti si allontanano. Sempre meno. Nessuno vuole più spendere. Chi ce li ha se li tiene. Insomma è sempre più difficile”. Sì! lo sapeva. E in quel momento sapeva che non sarebbe stata una mattina come tutte le altre. Non avesse iniziato ad essere preoccupata sarebbe stata inquieta di vederlo così: titubante e insicuro. Con le parole che parevano costargli fatica. Così non lo conosceva; anche se lo conosceva ormai bene. Poteva anzi dire che tra loro ci fosse anche della confidenza. Sapeva che lui la apprezzava per il suo lavoro, ne era certa, e anche come donna. Era capitato che le chiedesse un parere. Se avesse potuto avrebbe provato a rendergli le cose più semplici, anche se anche quello faceva parte dei suoi compiti di manager.
Posò il bicchierino e lentamente tornò ad essere il lui che aveva imparato ad apprezzare: “Dov’eravamo rimasti? Ah sì! scusa. Ti dicevo. Anche se mi dispiace, proprio a te, ma non posso esimermi di… Insomma ci vediamo costretti a fare dei tagli al personale. Non vorrei ma… non c’è più lavoro per tutti. E… anche per i nuovi azionisti. Non subito, certo. Ma da fine mese dobbiamo rinunciare a te. Fai pure con comodo. Se hai delle ferie. Non so. Se ti posso in qualche modo aiutare. Chiedi pure. Cerca di capire la situazione. Anche la mia. Prova a metterti nei miei panni”. Si sentì morire. Come avrebbero fatto? Cosa avrebbe detto a Pino? Lui era così ansioso. Persino timoroso. E poi l’ufficio era diventato un po’ la sua vita. Si trovava bene lì. E con loro. E anche con lui andava d’accordo. Si rese conto che tutta la sua vita sarebbe cambiata. Si rese conto di non essere il tipo che ama le novità; i cambiamenti. Stupidamente pensò che doveva ricordarsi di prendere le cipolle per il sugo tornando a casa. Non sapeva se doveva rimanere o alzarsi. Sapeva di non potersene andare così, ma non era come le altre volte. Tornò a ricordarsi delle calze. E poi a chiedersi se aveva qualcosa che non andava.
In fondo la sua età comunque ce l’aveva. E aveva anche fatto due figli. Eppure molti sembravano non accorgersene. E anche lui. E lui aveva gusti raffinati. Anche se qualche volta strani, o almeno così sembravano a lei, e ripetitivi. Lui era un vero signore. E aveva quella bella macchina, che era anche comoda. E la villa al mare. Il successo guarda chi se lo merita. Lei si era ormai abituata a lui e lui aveva sempre la barba appena rasata. E quel buon odore di dopobarba. Che sapeva un po’ di cioccolata. Si accese una sigaretta, non capitava spesso che lo vedesse fumare: “Scusa se sono franco. Se sono diretto. Da quant’è che lavoriamo assieme? Noi due? Lo so che non sarà, che non potrà essere più lo stesso. Mi dispiacerebbe… Lo sai. Ti ho sempre apprezzata. Magari noi due, qualche volta, se ti va, possiamo anche continuare a vederci. E non è per questo che viene meno la mia stima nei tuoi confronti. Voglio dire: se ti va; naturalmente. Tu resti sempre una bella donna. E hai sempre un gran bel paio di tette”. –e si alzò in piedi. Per la prima volta ebbe un pensiero volgare di cui vergognarsi “Fanculo anche le cipolle”. Si inginocchiò davanti a lui perché sapeva come sarebbe andata a finire.

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tazzina di caffèIo lo amavo e credevo che l’amore fosse una cosa facile. Forse dovrei dire che ero sicura di amarlo ma si può mai essere sicure di qualcosa? So solo che era cominciato, quell’amore, almeno inizialmente, con un senso di fretta e di passione. Poi mi ero rifugiata in lui con un senso di appagamento e tranquillità; ma questo solo dopo, un poco dopo (questioni di punti di vista). Un mattino come un altro mi sono ritrovata svegliandomi come se quell’amore fosse finito o meglio mai esistito. Lui era un estraneo ma uno strano oggetto di estraneo. La sua sola vicinanza mi creava fastidio. Ho scoperto nel tempo che provavo piacere nel fargli del male e forse gliene ho fatto abbastanza. Non c’è nessun dramma della gelosia. In seguito ho capito che fargli del male era farmi del male ma allora non lo capivo. La bambina era anch’essa un pretesto. Quello che mi faceva arrabbiare di più era che lui accettava indifeso, finché non ho preso la decisione definitiva. In quel momento mi sembrava la cosa migliore da fare. Sembrerà stupido ma appena lontana ho capito di amarlo ancora, anzi di non averlo amato mai come allora. Non c’è niente di peggio di chi vuole consolare. Niente è più stupido di certe cose che capitano quando vogliono e in quel modo. Se non fosse bastata una telefonata avrei fatto qualsiasi cosa. Ora ci vediamo ogni venerdì pomeriggio –è il nostro giorno. Il nostro amore sembra sempre una cosa nuova.

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Tutte le mattine, da vent’anni, si alzava facendo piano, scendeva in cucina e, con le imposte ancora chiuse, preparava il caffè e glielo portava a letto. Due zollette di zucchero e una lacrima di latte. Magari un grazie le avrebbe fatto piacere ma aveva smesso di aspettarlo. Provvedeva poi, mentre lui fumava la prima sigaretta, ad aprire da per tutto e a pettinarsi per finire di prepararsi dopo che lui era uscito per recarsi al lavoro. Solo allora, quando restava sola, poteva dedicarsi il proprio tempo e finire di truccarsi e scegliere l’abito da mettere per quel giorno. In fine finiva di riordinare la casa e usciva in tempo per le prime compere quando ancora non trovava affollamento nei negozi. Era così che cominciava ogni sua giornata con quelle cadenze sempre uguali. E sempre uguale finiva nell’attesa di un gesto di tenerezza quando lui tornava immancabilmente stanco. Anche quella mattina era salita puntuale con la tazza di caffè fumante, ma lui non aveva fatto caso che era già pronta per uscire. Infatti dopo scese e prese la valigia che aveva preparato dalla sera, quando lui già dormiva, e si chiuse la porta dietro le spalle dando inavvertitamente anche un giro di chiavi. Ci pensò che era ormai in taxi; alzò le spalle e infilò il cellulare nella fessura del sedile.

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Se parliamo dell’uomo pigro Augusto, pigro, lo era. Ma lui si sarebbe definito a momenti attento e a momenti distratto. Leggeva steso a letto per non affaticarsi troppo e riponeva quel libro sul comodino col dorso allinsù per non fare le orecchie alle pagine. Cosa si può chiedere di più oltre a una buona sigaretta? Anzi da quando gli avevano riscontrato quel piccolo difetto che gli permetteva di restare a casa si poteva dire felice. Il giorno lo poteva vedere anche da lì affacciarsi alla finestra. Ma lei non lo capiva; son così strane le donne. E di televisione non s’era mai detto che ci si potesse ammalare. Pagare il canone doveva. Ne avevano una anche in camera, per cosa se non per usarla? Con Marilisa non lo facevano ormai quasi più. Gli scocciava doversi lavare i denti. Che poi quella donna si lasciava un po’ andare. E aveva la pelle così delicata che anche la barba di un giorno la irritava. Inoltre era diventata sempre più pignola, non perdeva occasione per dire che non riponeva le cose. Non era vero, semplicemente lui credeva che per le cose, alla fine, un posto vale l’altro. Aveva deciso di arrendersi e non darsi più pena per capirla, sapeva che sarebbe stato inutile. La stava aspettando con il caffè, ma quella benedetta donna era in ritardo.

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A volte le discussioni sono stupide. Cioè non sono stupide ma iniziano per motivi che possono sembrare stupidi. Certo che i giudizi si possono dare solo dopo. E dopo è facile dire. Al momento una parola tira l’altra. Si alza il tono. Nessuno vuole cedere. E precipiti nella lite prima ancora di accorgertene. Per farla breve mi preparo per vedere la partita. Sistemo la televisione. Il portacenere al suo posto. La birra. Naturalmente tifo per gli avversari. Frutta secca. Una sedia per le gambe. E prima di mettermi comodo cerco la mia nutella nel solito posto, ma non la trovo:
Sai dov’è stata messa la nutella”?
Credo che sia finita”.
Naturalmente una risposta non risposta; evasiva. Dico tutto questo perché quando si parla delle donne le donne sono brave a fare le vittime. Danno sempre la responsabilità di tutto alla loro abilità nell’armarsi di sensi di colpa come se li provassero solo loro. O se potessero giustificare tutto. Perché quando una ha torto ha torto. Ma se le senti:
Sensi di colpa perché si fa una telefonata ad un’amica mentre invece si dovrebbe preparare la cena che lui sta tornando a casa. Sensi di colpa perché non gli hai comprato la sua marca di birra preferita. Sensi di colpa perché a te del calcio non te ne frega niente e forse dovresti fare uno sforzo a condividere i suoi interessi. Sensi di colpa perché si dedica troppo tempo ai figli ed invece perché non hai neanche cinque minuti per massaggiargli i piedi quando dopo cena si sbatte sul divano a guardare la tv mentre tu pulisci la cucina? Sensi di colpa perché si fa carriera. Sensi di colpa quando la si interrompe, perché “dovevi pensarci prima”. Etc. Come se fosse colpa nostra se non ci pensano. Che poi a dirla tutta è tutto vero. Ma torniamo ai fatti. Ormai era chiaro com’erano andate le cose ma volevo andarci a fondo. Perché tra i tanti sensi di colpa di cui una donna si rende responsabile il senso di colpa per essersi mangiata la nutella proprio quello non l’ho mai incontrato in tanti anni di matrimonio.
“Cazzo! non c’è e non c’è. Chi cazzo si è mangiata la mia nutella”.
Credo di averla mangiata io”.
Ma come l’hai mangiata? La compro e tu ti mangi la mia nutella e non dici niente”?
Non per essere pignoli ma l’ho comprata io. Ricordami una volta che hai fatto la spesa”.
Non fa differenza. L’hai presa per me”.
Veramente l’ho presa per casa. E tu non fai che ingozzarti di tutto tutte le sere davanti al video”.
Vedi che mi dai ragione. Sai che come sono abituato. E poi era la mia nutella”.
Da quando? In casa è tutto tuo. Non pensi che con la pancia. Solitamente le cose sono là. Da quando si deve chiedere il permesso”?
Non è una questione di permesso. Io mica mi mangio le tue pillole di crusca”.
Fai pure se credi. Sono lì”.
Resta il fatto che ti sei mangiata la mia nutella”.
Resta il fatto che avevo voglia di un po’ di nutella. Non mi sembrava così grave. E non ce n’erano più di un paio di cucchiaini”.
Intanto i toni si stavano scaldando e la pazienza esacerbando. Io ci tengo alle mie abitudini. Sarà anche un difetto ma sono così. Mi piace trovare le cose al loro posto. Le ciabatte, le camicie e tutto il resto. Lei lo sa. Nutella compresa. Non dico ma l’avesse fatto apposta non sarebbe stato peggio.
Vuoi dirmi così che non ce n’è proprio più”?
E’ quello che cerco di dirti da un ora”.
Intanto non è un ora. E comunque non dovevi permetterti”.
Ma cosa? Stiamo impazzendo. Per un goccio di nutella”.
Era la mia nutella”.
Non avevo visto che avesse il nome”.
Da domani glielo metto. Così la smetti di mangiarmela”.
Ecco, bravo. Magari da domani impara a comprartela”.
E’ inutile che cerchi di avere ragione”.
Cos’è, mancanza di affetto? Guarda che di quello me n’è rimasta ancora una scorta. Se te ne ricordassi più spesso”…
Cosa vuoi dire. Chiedo solo che non mi sia mangiata la mia nutella”.
Parlo arabo? Era lì e me n’è venuta voglia. Vuoi ammazzarmi”?
Potevi chiedermi”.
Cos’è sta novità? E poi eri fuori”.
Cos’è un rimprovero? O vuoi dire che è stata una punizione. Ti faccio mancare qualcosa”?
Per quello da dove vuoi che cominci? Lasciamo stare, ch’è meglio. Ma se non raccogli nemmeno i calzini”.
Cos’è: la rivolta della donna? Un ritorno di vecchi amori mai sopiti per il femminismo? Dillo. Dillo una buona buona volta”.
Non ciò proprio voglia. Ma se vuoi: una buona volta”.
Cos’è, mi prendi in giro”?
Fammi finire i piatti. Nutella o non nutella io le cose le debbo fare”.
Eccone un’altra. E adesso come la mettiamo”?
La mettiamo che per una sera ne puoi fare senza”.
E se non potessi”?
Allora la faccenda cambierebbe completamente. Saremmo costretti a metterla che mi sono scordata e per una sera sarai costretto a farne senza”.
Non c’è più nemmeno il barattolo”.
Ti ho detto. E l’ho gettato”.
Potevi dirlo subito”.
Ma cosa potevo dirti? Che poi nemmeno sapevo che c’era la partita”.
Solita storia. Non c’è mai una cosa che tu sappia. Sempre così voi donne”.
Sempre così noi donne”.
Ma c’è qualcosa che vi interessa”?
Ti sembrerà impossibile ma molte cose”.
Certo che mi sembra impossibile. A parte i pettegolezzi”.
Anche per quello avete ancora molto da insegnarci”.
Possiamo spiegarvi, mica possiamo capire al posto vostro”.
Nemmeno ti sto ad ascoltare. Che lo so che non è nemmeno tua”.
Ma cosa sai tu oltre a mangiare le cose degli altri”.
Mettila sotto chiave. O nascondila. E se proprio vuoi che te lo dica allora te lo dico. Sei così bravo a nascondere che ti trovo i bigliettini per le tasche. Le camicie da pulire. E nemmeno mi ricordo più da quanto tempo è. E, ti ripeto, vedi di comprartela che se continua così giuro che non la compro più”.
Cosa c’entra tutto il resto? Possibile che ogni volta che si parla tu sparli? Mi sono lagnato solo per la mia nutella”.
Il signorino non vuole che si parli d’altro. Al diavolo anche la tua nutella”.
Ma in fondo cosa chiedo? Non credo di chiedere troppo. Non chiedo che un po’ della mia nutella”.
Non c’è nessuna nutella. Tu non chiedi troppo. Chiedi tutto. Mi stai chiedendo la vita. Mi stai togliendo la vita. Lo capisci”?
Non serve a niente fare una tragedia per niente. Bastava che mi avvertissi che l’avevi finita”.
Una volta era veramente bella. Naturalmente lei riesce a negare persino questo. Naturalmente la serata non è finita lì. Io non cedevo. Lei non cedeva. Nessun senso di colpa. Non ci siamo ancora riappacificati. Continuiamo ancora a non parlarci. E naturalmente lei, che è una donna vendicativa, come tutte le donne non perdona e soprattutto non dimentica, non ha più preso la nutella.

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