Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘saluti’

Matteo disse solo: “Sai? Parto.” La sua voce si accarezzava cercando indulgenza. Un sussurro che si riverbera. Alzò gl’occhi ma questi tentarono di fuggire. Poi tacque proprio come chi fruga in sé cercando le parole; chi deve eppure dire. Indugiava.
Fu Roberto a violare il silenzio: “Tutti ci portiamo dentro una grande speranza di disperazione e non come desiderio aneliamo nelle cose il pianto, per poterne dare sfogo. Per darne corpo; o più semplicemente ragione“. – particolare: gl’occhi. Opachi. Senza riflessi. – “Attraverso quasi impercettibili flash fatti di granate. Non la disperazione, certo, della tragicità ma solo quella dei piccoli gesti. Quasi smorfie nei bimbi. Cantilene. Sottili sfumature. Non come espiazione; tutt’altro. C’é un senso molto carnale in ciò anche se libero da eccitazione. Quando si lasca l’istinto; la forza del dolore diventa aspirazione. Come sogno. Sete. Tutto il resto é falso. Balle. Belle e buone“.
Gl’occhi tornarono a posarsi sul foglio. A chiedere una pausa. Il percorso degl’occhi seguì l’attenzione delle dita sulla carta. Le dita tracciarono lente simmetrie. La voce rispose bassa, di pancia; apparentemente composta: “E’ tempo di partire. Dispiace. Parlarne fa male. Ma faresti bene a seguirmi. Mi è costato molto decidere. Ehm! Si lascia… sempre… Anche se lacerante, non derogabile. Eppure non é questione di radici. Viticci. Edera. Non é questo. Non voglio. Non chiedo: Perché giustificare? Lenisce (o é utile a) qualcosa? Siamo eterotrofi. Viviamo di ciò; in ciò. Niente in realtà spezziamo. Come scia di lumache. Ci impastano la parola i linguaggi detti. Espropriazione; infondo. Quotidianità. Copione. Tutto il resto appare come eretismo. Ma in realtà non sono che piccoli, fragili fosfeni. Non siamo diversi; non siamo più maturi. Solo il tempo ci muta torno. Riflessi! Ricordi si compongono piano piano; solo come memoria. Così non si lascia mai. Addio é una parola troppo grossa. Non una sospensione ma una frattura definitiva. Appunto il frantumare realtà in ricordi. Forse anche un basta. Traslare. Di ciò può restare rammarico. Ma contrarietà non perdita. Io non giudico. Né questo chiedo, né questo chiedi. Siamo carne e la carne dolora. Le bugie del dubbio la ulcerano; la irritano. Ma nel piano reale (superficie asettica) contano in noi i gesti. Rifrazione“.
E disse questo ben sapendo che la vita altro non era che l’enorme ingranaggio della metafora. Così non erano ne ciò che mostravano, ne ciò che volevano mostrare; ormai, forse, nemmeno quello che si specchiavano. E quasi fingendo disprezzo lo vedeva già farsi poco più che un riverbero: disfarsi.
Non é una semplificazione. Forse non é neanche questo. Sono rimasto deluso. Per me é importante. In realtà non fuggo. Non sono mai fuggito. Per incapacità. Per vizio. Un guaito é un guaito. Se il bagaglio é pronto perché parlarne? Convenzione? Altri itinerari, con gl’occhi, ho seguito. Di più le parole avrebbero forse potuto? Petulanti. Niente saprà tradirci. Senza scelte. Senza giudizi. Senza rancori. Forse non si sceglie mai; in verità. Le strade altro non sono: percorsi. Da noi percosse. Analogie. Il mito ha un che di tragico; che non rifiutiamo. Pigrizia? Paura? Il viaggio. Io sono e così vivo. Ma perché io? Non temiamo tracce. Al di là di qualsiasi processo di lettura.”
Mentre rimase a fissare la luna Matteo si allontanò per fumare e si appartò a pisciare.¹


1] 10.04.1991

Annunci

Read Full Post »

bustaNon sempre sono i pantaloni a fare il maschio. Delle cose che ho dimenticato, dall’ultima volta e dalle precedenti, una cosa mi si è ricordata proponendosi all’improvviso. E’ nel ricordo di te sulla porta, su quella porta; per il breve saluto. Me ne sono andato fin troppo in fretta. Quasi una fuga. Ed era ancora sospeso nell’aria quella nostra antica disputa. Le persone rimangono quel compromesso tra quello che fanno e quello che possono. Tra quello che cercano di essere e quello che vorrebbero. Possiamo parlarne quanto vogliamo, e anche a lungo. Restano solo parole. Come queste. Tessere che non si incastrano. Un puzzle incompleto. Non è sempre il bello quello che ci piace. Non lo fa bello il piacere. Non è che la poesia che mi hai inviato non fosse buona. Semplicemente non sai fare poesia. Non basta che sia tu a dire che sei un poeta. Che ti ostini a guardare la luna. Quella resta lì; la vedono tutti. Non basta che ti denunci come l’ultimo degli amanti. Che tu soffra. Molti soffrono d’amore. Molti di più ancora soffrono senza amare. E c’è chi soffre per non saper amare. E tu ami amandoti. No! non basta una semplice ricetta. Spaccare le righe o inserire una interlinea ogni tre o quattro. Frugare nel bidone dei sinonimi. Cosa vuol dire, qui calepino, e di lì trincio? Non basta che ti inventi i sostantivi. Che vesti col fiocco nero. Le maestre che si vestono da maestrine non sono per questo migliori insegnanti.
Quando ti scrissi da Parigi ancora speravo ma era già finita. Forse era il gioco dell’illudersi. E non c’era più nemmeno il ricordo delle barricate. Niente bruciava più. Partii prima che potessi rispondermi. Ricordi? E quando ti ho scritto, più modestamente, da Genova, per dirti tutto va bene, stavano massacrando il nostro oggi e il nostro domani. E da allora ho smesso di mandare cartoline. Tu ti ostini a non voler uscire dalla torre di cristallo. Dalla tua vetrina. Forse perché solo lì ti senti bella. Potrei cercare di lusingarti. Potrei persino provare a corteggiarti, ma forse questo è il meglio che so fare. E poi non posso farlo, rischierei di essere io il primo a confondermi. Rischierei di dare in pasto il cuore ad un branco azzannante. E allora ricorro a queste parole che anelano silenzio. Strappala dopo averla letta, che non ne resti ricordo alcuno. Che non si senta nemmeno il rumore della carta strofinata tra l’indice e il pollice, come fosse carta moneta.
E poi chi è la Marina. Quella sempre in cornice o quella con il seno piatto. Lo so che le cose non si devono necessariamente dire. Che io a volte parlo e a volte straparlo. Nel sopportarmi hai già pagato un prezzo alto. Tu mi potrai chiedere: “serve andare oltre?” Non ho mai imparato la misura dell’amicizia. Forse è di questo che semino rovine e silenzi. Da tempo ho smesso di dire che gli strani sono gli altri; per il semplice motivo che sono io quello inadatto. Saluto la vicina. Mi scordo la bolletta da pagare. La porta aperta, o la chiave nella toppa. Se non la lascio chiusa dentro, la chiave. Ritrovo volti che ho scordato. Ho perso una quantità inimmaginabile di giorni e mi sembra di non averne più. Tu a struggerti e fuori piove. Che pianto immenso. Che spreco immane. E questa lettera che non si merita risposta. E non mi chiedere notizie di lei. Vorrei che fosse qua. E questo basta. E poi cosa vuol dire: amare?
Ci vediamo al solito bar.
Epigone

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: