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Posts Tagged ‘Samuele Bersani’

Stava scendendo lungo il sentiero per andare in paese quando la femmina della coppia di grossi rottweiler dei nuovi vicini sfuggì al controllo dei padroni e lo morse ad un braccio. Lui sorpreso reagì d’istinto spingendola lontano con una manata e quella lo affrontò ringhiando, ma fu richiamata dalla padrona che subito dopo si spese in scuse mostrandosi sbalordita poiché si trattava di una bestia solitamente tranquilla e pacifica. In verità il cane non aveva affondato i denti e si era trattato di un morso superficiale, quasi solo paura, poco più che una escoriazione, anche se lui era stato costretto a ricorrere al pronto soccorso. Gli avevano prescritto delle pasticche e applicato un cerotto e una fasciatura elastica, niente di drammatico, solo sconcerto e spavento, ma tutto era passato in fretta. Aveva evitato di denunciare il fatto e tutto sembrava finito lì.
Anche al lettore più distratto è chiaro fin dall’inizio che non staremmo qui a raccontare se la storia fosse proprio finita lì. Lui, che chiameremo Andrea, finito di prendere le pastiglie si accorse che il dolore era tornato e permaneva. La ferita continuava a sanguinare e sembrava non volersi rimarginare tanto che aveva sporcato un paio di maniche di camicie e persino le lenzuola. Per fortuna non era sul braccio che usava per ogni caso; per radersi come per scrivere. Alzò le spalle e decise che l’unica cura era la pazienza e per un po’ riempì solo di quella le sue ore. Non ricorda come e quando cominciò ad accorgersi che verso sera provava una sorta di impazienza, di male di vivere. Era un tipo nervoso e apprensivo, abituato al vizio di riflettere fin troppo sulle cose, e aveva sempre faticato a lasciarsi andare al sonno continuando a rimuginare sulle ultime cose e anche su quelle più lontane. Era preoccupato per il mutuo, la macchina avrebbe avuto bisogno del carrozziere, anzi di essere cambiata, e il lavoro, con la crisi, andava come andava, sempre peggio. Anche l’ultimo cliente di quel giorno gli aveva disdetto l’ordine. Sicuramente non era quello uno dei suoi periodi più fortunati, anche se temeva non fosse questo il modo di affrontare i problemi perché bisogna aiutarsi e se si pensa in nero la vita riserva solo dispiaceri.
Continuava a dormire poco, anzi sempre meno, e le poche ore non gli bastavano. Si sentiva sempre stanco e con gli occhi infiammati. Poi l’ansia della notte divenne sempre più inquietudine e lui pensò ad uno psicologo e all’aiuto di antidepressivi e calmanti. Una notte gli sembrò che questi ultimi stessero facendo effetto, era pervaso da uno strano e estraniante torpore, quando si alzò dal letto e, per non disturbare il sonno della moglie, scese in cucina a bere e in salotto con l’intenzione di accendere la televisione. Aveva anche bisogno di andare al bagno. Passò davanti alla finestra e guardando fuori sentì l’imperativo irresistibile di ululare alla luna senza riuscire a trattenersi. Fu solo allora che, oltre la vergogna e la speranza di non essere stato udito, tornò a pensare al morso di quel cane. Non gli pareva vero e non credeva alle legende legate alla notte eppure era stato proprio lui. Salì e la moglie continuava a dormire beata di un sogno che doveva essere confortante. Il silenzio era tornato a regnare sulla casa ed era stato solo quell’unico e stupido segnale che non gli poteva dare più di grande preoccupazione; un momento di istantanea e insensata follia. Tornò a pensare al suo lavoro e alla lampada che aveva una presa in corto circuito anche se, nonostante tutti gli sforzi, sapeva che non sarebbe riuscito a scacciare del tutto il ricordo di quel grido così raggelante.
Pur non volendolo crebbe dentro di lui la paura e cominciò a guardare il calendario e a temere le fasi lunari. Gli era sempre più difficile, nelle notti ormai insonni, trattenere gli ululati che gli tracimavano dalla gola e allora usciva e si allontanava per passeggiate notturne lungo i sentieri tra i boschi, senza meta alcuna, aspettando solo che si facesse giorno, che le prime luci dell’alba portassero con sé una ritrovata tranquillità che però restava sempre nido di angosce. Ma non poteva certo rimandare e lo svolgersi naturale degli eventi lo portò inevitabilmente alla sua prima notte di luna piena. Aveva provato per tempo a perdersi nel bosco. Non conosceva il suo corpo e non immaginava come si sarebbe potuto comportare. Temeva un po’ anche per quella donna che ancora amava.
Tutto era assurdo, oltretutto lui era da quasi sempre un vegetariano molto osservante, ma gli odori che lo circondavano erano talmente forti da provocargli quasi nausea; quando la vide lì immobile tra le radici sotto un castagno; innocua e timorosa. Si volse verso la casa dove le luci erano ancora accese ad alcune finestre. Con un balzò fu sopra la lepre e con gli artigli la dilaniò. Nonostante il disgusto e la vergogna non seppe trattenersi dal bere avidamente il suo sangue e poi divorarla golosamente, come in un incubo, e come se a fare quello non fosse lui ma un altro e lui rimanesse solo spettatore. Era convinto che si sarebbe risvegliato o che almeno al mattino non avrebbe ricordato più niente, ma non era così. I resti dell’animale erano ancora lì, dopo le prime luci dell’alba, dove lui si era spinto a cercarli, ridotti solo a pelle e ossa e due orecchie grottesche, ed era tutto ancora nitido davanti ai suoi occhi. Cominciava ad aver paura della notte. Nella confusione che si sentiva dentro avrebbe voluto chiedere aiuto ma, oltre l’imbarazzo e il turbamento, credeva non ci fosse uno specialista per il male che aveva, e se c’era forse era ormai tardi. Non aveva mai sentito né voluto credere a nulla di simile. Decise di non farne parola nemmeno con lei. Restò solo in attesa dell’approssimarsi del buio e quello arrivò inesorabilmente.
Si leccò il pelo rendendosi conto che anche tutto il suo corpo cambiava. Fuggì nel più profondo del bosco e dopo una caccia faticosa per soddisfare il suo enorme, quasi insaziabile appetito, si sentì spingere da una forza calma e appagata verso la casa. Non aveva nessuna aggressività, ma anzi cercava una sorta di comprensione per il dramma che viveva; quando era fiera restava anche uomo così come quando era uomo restava una parte di quell’animale dentro di lui. Davanti alla porta, prima ancora di poter chiedersi una ragione, si ritrovò ad uggiolare in quel verso che sembrava quasi disperato; una vera richiesta di aiuto. E continuò fino a che lei non si affacciò alla finestra e poi fu costretta a uscire dalla porta. Lui abbassò il pelo e il muso e le si avvicinò guardingo in cerca di una carezza. Appena fu a pochi passi lei brandì un grosso bastone e lo colpì violentemente sul groppone e sul grugno. Sentì il sangue colare, gli occhi riempirsi di lacrime e lo sguardo annebbiarsi e fu costretto a fuggire e ritirarsi deluso e amareggiato e sconfitto nella selva.
Tutto precipitò molto velocemente. Annusando l’aria cercò il branco senza trovarlo. Il bosco gli era sempre meno estraneo, ma lui rimaneva solo. Scoprì la tristezza e le difficoltà di quella emarginazione. La notte seguiva gli istinti inspiegabili mentre nel giorno cercava consigli e risposte che lo potessero aiutare. Lui non le aveva quelle risposte e non le poteva trovare da solo davanti alle sue stesse domande. Il suo lavoro ne risentiva e scendeva sempre meno in paese, quegli uomini erano sempre più diversi da lui e sempre più estranei. Si stava chiudendo in sé e anche con la moglie stava diventando sempre più taciturno, oramai evitava qualsiasi contatto affettivo e qualsiasi tentazione di accoppiarsi. Lei lo aveva scacciato, eppure lei non aveva mai avuto paura né avversione per nessun animale. Quando non fu più in grado di negarsi a quegli appetiti la cercò, la trovò, ma la costrinse ad un rapporto simile a quello che avevano i cani. Ne fu quasi deluso. Fu una cosa solitaria, senza baci né parole, senza guardarsi negli occhi, che non si sarebbe ripetuta o che almeno si poteva ripetere raramente.
Non che non avesse provato ad informarsi, ma tutto ciò che esisteva a riguardo erano solo romanzi e fantasie strampalate. Aveva aspettato con ansia il postino ma non gli aveva portano quello che aspettava dopo invio dei peli per le analisi. Per quanto l’avesse temuta arrivò inesorabilmente quella nuova luna piena che gli avrebbe cambiato la vita, e fu solo allora che capì. Qualcosa più forte della sua volontà lo spingeva verso il villaggio. Gli fu subito chiaro che cercava l’uomo, che aveva bisogno di un padrone, di uno qualsiasi purché un padrone. Che non si bastava più. Seppur timidamente e con fare circospetto si inoltrò in quelle vie dentro l’agglomerato di case; la coda bassa e gli occhi a terra, tutto il lui mostrava remissività. Fu quello anche il momento in cui si chiese se era più uomo o più bestia; forse l’uno e l’altro. Un uomo, poi altri uscirono dalla taverna; gli ultimi a fare tardi e ad avviarsi verso casa. Uscì dall’ombra e si avvicinò loro lentamente guaendo sottovoce, implorante. Uno di quelli esseri umani, forse il più ubriaco, si chinò, raccolse una pietra e gliela tirò. Subito gli altri lo imitarono. Lui digrignò i denti di rabbia, poi si girò e scappò verso il centro del bosco dove non avrebbero mai potuto inseguirlo. Ora sentiva chiaro l’odore del proprio sudore e della paura che aveva provato. L’uomo è un animale stupido, eppure lui, come tanti, si sarebbe accontentato di vigilare il gregge. Anche solo di poter essere servile.

Aveva provato ad avvicinare un pastore che abitava in un casolare solitario, ma il risultato era stato lo stesso: era stato cacciato malamente e aveva dovuto farlo di fretta per salvaguardare la propria incolumità messa in grave pericolo dall’uomo ignorante e violento. Il lancinante bisogno di padrone sarebbe rimasto per sempre inappagato e la sua vita di notte era destinata a rimanere esclusa dal loro mondo. Ormai ne aveva la sicurezza definitiva. Si chiese cosa l’avesse condotto a quel bisogno e senza certezza della risposta concluse che fosse la sua parte di essere umano, che sopravviveva durante la notte nel suo corpo di animale, a sentire maggiormente quella necessità. Se la sua notte non fosse stata abitata anche da rimorsi e ricordi e indignazioni sarebbe stata solo libertà e caccia. Da quella volta non si era mai più avvicinato nei pressi del borgo, ma la storia non è finita lì. Si sa che quando gli uomini sono in gruppo è allora che sono pericolosi e allo stesso modo si sa che quando non hanno che la loro insofferenza si inventano le cose più assurde, e hanno bisogno di odiare qualcuno, di nemici, di costruire una rabbia sulla quale scordare le proprie ansie.
Dopo alcuni giorni di relativa tranquillità cominciarono ad addossare alla “belva” le colpe di tutto quello che succedeva aumentando l’adrenalina di gruppo e l’odio. La loro ignoranza era un universo fatto solo di ombre dove il dubbio diventava certezza e la menzogna una verità assoluta. Questo lo avrebbe dovuto sapere da sempre, solo che a volte le cose si sanno ma non si riesce a vederle. Così circolò la voce che una ragazzina avesse incontrato quel mostro, la fiera, recandosi a cercare fragole selvatiche e se ne fosse presa un grande spavento. Quello sarebbe stato, secondo quella folla, l’ultimo di una serie di episodi intollerabile che addossavano all’animale la scomparsa di alcuni agnelli e persino di una pecora, alcune tracce di sangue che andavano sempre verso una certa direzione per addentrarsi nel folto della boscaglia, la zuffa con i cani da caccia dell’arrotino che li aveva lasciati sanguinanti e impauriti e altre stupidaggini simili.
Lui non si sentiva certo colpevole della sua vita da bestia, era normale che seguisse l’istinto, e poi non tutto quello di cui l’accusavano era vero, soprattutto la storia della bambina: di giorno lui tornava alla sua casa e al suo lavoro. La noia montava ed è nei momenti più improbabili che nascono all’improvviso le idee più assurde. Nessuno avrebbe più ricordato chi per primo aveva avuto quell’alzata di ingegno ma si fece presto a far montare la violenza e la sete di vendetta del gruppo. Tutti gli uomini e qualche donna decisero di dividersi in bande e dar la caccia al nemico armati di tutto punto. Naturalmente i giorni passavano senza altro risultato che calpestare il bosco, sradicare cespugli e creare nuovi sentieri che portavano a nulla. Poi un’altra voce anonima si alzò dall’anonimato col sospetto che se quel lupo era quasi sempre stato avvistato di notte avesse per il giorno un rifugio sicuro. Fu così che si decise che quelle battute dovevano cominciare sul far della sera, e quando l’assassino si fa folla allora non c’è più razionalità e soprattutto non c’è scampo per nessuno. Vi furono vari feriti per errore, non sempre involontario, per distrazione e paura o da fuoco amico ma alla fine, con grande giubilò il mostro fu abbattuto. Naturalmente nessuno poteva avere il sospetto che con la bestia era stato accoppato anche l’uomo.
Chi lo avesse veramente ucciso non era stato dato sapere perché poi al grido di vittoria tutti erano accorsi e tutti avevano voluto sparare sui resti della fiera ormai già morta. Quando trascinarono il trofeo di quelle povere spoglie in paese ciò che rimaneva era solo un ammasso informe e sanguinolento che faceva orrore e ribrezzo. Naturalmente i giornalisti, come sempre, riuscirono a fare anche di peggio. Poi, in una delle tante notti di festeggiamenti e vino, il timido bibliotecario ammise di essere stato lui ad abbatterlo, ma nessuno, naturalmente, gli volle credere perché tutti se ne volevano prendere il merito. Ciò che appare degno di nota è che lui però raccontò la storia in modo singolare: dopo averlo scovato che tremava dietro un rovo era stato lo stesso animale ad andare verso di lui. Non aveva un’aria feroce, anzi aveva occhi mansueti che parevano implorare la sua pietà e allo stesso tempo sembravano pregarlo, come di una grazia, di far finire quel supplizio. Era stato come se quella bestia gli avesse chiesto lei stessa di togliergli la vita.
Tornando a casa qualcuno notò i cani dell’arrotino azzuffarsi tra loro. Giorni dopo la stessa ragazzina raccontò che non aveva potuto raggiungere la scuola per essere stata rapita per qualche ora da un gigante con quattro mani enormi e i piedi di balsa. Fu anche ritrovata una delle pecore che erano state divorate. Viene il sospetto che la moglie, se non aveva capito, avesse almeno intuito, se non altro, una parte di verità, eppure lei aveva denunciato la scomparsa del marito. Poi la vita del borgo era tornata alla normalità del suo nulla. Da allora pare non sia stato più avvistato un solo lupo libero in tutta la regione.

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Foto di Samuele BersaniCara mica di penna e di vita
per quanto ci siamo detti al di fuori e al di dentro di qua aggiungo ancora una canzone di Samuele Bersani. Spero ti piaccia e di far piacere a chi passa come fa piacere a me riascoltarla, questa: Giudizi universali.

Foto di Enzo JannacciIn coda aggiungo come Post Scriptum 6 minuti all’alba di Enzo Jannacci che avevo già inserito in questo vecchio post del 7 agosto 2008 dal titolo: Guerra e miseria. Il post comprendeva anche l’altra canzone di Jannacci di cui abbiamo parlato: Soldato Nencini.

Samuele Bersani: Giudizi universali

Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza
complicare il pane
ci si spalma sopra un bel giretto di parole vuote ma doppiate
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo
taglia bene l’aquilone, togli la ragione e lasciami sognare, lasciami
sognare in pace
Liberi com’eravamo ieri, dei centimetri di libri sotto i piedi
per tirare la maniglia della porta e andare fuori come Mastroianni
anni fa,
come la voce guida la pubblicità
ci sono stati dei momenti intensi ma li ho persi già
Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza
calpestare il cuore
ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi come sulle aiuole
Leviamo via il tappeto e poi mettiamoci dei pattini
per scivolare meglio sopra l’odio
Torre di controllo, aiuto, sto finendo l’aria dentro al serbatoio
Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c’è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più…
Vuoti di memoria, non c’è posto per tenere insieme tutte le
puntate di una storia
piccolissimo particolare, ti ho perduto senza cattiveria
Mangiati le bolle di sapone intorno al mondo e quando dormo
taglia bene l’aquilone
togli la ragione e lasciami sognare, lasciami sognare in pace
Libero com’ero stato ieri ho dei centimetri di cielo sotto ai piedi
adesso tiro la maniglia della porta e vado fuori
come Mastroianni anni fa, sono una nuvola, fra poco pioverà
e non c’è niente che mi sposta o vento che mi sposterà
Potrei ma non voglio fidarmi di te
io non ti conosco e in fondo non c’è
in quello che dici qualcosa che pensi
sei solo la copia di mille riassunti
Leggera leggera si bagna la fiamma
rimane la cera e non ci sei più, non ci sei più, non ci sei.

P.S.


Sei minuti all’alba: el gh’è gnanca ciàr
sei minuti all’alba: il prete è pronto già;
l’è giamò mess’ura ch’el va dree a parlà…
glie l’ho detto: “Padre, debún, mi hoo giamò pregà!”
Nella cella accanto cantenn ‘na cansún…
sì, ma non è il momento! Onn pu d’educasiún!
Mi anca piangiaria, il groppo è pronto già.
Piangere. Doaccordo, perchè m’hann de fucilà:
Vott setémber sunt scapaa, ho finì de faa el suldaa.
Al paìs mi sunt turnà: “disertore” m’hann ciamaa!
De sul treno caregà, n’altra volta sunt scapaa:
in montagna sono andato, ma l’altrier
coi ribelli m’hann ciapaa!
Entra un ufficiale; m’offre da fümà…
“Grazie, ma non fumo prima di mangià”
Fa la faccia offesa… mi tocca di accettar.
Le manette ai polsi son già… e quei là vann dree a cantà!
E strascino i piedi, e mi sento mal…
sei minuti all’alba! Dio, cume l’è ciàr!
Tocca farsi forza: ci vuole un bel final!
Dai, allunga il passo, perchè ci vuole dignità!
Vott setémber sunt scapaa, ho finì de faa el suldaa.
Al paìs mi sunt turnà: “disertore” m’hann ciamaa!
De sul treno caregà, n’altra volta sunt scapaa:
in montagna sono andato, ma l’altrier
coi ribelli m’hann ciapaa!

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Foto pensierosa di Samuele BersaniLo avevo promesso a Lei e le promesse non sono mai minacce vane. Così, per ricordarLe e ricordare un paio di cantautori relativamente recenti che Le erano sfuggiti, col dubbio che altri della nostra generazione siano stati distratti e se li siano lasciati scappare, posto un’altra delle cose del nostro Samuele Bersani ed esattamente Il mostro. Bersani è un artista che ha saputo ricavarsi un suo spazio di qualità proponendo una musica che solo al primo ascolto sembra spensierata. Perrfarla breve accennerò solo ad alcune cose per rendere omaggio all’autore: Nel 2000 Bersani riceve la Targa Tenco per “L’Oroscopo Speciale” riconosciuto come Miglior Album Dell’Anno. Nel 2003 ottiene ben due targhe Tenco (miglior album dell’anno e miglior canzone con “Cattiva”). Il 21 luglio 2007 Samuele Bersani è stato insignito del premio Amnesty International per il brano “Occhiali rotti”, come miglior canzone riguardante i diritti umani. Per averne più notizie rimando a qui dove potrete trovare una biografia più completa ma comunque non mancano certo informazioni sul cantautore, che ha anche un suo sito ufficiale e una pagina in Wikipedia) e sono facili da reperire in rete. Il brano qui proposto (possiamo mettere solo il link grazie alle nuove scelte in Youtube e di WordPress) è del 1991, anno in cui lo stesso Bersani lo presenta, invitato da Lucio Dalla, durante “Cambio Tour”, dove si esibisce in apertura di ogni concerto. In questo contesto Samuele propone il proprio brano incentrato sul tema dell’incomunicabilità e sulla storia di un mostro peloso a sei zampe, prima inseguito morbosamente da stampa e comunità scientifica e infine ucciso brutalmente.

Ecco spuntare da un mondo lontano l’ultimo mostro peloso e gigante
l’unico esempio rimasto di mostro a sei zampe
Quanto mi piace vederlo passare, cosa farei per poterlo toccare
io cosa farei…
Dicono che sia capace di uccidere un uomo
non per difendersi, solo perché non è buono
Dicono loro che sono scienziati affermati
classe di uomini scelti e di gente sicura
Ma l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura…
E’ alla ricerca di un posto lontano dal male
certo una grotta in un bosco sarebbe ideale
ma l’unico posto tranquillo è quel vecchio cortile
l’unico spazio che c’è per un grande animale
Dicono “Siamo in diretta…” lo scoop è servito
“…questa è la tana del mostro, l’abbiamo seguito”
Dicono loro che sono cronisti d’assalto
classe di uomini scelti di gente sicura
Ma l’unica cosa evidente
l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura…
Basta passare la voce che il mostro è cattivo
poi aspettare un minuto e un esercito arriva
bombe e fucili ci siamo, l’attacco è totale
gruppi speciali circondano il vecchio cortile
Dicono che sono pronti a sparare sul mostro
“Lo prenderemo sia vivo che morto sul posto !”
Dicono loro che sono soldati d’azione
classe di uomini scelti e di gente sicura
ma l’unica cosa evidente è che il mostro ha paura
il mostro ha paura…
Vorrebbe farsi un letargo e prova a chiudere gli occhi
ma lui sa che il letargo viene solo d’inverno
riapre gli occhi sul mondo, questo mondo di mostri
che hanno solo due zampe ma sono molto più mostri
Gli resta solo una cosa
chiamare il suo mondo lontano
lo fa con tutto il suo fiato, ma sempre più piano…
Vorrei poterlo salvare, portarlo via con un treno
lasciarlo dopo la pioggia, là sotto l’arcobaleno…

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Forse non ci sono canzoni belle e canzoni brutte. Certo ci sono canzoni per tutti. E canzoni per ogni momento. Si stava lavorando. Meglio, si stava seguendo i lavori. Un po’ prigionieri del sogno e un po’ rapiti dallo stesso. Il tempo era buono. Il mare bello ma freddo. Palmarola davanti a noi. E noi , senza i bambini sperduti, nell’isola che non c’è. Intanto la musica andava. C’è molta musica nelle nostre giornate; nella nostra vita, ma mai abbastanza. Cosa saremmo senza? Certo diversi. Noi ragazzi del 68. Nati assieme al vinile. In quel momento mandarono una canzone di Samuele Bersani. Non questa. Lei non lo aveva mai sentito. Come il cantautore successivo. Dov’eri? Le ho promesso che avrei postato per Lei alcune cose carine. Se la memoria non mi tradisce cerco di mantenere le promesse. Ed eccoci qua. Con un andamento leggero, accattivante, e una storia tutt’altro. In fondo questo spazio sta assomigliando sempre più ad un dialogo. Se la ascoltiamo assieme non è più tanto privato. E l’isola prende il volo. Sembra una nave. Le vele tese e spinte da una brezza.
Samuele Bersani (Chicco e Spillo) con Emergency – Il mondo che vogliamo

Chicco ha una cicatrice sulla faccia
sta con suo fratello che si fa chiamare Spillo
e sanno già sparare come dei cowboy
Chicco prova al sole di scaldarsi l cucchiaino
Spillo sta rubando un altro motorino
il maresciallo guarda l’Italia dentro un bar
Vecchi materassi, copertoni, lavandini, cessi rotti
cazzi disegnati sul palazzo del cornuto
gli africani alla stazione, l’avvocato del barbiere
ancora un altro film di Alberto Sordi alla televisione
Chicco è a casa con la faccia sulla radio
che trasmette la rubrica dei consigli
e lui vorrebbe chiedere come si fa
a fare una rapina in una banca
e a scappare senza che si slaccino le scarpe
e andare dove non c’è mai nessuno che ti sputa contro
e ti vuol mettere nei guai
Tubi di cemento, scatoloni, pannolini
sacchi d’immondizia messi come pali dai bambini
l’ambulanza della Croce Rossa, c’è qualcuno che sta male
il prete prepara la chiesa per il funerale
Spillo ha chiuso la felicità in un fazzoletto
ma si è seccata in un secondo benedetto
“Pronto chi parla?”
“Sono Chicco, vieni qua, che questa volta è proprio quella buona,
basta un cacciavite per entrare in paradiso…”
“Un cacciavite?!? Aspettami, che arrivo…
prendo il motorino e in un minuto sono lì”
“Ma ti rendi conto quanti sono questi soldi
e come è stato facile rubarli?
Finalmente ci possiamo comperare quello che ci pare,
spiegami perché non parli…”
“Lascia stare, sta un po’ zitto, non ho voglia di parlare,
manca poco, abbiam finito e andiamo via…
Scappa, presto non fermarti, corri – cazzo – non voltarti
la sirena è quella della polizia…”
Chicco e Spillo saltano come due gatti sulla sella
e schizzano tuttamanetta
“Figli di puttana! Non ci prenderete mai!”
“Guarda che casino, guarda dove vai a finire, ho anche freddo
e ho paura di morire: STAI ATTENTO! STAI ATTENTO!
FRENA! CIAO!

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