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Qui il 24 novembre 217 si è tenuto il Nazra Palestine short film festival
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era il

Mesahal Cultural Center – Gaza City

e sembrava un posto normale dove potersi sentire normali.

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Questo è ciò che ne resta dopo i bombardamenti israeliani:

Mi mancano altre parole, semplicemente mi sanguina il cuore.
da Auschwitz di Francesco Guccini

…Ancora tuona il cannone, ancora non è contenta
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento
e ancora ci porta il vento…

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Sabato 13 febbraio dalle ore 18:00
VENEZIA
Scoletta dei Calegheri
Campo San Tomà, S.Poloincontro con:
Nurit Peled-Elhanan (premio Sacharov 2001)
Luisa Morgantini (già Vicepresidente Parlamento Europeo)
Margot Galante Garrone, canterà Ninna Nanna per Gaza
e canzoni di pacea cura di:
Restiamo umani con Vik
Assopace Palestina
Edizioni GruppoAbele
Coordinamento per il Medio-Oriente

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Nurit Peled-Elhanan,
insegna presso la facoltà di scienze dell’educazione linguistica dell’Università ebraica di Gerusalemme. Nel 2001 il Parlamento europeo le ha conferito il Premio Sacharov per la libertà di pensiero e i diritti umani.

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Luisa Morgantini,
presidente di Assopace Palestina, è stata la prima donna eletta nella segreteria della FLM di Milano. Parlamentare europea nel 1999 e riconfermata nel 2004 come indipendente. È tra le fondatrici della rete internazionale delle Donne in nero contro la guerra e la violenza, è inoltre nel coordinamento nazionale dell’Associazione per la pace. Ha ricevuto il premio per la pace delle donne in nero israeliane e il premio Colombe d’Oro per la Pace di Archivio disarmo. E’ tra le 1000 donne nel mondo che sono state candidate al Premio Nobel per la pace.

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Margot Galante Garrone,
è stata tra gli esponenti di spicco del gruppo di Cantacronache con cui ha inciso le prime canzoni di cui è autrice, oltre a riproporre le canzoni folk e popolari. Nel 1987 fonda il Gran Teatrino La Fede delle Femmine insieme a Leda Bognolo, Paola Pilla e a Margherita Beato, con cui realizza spettacoli di marionette costruite da loro stesse.

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2. Non certo un signore. Anzi è stato uno stronzo. Nemmeno dopo. Neanche una parola. Zero. E pensare che io… ero solo una bambina. E puoi come fai? Come puoi immaginare? Uno che ne ha più di tuo padre. Che l’hai anche visto. Che ha una macchina così. Che ha il figlio nella tua classe. Che ha una moglie. Anche bella, la moglie. Insomma. Una moglie. Paiono tutte uguali. E a quell’età sembrano tutte vecchie. Per me. Ma una signora che sembra per bene. Non di quelle. Fosse stato diverso… me ne sarei anche potuta innamorare. Un po’ ci avevo pensato. Chi non sogna la grande avventura? a quell’età? L’uomo grande? Maturo? Invece: niente. Nemmeno mi ha chiesto il nome. E non era nemmeno… come dire? maturo. Forse lo sapeva. Ma tu mi conosci. Speravo meglio. Speravo mi chiedesse qualcosa. Mi lasciasse un numero. Un recapito. Un altro appuntamento. Come una stupida. Pensavo potesse essere un inizio. Certo non è una cosa da ragazzini. Ma con quello adulto ti sembra di essere arrivata. Ti metti le cose in testa. Ti senti figa. E mi sentivo in cielo. Lui con me. Io la sua donna. Struggevo già al pensiero del segreto. Del nascondersi. Del mentire. Insomma mi ero fatta le storie. Ci avevo già visti. Un albergo. Una stanza a ore. Da un amico. A cercarsi continuamente,. A frugare nei momenti. Le bugie. Le sue. Le mie. L’invidia delle amiche. Le ore brevi. I minuti intensi. Io ad rodermi del tempo che non era mio. Che era dell’altra. Della moglie. Di quella puttana. Un mazzo di rose per farsi perdonare. Il regalino ogni tanto. E tutto il tempo ad aspettare. Anche una sola telefonata. E il sospiro perché ne valeva la pena. Perché mi avrebbe fatto capire tutto. Che tutto valeva la pana per quei momenti. Ogni sacrificio. Stupida. Niente. Ti dico: niente. Non s’è fatto più sentire. E quando gli ho telefonato è stato anche sorpreso.
Ciao sono Jessika”.
No! sei una troia”.
E tu un coglione”.
Non ci ho tempo. Che vuoi”?
Ho tredici anni”.
E’ per questo che dovresti stare più attenta”.
Sei coglione e anche troppo stronzo. Stai ad ascoltare me”.
Che c’è”?
Certo che… non ci si può fidare più di nessuno. Conosci Amos? No! non puoi. Insomma; è uno della quinta. Un po’ mi fa il filo”.
Lo racconti a me? E allora”?
Era dietro. In motorino”.
Cosa vuoi dire”?
Lo fai o ci sei? Cosa sei: rimba? Era dietro. Quella mattina. Col motorino. Manco te ne sei accorto; vero? Così a sognare la tua libido. Con la ragazzina. La polastrella”.
E allora”?
Mi hai preso proprio per una che viene dal paese? Ha fatto qualche scatto. Foto d’arte. Sei venuto bene. Se le vuoi vedere sono cinquecento. Una cosa tra amici”.
Sì! tesoro. Sono un coglione”.

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1. La prima volta non è stata neanche granché. Nemmeno so se si può chiamare una prima. Non so se dirtelo. E’ stato in macchina. Scomodi che non si può. Lui era molto più grande di me. Mi piaceva perché aveva quella macchina. E mi ha dato un passaggio per tornare da scuola. Pareva mio zio. Invece era il padre di un compagno. Non fa molta differenza. Avrei potuto comunque chiamarlo zio. Il suo era ripetente. Uno che stava nel banco dietro a me. Lo dovevo capire. Lui non c’era quella mattina. Voglio dire il figlio. Il padre invece era ad aspettarlo. Alla porta della scuola. Che ne potevo sapere. Pensi possa essere chiamata una prima? In realtà non è che l’ho voluto. Non ci ho pensato proprio. Giuro. Però mi stava bene il passaggio. Non potevo credere guardasse proprio me. Mi aveva detto che era di strada. Non ho mai molto legato col figlio. Non so. Solo non mi andava. Un cretino. Non capiva nemmeno se gliela sbattevi sotto il naso. Una nullità; ti dico. Uno di quelli che se le cercano. Comunque abitava nel mio stesso quartiere. Insomma son salita. Proprio io. Forse avrà sentito qualche stronzata da qualche cretino. Avevo un po’ di scaga. Non ridere. Mi son anche detta: non è cheMagari m’ha presa per una troia. Ero proprio una bambina. Un paio d’anni fa. Ma un paio è un sacco di tempo. Mica ero come ora. Dico: Zero! Non c’è stato molto. Non posso dire sia stato pazzesco. Fantasia zero. Affettività meno uno. Gentilezza, non pervenuta. Il tempo: nuvoloso ma non troppo. Nemmeno una cosa carina. Neanche dopo. A pensarci: come una partita di calcio di cui sai già il risultato. Indifferente. Insomma, mi è successo. Non è mai come lo raccontano. Come lo sogni. Comunque la macchina era proprio bella. Gliel’ho anche detto: “Figa ‘sta macchina”. Lui ha chiuso la porta ed è partito. Faceva caso solo alla strada. Manco mi cagava. Scusa se te lo dico: anche la musica era pessima. Hai presente? Poi ha accostato. Nemmeno tanto fuori. Mi chiedevo “Che vuole; questo”? Ti dico, io niente. Cose sentite. Non ero certa di sapere come funzionava. Un po’ ce ne avevo. Temevo ci vedessero. Ti dico: il traffico mi faceva perdere la concentrazione. La macchina tremava. Per quello ho fatto più in fretta. Non ci siamo detti molto. E durante anche fumava. Dentro. Proprio nessuna gentilezza. Solo quattro parole. Le ricordo ancora come ora. E lo sento dire: “Vieni qui”!
Perché”?
Abbassati”!
Che vuoi”?
Un pompino”.
Attimo di silenzio.
Bastava dirlo”.
L’ho detto”.
Silenzio.
Mi vuoi nuda”?
Non importa”.
Niente, ti dico. Nemmeno mi è piaciuto; molto. Certo che non ci si può fidare più proprio di nessuno.

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adesivo FLC CGIL: io aderisco sciopero generale 6 maggio 2011Io oggi sono in sciopero. Le ragioni sono nel volantino in formato PDF al link qui sotto. Se le ragioni non sono bastanti ne possiamo trovare a uffà; quante ne vogliamo.
6maggio venezia

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Era seduto sui gradini e finalmente stava riprendendo colore e ritrovando il ritmo normale del suo respiro. Ormai era solo leggermente preda di quell’affanno. Tutto stava passando. La prova era stata superata o quasi. Si poteva dire al sicuro o quasi. Ancora qualche minuto. Poi, ritrovato completamente il ritmo del suo cuore, si sarebbe avviato verso il ritorno. E se tutto fosse finito bene gli avrebbe fatto vedere. Lui che si era sempre sentito goffo e, senza alcun dubbio, lo era. Si chiedeva ancora perché avesse scelto proprio quello. Più che farlo scivolare nello zaino l’aveva infilato a forza. Era certo che non si potesse non notare quell’enorme rigonfiamento. Come era certo che non si potesse non aver notato l’impacciato lavorio che aveva dovuto eseguire per infilarcelo dentro cercando di mostrarsi disinvolto.
Si era sentito morire. Soffocare. Le forze gli mancavano. Si era aspettato le peggiori cose. Di non poter superare l’uscita. Di sentire suonare un campanello. Di essere richiamato da una voce. Di sentirsi afferrare all’improvviso al braccio. Qualcosa come “Dove pensi di andare”? Oppure “Cos’hai lì dentro, mi fai vedere”? Oppure “Credi che non ti abbia visto”? O ancora “Sei solo un piccolo ladro”. Se le gridava da solo nella testa tutte quelle terribili frasi che temeva e che lo incolpavano. Non era successo nulla. Eppure era incapace di quelle cose. La sua fronte era grondante di sudore. Le ascelle odoravano per il nervosismo che non riusciva a controllare. Le sue mani tremavano. Portò le dita al naso. Continuavano a tremare ancora mentre si puliva gli occhiali. Gli sembrava già arrivato l’estate anche se faceva ancora piuttosto freddo. L’appuntamento era al solito bar dal Pirata. Ma le gambe erano ancora molli. E si guardava ancora intorno con sospetto. E col timore che gli si potesse leggere in viso. E nei pensieri.
Perché proprio quello? Perché se l’era trovato davanti. In realtà non era interessato ai libri. Né a quello né a nessun altro. Nemmeno a quelli di scuola. Tanto meno a quelli. Anzi la scuola per lui era una sorta di immeritato castigo. Una sofferenza. Un suplizio. Una tortura. Stare dentro era essere rinchiuso in una prigione. E lo era ancor più quando si trovava davanti a tutti i compagni; interrogato. E forse era anche per questo che i suoi risultati erano sempre stati mediocri. I suoi dicevano che era perché si applicava poco. Che colpa ne aveva se faticava a memorizzare? Cioè se faceva fatica? Insomma la scuola non era per lui. Tanto avrebbe fatto il meccanico. Con i suoi voti c’era il rischio di dover tornare a settembre se non di dover ripetere quella maledetta prima media. E lo aveva scelto, quel libro, anche proprio perché era il più grosso. Nella fretta non ne aveva nemmeno letto il titolo, non avrebbe cambiato nulla. L’aveva preso e basta. Era monumentale e questo era sufficiente. Per quanto gli interessava poteva anche gettarlo in una cassetta per la posta. No! forse lì non c’entrava. Dentro la porta della prima chiesa. In un cassonetto. Liberarsene. E forse l’avrebbe fatto. Ma non prima di farlo vedere a quegli stronzi. Non aveva fatto quella fatica per niente. Avrebbe mostrato ai compagni che non solo non era un incapace, ma che anzi era anche migliore di loro. Era il più grosso e perciò la preda più difficile.
Non aveva mai rubato. Non lo avrebbe fatto. Perché allora? Per non sentirsi diverso. Perché avrebbero continuato a prendersi gioco di lui. Perché avrebbero seguitato a dire che lui era una donnicciola. Un fifone. Un vigliacco. E lui non voleva essere un vigliacco. Essere messo da parte. Essere invitato a starsene con le ragazzine. Voleva essere come gli altri. Voleva andare anche lui ai compleanni degli amici. Che lo rispettassero. Ma aveva avuto paura. Non l’avrebbe confidato a nessuno ma aveva avuto paura. E la paura è una gran brutta bestia. Ma sentiva dentro qualcosa di strano. Si sentiva ancora scosso. Anche un poco in rimorso. Se avesse potuto sarebbe tornato per pagarlo. Non aveva i soldi. Non poteva farlo. Non era la stessa cosa prenderlo e poi andare a pagarlo. O forse sì? E poi cosa avrebbe detto la cassiera? Comunque non ne aveva i soldi. Certo avrebbe potuto chiederli. E si sentiva anche orgoglioso. Aveva superato la prova. C’era riuscito.
Se l’avessero preso cosa avrebbe raccontato a casa? Spiando intorno sbirciò nello zaino senza particolare interesse. Senza farlo uscire lesse la copertina. Poteva intitolarsi in qualsiasi modo o Mondo senza fine quel maledetto libro. Poteva parlare di qualsiasi argomento. Per quando ne sapeva poteva essere uno stupido libro di matematica. O di geografia. Era ancora solo un libro. Un grosso e stupido libro. Poteva essere anche un libro di tutte pagine bianche rilegate. Il peso, il volume delle pagine era impressionante. Gli sembrava sciocco ma gli venne naturale pensarlo: non credeva esistessero in tutto l’universo talmente tante parole da poter riempire un libro come quello. Poi pensò che dentro molte parole erano ripetute. Comparivano più volte. Per questo il numero complessivo era minore. Gli sembrarono comunque tante. Certo più di quelle che conosceva. Ma esisteva in tutto il mondo qualcuno che potesse conoscere tutte quelle parole? Non sapeva ancora come e quanto quel libro avrebbe cambiato tutta la sua vita.

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La madre bella

Il professore Dal Colio aveva ancora un aspetto giovanile; cinquanta, veramente cinquantadue, tre tra poco più d’un mese, ma portati bene; era cioè, a suo parere, di bell’aspetto cioè belloccio o almeno interessante. Quel giorno l’avrebbe rivista. Si sorrise soddisfatto e mise ancora un po’ di dopobarba e salutò la moglie. Lei fece distrattamente caso alla cura che quel mattino aveva prestato a sé. Quel giorno l’avrebbe rivista all’incontro con i genitori. L’importante era incontrarla per ultima così da poterle parlare con calma. Sembrava sempre due spanne più su ma benedetta donna doveva capire che sua figlia faceva proprio fatica. Quella ragazzina era tutta sua madre e già si faceva guardare; e non solo guardare. Ma doveva saperlo anche lei, una donna come lei, che un po’ di gentilezza non guasta. Imparasse dalla figlia che una sufficienza sapeva come procurarsela.

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