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Posts Tagged ‘Se perdo te’

acrilico e tecnica mista su cartone telatoIo… Lei basta sdolcinature, basta rimpianti. Abbracciati avevamo bisogno di una nuova canzone. Non è mai stata la musica a mancare nella nostra vita. E allora… mi ripeto:
Gino Paoli: Averti addosso [Audio http://se.mario2.googlepages.com/Avertiaddosso.mp3%5D

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notte
Un post sulla notte. Ci sono notti e notti. Ci sono le notti del Liga. Ci sono le notti di Adamo. Ci sono una infinità di notti. Una per ogni bisogno. Certo c’è quello strano timore per il buio. A volte la paura. Che ti segue da quanto ancora non avevi la ragione. Da quando eri piccino. Accendevi la luce. Nascondevi gli occhi sotto le coperte. Trattenevi il respiro. Il buio è quello che non conosci. Che non puoi nè vedere nè controllare. Ma c’è qualcosa di più. E’ come se dietro l’ombra si nascondesse l’avventura. Sei attento. Tutti i sensi all’erta. E c’è quella cosa che credevi legata all’età. Solo all’età. Come una specie di impazienza. Di resistenza. E allora ti senti vivo. Più vivo che mai. Io ne ho vissuto tante di notti. A volte sono tentato di pensare troppe. Ne sono pieni i ricordi. Nessuno di quelli ricorda vivido il volto di Lei. Proprio Lei.
Lei non aveva quella libertà. Ma questo è argomento diverso. Quando sei giovane ti sembra di non capirli i grandi. Poi scopri che non c’era niente da capire. Che non si possono capire. Non avremmo voluto diventarlo mai, grandi. A raccontarlo oggi sembra incredibile quel nostro essere giovani. Lei non aveva quelle libertà che oggi si concedono anche ad un bambino. Io avrei potuto studiare ma era chiaro: a cosa serviva lo studio al figlio di un operaio. Operaio ero destinato a diventare. E nient’altro. Almeno questo non è andato così. Figuriamoci per una ragazza. Tanto la donna è destinata a sposarsi. Deve aiutare in casa. Ed è sempre un’altra donna a condannarti. Una mamma. Probabilmente solo per eseguire gli ordini di un padre-padrone. Ma quello non parlava, ordinava. E parlava anche troppo con le mani. Ed erano mani ruvide e pesanti, per lei. E c’era anche la cinghia, quasi non bastasse. E doveva essere a casa prima ancora che la notte avesse inizio.
Probabilmente, si dovrebbe chiederglielo, ci invidiava. Quando la sua giornata finiva per noi ragazzi era solo l’inizio. Sembrava che solo dopo cominciasse il divertimento. Non parliamo delle chiacchiere lasciate per le calli. Di quell’affannoso andare ad inseguire qualcosa che non si raggiungeva mai. Delle enormi bevute premessa di un’altra euforia indotta. A dirla tutta poteva finire male, cioè peggio. Ci vuole sempre un po’ di fortuna per essere ragazzi. Per poterla poi raccontare. Ed era vero che non c’era città migliore per vivere la notte della nostra città, Venezia. Con lei ricordo solo una notte dell’ultimo dell’anno. Finiva il sessantasette e poi aveva cominciato quello che avremmo scoperto diventare il sessantotto. Ma quella non vale. Poi c’erano le notti del sabato in cui doveva, ripeto doveva, andare a consegnare le schedine del totocalcio. Ne ricordo vagamente una. C’era Giovanni. Quello c’era sempre. Di quel periodo non ricordo una notte non finita ad aspettare il mattino con lui e la sua voce. C’eravamo io, Giovanni e Rossana, in quel sabato. Magari sono stati più di uno. Me ne resta solo un piccolissimo ricordo vago. Quasi solo una percezione, una sensazione. Una piazza San Marco con lei. Un’immagine che è rimasta solo proprio perché insolita. Sempre per quei strani giochi della memoria.
Che lei invidiasse un po’ la nostra libertà mi appare normale. Non ne fece mai cenno. Io ho sempre avuto molta libertà. Quando non mi è stata data me la sono presa. Anche troppa. Qualcuno non può più raccontarla per altrettanta libertà. Mi ha salvato una corsa improvvisa in ospedale. Pensavo che il mondo era lì, che aspettava di essere conquistato da me. E da quelli come me. Che dopo un’avventura me ne aspettava un’altra e un’altra ancora. Sì! sentivamo che stavamo cambiando il mondo. Certamente cambiavamo noi. O ci provavamo.
Ma poi lei è rimasta solo un ricordo. Come quello di quegli anni. Della mia giovinezza. Mi ha lasciato solo una canzone; sempre quella. Ma parlavamo della notte. Non so per gli altri ma per me è rimasto quasi tutto uguale. Col tempo quell’ansia se n’è a tratti andata. Oggi ho ritrovato Lei. Lei e una vita di ricordi. Venezia. Oggi che possiamo. E oggi ne abbiamo attraversato di notti. Assieme. Alcune anche prive di qualsiasi angoscia. Altre talmente piene di noi da lasciarci sorpresi, esterrefatti, senza fiato, distratti. Oggi che la sento lì vicina, dormirmi a fianco, mi scopro a sorriderle anche nel sonno. E quel sonno è certamente meno agitato. A tratti sento (o temo?) di esserne guarito. Poi all’improvviso quell’impossibilità di stare fermo, di dormire e abbandonarsi, di rinunciare mi riprende. Quella smania. Ma sono solo certe notti. Mi ritrova a girare la casa senza pace. A lottare con quella smania di vivere. E a rivivere ricordi e avventure. Non posso farci niente. Non posso ribellarmi. Parlo ai miei fantasmi. Abbraccio gli amici perduti. Cerco la strada. Perché la notte è la mia stanza ideale in cui vivere. E… c’è solo la strada su cui puoi contare. E c’è una band a suonare il nostro concerto. E un bicchiere di vino sempre pronto e sempre pieno.

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Cara Rossana
bustaOra come allora. Lettere che si inseguono. Che ci cercano. Questo siamo stati. Questo siamo ora. Ah! Le nostre canzoni. E anche quelle che non lo sono mai stateInutile spiegare a noi. Proprio a noiInutili le domande che chiedono e non vogliono risposte. E quelle che nemmeno chiedono. Inutili i giochi col tempo. Quelle carte della cabala. Il tempo non parla. Il tempo non insegna. Il tempo. E le sue cose. C’era un tempo. C’è sempre un tempo. E ti dici che non può essere più. E sai già che sarà ancora lo stesso. Perché non c’è un tempo che insegni. Né un tempo che ci difenda da noi. Il tempo è immobile mentre trascorre. Allora. Perché parlare ancora di allora? Perché noi siamo di quella materia e di quel passato. Perché pensiamo di venire da una qualche parte. Di avere un destino. Di andare in qualche luogo. Non accettiamo. Non ci rendiamo conto di essere immobili. Forse siamo solo delle pagine di un libro già scritto. Com’eravamo? Forse siamo solo noi capaci e incapaci di tradire noi stessi. E non ho bisogno di altri dubbi. So solo quello che sono. Che credo. Ora. Adesso. E più spesso siamo noi a non poter decidere. Così io non potevo non partire. Allora. «Non andare via». E la canzone, quella canzone, lo gridava con noi. Per noi. Dentro di noi. Ed era troppo presto. Doloroso e troppo presto. Doloroso di quel dolore che non si cancella. Doloroso in un abbraccio. Che ancora soffoca. Doloroso che nemmeno quell’abbraccio lo poteva lenire. Doloroso senza un vero addio. E tutto stava finendo. Si stava lentamente consumando. Ammalando. Un mondo intero. Si stava corrompendo. Lacrime le lacrime che annegavano i sogni. Che toglievano la luce. Che ci raccontavano oltre a quello che il pudore permetteva. Nel dolore. Nel pianto. Oltre ogni barriera. Più di quanto noi avremmo voluto. E testardi non volevamo mostrarle, quelle lacrime. Le abbiamo pagate. E abbiamo pagato la nostra ignoranza. E la nostra arroganza. Dove tutto si paga. Nel silenzio. Nel vuoto. Ancora. E ancora.
E poi una vita si può raccontare in una infinità di modi. Dire “non sapevo”. Fingere di non aver saputo. O semplicemente di non voler capire. Leggere i minuti da soli. Dialogare di niente. Cercare un alibi. Perché siamo solo distratti viandanti. E non abbiamo mai smesso di parlarci. Nemmeno quando lo facevamo nel silenzio. Non certo quando il dolore si cangiava di rabbia. Non quando ancora potevamo guardarci negli occhi. Non quando il suono di ogni parola si tingeva in una offesa. Suonava di rancore. Ci strappava la pelle a brandelli. La mia rabbia. Il tuo torto. Il torto di aver creduto. Creduto troppo. Di esserti lasciata ingannare. E non volerlo ammettere. Tradire lentamente. Di piccoli frammenti quasi insignificanti. Di sillabe. Di ammiccamenti. Di false promesse. Di promesse nemmeno promesse. Non dette. Di dubbio. Di dubbi insinuati. Mal riposti. Riscritti. Riportati. Semplici dubbi che si fanno corrosivi. Che non ti aspetti. Non in quelle labbra. Che diventano architettura. Timore. Poi paura. Bisogno. Gran brutto male la solitudine. Gran brutta compagna. E i bisogni. Il bisogno di esser giovani. Sentimenti contrastanti. Il bisogno di crescere. Di sentirsi grandi. Accettati. Voluti. Amati. Desiderati. Semplicemente accarezzati. Di andare. Nulla può garantire per la novità. No! non eri noia. Non hai fatto a tempo ad essere abitudine. Sapere è ricordare. Sapere e ricordare. Se è questo è anche quello. Se tu sapevi lo sapevi. E sbagliavi decisa a sbagliare. Se la memoria ricorda lo sapevamo; entrambi. L’abbiamo tradita entrambi. Allo stesso modo. Nello stesso momento. Colpevoli di colpe che non avevamo. Colpevoli solo di non conoscere colpa. Colpevoli in quanto nudi. Colpevoli eppure. E la tenerezza si era ormai stemperata nella disperazione. Il piacere nel bisogno. E anche il bisogno s’era fatto timore. Timore del futuro. Timore di ciò che non si conosce. Di quello conosciuto come ignoto. L’ignoto dentro di noi. Del chi siamo? A guardare chi eravamo, cosa, viene tenerezza.
Persino una canzone. Persino una stupida canzone. Anche una canzone sapeva quello che non volevamo sapere. Ora che lo sappiamo tutto sembra stupido. Puerile. Ora. E non è ancora tardi. Non voglio più essere Michele. Nemmeno non essere.
Michele

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Rossana cara
bustaNonostante le tue preghiere queste parole non mi hanno mai trovato. Forse non sarebbe cambiato molto, forse nulla. C’erano state altre parole. Parole che non dicevano. E parole che non sapevano. E parole non parole mai arrivate. Una sorta di rifiuto del silenzio. Poi a poco a poco nulla o troppo poco per essere qualcosa. Poi queste non del tutto comprensibili. Ma forse semplicemente era il tempo dell’odio, non dell’amore. Cosa potrei mai dire oggi?
In piazza c’era una lepre. O forse mi confondo. E forse era solo un sogno suicida.
Non c’è un posto da cui non si può tornare tranne che per i viaggi nel tempo, quelli non consentono mai ritorno. Così avevo scordato la valigia a Civitavecchia. Avevo cercato di scordare quelle lettere. Le risposte che non ebbi mai. Quel qualcosa che non mi apparteneva più ed era la tua vita. Perdere è parte di essa, anche se poi manca la voglia di sorridere. Ma i miei auguri erano sinceri, e il ricordo era tenerezza. Ma credo che conti poco. Cosa importa sapere oggi ciò che ignorammo allora? A cosa può servire?
Mi preme dirti che ho avuto sempre in animo di tornare, per tornare da te. Se poi non lo feci fu per quello. Fu perché per tornare ci vuole un posto dove tornare. Fu perché non lo chiedesti.
E non è tanto la data a spaventare. Solo la domanda: a che serve? In quei giorni forse ero al mare di Costanza, forse a Râmnicu Vâlcea (Rîmnicu Vîlcea) a fare il contrabbandiere di icone o forse a Istanbul ad acquistare montoni e tappeti; troppo tempo è passato. Poco importa. Persino dirti che mi piangeva il cuore ormai non ha più alcun senso, e lo sai. Persino ammettere che eri parte della mia incoscienza.
Il tuo nome era rimasto sempre un dolce ricordo
Michele

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Oggi, 4 settembre 2009
bustaLe cose, a volte, si sanno solo dopo; nel tempo. Il tempo di quando non si ha più tempo. Nel tempo fuggito. Nel tempo rimpianto. Quella lettera mai scritta, o l’altra lettera, arriva da lontano. Porta sapori lontani. Porta persone lontane. Forse nemmeno persone, solo ricordi. E, a tratti, persino vaghi. Ragazzi. Bastano poche parole. Anche meno. E’ facile avere 20anni. E’ difficile vivere e correre, a 20anni. Sapevo solo di non sapere. Niente era ancora definitivo. Ora so cosa non sapevo allora. Nessun peccato. Se c’era un appuntamento nessuno l’ha tradito. Se c’era un appuntamento credevo fosse con la vita; con la storia.
Un mondo che corre. Il fiato corto da ragazzi. Non ero pronto ad amare. Credevo di non esserlo. Non lo eri tu. Eppure guardarti è sempre stato un’emozione. Forse, col senno del poi, non ti avrei fatto quegli auguri. Forse ti avrei dedicato una canzone¹. Un’altra canzone da ricordare. Ho una canzone per ogni occasione. Non potevo farlo. Non c’era ancora, quella canzone. Avevamo già una canzone². Una canzone per noi. Diceva quello che non potevamo capire. Diceva che avevamo un appuntamento. Che non era un addio ma un lungo arrivederci. E quella canzone è rimasta. Un messaggio a cui non abbiamo prestato abbastanza orecchie. Una canzone che si sarebbe fatta ricordare. Una canzone come un ammonimento. Una canzone e un dolore. Come una sofferente nostalgia. Come una ribellione agli anni. La pazza idea di restare quello che eravamo. Di poter non invecchiare. E non ho imparato a non amarti. Ci sono parole talmente difficili da dire. Così dolorose. Quasi impossibili. Tanto varrebbe non dirle. Ma questo è già stato detto. E cos’è un bacio? Del resto poco importa.
Michele


1] E’ sempre più difficile postare musica con Youtube, poi te la rimuovono. Non penso sia pirateria ma promozione. Comunque sostituisco il video di Youtube:
Fabrizio De Andrè – Amore che vieni amore che vai
[Audio “https://sites.google.com/site/semario2/AmoreCheVieni.mp3”%5D
2] Patty Pravo: Se perdo te.

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OGGI. Sembra pregarlo, chiederlo, imporlo. Lei vuole ancora ricordare. Oltre la mia vergogna. Oltre ogni pudore. Anche il suo. Credo che almeno questo glielo devo. Non ho che parole come oggetti contundenti; difficili. Come le dita di allora. Parole insensibili. Come segni che non sanno parlare. Parole povere. Non posso farlo che attraverso loro.
DIARIO: 1 gennaio 1968: Lo abbiamo passato in un bar.

16 anni Lei, solo 19 lui

16 anni Lei, solo 19 lui

[Audio “http://se.mario2.googlepages.com/Nelcuorenellanima.mp3”%5D

1967. 16 anni Lei, solo 19 lui. Ragazzi come lo si può essere. Sogni ed illusioni da condividere. Libri da leggere. Musica da ascoltare. Il lavoro, lasciato lo studio. Pochi rimpianti; allora. Niente li poteva fermare. Era tempo di crescere, tempo di chiedere, tempo di dare. Era fretta.
Lei era alta e rossa non solo di capelli e per lui era “la rossa “; Era tutto e troppo. Era l’immagine della sua rabbia; giovanile. Era il suo riscatto. Era anche quello che non sapeva dire. E Lei lo credeva un poeta. Si guardava intorno stranita. Non capiva quello che le succedeva. Se lo chiedeva. Se lo sarebbero chiesto entrambi.
Non avevano tempo per loro. Non avevano tempo per fermarsi. Si cercavano con gli occhi, con le labbra, con le dita. Si cercarono per due mesi. Senza riconoscersi. Senza trovarsi. Poi lui partì, e quasi non fu una scelta politica. Per altri otto si inseguirono con le parole. Anche quelle troppo povere per essere di aiuto. Anche quelle come queste. Ma allora avevano una paura maggiore delle parole. Lei non sapeva di essere donna. Lui non sapeva che fare il ragazzo. La storia li sfiorava e passava loro addosso. La storia. Lei non credeva di essere nel suo destino. Lui non voleva darle un appuntamento. E quella storia finì in modo che sembrava banale. Finì senza bisogno di grandi colpì di scena. Finì soltanto. Senza fanfare. O forse s’era solo interrotta. A quell’età non c’è tempo per ieri. Si guarda solo avanti. Si corre. Si pensa ci sia sempre un posto dove andare. E un altro posto da scoprire.
Ormai era il 1968. Quei ragazzi, bene o male, si credevano gli attori di quel tempo. Ognuno a viverlo per proprio conto. Convinti di esserlo, la storia. Convinti che tutto fosse là. Che bastasse allungare una mano. Convinti che ci fosse sempre un giorno dopo la notte. E lui, allora, non avrebbe fatto nulla per difenderla. Non lo sapeva fare. Era come se l’intero mondo girasse intorno a loro. Un assurdo girotondo che nessuno dei due voleva. E ognuno credeva di esserne padrone, di quel mondo. Ma tutto era cambiato. Loro cambiavano. Gli amici partivano. Gli amici non tornavano. Niente e nessun posto li poteva perdonare. Le canzoni restavano in sottofondo. I libri non si prestavano più.
Era finita ed era il 1969. Lui era tornato. Lei non lo sapeva. Non poteva saperlo. Lui aveva cercato i loro posti, i suoi passi, la loro magia. Sembrava non essere sopravissuto nulla. C’era uno studente un po’ presuntuoso. Non voleva che gli altri la guardassero. Lui scrisse altre poesie che lei non avrebbe potuto leggere mai. Che nessuno avrebbe letto. Che lui stesso avrebbe dimenticato. Nessuna parlava di Lei. Nessuna parlava di loro. Si nascondevano dietro al pudore; le poesie. Dietro. Per chi sapeva leggere Lei era ogni parola. Era dolore, ma era anche sorriso.
Sembrava il tempo passare lento. Per quelle calli passò ripetutamente. Un tempo che sembrava non avere fretta. Non avere fine. Privo di un disegno preciso. Un lungo rosario di anni. Molti amici rinfacciavano a lui ancora di averla lasciata sola. Molti amici avrebbero voluto trattenerla. Per loro. Forse gli invidiavano persino il suo dolore. Nessuno mai a dire a Lei che lui non aveva altra lingua; che non trovava altre parole. Che in ogni nome ripeteva il suo nome. Che non era capace che di scrivere quel nome. Che era rimasta dentro la sua anima. Che era Lei la sua poesia. Ma gli uomini sono solo uomini. Non sempre sanno vedere; nemmeno con gli occhi.
Gli anni posarono la polvere sulle cose. Non c’era più quello studente. Lei si perdeva. Credeva di inseguire la libertà. Di dare uno schiaffo all’anticonformismo. Di continuare a ribellarsi. Lo credeva. Convinta. Restava rossa ma si faceva cosa. E tutto le graffiava la pelle. Non aveva altra paura che di sé. E da sé cercava di fuggire. Nel silenzio. Dentro un bozzolo. Esponendosi. Rischiando. Lui smise di scrivere e di sognare. Chiuse nel cassetto la sua bandiera. Cercò un angolo in cui quel ricordo non fosse troppo invadente. Si scelse una storia concreta. Una donna concreta. Una strada facile. A sognare faceva fatica. I sogni non lo lasciavano stare. Lo cercavano. Lo inseguivano. Gli chiedevano di essere e ricordare.
La vita è continuata. I giorni e gli anni si sono fatti strada. Come un torrente si sono fatti spazio sotto le pietre. Hanno continuato a scorrere. Il tempo non ha rispetto per nulla. Nessuno sa dopo. Conoscere è arte per adulti. Anzi ognuno sa, e ha continuato a sapere. Ognuno sa e non racconta. Quella sarebbe davvero un’altra storia. Del ragazzo, ormai invecchiato, che giocava ancora con i ricordi e sognava ancora la ragazza dai capelli rossi. Dei conti con una vita in autunno. Forse di un cuore che continuava a cercare calore. Forse. E Lei passeggiava le sue giornate. E Lei pagava, giorno dopo giorno, ed in moneta contante, quelle che credeva fossero le sue scelte libere e indipendenti. E stringeva nel suo pugno una vecchia canzone che pensava solo sua.
Cosa poteva succedere ancora per riavviare questa storia interrotta, senza futuro e senza più poesia? Ancora lei, non più la ragazzina di 16 anni, di nuovo la ragazzina, ma non più come una bandiera. Non quella che tutti cercavano. Che tutti inseguivano. Solo una donna ferita. Una donna che nasconde il suo nome e quello che è diventata. Che si cela dietro parole a volte senza senso. Lei, la ragazzina provocante, ancora una volta sfida il mondo e torna ridendo nel suo mondo. Come allora. Per la seconda volta. Si era scordata di saperlo fare. Vede quel nome. Un nome che è un ricordo preciso. Nitido. Finge di non avere paura e chiede “Si ricorderà di me?” scrivendo: “Sei tu?”. Lui non sa cosa si nasconde dietro a quel velo e risponde quasi incerto “Sì, sono io!”. E Lei torna quella ragazza.
Da qui in poi la storia prende il volo, si trasforma in favola . Le Favole per vivere hanno bisogno di nutrirsi di grandi emozioni. E questa non è una favola qualsiasi. Ha emozioni che hanno origini lontane. In un mondo di sogno che non tornerà più, ma quei ragazzi sono tornati e hanno creduto al miracolo. Infondo cosa sono quarantadue anni. Ora paiono un battito di ciglia. E’ facile, ora, anche per lui, dirle quelle parole, gridarle: “Sono tornato“.
Lui la guarda ora con gli stessi occhi di allora. E ama la donna che è. Non ha bisogno di volgersi dietro le spalle. Non deve sopportare il peso del rimpianto. Il volto di Lei sembra il volto di quegli anni. Forse, per lui, quegli anni non possono avere altro volto. Ora a lei donna lui sa dire “ti amo“. E ama quella donna più del ricordo che ha della ragazza.

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Vecchio pazzo. Tutta una vita è passata e ti ritrovi preda di un ricordo. Impastato di esso, come dentro una ossessione; e torna continuamente. Come? Perché? Avevi vent’anni allora, anzi diciotto. Lei era bella, alta, rossa. Un breve amore che sapevate entrambi che non poteva durare. Un amore diventato intenso nel tempo. Solo dopo. E non avevate una canzone. Non ne avevate avuto il tempo, o più semplicemente nessuno dei due ci aveva pensato. Solo una manciata di piccole cose che allora sembravano quasi inutili; fatte per essere dimenticate. Per non lasciare ferite. Sapevate entrambi che quel saluto sarebbe stato per sempre. Era l’ultima sera e ballavi, tra le tante, su una canzone che nemmeno ascoltavi. Gli altri ti invidiavano. Pensavi che dovevi partire. Non eri tranquillo. Eri inquieto per quel vago sentimento che si faceva più forte, e per te. Poi quella canzone è diventata un ricordo legato al suo volto e a quel momento. Poi più niente. E ora, da così lontano, ti torna il suo nome; uno dei pochi nomi del tuo passato che riesci a ricordare. Ti sembra di vederla. E con quel nome in testa torna ad accennarsi quella canzone. Già! ma questa è veramente un’altra storia. Certo che la memoria è una cosa ben bislacca. Tanto vale dedicare quella vecchia canzone a chi può capire o a chi ha vissuto un momento simile, se proprio non riesci più a dimenticare.

Patty Pravo: Se perdo te

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