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Posts Tagged ‘Se stasera sono qui’

Il segno della paceC’era una canzone a cui Lei era particolarmente affezionata. Non sono certo di ricordare il perché. Forse perché avevamo ballato anche quella assieme stringendoci in quella nostra ultima festa. Era A whiter shade of pale (Procol Harum). L’ha rintracciata in quel diario. E’ sopravvissuta come le altre, più delle altre, al tempo. E alle nostre stupidità. Ma è facile essere stupidi a quell’età. Ed è una stupidità che si può perdonare. Anche quando ha fatto tanto male. E vorrei cominciare da quella. Per non cominciare con una nota triste: Se stasera sono qui (Wilma Goich). Anche perché non ho mai creduto di aver nulla da dimenticare. Né tanto meno da perdonare. Ma è Lei che ha voluto ricordarlo con quelle canzoni. E in fondo è stato bello. E’ bello. E’ bello ricordare. E la vita è fatta anche e soprattutto di questo. E poi questo non è nemmeno un post. E solo un commento riuscito troppo lungo ed eccessivo e sottosopra.
In realtà era il 1967, o meglio stava finendo pigramente, e le canzoni erano quelle di quell’anno. La vita era la piazza. Anzi la Piazza. Da bambini ci trasformavamo in ragazzi e ci credevamo uomini. Pensavamo di vincere e di cambiarci per cambiare. Leggevamo molto. Parlavamo troppo. Era la rivolta permanente. E ci accompagnavano i Nomadi con Dio è morto. Senza paura. Per non lasciare nulla come prima. E Donovan, quello di Mellow yellow, era un giullare che raccontava sogni delicati. Per una scorza di banana. Era l’altra faccia del grande Bob. Ma anche la sfida. In realtà non tanto antisociale, quanto anticonvenzionale. Questa era la parola. Ma non c’era nulla di eroico. E la rivolta era nell’aria. La rivoluzione solo una parola. E non conosceva il dolore. E quella pazzia. Tutto sarebbe arrivato dopo. E in fretta. E allora Fragole ancora, come per i Beatles di Strawberry fields forever. Fragole e sangue.
Non metto note perché le dovrei mettere a bizzeffe. Chi ha la nostra età può ricordare e comprendere. Ai più giovani chiedo scusa e pazienza a tutti. A dirla tutta io parteggiavo per i secondi. Questo non faceva alcuna differenza. Naturalmente a quel tempo preferivo i Rolling. Più irriverenti. Più arrabbiati. Più blues. Più“negri” (se mi si consente il termine). E allora… Na… na… na… «(Oh my) – I’m going red and my tongue’s getting tied (tongues’s getting tied) – I’m off my head and my mouth’s getting dry. – I’m high, But I try, try, try (Oh my) – Let’s spend the night togheter – Now I need you more than ever – Let’s spend the night together now» …na… na… na… (E non parlo di quella e delle alter nostre notti. Non lo faccio per pudorte e perché non avrebbe valore). Poco importa se qualcuno ci guarda; come due pazzi. Dicevo… preferivo gli Stones. O i Who di Happy Jack che cantavano già nel futuro ma non ricordavo nemmeno un verso. E nemmeno Lei. Anzi Lei ricordava vagamente che erano un gruppo. Importava poco, anche se erano stati loro i primi a cantare della nostra generazione. Cercava di venirmi dietro. E ce ne andavamo come fossimo soli. Senza nemmeno la vergogna per tutti gli anni passati. Per aver lasciato che le cose ci invecchiassero. Forse anche un poco più di quanto sarebbe stato loro permesso. Ma era quella la storia di cui eravamo curiosi e che ci volevamo raccontare.
Che noi volevano ritrovare. Noi a parlare di cose viste, ormai lontane. Del nostro girovagare Qui e la (Patty Pravo). A ricordare. Con un sorriso e il piacere di ricordare. Con gli occhi persi nel sole. E di sole. Tanto tempo era passato da allora. Tanto da non sapere se eravamo ancora noi. Un mese dopo essere tornati assieme mi ha portato per mano a Ponza; a conoscere il suo sogno. A mano camminavamo e nemmeno ce ne accorgevamo che cercavamo di rintracciare le melodie e le parole di allora. E tutto fu facile. Cantare insieme Dove credi di andare di Sergio Endrigo e capire che quelle parole ci erano di piccolo imbarazzo. No! in fondo non eravamo andati lontano. Non eravamo andati da nessuna parte. Avevamo continuato ciechi a cercarci. Ma forse anche no. Se guardi il passato, a volte, te lo puoi immaginare come vuoi. Puoi persino riscrivertelo su misura. Ed eravamo stai noi a inventare la musica. Per vivere. Per sognare. Anche per ballare. Per andare tutti al Bandiera gialla (Gianni Pettenati) a sgranchirci le gambe. O al Piper. Che poi a ballare non è che proprio ci piacesse tanto. Ci piaceva esserci, come gli altri. Stare tra quelli come noi.
E oggi?… Noi a tornare a parlare d’amore. Perché se è vero che E’ dall’amore che nasce l’uomo (Equipe 84) non era mai stato tanto vero come per noi. Noi. Due ragazzi nel sole. (Insomma… come due ragazzi), nel sole eppure. Con I sentimenti (Françoise Hardy) nudi. Cosa ne sapevamo allora dell’amore? E tutto aveva corso così in fretta. Ma Lei lo sa che io con lei festeggio anche i mesiversari (Lei stessa ha coniato allora il vocabolo con sorpresa). Nel tempo s’è diluita ormai quella sorpresa. Avremmo anche potuto non parlare. Avremmo anche potuto non aver bisogno di parole (se sapessimo vivere serenamente di silenzi). Delle canzoni, delle nostre canzoni, non possiamo assolutamente fare a meno. Certo erano molte e molte di più, quelle canzoni. Alcune avevano solo la consistenza di un sorriso. Di un abbraccio. Della gioia di condividere. Di cercarci la mano. Di provare la stessa emozione. La stessa leggerezza. La stessa fuga. O il sapore di un chewing-gum. Perché quella canzone di aveva spiegato che Il cammino di ogni speranza [Caterina Caselli] si ferma un momento e poi se ne va. Anche se tutta la nostra filosofia si poteva anche trovare in una canzoncina commerciale che sfruttava l’aria del momento, che pure era il lato B del disco: quella C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones [Gianni Morandi].
E questo momento mica vuole essere esaustivo. Avrei bisogno di ben altro spazio. E non solo quello avevamo in comune. C’erano i romanzi, la poesia, molti interessi e le nostre curiosità. E quella voglia di vivere e di correre. E allora dai [Giorgio Gaber]. Non era certo la fiducia o la speranza a farci difetto. Andavamo a muso duro. Avevamo forse il coraggio dell’incoscienza. E da raccontare una storia che non avevamo ancora scritto. Rifiutavamo tutto. Certo non ci potevano fermare quelle Pietre (Antoine). Ce l’avevano venduta come farina del suo sacco (cioè di Gian Pieretti). Era una sorta di riproposizione di una del grande Bob. Ancora lui. E allora mica le chiamavamo cover. Spesso non si sentiva l’originale. A trovare i soldi per il disco si faceva fatica. Il mondo si muoveva ancora a 45 giri. Ed è difficile far capire oggi che quella era un’altra povertà. Forse sarebbe più facile da capire per quelli che arrivano da Lampedusa. Avevamo poco e ci sembrava abbastanza. Il resto era solo da cambiare.
Inseguivano una strana fiaba. Tutti dietro ogni pifferaio. Allora anche il signor tamburino, pazzo, [Mr. Tamburine Man (Byrds. Dylan; ancora lui)] ci accompagnava per le strade del mondo e per quelle della notte. Ed era tornato per accompagnarci nel nuovo viaggio. Un viaggio che questa volta avevano iniziato assieme e assieme avremmo proseguito. Così è stato. E ci dicevamo: “Ti ricordi? E questa”? Certo non avevamo bisogno di rimpiangere [Piangi con me (The Rokes)]. In fondo ci accontentavamo di poco. Ci bastava sentirle assieme. Anche con la pelle. Anche odorarle. Gustarle. E poi cercare di cantarle. Di accennarle. Di mugugnarle. Nessuna ci aveva lasciato. Anche quelle con cui avevamo solo ballato come Winchester Cathedral (New vaudeville band). O che avevano accompagnato i nostri silenzi. In una sorta di gara con il tempo. Con quello che passa e quello che ci resta. Quello che credevamo non sarebbe finito. Senza porci domande. Per quelle vibrazioni che erano buone vibrazioni, appunto Good vibrations [Beach Boys]. Era così che non eravamo mai soli. Anche se abbiamo aspettato molto, troppo, per conoscerla la notte.
Certo non tutte le canzoni stringevano momenti di allegria e leggerezza, naturalmente. Anche nella loro malinconie o tristezza era bello ritrovarle. Molte di loro si sono rivelate premonitrici. Quasi volessero farci capire che poteva, che qualcosa sarebbe successo. Forse non abbiamo dato a loro retta. E’ strano trovarci ancora a cantare Ciao amore ciao pensando alla triste sorte di Luigi Tenco. Il mio non era quel viaggio. Era un viaggio. Sempre un viaggio. A guardare bene per molti versi simile. Non sarei tornato, non per noi. Andavo in un altro mondo. Non sarei tornato nello stesso. Ma tutto questo era solo dietro le spalle. Ce n’eravamo già liberati. Non serviva pensarci. Era tornato il nostro anno. Semplicemente. Era il… beat [The beat goes on (Sonny & Cher)]. Era già l’impegno. Era la pace. Era il sogno. Era la strada. Insomma…. Che ne so? Tutto torna e si confonde. Era tornato qualcosa. E una sorta di smania dentro. E la voglia di tornare a sognare. Ed era tornata Lei per me. Ed io forse non me n’ero mai andato. O almeno non avrei mai voluto farlo e averlo fatto.
Naturalmente non posto ancora una volta quella canzone, la nostra. Dovrei? Ne ho riempito le scatole a chi ci ascolta, che magari nemmeno la ama. Noi ce la teniamo; stretta. Noi ce la siamo portata dietro. Sulla voce di Patty ci siamo ritrovati a ballare con gli occhi gonfi di lacrime. E’ stato come se quelle note ci restituissero la stessa paura di perderci che avevamo provato quella domenica. Quella canzone non ci aveva mai lasciato. Io non sapevo di Lei e Lei di me. A perderci, allora, c’eravamo riusciti. Con molta fatica ma c’eravamo riusciti. Certo non ne conoscevamo il prezzo. Non lo sapevamo prima. L’abbiamo elaborato lungo tutti questi anni. Oggi lo sappiamo. Allora credevamo di avere tutto davanti: una vita, un futuro, i sogni e le illusione. Credevamo di esserne padroni e padroni del mondo. E’ sempre così a quell’età. Vai e non sai nemmeno dove e perché. Ma tutto questo l’abbiamo detto fino alla noia. Per favore perdonateci e non ascoltateci. Bisogna imparare ad affrontare anche quello che non ci fa bene sentire [La donna dell’amico mio (Roberto Carlos)] Ma nemmeno è necessario. La vita vive ugualmente. Ma tutto fa parte di noi.
Annastella nel momento ha detto che le sembra di passeggiare attorno ad un Juke-box. Ve le ricordate quelle macchine, un incrocio tra un frigo e un videogame, che riempivano le nostri estati e i bar di musica? Preferivamo quelle in italiano, di canzoni, più facili da cantare per noi. In inglese qualche verso e molti mugugni su un’aria che cercava di somigliare all’originale o a come le ricordavamo. Tornavano così come loro volevano. Anche un poco disordinate. E allora mando gli ultimo pezzi in ordine sparso: [Put Spell On You (Alan Price), Sunny afternoon (Lovin’ Spoonful), Stasera mi butto (Rocky Roberts), Chain of fools (Aretha Franklin)]. Proprio come un juke-box. Ultimi perché le dita sono stanche. Ed è finito lo spazio. E la pazienza. Mentre noi continuiamo a cantare. E le canteremo sempre, quelle canzoni. E le altre che non hanno trovato spazio. Qui e nella testimonianza di questo frettoloso momento. Lei ha più memoria. Io sono stato meno distratto, cioè né ho viste (cioè sentite) di più. Non ne ho dimenticata nemmeno una. Semplicemente le parole tardano a soccorrere la memoria. Vorrei chiudere con una canzone d’amore: Dite a Laura che l’amo (Michele). Anche se Lei non si è mai chiamata Laura. E’ solo perché non è stata ancora scritta una canzone d’amore col suo nome. E dire una cosa che ho pensato solo ora anche se avrei avuto tutto il tempo di farlo prima: è bello accorgersi che Lei è stata, ed è, anche la mia migliore amica.Una figlia dei fiori

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Foto a colori di Ross a SienaCosa sarebbe la nostra storia senza l’amore? E tante storie come la nostra? Di gente come noi? E allora ancora una canzone. Perché sei il mio ieri, e il mio oggi, e sarai il mio domani.
La nostra canzone, la sai. L’ho messa tante volte che oggi non mi sembra giusto. E l’ho sofferta troppo. La porto nel cuore, lo sai. Proprio come te.

Luigi Tenco:

Se stasera sono qui

Se stasera sono qui
è perché ti voglio bene
è perché tu hai bisogno di me
anche se non lo sai.

Se stasera sono qui
è perché so perdonare
e non voglio gettar via così
il mio amore per te.

Per me venire qui
è stato come scalare
la montagna più alta del mondo
e ora che sono qui
voglio dimenticare
i ricordi più tristi giù in fondo.

Se stasera sono qui
è perché ti voglio bene
è perché tu hai bisogno di me
anche se non lo sai.

Per me venire qui
è stato come scalare
la montagna più alta del mondo
e ora che sono qui
voglio dimenticare
i ricordi più tristi giù in fondo

Se stasera sono qui
è perché ti voglio bene
è perché tu hai bisogno di me
anche se non lo sai.

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Cara Rossana
bustaOra come allora. Lettere che si inseguono. Che ci cercano. Questo siamo stati. Questo siamo ora. Ah! Le nostre canzoni. E anche quelle che non lo sono mai stateInutile spiegare a noi. Proprio a noiInutili le domande che chiedono e non vogliono risposte. E quelle che nemmeno chiedono. Inutili i giochi col tempo. Quelle carte della cabala. Il tempo non parla. Il tempo non insegna. Il tempo. E le sue cose. C’era un tempo. C’è sempre un tempo. E ti dici che non può essere più. E sai già che sarà ancora lo stesso. Perché non c’è un tempo che insegni. Né un tempo che ci difenda da noi. Il tempo è immobile mentre trascorre. Allora. Perché parlare ancora di allora? Perché noi siamo di quella materia e di quel passato. Perché pensiamo di venire da una qualche parte. Di avere un destino. Di andare in qualche luogo. Non accettiamo. Non ci rendiamo conto di essere immobili. Forse siamo solo delle pagine di un libro già scritto. Com’eravamo? Forse siamo solo noi capaci e incapaci di tradire noi stessi. E non ho bisogno di altri dubbi. So solo quello che sono. Che credo. Ora. Adesso. E più spesso siamo noi a non poter decidere. Così io non potevo non partire. Allora. «Non andare via». E la canzone, quella canzone, lo gridava con noi. Per noi. Dentro di noi. Ed era troppo presto. Doloroso e troppo presto. Doloroso di quel dolore che non si cancella. Doloroso in un abbraccio. Che ancora soffoca. Doloroso che nemmeno quell’abbraccio lo poteva lenire. Doloroso senza un vero addio. E tutto stava finendo. Si stava lentamente consumando. Ammalando. Un mondo intero. Si stava corrompendo. Lacrime le lacrime che annegavano i sogni. Che toglievano la luce. Che ci raccontavano oltre a quello che il pudore permetteva. Nel dolore. Nel pianto. Oltre ogni barriera. Più di quanto noi avremmo voluto. E testardi non volevamo mostrarle, quelle lacrime. Le abbiamo pagate. E abbiamo pagato la nostra ignoranza. E la nostra arroganza. Dove tutto si paga. Nel silenzio. Nel vuoto. Ancora. E ancora.
E poi una vita si può raccontare in una infinità di modi. Dire “non sapevo”. Fingere di non aver saputo. O semplicemente di non voler capire. Leggere i minuti da soli. Dialogare di niente. Cercare un alibi. Perché siamo solo distratti viandanti. E non abbiamo mai smesso di parlarci. Nemmeno quando lo facevamo nel silenzio. Non certo quando il dolore si cangiava di rabbia. Non quando ancora potevamo guardarci negli occhi. Non quando il suono di ogni parola si tingeva in una offesa. Suonava di rancore. Ci strappava la pelle a brandelli. La mia rabbia. Il tuo torto. Il torto di aver creduto. Creduto troppo. Di esserti lasciata ingannare. E non volerlo ammettere. Tradire lentamente. Di piccoli frammenti quasi insignificanti. Di sillabe. Di ammiccamenti. Di false promesse. Di promesse nemmeno promesse. Non dette. Di dubbio. Di dubbi insinuati. Mal riposti. Riscritti. Riportati. Semplici dubbi che si fanno corrosivi. Che non ti aspetti. Non in quelle labbra. Che diventano architettura. Timore. Poi paura. Bisogno. Gran brutto male la solitudine. Gran brutta compagna. E i bisogni. Il bisogno di esser giovani. Sentimenti contrastanti. Il bisogno di crescere. Di sentirsi grandi. Accettati. Voluti. Amati. Desiderati. Semplicemente accarezzati. Di andare. Nulla può garantire per la novità. No! non eri noia. Non hai fatto a tempo ad essere abitudine. Sapere è ricordare. Sapere e ricordare. Se è questo è anche quello. Se tu sapevi lo sapevi. E sbagliavi decisa a sbagliare. Se la memoria ricorda lo sapevamo; entrambi. L’abbiamo tradita entrambi. Allo stesso modo. Nello stesso momento. Colpevoli di colpe che non avevamo. Colpevoli solo di non conoscere colpa. Colpevoli in quanto nudi. Colpevoli eppure. E la tenerezza si era ormai stemperata nella disperazione. Il piacere nel bisogno. E anche il bisogno s’era fatto timore. Timore del futuro. Timore di ciò che non si conosce. Di quello conosciuto come ignoto. L’ignoto dentro di noi. Del chi siamo? A guardare chi eravamo, cosa, viene tenerezza.
Persino una canzone. Persino una stupida canzone. Anche una canzone sapeva quello che non volevamo sapere. Ora che lo sappiamo tutto sembra stupido. Puerile. Ora. E non è ancora tardi. Non voglio più essere Michele. Nemmeno non essere.
Michele

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