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Posts Tagged ‘separazione’

tazzina di caffèLa ricetta per il brasato è una sorta di delirio. Non che il delirio stia nella difficoltà. Non c’è niente di difficile in quello che si sa. Soprattutto nei compiti che normalmente sono affidati alle donne. E poi ci sono gesti che ormai diventano automatici. Il fatto era che a lui non piaceva nulla di quei lavori. Non ne fosse stato costretto, per necessità, li avrebbe evitati. Ma cucinare doveva se voleva mangiare. E anche tutto il resto anche se, il più delle volte, le cose restavano là. Le faceva per disperazione. Quando non ne poteva fare a meno. Come per i piatti. Se poteva le rimandava. Le rimandava finché era possibile rimandarle. La casa non si poteva dire in ordine, ma ogni primo venerdì del mese faceva il brasato. Aveva saltato il venerdì. Aveva saltato il sabato. La carne era rimasta nella sua marinatura. Era domenica e si accingeva a farlo. Non avrebbe voluto mai che la carne andasse a male. Erano già fin troppi gli alimenti che gettava. Il delirio non era nemmeno nei tempi di preparazione; non si imbarcava mai in manicaretti troppi elaborati. Era nei tempi di cottura. E c’era poi il costo del barolo. Si chiedeva da dove lo spremessero per avere quel costo. Si chiedeva… e in quel momento squillò il telefono. Due suoni acuti e uno greve. Due suoni acuti e uno greve. Cominciavano ad urtargli il sistema nervoso. Erano Carlo ed Elena. Ripose la terrina in frigo. I grani di ginepro galleggiavano avvizziti e tristi.

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Augusto aveva sempre fatto per intero il suo dovere. Tranne una eccezione: solo lui sapeva perché quella cartolina da Agatti¹ non l’aveva mai consegnata. Quell’incarico sembrava fatto su misura per lui. Conosceva tutti e con tutti trovava un sorriso e spesso anche qualcosa di più. Incontrava persone che si facevano prendere dalla sorpresa e altre che aspettavano impazienti le notizie, gente di tutti i tipi. Ormai conosceva tutti. Per tutti aveva una lettera, della corrispondenza, e una parola. Ormai l’intero quartiere non aveva segreti e aveva stabilito amicizie e conoscenze. Ma non c’è un altro modo di fare quel mestiere. Un postino e uguale a tutti gli altri postini. C’è chi ti lascia sulla porta e chi ti scarica addosso ogni suo patema. Si deve prendere le persone per quello che sono.
Aveva dovuto imparare anche gli orari più opportuni per il recapito. E spesso dietro quelle porte si nascondevano dei veri drammi umani. A Teresa erano tre anni che il figlio dall’Argentina non dava notizie. A Sante era venuto a mancare un fratello di quarantacinque anni. Veronica era a letto con una brutta bronchite. E via discorrendo così. Poi c’erano i poveri e i nuovi poveri. Era per lui spiacevole portare alla signora Giuseppina le bollette, ed era così anche per altri. A volte con la vecchia signora le riconsegnava dopo che aveva ricevuto la pensione, ma non era una soluzione, era solo per sentirsi bene con sé. Alla Gabriella, che aveva finito il contratto di progetto, aveva cercato di mostrarsi comprensivo e l’aveva consolata, non poteva fare di più. Non poteva certo assumersi la spesa con quella miseria che riceveva dalle poste e ad essere onesti la giovane aveva virtù per le quali era di piacevole consolazione.
In quel mestiere c’è anche quello. Con alcune aveva ormai un appuntamento fisso. Non aspettavano la posta, aspettavano lui. Doveva stabilire questo particolare giro minuziosamente perché non voleva deludere le sue sposine e nemmeno il suo amor proprio. Elisabetta, ad esempio, era una vera furia scatenata ma aveva argomenti a cui è impossibile dire di no. Quelle di Augusta erano una vera arma impropria, sode ed enormi, avrebbe dovuto assicurarle. Vincenza lo faceva per mestiere ma con lui lo faceva per simpatia. Caterina faceva degli ottimi agnolotti al sugo di cinghiale ma lui lo sapeva solo per sentito dire. Aveva avuto dei piccoli problemi con Ester, e con… al momento non gli veniva il nome, che diceva di essersi innamorata. Altre avevano avuto solo un attimo di, come la chiamavano loro, debolezza; o dolcezza. Altre ancora, ma queste si potevano proprio contare sulle dita, s’erano limitate a festeggiare con lui la buona notizia. Una volta sola. Insomma, erano donne.
Ma non era sempre così piacevole. Il ragioniere del quinto era scappato all’estero nottetempo prima dell’arrivo della finanza. Il tapino aveva lasciato senza notizie una moglie e una giovane amante e la vecchia madre. Per contrappasso il meccanico dietro il distributore gli faceva sempre un prezzo speciale quando doveva ricorrere a lui. Per questo anche il veterinario. Poi c’erano i casi indelicati che avrebbe pagato per non trovarseli buttati addosso. Il martedì aveva dovuto raccogliere la disperazione di Filippo che aveva trovato la moglie intimamente abbracciata nuda con il garzone della macelleria nel loro stesso letto; nudo anche lo stesso garzone che era un ragazzotto alto e robusto. Cosa poteva dire al pover’uomo? cosa gli poteva consigliare? La sposina non riusciva a resistere alla presenza di un paio di pantaloni. Ne andava proprio di testa e se ne vedeva un paio non aveva altro pensiero che sfilarglieli. Lo sapevano tutti, tutti tranne naturalmente il povero cornuto. E lui avrebbe potuto ben testimoniare che la mogliettina sapeva cosa fare dopo, messo un uomo a suo agio senza calzoni e mutande. Ma lui portava la posta alla signora Vittori il mercoledì.
Ne avrebbe avute di storia da raccontare. Perché si incontrano quelle cotte e quelle da cucinare, di storie. Aveva interrotto Cosimo sul più bello mentre si sollazzava con l’amichetto. Non l’avrebbe mai immaginato. Come può un uomo essere uomo e no a seconda del momento del giorno? Magari nemmeno lo avrebbe capito se non si fosse presentato alla porta impacciato e sudato in accappatoio e voglia evidente e l’altro non avesse messo fuori la testa dalla porta della camera. La padrona di casa era ignara in vacanza o forse era disinteressata. Con la Albrigi era stato invece fortunato e l’aveva amaramente cancellata dalla lista. Il marito era rientrato all’improvviso senza preavviso. Per fortuna lui stava ancora prendendo il caffè e l’uomo aveva trovato tutto in ordine e nulla da ridire. Un postino in casa, se seduto in cucina davanti ad una tazza fumante, non desta sospetti, anche se la donna è il vestaglia e sotto non porta nulla. E poi anche l’abbigliamento si può capire alle dieci del mattino quando la poveretta non ha impegni di lavoro e l’obbligo di lasciare troppo presto il letto. Erano quelle le sue storie e il suo segreto. Gli amici gli chiedevano sempre meno fiduciosi, ma lui non aveva mai raccontato nulla, era come un parroco nel confessionale.
Quel dieci di giugno, la data l’avrebbe ricordata per un pezzo, quella busta l’aveva lasciata per ultima. Cosa poteva volere un avvocato da lui? L’aprì con precisione chirurgica. Adriana gli faceva scrivere e gli chiedeva la separazione. Così, all’improvviso e senza nessuna spiegazione. Passò per casa e si preparò la valigia, era meglio che lei fosse al lavoro, tanto sarebbero state inutili stupide spiegazioni. In fondo non aveva nemmeno molte cose da mettere in valigia né molte cose dietro che valesse ricordare. Avvertì la vecchia madre e richiuse la raccomandata con precisione, e la rispedì al mittente perché il destinatario non era reperibile all’indirizzo indicato.


1] Isola con aeroporto nelle Laccadive.

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Foto del 4 dicembre 2009 a Berlino di notteSi guardò indietro: non aveva portato nulla con sé.
Strano viaggio la vita. Non capiva. Si era sentito confuso. E non aveva voluto crederci. Non poteva finire. Non lo voleva. Eppure era finito. E finito da tempo. Aveva lottato. Aveva difeso quel sentimento. Le aveva provate tutte. Almeno così credeva. E alla fine era stata lei a dire basta. Come fosse una decisione leggera. Lui aveva sbagliato risposta.
La sua domanda era stata: “Perché non possiamo restare come amici”? Poco importava che non ne sarebbe stata capace. Poco importava che non poteva finire così. Che erano stati insieme una vita. Lui aveva sbagliato quella risposta: “L’amore o è o non può essere”. E si era trovato messo alla porta. Con tutto il suo orgoglio. Con tutta la sua testarda convinzione. Con una briciola di arroganza. Poche cose in una valigia e un addio al telefono.
Strana donna Margherita. Ma quale donna non è strana. Non le aveva mai capite le donne. Eppure le considerava ancora creature magiche. Ma in fondo chi non è a suo modo strano. Lui stesso era un enigma complicato e irrisolvibile per sè. Così attraversò la porta e si sentì libero. Stranamente libero. Il passato alle spalle. Il passato non sarebbe mai potuto tornare. Non così. E ogni altra promessa sarebbe stata vana.
Si sistemo in quel piccolo appartamento provvisorio. Un vero buco. Ci sarebbe stato da piangere. Sessant’anni e ricominciare. Si sentì vecchio. Sistemò le sue poche cose. Un po’ di abiti. Nessun disco. Nessun libro. Tutto era rimasto là. Eppure era stato fortunato a trovare quella soluzione. Lui non sarebbe tornato da sua madre. Si sarebbe arrangiato. Si cucinò una cena frugale. Mise la tovaglia. Preparò tavola. Non voleva lasciarsi andare.
La forchetta si fermò a mezz’aria. Il caldo era afoso. Avevano vissuto assieme trent’anni. Alcuni buoni, altri meno. Ad essere onesto metà di questi e metà di quelli. Esattamente metà. I primi, naturalmente, buoni. Forse qualcosa di più. I secondi… molto difficili. Incomprensioni. Solo difficili amarezze. E li aveva unicamente subiti. Con la decisione, che non era mai venuta meno, di non arrendersi. In situazioni simili ci si trova sempre davanti ad un resoconto? Il suo diceva che era stato fortunato. In fondo quindici anni di felicità sono molti. Ricordava alcuni di quei momenti. La nascita della loro bambina. Una notte di passione. Una precisa notte, quella. Un paio di viaggi. Altre cose. Tutte legate a giorni felici. Non ricordava altro.
Si guardò intorno. Le pareti erano spoglie. Si sentì nudo. Pensò che la vita gli aveva dato molto: quei quindici anni. Se lo ripeté. Si sentiva di aver vissuto. Non solo del loro rapporto. Soprattutto di quello. In fondo non si aspettava più niente dalla vita. Si sentiva arrivato. Troppo stanco per un altro viaggio. Troppo deluso per potersi fidare ancora di qualcuno. Ma lui aveva ancora i suoi amici. Il suo mondo. Aveva avuto molto. Aveva ancora molto. Ma si sentiva meno fragile di quanto si sarebbe aspettato. Con il rumore della televisione si preparò a lavare i piatti. La pigrizia non avrebbe vinto. Non si sarebbe lasciato andare. Nemmeno un attimo. Nessun tentennamento.
Non gli restava niente di quello che era stato. Non certo le cose che aveva amato. Nemmeno una foto. Nemmeno un libro sul comodino. E quel comodino, e quel letto non erano suoi. Era un uomo senza passato. E il materasso era scomodo e duro. Ma tanto non aveva sonno. Poteva restare a dormire l’indomani mattina. Non aveva fretta coricarsi. Forse, ne avrebbe avuto conferma solo dopo, aveva timore di quel silenzio. Di quel silenzio completo. Di quell’assenza di rumore che significava vera solitudine. Cercò con tenacia di rimandare il momento. Il più possibile. Ma la mente andava anche dove non avrebbe voluto. Alla fine non gli restò che cedere.
Spense la luce. Improvvisamente riconobbe un sentimento mai provato: la paura. Una strana paura. Riaccese. Tornò ad alzarsi. Andò alla porta. Girò la chiave sulla toppa. Si rese conto del gesto e della sua tragicità. Non l’aveva mai fatto. Non aveva mai chiuso la porta di casa a chiave per la notte. Chiuse anche le imposte. Era una strana paura. Nemmeno una vera paura. Gli dava un senso di vuoto. Di spazio. Di vertigine. Era forse quello il modo in cui ci si sente veramente soli?
Anche i sogni li aveva chiusi fuori. E da fuori non giungeva nessun rumore. Come se anche tutto il resto del mondo fosse finito.

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linguacciaMa come ho fatto ad esserne così cretino? A dirlo? A convincermene? I giorni non sono tutti uguali. Nemmeno in una situazione come questa. E c’è poco da dire: non ci si abitua mai. Per quanto vuoti ci sono momenti che lo sono di più. Che la noia, il nulla, sfiora la disperazione. Ti ritrovi a parlare da solo. Come un pazzo. Come un cretino. Abbassi la voce. Lo sai che lei non ti può rispondere. Le domeniche sono scadenze dolorose. Ti fanno paura fin dal venerdì. Poi arrivano, perché quelle arrivano comunque, le grandi feste. Come questa. Ho provato a starmene in casa. Non c’è stato verso. La televisione sembra trasmettere solo per farti rimpiangere. Non so che farmene dei suoi auguri. A dire il vero poi i cartoni non mi sono mai piaciuti. E sono tutti programmi che sembrano aspettare qualcosa, e quel qualcosa stavolta non ha appuntamento con me. In giro non c’è un cane. Ma perché un cane dovrebbe andare in giro in una notte simile? Con un tempo simile? All’inferno il Natale.
Quante volte ho maledetto quelle cene. Ogni anno puntuali come il mutuo. Dalla mamma di Susanna. Menù fisso di anno in anno. Il dubbio che il pesce sia quello avanzato dall’anno prima. Di comprarlo si prende cura Guido. Io devo portare vini e spumanti. E il panettone. Non ho ancora capito di cosa si occupa Luigi; oltre che a portare il suo grosso culo. E l’amante in voga. Una peggio dell’altra. Ogni anno a tirare tardi. Coi soliti convenevoli. Coi soliti regali; faticati. Non sai mai cosa prendergli. Con la paura di averglielo già fatto. I bambini impazienti. Ma quest’anno Susanna ci sarà andata con Gualtiero. Non posso dirle niente. Ho sbagliato e pago. E’ stata colpa mia. Ma è stato solo un attimo. Non credevo. Mai avrei creduto di poter rimpiangere persino il cenone. Mi manca tutto da quando se n’è andata. E’ giusto così. Così va la vita. Tira un vento freddo, che taglia la pelle. Aria di neve.
Vago senza meta. Prendo per via Stalingrado. E’ così che la incontro alla fermata del tram. L’impressione è che non sia lì per aspettarlo. Che non abbia nessun appuntamento. Che come me non abbia dove andare. Non c’è nessuno ad aspettarmi; saranno già a tavola, ormai. Non ha nessuno che la aspetta. Guarda in fondo alla strada e di sottecchi controlla i miei gesti. Con un poco di sospetto. Io sono solo, stasera più che mai. Lei è altrettanto sola. Incasso la testa nelle spalle. Le mani nel fondo delle tasche. Ho freddo ma è un freddo che ti prende tutto. Che parte da dentro. Uno strano freddo. Lei non ha meno freddo di me. Mi chiede una sigaretta. Frugo in tasca prima di trovarle. Accendo per prima la sua, naturalmente. E’ così che ci troviamo a parlare. Entrambi con poche cose da dire. Con un imbarazzo che fatica a sciogliersi. Naturalmente tutte le finestre sono illuminate. E da ogni finestra esce un suono di televisioni. Lo stesso suono. E qualche risata.
Naturalmente il suo italiano è molto approssimativo. Fatico a capire e riporto quello che ho capito. Forse magari sbagliando qualcosa. I suoi occhi sfuggono i miei. Naturalmente parla con il tu. Quelle poche bastano. A un nome che non imparerei mai a pronunciare. Tanto meno a ricordare. Le stringo la mano. E’ così che le nostre desolazioni si trovano davanti ad un caffè. Per ripararci dal freddo. Per cercare di nasconderci alle nostre desolazioni. Il barista non è per niente allegro ma ci permette di fumare dentro. Le chiedo se ha fame. Se ha mangiato. Forse la domanda è stupida. A quell’ora, in una serata simile, non si può essere in strada ed avere già cenato; credo. Mi spiega che ama suo marito. Che le si è chiuso lo stomaco. Dice che sono un uomo gentile. Magari dopo. Vuole parlare ancora un po’. Forse conoscerci. Ancora diffida un poco di me. In realtà nemmeno io ho molta voglia di mettermi a tavola. Non so più che dirle. Non mi sento abbastanza male per dimenticarmi della mia malinconia. Per liberarmi dei rimpianti. Riesco solo a trattenere le lacrime. Quella donna è più brava di me. E non è che un’estranea. Mi spiega che sono ormai cinque anni. Che a volte è stanca. Ogni tanto si lascia scappane un piccolo sospetto di sorriso. Parliamo quasi come due amici.
Mi mancano i miei figli. E mio marito, naturalmente”.
Perché non sei con loro”?
La mia nonnina domani sarebbe sola”.
Dove sono”?
Li ho lasciati a Kuressaare, Beh! non proprio, ma lì vicino. E i tuoi”?
Preferisco mentire. Non voglio doverle dare altre spiegazioni. Mi sembra tutto già abbastanza amaro: “A Caltanissetta. Anche loro in provincia. E domani anch’io devo lavorare”.
Anche tu emigrante”.
No! azienda dell’energia elettrica”.
Le do la scatolina con la spilla. L’avevo presa prima. Una sorpresa. L’avevo messa in tasca senza pensarci. O forse a pensarci. Con una speranza che non voleva morire. Ora so che è proprio finita. Lei mi guarda sorpresa. Qualcosa che va oltre. Sembra non abbia mai ricevuto un regalo. Certo non da uno appena incontrato. O che almeno sia passato tanto tempo da non ricordare l’ultimo. Mi dice che non può accettare. Perché? Che la sto mettendo in imbarazzo. Che non mi dovevo permettere. Che è troppo. Che non se lo poteva aspettare. Che se avesse saputo mi avrebbe detto no. Che nemmeno mi avrebbe parlato. Mi ripete che non può prenderlo. Che proprio non può. Che non dovrebbe. La sua aria è ancora più mesta. Con un che di rassegnato. Mi dice se sono così gentile. Che ha freddo anche alle mani. Che se sono ancora d’accordo per quella cena è certa di potersi fidare. Mi chiedo se riusciremo a trovare un tavolo libero. Un posto aperto.

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L’altro che viveva nel suo corpo si era guardato allo specchio senza notare alcuna differenza. Ancora non lo sapeva, oppure non si era reso completamente conto. Non voleva. Sarebbero bastati pochi attimi. Quando lo aveva messo alla porta si era sentito morire. Così aveva creduto. Proprio di morire. Aveva provato persino una specie di dolore fisico. Di mancanza di respiro. Prima di asfissia. Poi una pressione sul petto. E aveva ricordato. A pensarci tutto appariva così strano.
Si era svegliato il mattino seguente guardandosi intorno. Lo ricordava nitidamente. Ai muri erano appese brutte stampe, probabilmente ricavate da qualche rivista; sbiadite. Non c’erano i suoi quadri. Non c’erano nemmeno i suoi libri. A guardare meglio non c’era nemmeno la libreria. Al loro posto un intonaco screpolato e muffito, scandalosamente nudo. Assurdamente bianco, come un bagliore iridescente ed irriverente; che accecava. E c’era invece la televisione. Quel televisore piccolo senza telecomando che era rimasto acceso. Non avevano mai voluto il televisore in camera. Già! non era casa sua. Non ci voleva molto a capirlo. Solo che si era appena svegliato. Era ancora in precario equilibrio con la notte, anche se fuori il mattino di giugno era fin troppo chiaro. Ma lui era ancora in precario equilibrio con quell’onirico e con l’illusione. Non aveva fatto caso, quello no! che accanto al lui, nel letto, non c’era la sua presenza. Ma era da tempo, da molto tempo, da quando ancora c’era che non c’era. Non c’era veramente. Si rintanò comunque nel suo angolo. La cosa non funzionava più.
Si era acceso una sigaretta. Nessuno avrebbe avuto da ridire. Niente gli impediva di fumare in quella stanza. Addirittura a letto. Stanza? Casa? Non lo era. Non la sentiva come una casa. Non certo sua. Era solo un buco. Un buco destinato inevitabilmente a stargli sulle palle, anche se provvisorio, perché gli avrebbe ricordato. E lui non voleva; non voleva ricordare. E cercava di mettere ordine nella sua mente. Aveva l’impressione di non riuscirci. Di non fare troppi progressi. Ma il peggio era stata la prima notte. Aveva rimandato il possibile prima di rientrare. Strano verbo per descrive il gesto di chiudersi dietro la porta di un appartamento nel quale era entrato per la prima volta solo quel pomeriggio di disperazione. Aveva preferito cenare fuori che mettersi ad improvvisare una cena senza voglia. Magari mettere due wurstel sul fuoco. Impanare un petto di pollo. Era rientrato e si era messo a letto credendo di dormire. Il buio gli aveva messo paura. Quel silenzio. Una strana paura. Continuava a dirsi che non aveva più l’età per temere il buio. Si ripeteva che lui non era mai stato il tipo da aver paura. O almeno non ricordava l’ultima volta. Era passato troppo tempo che rammentarsene. Si era alzato a farsi il tè ormai consapevole che sarebbe stata una notte lunga e senza riposo. Girando su e giù per quei pochi metri quadrati. Andando alla finestra. Eppure era stata una fortuna trovare almeno quello. Almeno aveva un letto; per quando duro ma un letto. Poi, dopo innumerevoli tentativi, s’era assopito che già faceva chiaro.
Da quei ricordi non erano passati che pochi giorni, ma sembravano una vita intera. Si era abituato presto a tutto. Fin troppo in fretta. Non gli sembrava vero. Era stato fin troppo occupato da tutte le cose che doveva fare. Tutto era un’emergenza. Aveva dovuto fissare le maniglie dell’armadio perché non gli rimanessero in mano. Quel mini arredato era privo di tutto. Persino dello scovolino da bagno. Persino dello stretto necessario. C’era una pentola invalida d’un manico, ma nemmeno un tegame. Due bicchieri due. La tazza per il caffelatte del mattino se l’era fatta prestare. Il calendario appeso risaliva a due anni prima. La luce del frigo era spenta, e quel frigo versava acqua su quel linoleum e c’era finito dentro. E poi, dal primo momento libero, si era tuffato negli acquisti. Metodicamente. E quello gli aveva impegnato la mente. Era per quello che non ci aveva pensato prima. Doveva ordinare i mobili per quell’altro mini; quello che sarebbe stato suo dopo il rogito. Certo non aveva capito quella fretta. Tanti anni assieme e poi anche un giorno in più era stato troppo. No! non la riusciva proprio a capire. Aveva dovuto ricomprare quasi tutto. Stoviglie, bicchieri, tovaglie, lenzuola; gli sembrava di non aver scordato nulla. Eppure, a pensarci, doveva ammettere che era stata anche generosa. A volte va anche peggio. Solitamente va anche molto peggio. Lei invece gli aveva dato la sua parte del loro vecchio appartamento. La sua parte di una stima fatta da lei. Gli era bastata assieme al mutuo. Cosa contava il resto. Era finalmente fuori. Fuori da quell’incubo. Eccola la verità. Davanti ai suoi occhi. All’improvviso. Un attimo prima si sentiva perso. Un attimo dopo, passata quella porta, aveva provato uno strano senso di liberazione. Come quello di un passato che si lasciava definitivamente alle spalle. Di cui si liberava. Che restava dietro quell’uscio che si chiudeva. Anche se ne restavano imprigionati tutti i suoi ricordi. Ma quelli, i ricordi, avevano smesso di fargli del male. E in quei giorni, in cui non aveva avuto il tempo di riflettere, si era occupato solo di sè. Aveva dovuto fare tutto da solo, come non faceva da quando era ragazzo, cioè da prima, forse da quando s’erano sposati. E aveva dovuto farlo facendo attenzione anche alla più piccola spesa.
Ora non aveva più nemmeno una foto, era come non fosse mai esistito prima di quel giorno. Come non fosse mai esistito nulla. Eppure si sentiva inaspettatamente bene. Assopito in un senso di leggerezza, di soffusa soddisfazione. Persino di appagamento. Le cose che aveva acquistato erano ancora imballate. Era vissuto tutti quegli anni sotto l’ala di lei. Protetto. Lasciandole le scelte, almeno quelle vere. Quello che era successo l’aveva costretto a riprendersi la sua vita. A fare. A decidere; da solo. Non era certo quello che lei forse aveva pensato, e nemmeno lui l’avrebbe creduto, ma quella donna, con quel gesto, gli aveva restituito la vita. Era rinato. Si affacciò alla finestra per ringraziare lei e il mattino. Poi si accese una sigaretta e si affrettò per tornare la lavoro.

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raccontiDiosanto! doveva amare con tutta quella troppa forza l’uomo per rendersi cieco e sopportare tutto quel dolore? Si vide riflesso nella vetrina di un negozio di telefonini e allora prese la ventiquattrore e la gettò nel cassonetto e si ficcò la cravatta in tasca. Poteva essere tutto tranne che un altro e lo sapeva. Non era niente prima di imparare a guadagnarsi il pane con le sue mani e ora gli restava quella rabbia dentro. Tutto gli sembrava così chiaro ma non riusciva più a dirlo. Aveva parole inadeguate e cercava di resuscitare un mondo morto. Fermò un passante e perse l’ultimo briciolo del suo coraggio, finì col chiedere la strada per tornare. Chi vive dei sogni ne deve pagare qualunque prezzo. Si portò le mani alle orecchie e se le premette. Gli tornò quel desiderio violento di fumare. Era stato il suo ultimo atto di coraggio. Ora temeva fosse stata la sua ultima paura. Quelle mani non erano fatte per elemosinare come la sua schiena non lo era per piegarsi. Il nuovo mondo aveva cercato di insegnarli mille cose che non voleva imparare. Non c’era altro spazio nella sua pazienza. Provò a chiamare casa ma nessuno gli rispose. Forse anche Cate, povera donna, era dovuta uscire. L’amava ancora. Cercò di arrampicarsi nel cielo e invece fu il cielo a crollargli dosso.

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